B.SPINELLI: SOMIGLIAMO A WEIMAR

Il 24 luglio 2013 ‘Repubblica’ recava un editoriale che le regole del pugilato definirebbero ‘peso mosca’ (sino a Kg.50,802) e una requisitoria di Barbara Spinelli, che rientrerebbe tra i medio-massimi (sino a Kg.79,276). L’editoriale peso mosca faceva rimpiangere d’averlo letto: non tanto perché firmato da Ezio Mauro, non un vero e proprio maitre-à-penser; piuttosto in quanto sinistramente intitolato LA VERA RIFORMA E’ ABOLIRE IL PORCELLUM. Di quanto poco si contenta il direttore della maggiore testata di regime! Ci occorrerebbe la pioggia di fuoco che cancellò Sodoma/Gomorra, e Mauro sogna i ritocchi che un giorno forse il disonorevole parlamento apporterà al congegno della frode elettorale. Mauro finge di non capire che non la legge elettorale, bensì le elezioni stesse, la Costituzione e i partiti andrebbero aboliti per bonificare il peggiore sistema politico d’Occidente. Abolite in pro di una delle formule, già ingegnerizzate nel Nord America e altrove, di democrazia diretta selettiva, liberata dall’impostura elettorale-legittimista.

“Se la stabilità diventa idolatria” si chiama la catilinaria di Barbara Spinelli contro le larghe intese. E’ irriguardosa nei confronti del presidente della Casta, il quale le ha imposte dal Colle. Tale irriverenza costituisce un titolo di merito: attenua l’inspiegabile imprudenza, meglio impudenza. di deplorare “chi non si fida degli Stati con Costituzioni nate dalla Resistenza”;  e di rimpiangere il “momento magico del Cln, della Costituzione repubblicana”: bizzarro rimpianto di un momento che il settantennio cleptocratico ha screditato all’estremo e per sempre:

Con qualche fondamento Barbara sostiene che le grandi coalizioni, le strane maggioranze “sono sempre state di ripiego, votate all’instabilità (…) In Germania le riforme decisive vennero fatte dalla sinistra o dalla destra quando governavano da sole. Furono labili e piene di disagio le coabitazioni francesi. Le unioni sacre immobilizzano la politica”. Tuttavia questa avversaria dell’immobilità avrebbe fatto meglio a indicare quale ‘mobilità’ vorrebbe: quella della foto di Vasto, cioè la promozione di Vendola a secondo console? quella che il maniaco dirittista Rodotà avrebbe scatenato dal Quirinale, luogo del vituperio? Perché no, l’avvento a capo della maggioranza di un esponente gay and lesbian, coronante una svolta persino più storica del portafoglio ministeriale di una oculista dimostratasi indifferente ai tracomi del Congo?

Invece Barbara fa benissimo a chiederci di ricordare la Grande Coalizione che fu tentata dalla repubblica di Weimar: essa sì la dimostrazione crudele dell’inanità della liberaldemocrazia di fronte

ai sentimenti e ai furori del popolo, quando a interpretarli sorga il Grande Demagogo. Gli anni 1928-30 , del governo socialdemocratici-destre-Zentrum- furono effettivamente  una fase “di tensioni indescrivibili che accelerarono la fine della democrazia. I nazisti non superavano il 2,6% dei voti nel ’28, nel ’30 raccolsero il 18,3%, nel ’33 il 43,9%. L’ultimo governo parlamentare di Weimar, diretto dal socialdemocratico Hermann Mueller, si infranse su scogli che riecheggiano i nostri in maniera impressionante: un’austerità dettata dai vincitori della Guerra mondiale, la disoccupazione, i vacillamenti sull’acquisto di costosi armamenti (la corazzata A), l’insanabile conflitto su tasse e sussidi ai senza lavoro: ecco i veleni che uccisero Weimar, e paiono riprodursi in Italia. A quel tempo, fuori dai palazzi del potere rumoreggiavano i nazisti sempre più tracotanti, i comunisti sempre più costretti da Mosca a imbozzolarsi nella separatezza. Il movimento di Grillo imita quell’imbozzolamento”.

Il riferimento al decesso di Weimar è sacrosanto. Con tanti politologi che ci affliggono, ci voleva una solitaria, una specie di laica Caterina da Siena, per farci ricordare. Oggi come allora il parlamentarismo muore, perché merita di morire. Oggi come allora le nozze Democrazia-Liberismo falliscono. C’è differenza tra il conato Letta-Napolitano e i conati Ebert, Rathenau, Cuno, Mueller, Braun, Schleicher, Bruening?

Questi personaggi furono annichiliti dallo sdegno di un grande popolo, sdegno purtroppo interpretato e messo a fuoco da un genio del male. La Weimar italiana, prigioniera del Pil e asservita a Washington più di quanto Erzberger e Rathenau -entrambi assassinati ‘per conto del popolo’- si fossero arresi alle imposizioni dei Vincitori del ’18- è minacciata dalla collera degli italiani, ormai vicina all’invincibilità.

Non è dato sapere se da noi sorgerà il Distruttore -magari non criminale come quello del 1933 ma efficiente, bonario e, nei primi anni, amato come quello di Spagna del 1923: quel Miguel Primo de Rivera che spazzò via, in poche ore e senza sparare un colpo, gli oligarchi di allora. Non erano peggiori, semmai meno ladri, dei nostri che usurpano dal 1945.

A.M.C.

NON C’É LEGGE ELETTORALE CHE TENGA

La maggioranza di governo emette sinistri scricchiolii e, complice l’ennesimo referendum, torna sul tavolo la discussione sulla legge elettorale. Proporzionale, maggioritario, due turni, collegi piccoli, sistema tedesco, ungherese o spagnolo, ognuno ha la propria ricetta. Ma che la si cucini in padella, al forno, in casseruola o cruda, la merda ha sempre lo stesso sapore.

Tutta la corrente vulgata che invoca il ritorno delle preferenze forse dimentica che con un tale sistema si incitano i partiti a scegliere cacicchi locali, portatori di pacchetti di voti o personaggi noti non certo per meriti politici. Se l’occasione fa l’uomo ladro, e se per essere eletti serve un pacchetto di voti, il sillogismo si conclude da sè.

Ma qual è l’alternativa? Le liste bloccate? Di male in peggio. In questo modo non sarebbero i pacchetti di preferenze a determinare chi viene eletto e chi no, ma le segreterie dei partiti. E quali criteri seguiranno mai i capicorrente delle varie aree? La competenza o la lealtà? L’onestà o la posizione di potere?

Sarebbe opportuno tornare al maggioritario, invoca qualcunaltro. In questo modo i partiti sarebbero costretti a scegliere il candidato con più possibilità di vincere in base al voto dell’intero collegio, non di qualche migliaia di preferenze incanalate su qualche amico di amici. Già, peccato che anche con questo sistema non si privilegi la competenza e l’onestà, ma la popolarità e la connivenza coi centri di potere. Senza contare che le segreterie di partito manterrebbero un potere semi-divino sulla scelta del candidato.

E se si facessero le primarie per determinare chi correrà per il seggio? Questo sistema avrebbe il pregio di escludere dalla decisione le persone meno interessate e eluderebbe, almeno in parte, lo strapotere dei partiti. Peccato che si riproponga il problema delle infiltrazioni e dei pacchetti di voti (vedi Cozzolino a Napoli).

Insomma, che si lasci decidere al qualunquismo della maggioranza, che si deleghi alle segreterie di partito o che si incentivino le cricche di potere, non c’è un sistema esente da vizi e rischi. Meglio sarebbe che le persone chiamate a governare venissero estratte a sorte da una platea di esperti selezionati, o al massimo venissero votate da un numero ristretto di elettori selezionati in base a competenza e onestà.

Solone X