E’ STATO UN BEL SOGNO, DISSOLTO DA UNA SOLA PRIMARIA

Decenni fa ci fu un film (scandinavo?) chiamato, all’incirca, “Ballammo una sola estate”; per ballare intendendosi la felicità. E lo Stivale ha ballato un solo inverno, i pochi mesi che seguirono alla bieca estromissione dei politici dal pinnacolo del potere. Oggi i grandi media e i partiti sembrano cani infoiati dietro cagne in calore: le primarie, Rigeneratrici e Taumaturghe. Si è diffusa un’euforia incontenibile. Guarite le spietate leucemie, scomparse le lebbre, i caporioni dei partiti mondati da ogni colpa e incoraggiati ad allestire combinazioni ministeriali, le terribili catilinarie dei guru annullate. La politica italiana, riabilitata in toto, non ha più nulla da invidiare a quella danese. Perché tanto tripudio?

Perchè col (non antipatico) Figlio del Benzinaio ha vinto la continuità, il calmo possente fluire partitocratico che cominciò prima ancora che i mitra partigiani tacessero negli ultimi Triangoli. Rientrati i timori dei salti nel buio le vecchie barbe torneranno, le elezioni di primavera ripristineranno la sovranità parlamentare, così cara agli italiani. Niente più deficit di legittimità. Gli opinionisti delle grandi testate hanno obliterato con un clic i loro propri ululati dei mesi scorsi, quando scrivevano del baratro tra politica e paese; quando chiamavano suicida la sorda resistenza dei leader alle riforme; quando i leader e le loro dame ballavano nei saloni del ‘Titanic’; quando il populismo minacciava di farsi santa rivolta; quando la stima per i partiti e i professionals delle urne era scesa al 4%; quando arrivava il Giudizio universale.

Finito tutto. Contrordine: Sodoma e Gomorra sono salve. Gli opinionisti sono quasi tutti Smemorati di Collegno; nessuno ricorda quando uno tra loro, Michele Salvati principale progettista del Pd, scriveva che, a politici messi fuori gioco, il pensiero che potessero tornare ‘faceva accapponare la pelle’. Un altro modo per dire che quel ritorno era assurdo. Chi avrebbe comprato più un’auto usata dai mille sozzi parlamentari e dai loro reggisacco e cortigiani intellettuali? Oggi paparazzi e telecameristi impazziscono all’emergere dei leader dalle auto blu, e brave bravissime le croniste che riescono a raccogliere una battuta di Cicchitto o del Frasivendolo da Terlizzi.

Dal silenzio che regna su quanto si singhiozzava poche settimane fa dovremmo parlare di  vera e  propria Resurrezione. Le pie donne sono andate al sepolcro e l’Angelo ha detto loro “E’ risorto”. Le primarie hanno fatto il miracolo, tornano i tempi aurorali, appena chiuse le urne il popolo che negli anni Cinquanta ricostruì l’Italia si rimetterà all’opera. Cessate le geremiadi, gli appaltatori e i tenutari delle prime due repubbliche sono di nuovo in business. Tutto questo perchè il provetto apparato ex-Pci ha saputo portare ai gazebo 3,1 milioni di  democratici. Un po’ meno delle vaste masse che insediarono Veltroni e Prodi, ma in effetti tanti di più dei quattro gatti che si potevano ipotizzare nel semestre che gli italiani credettero di ballare.

Opporrete, giustamente: i tecnici a palazzo Chigi hanno deluso. Nessun taglio ai costi della politica, delle Istituzioni (cominciando dal  Colle), dell’alta burocrazia, del ‘military-industrial complex’, delle operazioni nel mondo al servizio gratuito di Panetta. Monti non ha mantenuto la promessa dell’equità (equo sarebbe stato colpire gli alti redditi, non i bilocali più servizi). Monti non ha abbattuto alcun muro della partitocrazia, la quale è ladra anche quando non viola apertamente il Codice (ha occupato tutto e trattenuto troppo per sé). In una parola, Monti non ci ha liberato dagli oligarchi. La fine dell’allegria dell’inverno scorso si capisce: ma come fanno gli opinion makers a dimenticare le angosce di poco fa? Stiamo come stavamo sotto Berlusconi e predecessori. Mettiamo Monti a capo dello Stato -per scongiurare l’arrivo di un altro orbace di partito- ma non facciamoci più illusioni. Al suo avvento lo mettemmo per iscritto: senza pieni poteri Monti sarà sprecato.

Conclusione. Come la vediamo noi, il sistema politico italiano è un malato terminale. La débacle economica potrà anche essere rinviata. Quella politica no, se basta una primaria a galvanizzare i media e il Palazzo. I media sono talmente affiliati all’oligarchia che poco male se venissero chiusi; le primavere arabe vinsero senza giornali e tv amiche. E’ certo però che le nostre piazze non faranno primavera. Occorreranno menti e mani più forti delle piazze malcontente. Menti e mani come quelle degli ufficiali portoghesi, che il 25 aprile 1974 si impadronirono dello Stato a fin di bene.

Catilina

GLI INDIGNATI SONO INDIGNATI MA NON TUTTI CRIMINALI

Anzi, non solo vanno capiti ma dobbiamo ringraziarli per la loro discesa in campo in quanto tentano di rompere la crosta dura dell’ebetismo di un finanzcapitalismo criminale e di una classe dirigente (a partire da Obama) incapace di combattere la battaglia per un nuovo ordinamento finanziario del quale il mondo aveva ed ha un disperato bisogno. Non è un caso che non equivoci sostenitori dell’economia di mercato e del capitalismo, come il premio Nobel per l’economia Krugman, il governatore della Bce Draghi, il grande operatore finanziario Soros, abbiano detto: gli indignati hanno ragione. Hanno ragione perché questo finanzcapitalismo di rapina deve cambiare se vogliamo tornare ad investire sul futuro, per i giovani, per la democrazia sostanziale, per una società più giusta e quindi più libera. Ma, denuncia Luciano Gallino (e noi siamo d’accordo), anche dopo la tremenda lezione del 2008-2009, ben poco si è fatto per correggere la rotta.

Gli incresciosi, dolorosi, inaccettabili scontri romani del 15 ottobre devono essere condannati senza se e senza ma. Ciò detto, con fermezza, non è possibile liquidare il tutto con l’affermazione semplificatrice ed ingannevole: sono tutti criminali, come alcuni giornali hanno fatto.
Penso che non siano criminali neanche tutti gli autori delle violenze, anche se tra loro vi erano certamente soggetti criminali e, forse, pagati per esserlo. Tutti, comunque, devono essere puniti per le loro violenze, così come puniti devono essere quei responsabili che, mi auguro, senza intenzione, non hanno saputo prevedere e contenere la violenza, come il loro mestiere avrebbe richiesto. È così difficile stabilire che in queste manifestazioni non si possano indossare passamontagna e caschi, come si fa in Germania? È così difficile stabilire che non si possono portare zaini o altri simili contenitori? È così difficile intercettare i più pericolosi, che vengono in genere da lontano, con pullman organizzati, dei quali l’”intelligence” sa tutto o dovrebbe sapere tutto? È così difficile mettere in vari passaggi del corteo dei filtri e posti di blocco?

Ma certamente criminali non sono gli organizzatori della manifestazione ed i tanti che manifestavano senza violenza, anche se certamente con ostilità al sistema, come in tante altre città del mondo, compresa Milano, contro una situazione economica, sociale, politica, inaccettabile. Di questi voglio parlare e non dei black block.

Questi non vanno “capiti” come qualcuno ha detto. Vanno ringraziati per la loro discesa in campo. Senza una vigorosa energia sociale, infatti, espressa dai giovani e dal movimento degli indignati e senza un poderoso sforzo di innovazione culturale, la Grande Crisi – nel mezzo della quale ci troviamo – finirà peggio di quella degli anni Trenta. Non è facile spiegare ciò, evitando di cadere nel terrorismo psicologico, che è l’ultima delle mie intenzioni. Non è facile perché il 90% dell’apparato accademico mondiale, sia di economisti che di sociologi, non ha mai voluto guardare a fondo in questa crisi, nelle sue radici e nella sua natura epocale, e continua a non volerlo fare, gingillandosi con letture congiunturali e minimaliste e limitandosi ad invocare una non meglio precisata “crescita” che, andando avanti così, non ci sarà mai, almeno nel senso che loro intendono. Il grosso dell’accademica non ha mai voluto parlare il linguaggio della verità, per il semplice motivo che alla maggioranza di loro sta bene così. Non è facile spiegare ciò, perché anche i governi non parlano il linguaggio della verità e scaricano sulle prossime generazioni un debito immane sostenuto per salvare banche, banchieri e finanzieri, o incapaci o bancarottieri o entrambi, il cui posto, in un mondo minimamente giusto, dovrebbe essere la galera.

La delusione Obama

Obama aveva sollevato molte speranze nel corso della campagna elettorale, quando pronunciò discorsi ispirati, certamente scritti da qualche giovane di talento, nei quali sosteneva le ragioni di “Main Street” verso “Wall Street” e assumeva un impegno per correggere il sistema. Ma quando affidò la politica economica ad un terzetto emanazione di Wall Street (Summer, Rubin, Geithner; i primi due tra l’altro, autori dei principali provvedimenti che, sotto Clinton, avevano accelerato la corsa alla irresponsabilità finanziaria del finanzcapitalismo) si capì che Obama aveva concluso una specie di accordo con Wall Street e che non sarebbe stato lui a combattere la battaglia per un nuovo ordinamento finanziario del quale il mondo aveva ed ha un disperato bisogno.

D’altra parte i leader politici europei hanno mostrato una tale mancanza di leadership ed una tale insipienza da trasformare la piccola bancarotta della piccola Grecia in una minaccia per la stabilità mondiale. La stessa Chiesa cattolica non ha mai alzato una voce profetica contro l’immoralità e l’ingiustizia montante, ma preferendo rifugiarsi in documenti da ufficio studi, sia pure qualificato, come è il caso della “Caritas in Veritate”. Solo in questi giorni il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ha emesso un documento che, finalmente, prende decisa posizione sul tema in termini che, dalle anticipazioni stampa, appaiono condivisibili.

Di fronte a questo vuoto di verità e di speranza e ad un contestuale martellamento terroristico sulle prospettive senza speranza per i giovani, le nuove generazioni si sentono confuse, demoralizzate, ingannate. E quindi finalmente sono scese in campo cercando di esprimere quegli anticorpi che le classi dirigenti di un mondo gravemente malato, non sanno e non vogliono più esprimere.

Finanzcapitalismo

Fortunatamente non tutto il mondo accademico è asservito al potere e, ogni tanto, esce qualche libro che parla il linguaggio della verità ed aiuta a capire come stanno realmente le cose. È questo il caso dell’ultimo libro di uno dei migliori sociologi italiani, Luciano Gallino (Finanzcapitalismo, Einaudi, 2011), al quale dobbiamo già molta gratitudine per altri libri importanti e liberi. È un libro di grande valore, la cui lettura mi sento di raccomandare a tutti quelli che vogliono capire perché gli indignati sono indignati e per ché noi dobbiamo essere loro grati per ciò. Mi servirò dunque anche dell’aiuto di questo libro per sviluppare la mia analisi, anche perché se esso è più profondo e documentato del mio “Passaggio al Futuro, oltre la crisi attraverso la crisi (Egea 2010)”, esso si muove, tuttavia, secondo linee interpretative di fondo molto coincidenti con le mie.

La crisi economico-finanziaria resasi evidente nel 2008 e che nel 2011 è entrata in una nuova fase pericolosissima è, in realtà, collegata direttamente con quella del 2001, scatenata dallo scoppio della bolla dei titoli tecnologici. Scoppiata la bolla mobiliare infatti, partì la bolla immobiliare. Sottostante ad entrambe la politica monetaria e creditizia super rilassata del duo Greenspan – Bernanke. È già, quindi, da un decennio che il mondo è sconvolto dalla crisi. Ma nel 2001 era già da vent’anni che la crisi era in gestazione. Essa era non solo prevedibile ma “annunciata” (Zamagni) e “inevitabile” (Vitale, 2001).

I fattori chiave di questa gestazione possono essere così riassunti:

° a partire dagli anni Ottanta è iniziata una finanziarizzazione dell’economia mondiale di proporzioni gigantesche, che può essere sintetizzata in pochi dati. Nel 1980 gli attivi finanziari equivalevano al Pil mondiale. Nel 2007 gli stessi superavano per quattro volte il Pil mondiale. Nel frattempo in 51 Paesi sui 73 per i quali si dispongono dei dati la quota dei redditi di lavoro sul PIL è scesa in media di 9 punti nelle economie avanzate, di 10 punti in Asia, di 13 punti in America Latina. I punti persi dai redditi di lavoro sono andati ai redditi finanziari;

° contestualmente è avvenuta una gigantesca distribuzione del reddito dal basso verso l’alto operata mediante tre strumenti: salari bassi e stagnanti, forte riduzione dell’imposizione fiscale effettiva sui redditi più alti, forte riduzione effettiva delle imposte pagate dalle imprese. Riferendosi agli USA, epicentro e guida del fenomeno, nel periodo 1973-2007 la quota di reddito afferente il 10% più benestante della popolazione è salita dal 33% al 50%. Analoga gigantesca concentrazione si è verificata negli USA di ricchezza patrimoniale, che ha raggiunto lo stesso livello che aveva esattamente nel 1928. Ma anche questo è un fenomeno mondiale: i 1000 individui più ricchi del mondo hanno un patrimonio netto di poco inferiore al doppio del patrimonio totale dei 2,5 miliardi di individui più poveri. Analoghi fenomeni si sono verificati in molti altri Paesi e gli USA sono seguiti da Inghilterra e Italia nell’ordine.

Questo fenomeno sconvolgente l’assetto di una economia basata sulla crescita di una solida classe media che ha caratterizzato il periodo dal 1944 al 1980 non è frutto del caso né della globalizzazione, come qualcuno dice. È frutto di una politica deliberata e dichiarata, basata su una esplicita ideologia neo-liberale, nell’ambito della quale si è sostenuto che le diseguaglianze crescenti sono il motore della crescita. Condivido la tesi che “l’estrazione di reddito dalla popolazione lavoratrice della classe dominante ha raggiunto un limite invalicabile” (L. Gallino). Ora ci troviamo con gli USA, che producono ancora il quarto del Pil mondiale, che hanno il debito privato/pubblico (cioè famiglie, imprese, pubblica amministrazione) più alto del mondo; una rapidissima crescita del debito pubblico salito da una media nel decennio precedente del 30% del PIL al 90% nel 2010; un debito verso l’estero che nel 2007 toccava gli 11 trilioni di dollari;

° quelli sopra illustrati sono i due grandi squilibri che l’esplosione della crisi ha posto in luce, squilibri che trovano la loro base filosofica e politica in una pensiero concentrato sull’estrazione di valore piuttosto che sulla creazione di valore. A questi squilibri-obiettivi si aggiungono le distorsioni del sistema che sono state ormai ben sviscerate ma che hanno più la natura di mezzi per raggiungere quegli obiettivi che di vere e proprie cause. Metto qui: l’esplosione della finanza ombra, con tutti i suoi marchingegni (veicoli fuori bilancio, esplosione dei derivati “over the counter”, strumenti finanziari complessi e superopachi come: CdO, Cds, esplosione dei mutui subprime) che ha portato una enorme pletora di enti a battere moneta fuori da ogni controllo e da ogni regia; fantasmagoriche teorie e modelli economici sul monitoraggio dei rischi, emanazione di discipline fisiche e matematiche; vistosissimo spostamento dell’attività bancaria dal finanziamento delle attività produttive alle attività finanziarie e speculative (negli USA gli attivi formati da prestiti alle attività commerciali sono scesi dal 26% del 1985 al 10% del 2005.

Nello stesso periodo le banche hanno accresciuto di oltre sei volte il reddito totale (dal 7% del 1980 al 44% del 2007) proveniente da attività di trading (commissioni, plusvalenze, margini su operazioni di acquisizioni e fusioni); spremitura di risorse naturali per ottenere guadagni di capitale a breve, attraverso la cosiddetta “valorizzazione” di risorse naturali; formazione di feroci oligopoli nell’agroalimentare (la metà del mercato globale è controllato da dieci corporation; l’85% del commercio mondiale delle granaglie è in mano a tre corporation; altre tre controllano l’83% del commercio di cacao);

° questo gigantesco processo di concentrazione di redditi, di ricchezza, di potere, si potrebbe pensare avrebbe portato, almeno, ad un sistema finanziario solido. Ricchi, solidi, potenti, come la classe nobiliare prima della rivoluzione francese, come i baroni siciliani al loro apogeo, come i grandi “rubber baron” americani alla fine dell’800. Invece questi sono riusciti a diventare grandi aspiratori e concentratori di ricchezza ed al contempo a dar vita ad un sistema finanziario e bancario di estrema fragilità sistematica, basato come è su una leva eccessiva e su nuovi tipi di denaro, circolante per l’80% senza alcun controllo in volumi dell’ordine di un quadrilione di dollari, quali i derivati.

Sono super ricchi ma super fragili perché non sono classe dirigente. Sono ladri: “Posto che il denaro è anzitutto una promessa di valore, chiunque possiede la facoltà di creare denaro purché sia disposto, in via di principio, ad assumersi la responsabilità di far fronte al contenuto ed ai tempi della promessa”. Ed è proprio su questa responsabilità che si gioca la differenza tra classe dirigente e ladri. Sono pertanto ancora una volta d’accordo con Luciano Gallino quando scrive: “A motivo della sua considerevole fragilità intrinseca, la mega-macchina sociale denominata finanzcapitalismo rappresenta il maggior generatore di insicurezza socio-economica che il mondo moderno abbia finora conosciuto. Essa è strettamente intrecciata alla produzione di smisurate disuguaglianze; al deterioramento delle condizioni di lavoro nei Paesi sviluppati e al mantenimento di esse a bassi livelli per la maggior parte della popolazione dei Paesi emergenti; alla progressiva distruzione degli ecosistemi e alla devastazione dell’agricoltura tradizionale a favore di un modello rivelatosi incapace di nutrire il mondo. L’ascesa finora incontenibile della mega-macchina che svolge simili funzioni è un fattore centrale del degrado della civiltà – mondo…. La crisi economica (è ormai) crisi di civiltà”;

° uno degli strumenti ideologici principali per realizzare questo processo è stato il trionfo di un principio delirante e cioè il principio della “massimizzazione del valore per l’azionista come paradigma cui deve attenersi il management di qualsiasi società, industriale o finanziaria che sia. Esso ha incentivato i manager, e per certi aspetti li ha obbligati, a prendere decisioni tattiche e strategiche che guardano non al fatturato, alle vendite, ai volumi produttivi, all’occupazione, agli utili di gestione, agli investimenti in capitale fisso e ricerca e sviluppo, ma in primo luogo alle quotazioni giornaliere dei titoli della propria società in borsa. Nonché, occorre dire, alle proprie opzioni sulle azioni, divenute una parte maggioritaria dei compensi dei manager. (Luciano Gallino). Su questo punto, assolutamente decisivo, e che ha orientato tutto il sistema al breve termine mi permetto di rinviare al capitolo 6 del mio libro “Passaggio al Futuro, oltre la crisi attraverso la crisi”, dove il tema è analizzato a fondo sino al solenne epitaffio del Financial Times del 16 marzo 2009: “Shareholder value maximization is dead”.

L’agenda del “to do”

In conclusione, sul piano della struttura finanziaria, le cose cruciali da fare sono poche e le principali sono:

° bisogna procedere ad una graduale ma drastica riduzione delle dimensioni globali del sistema finanziario riconducendolo alla sua funzione di mezzo fondamentale di sostegno dell’economia produttiva (“narrow banking”);

° dovrebbe essere eliminata la finanza ombra riportando in bilancio tutte le attività detenute fuori bilancio dalle grandi holding finanziarie. È con tali mezzi che gli istituti finanziari hanno portato l’effetto leva al folle 30 a 1. Qualche piccolo passo in questa direzione fa Basilea 3 (settembre 2010) con disposizioni per la cui applicazione si rinvia, peraltro, al 2011;

° occorre regolare in modo stringente il mercato dei derivati OTC e molti strumenti intenzionalmente troppo complessi come tanti CDO e CDS dovrebbero essere proibiti:

° andrebbe fortemente limitata la cartolarizzazione dei crediti;

° molti aspetti della gestione dei rischi bancari andrebbero fortemente rivisti.

Tutto questo per poter riorientare il sistema economico-finanziario verso il finanziamento dello sviluppo, degli investimenti, dell’occupazione. Nulla di tutto questo sta avvenendo in modo serio, al di là delle cortine di chiacchiere dei vari congressi internazionali.

Le ragioni degli indignati

Questi sono i fatti che gli indignati non conoscono con precisione perché nessuna forza politica, nessuna forza sindacale, nessun movimento culturale, nessun grande giornale, nessuna televisione, nessuna facoltà di economia, nessun dibattito parlamentare li spiega loro con chiarezza e ne fa oggetto di un disegno politico, alternativo, a lungo termine, un progetto di correzione di questo finanzcapitalismo criminale. Ma ormai molti li percepiscono, sia pure confusamente, e l’unica cosa che si sentono rispondere, quasi con sadismo, è che non c’è e non ci sarà mai più lavoro per i giovani; e che non ci sono più soldi. Che si facciano una ragione: precari sono e incapaci di badare a se stessi e tali resteranno. Per sempre? Non si sa; si vedrà. E poi perché sono così petulanti e ansiosi? Perché tante domande?

I più informati sanno che l’attacco non è al capitalismo ed all’economia di mercato, ma al capitalismo di rapina che si è concretizzato negli ultimi trent’anni ed a tutti coloro che il mercato lo hanno manipolato, ferito, umiliato, trafitto, attraverso truffe di ogni tipo, oligopoli, monopoli, collusioni con governi o enti governativi. Non è un caso che non equivoci sostenitori dell’economia di mercato e del capitalismo, come il premio Nobel per l’economia Krugman, il governatore della Bce Draghi, il grande operatore finanziario Soros, hanno detto: gli indignati hanno ragione. Ma per poter parlare così è però necessario essere persone libere, e le persone libere sono in numero esiguo.

Hanno ragione gli indignati, perché questo infame finanzcapitalismo di rapina deve cambiare, se vogliamo tornare ad investire sul futuro, per i giovani, per la democrazia sostanziale, per una società più giusta e quindi più libera; se vogliamo contenere i rischi di un collasso generale, che è ormai possibile e che rischia di essere catastrofale.

Io credo di avere le carte in regola per dire queste cose, perché è da una vita che mi batto contro il finanzcapitalismo di rapina e per il capitalismo democratico, e perché è dal 2001 (nel mio libro: America. Punto e a capo) che ho denunciato il “pacco” che la finanza americana stava rifilando agli americani ed al resto del mondo. Ma, come illustra con efficacia Luciano Gallino, anche dopo la tremenda lezione del 2008-2009, ben poco (io dico: praticamente nulla) si è fatto per correggere la rotta:

° le banche che erano considerate TBTF (too big to fail) sono oggi ancora più grandi.

Nel 2010 queste grandi banche salvate, senza condizioni, dai governi hanno iniziato ad attaccare il debito pubblico degli Stati, cresciuto a dismisura proprio grazie agli aiuti forniti al sistema finanziario ed agli stimoli concessi all’economia per contrastare gli effetti delle loro stesse azioni; in America il Safe Banking Act l’unica proposta seria perché stabiliva che nessuna banca poteva possedere più del 10% del totale nazionale dei depositi e che nessuna banca poteva avere oltre il 2% del Pil come esposizione non depositaria, è stato rapidamente bocciato.

° Nessuna delle ottime raccomandazioni per un mondo più sicuro promosse dall’ex segretario dell’ONU Kofi Amman si è materializzata.

Gli Stati Uniti hanno approvato una legge di riforma (estate 2010), il Dodd-Frank Act, che contiene anche qualche spunto positivo, ma che non contiene niente di serio sui punti cruciali: riduzione delle dimensioni globali del sistema finanziario; riduzione delle dimensioni delle banche “troppo grandi per fallire”; separazione tra attività di credito e attività d’investimento; mancata eliminazione o riduzione della finanza ombra che fa capo alle banche (società condotte o veicoli per i fuori bilancio); limitazione della cartolarizzazione dei crediti; regolamentazione dei derivati (che viene in pratica rinviata ai decreti attuativi). Inoltre il provvedimento è estremamente macchinoso e, per entrare in vigore (non prima del 2015) richiede la realizzazione di almeno 530 decreti attuativi.

Anche i documenti sui quali si sta lavorando in sede di Unione Europea sono fortemente insufficienti e deludenti.

L’unico Paese che ha elaborato proposte serie è il Regno Unito dove la Financial Services Authority (FSA) ha elaborato, per ora solo proposte, basate sulla seguente corretta filosofia. È necessario “restringere il rango di attività in cui possono impegnarsi le maggiori istituzioni finanziarie, oppure la misura in cui possono impegnarsi in attività ad alto rischio. Questo perché nella crisi in atto la fonte principale di molte difficoltà istituzionali è stata l’eccessiva espansione (delle banche) in attività che vanno ben al di là del nucleo dei loro affari. Un ulteriore passo su questa strada potrebbe includere la creazione di “banche ristrette” (narrow banks) la cui funzione risiederebbe nel fornire prestiti e servizi di pagamento, mentre le attività di investimento sarebbero limitate ad attivi “sicuri” …. Inoltre si potrebbe pensare a restringere le dimensioni delle istituzioni finanziarie, in termini assoluti o in rapporto alla grandezza del particolare mercato in cui operano… Tale approccio punterebbe a evitare in primo luogo che qualsiasi istituzione possa diventare troppo grande per fallire”.

° Ma soprattutto non si è visto, se non in casi isolati (e assolutamente minoritari): l’assunzione di responsabilità da parte delle classi dirigenti sia finanziarie che accademiche (scrive Gallino che la consistenza numerica degli accademici critici si misura in percentuali ad una cifra, ma esistono), che manageriali, che sindacali, che politiche; né uno sforzo di pensiero nuovo; né qualche atto di generosità intellettuale e morale. Anzi, anche se la legge americana, il Dodd-Frank Ac, fosse, in buona sostanza, aria fritta, Wall Street ha speso, in due anni, 300 milioni di dollari per sbarrargli la strada. “Le risorse di cui dispone il finanzcapitalismo per difendere il proprio dominio in ogni ambito dell’organizzazione sociale sono praticamente infinite. Al confronto quelle di cui dispongono il pensiero critico, le organizzazioni non governative, i movimenti e le formazioni politiche che ad esso si oppongono e la stessa ONU, sono irrisorie” (L. Gallino);

Poi è arrivato il 2010: “L’anno in cui il finanzcapitalismo ha disvelato il suo ultimo capolavoro: rappresentare il crescente debito pubblico degli Stati non come l’effetto di lungo periodo delle sue proprie sregolatezze e dei suoi vizi strutturali, lungamente sostenuti ed incentivati dalla politica, bensì come l’effetto di concezione di lavoro e di uno stato sociale eccessivamente generoso”. (L. Gallino). Io sono totalmente d’accordo con Gallino quando conclude che “un’economia che presenta caratteristiche di tal genere va giudicata patologicamente irrazionale”.

Questo è il quadro di fronte al quale si trovano gli indignati. Trovo molto significativo il fatto che questo movimento internazionale non si sia messo in moto quando la crisi è diventata palese ed acuta nel 2008-2009, ma quando si è visto che la capacità del sistema di reagire e correggere la rotta erano prossime allo zero. Allora è subentrata la disperazione, la paura, lo scoraggiamento, l’indignazione. La posizione degli indignati è anche un disperato tentativo di reagire allo scoramento.

Le prospettive appaiono effettivamente disperate. Ma il futuro è, come sempre, aperto. Dipende da noi e soprattutto da cosa sapranno fare le nuove generazioni. Sapranno indirizzare le loro energie in direzioni costruttive? Riusciranno ad incrociarsi con quei membri responsabili delle classi dirigenti, che li potranno aiutare ad imboccare la via giusta, che non è certo quella della violenza, ma è quella della verità, della speranza, della conoscenza. Allora potrà anche avverarsi la previsione positiva dell’economista e scienziato politico brasiliano Luiz Carlos Bresser–Pereira (citato in L. Gallino pag. 313), che parla di un nuovo capitalismo: “Il nuovo capitalismo che emergerà da questa crisi riprenderà probabilmente le tendenze che erano presenti nel capitalismo tecno-burocratico, in particolare nei trent’anni gloriosi (1947-1977). In campo economico, la globalizzazione continuerà ad avanzare nel settore del commercio e della produzione, non in quello finanziario; in campo sociale, la classe professionale e il capitalismo basato sulla conoscenza continueranno a prosperare; a titolo di scambio, in campo politico lo stato democratico diventerà socialmente più orientato, e la democrazia più partecipativa”.

Certo che è ormai chiaro che le classi dirigenti tecnocratiche, da sole, non sono capaci di correggere un bel niente. Se lasciamo fare solo a loro siamo spacciati. È necessaria una azione dei cittadini, un’azione democratica forte, per ottenere le riforme finanziarie indispensabili alla nostra salvezza. Cito ancora Gallino con il quale totalmente concordo: “L’architettura del sistema finanziario mondiale, quale si è sviluppata dagli anni Ottanta, presenta una serie di gravi difetti strutturali. Essi hanno fortemente contribuito alla crisi che si è manifestata a partire dall’estate 2007, e ne stanno preparando una ancora più grave, a meno che non vengano effettuate entro un tempo ragionevole delle riforme mirate a vasti interventi di ristrutturazione. Sono i cittadini che dovrebbero richiederle ai Parlamenti nazionali, al Parlamento di Strasburgo, alla Commissione Europea. Se non saranno loro a levare la voce, nel senso hirschmanniano dell’espressione già ricordato, le lobby della finanza riusciranno ad annacquare sino all’insignificanza qualsiasi riforma tocchi i loro interessi e il sistema che li sostiene, diretto a finanziarizzare il mondo quali che siano i rischi di un disastro finale. Non è una figura retorica. Secondo quanto racconta nel suo libro il ministro tedesco delle Finanze di allora, Peer Steinbrueck, che ebbe un ruolo importante nel gestire la crisi in contatto con il governo americano, nell’autunno 2008 il mondo si trovò davvero sull’orlo dell’abisso. Ossia di un crollo generale dell’economia nei cinque continenti, inclusi finanza e industria, servizi e scambi commerciali. Si tratta di questioni che sono vitali per i cittadini, ma di cui perfino la politica, che dovrebbe tutelarli e orientarli, sembra essere all’oscuro”.

Si tratta di un’azione indispensabile ma difficilissima, perché “Il finanzcapitalismo ha reso grande parte della popolazione mondiale o materialmente impotente o psichicamente sottomessa” e la maggior parte degli “opinion leader” sono a libro paga del finanzcapitalismo. Per questo non solo dobbiamo capire ma essere grati agli indignati che tentano di rompere la crosta dura dell’ebetismo.

Marco Vitale

ESAME DI COSTITUZIONE PER I POLITICI

La selezione dell’elettorato passivo: un rimedio all’ignoranza dei parlamentari

Non sembrano essere ancora maturi i tempi per una democrazia non fondata acriticamente sul suffragio universale. La pretesa che gli elettori abbiano, se non le competenze, almeno un serio interesse per la gestione della cosa pubblica non è un seme che trovi oggi terreno fertile. Allora avanziamo una proposta più concretamente fattibile.

Si selezioni la platea degli eletti. Subordiniamo l’elettorato passivo al superamento di un esame basilare, nel quale si verifichi la conoscenza della Costituzione. I nostri parlamentari giurano su di essa, testo fondativo dello Stato. Richiedere che i rappresentanti ultimi del potere legislativo conoscano i principi che devono rispettare, ed i limiti che sono imposti alla loro azione, sembra il minimo.

Suona pleonastico, quasi ridicolo, chiedere una cosa del genere. Al normale cittadino sembra ovvio che un parlamentare conosca la Costituzione. Ma, a giudicare dalla quantità di norme che vengono dichiarate incostituzionali, e dal numero ancor più elevato di proposte (assurde) che per lo stesso motivo non diventano mai legge, così non è.

Allora perché non introdurre un semplice test, un esame di diritto costituzionale base, quale condizione necessaria per essere candidati al Parlamento?

Si noti bene: non si richiede necessariamente la condivisione di quanto viene prescritto dalla Costituzione. E’ assolutamente legittimo che qualcuno voglia apportare delle modifiche. Le nostre stesse proposte richiederebbero dei mutamenti radicali del testo costituzionale.

Ma proprio chi vuole cambiare l’esistente ha il dovere di conoscerlo. Allo stesso modo chi si pone in posizione di difesa assoluta dello status quo dovrebbe sapere di cosa sta parlando.

Immaginiamo allora che la consegna delle liste elettorali avvenga in due momenti. Prima si presentano le liste dei candidati provvisori. Questi vengono poi riuniti in luoghi controllati, in perfetto stile “esame di Stato”, e sottoposti all’esame di conoscenza della Costituzione. Chi non è promosso, viene automaticamente escluso dall’elettorato passivo (per quell’elezione). In un secondo momento si presentano le liste complete, composte da persone che hanno dimostrato di essere a conoscenza dei principi fondanti dello Stato, che li vogliano conservare o cambiare.

Sarebbe anche un utile messaggio per i cittadini comuni vedere i politici costretti a studiare e a passare un esame, prima di sedersi sui comodi scranni di Montecitorio e Palazzo Madama.

Ps. Ovviamente andrebbero adottati dei metodi per i quali chi corregge lo scritto non conosca l’identità dell’esaminato fino al termine della valutazione. Già adottando metodi telematici e domande a crocette si eviterebbero alcuni macroscopici inconvenienti.

T. C.

DUE PUGNALATORI DELLA DEMOCRAZIA

Se per una bizzarria della natura mi trovassi fratello o cognato dei 100 maggiori statisti della Repubblica -compresi quelli seduti nelle poltrone istituzionali più eccelse- l’unico della cui parentela non mi vergognerei sarebbe il presente gonfaloniere di Firenze, Matteo Renzi. Magari sbaglierei, magari è un cattivo soggetto, un congiurato, un Catilina dei nostri giorni. Ma i miei orecchi l’hanno sentito scandire quelle parole piene di destino ( benché blasfeme all’indirizzo della smisurata sapienza dei Padri Costituenti, i quali ci dettero la migliore delle Carte fondamentali della Via Lattea): “Il Parlamento -ha bestemmiato il sinistro Fiorentino- funzionerebbe benissimo con metà dei membri, e pagandoli la metà. Lo stesso valga per le assemblee regionali”. Il Gonfaloniere ha osato l’inosabile: “La legge assegnerebbe al Comune di Firenze 15 assessori. Noi li abbiamo limitati a 10. E il vitalizio dei consiglieri regionali andrebbe abolito. Piccole cose, ma insieme ad altre farebbero risparmiare”.

Che Renzi sia un provocatore, un eversore, uno spregiatore delle Istituzioni nate dalla resistenza e concimate dalle tangenti? Che dimentichi il fervore delle primarie pugliesi e bolognesi? Che cavalchi un’antipolitica corrosiva della compattezza nazionale, il mese stesso dell’Anniversario sesquisecolare?

Può darsi. Forse un giorno Renzi, alla testa di sediziosi con gagliardetti, irromperà mitra alla mano nei Passi Perduti di Montecitorio, nell’affollata buvette , nell’Ufficio Stipendi e Rimborsi, in altri luoghi cari al cuore e all’intelligenza di tutti noi. Attaccando le Istituzioni darà dispiaceri ai risorgimentali precursori del regime Bindi-Bocchino-Bondi: cioè a Silvio Pellico, a Mazzini, Carlo Pisacane, Amatore Sciesa, a tanti altri eroi che (a salutare eccezione degli attentatori di via Rasella) si sono sacrificati per la nostra libertà. Sono emuli di detti martiri, ai nostri giorni, ben mille parlamentari e centomila altri operatori del bene. In caso di necessità, Dio ce li conservi, i discepoli di Cesare Battisti offriranno i loro petti per salvare noi, come fecero il carabiniere d’Acquisto e padre Massimiliano Kolbe. Il vituperevole Renzi sarà tormentato dal rimorso d’aver cercato di gettare sul lastrico parecchi dei migliori tra noi. Lo sa il Bieco che l’onorata milizia parlamentare di vari politici si misura a mezzi secoli? E vuole rottamare i più insigni, coloro che hanno lottato di più!

Se un’altra anomalia della natura facesse di me un veterano di tante battaglie a Montemadama, so che promuoverei l’istituzione dell’Ordine dei Parlamentari ed altri Eletti (nel senso dei Riusciti a farsi eleggere). Nato l’Ordine, farei votare la radiazione di Renzi. Così Firenze imparerebbe a dare ascolto ai delatori, ai Tersiti che sotto Troia sparlavano dei generali achei, oggi diffamano gli zeloti della libertà. Giorni fa la Uil ha avuto l’infamia di insozzare i professionisti così indispensabili alla democrazia: i suoi uffici studi hanno propalato che sulla politica dello Stivale campano in totale, dal presidente in chief al più adolescente dei portaborse, 1,3 milioni di idealisti & idealiste, per un costo di 24,7 miliardi, non più del 2% del Pil e del 12,6% del gettito Irpef. Dice la torva ricerca Uil che in 10 anni i costi della politica, denunciati in linea ideale da moltitudini di politici e ingenuamente stigmatizzati da un referendum, sono lievitati del 40%. Un primato che i politicanti di mezzo mondo invidiano ai nostri: la vogliamo o no una democrazia avanzata?

Abominevole Angeletti pugnalatore alla gola, come quel Fabrizio Maramaldo che a Gavinana (1530) uccise l’Uomo morto Francesco Ferrucci. Canaglia di un caporione Uil, non solo ha retto il sacco a Marchionne per Pomigliano e Mirafiori, ma ha insinuato nei sinceri democratici ( darebbero il sangue per la Costituzione) il dubbio che 1,3 milioni di politicanti siano troppi, i più numerosi dell’Occidente in rapporto agli abitanti. Che costino troppo. Che abbiano l’anima meno bianca della neve.

Tuttavia mi resta il dubbio. I €24,7 miliardi stimati dai maramaldi di via Lucullo comprendono o no le tangenti, i prelievi sulla sanità e sui Trivulzi, le affittopoli, i rimborsi, le autoblu, le missioni di studio ai Caribi e altre n forme di rapina del contribuente? Se sì, quei miliardi non sono poi tanti. Applichiamo una scala mobile, sennò sfruttiamo i difensori del popolo.

In conclusione. Che fare dei sicofanti Renzi e Angeletti, visto che sconsideratamente abolimmo la pena capitale? Risposta. Diamoli in affido alla consigliera Minetti, e congiuntamente agli onorevoli e poeti Fini, Previti, Cicchitto e Finocchiaro, perché col supplizio della ruota li convincano ad emendarsi. Virtù repubblicana la trionferà!

JJJ

RIMPIAZZARE I POLITICI

Popolo contro la corruzione nell’Europa orientale

C’è solo un dato che può consolare un po’ l’Est europeo in fatto di corruzione: la gran madre Russia, tale almeno per i popoli slavi, batte, in peggio, tutti gli ex satelliti dell’URSS stando alle classifiche stilate ogni anno da Transparency International. Nei suoi paraggi si ritrovano soltanto la stretta parente bielorussa e il semiasiatico Azerbaigian. Come sappiamo (vedi l’”Internauta” di ottobre), si tratta di posizioni di coda nella graduatoria mondiale, che vede la Russia preceduta, in meglio, da un gran numero di paesi asiatici, africani e latino-americani.

Benchè ricollegabile a più o meno antichi usi e costumi nazionali, il livello di corruzione è influenzato non poco dalle circostanze prevalenti in questo o quel periodo. Come gli altri paesi ex comunisti, la Russia ha inevitabilmente risentito delle rovinose conseguenze del crollo di regimi e del mutamento di sistemi politico-economico-sociali. Le sue stesse dimensioni e la sua ricchezza di materie prime e fonti di energia la ponevano però in condizioni migliori dei suoi vicini occidentali per affrontare la sfida della transizione e anche la recente crisi dell’economia planetaria. Un vantaggio, questo, che sulla corruzione non sembra avere minimamente inciso.

Nella federazione russa, infatti, il vizio del malaffare ha continuato ad imperversare e addirittura ad aggravarsi. Nel resto del mondo ex comunista è invece prevalsa anche negli ultimi anni la tendenza ad un certo miglioramento malgrado alcuni alti e bassi. D’altronde, nonostante un paio di minacce di bancarotta (Lettonia, Ungheria), l’Europa orientale ha complessivamente resistito alla crisi meglio del previsto. Le misure di austerità più o meno pesanti resesi ovunque necessarie, quali il taglio delle retribuzioni a medici e poliziotti spinti perciò a ricadere in vecchie tentazioni, non hanno apparentemente prodotto le conseguenze paventate un anno fa da “Le Monde diplomatique” in una rassegna dedicata ai Balcani. Il che non toglie che proprio la sub-regione meridionale, sotto vari aspetti la più arretrata, sia rimasta altresì quella più flagellata da un morbo che comunque non cessa di affliggere l’intero Est europeo.

Le graduatorie vedono sempre quasi tutti i paesi della regione declassati rispetto a quasi tutti quelli dell’Europa occidentale, compreso un pezzo grosso, ma notoriamente per nulla esemplare, come l’Italia, peraltro superata in relativa virtù da almeno un paio di vicini orientali. Nel quadro generale spicca la divisione netta nord-sud in quanto nessun paese balcanico si piazza meglio di quelli dell’altra sub-regione, sempre che si consideri non balcanica bensì mittleuropea, come sembrerebbe giusto, la Slovenia (che non a caso, con un voto di abbondante sufficienza, figura come la più virtuosa di tutti insieme con l’Estonia), e invece balcanica la Moldavia, già parte in passato della Romania prima che dell’URSS e oggi, anche qui non a caso, paese più povero del vecchio continente oltre che tra i più corrotti.

I Balcani si trovano adesso sotto speciale osservazione perché un particolare sforzo domestico per combattere la corruzione viene richiesto dall’Unione europea insieme ad altre condizioni poste ai paesi dell’area in attesa di ammissione. Per la verità la stessa richiesta era stata fatta da Bruxelles a Bulgaria e Romania, che hanno finito con l’essere ammesse malgrado adempimenti per lo meno discutibili e i cui progressi in quel campo sono stati per lo meno modesti anche una volta raggiunta la meta agognata. Analogamente, non moltissimo è cambiato neppure negli Stati dell’ex Jugoslavia rispetto alla situazione che una commissione internazionale non governativa per i Balcani presieduta da Giuliano Amato dipingeva, nel 2005, in termini alquanto crudi, denunciando tra l’altro una corruzione “pervasiva”. Se non è stato questo l’ostacolo principale, è sicuramente parte integrante di un quadro complessivo che spiega il perdurante ritardo dell’ammissione nella UE di Croazia, Serbia e Macedonia dopo quella della Slovenia (accolta anche nell’Eurozona), per non parlare di entità statali precarie o dal profilo controverso sotto diversi aspetti come la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro e il Kosovo. Minori ostacoli, almeno di natura interna, si presentano solo per l’Albania, risollevatasi in qualche modo dalla condizione totalmente catastrofica degli anni ’90.

Ciò che più di recente accomuna tuttavia i Balcani al resto dell’Europa orientale è un’inedita o quanto meno accentuata sensibilità al problema corruzione, la sua appariscente ascesa in primissimo piano con conseguenze concrete comunque rimarchevoli. Un anno fa l’“Economist” rilevava che i progressi economici compiuti in precedenza dall’intera regione (o quasi) avevano “ridotto il malcontento per i politici corrotti e i burocrati prepotenti”. Se ciò era vero, la successiva crisi, benché non micidiale, ha fatto sì che il malcontento riesplodesse a tutto campo.

Nuovi partiti, movimenti e iniziative popolari sono nati un po’ dovunque allo scopo precipuo di combattere il malaffare, ottenendo successi spesso inattesi e contribuendo a sconfitte elettorali anche impreviste di governi e partiti da tempo dominanti o comunque con seguito finora forte. Ciò era avvenuto, già lo scorso anno, in Bulgaria, con l’ingresso in parlamento e l’ascesa al potere, a spese del partito socialista, dei populisti di centro-destra guidati dal sindaco uscente di Sofia, Bojko Borisov, che ha promesso lotta senza quartiere contro corruzione e criminalità organizzata, mentre i liberali dell’ex re Simeone sono stati sloggiati da un nuovo partito specificamente indirizzato in tal senso.

Nella Repubblica ceca la scena politica è stata sconvolta nella scorsa primavera dall’irruzione di ben quattro formazioni dello stesso tipo, all’insegna di motti quali “Rimpiazzare i politici”, “Il pubblico conta” o “Defenestrazione 2010”. Una di esse è capeggiata da un ex ministro degli Esteri, epigono della dinastia principesca degli Schwarzenberg, che bolla la corruzione come un cancro e vuole impedire che la Cechia diventi una “nuova Sicilia, senza mare né aranci”. Agli ampi consensi riscossi dalla loro campagna si deve almeno in parte il cambio della guardia a Praga tra socialdemocratici e centro-destra.

Quasi contemporaneamente, in Ungheria, l’ampiamente prevista riscossa del centro-destra è giunta puntuale. I socialisti, al potere da otto anni, sono stati sbaragliati per un insieme di insolvenze comprendenti la deriva in materia di malaffare, tema su cui il premier di ritorno Viktor Orban, già pugnace sotto il regime comunista, ha battuto da par suo minacciando le misure più drastiche contro i funzionari disonesti. In Romania invece, nello scorso dicembre, il presidente della Repubblica Traian Basescu, in carica dal 2004, è riuscito a rovesciare i pronostici superando di misura l’avversario di centro-sinistra. Ora però dovrà dimostrare di saper mantenere meglio le promesse, analoghe a quelle di Orban, fatte all’inizio del primo mandato, durante il quale si è mosso piuttosto in senso contrario, ostacolando e punendo, semmai, i moralizzatori o sedicenti tali.

Sarebbe incauto, in effetti, plaudire senza riserve a tutte queste campagne più o meno trionfali e in particolare a quelle di forze e personaggi politici ovviamente alla ricerca di consensi più o meno facili. Già in Polonia nel 2005 i conservatori populisti dei gemelli Kaczynski avevano vinto le elezioni lanciando una crociata contro la corruzione che però parve ben presto strumentalizzata per regolare i conti con gli avversari oltre che viziata da eccessi ed abusi, e l’elettorato infatti non tardò a sua volta a pentirsi provocando un nuovo cambio di governo. Anche altrove il comportamento di tribunali speciali e commissioni insediati in vari paesi per fare pulizia non era stato sempre irreprensibile, tanto da giustificare talvolta dure reprimende e addirittura soppressioni da parte governativa, sia pure a loro volta inevitabilmente sospette. In altri casi, all’opposto, imponenti apparati repressivi e preventivi appositamente creati avevano brillato per la loro inerzia o inconcludenza. In Albania, poi, in occasione delle ultime elezioni parlamentari (giugno 2009), si è assistito a violente accuse reciproche di corruzione tra i due partiti maggiori, interpretabili in almeno due modi facilmente intuibili.

Oggi tuttavia ci si trova di fronte a mobilitazioni popolari apparentemente spontanee tali da modificare i termini del problema innanzitutto nel senso di smentire una generale indifferenza o rassegnata delusione dell’opinione pubblica riscontrata ad esempio dall’”Economist” a metà del 2008, paragonando tra l’altro la situazione est-europea a quella italiana. Ma anche nel senso di conferire augurabilmente maggiore credibilità a programmi e propositi delle forze politiche altrimenti non del tutto rassicuranti. Con l’aiuto, beninteso, anch’esso augurabile, dell’altra Europa, non solo attraverso le istituzioni comunitarie ma anche il buon esempio dei singoli paesi.

Franco Soglian

BESTSELLER SENZA OBBLIGO DI IDEE

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Mi imbatto in un vecchio libro di Gian Antonio Stella, Lo Spreco. Italia: come buttare via due milioni di miliardi, Baldini & Castoldi, 2^ ediz., 1998 (tutte le malefatte espresse in lire). “Il più duro atto d’accusa -recita il risvolto di copertina- mai scritto contro le scelleratezze della pubblica amministrazione. Un reportage agghiacciante”. La copertina avverte che “la composizione di una mappa dettagliata degli sprechi è temeraria, se non proprio impossibile”. Ogni riga del libro, si può dire, è uno scandalo repubblicano. A circa 33 righe per pagina, su 368 pagine, Lo Spreco potrebbe risultare il catalogo di dodicimila scandali, più o meno. Ma l’editore ha ragione, enumerare le malefatte di regime è come contare le stelle del cielo.

Non così arduo, invece, derivare un catasto delle ruberie dalle 16 pagine del capitolo XIV, “I privilegi della classe politica”. Un capitolo precursore, apre i sentieri alla “Casta”, il prodigioso bestseller di G.A.Stella e Sergio Rizzo. Qui, a differenza degli altri capitoli, il tutto è focalizzabile su pochi esempi. “Il senatore Arturo Guatelli non mise mai piede a palazzo Madama. Riceve un vitalizio di oltre 39 milioni netti all’anno, senza avere posato nemmeno per un minuto le terga sul suo seggio virtuale” (spiegazione: la legislatura finì’ poche ore dopo la nomina quale primo dei non eletti). Guatelli:”Non sono abituato a buttare i soldi dalla finestra. Capisco che si tratta di un privilegio ma la legge non l’ho inventata io”.
Giovanni Valcavi, altro peon della Camera Alta, vi sedette per tre mesi. Assegno a vita, 3 milioni al mese. Nel 1996, riferisce Stella, gli ex senatori a riposo erano 752, più 391 vedove o eredi di defunti. I pensionati d’oro della Camera, 1188. Dice la legge che un parlamentare può andare in pensione a 60 anni se ha fatto una legislatura, a 45 se ne ha fatte quattro. A tutti i non eletti viene data una ‘indennità di reinserimento’ (quasi fossero ex detenuti, nota faceto l’Autore). .

Al Parlamento europeo i nostri deputati non sfigurano: .

Il sommo bonzo repubblicano Oscar Luigi Scalfaro in gioventù fece il magistrato per quattro anni, poi passò in politica; nell’aspettativa raggiunse il massimo della carriera togata. La somma tra indennità quirinalizia, poi di senatore a vita, più i vari vitalizi, è impressionante, protetta da un velo di segreto secondo Stella. Il deputato Mirko Tramaglia tuonò: “Da 40 anni in Parlamento, Scalfaro ha continuato a percepire lo stipendio di giudice ed è andato in pensione come presidente di Cassazione” (leggiamo sempre ‘Lo Spreco’).

Il suggestivo capitolo si chiude con Affittopoli: . Manca, osserviamo noi, il principesco appartamento di Nilde Iotti. Se non ricordiamo male, superava alquanto i mq di De Mita; ma anche i suoi emolumenti e appannaggi reggono bene il confronto: eletta ventiseienne nel 1946 e sempre rieletta fino al 1992. Una vita di abnegazione e lotte proletarie.

Basta, tutti sconci ben noti. Dai giorni de “Lo Spreco” è scorso un vasto fiume, gonfio di acque, liquami e relitti della virtù repubblicana. Si diano pace coloro che morirono (e uccisero) per abbattere quell’altro regime. Poi è venuta la requisitoria terribile della “Casta” ma il male ha ulteriormente trionfato: oggi qualche politico ottiene le case in proprietà, non in affitto.

Più nessuno ignora che la ricchezza nazionale è alla mercé di politici, burocrati e boiardi mostruosamente voraci. La bulimia (=fame insaziabile) ha colpito duro: mezzo milione di persone, dai leader eccelsi all’ultimo portaborse, ultimo consigliere di zona, ultimo geometra di ufficio tecnico comunale. Mezzo milione di ladri. La libertà e la democrazia sono beni incommensurabili ma hanno un costo: les voleurs che eleggiamo o ingaggiamo, più parenti e compari. Sono i nostri narcos, solo che delinquono in modi diversi dalla Colombia e dal Messico.

Tuttavia. Chiuso “Lo Spreco”, una domanda. Perché non un rigo, nel libro, su come liberarci? Siamo condannati senza speranza? Non eravamo una nazione di intelligenti, sprizzanti genio latino? Oppure i grandi giornalisti sono esenti dall’obbligo di avere idee?
Al contrario della rassegnazione dei grandi giornalisti, affermiamo che la salvezza è possibile. La professione di politico andrà cancellata. I burocrati e i boiardi andranno “decimati”: uno ogni dieci licenziato e spogliato di tutti (gli altri nove capiranno). Beninteso, purché si cancellino i diritti acquisiti, si correggano i codici e gli stipendi tornino ai livelli di quando Giovanni Lanza, presidente del Consiglio (1869-73), andava in persona ad aprire la porta di casa.

Le leggi del mercato non permetteranno? Infatti: un po’ dovremo uscire dal mercato, svezzandoci dal benessere e dagli alti consumi.

A.M.C.

UNA RICETTA CHE AVVELENA

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Quel giorno di agosto un’ascoltatrice affranta telefona a Sergio Rizzo, conduttore di una rassegna dei giornali a Radio Tre: l’Italia è la sentina di tutti i mali, mai la politica è stata così costosa e sporca, dovunque guardi è desolazione, non esiste un partito o un personaggio che sia migliore degli altri, che devono fare i cittadini? Laconica risposta del celebre giornalista: “votare”. Poi, per spiegarsi meglio, “votare”.

In mancanza di interpretazioni autentiche, il ‘votare’ di Rizzo vuol dire negare il voto al partito X e darlo a quello Y. Ora, Sergio Rizzo ha conseguito fama e meriti imperituri scrivendo con G.A.Stella un libro, La Casta, che ha avuto un successo fenomenale, sbaragliando ogni record di vendita. Ingenuamente, in molti credemmo che la requisitoria di Rizzo e Stella avrebbe ferito gravemente il regime. Invece il regime ha incassato tutto senza un ematoma, senza un’escoriazione. Le ruberie si sono ingrossate.

E questo passi: con tutte le sue tabi, l’impero d’Oriente durò mille anni. La Chiesa romana, con tabi più gravi, duemila e va verso il terzo millennio. La partitocrazia/cleptocrazia italiana appartiene alla stessa categoria, organismi molto malati, però perenni. Rizzo e Stella dunque hanno tentato una missione impossibile. La Casta è stato uno sforzo prodigioso e senza speranza. Questo sì. Ma che dire di quel precetto ‘votare’ emesso nel 2010, a metastasi cancerosa conclamata? Che pensata è punire i farabutti X della Casta e premiare i farabutti Y? Cosa succede a Sergio Rizzo?

La verità è che l’intero pensare politico italiano è, ai piani alti, perfettamente incapace di concepire alternative a ciò che ci affligge, e nemmeno vie di fuga. Le analisi dei nostri mali sono realistiche, anche condivise. Soluzioni nessuna, per alto che sia il rango dei politologi. Si sentono troppo soci e mezzadri del potere. Quasi che l’Ancien Régime sorto nel 1945-47 sia una categoria eterna.

Eterna non è. Il congegno montato da De Gasperi Togliatti e Nenni è persino più precario del Muro di Berlino.

A.M.C.