De Gaulle insegnò: le Costituzioni scritte dai partiti si stracciano

Giorni fa il Corriere della Sera (Gerardo Villanacci) ragionava: “In questi lunghi anni di crisi, culturale prima ancora che economica, la politica si è arresa sì al mercato, ma soprattutto allo strapotere dei partiti”. Tuttavia, sostiene il Villanacci, questo momento di grande difficoltà può essere un punto di ripartenza della politica (…) Non si esclude che “in una prospettiva futura possa esservi democrazia a prescindere dai partiti”. L’Autore non prova nemmeno a sostenere che la democrazia sia essenziale al superamento delle attuali crisi di sistema. E’ possibile, diciamo noi, che essa democrazia sia addirittura nociva. La Cina trionfatrice e le nazioni neo-industriali si curano della democrazia?

Matteo Renzi sembrò vagheggiare in segreto di emulare a suo modo il de Gaulle del 1958: e non si può dire fosse solo un velleitario. Il suo successo iniziale non era stato cosa da poco. Persino Mario Monti si era trovato a disporre in un frangente grave delle possibilità che avevano fatto trionfare de Gaulle. L’abbattimento della Quarta repubblica fu l’unico successo pieno del Generale: la vittoria del 1944 sull’occupatore germanico non spetta né a lui, né al Maquis, bensì ai marescialli di Eisenhower).

A Matteo Renzi, come a Mario Monti, mancò la fede in sé stesso. Non capì che la sua missione grossa avrebbe dovuto essere di liberare lo Stivale dai Proci, non solo di rottamare i più marpioni. Gli mancò l’audacia di cancellare la Quatrième italiana, la repubblica più oligarchica e più tangentocratica del mondo occidentale.  Nel ’58 de Gaulle vinse perché osò abbattere le istituzioni del parlamentarismo. Il Generale capì ciò che Monti e Renzi non intuirono: che le malerepubbliche si possono/devono sovvertire, per il bene della nazione. La condizione ha da essere il prescindere dalla legalità, dalle Carte e dalle Corti, tutte controllate in esclusiva dai politici professionali.

Forse Monti e Renzi potrebbero ancora tentare, magari insieme. E forse sovvertire la nostra Quatrième risulterà sorprendentemente facile: come facile fu nel 1923 il sorgere della bonaria Dictadura spagnola di Miguel Primo de Rivera. Il plauso del popolo, in primis gli operai e i contadini, durò almeno un quinquennio, nel quale l’economia spagnola intraprese il cammino che la porterà ai successi di 95 anni dopo.

Da noi quasi nessuno si spinge a proporre di capovolgere la nostra storia contemporanea. Eppure tutto sarà meglio che oggi, se un uomo superiore agli altri rimuoverà lo scadente nostro meccanismo di democrazia rappresentativa. Intanto lo Stivale non cresce da un quarto di secolo: non è sicuro ma è probabile che mortificando i partiti e i politicanti, il veicolo Italia avanzi meglio. Andò così in Francia sessant’anni fa: stracciata la Costituzione del 1946, assegnati i pieni poteri a un uomo, la Francia riprese lena. Senza le sacrosante demolizioni del Generale, la Quatrième si sarebbe rassegnata a finire come noi. Noi siamo peggio della Quatriéme. Essa è passata alla storia come un’epoca di instabilità politica e di conflitti sociali.

Non abbiamo un de Gaulle, naturalmente. Ebbene, proviamo a darcelo. Non criminalizziamo, bensì sosteniamo chi riesca ad imporsi sulla consorteria dei politicastri.

Nel momento che la Quarta nacque, de Gaulle profetizzò: “Non sarà nemmeno un governo d’assemblea, ma da birreria”. Si rivelò subito una dittatura dei partiti. I partiti, che Pétain aveva soppresso, apparivano l’essenza stessa della libertà e dell’antifascismo. Chi su questo avanzava riserve era immediatamente bollato ‘cesarista’ e ‘bonapartista’. Ma andò esattamente come aveva previsto il Generale: “Quando si scatenerà la burrasca verranno a rifugiarsi sotto la mia ala. Potrò dettare le mie condizioni”.

Tra il 1947 e il 1951 il partito comunista di Maurice Thorez, con 814 mila iscritti e cinque milioni di elettori, è la prima forza politica e soprattutto esercita una specie di monopolio dell’intelligenza francese. L’economia va molto forte ma ai francesi non basta: la Quarta è detestata come il regime dell’instabilità, dell’impotenza, dell’inettitudine a gestire l’immenso capitale accumulato dalla Francia nel suo impero coloniale, secondo solo a quello britannico.

Tra il 1950 e il 1956 la Quatrième ebbe 12 governi. Vogliamo elencarli tutti, a disdoro della classe politica insediata dalla Costituzione  del 1946: G. Bidault, R. Pleven, H. Queuille, R. Pleven, A. Marie, E. Faure, A. Pinay, R. Mayer, J. Laniel, P. Mendès-France, E. Faure, G. Mollet. Nel 1953 l’elezione del presidente della Repubblica richiese 13 scrutini.

Quando il 3 giugno 1958 de Gaulle entra a palazzo Matignon, chiamato dal capo dello Stato René Coty in quanto “il più illustre dei francesi”, i partiti capitolano. Ricevuti in tutta legalità i pieni poteri, de Gulle stende la Costituzione della Quinta repubblica, al cui centro è la fine dell’egemonia dei partiti e l’esautorazione del Parlamento. Tutti i partiti si oppongono, in testa quello che era stato il possente PCF, ma il referendum del 28 ottobre 1962 approva col 62% dei voti.

Il Generale dimostrerà di essere non il solito dittatore, bensì il grande riformatore che occorreva alla Francia -e all’Italia di sessant’anni dopo- dimettendosi nel 1969, il giorno stesso che conobbe il risultato del referendum del 27 aprile. I partiti ebbero la loro vendetta, ma la Quinta Repubblica resta iper-presidenziale.

Anche l’Italia dovrà liberarsi delle istituzioni imposte dai partiti: dovrà liberarsi dalla democrazia rappresentativa. L’Italia non soffre dei duri problemi coloniali della Francia -l’Algeria!- e non dispone del personaggio della croce di Lorena. In compenso i politici italiani sono ‘N’ volte più corrotti e più corruttibili di quelli francesi del 1958. Il suo retaggio storico – dalle guerre civili di Roma al potere temporale dei Papi e all’asservimento a tutti gli stranieri – è tra i più inquietanti. Un giorno un uomo di tempra dovrà abbattere questa repubblica.

E’ quasi certo che non occorreranno i carri armati: gli italiani gioiranno. Si aprirà la conversione a quella delle varie formule di democrazia semi-diretta che prometterà di bloccare il ritorno dei Proci  usurpatori.

Antonio Massimo Calderazzi

Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

Fodella sul coma della democrazia rappresentativa

Per quel che ne so, l’economista Gianni Fodella dell’università statale di Milano, autore su Internauta di “Riflessioni sull’arte di governare”, ha fatto un percorso di conversione che si avvicina a quello di Agostino, futuro vescovo di Ippona in Numidia.  Questi passò da una convinta militanza nella fede di Mani al cattolicesimo romano, anzi ambrosiano. Fu il grande Ambrogio a convincere e a battezzare Agostino. Le  spoglie del vescovo di Ippona riposano a Pavia nella chiesa, cara a Dante Alighieri, di san Pietro in Ciel d’Oro.

Non è sicuro che Ambrogio fece trionfare in toto la verità spegnendo in Agostino la fede manichea. E’ invece sicuro che l’insegnamento evangelico, così lineare, dovette imporsi per razionalità oltre che per pregnanza sugli affreschi cosmogonici del persiano Mani. L’insanabile contrapposizione manichea tra i due principi assoluti, il Bene e il Male, era molto incisiva, ispirò più di un’eresia medievale e potrebbe persino riaffiorare. Tuttavia si può capire che il figlio del decurione romano e di Monica sia rimasto incantato dalla semplicità del messaggio cristiano.

Il sistema religioso manicheo, così vicino al pensiero gnostico, la faceva un po’ troppo difficile coi tentativi della Materia di impadronirsi della Luce, coi ruoli della Madre dei Viventi, dell’Uomo primigenio, del Nous che risale in Cielo, del corpo e della psiche che restano prigionieri, del principio buono che crea l’universo per liberare le particelle celesti catturate dalla materia e per separare la luce dalle tenebre. Forse ad Ambrogio bastò leggere ad Agostino il Discorso delle Beatitudini e il futuro vescovo di Ippona diverrà il più amato tra i Dottori della Chiesa, maestro anche dei protestanti. Sarà agostiniano Martin Lutero, ricostruttore del Cristianesimo. Non per niente gli storici cattolici parlano di una “scia protestantica” dell’agostinismo.

Gianni Fodella, che c’entra? C’entra in quanto anch’egli, come Agostino, ha accettato di convertirsi. Un tempo, magari lontano, anche il nostro economista credeva che la democrazia delle urne, dei parlamenti e della naturale leadership dei politici eletti, dei professionisti della rappresentanza, fosse il Sistema obbligato per l’Occidente. Invece il suo scritto recente su Internauta segna l’elaborazione di un pensiero diametralmente opposto.

“Governare non è un mestiere” ha scritto Fodella. Può governare chiunque possegga le virtù del padre di famiglia e del buon cittadino. Il voto alle elezioni non stabilisce chi è probo e capace. Neanche gli studi fatti e il lavoro svolto sono decisivi: per rappresentare il popolo occorrono soprattutto buon senso, capacità di ascoltare e anche modestia, in una parola umanità. Bisogna diffidare della capacità di parlare in pubblico: il governante non deve possedere le doti del piazzista. Dunque il governante deve essere un cittadino indicato dal caso. La professione del politico di carriera va cancellata.

Un cittadino indicato dal caso: è il cuore della conclusione maturata da Fodella e da altri a valle della secolare appartenenza di quasi tutti al furfantesco pensiero unico della rappresentanza. La rappresentanza è il congegno che espropria la sovranità dei cittadini e la consegna ai mestieranti della politica e ai mandatari dei gruppi d’interessi. L’uguaglianza tra i cittadini e la loro sovranità si realizzano solo se si può essere sorteggiati per governare. Quando Atene era capitale della civiltà occidentale un coltivatore di ulivi veniva spesso sorteggiato a fare l’arconte.

Venticinque secoli dopo, e nelle circostanze di un mondo tiranneggiato dalla complessità, è giocoforza peraltro attenuare la purezza talebana dei principi egualitari, la quale produrrebbe guasti. Quindi è verosimile che un giorno la democrazia del sorteggio riduca drasticamente sul piano dell’operatività le dimensioni della Polis sovrana: p.es. da 60 a un milione di cittadini sovrani.

Un milione sono anche oggi in Italia i professionisti della politica, dal portaborse del consigliere di zona al notabile in chief che siede al Quirinale: ma nella democrazia del futuro saranno sorteggiati, non espressi dalla frode elettorale; più ancora, agiranno per tot mesi, senza possibilità di riconferma, non a vita.  Decisori e gestori operativi, compensati modicamente e spogliati di ogni privilegio, assiduamente controllati dagli altri cittadini sovrani pro tempore, nonché dal referendum permanente di tutti quei cittadini ‘anagrafici’ che vorranno e sapranno agire on line, potranno malversare e rubare assai meno che oggi. Avverto che le ipotesi di cui agli ultimi tre paragrafi sono mie, nell’ambito naturalmente del principio del sorteggio.

Il nostro economista riflette che passare dalla rappresentanza truffaldina al sorteggio è sì un’utopia, ma è da realizzare o almeno da avvicinare. La politica dell’Occidente si basa oggi sulla menzogna, sulle enunciazioni disoneste, su programmi sempre disattesi (anche in quanto non esistono più i progetti sociali e i partiti hanno perso ragion d’essere). Si impone il teatro della politica, e gli attori che hanno sostituito le leadership tradizionali sono, dice il Nostro, parassiti senza scrupoli, non meno rapaci e prevaricatori degli aristocratici di un tempo.

Fodella ha abiurato la fede di un tempo lontanissimo, quando il parlamentarismo era un ideale; oggi non potrebbe essere più screditato e odiato. Ma come Agostino da Ippona trovò ad accoglierlo un popolo già immenso, Fodella sa di imbattersi una miriade di volte in formulazioni tipo la sola alternativa al regime dei partiti e dei professionisti delle urne è la democrazia semi-diretta. Poiché quest’ultima è impossibile se le popolazioni sono immense, è giocoforza il sorteggio, che ridimensiona la Polis ai numeri dell’Atene del V secolo a.C.

Dunque il popolo potenziale dei fautori del sorteggio è vasto. Se il ‘ritorno ad Atene’ non appare vicino è in quanto la rappresentanza ha una magagna in più: tiene i cittadini rassegnati alla sudditanza nei confronti dei Proci usurpatori, meritevoli dell’arco possente di Ulisse.

Antonio Massimo Calderazzi

Quando ci convinceremo che siamo troppi e c’è quasi niente da fare?

Alcuni fiumiciattoli, il Rio Maggiore il Bisagno ed altri, esondano o fanno saltare le condotte in cui furono intubati, e la devastazione non colpisce solo i quartieri bassi e le case seminterrate. Colpisce anche il senso della realtà e delle proporzioni. La community dei giornalisti, dei candidati alle elezioni e dei frequentatori dei bar tabacchi impazzisce letteralmente. Laureati in lettere antiche emettono referti idrogeologici. Suadenti columnists sospendono lo scandaglio delle intenzioni di Bersani, posticipano  l’interpretazione degli scherni dalemiani all’indirizzo di Pisapia, per pronunciarsi sul calcestruzzo dei manufatti pubblici. Mezzi milioni di semplici abbonati alla Tv storicizzano secoli di errori edilizi. Turbe di pensionati escogitano e prezzano interventi risolutivi. Il coro del Web dà per tassative le più grandi opere, che siano senza badare a spese.

Ben pochi portano il ragionamento fino in fondo: che siamo in troppi, mica solo in Italia: dunque ci terremo  quasi tutte le esondazioni e le calamità, terremoti compresi. Molti progetti risulteranno irrealizzabili o titanicamente costosi. Lo Stivale ha spazio e ricchezza adeguati per 20 milioni di humans. Ne ospita il triplo, e quest’anno ha registrato con giusto giubilo 48 milioni di presenze turistiche.

E’ vero, Singapore e Hong Kong sono più antropizzate di noi e sembrano smentire i pessimismi. Ma la Saturnia Tellus è popolata da un’etnia a sé, meglio non stabilire raffronti. Provate a spiegare all’Etnia che per mantenere a regola d’arte i tombini e per azzerare le perdite d’acqua potabile le IMU andrebbero trentuplicate, le piacevolezze dell’edonismo cancellate, le Audi e le Bmw demolite, gli stili di vita dimenticati. Il nostro è benessere troppo recente perché possiamo permetterci plurimi mutui casa e al tempo stesso sanare il dissesto idrogeologico, nonché mettere in sicurezza il costruito. Ci sono arditi pensatori che esigono di bonificare il patrimonio dalle architetture che sanno di fascismo. Se si comminasse una frustata a chi propone programmi senza indicare risorse sicure, cioè senza quantificare la moltiplicazione delle tasse, il comparto della produzione di fruste risulterebbe deficitario.

In altre parole: chi vuole prevenire ogni crollo da sisma, chi ricostruirebbe sagrati e bargelli com’erano, chi intende restituire il futuro ai giovani, chi crede a portata di mano un aiuto agli africani che non intacchi i nostri livelli di vita, chi affronterebbe cento altre opere di progresso e di giustizia, senta l’obbligo di dettagliare con quali risorse: pena l’iscrizione nel casellario dei pagliacci, iscrizione comportante l’accessorio raddoppio di tasse e accise. Oppure ammetta che non siamo nell’isola di Utopia.

Neanche tale ammissione ci sarà mai, la nostra essendo un Narrenschiff, un vascello fantasma di soli begli spiriti, di soli commedianti di farse, fescennini e cachinni. Noi non sappiamo se gli studi di Cinecittà sono sempre la superba location delle produzioni cinematografiche e affini. Se sì, lì dovremmo trasferire dai palazzi maestosi le somme istituzioni e i vertici del potere effettivo. A Repubblica precaria, sedi di prefabbricato e di materiali leggeri. Come giorni fa scriveva Aldo Cazzullo, uno tra gli opinionisti più pervasi di fierezza nazionale, la Patria da cui ci attendiamo nuove risorgenze e nuovi saltelli in avanti è assalita “dalla crisi economica, dal disagio sociale, dalla guerra tra poveri accesa da un’immigrazione fuori controllo, dal discredito delle classi dirigenti, dalla scomparsa dei partiti tradizionali”.

Francamente non arriviamo a comprendere quest’ultimo rimpianto, che non ci siano più i partiti di una volta. Sono esse, le leadership della Fase Costituente, le mamme e le nonne della Più bella delle Carte, che hanno plasmato la realtà dei nostri giorni, realtà che non piace nemmeno a Cazzullo, il Bardo del 150° dell’Unità.

Una Polis così, sgradevole persino al Bardo, potrà disfrenare l’impetuoso Nuovo Miracolo italiano, riscossa idrogeologica e vendetta antisismica comprese, senza ricorrere alla rivoluzione culturale di Pol Pot? Senza almeno riconoscere che siamo in troppi e che non c’è posto per nuovi venuti, nemmeno uno?

 

a.m.calderazzi

LA BOLDRINI HA DIFETTI, NON QUELLO D’ESSER FIGLIA DI ARRIGO BOLDRINI

Fece bene Laura Boldrini, tempo fa, a respingere d’impeto la bufala secondo cui era figlia dell’omonimo Arrigo. Meritò la solidarietà di tutti. ‘Figlia di un mito della Resistenza’, nome di battaglia Bulow, era troppo anche per una deputata di Vendola. Tutti hanno diritto a non essere associati al capo di quel gappismo che tra l’aprile e il giugno 1945, dopo la ritirata dei tedeschi e la resa degli ultimi fascisti, passò per le armi nella sola località di Cavenigo (Padova) 136 persone: non tutti militi o brigatisti neri, anche civili e parenti.  Cavenigo è una delle pagine più infami della ferocia partigiana, e si inserì in un panorama di atrocità che non sfigura nel confronto con le stragi SS. Nell’intero padovano le esecuzioni successive alla “vittoria” dei killer di Stalin furono molte centinaia.

Il principale capo guerrigliero locale era Arrigo Boldrini: logico che nel contesto di allora venisse assolto dai tribunali. Si usava così. Non lo sappiamo che la nostra Repubblica – un settantennio dopo  riconosciuta in genere come la peggiore d’Occidente – nacque dai mitra gappisti? Allora, nella gloriosa Fase Costituente, agli autori o coordinatori dei fatti antifascisti più crudeli spettavano larghe immunità. In più ricompense, decorazioni, cariche e prove monetarie della riconoscenza di noi contribuenti. Così i responsabili di Dongo e di via Rasella (cioè delle Fosse Ardeatine) sedettero a lungo in parlamento. Così Boldrini\Bulow fu deputato, poi senatore – senza interruzioni – per undici legislature (1945-94, mezzo secolo). Il PCI esercitava i suoi diritti.

E l’interminabile opera legislativa di Nilde Iotti, consorte di Togliatti (eletta 13 volte, complessivi 51 anni), come negare che ad essa dovemmo il Miracolo economico e l’ingresso tra i Grandi del pianeta? L’ex partigiana Nilde fu acclamata tre volte presidente della Camera, un record (per me uno scandalo). Per non far mancare la sua figura all’Assemblea e alla Nazione, si dimise pochi giorni prima di morire alla clinica Luana. Di fatto agonizzava già sull’arcipoltrona presidenziale. Quando Nilde firmò le dimissioni, Giorgio Napolitano si inebriò d’ammirazione: la proclamò “splendida figura”. Anche se il popolo del PCI si era turbato quando Togliatti, per unirsi a lei, lasciò moglie legittima e un figlio. Ma Giorgio, futuro atlantista, futuro estimatore della guerra di Afghanistan pensava sub specie aeternitatis, pensava a come sarebbe stato peggiore il nostro futuro senza le tre presidenze successive e senza il tacito ripudio dello stalinismo.

Ad Arrigo Boldrini riuscì di diventare poco meno che uno statista e un ricostruttore della Patria: per esempio fu vicepresidente della Camera e incarnazione a vita della gloria guerrigliera. Tra pochi giorni nella superba Aula della Regina a Montecitorio celebreranno il centenario della sua nascita le tre somme cariche dello Stato più, per l’antica milizia comune nel nome di Stalin, Giorgio Napolitano. Il centenario, come per Garibaldi, Torquato Tasso e Tazio Nuvolari!

Non solo: decorarono Boldrini con la medaglia d’oro (!) al valor militare. Solo lui avrebbe potuto fare il conto preciso delle raffiche, proprie e altrui, che aveva sulla coscienza. Inutile dire una volta di più che l’idea e il movimento del comunismo sono stati uccisi soprattutto dalla ferocia ‘bolscevica’ del retaggio rosso.

Nell’agiografia di Arrigo Boldrini c’è anche uno spunto di comicità irresistibile. Si enfatizza infatti che il nome di battaglia Bulow se lo dette, o gli fu assegnato, per avere teorizzato la “pianurizzazione”. Che vuol dire? Vuol dire che mise a punto la strategia politico-partigiana della “pianurizzazione”: la guerriglia  poteva|doveva scendere dalle montagne alle campagne e alle città di pianura. Dunque il Nostro divenne Bulow – occorrerebbe un’Umlaut’ o metafonesi, ma la mia tastiera ne manca, oppure sono ciuccio io – e non so se Boldrini usava umlaut – con riferimento ai meriti di stratega del conte Friedrich von Bulow, dalla parte prussiana vincitore sotto Bluecher di Napoleone Bonaparte. Ha scritto il riverente storico Guido Crainz: “La pianurizzazione fu una scelta vincente. Ebbe il merito storico di dare fiducia al mondo contadino”. Ne conseguì che i contadini-assassini di Boldrini abbatterono il Terzo Reich e forzarono il Fuehrer a inghiottìre  il cianuro.

Chissà se invece Boldrini, col suo doppio diploma, di scuola media e di perito agrario, non abbia preso a modello un altro dei von Bulow: il principe Bernhard, cancelliere del Secondo Reich, marito di una principessa italiana e genero di Laura Minghetti; il barone Dietrich, teorico dell’arte tattica; il barone Hans, musicista e marito di Cosima Liszt, successivamente risposata a Richard Wagner; il diplomatico Heinrich, ministro degli Esteri di Prussia; il feldmaresciallo Karl, comandante d’armata nella Grande Guerra; oppure il conte Ludwig, fatto presidente della Slesia nel 1825. Ci avreste mai pensato: un trionfo stalinista in pianura ispirato da una dinastia di grandi prussiani, magari Junker oppure no?

Forse anche per questo Laura, pacifista/progressista intensa, si dissociò dall’Omonimo: non solo medaglia d’oro per meriti di mitra ma anche emulo del pensiero strategico prussiano.

A.M.Calderazzi

 

RIFLESSIONI SULL’ARTE DI GOVERNARE

Governare – un Paese (uno Stato), un paese (una città o un borgo), oppure una famiglia – è una funzione che non può – né deve – diventare un mestiere. La funzione di governo della cosa pubblica può essere esercitata da chiunque abbia quei requisiti di onestà e probità che contraddistingue l’azione prudente del buon padre di famiglia in ogni circostanza. Il possesso di questi requisiti non può essere stabilito con un esame (neppure quello dei cittadini che periodicamente votino a suffragio universale), né garantito dall’appartenenza a un partito o ad una associazione, o dall’adesione a una fede religiosa o laica che sia.

Gli studi fatti e le attività o i mestieri esercitati, purché leciti, non hanno grande importanza per essere qualificati a tale funzione, poiché per governare occorre soprattutto buon senso, modestia, capacità di ascoltare i problemi degli altri e prendersene cura, in una parola occorre umanità. Sarebbe meglio chiamarla bontà, dato che caratteristica soltanto umana è quella di generare sofferenze ingiustificate da infliggere ad altri, e le persone buone tendono a non vederne la necessità, come del resto fanno gli animali grazie alla naturale saggezza dei loro comportamenti, dettati da ciò che erroneamente chiamiamo istinto mentre sono in buona parte frutto delle condizioni nelle quali l’animale ha vissuto; proprio come accade per gli esseri umani.

La capacità di parlare in pubblico dovrebbe essere guardata con sospetto, dato che ci attendiamo che chi ci governa non sia un piazzista che ci propone di comprare la sua merce, come quasi ovunque invece accade. Dovrebbe invece essere un cittadino indicato dal caso, onorato di essere stato scelto dalla sorte per servire la comunità alla quale appartiene e nella quale vive. Il suo mandato non dovrebbe accompagnarsi a un trattamento economico di particolare privilegio, né prevedere in seguito, al termine del mandato, emolumenti o privilegi di alcun tipo. Chi governa dovrebbe essere soltanto desideroso di fare bene ed essere di ciò orgoglioso, non tanto per meritare la gratitudine dei suoi simili, quanto per essere soddisfatto di sé per il lavoro utilmente svolto.

Sembra utopia, ma in realtà si tratta semplicemente di una prassi da instaurare, differente da quella in uso oggi nei Paesi democratici. Se la prassi dominante si fonda sulla menzogna e sulla sostanziale disonestà delle enunciazioni e dei comportamenti, non sarà facile mutare le cose, anzi sarà pressoché impossibile. Qualsiasi decisione e misura venga intrapresa non potrà cambiare la situazione. Chi sta in alto nella gerarchia ha bisogno del sostegno di coloro che ne hanno fatto la loro creatura e questi potenti (nell’ombra o allo scoperto) non sono disposti a rinunciare ai loro privilegi per mettere in pratica ciò che è stato deciso dagli ingenui cittadini che si sono recati alle urne nell’illusione di eleggere persone degne di governarli, ma che troveranno invece dei politicanti che hanno ben altri obiettivi.

Occorre osservare che, come si è detto, l’azione di governo non può essere esercitata come un mestiere, né come una vocazione. A differenza del mestiere, che presuppone la capacità di essere esercitato dopo un ragionevole periodo di studio e di tirocinio, e della vocazione per la quale nutriamo uno speciale trasporto (purché non animato dal desiderio di schiacciare gli altri per raggiungere i propri fini esclusivi), governare è per sua natura alla portata di chiunque. Si tratta di una funzione e come tale non è diversa dalla capacità di gestire, con gli altri membri, una famiglia.

Dar vita a una famiglia – il nucleo, il ganglio sociale di base della società, per definizione il più importante che vi sia – non richiede doti particolari, possedute da alcuni esseri umani soltanto. Non occorre superare un esame o fare un concorso. Eppure con questo gesto, con l’azione di formare una famiglia, sia essa allietata o afflitta dalla prole, contribuiamo alla natura che la società, della quale condividiamo il destino, andrà assumendo. Il modo di vivere in una famiglia, di governarla per la massima soddisfazione dei suoi componenti (o per l’egoismo di uno solo), può variare moltissimo ed essere influenzato non soltanto dalla probità o dalla disonestà dei suoi componenti, ma anche da circostanze fortuite di carattere negativo o positivo che per la loro natura non possono essere previste.

L’incertezza è e resta l’elemento dominante. Per questa ragione la famiglia non può fare veri programmi, costruire piani da seguire rigidamente per conseguire gli obiettivi che si propone. Potrà programmare di raggiungere una certa meta (comprarsi l’abitazione) o conseguire un certo risultato (far diplomare o laureare un figlio), ma questi obiettivi, sia pure programmati e perseguiti con tenacia, riguarderanno sempre un campo d’azione molto limitato e anch’esso ricco di incertezze nonostante la fermezza dei propositi e la perseveranza nell’agire. Non occorre dire di più perché l’esperienza di vita parla a ciascuno in modo diverso nel particolare, ma identico sul piano generale.

Perché dunque governare una collettività locale o nazionale o internazionale dovrebbe avere caratteri diversi? Così come non esiste il mestiere di capofamiglia (non sempre il marito, talvolta la moglie o un figlio), il rappresentante della collettività dovrebbe essere sorteggiato, non eletto. L’elezione – questo ormai lo sappiamo da tempo – non può che favorire i peggiori membri della società, quelli che si mettono in mostra perché desiderano il potere politico e che per ottenerlo e farlo durare sono pronti a realizzare la volontà di chi ha facilitato la loro elezione o rielezione.

Il sorteggio, la durata dell’incarico per un numero limitato di anni, gli emolumenti adeguati ma contenuti, gli scarsi vantaggi aggiuntivi, l’impossibilità di avere una “pensione” o un “vitalizio” sarebbero tutti elementi tali da rendere il ruolo di parlamentare o di membro del governo poco allettante per chi miri ai privilegi o al denaro. In compenso il sorteggiato o la sorteggiata che non rifiutasse l’incarico avrebbe l’onore e la responsabilità di poter fare qualche cosa di utile per la comunità alla quale appartiene.

Le etichette costituite dai partiti non hanno più ragion d’essere in un contesto dove i progetti sociali non esistono più (“cos’è la destra cos’è la sinistra”, cantava Giorgio Gaber) o sono divenute finzioni, e dove il confronto è tra chi ha una sua moralità, e chi invece non ne ha alcuna ma si batte soltanto per soddisfare i propri egoismi ed è, senza alcun freno, homo homini lupus.

Attraverso i media – sembrerebbe più adeguato alla realtà che rappresentano chiamarli mezzi di disinformazione di massa – il “teatro” della politica assume una rilevanza che travalica i fatti concreti che dovrebbero essere legati all’azione di governo, limitandosi a sempre ottimistiche dichiarazioni di intenti. Il tempo necessario per una incisiva azione di governo si riduce enormemente, dato che prevale la narrazione degli eventi, meglio se fatta da chi ha la lingua sciolta e il piglio del venditore, non importa se di fumo.

A ben riflettere si potrà ricordare che i programmi di governo non hanno mai avuto un senso concreto, prova ne sia che sono sempre stati disattesi, come è logico attendersi dato che il governo deve affrontare i problemi giorno per giorno, man mano che questi si presentano, e trovare una soluzione avendo chiaro sempre l’obiettivo della propria azione: operare a beneficio della collettività governata, presente e futura.

Malgrado le grandi speranze riposte nella democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale, ai ceti parassitari dominanti in ragione della posizione nella gerarchia sociale e del censo, si sono sostituiti individui di ogni estrazione sociale accomunati dal desiderio di esercitare il potere politico con ogni mezzo al fine di avvantaggiarsene personalmente. Grazie a questi nuovi, ma non meno avidi parassiti, il regime democratico è stato snaturato, svuotato della sua essenza, ed è divenuto una maschera dietro la quale interessi privati di ogni tipo prevalgono sostanzialmente su quelli pubblici, e vengono create situazioni di privilegio la cui vera natura si nasconde dietro all’omertà dei privilegiati, qualunque possa essere il partito o la fazione di appartenenza.

L’amico Enrico Fucini di Marta (Viterbo) si rivolge ai governanti con poche fulminanti parole (“Il libero arbitrio in comodato d’uso lo avete trasformato in libero abuso”) nella scia di ciò che Vittorio Alfieri scriveva nel suo imperituro lavoro “Della tirannide”:

Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Gianni Fodella

CON UN CANCELLIERE NIENTE CAPO DELLO STATO MA UN PRIMO CITTADINO CERIMONIALE

Un capo dello Stato che, appena eletto, non chiude il Quirinale come propria sede è un cattivo capo dello Stato. Dovrà compiere grandi cose, Sergio Mattarella, opere straordinarie non richieste ai suoi predecessori, per mondarsi della colpa di cui parliamo. Da qualche tempo la riprovazione per il cattivo esempio che viene dal Colle si è allargata fino a diventare prevalente. Tanta reggia e tanta spesa per un’ istituzione discutibile, finiranno per configurarsi come reati da impeachment.

Se invece a Mattarella non accadrà d’essere confrontato da sfide gravi, egli rafforzerà i dubbi sull’utilità di un presidente della repubblica in un ordinamento non presidenziale. Perlomeno, a non voler passare al presidenzialismo, egli farà crescere la pressione per ridimensionare il ruolo e il costo del capo nominale dello Stato. Il ruolo non dovrà in alcun caso essere superiore a quello attuale del Bundespraesident germanico, che è inferiore a quello di Ebert e di Hindenburg nella Repubblica di Weimar. Il secondo non seppe opporsi all’avvento di Hitler, anzi lo favorì. Per Ebert come per il feldmaresciallo è lecito chiederci a che servirono.

E a che servirono molti sommi personaggi della III e IV repubblica francese? Per Georges Clemenceau, il ‘Tigre” che vinse per il suo paese la Grande Guerra, l’uomo dell’Eliseo era inutile; chi scrive non ricorda se disse questo prima o dopo la propria candidatura, fallita, a fare il presidente della repubblica. Senza dubbio gli uomini che pervennero all’Eliseo non contennero i mali del parlamentarismo. Tra il gennaio 1876 e lo scoppio della Grande Guerra la Francia ebbe 49 governi, durata media 9 mesi e 13 giorni. Nel ventennio 1919-39 i primi ministri furono 15, molti dei quali con rimpasti multipli, difficili da numerare. Ciascuno dei politici più importanti capeggiò vari governi: Briand 11, Poincaré 5 (e in uno dei cinque metà dei ministri erano stati premier). Tra il ritiro di Poincaré (luglio 1929) e le elezioni del 1932 i governi furono sette, dei quali alcuni durarono poche settimane. Nei 20 mesi tra il quarto gabinetto Briand e il ministero Paul-Boncour si contarono sei governi. Nel 1894 Casimir-Perier si dimise dopo sei mesi all’Eliseo.

Abbiamo anche da chiederci a che servirono i tre presidenti delle due sventurate repubbliche di Spagna. La prima durò un anno, nel 1873; la seconda perdette metà del territorio nel luglio 1936, infine fu spenta per la disfatta nella Guerra civile. Il primo dei tre presidenti, un professore dell’università di Granada, dovette fare posto a Alfonso XII di Borbone, reinsediato sul trono. Il terzo, Manuel Azagna, dopo essere stato cofondatore della repubblica e brillante ministro, appena assurto a capo dello Stato (1936) andò perdendo la presa sulla politica repubblicana. Verso la fine del mandato curava le rose del palazzo ex- reale e ridisegnava le uniformi della sua Guardia. Altri decidevano: specialmente il primo ministro Juan Negrin, appoggiato dal partito comunista, e gli emissari di Stalin. Alla fine della Repubblica Azagna dovè riparare in Francia, a piedi, tra centinaia di migliaia di fuggiaschi.

Di vari capi dello Stato la nostra repubblica avrebbe potuto fare a meno senza danno. Ma tutti, anche gli inutili, occuparono il Quirinale, ossia la più sfarzosa delle regge, Buckingham compresa. Forse erano stati ancora più esorbitanti i palazzi dello Zar a Pietroburgo, ma nel l917 essi ebbero altre destinazioni. Molto più indegna è la storia del Quirinale. Costruito dai peggiori e i meno cristiani tra i papi del Rinascimento, esigette l’investimento di ricchezze immense, distolte dalle attività caritatevoli della Chiesa. Fu fatto splendido dal denaro destinato ai poveri da chi voleva salvare l’anima dalle pene eterne.

L’Italia potrà decidere di non imitare Francia e USA, che concentrano il potere in un capo dell’Esecutivo eletto dal popolo e non dai parlamentari. Non potrà ignorare la logica e la saldezza dell’ordinamento costituzionale tedesco. In esso il potere è attribuito al cancelliere, laddove il capo dello Stato ha funzioni subordinate e rappresentative. Una congiuntura sostanzialmente “tedesca” ha prodotto l’elezione di Mattarella. A meno di un’improvvisa interruzione o liquidazione dell’esperienza Renzi, cerimoniale e marginale è destinato a restare l’ufficio del nostro Primo Cittadino. Sarà una ragione in più per porre fine alla contraddizione attuale, in cui un dignitario da deposizione di corone, in tutto sottomesso ai padroni dei partiti e delle urne, riceve come l’ultimo imperatore cinese la finta sottomissione dei veri governanti, signori della guerra e prominenti.

Solo una situazione malata giustificherà che il Quirinale coi suoi corazzieri e palafrenieri resti la sede di un similmonarca. Il Quirinale, secondo quanto da più parti si è proposto, deve essere svuotato di cortigiani, burocrati e lacché; deve diventare il museo più imponente al mondo, produttore di reddito. Mattarella, che a questo è contrario, crede di far bene ad allargare alquanto le visite del pubblico. Sbaglia e conferma d’essere un dignitario come gli altri.

Un giorno il presidente nominale/cerimoniale, ossia Primo Cittadino, sarà scelto per sorteggio, in presenza di alcuni requisiti, tra cittadini più qualificati di altri. Non perché i suoi compiti siano particolarmente ardui, ma così, per ridurre il numero dei sorteggiabili. E certo siederà in una modesta palazzina, non al Quirinale. Se essa non sarà idonea ai ricevimenti di 200 ambasciatori, si aboliranno i ricevimenti o li si terranno in palestra o al cinema. Al limite, si aboliranno anche gli ambasciatori.

A.M.C.

IL REGIME BOCCHEGGIAVA MA LO SALVA LA PENSATA DI RE GIORGIO&RENZI

Per un tot di settimane e mesi, magari anni, il marasma preagonico del sistema risulterà fermato, persino mai cominciato. Trovato a giorni il Novello Sire, i giornaloni alla testa di tutti i media intoneranno Te Deum esultanti. Sembravamo perduti, invece abbiamo imboccato la strada della salvezza. Ce l’ha aperta un’idea di Quei Due: la repubblica ha tediato, semi-restauriamo il Regno.  Saldiamo il ciclo repubblicano a quello sabaudo della nostra storia; amalgamiamo la Più Bella delle costituzioni allo Statuto Albertino. Si fa una continuità ragguardevole, 167 anni. Il Risorgimento idolatrato dai nostri nonni più la belluina audacia della Resistenza, più le conquiste dei cassintegrati. 167 anni unificati sotto il bianco Stellone d’Italia.

Sorto monarchico (J’attends mon astre  fu antica divisa sabauda), lo Stellone -ricordiamolo- è nello stemma della Repubblica. Quest’ultimo non dovremo nemmeno cambiarlo, salvo ritocchi, se ufficialmente torneremo a Carlo Alberto (‘Anch’egli è morto, Dio, per l’Italia’  poetòCarducci). Di Statuti albertini ne avemmo addirittura due: il primo,  che Carlo Alberto  aveva octroyé da reggente di Sardegna, fu cancellato con sdegno da re Carlo Felice. Internauta ne celebrerà il bicentenario nel 2021.

Nessuna torsione eversiva in questa ricostruzione della nostra vicenda nazionale. Semplicemente Re Giorgio&Renzi profittano della lungimiranza dei padri e nonni Costituenti. Quelli avevano previsto che dopo settant’anni  lo Stivale non ne avrebbe potuto più dei partiti usurpatori e ladri della Casta; pertanto i loro giuristi scrissero una Costituzione manomorta, immodificabile, immarcescibile, ma pensata in modo da non farci correre il rischio di qualche correzione e novità. La Carta manomorta ha questo di provvidenziale: il popolo non sopporta più i politici che elegge (peggio per lui che li elegge, sapendoli farabutti e Proci), ma il congegno consente che essi governino senza consenso, contro il popolo.

Tale congegno, quasi il top della stabilità/governabilità, è stato testato con risultati lusinghieri nel biennio finale di Napolitano: al Paese, alla Plebe inferocita, si sono dati in pasto tre governi-kamikaze (Silvio-Monti-Letta) per poi insediarne un quarto senza confronti più gradevole, elettrizzante per chi volesse novità e rassicurante per chi le rifiutasse. Un’operazione degna del ‘connubio’ Cavour-Rattazzi (1853), premessa e anticamera  dell’Unità.

Renzi è lo statista occidentale che ha fatto più strada quasi senza  muoversi di un passo. Riforme una più clamorosa dell’altra, però impercettibili. Bizzeffe di innovazioni virtuali senza toccare una virgola della Costituzione; piuttosto valorizzando le prerogative monarchiche del Quirinale. Che c’è di strano o di male? Nel 1789 alcuni Fondatori cercarono sul serio di proclamare George Washington re degli Stati Uniti.

Tra un certo numero di giorni il connubio Renzi-re Giorgio verrà hopefully  allungato di sette anni. Colui/colei che salirà al trono sarà proclamato Risorsa della Patria, e per un po’ il Paese si calmerà. I media descriveranno la Risorsa come il compendio di quasi tutte le virtù, tempra, sapienza, calore umano, congenialità agli intonachisti come alle élites. Molti italiani patriottici alla Aldo Cazzullo riscopriranno lo Stellone ingiustamente dimenticato, così come nella limitrofa Francia è tornata di moda Marianna, giovane dea repubblicana, patrona tra l’altro dei vignettisti blasfemi e dei transgender del globo.

Il presupposto di sviluppi così costruttivi: la Casta si è ricompattata, superando le sue divisioni. La mano ferma e la moral suasion  le ha messe re Giorgio, il resto l’ha conferito Renzi. Minacciando di smantellare non tutto ma molto, poi non smantellando niente, Renzi ha rafforzato gli ormeggi e riparato le falle del traghetto “La Casta”. Ora galleggia bene, non minaccia più di affondare. Resterà quanto basta in cantiere, poi riprenderà il mare, più superbo di prima. L’unità dei politici di professione fa la forza.

Il colpo di genio è stato  far risultare che una componente monarchica fa bene alla repubblica. I partiti maneggiano e rubano, i politici peggio, ma nella Reggia sul Colle c’è  con la sua corte un dinasta che vigila e corregge. Perché correre l’avventura di istituzioni nuove, perchè rinunciare alle dolci certezze e magagne delle urne? Perché fare a meno delle prassi, delle tradizioni, convenzioni e concertazioni, degli andazzi persino? Le scarpe sformate sono le più comode.

Niente salti nel buio. Renzi ha dimostrato possibile di galvanizzare gli animi senza cambiare nulla: non un super o mini burocrate licenziato, non un vitalizio negato, non un

gioiello venduto, non un reato da carcere duro in meno. Questo l’apporto di Matteo; re Giorgio ha dato fideiussione di correttezza istituzionale. In compenso molti tratti stilistici sono cambiati: fresche Veneri capeggiano dicasteri e diplomazie  con guance tirabaci e glutei da paradiso delle urì, dunque nessuno sostenga che non accade nulla. Le riforme di Renzi, sempre integrali anzi micidiali, sempre rassicuranti, cambiano tutto senza cambiare nulla. Se arriverà il Quantitative Easing, cioè la Ripresa, il gioco sarà fatto.

La repubblica ‘alla monarchica’ di Adolphe Thiers dette alla Francia, sorella latina, un settantennio di Belle Epoque e prosperità. Se il nostro settantennio repubblicano si salderà

al Regno dei Savoia e al sesquimillennio di governo pontificio, sfuggiremo alle incognite delle novità grosse, terrorizzanti: in primis quella scelleratezza della democrazia diretta, senza urne, senza politici ladri e a vita!

Porfirio

GLI ULTIMI GIORNI DELLA POMPEI DEMOPARLAMENTARE

Si lamenta, Michele Ainis, che siamo alla “Fine silenziosa del referendum” (Corriere della Sera, editoriale 15 luglio). Si aspettava qualche impulso al futuro, cioè alla democrazia diretta selettiva, da parte di un Demiurgo fiorentino il quale -ove riesca- salverà il sistema del passato, dunque della Casta capeggiata dal monarca del Colle? La maggior parte delle persone raziocinanti si augurano che Matteo Renzi non fallisca; con loro c’è anche chi scrive, anche se meno benpensante di loro. Ma l’auspicato successo di Renzi non sfiorerà nemmeno l’ambito della democrazia diretta e del referendum, visto che allontanerà di un tempo X la fine della delega elettorale ai grassatori della Cleptocrazia.

“Le Costituzioni, scrive Ainis, invecchiano come le persone. Però a differenza di noialtri possono ringiovanire (…)  C’è nella gente voglia di decidere. Di qui la crisi delle assemblee parlamentari è un fenomeno mondiale, non solo italiano. Negli USA Benjamin Barber propone di rimpiazzarle con i sindaci. La Primavera araba le ha sostituite con le piazze. In Europa il ritiro della delega si esprime con la diserzione delle urne e con la domanda di Democrazia Diretta. Ecco perché ovunque si moltiplicano le consultazioni online dei cittadini, sugli argomenti più svariati. Ed ecco perché i referendum sono in auge dappertutto”.

In proposito il costituzionalista dell’università Roma3 fornisce notizie significative. “Fino al 1900 nel mondo vennero celebrati 71 referendum. Nel mezzo secolo successivo se ne aggiunsero 197; 531 dal 1951 al 1993; ormai non basta il pallottoliere per contarli”. Tuttavia -è sempre Ainis- “su questo versante la riforma nega un’iniezione di gioventù alla nostra Carta. Gli unici due strumenti di democrazia diretta introdotti dai Costituenti furono le leggi popolari e il referendum abrogativo. Senonché le prime si sono rivelate altrettante suppliche al sovrano, che non le ha mai degnate di uno sguardo. Il secondo, è stato generato con 22 anni di ritardo, senza mai diventare adulto”.

Lasci perdere, Ainis. Non invochi più “qualche correzione” da parte del governo. Smetta di confidare nelle Istituzioni. Il sovrano ‘che non degna di uno sguardo le leggi popolari’ è da noi una classe politica camorristica. La democrazia rappresentativa vive dovunque una vecchiaia estrema. In Italia appare resistere, pur in vari segni di catalessi: infatti i cleptocrati saccheggiano più che mai, uno scandalo al dì. Ma il coma del parlamentarismo si avvicina anche altrove. Gli immensi balzi in avanti della tecnologia rendono logica e agevole come mai nella storia la chiamata di molti cittadini a condurre la Polis in proprio.

A.M.C.

IL BELLO (l’Italia), IL BRUTTO (Monti), IL CATTIVO (la politica)

UN’ALTRA ITALIA è POSSIBILE?

 

Pasqua è ancor lontana, eppure questi sono già giorni di “Passione” per la nostra seconda Repubblica: partita di slancio, vent’anni or sono, col suo carico di promesse (una nuova etica pubblica, un rinnovamento della classe politica, riforme strutturali…), è rimasta praticamente ferma ai nastri di partenza.

Miracolosamente recitano ancora sul palco del teatrino politico italiano personaggi “evergreen”, quali Berlusconi, Fini, Casini, Bersani: se un paziente, caduto in coma nel ’94, si risvegliasse solo oggi, sarebbe assai difficile convincerlo che sono trascorsi invano diciotto anni!

La seconda Repubblica ha offerto solo il peggio di sé. Eppure rimpiangere la prima, come in voga tra i nostalgici, è un’operazione “ai limiti dell’irragionevolezza”: come dimenticare che la prima Repubblica è miseramente crollata travolta da un’ondata di corruzione e monetine? E come nascondere che quel fardello -chiamato debito pubblico- che gli italiani si caricano sulle spalle è stato riempito dalla politica clientelare ed affarista di quei favolosi anni ‘80?!

 

Nell’anno trascorso, il Capo dello Stato, affidando ad un tecnico il compito di traghettare l’Italia tra le onde burrascose della speculazione finanziaria, ha agito da “curatore fallimentare” della seconda Repubblica, non più fidandosi dei vari “Schettino” della politica nostrana. Ma dove dirigere, adesso, la nave Italia?

Tornare indietro non è più possibile, così come proseguire sulla rotta tracciata dal bipolarismo malato di questi anni. Occorre guardare avanti e far rotta verso una terza Repubblica, completando finalmente quella traversata perigliosa iniziata nel ’94.

In che modo? Seguendo tre direttrici:

◆ in primis, una riforma strutturale dell’assetto istituzionale del Paese (attuando un vero federalismo, abolendo le Province, riparando i guasti di un’affrettata riforma del Titolo V della Costituzione ed introducendo l’elezione diretta del Capo dello Stato);

◆ in secundis, un rinnovamento radicale della classe politica italiana (introducendo il limite di due mandati per ogni carica elettiva ed imponendo ai partiti per legge le primarie);

◆ in tertiis, il ripristino sostanziale di una “democrazia rappresentativa” (restituendo ai cittadini -ancora detentori della sovranità- la facoltà d’incidere sulle scelte della politica, abolendo il Porcellum, rivitalizzando l’istituto referendario con l’abolizione del quorum ed introducendo i referendum propositivi).

Via maestra per conseguire un traguardo così ambizioso sarebbe l’elezione di una nuova Costituente. Sarà mai il nostro Paese pronto ad una simile “prova di maturità”?

 

 

UN’ALTRA POLITICA è POSSIBILE?

 

Il Natale ha portato in dono agli italiani una campagna elettorale: non certo il regalo più ambito (c’è da scommettere che i più avrebbero preferito un meteorite su Montecitorio!). A cinquanta giorni dal voto, il quadro politico appare ancora confuso, indecifrabile: citando indegnamente Zarathustra, da questo “caos” non verrà certo fuori una “stella danzante”, per lo più un’Italia decadente!

 

Il centrosinistra, ancora una volta, ha cambiato contenitore pur di non cambiar contenuto: dopo i Progressisti, l’Ulivo e l’Unione, è arrivato il turno dell’“Italia Bene Comune”.

Questa coalizione parte favorita ai nastri di partenza, ma la probabile vittoria del Pd non dovrebbe entusiasmare più di tanto un partito che si conferma incapace da un lato di andar oltre quel 30% del suo massimo consenso storico (nonostante il “vuoto politico” lasciato dagli avversari), dall’altro di sciogliere il nodo della propria identità politica (fra i democratici, c’è persino chi si vergogna d’apparire Keynesiano!).

La vittoria del centrosinistra, inoltre, rischia di rivelarsi una “vittoria di Pirro” nel caso in cui non disponesse di una maggioranza assoluta al Senato. In quest’ipotesi, l’unico errore da non commettere sarebbe “porgere l’altra guancia” a Casini, offrendogli un’alleanze di legislatura. La via maestra, piuttosto, sarebbe battezzare un “governo di transizione” con un mandato di scopo: consentire al Parlamento di varare una nuova legge elettorale, con la quale ripresentarsi alle urne entro l’estate 2013.

 

Nel centrodestra Berlusconi sembra muoversi a ritmo di valzer, alternando passi “avanti” (l’annuncio della sua sesta ridiscesa in campo), poi “indietro” (la disponibilità a cedere il passo prima a Monti, poi ad un altro premier gradito alla Lega), poi ancora “laterali” (l’indicazione del fido Angelino alla successione).

Che il Cavaliere sia tornato dalle vacanze Keniote con idee più confuse che mai lo dimostrano le sue mosse: prima l’avallo delle primarie (con tanto di candidature e raccolta firme), poi la loro cancellazione; prima la sfiducia a Mario Monti, poi l’indicazione dello stesso come federatore dei moderati (in una colazione inclusiva della Lega e con al primo punto del programma l’abolizione dell’Imu!).

A tal punto, o il centrodestra avrà il coraggio di compiere il “regicidio” oppure rischia di lasciarsi trascinare inesorabilmente a fondo dal suo stesso fondatore!

 

La Lega, schiacciata dalla vergogna di dover giustificare i diamanti di Belsito, gli investimenti in Tanzania del partito e le “miracolose” lauree albanesi del Trota, ha oggi una sola priorità: non più entrare a Palazzo Chigi, quanto superare la fatidica soglia di sbarramento al Parlamento. Probabilmente Maroni e Tosi, i “barbari sognanti” del nord-est, riusciranno nell’impresa di rianimare un movimento indipendentista e legalitario scopertosi centralista e ladrone. Il dubbio è se il tempo sia oramai troppo stretto da qui alle prossime elezioni…

 

Il centro “naviga a vista”, sperando solo in capitan Monti, finalmente decisosi a prendere in mano il timone dei moderati. Anche se la nave del Pdl sembra guidata da capitan Schettino e quella del Pd non mostra segnali di ostilità, in acqua vi sono altre presenze ingombrati: i pirati grillini ed i rivoluzionari di Ingroia. Se non si ricostituisse l’asse Pdl-Lega, al Pd si aprirebbe lo spiraglio giusto per vincere anche in Lombardia e Piemonte, con tanto di “adieu” alle ambizioni centriste di porsi come ago della bilancia in un futuro Parlamento balcanizzato! Per la prima volta, così, Casini rischierebbe d’aver fatto i conti senza l’oste: il grande centro potrebbe rivelarsi solo un grande fiasco!

 

A Sinistra del centrosinistra si è affacciata una nuova formazione politica: “Rivoluzione Civile”, la lista guidata da Ingroia, sostenuta dai sindaci De Magistris ed Orlando. Le chance di successo (ovvero di superare la soglia di sbarramento) di questo nuovo soggetto politico dipenderanno da un solo fattore: la capacità di aprirsi alla società civile ed imporre ai partiti che lo sostengono (Idv, Prci, Pdci e Verdi) un profondo rinnovamento.

I primi segnali sono incoraggianti (i partiti hanno rinunciato al loro simbolo ed i loro segretari al ruolo di capolista). Vedremo se alle belle parole seguiranno fatti concreti: se si tratterà di tracciare un nuovo percorso per una Sinistra finalmente progressista e di governo oppure di un cartello elettorale: l’ennesimo “maquillage politico”!

Che dire? Se son rose… saran rosse!

 

In questo marasma, l’unica certezza è l’ingresso di una folta schiera di “grillini” nel prossimo Parlamento. Il Movimento Cinque Stelle è sbalorditivamente cresciuto puntando tutto sulla protesta: sullo smascheramento dell’ipocrisia di chi siede in Parlamento e sulla denuncia degli odiosi privilegi di un’intera classe politica. Ma le famose “Cinque Stelle” (acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo, connettività ed ambiente) non saranno certo sufficienti per una proposta seria di governo del Paese.

Tanti gli interrogativi irrisolti:

◆ quali posizioni assumerà il Movimento sulle più disparate questioni di politica nazionale fin ora non discusse? Chi detterà la linea? Grillo o qualche organismo collegiale rappresentativo della base?

◆ Il ruolo dei parlamentari grillini sarà quello di meri “portavoce” del Capo, il cui massimo grado d’autonomia sarà apporre un “Mi piace” ai suo post? Quale ruolo si ritaglierà Grillo? Quello di “padre nobile” del Movimento o di “padre padrone” dell’ennesimo partito personale?

A molte di queste domande credo nemmeno Grillo possa ancora dar risposta…

 

 

UN ALTRO MONTI (BIS)? NON E’ POSSIBILE!

 

In qualsiasi democrazia, chiunque miri alla più alta carica di governo può percorrere una sola strada: candidarsi alle elezioni ed ottenere “un voto in più” del proprio avversario. Non è concepibile, dopo la breve parentesi del governo tecnico, immaginare “un’altra eccezione” a questa basilare regola democratica! Mario Monti ha tutto il diritto di ambire alla premiership, ad una condizione: dimostrare di disporre di un’ampia legittimazione popolare. Fino a prova contraria, difatti, la sovranità appartiene ancora al popolo!

 

Senza voler apparire “portatore di sventura”, per una volta l’Economista della Bocconi potrebbe aver fatto male i conti: la sua scelta di “salire in politica” potrebbe rivelarsi un inaspettato boomerang!

Fino a pochi giorni fa, Mario Monti si presentava al Paese come un “deus ex machina”: un salvatore della Patria, capace di far uscire l’Italia da una situazione apparentemente senza più via d’uscita. Di contro, l’unica via d’uscita dalla sua esperienza di governo portava dritto al Quirinale (in qualità di successore di Napolitano) o di nuovo a Palazzo Chigi (in qualità di premier “super partes” indicato dai partiti) o in Europa (magari in veste di successore del presidente Barroso).

Una volta che il Professore si è tirato in mezzo all’agone politico, il quadro è profondamente cambiato: alle prossime elezioni, la coalizione Monti rischia di porsi come terzo, forse quarto polo del Paese (dato Bersani per favorito, Berlusconi e Grillo hanno le carte in regola per ambire a prendere un voto in più di Fini e Casini!).

A tal punto, a che titolo Mario Monti potrebbe contendere il posto a Bersani, ragionevolmente leader del primo partito d’Italia, per di più legittimato dalle primarie?

Se “è tanto più facile ricambiare un’offesa che un beneficio” (P.C.Tacito), perché mai il Cavaliere, dopo aver ricevuto il gran rifiuto dal Senatore, dovrebbe appoggiare una sua corsa al Quirinale? Se “non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico” (C. Pavese), perché mai Berlusconi, dopo esser stato ridicolizzato dall’ironia british del Professore, non dovrebbe preferire al suo posto persino la Finocchiaro al Colle?

 

 

UN ALTRO PAESE, Più SEMPLICEMENTE “NORMALE”, è POSSIBILE?

 

Nel 2008, in piena campagna elettorale, Walter Veltroni pronunciò queste parole: “L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa”. In tutta onestà, come credere al mito degli “Italiani brava gente” o alla favola per cui il Paese reale sia fatto di tutt’altra pasta rispetto a chi lo governa?

Se gente come Raffaele Lombardo, Marcello Dell’Utri, Cesare Previti ed i vari Scilipoti di turno e De Gregorio d’Italia hanno assunto ruoli di responsabilità pubblica è perché non pochi italiani hanno riposto in loro la loro fiducia!

Si dirà che il Porcellum ha estromesso gli elettori della facoltà di scelta dei candidati. Ma nel Lazio, dove alle elezioni regionali sono previste le preferenze, Fiorito -meglio noto come “er Batman”- non è forse risultato il consigliere più votato?

Alle parlamentarie del Pd gli elettori non hanno forse candidato a furor di popolo anche personaggi condannati o indagati, quali Genovese, Crisafulli e Papania in Sicilia?

L’ex assessore regionale Zambetti pare aver “comprato” 4.000 preferenze dalla ‘ndrangheta per assicurarsi l’ingresso al Pirellone. Ma, dietro ad ogni voto comprato, non vi è forse un elettore “venduto”?

Totò Cuffaro, all’epoca già condannato in primo grado per favoreggiamento mafioso, è stato candidato dall’Udc al Senato. Gli elettori siciliani non l’hanno forse premiato con un consenso plebiscitario? Qualcuno ha interpretato la massiccia astensione dell’elettorato siciliano alle ultime regionali come la prova del disgusto nei confronti di un certo modo di fare politica. Ma non è più probabile che molti, essendo consapevoli di non poter più ottenere “nulla in cambio” dalla politica di questi tempi, abbiano preferito risparmiare il proprio voto, aspettando “nuovi acquirenti”?!

Il “vaccino del berlusconismo” -per citare Montanelli- è stato iniettato ripetutamente agli italiani, pur producendo pesanti “effetti collaterali” (colossali conflitti d’interessi, ripetute leggi “ad personam” -dal decreto “salva ladri” del ’94 alla legge sul legittimo impedimento del 2010-, soppressione delle voci dell’informazione sgradite al potere -ricordate l’editto bulgaro?-, cancellazione della facoltà degli elettori di scegliere i parlamentari -si veda il “Porcellum”-, abuso del ricorso alla fiducia ed alla decretazione d’urgenza…). Eppure gli elettori non hanno forse atteso la “sesta” ridiscesa in campo del Cavaliere prima di iniziare a provare qualche “intimo prurito”?!

Come poter credere, allora, che gli italiani siano davvero migliori della “Casta” che li governa?

di Gaspare Sera

Blog “Panta Rei

SELF-GOVERNIAMOCI!

Schizzo di Randomcrazia

Ormai sappiamo con certezza, dopo 66 anni dal 1945 come dopo 140 anni di Repubblica francese e 222 anni di Costituzione americana, che la democrazia occidentale è una combutta tra denaro, carrierismo dei politici, tangenti e altri cento modi di malaffare. Se si preferisce non chiamiamola combutta bensì joint venture, mezzadria, soccida.

Le ultime conferme, perfettamente superflue, sono Affittopoli e Sanità nella Puglia sotto Vendola.. E’ tassativo, al di là di ogni dubbio: i politici democratici di professione, con loro consorti compagne e compari, derubano dal 1945 i vecchi di quasi tutti gli ospizi, i degenti di quasi tutti gli ospedali, gli assistiti -orfani ciechi compresi- di quasi tutti gli enti caritatevoli della Cleptorepubblica. Anche chi scrive, nel suo piccolo, si imbattè in un medio politico – rigorosamente di sinistra: ma destra o sinistra, importa?- che con sommessa soddisfazione spiegava, nel nobile appartamento di una metropoli del Nord che gli faceva da ufficio di un business interamente basato sulla committenza pubblica: “Ce lo possiamo permettere perché un ente ex-religioso che il Partito amministra ce lo dà per poco”.

Questo, il saccheggio la repubblica delle fedine penali è il sistema rappresentativo, il nostro mubarakismo. Un giorno crollerà, forse un po’ prima del previsto. “Altri Proci cadranno” profetizzava in febbraio la home page di . Cadranno, a Dio piacendo. Ma che metteremo al posto del loro ladrocinio?

La risposta, imperativa, viene dal titolo di questo Schizzo di randomcrazia: spazzare via i politici a vita, cellule tumorali della libertà. Farla finita con le elezioni, sono reti per catturare a milioni i voti/sardine. Chiusa la cava dei voti, i politici a vita andranno fuori business. Abolire le urne (a parte rari voti referendari), sequestrare i beni dei Proci e loro signore, confiscare anche quelli dei partiti, in acconto agli indennizzi dovutici per l’ininterrotta usurpazione con rapina.

E dopo la nostra Tunisi/Cairo/Tripoli? Dopo, tolta la delega ai politici e cioè ripresaci la sovranità, non possiamo che passare alla democrazia non delegata. Tornare concettualmente alle origini, quando la democrazia ateniese era diretta (con giudizio). Certo, Atene era una polis di non più di 40 mila cittadini potenzialmente arconti, tutti maschi e di buon lignaggio. Noi siamo 60 milioni: non possiamo legiferare e governare tutti insieme. Però possiamo darci il turno tra i più provveduti di noi, cioè dopo avere separato col setaccio la farina dalla crusca.

E’ qui il cuore della proposta randomcratica, abbozzata una ventina d’anni fa in alcuni atenei degli USA. Essendo impossibile la democrazia diretta universale, facciamola per segmenti, a turni brevi. Per esempio l’1% degli iscritti all’anagrafe possono costituire ogni sei mesi una ‘macrogiuria’ legiferante e governante grazie all’informatica e al sorteggio computerizzato, progressivo al suo interno. A parte che ad Atene si faceva così, nelle corti di giustizia odierne le giurie sono ‘campioni di popolo’ che decidono l’innocenza o la colpa; infatti la giustizia appartiene al popolo e non ai giudici togati, tecnici del diritto. Non potendo giudicare in blocco, il popolo giudica per giurie sorteggiate. Il sorteggio fa i cittadini di qualità tutti uguali, tutti ‘sovrani’. I giurati sono scelti random, su elenchi di persone in possesso di certi requisiti, non sull’Anagrafe generale.

Ecco la proposta randomcratica: programmare un sistema informatico centrale perché esso selezioni random, con i criteri voluti, una macrogiuria di, metti, 600 mila ‘supercittadini’, o cittadini attivi, o sovrani, i quali, a turni brevi -da 6 a 12 mesi- decidano su certe materie, esprimano per sorteggio i decisori sulle altre materie. Con ulteriori selezioni al proprio interno, progressivamente più ardue, l’élite sorteggiata potrà anche governare negli esecutivi dei vari livelli, dal villaggio alla nazione.

La scelta del computer non avverrà dunque sulla totalità degli iscritti all’anagrafe: sarebbero troppi e mediamente troppo poco qualificati. Forse che oggi conta la massa semianalfabeta? contano i peggiori tra i pochi, tra gli oligarchi da strapazzo? Il computer centrale può, con le modalità e i controlli necessari, estrarre random le persone qualificate nel senso voluto: cultura, esperienze lavorative, conseguimenti, meriti civici e simili, il tutto in rapporto a parametri oggettivi e accertabili.
Abbiamo ipotizzato che il corpo politico giusto sia l’1% della popolazione, selezionato random per 6-12 mesi in funzione dei requisiti desiderati. Per dire: un mastro falegname da 10 anni sì, un commercialista indagato o una valletta no. Ai giovani con qualche merito un punteggio in più (per premiare la giovinezza) , a quelli rappresentanti solo la loro patente, una penalità.

Al livello base della supercittadinanza-a- turno, o cittadinanza sovrana pro tempore, chiunque potrebbe essere sorteggiato come consigliere o borgomastro di piccolo comune. A livello delle metropoli, delle Regioni e dello Stato i sorteggi di alto grado avverrebbero su elenchi sempre più ristretti, con criteri progressivamente più rigorosi e in rapporto a competenze crescenti. Il ministro o il capo del grande ente sarebbe sorteggiato tra le 50 persone con i dati meritocratici massimi. Uno che gestisce la grande banca può governare il grande ministero, o tutti i ministeri. Per utilizzare il leader geniale privo di credenziali oggettive, troveremmo il sistema; del resto lo troverebbe lui, essendo un genio. I Cinquanta potrebbero anche turnarsi al vertice dello Stato (ma come Primo Cittadino di rappresentanza, sorteggiato, andrebbe bene il mastro falegname di cui sopra. Un contadino di Atene poteva essere Arconte per un giorno: dall’alba al crepuscolo, diceva la legge. Più semplicemente, al vertice della Confederazione svizzera si avvicendano i membri dell’Esecutivo. Ma il falegname probo è meglio di un ministro svizzero.

Tutte le cariche andrebbero retribuite modestamente. Le spese di prestigio e lo sfarzo di tipo quirinalizio sarebbero reati (il sommo palazzo è da chiudere e da vendere a chiunque lo paghi bene). I bilanci di tutte le assemblee oggi elettive dovrebbero essere tagliati di due terzi. Nessun rinnovo di mandato, cioè ri-sorteggio, prima di ‘x’ anni (perché non rinasca la tentazione della carriera politica). I supercittadini riceverebbero a casa le informazioni e le documentazioni oggi fornite agli eletti. Niente portaborse, pochi rimborsi, indennità avare. Per legislare nella Bulé i coltivatori attici si portavano da casa pane e olive.

Il passaggio alla randomcrazia ingigantirebbe il ruolo dei burocrati e degli esperti. Perciò ciascuno degli uni e degli altri, al di sopra di determinati livelli, andrebbe stabilmente sottoposto a una giunta di tre o quattro controllori e sospettatori, anch’essi sorteggiati frequentemente tra i supercittadini; si insedierebbero fisicamente negli uffici dei controllati. Per i furbi e gli infedeli, confisca dei beni (anche dei consorti e dei congiunti) e campi di lavoro coatto, prima delle sentenze definitive.

Quella che le urne ci impongono è una classe dirigente tutta di indagandi.

Allora self-governiamoci random, senza politici! Seicentomila alla volta.

A.M.Calderazzi

Aspro editoriale di un Ceronetti eversore e profeta

“La Stampa”: L’Egitto insegni a due milioni tra noi sotto la guida di un Kemal Ataturk ad abbattere il nostro regime.

35 anni fa uno degli Internauti invocava contro i Proci della nostra politica, l’equivalente dell’ Immane Clistere di Ceronetti.

Pratichiamo il paternalismo ogni volta che i popoli sottomessi, p.es. gli islamici, si sollevano: ”Poverini, si erano assuefatti al servaggio, ora esplodono”. E noi italiani, ipoteticamente in gamba dalla nascita, facciamo di meglio dell’antica sottomissione islamica? Sono già passati 65 anni da quando i gerarchi fascisti furono soppiantati dai demofurfanti antifascisti, ma sottostiamo agli stessi Proci usurpatori e ladri. Si sono susseguite generazioni di gauchistes furenti, e i Proci sono sempre lì, a banchetto. Detenendo le chiavi del tesoro, attingono.

Abbiamo, noi sofisticati ed evoluti, la faccia di compiangere tunisini, egiziani eccetera perché si sono tenuti a lungo i satrapi che mandavano a Londra i miliardi rubati. Siamo stati meno pecore e conigli noi che, letto Croce e cantato Bella Ciao, ci siamo rassegnati al pensiero unico e all’Arco costituzionale forever?

Ecco perché oggi 6 febbraio 2010 è storico che “La Stampa” abbia fatto scrivere a un Ceronetti dichiaratamente “filosofo politico” un editoriale davvero al fosforo (nel senso letterale greco: fosforo=che porta la luce), anzi al trinitrotoluene. Titolo: ”La speranza che viene dall’Egitto”. Premesso che “non sappiamo fare altro che deplorare la violenza, ipocritamente“, Ceronetti va all’assalto: “Se c’è chi pensa che togliendo di mezzo Berlusconi si fa il bucato a una democrazia in condizioni di agonia, come questa in cui perdiamo tutti il rispetto di noi stessi, dire che è di vista corta è misericordia. Gli anni di Berlusconi hanno fatto emergere la verità di una forma democratica in sfacelo“.

Ancora:

Se da noi l’illegalità-chiave sono i partiti occupatori, la nazione ha il dovere di non più tollerarli. Se le illegalità sono milioni, una sola grossissima (corsivo de “La Stampa”) può purgarle tutte come un immane clistere: una rivolta popolare che sommerga letteralmente sedi e palazzi governativi e parlamentari; una marcia su Roma non di lugubri teschi ma di cittadini; un risveglio del Colosso di Goya fatto di uno, due, tre, quattro milioni di teste; la resurrezione di Bruto (…) A cosa può servire un processo dopo l’altro contro persone singole, quando un’intera classe dirigente è imputabile? Ad Ercole occorrerebbero milioni di braccia per ripulire le stalle di Augìa di questa Penisola.

E dopo il purgone, rifare tutto senza un solo batterio di quel che è stato. Eleggere una Costituente di facce nuove, senza più destra-sinistra, vuote occhiaie. Una Costituente presidenziale capace di stanare un uomo giovane, incontaminato, un Kemal Ataturk libertario, figlio di qualche sobborgo disperato, e di farne un Primo Console.

Fino a un coma tragico me l’hanno addormentata, questa parassitosa nazione. Non si vede, dappertutto stendiamo lo sguardo, che passività incurabile, torpore, inebetimento(…) La piazza egiziana ha acceso un barlume di speranza: il suo messaggio viaggerà lontano. Un Egitto che immagina qualcos’altro, per sé e per tutti, irradia una luce insolita di fresca aurora.

Profetico Ceronetti! La “grossissima illegalità” (cioè l’insurrezione); lo “immane clistere che purga milioni di illegalità”; la “rivolta popolare che sommerga tutto”; il “risveglio del colosso di Goya”; la “resurrezione di Bruto contro l’intera classe dirigente”: questo sacrosanto proclama su “La Stampa” viene 35 anni dopo che la cover story del mensile milanese “Europa Domani” invocava le stesse cose. Con un’allegoria un po’ diversa: un popolo che si fa Ulisse e spegne tutto dei Proci -partiti, politicanti, Costituzione, urne elettorali- con un arco possente su cui è scritto ‘Democrazia Diretta’ (diretta non di tutti ma di una macrogiuria dei migliori).

Io che suggerii quella copertina e avanzai quelle proposte, incoraggiato da un editore lungimirante, mi dichiaro oggi fautore e seguace entusiasta del clistere di Ceronetti. Però in tutta umiltà gli oppongo: la Costituente presidenziale di facce nuove, capace di stanare un Kemal Ataturk, non va eletta (si ritroverebbe le facce vecchie). Va sorteggiata randomcraticamente dal computer, sorteggiata con selezioni progressive e sempre più meritocratiche (per esempio, il ministro semestrale della cultura, solo tra accademici dei Lincei) proprio tra quel paio di milioni di teste che Ceronetti chiama a raccolta. Esse sono, cancellato il suffragio universale generatore del mefitico che è questa seconda o terza repubblica, portatrici di valori e di costumi infinitamente più alti. In prima fila vengono coloro che per qualche anno hanno fatto volontariato, oppure hanno virtù e saperi oggettivabili quali i più (politici compresi) non posseggono.

Tra questo popolo di supercittadini -non di iscritti all’anagrafe- si sorteggi una Costituente fervida e guidata da un uomo superiore; persino da una donna superiore, ispirata come Giovanna d’Arco o eroica come Madre Teresa di Calcutta.. Questa persona superiore Ceronetti la chiama Kemal Ataturk o Primo Console, e fa bene. Io, richiamandomi alle opere concrete di un dittatore filosocialista contemporaneo di Ataturk, la chiamo Miguel Primo de Rivera. E rimpiango non possa chiamarsi Manuel Fraga Iribarne, che conobbi come il più colto e acuto tra i governanti spagnoli ma che è caduto per l’errore di acconciarsi ai furfanteschi giochi parlamentari-elettorali. In ogni caso il nuovo Kemal dovrà avere virtù e mani salde, e poi durare poco come M. Primo de Rivera. I due milioni di futuri cittadini-arconti (ad Atene ogni coltivatore dell’Attica poteva essere sorteggiato arconte per un giorno) non assurgeranno se non saranno capeggiati da un Ulisse dall’arco infallibile.

A.M.Calderazzi

La rabbia e la rassegnazione

Siamo giovani e proviamo rabbia. Non siamo pochi ma non siamo maggioranza. Vogliamo che vengano fatti i cambiamenti giusti, necessari, quelli che non piacciono alla maggioranza. Vogliamo che le decisioni non vengano prese solo pensando all’oggi o al domani, ma al dopodomani. Vogliamo che chi prende le decisioni lo possa fare senza il ricatto del consenso, e assumendosi completamente le proprie responsabilità.

Vogliamo uno Stato e un’impresa che facciano ricerca. Vogliamo una scuola pubblica laica e funzionante. Vogliamo infrastrutture nuove per il Paese. Vogliamo un’informazione libera. Vogliamo uno Stato laico, dove le libertà degli uni non possano essere azzoppate dalla fede degli altri. Vogliamo investimenti per il turismo e per la cultura. Vogliamo la legalizzazione della prostituzione e delle droghe leggere. Vogliamo che i fondi per le riforme si trovino per l’interesse di tutti a discapito di cricche e corporazioni. Vogliamo che la crescita non sia un astratto numero apparso sul Sole 24 ore, ma un benessere diffuso nella società. Vogliamo la fine dei privilegi delle lobby. Vogliamo una politica estera pacifica ed europeista. Vogliamo più Europa.

Pensiamo che così non si possa più andare avanti. Pensiamo che la democrazia rappresentativa fondata sul suffragio universale non sia sostenibile in eterno. Pensiamo che nel futuro la mancanza di decisioni lungimiranti porterà ad un deterioramento tale della società, dell’economia, dell’uomo, da prefigurare ritorni autoritari.

Abbiamo timore per il futuro. Vediamo le idee giuste che non vengono portate a termine. Vediamo la lentezza e l’inefficienza del sistema attuale. Siamo rassegnati. Siamo ingabbiati nel sistema più giusto di quelli possibili che marcia verso il disastro. Sappiamo che il prezzo di eventuali cambiamenti è troppo alto. Non lo vogliamo pagare. Non vogliamo che lo paghino gli altri. Possiamo solo stare a guardare. Un domani qualcuno dirà che avevamo ragione. Se gli uomini del futuro riusciranno a vedere il pericolo prima che si concretizzi, speriamo che vogliano tentare nuove vie di democrazia, e non abdicare al potere autoritario.

Oggi proviamo rabbia e rassegnazione. Siamo ancora troppo pochi. Oggi. Domani…

T.C.

DESTRA O SINISTRA: IL DOVERE DELL’INDIFFERENZA

Un quinquennio di governo della destra ha disgustato quanti da essa si attendevano un corso variamente ispirato a Quintino Sella, alla Thatcher, a Ronald Reagan, a Tony Blair persino: tagli alla spesa; riduzione dei dipendenti, parassiti e rapinatori pubblici; abbattimento dei costi della politica; più libertà economica; più privatizzazioni; più contrasto all’illegalità; qualche contenimento all’immigrazione clandestina; quanche rallentamento alle avanzate trasgressive; e così via. Non è accaduto nulla. Peggio: L’affarismo incarnato da Berlusconi, Previti, i loro legali miliardari, i recordmen della finanziarizzazione, gli inquinatori dell’ambiente e di molto altro, ha conseguito trionfi.

Ma chi nel 2006 ha votato per l’Unione, non si aspetti quasi nulla di buono. Sperava in una politica estera nuova? Sbagliava. Prodi, D’Alema, Fassino, Rutelli, Bertinotti hanno già mostrato coi fatti che l’azione internazionale resterà bipartisan. Le differenze rispetto all’era Berlusconi riguarderanno le posture, i modi di porgere, non la sostanza. Di fatto la consegna resta “continuità”.

L’Italia resterà atlantica e stretta agli Stati Uniti a tempo indeterminato, con buona pace di sessant’anni di antiamericanismo progressista. Dal crollo dell’Urss Washington pratica un imperialismo scoperto, cominciando coll’annessione diplomatico-militare della maggior parte degli ex-satelliti di Mosca. I nuovi membri est-europei della UE sono ora clientes del Dipartimento di Stato e del Pentagono, sabotatori attivi dell’integrazione e dell’indipendenza del Vecchio Continente. Gli USA hanno installato basi di guerra in varie repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, qua e là dilatandosi in altre direzioni. Hanno creduto di conquistare l’Afghanistan e l’Irak, mai astenendosi dal colpire i civili e mai fissando limiti alle devastazioni. Ad intermittenza minacciano di muovere guerra all’Iran, alla Siria, alla Corea del Nord, in teoria ad ogni nazione contro cui una guerra preventiva possa conseguire interessi statunitensi.

Ma l’Italia di Prodi, d’Alema , Bertinotti eccetera resterà alleata degli Stati Uniti: senza mai denunciare la fola secondo cui l’Occidente esporta la democrazia. Anzi, senza mai ammettere che la democrazia non merita d’essere esportata, neanche con le buone, se consiste in ciò che l’Occidente si trova ad avere: un’oligarchia plutocratica/partitocratica mimetizzata nel progressismo.

Questo hanno prodotto i 100 giorni fondativi dell’Unione: la promessa di anticipare di qualche settimana, rispetto al calendario di Berlusconi, il ritiro del contingente militare dall’Irak. In cambio allargheremo l’impegno nella ricostruzione della Mesopotamia e dell’Afghanistan, come se fossimo corresponsabili della loro distruzione.

Anzi nell’Afghanistan accresceremo il coinvolgimento bellico, visto che il cosiddetto trionfo dell’Iperpotenza Planetaria rischia d’essere azzerato dalla resistenza talebana. I Cento Giorni hanno visto anche la visita d’omaggio di Massimo D’Alema a Washington, così carica di simbolo. Hanno mostrato l’uomo forte del governo romano quasi balbettare la riconoscenza per essere stato ricevuto dal Segretario di Stato –non dal Presidente, che pure riceve tanti- e pure perdonato per il proposito di accorciare impercettibilmente il calendario del ritiro dall’Irak: ritiro dichiaratamente lento e ‘concordato con gli alleati’. Pochi giorni dopo il capo del governo di Tokyo annunzierà senza complimenti un disimpegno nipponico dall’Irak a termine ravvicinato, entro luglio. Per contrasto, nell’ufficio del Segretario di Stato il presidente dei Ds si è detto ‘onorato’ di una benignità della Rice: “Call me Condoleezza”. Come quando il principe di Bismarck poggiò sulle spalle di un Francesco Crispi adorante il proprio superbo pastrano.

Queste cose accadono quando l’avvento della Sinistra avrebbe potuto comportare la fine della sudditanza agli Usa della repubblica ‘nata dalla resistenza’. Perché no, l’uscita dal Patto Atlantico. Nell’era della Sinistra, la mannaia avrebbe dovuto cadere su tutte le spese militari e di rappresentanza, cominciando colla cancellazione di tutte le esibizioni e parate, comprese quelle domestiche. Si poteva ipotizzare che un governo rosso-rosa dimezzasse i costi delle velleità.

Per millenni si è contrapposto al fasto e agli sprechi delle monarchie la virtuosa semplicità repubblicana. Dopo sessant’anni di infedeltà agli ideali i gestori rossastri delle istituzioni sorte sul cosiddetto eroismo partigiano non accennano più a ricordarsi dei propositi di un tempo lontano. Il nostro apparato istituzionale è straordinariamente oneroso. Il Quirinale è senza confronto più sfarzoso di altre sedi di vertice. La presidenza italiana ha un migliaio di dipendenti contro i 160 di quella germanica. La Casa Bianca non ha nulla di altrettanto costoso e ridicolo quanto i nostri corazzieri. I ricevimenti mondani delle nostre sedi diplomatiche sono chic per definizione, e lo chic costa, oltre a corrompere.

I Cento Giorni di Prodi e Padoa Schioppa annunciano stangate, ma non alcun taglio agli emolumenti e privilegi di mezzo milione di eletti, cooptati, consulenti, faccendieri.

E’ irragionevole sperare che sia la sinistra, non avendolo fatto la destra, a licenziare un milione di dipendenti pubblici; ad abolire le province; a smettere di sussidiare le produzioni non richieste dal mercato; a cancellare ogni capacità offensiva delle forze armate, convertendo a funzioni di polizia la massima parte del residuo di apparato militare che si sia costretti a conservare; a mettere fine ai soprusi del sindacalismo, agli eccessi di immigrazione illegale, ad altre infamie.

La destra non ha indebolito l’oligarchia partitica. Perché dovrebbe farlo la sinistra, per la quale i partiti sono gli organi di comando della Repubblica?

In conclusione. Se le anime belle preferiscono la sinistra alla destra è perché paragonano le realtà della seconda con gli ideali della prima. L’errore è evidente: le cose hanno sempre smentito gli elevati imperativi della sinistra. Che questi ultimi siano idealmente superiori non conta: non operano mai. Per questo di fronte ai due campi non possiamo non essere indifferenti. Nella democrazia elettorale il buongoverno è semplicemente impossibile.

A.M.C.

THE UNHOLY ANTI-MARCHIONNE ALLIANCE

A prestigious Italian guru, Mario Deaglio, wrote recently that Sergio Marchionne, the head of Fiat-Chrysler, must be given credit for the single true turning point in the Italian polItics over several decades. Marchionne is supposed to be a top manager, not a statesman: What did he do of so much impact on the political scene?

He simply is defying a belligerent metalworkers union, Fiom, in a resolute way that resembles a master stroke. Since 1945, when anti-fascist parties won power, Italy evolved into a society were unionism was politically motivated at the utmost. Hardly an important decision might really ignore the unions’ goals and bents. Consequently the Italian shop environment was determined by the unions’ activism and achievements. This explains the true amazement of observers and politicians when Marchionne started a confrontational course with the unions.

He notified them that those Fiat plants whose productivity is low (because of industrial conflicts or of malpractices such as absenteeism) might end up moved abroad. He has prevailed over aggressive unions in Sicily (Termini Imerese plant) and near Naples (Pomigliano plant). At Pomigliano it usually happened that when the Naples soccer team was playing important games a majority of the Fiat workers took (paid) sick leave, i.e. practiced absenteeism. Moderate, middle of the road unions have accepted more rigorous industrial rules. Leftist Fiom, which once upon a time used to be powerful, is adamant in refusal.

Marchionne is now warning that the very Turin plant, Mirafiori (the historical cradle of Italy’s car industry) will loose a several-billion Fiat investment if a majority of its workers will not approve the Marchionne reforms. Without said modernizing investment, Mirafiori will likely wither and Italy’s largest industry might leave the country.

Most observers believe that Fiat is right in imposing a new contract in order to be able to compete in the world market; and that the claim that Marchionne is trying to enslave the employees is ridiculous. But they have an argument against the head of Fiat: he is paid too much. Estimates on his compensation differ wildly; possibly he is entitled to stock options valued as much as 100 million euro, on top of a 4,3 million per year salary. Unsympathetic analysts even calculate that Marchionne is paid the equivalent of 13,000 blue collar workers. Here they are right, of course. Marchionne’s and other top managers’ talent is hardly worth the work of thousands of employees. In fact, present Fiat business results are not brilliant.

The heart of the matter, then, is unbridled hypercapitalism. Top bosses’ compensations are preposterous and grotesque almost everywhere. They are in no relation either with performance or with social responsibility. At some moment of WW2 the top incomes in the USA are said to have been taxed at 90%, i. e. almost confiscated. Clearly the present economic crisis should be the right time to forfeit the largest part of ludicrously high incomes. If the top rate reached 90% in the USA, present global competition is a sort of economic war that justifies emergency, stern measures.

However a much higher taxation on the rich would postulate a quasi-socialist aim, while no prospect exists for any quasi-socialist program in a market economy like the Italian one. Only leftist parties might propose forfeiting laws, but their reputation could not be lower. They are not credible at all as the defenders of the public interest. Their integrity is no better than the one of the Right. The traditional Left is totally inadequate to promote a better distribution of wealth.

Only a reputable, non-leftist, non-factional, non-professional breed of public figures would deserve the esteem of the community. The Italian politics does not possess such a breed. Any idealistic, even saintly program will be refused by public opinion if advanced by traditional career politicians. So the hypercapitalist champions will go on earning as much as large herds of their workers.

Too bad. Because of the decline of the advanced economies, a comparatively near future will require the general enhancem ent of welfare. It will be so costly as to compel the governments to assail the richest taxpayers. If the process will be managed by the scoundrels, carpetbaggers and robber barons that run Italy, it will be a rotten process. By definition, the opposite of social justice.

A.M.C.

Lo spettacolo deprimente dell’opposizione italiana

Al netto di quelli che lo votano, gli italiani di Berlusconi non ne possono più. Stanchi di andare all’estero ad essere derisi per un presidente puttaniere. Stanchi degli sproloqui suoi e dei suoi scherani pennivendoli. Stanchi del suo giovanilismo superomistico catto-cazzaro. Stanchi dei danni, più o meno gravi, inferti al Paese.

Ma ci sono alcuni di problemi che impediscono di sbarazzarsene. Uno è l’ostinazione con cui Berlusconi vince elezioni e sfide parlamentari. Un altro è il fatto che gli italiani che lo votano sono tanti, per lo più persone anziane e con un grado di istruzione medio o basso. E l’Italia straripa di vecchi e di ignoranti. Un altro ancora è il suo impero economico e mediatico.

Il problema più grave però è costituito da chi fa opposizione a Berlusconi, posto che qualcuno che faccia opposizione ci sia. Di Pietro urla e strepita, ma la sua stessa esistenza politica è legata alla sopravvivenza di Berlusconi, e al momento decisivo sono stati due suoi parlamentari a far sopravvivere il Governo. Vendola, per quanto si sforzi, è confinato nella ridotta della sinistra, che pare aver scritto nel proprio dna il destino di Cassandra, nella migliore delle ipotesi. Il Partito Democratico è una pasticca per il malditesta, maldipancia e maldiculo, tutto in un unico prodotto. Non solo è diviso al proprio interno tra amici del segretario, amici dell’ex segretario, amici di chi vorrebbe fare il segretario e di chi vorrebbe fare il candidato premier sì, ma il segretario no. E’ anche diviso all’interno delle sue stesse fazioni. Il caso fiat spacca la fazione del segretario e dei rottamatori, il testamento biologico spacca i modem, il Pd in definitiva spacca le palle al suo stesso elettorato. Il 25% di cui è accreditato pare essere composto, oltre dalle eterne truppe cammellate e da qualche anima pia che ancora ci crede, da elettori rassegnati, scontenti dell’estremismo (o dal passato, o dalle tendenze sessuali) di Vendola, o disgustati dal giustizialismo (o dall’ignoranza) di Di Pietro. Nel recinto dell’opposizione sono poi entrati da poco l’Udc di Casini, e da pochissimo il Fli di Fini. Contro Berlusconi è schierato praticamente l’intero arco parlamentare della Prima Repubblica, dal Msi al Pci. E dunque che fare?

A voler ascoltare il ronzio di sottofondo prodotto dall’opposizione, niente. La sola proposta astrattamente-potenzialmente vincente (sia chiaro, solo in sede elettorale) è quella del tutti contro uno, ma basta menzionarla per scatenare il tutti contro tutti. E allora niente.

Se è vero che questa Seconda Repubblica finirà con Berlusconi, non resta che augurarsi che finisca in modo drastico e fortemente autocritico. Speriamo poi che la Terza si fondi su presupposti completamente nuovi, magari un po’ più improntati alla responsabilità ed alla selezione di eletti ed elettori.

Tommaso Canetta

UNA CRESCITA VERDE E’ POSSIBILE

In alternativa al modello attuale e alla crescita zero

Nello scorso numero abbiamo pubblicato una perorazione per la crescita zero apparsa su “Die Zeit”, sul quale, come altrove all’estero, sta proseguendo il dibattito su questo tema di crescente attualità. Riportiamo ora un articolo dello stesso settimanale tedesco (4/11/2010) in cui si sostiene, con dovizia di dati, che al modello di sviluppo tradizionale esiste anche un’alternativa meno drastica: la crescita verde.

Crescita e sviluppo sono oggi concetti controversi. Molti li esaltano, altri li demonizzano. Soprattutto per quanti se lo possono permettere lo scetticismo sulla crescita torna di moda. Questi postmaterialisti dimenticano volentieri su che cosa poggia il loro stile vita biologico. Essi hanno rinunciato anche all’idea e alla concezione di progresso. Sono economicamente e socialmente ciechi e privi di prospettive. Non riescono neppure a concepire che i problemi dell’odierna, vecchia società industriale possano essere risolti con nuovi metodi.

Il Club di Roma, nel suo rapporto del 1972 intitolato “I limiti della crescita”, avvertì che avevamo sforato la sostenibilità del nostro pianeta. Se la popolazione, la produzione di generi alimentari e beni industriali, l’inquinamento ambientale e il consumo di materie prime non rinnovabili continueranno a crescere a ritmo immutato si arriverebbe, secondo quel rapporto, al collasso dell’economia mondiale.

Ciò è vero, ma non significa che l’unica soluzione del problema sia l’ascetismo. Dobbiamo invece conciliare il benessere di massa con quello che il nostro pianeta può dare e sopportare. Crescita e utilizzo delle risorse possono e devono essere scissi. Abbiamo bisogno di una crescita di qualità.

A questo fine è necessario un modello di sviluppo al cui centro stiano nuove tecnologie, nuovi prodotti e procedimenti di produzione per un uso più efficiente di energia e risorse. L’Ufficio federale [tedesco] di statistica ha stabilito che l’utilizzo delle risorse è il principale fattore del costo di produzione dell’industria di trasformazione tedesca. Esso costituisce il 46% del valore della produzione lorda. L’Agenzia tedesca per l’efficienza dei materiali (Demea) stima che l’industria nazionale potrebbe risparmiare 100 miliardi di euro all’anno se usasse materie prime e materiali con soltanto un 20% in più di efficienza. Noi invece ci comportiamo come se i salari, che costituiscono solo il 20% dei costi, fossero l’unico fattore su cui risparmiare.

Già le tecnologie di riciclaggio diventano un grande mercato di crescita a causa dell’esplosione demografica planetaria. In Germania dovrebbero esservi investiti 20 miliardi di euro nei prossimi dieci anni, con conseguente possibilità di creare fino a 200 mila nuovi posti di lavoro. Inoltre, grazie al riciclaggio, si consumerebbe molto meno energia rispetto alla produzione primaria di materiali. Anche le emissioni di diossido di carbonio, ad esempio con il riciclaggio dell’alluminio, si riducono ad un quinto di quanto emesso nella produzione primaria di alluminio. E il riciclaggio apre nuovi sbocchi all’esportazione: nelle relative tecnologie la Germania possiede già una quota di mercato di oltre un terzo.

La biotecnologia, dal canto suo, può rimpiazzare costose ed inquinanti lavorazioni chimiche. Il konzern Boehringer Mannheim (oggi Roche Diagnostics) ha appurato che l’impiego di feccia geneticamente modificata riduce i costi di produzione dei medicinali e migliora l’impatto ambientale. I costi di produzione sono calati da 80 mila a 40 mila euro, i rifiuti solidi e liquidi da 200 a 40 tonnellate e il consumo di energia è diminuito dell’80%.

Per cambiare veramente dovremmo tuttavia tassare anche il consumo di risorse naturali liberamente disponibili e non soltanto l’emissione di CO2. Il valore economico dell’ecosistema è molto più elevato di quanto abbiano ritenuto finora economisti e naturalisti. Le circa 100 mila zone naturali protette della terra forniscono annualmente agli uomini servizi di ecosistema per un valore di 4,4-5,2 miliardi di dollari USA. E’ una cifra superiore alla somma mondiale dei fatturati delle industrie automobilistica e siderurgica e dei servizi IT.

Crescita e conservazione sono conciliabili. Proprio nelle aree in cui sviluppo e crescita sono scarsi si registra la maggiore perdita di biodiversità. Gli abitanti delle regioni economicamente più deboli sono infatti costretti a guadagnarsi da vivere usando metodi anacronistici e distruttivi. Ne sono esempi il taglio di alberi a scopo di riscaldamento o la distruzione della flora tropicale mediante la pesca con la dinamite nel mare. Un modello di sviluppo intelligente è condizione di base per la conservazione.

Del resto, qualsiasi cosa si faccia in Germania, paesi come la Cina, l’India e il Brasile vogliono crescere e cresceranno. Essi sostengono a ragione che il benessere dell’Occidente è frutto di un processo di industrializzazione che ha sollevato problemi quale il cambiamento del clima. Ora questo benessere dovrebbe essere loro negato? Perciò tocca ai paesi industriali avanzati dimostrare che crescita e conservazione sono conciliabili. Anziché concorrenti per risorse che tendono a scarseggiare i paesi in via di sviluppo potrebbero così diventare nostri partner.

Già oggi per i mercati delle tecnologie verdi si prevedono a medio termine tassi di crescita dell’8% all’anno. Ciò significa un abbondante raddoppio ogni dieci anni. Entro il 2020 il volume del mercato globale delle tecnologie verdi aumenterà dagli attuali 1,4 miliardi a 3,2 miliardi, creando enormi opportunità di occupazione. Nei prossimi dieci anni potremmo creare in Germania con la tecnologia verde fino a due milioni di nuovi posti di lavoro.

Per una simile evoluzione dobbiamo tuttavia porre fin d’ora le premesse. Occorre una politica industriale ecologica, con lo Stato come pioniere, che promuova le tecnologie appropriate. Chi insiste troppo a lungo su tecnologie dinosauriche come quella dell’energia nucleare spinge le tecnologie del futuro verso l’estero.

Un nuovo modello di crescita e sviluppo non può essere contrapposto al nostro modello di benessere, come fa ad esempio l’economista Meinhard Miegel nel suo bestseller “Crescita senza sviluppo”. Un nuovo modello di sviluppo deve invece fondere insieme dinamica economica, conservazione ed equità sociale. Una terza rivoluzione industriale ne crea i presupposti…Redditi e profitti di una società industriale rispettosa delle risorse consentono sin d’ora una giusta redistribuzione.

F.S.

PARLAMENTO IN VACANZA

Per capirci meglio.

Un coro di proteste indignate e scandalizzate si è levato alla notizia che il parlamento sarebbe andato in vacanza in attesa del fatidico voto di fiducia o sfiducia del 14 dicembre, che poi magari non ci sarà (stiamo scrivendo con qualche giorno di anticipo su quella data). Proteste sacrosante, per un verso. Si tratta infatti dell’ennesima e ormai non più stupefacente prova di insensibilità della classe politica, comunemente nota come casta, nei confronti di una comunità nazionale che forse confidava in qualche segno di resipiscenza almeno in un momento così cruciale.

Deputati e senatori lautamente stipendiati e spesso assenteisti in vacanza straordinaria quando buona parte del paese soffre per la crisi e per una sequela inarrestabile di emergenze come quella di Napoli? Quando si lamenta (almeno da qualche parte) che le crisi attuali come tante altre pregresse si snodano e si dibattono ovunque salvo che in quella che dovrebbe essere la sede naturale, ossia appunto in parlamento? Quando si denuncia l’arenamento di vari processi decisionali su questioni particolarmente scottanti e urgenti con conseguente pericolo di gravi danni economici, come nel caso di opere finanziate con fondi UE?

Ebbene sì, proprio in vacanza, per di più prenatalizia e, come se non bastasse, non senza il sospetto che una delle sue finalità, forse la principale, fosse quella di lasciare più libero spazio ad un inedito mercatino di fine d’anno quale la compravendita di voti in vista della fatidica scadenza di cui sopra. Nel qual caso i mercanti avrebbero avuto almeno la delicatezza di sgombrare volontariamente e sia pure solo temporaneamente il tempio. Non conviene però stracciarsi soverchiamente le vesti perché non tutto il male viene per nuocere. Forse gli stessi mercanti hanno inteso rendere un servizio al paese essendo verosimilmente consapevoli di come stanno le cose almeno per quanto riguarda la funzione istituzionale primaria del parlamento: la legiferazione.

Qui il punto è stato appena fatto, in modo icastico, dal rapporto annuale del Censis, che non ha mai peccato di pessimismo sulle sorti nazionali. Il nostro, secondo l’istituto presieduto da Giuseppe De Rita, sarebbe infatti un paese “senza regole né sogni, che non ha più desideri”, e questo anche perchè “con troppe leggi dove però la legge conta sempre meno”. Proprio come le grida manzoniane, insomma. Se ricordiamo bene, il numero di leggi vigenti in Italia sta in un rapporto di circa 100 a 5 con quelle vigenti in Germania, la quale non sembra languire sotto il peso di una simile inferiorità. Non risulta, d’altra parte, che lo sfoltimento legislativo intrapreso da un eminente statista come Roberto Calderoli abbia dato finora frutti molto apprezzabili. La vacanza parlamentare, dunque, ci può stare, e potrebbe persino definirsi salutare.

Nemesio Morlacchi

La stampella vaticana a Berlusconi

Per chi ha giustificato genocidi, torture, guerre e roghi, cosa volete che sia chiudere un occhio su una bestemmia, due matrimoni e qualche camionata di puttane?

Le alte gerarchie della chiesa italiana complottano all’ombra dei palazzi romani, e questa non è certo una novità. Il governo traballa, la sinistra è vista come inaffidabile, anzi come nemica. Anche il nascente terzo polo è guardato con sospetto. L’esilarante racconto di Berlusconi sulle confidenze del Segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, è esemplare: “Quando gli ho chiesto cosa ne pensasse del terzo polo, il cardinale mi ha risposto che non celebra matrimoni fra uomini, soprattutto se si tratta di Casini e di Fini”.

Troppo laico Fini per essere bilanciato da un pur devotissimo Casini. Imperdonabili certe sue scelte sul referendum per la procreazione assistita o sui casi Welby ed Englaro. Il terzo polo no, si dice in Vaticano e alla Cei. E la sinistra men che meno. Cosa ci resta eminenza?

Ovviamente Lui, sorridente, malleabile, ragionevole, gommoso. In cambio di una legislazione gradita al Vaticano, su embrioni, coppie di fatto e testamento biologico, la Santa (e meretrice) Chiesa di Roma chiuderà un occhio sui vizi privati del Presidente del Consiglio. E allora vai di constestualizzazione! Se poi il governo maltratta gli ultimi, quelli dalla cui parte ci si aspetterebbe di trovare i seguaci di Cristo, che problema c’è…nella prossima vita saranno i primi.

Ci sono parroci coraggiosi che alzano la voce contro questo scempio, e c’è anche qualche vescovo che stropiccia i piedi imbarazzato, ma è il bello della gerarchia, alla fine la voce che esce e copre tutte le altre è una sola.

Rimane un interrogativo: scomparso Berlusconi la Chiesa a chi si rivolgerà? Chi sarà il vincitore non si può sapere ora, di sicuro ci sarà una lunga fila di contendenti. Ma chissà che durante le selezioni non si riesca a far passare qualche legge di civiltà in Parlamento.

T.C.

QUESTO 25 LUGLIO INSEDIERÁ GALEAZZO CIANO

Quello del ’43 fu rottura vera.

Chi scrive vanta una quarantennale indifferenza di fronte alla lotta fratricida che spacca in due bande spietate i Proci banchettanti a spese del popolo: Proci Azzurrastri contro Proci Rossastri. I primi capeggiati, oggi, da Silvio Lubriconi, austero magnate markettelevisivo, i secondi discepoli e uomini di mano dell’Ingegnere, mite finanziere e mistico che fece una lunga ascesi ad Ivrea, quando vegliò la salma Olivetti, e a Torino-Lingotto, quando provò ad arricchire la Fiat a beneficio di due orfani , Gianni e Umberto.

Indifferente, dunque. Se questo pomeriggio di novembre avanzo un’ osservazione sulle cronache della stagione finora dominata dalle libere ragazze di Lubriconi e dai contratti monegaschi e RAI non ostacolati dalla Terza Carica dello Stato, è perché sento infittirsi i richiami al 25 luglio 1943 e i connessi opposti esorcismi.

Ma quel 25 luglio segnò una fine dura e aspra: il cavaliere Mussolini (così lo definì il comunicato della Corona) arrestato e portato alla detenzione in un furgone cellulare camuffato da ambulanza. Il maresciallo cavaliere (anch’egli dell’Annunziata) Pietro Badoglio, che il Re mise a capo del governo, bene o male finì di abbattere il regime fascista, negli anni Venti e Trenta ammirato da mezzo mondo; accettato e persino amato dallo Stivale (non mezzo ma quasi intero); alla fine demolito dai quadrimotori mod. Liberator, Stirling Lancaster e Flying Fortress. Questo 25 luglio non abbatte, non vuole abbattere, un bel niente. Sloggia, o tenta di sloggiare i Proci Azzurrastri a beneficio dei Proci Rossastri.

Sarà come se il 25 luglio di allora il Re e Imperatore sabaudo avesse insediato a palazzo Venezia, come duce, Galeazzo Ciano. Oppure Emilio De Bono. Oppure Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon. Gianfranco Fini in Tulliani è stato il Galeazzo Ciano di Silvio Lubriconi, come lui Cofondatore. Ma se l’avrà vinta, assieme ad altri quadrumviri o decemviri (=capicommensali) della gozzoviglia cominciata nel 1945, che epocale cambio di regime sarà? Usurpatori ladri prima, usurpatori ladri dopo. Alcuni di coloro che nel Gran Consiglio votarono contro il Duce pagarono con la vita, davanti al plotone d’esecuzione. Pagheranno i gerarchi della congiura in corso, oppure ingrasseranno mangiando più di prima?

Per millenni gli ebrei della Diaspora rifiutarono la realtà cantando “L’anno prossimo a Gerusalemme”. Chi scrive canticchia con la stessa eroica speranza “Arriverà Ulisse, dichiarerà chiusa la gozzoviglia”.

Jone

CHIUDERE E VENDERE IL QUIRINALE

Oppure affittarlo. Che i Padri della patria, il comunista Togliatti in testa, abbiano deciso 62 anni fa che la repubblica sorta -dicevano- sul sangue dei partigiani e sul sacrificio dei fuorusciti, avesse bisogno di un palazzo fastoso è paradigma della disonestà che ha trionfato. Bastava una palazzina di 50 stanze, come era a Bonn la presidenza della Bundesrepublik. Invece i virtuosi del 1948, incorruttibili solo per poco pochissimo, vollero la reggia dei papi e dei Savoia, costruita da Gregorio XIII col denaro che avrebbe dovuto soccorrere i miseri. Il sito era lo splendido giardino del cardinale Ippolito d’Este, la cui austera madre era stata Lucrezia Borgia, figlia di Alessandro VI, quest’ultimo incarnazione di virtù. Un santo.

Qualche anno fa la giovane Seconda Repubblica fece le mosse di volere riformare le sue vituperevoli istituzioni. Nessuno ci credette; ci avevano fatto più cinici i primi cinquant’anni di cleptocrazia che le dozzine di secoli. Eppure per un momento avevamo creduto di doverci disintossicare dal cinismo. Erano cinici i patrioti del Risorgimento? I volontari e i rassegnati del Carso?

Nessuno ci credeva, dicevamo. Eppure…Pensammo ci sarebbero state Bicamerali, Costituenti, Ricostituenti. Ci sarebbero stati codici, pandette e altri conati di rigenerazione istituzionale. Ci sarebbero state denunce implacabili. Sarebbe esplosa l’antipolitica. Le ruberie dei cleptocrati sarebbero state messe a nudo. Possibile che nulla sarebbe cambiato?

Possibile. Nulla è cambiato. I costi della politica erano apparsi scandalosi a tutti, persino alla gentaglia dei politici. Sono aumentati.

Allora è tempo di piantarla con la deferenza verso le istituzioni, cominciando dalla più augusta (diciamo così). La presidenza della nostra repubblica scalognata ha funzioni quasi esclusivamente cerimoniali: auguri di capodanno, salamelecchi col corpo diplomatico, esequie, ricevimenti, onorificenze, persino un sommo comando delle forze armate che prolunga il generalato supremo del fronte occidentale esercitato nel 1940 da Sua Altezza Reale Umberto, molto rimpianto dalle novantenni aristocratiche. Persino la prerogativa di sciogliere le Camere è discussa. A Londra, madre o nonna del parlamentarismo, indire nuove elezioni spetta al capo del governo quando vuole, non alla regina collega del nostro sommo sacerdote. Dunque il maremoto delle riforme che ci sono state promesse -perciò certamente verranno, che diamine!- dovrebbe cominciare dalla sommità fisica del sistema politico meno onorevole del mondo occidentale.

Dal Colle presidenziale -un tempo più prosaicamente conosciuto come Monte Cavallo- gli uffici del Primo Cittadino dovrebbero traslocare verso la summenzionata palazzina di 50 stanze, e non più. Il primo ministro Cameron, che ha portato alla vittoria il partito della conservazione, ha avuto il coraggio di tagliare di un quarto uno dei bilanci più tradizionali dello Stato britannico, quello del Foreign Office. Sacrifici più modesti a carico della superba Navy, della gloriosa RAF, del semi- invincibile Army. Ce lo imprestassero per un po’, a sostituire un Berlusconi o altri pari a lui, Cameron taglierebbe di otto decimi la spesa meno essenziale di tutte, quella dell’arcipalazzo pontificio/sabaudo. Ottima cosa sarebbe che abolisse i ricevimenti ai diplomatici, dignitari e loro signore.

Cameron licenzierebbe, oppure manderebbe a regolare il traffico all’Eur, i quasi 300 corazzieri che torreggiano coi loro inutili due metri nelle quotidiane teleriprese della Corte sorta dalla Resistenza. Se ci pensate, ad ogni giuramento di sottosegretario o di soprannumerario ministro assiste solenne, tra altri ciambellani, un generale a molte stelle, o forse ammiraglio, con uniforme assai elegante. Che ruolo ha in quel momento? Ha strategie di guerra da consigliare allorché il comandante supremo delle FF.AA prende il ‘giuramento’ di un politico dall’onore inattendibile?

Il feldmaresciallo di cui parliamo è uno dei quasi duemila cortigiani, corazzieri, lacchè o burocrati grandi e minimi che Cameron metterebbe in pensione a un quarto del vitalizio (ma su molti si potrebbe risparmiare in tutto la pensione, visto quanto superbamente sono stati pagati e alloggiati). Quanto alla squadretta di giuristi che preparano la firma di leggi e decreti, essi non hanno bisogno dei saloni di Sua Santità, dei cavalli e delle corazze delle Guardie del Presidente (ma per proteggere quest’ultimo si impiegano alcune centinaia di militari e poliziotti veri, i cui costi non figurano nei bilanci del Quirinale). Le università, i ministeri, le cassazioni, gli studi legali della capitale pullulano di giuristi, cui la telematica permetterebbe di lavorare dai loro domicili.

Dicono che il Quirinale conti 1200 stanze e in più gallerie, scuderie, portinerie. Una volta svuotate -coi metodi anglosassoni basterebbero due settimane- si può immaginare quanto si ricaverebbe a venderlo o ad affittarlo, completo di arazzi, tappeti e candelabri. I miliardari di Shanghai non baderebbero a spese. A ripensarci, potremmo cedere loro anche i corazzieri, palafrenieri e lacchè. I ciambellani, non è chiaro che se ne farebbero. Però se adibissero la reggia a grand hotel low cost, a sfilate di moda e a conventions di concessionari d’auto, qualche ruolo lo troverebbero anche per i ciambellani.

Ci divertiamo a fantasticare, ma la questione è veramente dolorosa. Si tolgono gli insegnanti di sostegno agli sventurati e agli storpi; si nega il pasto agli scolari morosi; si lasciano dormire in istrada, a volte morire d’inverno, i barboni delle metropoli; si abbandonano alle mense dei miseri i senza lavoro non organizzati né protetti. Invece si destinano. 220 e più miliardi all’anno a mantenere una reggia sfrontata e senza onore, la quale costa il quadruplo della monarchia britannica e l’ottuplo della presidenza federale, a Berlino, della nazione più stimata al mondo. Il Colle costa quanto quarantamila precari. Se il nostro non fosse uno paese-canaglia, gestito dai peggiori tra noi, il Quirinale non sarebbe stato mai aperto. Arrivasse un giorno il Giustiziere, cancellerebbe subito la più vistosa e immorale delle nostre infamie.

Abbiamo di peggio, peraltro. Che sono morti a fare, quei fucilati della Resistenza che avevano sperato in un paese migliore?

Antonio Massimo Calderazzi

SORTEGGIO AL POSTO DELLE URNE

Per passare alla democrazia partecipata.

Con tutti i suoi difetti, la democrazia moderna resta il punto di riferimento, anche se molti la utilizzano per banchettare come Proci a spese del popolo, e dunque è una democrazia ladra. Si tratta di passare dalla democrazia delegata ad una partecipata. Un cammino lungo, difficile e anche aspro. Lungo questo percorso, il primo concreto passo può essere rappresentato da un organico e articolato sistema di controlli da parte della società civile, la quale venga messa nelle condizioni di capire, e quindi verificare, il funzionamento dei meccanismi pubblici. Il sorteggio invece delle elezioni mi pare l’opzione giusta.

Sulla riforma delle rappresentanze parlamentari non metto becco: anche se non sottovaluto l’importanza di essa riforma al fine di ridurre i costi e migliorare il funzionamento.

E’ sulla strada della partecipazione che si possono ottenere risultati importanti, rivitalizzando meccanismi obsoleti e, nello stesso tempo, avviando processi destinati a mutare la natura della democrazia moderna. Un sogno? Forse. Ma dal sogno all’utopia salvifica il passo, come la storia dell’umanità ci insegna, è relativamente breve.

Un sistema di controlli
Si tratta di dar vita ad organi nuovi che seguano passo per passo, a tutti i livelli, il lavoro delle istituzioni attuali. Per dimostrare la fattibilità si potrebbe cominciare dai livelli più bassi. Per esempio dalle zone e dalle frazioni in cui sono organizzate le amministrazioni comunali. Il loro ruolo è oggi più formale che sostanziale: chi viene eletto nei consigli di zona e di frazione è privo di ogni potere reale. Un modo per dare sostanza e quindi potere ci sarebbe: assegnare a quei consigli la gestione di parte del bilancio comunale: Una volta definita la spesa per i servizi di carattere generale di competenza del comune, le risorse rimanenti dovrebbero essere delegate alle zone e alle frazioni.

Controlli sulle istituzioni centrali e regionali
Un organo di vigilanza sull’attività degli eletti al parlamento e alle assemblee regionali dovrebbe essere composto per sorteggio fra i cittadini delle rispettive giurisdizioni. Tale organo andrebbe messo nelle condizioni: 1) di organizzare incontri con i cittadini a prescindere dalla loro posizione politica, ossia in quanto esponenti non di un partito ma della porzione di società che rappresentano; 2) formulare proposte per rendere il rapporto coi cittadini non solo continuo ma produttivo; 3) verificare che l’impegno delle assemblee elettive corrisponda alle attese degli elettori; 4) in caso contrario formulare suggerimenti e proposte; in caso di gravi inadempienze, chiedere la decadenza del mandato.

Controllo dell’attività giudiziaria
ll problema della giustizia ha assunto una dimensione e un’acutezza tali da imporre la mobilitazione dell’intera società. Si propone un organo di sorveglianza affidato a cittadini selezionati per sorteggio per un tempo da definire e comunque non troppo lungo, in modo da consentirne la rotazione ogni anno (o biennio). L’organo di controllo popolare dovrebbe 1) esplorare la possibilità che si addivenga all’elezione anche dei magistrati delle procure, come accade negli Stati Uniti. 2) Indagare sui ritardi che la magistratura accumula ogni anno. L’organo di controllo popolare dovrà formulare proposte che impediscano il protrarsi dei processi oltre ogni limite di decenza; 3) proporre che l’articolo primo della Costituzione, che fonda i comportamenti generali sul lavoro, venga applicato anche nelle carceri. Nessun detenuto deve essere costretto all’inattività totale; 4) impedire che fra i detenuti si determinino discriminazioni sulla base del denaro. 5) controllare che non venga eluso il principio che la giustizia è uguale per tutti.

Controllo del funzionamento delle amministrazioni pubbliche
Per ogni branca dell’amministrazione dovrebbe crearsi un organo di controllo composto di cittadini scelti per sorteggio. Occorrerebbe in particolare vigilare sull’assunzione e la formazione del personale, alla luce del principio che l’amministrazione è in funzione dei cittadini e non viceversa. Di qui l’esigenza che chi entra a farvi parte debba impegnarsi anche fuori orario e nei giorni festivi.

Partiti
Se i partiti sono strutture portanti della democrazia moderna, allora il loro funzionamento è problema di tutti. Deriva la necessità di costituire -sempre per sorteggio e per tempi brevi – organi che ne controllino il funzionamento e la gestione, in modo che si conformino ai principi della democrazia moderna. La violazione di tali principi ha provocato distorsioni e deviazioni quali il ‘centralismo democratico’ nel PCI.

Banche, poste, compagnie telefoniche, assicurazioni, consorzi, corpi di sicurezza e vigilanza, anche privati
Sempre per sorteggio e per periodi che consentano una rapida rotazione andranno costituiti organi di verifica permanente i quali all’occorrenza propongano la decadenza delle strutture controllate.

Scuola
Gli organi di controllo che andranno costituiti (per sorteggio) ai vari livelli di una scuola dell’obbligo da allungare a 18 anni dovrebbe poter comminare sanzioni alle famiglie che non curano l’impegno dei figli. In caso di bocciatura dei ragazzi le famiglie dovrebbero avere risarcite le spese scolastiche. Dalla crescita culturale delle nuove generazioni la società intera guadagnerà anche sotto il profilo democratico: per la gestione della macchina pubblica sarà decisivo disporre di strumenti culturali adeguati. La mancanza o insufficienza di questi strumenti vanifica il principio di eguaglianza cui una democrazia di alto profilo deve ispirarsi.

Sanità
Lo scandalo delle lunghe attese per esami a volte decisivi deve finire. Gli organi di controllo ad hoc definiti, previo sorteggio fra tutti i cittadini, devono poter intervenire in ogni piega del sistema sanitario, in particolare liquidando le sacche di privilegio e di speculazione.

L’informazione
Se si vuole chiudere l’epoca delle democrazie senza democrazia, la società civile deve assumere precise responsabilità, affiancando e nel caso sostituendo gli organismi che abbiano dato cattiva prova. Per ridare fiato alle forme asfittiche dell’informazione oggi dominate dalle lobby, viene proposta l’istituzione a tutti i livelli di organi di controllo formati da cittadini estratti a sorte. Dovranno 1) fornire alla società intera una documentazione precisa e aggiornata su proprietà, centri di potere e organizzazione di radio, televisioni, organi di stampa; 2) proporre la dissoluzione, come vuole la legge, di eventuali posizioni di monopolio; 3) individuare gli intrecci di rapporti fra le varie corporazioni e i detentori di potere, sia pubblici sia privati, ed aggredire le situazioni di privilegio nella formazione degli organici e nelle gerarchie retributive.

Conclusione
La democrazia moderna così come l’abbiamo ereditata è malata ma non moribonda. Non va affossata, bensì rivitalizzata attraverso la partecipazione. Con il sorteggio -l”opposto della delega- verrà esaltato il ruolo dei cittadini tutti, perché la democrazia sia veramente governo del popolo.

Orazio Pizzigoni

RIMPIAZZARE I POLITICI

Popolo contro la corruzione nell’Europa orientale

C’è solo un dato che può consolare un po’ l’Est europeo in fatto di corruzione: la gran madre Russia, tale almeno per i popoli slavi, batte, in peggio, tutti gli ex satelliti dell’URSS stando alle classifiche stilate ogni anno da Transparency International. Nei suoi paraggi si ritrovano soltanto la stretta parente bielorussa e il semiasiatico Azerbaigian. Come sappiamo (vedi l’”Internauta” di ottobre), si tratta di posizioni di coda nella graduatoria mondiale, che vede la Russia preceduta, in meglio, da un gran numero di paesi asiatici, africani e latino-americani.

Benchè ricollegabile a più o meno antichi usi e costumi nazionali, il livello di corruzione è influenzato non poco dalle circostanze prevalenti in questo o quel periodo. Come gli altri paesi ex comunisti, la Russia ha inevitabilmente risentito delle rovinose conseguenze del crollo di regimi e del mutamento di sistemi politico-economico-sociali. Le sue stesse dimensioni e la sua ricchezza di materie prime e fonti di energia la ponevano però in condizioni migliori dei suoi vicini occidentali per affrontare la sfida della transizione e anche la recente crisi dell’economia planetaria. Un vantaggio, questo, che sulla corruzione non sembra avere minimamente inciso.

Nella federazione russa, infatti, il vizio del malaffare ha continuato ad imperversare e addirittura ad aggravarsi. Nel resto del mondo ex comunista è invece prevalsa anche negli ultimi anni la tendenza ad un certo miglioramento malgrado alcuni alti e bassi. D’altronde, nonostante un paio di minacce di bancarotta (Lettonia, Ungheria), l’Europa orientale ha complessivamente resistito alla crisi meglio del previsto. Le misure di austerità più o meno pesanti resesi ovunque necessarie, quali il taglio delle retribuzioni a medici e poliziotti spinti perciò a ricadere in vecchie tentazioni, non hanno apparentemente prodotto le conseguenze paventate un anno fa da “Le Monde diplomatique” in una rassegna dedicata ai Balcani. Il che non toglie che proprio la sub-regione meridionale, sotto vari aspetti la più arretrata, sia rimasta altresì quella più flagellata da un morbo che comunque non cessa di affliggere l’intero Est europeo.

Le graduatorie vedono sempre quasi tutti i paesi della regione declassati rispetto a quasi tutti quelli dell’Europa occidentale, compreso un pezzo grosso, ma notoriamente per nulla esemplare, come l’Italia, peraltro superata in relativa virtù da almeno un paio di vicini orientali. Nel quadro generale spicca la divisione netta nord-sud in quanto nessun paese balcanico si piazza meglio di quelli dell’altra sub-regione, sempre che si consideri non balcanica bensì mittleuropea, come sembrerebbe giusto, la Slovenia (che non a caso, con un voto di abbondante sufficienza, figura come la più virtuosa di tutti insieme con l’Estonia), e invece balcanica la Moldavia, già parte in passato della Romania prima che dell’URSS e oggi, anche qui non a caso, paese più povero del vecchio continente oltre che tra i più corrotti.

I Balcani si trovano adesso sotto speciale osservazione perché un particolare sforzo domestico per combattere la corruzione viene richiesto dall’Unione europea insieme ad altre condizioni poste ai paesi dell’area in attesa di ammissione. Per la verità la stessa richiesta era stata fatta da Bruxelles a Bulgaria e Romania, che hanno finito con l’essere ammesse malgrado adempimenti per lo meno discutibili e i cui progressi in quel campo sono stati per lo meno modesti anche una volta raggiunta la meta agognata. Analogamente, non moltissimo è cambiato neppure negli Stati dell’ex Jugoslavia rispetto alla situazione che una commissione internazionale non governativa per i Balcani presieduta da Giuliano Amato dipingeva, nel 2005, in termini alquanto crudi, denunciando tra l’altro una corruzione “pervasiva”. Se non è stato questo l’ostacolo principale, è sicuramente parte integrante di un quadro complessivo che spiega il perdurante ritardo dell’ammissione nella UE di Croazia, Serbia e Macedonia dopo quella della Slovenia (accolta anche nell’Eurozona), per non parlare di entità statali precarie o dal profilo controverso sotto diversi aspetti come la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro e il Kosovo. Minori ostacoli, almeno di natura interna, si presentano solo per l’Albania, risollevatasi in qualche modo dalla condizione totalmente catastrofica degli anni ’90.

Ciò che più di recente accomuna tuttavia i Balcani al resto dell’Europa orientale è un’inedita o quanto meno accentuata sensibilità al problema corruzione, la sua appariscente ascesa in primissimo piano con conseguenze concrete comunque rimarchevoli. Un anno fa l’“Economist” rilevava che i progressi economici compiuti in precedenza dall’intera regione (o quasi) avevano “ridotto il malcontento per i politici corrotti e i burocrati prepotenti”. Se ciò era vero, la successiva crisi, benché non micidiale, ha fatto sì che il malcontento riesplodesse a tutto campo.

Nuovi partiti, movimenti e iniziative popolari sono nati un po’ dovunque allo scopo precipuo di combattere il malaffare, ottenendo successi spesso inattesi e contribuendo a sconfitte elettorali anche impreviste di governi e partiti da tempo dominanti o comunque con seguito finora forte. Ciò era avvenuto, già lo scorso anno, in Bulgaria, con l’ingresso in parlamento e l’ascesa al potere, a spese del partito socialista, dei populisti di centro-destra guidati dal sindaco uscente di Sofia, Bojko Borisov, che ha promesso lotta senza quartiere contro corruzione e criminalità organizzata, mentre i liberali dell’ex re Simeone sono stati sloggiati da un nuovo partito specificamente indirizzato in tal senso.

Nella Repubblica ceca la scena politica è stata sconvolta nella scorsa primavera dall’irruzione di ben quattro formazioni dello stesso tipo, all’insegna di motti quali “Rimpiazzare i politici”, “Il pubblico conta” o “Defenestrazione 2010”. Una di esse è capeggiata da un ex ministro degli Esteri, epigono della dinastia principesca degli Schwarzenberg, che bolla la corruzione come un cancro e vuole impedire che la Cechia diventi una “nuova Sicilia, senza mare né aranci”. Agli ampi consensi riscossi dalla loro campagna si deve almeno in parte il cambio della guardia a Praga tra socialdemocratici e centro-destra.

Quasi contemporaneamente, in Ungheria, l’ampiamente prevista riscossa del centro-destra è giunta puntuale. I socialisti, al potere da otto anni, sono stati sbaragliati per un insieme di insolvenze comprendenti la deriva in materia di malaffare, tema su cui il premier di ritorno Viktor Orban, già pugnace sotto il regime comunista, ha battuto da par suo minacciando le misure più drastiche contro i funzionari disonesti. In Romania invece, nello scorso dicembre, il presidente della Repubblica Traian Basescu, in carica dal 2004, è riuscito a rovesciare i pronostici superando di misura l’avversario di centro-sinistra. Ora però dovrà dimostrare di saper mantenere meglio le promesse, analoghe a quelle di Orban, fatte all’inizio del primo mandato, durante il quale si è mosso piuttosto in senso contrario, ostacolando e punendo, semmai, i moralizzatori o sedicenti tali.

Sarebbe incauto, in effetti, plaudire senza riserve a tutte queste campagne più o meno trionfali e in particolare a quelle di forze e personaggi politici ovviamente alla ricerca di consensi più o meno facili. Già in Polonia nel 2005 i conservatori populisti dei gemelli Kaczynski avevano vinto le elezioni lanciando una crociata contro la corruzione che però parve ben presto strumentalizzata per regolare i conti con gli avversari oltre che viziata da eccessi ed abusi, e l’elettorato infatti non tardò a sua volta a pentirsi provocando un nuovo cambio di governo. Anche altrove il comportamento di tribunali speciali e commissioni insediati in vari paesi per fare pulizia non era stato sempre irreprensibile, tanto da giustificare talvolta dure reprimende e addirittura soppressioni da parte governativa, sia pure a loro volta inevitabilmente sospette. In altri casi, all’opposto, imponenti apparati repressivi e preventivi appositamente creati avevano brillato per la loro inerzia o inconcludenza. In Albania, poi, in occasione delle ultime elezioni parlamentari (giugno 2009), si è assistito a violente accuse reciproche di corruzione tra i due partiti maggiori, interpretabili in almeno due modi facilmente intuibili.

Oggi tuttavia ci si trova di fronte a mobilitazioni popolari apparentemente spontanee tali da modificare i termini del problema innanzitutto nel senso di smentire una generale indifferenza o rassegnata delusione dell’opinione pubblica riscontrata ad esempio dall’”Economist” a metà del 2008, paragonando tra l’altro la situazione est-europea a quella italiana. Ma anche nel senso di conferire augurabilmente maggiore credibilità a programmi e propositi delle forze politiche altrimenti non del tutto rassicuranti. Con l’aiuto, beninteso, anch’esso augurabile, dell’altra Europa, non solo attraverso le istituzioni comunitarie ma anche il buon esempio dei singoli paesi.

Franco Soglian