Eccessivo e ipercostoso il Quirinale per il Badante della Repubblica

Non usa scrivere male dei tre patrigni della patria attuale, De Gasperi Nenni, Togliatti. Del primo soprattutto, il quale, relativamente longilineo, austero e intabarrato di indumenti gualciti (cioè da persona seria, non da italiano) faceva figura di patriota irredento, quasi un Cesare Battisti per sempre, scortato alla forca da sbirri absburgici. La figura di Alcide si presta poco alla satira, meno che mai al cachinno. Tra l’altro a sparlare del primo dei premier repubblicani si sono rischiate per settant’anni le intemerate di Maria Romana De Gasperi, figlia e talare custode della gloria paterna. Alcide non aveva una cattiva fama; e quando la figlia novantaquattrenne ebbe a ricordare in un’intervista che la salma del genitore, morto nel 1954, viaggiò dal Trentino a Roma “tra ali di folla inginocchiata”, toccò una corda commovente.

Tuttavia il Nostro, come il maggiore dei tre caporioni che fondarono la repubblica del 1946, fu anche il più colpevole della conformazione del potere seguito al fascismo. A Regime cancellato, la nazione avrebbe dovuto organizzarsi in una repubblica doverosamente virtuosa e sobria, fermissimamente decisa a cancellare dal proprio volto le macchie del passato disonorevole, papale del Rinascimento, sabaudo e fascista. Invece i Triumviri del postfascismo presero la più diseducativa e stupida delle decisioni fondative: non uno Stato incarnante i valori e i modi di una sobrietà repubblicana, dati i tempi, obbligata e benefica; bensì una versione spoil system del fasto protervo delle monarchie mediterranee.

Uguale stronzata avevano fatto nel 1931 i padri della seconda repubblica di Spagna, festeggiatissima al momento della nascita, ma che più fallita non poteva risultare: durò un quinquennio in mezza Spagna, immediatamente seguita da una dittatura pretoriana imbellettata di cerone monarchico-clericale. I fondatori della repubblica spagnola anticiparono la stronzata dei Triumviri del nostro Stivale nel 1946. Stronzata in senso letterale. Il dizionario Devoto Oli dice: “Stronzo, escremento solido a forma di cilindro. Fig.: frequente come ingiuria rivolta a persona inetta o stupida, oppure infida, malvagia o spregevole”. Dunque i gloriosi artefici della repubblica spagnola installarono il loro capo di Stato nello sfarzoso palazzo dello scacciato Borbone, erede di una successione di malefatte dinastico-cortigiane.

Forse i maestri madrileni dei nostri carpet-baggers del 1946 riuscirono a ridurre a termini più modesti il cattivo esempio dato ai trionfatori antifascisti nazionali: non destinarono ai presidenti repubblicani spagnoli anche una superba tenuta estiva tipo San Rossore, per il legittimo sollievo dalla canicola dei cortigiani, portaborse, lacchè e parenti del nuovo corso giacobino.

Nei giardini dell’ex-reggia madrilena, Manuel Azagna, il più fallito degli statisti repubblicani, finì coll’incenerire la propria scadente reputazione dedicandosi personalmente a potare le rose e a disegnare le uniformi della Guardia presidenziale, mentre gli spagnoli si sgozzavano nella guerra civile, fatta inevitabile anche dal settarismo ateo-azionista del signor presidente.

Gli inquilini romani del Quirinale sono stati tanto meno scalognati del disastroso Manuel. Nemmeno uno ha subito dispiaceri come l’impeachment. Taluni di loro sono incorsi in malevolenze più o meno fondate: l’ultimo caso è stato la conversione all’atlantismo dell’ex gerarca-stalinista Giorgio Napolitano, conversione corredata dalla testuale dichiarazione che l’impresa bushiana nell’Afghanistan era una “guerra giusta”. Ma mentre Manuel Azagna pagò caro per i suoi peccati (nel 1939 dovette rifugiarsi in Francia a piedi, confuso tra le torme smisurate degli sconfitti da Franco; alcuni mesi dopo morì ‘di crepacuore’ nel lacrimevole esilio) i suoi colleghi e discepoli italiani sono scampati in grande alla vergogna dell’impeachment. Deposti avrebbero dovuto essere tutti gli usufruttuari delle fughe di sale, degli arazzi, dei corazzieri, dei lacchè del Quirinale. Il palazzo del disonore papale, sabaudo e giacobino ci costa almeno 200 milioni di euro ogni bilancio; e guai se la repubblica di Benigni non fosse ‘fondata sul lavoro’ e sinistroide; in un settantennio, sono stati circa 18 i miliardi di euro, più gli interessi, di sole erogazioni dirette. In più gli oneri della sicurezza e i carichi dei ministeri militari.

Che le recenti proposte di fare del Quirinale il Louvre più importante al mondo, e il più produttivo di introiti, siano tutte cadute, è una infamia di Regime. Oggi che vige l’antiregime dei populisti, sul Quirinale tutto tace. Di questo passo detto antiregime non meriterà meno disprezzo che il triumvirato postfascista De Gasperi Nenni Togliatti. Esso decise che per il Badante della Repubblica -quest’ultima è abbastanza malandata da richiedere badante- occorra una delle regge più disonorate del pianeta.

Un giorno ci vergogneremo di aver fatto tanto onore agli ipernotabili di un regime nient’affatto migliore della Seconda spagnola e della Quatrième francese, quest’ultima imbalsamata da Charles de Gaulle.

A.M.Calderazzi

Si unisca Europa come Sacro Romano Impero

Il Continente non si unirà mai in una supernazione pari agli USA, e di essi assai più illustre, se resterà fatto di paesi uguali tra loro. Uno di essi dovrà guidarlo, anzi pacificamente soggiogarlo, come facevano Roma e l’impero della nazione germanica.

Non meriterà di soggiogare l’inadeguata Francia, che dedicò oltre due secoli dalla fine di Napoleone a sognare rivincite impossibili e, in quanto implicanti massacri, autenticamente delittuose. Non meriterà la Gran Bretagna, odiatrice d’Europa: nel suo futuro c’è la condanna a saldarsi ad un’antica colonia divenuta colossale padrona. Non meriterà di soggiogare l’ex-impero sovietico, abbattuto dall’interno per aver tentato di imporre un fideismo detestato e inefficiente alla parte meno consapevole del vecchio continente. Non risulterà degna di imperare alcuna delle potenze parziali: Spagna Austria Svezia Polonia Italia.

Resta la Germania, difficile com’è da considerare congeniale, ma con la sua storia sofferta e alta degna d’essere prima. La Germania darà al continente una civiltà più valida se il suo primato sarà spirituale, come spirituale è il suo retaggio più vero. Né economico né tecnologico. L’Europa non avrà bisogno di più economia. Di più tecnologia. Di più gestione. Di più politica.

Avrà certamente bisogno di più pensiero e di più valori. La Germania cui siamo avvezzi oggi non promette di largheggiare in pensiero. Ma la Germania ancora da scoprire, nascosta, sì. Suona bislacco, ma quest’altra Germania esisteva mille anni fa, ed ebbe vita breve. Il suo momento più alto fu il travagliato regno degli svevi Hohenstaufen; poi il blocco.

Con Federico I° Barbarossa apparvero venire a fruizione le promesse degli imperatori Ottoni, una dinastia che si impegnò a sconfiggere le spinte centrifughe del feudalesimo. Barbarossa aveva dalla sua grandi armi: le idee-forza dell’impero, delle crociate, della cavalleria: però tutte destinate a soccombere. In seguito la terra tedesca espresse un imperatore, Federico II, anche più grande del nonno Barbarossa.  Il secondo Federico sarà da molti considerato il maggiore degli Hohenstaufen, anzi il massimo tra i Cesari germanici. Ma non era abbastanza tedesco. Innamorato del Mediterraneo, del Levante, della Sicilia, della Puglia, ci appare distaccato dalla sua terra, ed anche annunciatore di alienazioni a venire, di razionalismi, di secolarizzazioni; quasi un anticipo di Rinascimento.

Ma l’impero fu Medioevo, non Rinascimento. Nell’Età media l’impero diventa un orpello; si fa appannaggio degli Asburgo. Dunque il geniale costruttore di Castel del Monte, il re di Gerusalemme che non si fa crociato, il regnante che si circonda di sapienti arabi e di armati saraceni, non è tedesco se non in parte. Vedremo che il Continente ha bisogno dell’energia spirituale di ottocento anni fa: energia tedesca, come tedesco era l’impero.

Incarnò il Medioevo Federico I, il più germanico dei sovrani, possente per armi ideologiche ancor più che per quelle materiali, ancor più che per i territori, le marche, i castelli, le giurisdizioni. Il Geist dell’impero era la cultura cavalleresca e cristiana e non – come per il secondo Federico – i riferimenti classici e cosmopoliti.

 

Che attendere dal Reich dell’età spaziale

Si usa numerare come ‘secondo’ l’impero di Bismarck: ma esso non fu impero. Fu il parziale compimento dell’unità nazionale: un exploit risorgimentale. Berlino divenne una capitale pantedesca, però non si mise a capo di un continente plurale, fatto anche di paesi non tedeschi. In qualche misura erano parte del sacro romano impero anche l’Olanda, la Borgogna, la Boemia, la Polonia. Più di un dinasta straniero aspirò alla corona di Carlo Magno.

Anche il Reich di Hitler fu un non-impero. Il Führer soggiogò militarmente molti paesi, ma fu accettato pienamente solo dall’Ostmark austriaco. L’impero di Hitler fu una sfera d’occupazione, non la riduzione in unità delle nazioni subordinate. La Germania unirà il continente se le componenti di quest’ultimo risulteranno parti di un tutto ‘sacro e romano’. Se rinunceranno a sentirsi nazioni.

L’unità dell’impero futuro dovrà essere unità morale prima che operativa. Il sessantennio dell’Unione di Bruxelles ha ossificato la sopravvivenza degli Stati membri senza dare vita a una patria di tutti. La Germania dovrà anche apportare alla causa europea un ‘imperatore’ eccezionale che si faccia Mosè o Maometto, cioè il condottiero di un popolo irresistibile.

L’Europa ‘delle nazioni’ continuerà a credere d’avere diritto a non riconoscere l’egemonia della componente germanica. Quest’ultima dovrà guadagnarsi l’egemonia come se la guadagnò Atene, per la sua oggettiva superiorità.  Il Mosè tedesco sarà portatore di idealità più alte delle altre. Non i primati dell’economia, non quelli della scienza e della tecnica, bensì la superiorità dei valori darà diritto a dominare il Continente. Nessuna idea-forza dell’Europa attuale vanta l’altezza del Geist germanico: occorre dunque che la statura di quest’ultimo non sia abbassata dai compromessi e dalle ruvidezze del realismo di Otto von Bismarck e di Angela Merkel.

Passata la parentesi semi-millenaria del Sacro romano impero, la stirpe tedesca perse tutte le occasioni che fecero grandi le altre  nazioni occidentali. Perché nel prossimo secolo potrebbe andare diversamente? Risposta, perché la stirpe tedesca è intellettualmente atletica. E perché è molto popolosa. Esistono più possibilità che altrove in Europa che sorga un capo come furono Maometto e  Lutero, un maestro capace di azioni straordinarie come moltiplicare il potenziale e la creatività del suo popolo. Cos’erano le tribù arabe prima di Maometto?

Se il fatto religioso fu tanto decisivo nell’Islam, è ancora più plausibile che il futuro Reich tedesco sia “sacro” e “romano”, come un millennio fa. Ma nell’attuale era della secolarizzazione, è probabile che il ruolo svolto dalle fedi trascendenti venga sostituito da altre idee-forza, morali, culturali, artistiche. Di queste idee la civiltà e l’antropologia germaniche sono insolitamente ricche: sono le più importanti dell’Occidente.

Nessuna contrada dell’ecumene occidentale può vantarsi culturalmente superiore rispetto alla germanità. Per esempio, il futuro Reich tedesco potrebbe forse aspirare a una sorta di delega continentale nelle cose della guerra. Tuttavia il grado di militarizzazione della società germanica non raggiungerà mai quella della società americana; nemmeno quello della Francia del Front Populaire nelle varie fasi della Revanche: la quale fu protezione ossessiva dalla vendetta germanica rivolta contro le sopraffazioni del trattato di Versailles. E’ dal cataclisma del 1945 che la patria tedesca ripudia il bellicismo.

Sarà grazie alla Germania se l’Europa tornerà prima sul pianeta. Prima non militarmente: gli USA sono qui a dimostrare la miseria d’essere primi per flotte, per deterrenti nucleari, per albagie diplomatiche, per virulenze produttive. L’Europa sarà prima perché fu l’ombelico del mondo, il grembo e l’intelligenza della civiltà primigenia d’Occidente.

Noi vediamo nel nostro ‘Regno di mezzo’ la nazione che un giorno guiderà le altre perché Europa torni ombelico del mondo. Se non Germania, chi? Nessun popolo meriterà di più. Non quello britannico, che oggi si sente un’appendice. Non quello francese, che nei duecento anni seguiti al tramonto del sogno napoleonico non seppe mai liberarsi di vanaglorie e smanie belliciste. Non la Spagna e l’Austria, ridotte a periferie. Non alcuna delle nazioni che ebbero fasi importanti, come Paesi Bassi e Polonia/Lituania, ma che oggi hanno quasi niente da insegnare.

Quanto al nostro Stivale, nel Settantennio seguito alla Seconda guerra mondiale esso è stato dimentico di avere nella sua storia – più lunga e più ingente delle storie altrui – generato spesso novità gigantesche, nel bene come nel male. La Saturnia Tellus avrebbe titoli per aspirare a una ‘mission exemplaire‘. Ma ha contro di sé una legge non scritta che non ammette le risorgenze veramente grandi.

Ammiriamo la Germania non per il turgore del Pil, ma per la forza del retaggio, per quanto ha dato alla civiltà, pur nell’orrore dei crimini del dodicennio hitleriano. E’ la Germania che salverà l’Europa dalle aberrazioni di tutte le Abu Dhabi ultracapitaliste e consumiste del pianeta. Essa dovrà essere il Mosè collettivo dell’andare verso quella terra promessa che è l’Europa unita e grande.

 

Mai monolitismo

Ma la storia tedesca non deve spaventare le piccole patrie d’Europa. La storia tedesca è il contrario della troppa compattezza, di ogni eccesso di monolitismo, di centralismo soverchiante. Già dalla metà del sec. XI la Germania perdette la parziale coesione che si era affermata nella fase precedente. Divamparono le lotte sezionali, dinastiche e genericamente politiche in Sassonia, Baviera e Svevia. Vari signori e numerose città economicamente forti sfidarono gli imperatori. Non dimentichiamo che tra tutte le grandi stirpi occidentali quella germanica ha il passato meno felice dal punto di vista dell’unità nazionale.

Prima del 1871 non esistette uno Stato della Germania intera, e questa completezza si affermò solo col sorgere, a valle della disfatta del 1918, di una repubblica federale, Weimar. Prima del 1871 esistette un ambito imperiale che nominalmente sovrastava su una vasta pluralità di formazioni statali, ma che solo di rado poteva concretamente collocarsi alla testa del Reich. Il Sacro romano impero era una struttura maestosa, ma non una vera nazione e non un autentico vertice. Solo il crollo del 1918 cancellò le “potenze parziali di Germania” capeggiate da Baviera, Sassonia e Württenberg. Nel 1918 ciascuna di esse aveva una propria struttura di governo e un esercito, magari di un pugno di uomini.

Risulterà sviante credere che nell’anno 9 d.C. le legioni conquistatrici di Augusto imperatore furono fermate “dalla Germania”, impersonata da quell’Arminio che annientò l’esercito di P. Quintilio Varo. Arminio/Herrmann è giustamente onorato come il primo eroe tedesco. Ma non era che il principe dei Cherusci, l’etnia che seppe vincere nella Teutoburgerwald.  Arminio non fondò nemmeno uno Stato parziale, anzi tre anni dopo la vittoria fu ucciso dalla sua stessa gente. Passerà mezzo millennio prima che sorgesse un regno ‘teutonico’.

Si può anzi dire che i tedeschi non poterono né vollero aprirsi un futuro ampio fuori del loro Raum immediato in Europa. Non fu certo una stirpe di dominatori su terre lontane. A visitare chiese e monumenti tedeschi, specialmente in provincia, colpiscono le testimonianze che essi offrono quanto alle conquiste degli scomparsi illustri. Molta araldica, spesso al di là degli status e dei vanti autentici. Le imprese militari, non sempre all’altezza delle tradizioni guerriere. Per il resto, memorie di una società dei secoli dal quindicesimo al diciottesimo, con poche ambizioni, dunque con pochi titoli alla gloria.

In Francia la rivoluzione trasformò un popolo di sudditi in una nazione di conquistatori, momentaneamente irresistibili. All’inizio della tempesta napoleonica i tedeschi restarono passivi. Le minoranze più reattive, dapprima si galvanizzarono per le sfide poste dal fatto storico e per le stesse vittorie repubblicane e napoleoniche. Poi si imposero le realtà dure: non l’uomo universale bensì quello francese, specificamente il soldato del grande Corso, stava coprendosi di gloria. Nacque un complesso d’inferiorità dei tedeschi.

Giunse nel 1805 la battaglia “al sole di Austerlitz” dei tre imperatori, quando il genio di Napoleone ebbe la meglio sui feldmarescialli austriaci e russi. Un anno dopo i francesi conquistarono Berlino, ad umiliazione della Prussia che sotto Federico il Grande aveva trionfato sulla Polonia e sui suoi alleati. Per tutti i tedeschi una sconfitta dura: troppo debole il pur agguerrito esercito prussiano per resistere alle divisioni francesi.

Napoleone istituì in Germania una confederazione satellite che ridusse fortemente il numero dei potentati sovrani. La sconfitta di Berlino non fu la premessa del risorgimento germanico. Tuttavia ingigantì le aspirazioni di rivalsa dei tedeschi soggiogati, secondo gli incitamenti di Fichte e di von Kleist.

Segnando la fine della leggenda napoleonica, la battaglia di Lipsia incoraggiò i patrioti tedeschi a volere la liberazione dall’occupante. A Waterloo fu l’armata prussiana di Blücher a dare il colpo di grazia alla vanagloria francese.

 

Un paradosso della storia tedesca: Federico II, siciliano e pugliese

Il secondo Federico, il più famoso sovrano del Medioevo e certo il più geniale tra gli imperatori germanici, trascurò il suo regno tedesco, contribuendo molto ad indebolirne la coesione.  Questo Federico nacque e morì in Italia, visse soprattutto a Palermo. Fu proclamato re di Germania che aveva due anni. Divenne re di Sicilia due anni dopo. Fece la prima visita in terra tedesca nel 1202 (era nato a Jesi nel 1194), accolto bene in Svevia ma non altrettanto in altri ducati e margraviati. Fino al 1218 – morte dell’imperatore Ottone IV, deposto dai principi tedeschi – agivano ancora i partigiani di altri aspiranti alla corona imperiale.

Abbastanza presto il nipote di Federico Barbarossa afferma il suo potere in Italia, non così in Germania. Nel 1231 concede ai principi tedeschi il Privilegio di Worms, che li rende pressoché indipendenti. Della sovranità imperiale rimane un residuo. Il regno germanico è scosso da conflitti gravi: l’anno stesso del Privilegio di Worms il primogenito di Federico, Enrico, alza la bandiera della ribellione. Si sottomette qualche tempo dopo, la rialza nel 1234. Il padre è costretto ad amnistiare quei signori che non si riconoscono suoi vassalli.

 

Stupor mundi

Federico II fu, secondo la definizione dell’abate di San Gallo, lo ‘stupor mundi’, tanto la sua visione e le sue opere si differenziarono dai retaggi tradizionali del Medioevo. Il maggiore di tutti i sovrani di Germania, il secondo Federico risulta abbastanza estraneo alla vita del suo regno. Invece di fondere in unità i principati e le città libere che lo compongono, egli consegna il paese ai suoi sovrani parziali: in pratica opera come il presidente di una confederazione chiamata impero. Il potere imperiale non era fatto per unificare una terra tedesca che non aveva mai conosciuto un’autentica coesione.

La gloria di Federico II resta, ma è universale e non tedesca. Egli si sentiva siciliano e pugliese piuttosto che il sovrano di una nazione germanica unita. Conosceva forse sei lingue, era proteso verso le culture che venivano dal Mediterraneo e dall’Oriente. Gli storici sono quasi unanimi nell’additare nel secondo Federico l’assertore o l’anticipatore di una civiltà a venire, promessa di Rinascimento. Ma quando egli morì la terra tedesca si trovò più divisa che mai.

 

Storia remota

Solo a fatica si può affermare che i successori Ottoni di Carlo Magno dettero vita a una patria germanica. Venivano incoronati re ad Aquisgrana. Quando diventavano imperatori, essi sovrastavano gli altri principi tedeschi in rango e prestigio; assai meno per potenza. I popoli di Sassonia o di Franconia, che espressero vari imperatori, non si sentivano specialmente solidali agli altri dello spazio germanico.

Ottone I il Grande, figlio di Enrico, fece sforzi strenui per stringere all’impero i grandi ducati di Baviera, Svevia e Lotaringia, ma le relative aristocrazie riluttarono. Meglio collaborarono i vescovi e i grandi abati: infatti furono generosamente ricompensati, cominciando dalla fiscalità. Nell’assieme i re della dinastia sassone ottennero risultati unitari non esigui; perciò furono in grado di contenere ad Est l’aggressività di slavi e ungari: lo provano i castelli fioriti sulle loro terre e le dure sconfitte inferte (in particolare nel 955) ai magiari.

Gli imperatori della casa di Sassonia, pur non esercitando abbastanza potere sui territori che si collegavano per eleggere il re di Germania, conseguirono considerevole autorità. In ogni caso avviarono l’espansione della germanità nell’Europa orientale.  Morto Corrado di Franconia (918) i duchi tedeschi elessero a suo successore l’energico sassone Enrico l’Uccellatore. Diciotto anni dopo gli successe il figlio Ottone il Grande, il quale rafforzò il ruolo dell’imperatore; tra l’altro inaugurò le calate germaniche a Roma, fatte per ricevere la corona imperiale dalle mani dei pontefici, oltre che per ribadire l’autorità dei successori sassoni di Carlo Magno sui sommi detentori del potere ecclesiastico. In quella fase la Chiesa accettava il primato degli imperatori.

Questo tuttavia per non più di centocinquant’anni. Dopo emersero evidenti i limiti del potere imperiale. Risultò che in Germania non vi era un vero governo dell’imperatore. L’autorità di quest’ultimo si fondava sui possessi suoi propri e sul buon volere dei duchi e margravi suoi vassalli. Una delle imprese militari di Ottone II, una spedizione marittima contro i pirati musulmani, fallì in uno scontro navale nel Mediterraneo. Poco dopo l’imperatore morì, a ventotto anni, e così finì il breve controllo germanico su quel mare. Ottone II aveva sposato Teofano, figlia dell’imperatore di Bisanzio, che da vedova fece l’energica reggente per conto del figlio treenne Ottone III.

Nell’anno 1000 il terzo Ottone ordinò grandi onori a Carlo Magno, il fondatore del Sacro romano impero. Poco dopo morì ventiduenne, Non aveva fatto in tempo a compiere alcuna impresa. Riapparvero le fratture dovute alla parcellizzazione feudale. Numerosi baroni presero a non riconoscere gli eletti all’impero. I feudi divennero ereditari e si frazionarono a loro volta. La struttura portante del regno di Germania si indebolì a lungo termine.

Si arriva al secondo imperatore Hohenstaufen, re di Germania nel 1152. Succeduto a Corrado III, Federico I Barbarossa è un capo e un organizzatore di forte tempra. Qualcuno ha sostenuto che nel Medio Evo solo Enrico Plantageneto è pari al primo Federico. Tuttavia le coalizioni che egli suscitò furono degne di lui. Il papato innanzitutto, per la lotta delle investiture; poi i Comuni italiani, che lo sconfissero duramente a Legnano.  Federico finì col venire a patti col papa: cento anni dopo l’umiliazione di Canossa (1077), a Venezia Federico dovette tenere la staffa ad Alessandro III.  Barbarossa è inviso a molti storici, e agli italiani in generale. Conquistò e distrusse Milano. Tuttavia fu valoroso come sovrano e come uomo. Morì all’inizio della terza Crociata, annegando in un fiume di Cilicia.

Sappiamo che il secolo XII vide, insieme alla conferma della strutturale debolezza del potere imperiale, anche l’incremento dell’attivismo germanico verso Est. Contribuì l’espansione demografica di tedeschi e fiamminghi. Il tempo di Barbarossa fu l’ultimo splendore dell’impero. La sua autorità era riconosciuta in linea di principio anche dai potentati slavi.

Fu Federico che volle le nozze del figlio Enrico VI, padre del grande Federico “siciliano e pugliese”, con Costanza d’Altavilla. Con quelle nozze il vasto regno normanno andò ad aggiungersi ai territori dell’impero.

 

Minnesänger e Meistersänger

Il secolo dodicesimo, l’età di Federico Barbarossa, vide il fiorire dei Minnesänger (o Minnesinger), i raffinati poeti e suonatori di piccola arpa che fecero grande la letteratura cortese in terra tedesca. Cantavano soprattutto l’amore platonico, ma il loro era uno slancio che esaltava anche la natura, la fede, gli altri sentimenti della cultura cavalleresca, pervenuta sotto il Barbarossa ai conseguimenti più alti. Rispetto all’arte dei trovatori provenzali, la Minne germanica aveva accenti più profondi ed etici, oltre che più colti. Il genere ebbe diffusione molto larga, anche fuori dei castelli feudali. Walther von der Vogelweide fu probabilmente il massimo dei Minnesänger.

Col tempo (oltre un secolo) l’arte dei Minnesänger evolvette nel movimento dei Maestri Cantori (Meistersänger o Meistersinger). I primi erano trovatori di classe nobile; lo dicono i loro nomi aristocratici: Enrico di Veldeke, Federico von Hausen, Enrico von Morungen, Neidhart von Revental, Enrico di Meissen.

L’evento più celebrato dell’attività culturale pubblica in Germania era la ‘sfida poetica’ nella Wartburg, il maniero dove l’elettore di Sassonia ospiterà e proteggerà Martin Lutero impegnato nella traduzione tedesca della Bibbia, scaturigine della lingua nazionale colta. La biblioteca dell’università di Heidelberg possiede il famoso codice di Manesse; tra l’altro include una tavola raffigurante una sfida alla Wartburg tra sette Minnesänger attorno al famoso Klingsor von Ungerlant.

Ricordiamo altri nomi di spicco della Minne: Kristan von Hamle, Walther von Klingen, Ulrich von Liechtenstein. Anche Wolfram von Eschenbach fu un celebre ‘trovatore’ alla tedesca.  Forse era superiore a tutti Walther von der Vogelweide, nato nella pseudoitaliana  Bolzano.

Richard Wagner dedicò a Tannhauser un’intera e famosa opera, nella quale questo Minnesinger
appare un eroe romantico che vive esperienze mistiche. La sua biografia si prestò alle leggende. Andò alla crociata del 1228.  Protetto dai signori di Baviera, ebbe feudi in Austria ma li perse e vagò per le corti d’Europa conducendo vita da artista gaudente; e da molto di più, se due secoli dopo Hermann von Sachsenheim lo esaltò in un poema. Secondo la leggenda, Tannhäuser viveva sul Venusberg, il monte fatato di Venere. Lo abbandonò per andare pellegrino a Roma, dove papa Urbano II subordinò l’assoluzione dei suoi peccati alla fioritura di un ramo secco che il poeta teneva in mano: allora Tannhäuser tornò al monte della Dea.

Ancora più  significativa in termini realistici fu l’esistenza del maestro cantore Hans Sachs,  calzolaio ma anche brillante intellettuale, cui Wagner dedicò ‘I maestri cantori di Norimberga’; Sachs nacque e morì  (1576) nella ricca Norimberga. Scrisse pagine infiammate a esaltazione della Riforma luterana. Celebri i suoi libelli antipapisti, che Lutero elogiò senza riserve ma che inizialmente i maggiorenti della sua città condannarono. Hans Sachs fu così attivo nel campo delle produzioni sceniche – sempre ambientate nel proprio tempo, e sempre a Norimberga – che fu considerato l’iniziatore del teatro tedesco. Scrisse anche un poema allegorico dall’eloquente titolo ‘Die wittembergisch Nachtigall’ (Nachtigall=usignolo).

Se i Minnesänger erano membri dell’aristocrazia, i Maestri Cantori erano essenzialmente borghesi, in particolare artigiani molto coltivati.  Dovevano obbedire a regole tecniche molto rigorose, dovevano possedere una buona cultura musicale e letteraria, avere un’alta coscienza della loro arte nonché della funzione sociale del loro impegno. I moventi personali non erano ammessi: la loro era un’arte civile; oggi forse la chiameremmo ‘impegnata’. Le regole e gli stili venivano insegnati in apposite scuole, le quali selezionavano e premiavano i migliori. Poiché prevalevano le finalità di edificazione spirituale, la Bibbia forniva i temi e gli spunti più impegnativi.

Insomma Minnesänger e Meistersänger dettero testimonianza all’eticità dell’impegno culturale tedesco. Tra l’altro il fenomeno dei Maestri Cantori aiuta a meglio apprezzare la straordinaria importanza nella spiritualità della Riforma della musica sacra e corale. Le cantate da chiesa, i mottetti, gli oratori, le Passioni sono al cuore della creazione musicale e della coscienza tedesche. E’ un apologo che, vocata all’impegno etico, l’anima germanica si sia espressa nella musica sacra (nella connotazione ‘pietistica’ di J.S.Bach) piuttosto, per esempio, che nel melodramma, così frequentemente retorico e fatuo.

 

Gli Svevi in lotta col destino

I grandiosi piani di Enrico VI, il figlio di Barbarossa, furono spenti dalla morte. L’orfano suo figlio, il futuro Federico II, non aveva due anni. Insorsero la Renania, la Vestfalia, la Toscana, persino la Sicilia. Filippo di Hohenstaufen, fratello dell’imperatore scomparso, tentò di succedere, ma si trovò contro potenti avversari tedeschi. La contesa civile durò un decennio. Cominciò, sia pure contrastata, l’eclissi della Germania.

La grande parentesi degli Ottoni, pur non realizzando l’unificazione dell’Occidente cristiano, vide l’allargamento della sfera germanica in Europa e nel Mediterraneo. Però essa si tradusse in effettiva autorità sui governi (sia feudali, sia cittadini) solo in Germania e in Italia. Al di sotto del livello dell’impero le autonomie territoriali, ed anche quelle ecclesiastiche, si rafforzarono incessantemente.

I processi di unificazione nazionale e di centralizzazione del potere furono senza confronti più efficaci in Francia e in Inghilterra che in Germania. In terra tedesca si fece sentire a lungo la rivalità, per esempio, tra il Barbarossa ed Enrico il Leone, duca di Sassonia. L’imperatore riuscì ad assestare un duro colpo al suo avversario quando, in seguito al ricorso alla giustizia di alcuni vassalli sassoni Federico dichiarò il loro duca decaduto dai suoi possessi.  Dopo un periodo di esilio, il potente duca riebbe i propri beni allodiali (=liberi da soggezioni), ma le dominazioni che teneva in feudo dall’impero furono assegnate ad altri principi. Si noti che Federico non riuscì a ingrandire il dominio diretto del re rispetto all’alta nobiltà.

L’impero sacro e romano era, per i tempi, uno stato di diritto. Si affermò il principio che nessun territorio tedesco devoluto feudalmente all’impero potesse restare nelle mani del re. La monarchia non potè imporre una propria effettiva coordinazione. Pesò l’antica rivalità tra le casate protagoniste, specialmente tra la sveva e la guelfa. Pesarono il principio della monarchia elettiva e le crescenti interferenze dei papi nella successione regia. In altre parole, non sorse una vera monarchia nazionale. Al contrario crebbe nei secoli il potere dei sovrani parziali. L’impero germanico non fu mai sopraffattore: non lo sarà, se risorgerà come Europa unificata.

Il trionfo dei prìncipi parziali non fu completo se non dopo la rovina degli Svevi, passata la metà del Duecento. Ma già all’aprirsi del regno di Federico II era risultato che l’autorità del sovrano dipendeva dalla consistenza del suo territorio, cioè dal patrimonio della casata imperiale, nonché dal continuo patteggiamento con i prìncipi sovrani. Quando Enrico, primogenito di Federico II, si ribellò al padre, l’autorità imperiale cominciò a sfaldarsi, mentre i prìncipi sia laici, sia ecclesiastici si rafforzarono. L’elezione del re di Germania si confermò prerogativa di sette Elettori: gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, il re di Boemia, il margravio di Brandeburgo, il duca di Sassonia, il conte-palatino sul Reno. I possessi degli Elettori divennero Stati nei quali si rafforzarono i concetti di ‘nazione parziale’, a detrimento dell’entità nazionale.

Alla metà del secolo XIII la dinastia sveva finì e si ebbe un ‘Lungo interregno’: andò dalla morte di Federico II al 1273 (elezione imperiale di Rodolfo d’Asburgo e potenziamento delle grandi casate: i Lussemburgo divennero re di Boemia). Il regno tedesco si configurò come una cangiante federazione di prìncipi di cui l’imperatore era il capo simbolico. L’aristocrazia minore e le municipalità più prospere si collegarono in leghe per resistere ai prìncipi non amici e per aggregarsi in nuclei più consistenti. Persistettero i contrasti tra le varie componenti, le quali erano alleanze non sempre armoniche e durature.

Le dimensioni territoriali delle varie aree politiche variavano molto: piccole quelle della Germania centrale, ampie quelle dell’Est e del Sud. La Germania della seconda metà del sec. XV è un assieme che comprende anche l’Austria, la Borgogna, la Boemia, ancora per poco parti della Svizzera, e varie centinaia di signorie feudali, cittadine, ecclesiastiche e degli ordini militari.

La dinastia degli Staufen terminò con la morte del secondo Federico e dei successori Corrado IV re di Germania 1254; Manfredi, nato da Federico II e da Bianca Lancia, 1266; Corradino, figlio di Corrado IV, fatto decapitare a Napoli da Carlo d’Angiò (1268).

Il sec. XIII vide la ripresa dell’espansione germanica nelle terre slave. Espansione, sappiamo, che fu condotta non dal potere imperiale, bensì dai grandi vassalli tedeschi dell’Est, in particolare dai margravi di Brandeburgo e dai duchi di Sassonia. Non si trattò solo di conquiste politico-militari, anche di un’autentica colonizzazione. Gruppi compatti di tedeschi, più evoluti e più scolarizzati delle popolazioni tra le quali si insediavano, dettero vita ad autentiche cittadelle di germanesimo. Tutto ciò fu efficacemente aiutato dagli 0rdini militari tedeschi. Per esempio in Ungheria i coloni tedeschi furono chiamati da re Bela IV quando il paese richiese d’essere ripopolato dopo le devastazioni mongole. Ancora più incisivo fu l’arrivo dei tedeschi in Boemia, incorporata nell’ecumene imperiale germanico sin dall’impero carolingio. Qui i tedeschi non facevano solo gli agricoltori: formarono il ceto che prese a dominare il regno.

A partire dagli inizi del XIII secolo le città portuali di Lubecca e di Brema-Amburgo allargarono i traffici e l’influenza tra le etnie pagane del Baltico, cominciando dalla Livonia. Nel 1202 nacque l’Ordine militare dei Cavalieri Portaspada, successivamente fuso con i cavalieri Teutonici. Le etnie locali si opposero violentemente, ma furono sgominate. Ne risultò la germanizzazione della regione del Baltico.

La corona imperiale passò alla casa di Lussemburgo-Boemia tra il 1378 e il 1437; gli imperatori furono Venceslao e Sigismondo. Dopo i principi elettori vollero un terzo imperatore Asburgo. Sia egli, sia il successore Federico di Stiria (un Asburgo) furono sovrani deboli e di poche risorse. Risultato, sorse la confederazione dei Cantoni elvetici e la ritirata della germanizzazione dell’Est.

Massimiliano d’Asburgo fu un sovrano più energico: da lui il titolo imperiale restò stabilmente alla sua famiglia. Sposando Maria di Borgogna, Massimiliano pose la premessa della dilatazione della casa d’Austria.

Quando, nel 1378, l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo morì e gli succedette il figlio diciassettenne Venceslao, fu la prima volta in quasi due secoli che l’accesso al trono imperiale avveniva senza contrasti. Venceslao era già re di Boemia e vicario del padre al vertice dell’impero. Ma, scrive lo storico Laffan di Cambridge, “le difficoltà che incombevano su un monarca di Germania si dimostrarono superiori alle sue capacità, pur notevoli. Coll’avanzare degli anni Venceslao divenne squilibrato e violento; rinunciò a governare; più volte fu minacciato di deposizione da suoi vassalli. L’anarchia fu aggravata dal contrasto tra pretendenti alla tiara pontificia. Nel 1394 Venceslao fu catturato e tenuto in custodia.  Nel 1400 gli elettori del Reno lo deposero ed elessero Roberto III del Palatinato, il cui regno fu un fallimento. Per le divisioni tra i principi elettori, nell’autunno 1410 la Germania ebbe tre re, finché il 21 luglio 1411 fu eletto Sigismondo, il più dotato tra gli imperatori che precedettero Massimiliano I.  Sigismondo era anche crudele; in ogni caso era costretto ad essere amico di  chiunque gli fornisse le risorse che non possedeva. Non mancarono nei secoli di mezzo le parentesi di guerra guerreggiata. Per ventisette anni Federico III evitò di visitare la Germania meridionale, nell’assenza quasi costante di un potere  centrale.

Uno Stato nazionale moderno nacque propriamente in Germania solo con la sventurata repubblica federale di Weimar, nel 1919. Le componenti della federazione non erano più sovrane, laddove lo erano entro certi limiti gli Stati e le monarchie che Bismarck aveva federato strettamente in quello che chiamò Secondo Reich. Gli oltre millecento anni che trascorsero tra l’elevazione imperiale di Carlo Magno e la repubblica di Weimar dimostrarono ad abundantiam la vocazione dei paesi germanici a non accettare un’unità monolitica, e persino l’inclinazione a combattersi. Solo nel 1938 il Reich hitleriano fu in grado di inglobare l’Austria e le terre boemo-morave che erano state “sempre” parte del Raum germanico.

La sconfitta assoluta del 1945 ha dato alla Germania una unità etnica che non era mai esistita. Il rimpatrio coatto dei tedeschi dalla Polonia, dalla Prussia orientale, dai Sudeti, dalla Transilvania e dall’Ungheria ingrossò la popolazione del 1945.

 

Al cuore del problema

A quale delle Germanie storiche spetterà di capeggiare l’Europa? Non a quella millenaria e parzialmente gerarchica del Primo Reich fondato da Carlo Magno. Dominò per secoli, ma fu un campione sconfitto, sconfitto dai suoi rivali esterni come dalle sue componenti ribelli. Non la Germania solo letteraria, la Germania dei pensatori, dei musicisti e dei poeti. Goethe dette il suo nome a un’età intera, e il XXII secolo avrà certamente bisogno di più pensiero. La Germania è stata terra di pensatori. Tuttavia i presagi sono che le antologie letterarie potranno essere accantonate senza danno quando i confini del mondo si allargheranno allo spazio.

Meno che mai sarà Weimar a determinare il futuro d’Europa. Weimar fu al tempo stesso intellettualismo borghese, trasgressione e un conato fallito di conciliare spiriti plutocratici e legalitari con sperimentalismi e avanguardie. Tra l’altro la repubblica di Weimar fu il tentativo di aderire agli aspetti più futili del wilsonismo antitedesco, aspetti che avevano trionfato a Versailles.

Va resistita la tentazione di disseppellire dalle librerie una premonizione di grandezza germanica.

Troppo facile  e in ultima analisi inutile ragionare: Hitler è stato il nefando assoluto, il futuro spetterà ai grandi idealismi, all’eroismo del bene e del bello. I poeti e i sapienti tedeschi cominciarono nove secoli fa a definire il bene, quando Hartmann von Aue, il primo cantore dell’età della cavalleria, offrì lo slancio della lirica al coevo impegno del grande Federico I, sovrano detestato dagli italiani, per rialzare la signoria imperiale, lo ‘honor imperii’.

L’impulso di una regina benefica dei nostri giorni quale Angela Merkel, di accogliere nelle sue terre ‘tutti i profughi’ sembrò trovare una profezia quando Hartmann von Aue scrisse “der Arme Heinrich”, poema della carità cristiana. La trama: malato di lebbra, il cavaliere Heinrich va in pellegrinaggio a Salerno, la più celebrata scuola medica dell’alto medioevo, nello spasimo  di guarire. Si sente dire che l’avrebbe salvato solo la volontaria offerta di tutto il sangue da parte di una fanciulla. Una contadinella si offre di immolarsi per amore. Heinrich rifiuta una salvezza che è indegna di un cavaliere; per questo guarisce e sposa la umile e dolce popolana.

Agli anni di von Aue, scaturigine prima del bell’ideale, risale anche il “Parzival” di Wolfram von Eschenbach. Niente è più sublime della leggenda di Parsifal, così cara agli aneliti cristiani e germanici. Mai come in questo romanzo ‘di formazione’ si perseguì più compiutamente la fusione di fede e di orgoglio cavalleresco. Tale fusione era al cuore della ‘ideologia’,  dell’aspirazione ideale del Sacro  romano impero al tempo del nonno di Federico II.

Richard Wagner fu il bardo di una tradizione poetica che è doveroso non considerare uccisa dal bestiale paganesimo nazista. Wagner si spinse oltre la pietas di Parsifal e di Lohengrin, eroi cristiani oggi più che mai apportatori di salvezza; più che mai protettori contro i feroci démoni dei lager di sterminio (ma anche contro quelli inumani del mercato, delle borse e dell’edonismo). Chi non voglia farsi abbagliare dalla luce della fede cavalleresca del medioevo tedesco incontrerà nei Lieder di Walther von der Vogelweide (nato a Bolzano verso il 1170) il lirico della condizione umana senza frontiere e senza tempo, in qualche misura senza cavalleria.

 

Una mistica più silenziosa delle altre

Presto si aprirà la struggente età della mistica tedesca. Essa anticipò di tre secoli il drammatico ripensamento luterano della fede germanica. Facciamo i nomi di due donne che soprattutto oggi ci sfidano a respingere un sozzo materialismo che ci appare il nostro dominatore: Mechthild von Magdeburg e Hildegard von Bingen. Quando ci interroghiamo perché le grandi menti e i grandi cuori di terra tedesca meriterebbero di condurci verso un mondo di idealità, ricordiamoci in particolare di Ildegarda, la quale dal suo monastero sommessamente rinfacciava al possente imperatore Barbarossa i tradimenti degli ideali. E i cronisti raccontano che Federico era impressionato.

Siamo arrivati alla poco conosciuta età dei mistici tedeschi, la quale include l’intera vita del domenicano Meister Eckhart, massimo del mistici suoi connazionali. Uno dei suoi seguaci, Johannes Tauler, morto verso il 1361, in primavera si copriva gli occhi col cappuccio perchè il dolce rigoglio della natura non lo distogliesse da Dio. Il misticismo di Ildegarda e di Meister Eckhart anticipa le conquiste più pure della Riforma.  Anticipa, come vedremo, gli aneliti  del Pietismo, che in terra tedesca motiverà la grande sintesi tra la fede cristiana e le istanze di progresso dell’Illuminismo nazionale.

Abbiamo visto in ‘Der Arme Heinrich’ il quasi paradisiaco poema cristiano di Hartmann von Aue,  remoto manifesto della spiritualità germanica, cioè del lineamento più nobile della Anschauung del Sacro romano impero. La tempesta rivoluzionaria dell’ideale cristiano verrà con Lutero più di tre secoli dopo. La cristianità intera, anzi l’intera civiltà  dell’uomo, devono quasi tutto alla risorgenza cristiana invocata da Martino, agostiniano di Wittenberga.

Si usa evidenziare che il trionfo della Riforma fu asserzione forte della germanità. E’ certamente vero che Lutero fu vittorioso condottiero della sua stirpe contro le turpitudini, anche antiche, della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza religiosa e di utopia che aveva più volte agito, per secoli, nei movimenti ereticali fuori del contesto tedesco. Il successo di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

Peraltro la Baviera, l’Austria e altri principati dell’impero respinsero il messaggio della Riforma, e questo non contribuì a unire la nazione. In aggiunta ai ducati storici che vollero restare nella fedeltà a Roma, ci furono regioni -Palatinato, Assia, Brandeburgo- in cui si diffuse il calvinismo, confessione distinta dal luteranesimo.

 

Dopo la Riforma, il Pietismo

Quando venne la volta del Pietismo, l’anima germanica espresse un altro contributo universale. Quei grandi spiriti che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in un’epoca già attraversata dalle incredulità illuministe/razionaliste. Il Pietismo sorse come movimento di correzione del protestantesimo, anche per reazione alle tre ossificazioni dogmatiche seguite alla Riforma: il settarismo delle controversie teologiche, le chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla fusione tra magistero religioso e autorità del principe. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore. Più interiorizzazione, più devozione, più commozione.

Fu un raddrizzamento della Riforma, uno che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali (culturali e religiosi) il movimento di fatto ‘pietista’ assunse altri nomi: parliamo specialmente del puritanesimo e del metodismo. I pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultra-confessionale del misticismo medioevale tedesco, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi della “età di Goethe: del grande Settecento tedesco.

 

I secoli inerti

Lo storico Golo Mann, figlio dell’osannato Thomas (che quando fu il tempo giusto si fece civis americanus, poeta cesareo delle Potenze vincitrici e araldo di liberalismo) Golo dicevamo lamenta nella sua “Storia della Germania moderna” che all’eruzione vulcanica della Riforma seguì, inerte per la Germania, il secolo diciassettesimo e le fasi buie del diciottesimo. Eppure in queste fasi cominciò a nascere il sentimento nazionale. Lutero non era stato solo il teologo dell’incontro individuale con Dio: anche la guida dell’insurrezione germanica.

La guerra dei Trent’anni infierì nelle terre tedesche senza suscitare slanci vitali. Mentre le grandi stirpi dell’Europa -inglesi, iberici, francesi, olandesi, russi- si lanciarono alla conquista dei continenti e all’espansione dei traffici oceanici, la società dei paesi germanici si ridusse alla gestione di territori e posizioni guadagnate nel passato. “Non partirono spedizioni nei continenti – annota Golo Mann- non imprese dei navigatori; non dinamismi mercantili”. I traffici e le esplorazioni avevano fatto grandi i portoghesi, gli olandesi, i francesi, gli spagnoli. Per non parlare delle lontane stagioni degli italiani, culminate nella scoperta dell’America. Golo Mann sottolinea che i tedeschi furono assenti dalle esplorazioni e dalle conquiste fino alle esigue acquisizioni coloniali e navali della fase guglielmina, a cavallo tra Ottocento e Novecento: allora Bismarck, che non sentiva l’imperialismo oceanico, valutò di dover fare concessioni alle spinte espansive generate dall’impetuosa crescita delle industrie germaniche.

Il tardivo colonialismo tedesco fu un’esperienza senza futuro, proprio per il fatto di non avere spessore storico. Gli acquisti tedeschi in Africa e nel Pacifico andarono tutti perduti, in quanto la Germania non si era protesa verso il mondo tra i secoli XVI e XVII. Insomma per Golo Mann l’espansionismo germanico fu condizionato dall’ossessione della spinta verso Est: verso l’acquisizione di terre sul Baltico (Lega Anseatica, Ordini militari), in Polonia, in altre aree slave. La Germania restò ferma quando i paesi europei si lanciarono verso i continenti, I programmi navali dell’ammiraglio Tirpitz vennero tardi e suscitarono la reazione implacabile degli interessi britannici. Prima del tardo Ottocento la Germania parcellizzata in troppi piccoli Stati non aveva agito come una nazione.

Trionfando su Napoleone III il cancelliere Bismarck sembrò fondare il Secondo Reich: ma esso durò quarantotto anni, pochi per la vita di un impero. Fu ancora più breve il Reich di Adolf Hitler. Come quello di Bismarck, cominciò anch’esso a Sedan, dunque ancora con una vittoria militare sulla Francia, antagonista dimostratasi velleitaria sia quando retta da un sovrano napoleonide, sia quando appaltata a un’oligarchia di notabili repubblicani, con Poincaré, Daladier e Reynaud. Invece, osserviamo noi, andrebbe detto che non nacquero mai nè il Secondo, né il Terzo Reich. Se sorgerà una Germania davvero egemone in Europa, quello sarà il Secondo autentico Impero dopo il tempo degli Svevi. Sarà il conduttore sovranazionale del Continente.

Se il Sacro romano impero rinascerà, quale realtà plasmata dal XXII secolo, non avrà altri precedenti che le grandi dinastie medievali degli Ottoni e degli Svevi. I dinasti che cinsero la corona imperiale dopo Federico II Hohenstaufen mancarono di ispirazione germanica: Carlo V era un fiammingo, distaccato dalle cose tedesche, all’incirca come distaccati furono i Cesari asburgici che gli seguirono. L’età barocca non conobbe un vero impero, anche quando coloro che regnarono a Vienna cingevano una corona imperiale.

Si usa sottolineare che il trionfo della riforma luterana fu affermazione forte della germanità. E’ certamente vero che l’agostiniano di Wittenberg fu condottiero della sua stirpe contro le turpitudini anche antiche della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza di fede e di utopia che aveva più volte agito nei movimenti ereticali, fuori del contesto tedesco. La vittoria di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

 

Il magistero di Melantone

Morto Lutero nel 1546, il movimento della Riforma ebbe per alcuni anni una guida vigorosa e al tempo stesso temperata in Filippo Melantone, poco conosciuto ai più, ma talmente saggio che al successore di Martino andò l’appellativo onorifico di ‘Praeceptor Germaniae’. Philipp Melanchthon, nato nel Baden nel 1497, si chiamava in realtà Schwarzerd ed era figlio di un armaiolo. Grecizzò il suo nome in Melancton e, conseguito giovanissimo il dottorato in filosofia, pubblicò a ventiquattro anni in latino il primo importante lavoro di teologia dogmatica protestante, un testo che in quattro anni ebbe già 17 edizioni. All’università di Wittenberg ottenne la cattedra di ebraico e di greco. Nel 1530 fu autore della ‘Confessione di Augusta’ quasi intera. Presto la sua fama di teologo si fece grande a livello europeo: lo richiesero di insegnare, oltre all’università di Tubinga, anche il re di Francia e il re d’Inghilterra. Egli declinò per dedicarsi interamente all’edificazione teologica riformata. Redasse una ‘Confessio saxonica’ da presentare al Concilio di Trento, ma la guerra glielo impedì. Alla scomparsa di Lutero si trovò alla testa del  movimento protestante. Gli indirizzi che egli tracciò per le facoltà umanistiche tedesche tedesche fecero di lui il ‘Praeceptor’ nazionale.

Non tutti i luterani seguirono compatti Melantone. Rispetto a Lutero, egli mirò a posizioni equilibrate che non escludessero l’incontro con i cattolici, e invece attenuassero le divergenze teoriche. I propri seguaci dichiarati furono chiamati ‘filippisti’. Sarà giusto che in futuro Melantone rappresenti, nel retaggio offerto dalla Germania all’Europa, il superamento delle spinte rigoriste e dello spirito di contrapposizione.

Il Pietismo fu l’altro contributo universale dell’anima tedesca. Quei grandi spiriti della germanità che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in una fase già attraversata dalle incredulità illuministe e razionaliste. Il Pietismo sorse come correzione del protestantesimo, anche per reazione a tre ossificazioni dogmatiche del luteranesimo realizzato: il settarismo delle controversie teologiche; i mali delle chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla coincidenza tra magistero religioso e autorità del principe sovrano. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore di fede. Più interiorità, più devozione, più commozione.

Fu una riforma nella Riforma, una che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali, culturali e religiosi il movimento “pietista” assunse nomi diversi: puritanesimo, metodismo, presbiterismo etc. In Germania i pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultraconfessionale del misticismo medievale, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi dell’età di Goethe, cioè del grande Settecento tedesco.

Si usa indicare come il pietista cronologicamente primo l’alsaziano Ph. J. Spener, autore di un’opera di edificazione, “Pia desideria”. Predicò alla corte di Sassonia a Dresda, influenzò l’università di Lipsia. Il discepolo. H. Francke convertì la religiosità pietistica in un’azione pedagogica. La quale non mancò di antagonizzare gli avversari: essi combatterono i pietisti quando eccedettero nell’esibire il loro émpito di fede.

Un ispirato organizzatore di cultura e di pratica pietistica fu il conte Nikolaus Ludwig von Zinzendorf. Nel 1722 ospitò nel suo possedimento di Herrnhut una prima congregazione di pietisti: protestanti cechi che si organizzarono in Fratelli Moravi. Essi espressero una corposa letteratura e sperimentazione della ricerca interiore. Qualcuno ritiene che ebbero qualche influenza sull’esperienza goethiana. La comunità degli ‘Herrnhuter’ costituì un movimento a sè nell’ambito del Pietismo.

Mentre in Francia e altrove avanzava la cultura dei lumi, in Germania le prime espressioni dell’Illuminismo trovarono premesse e apporti nel Pietismo. Anche le conquiste filosofiche di G.W. Leibnitz devono qualcosa ai contenuti e alle esperienze missionarie del Pietismo. Il cui pensiero e la cui azione, soprattutto in quanto contrapposti ai precetti del razionalismo illuminista, furono protagonisti del Settecento tedesco.

L’ultimo Settecento fu il momento più alto della cultura germanica. Si giovò dell’avvampare della lingua tedesca, in precedenza ancora discriminata a favore del francese e, ai livelli più accademici, del latino. L’ambiente culturale del Settecento tedesco, intriso sì di Illuminismo ma anche modellato dalle esperienze pietistiche, fu come la placenta del Romanticismo, insuperata espressione del’anima germanica.

 

Gotthold Ephraim Lessing

Anche di Lessing, il maggiore degli illuministi tedeschi, occorre segnalare che partecipò alle conquiste morali e intellettuali del Pietismo. Egli fu l’opposto dell’intellettuale accademico. Non concluse il percorso scolastico e rifiutò la teologia. La lettera scritta al padre, pastore protestante, per motivare tale rifiuto, asserì le ragioni della cultura laica, non clericale, senza peraltro negare il valore della tradizione germanica, così imbevuta di moventi religiosi. Per sostentarsi fece il segretario di un generale prussiano durante la guerra dei Sette anni. A Wolfenbüttel fece il bibliotecario del feudatario.

I primi lavori teatrali di Lessing affrontarono direttamente temi quali il pietismo e gli ebrei, con la piena (e nuova) consapevolezza apportata dall’Illuminismo: egli razionalista additò il fervore e l’onestà del Pietismo; si schierò con decisione a fianco degli esponenti della cultura ebraica (fu amico del filosofo Moses Mendelssohn). Aderì alla Massoneria, allora lievito di tolleranza e di favore alle nuove vie dell’esperienza religiosa. Il suo lavoro teatrale ‘Miss Sara Sampson’ (1755) pose fine alla fase ‘libertina’ dell’Illuminismo. E’ stato notato, autorevolmente (Marino Freschi) che in Germania l’Illuminismo “è impegnato più che altrove, attraverso lo strenuo rapporto dialettico col Pietismo, ad attingere una nuova coscienza rigorosamente morale”.

Va segnalato che al di fuori del Pietismo agirono individui e piccole comunità che risalivano alla tradizione dei mistici: pensatori che offrirono testimonianze di ricerca interiore e di tolleranza. Gottfried Arnold, morto nel 1714, fu autore di scritti di spiritualità cristiana “letti ancora ai tempi di Goethe”. Abbiamo già ricordato il conte Zinzendorf, che ospitò a Herrnhut la prima congregazione di pietisti esuli dai territori austriaci.

Lessing scrisse per il teatro “Nathan der Weise” che è un capolavoro dell’Illuminismo tedesco e, secondo alcuni, uno dei migliori prodotti della drammaturgia nazionale. L’azione si svolge in una Gerusalemme ideale dove si confrontano le menti delle tre grandi religioni monoteiste. In Lessing il filosemitismo e la critica al fondamentalismo cristiano si uniscono ad altre componenti essenziali dell’Illuminismo germanico, così aperto all’interiorità e all’utopia del Pietismo. Un altro autore razionalista “con una nostalgia pietistica” è Christan F. Gellert. Anche in Christoph M. Wieland si ritrovano appigli e riferimenti al Pietismo. Insomma in Germania il propagarsi dell’Illuminismo si può dire coevo e congeniale all’esperienza pietista.

Arrivò il largo svecchiamento filosofico che fu il grande apporto di Gottfried Wilhelm Leibniz e del suo discepolo Christian Thomasius. Di questi due il Freschi, studioso del Settecento tedesco, ha sostenuto che ebbero il merito di un’autentica rifondazione della cultura nazionale più impegnata: “Non si deve mai disgiungere il peculiare rapporto di attrazione e repulsione che intercorre tra i due grandi protagonisti del secolo: Pietismo e Illuminismo”.

Nulla si può aggiungere sulla grandezza di Goethe. Invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione luterana e pietistica. A Weimar Goethe lanciò quasi una nuova civiltà, all’interno della quale si staglia grandioso anche il lavoro di Friedrich Schiller. Alcuni riferimenti al Pietismo si ritrovano nell’opera di Klopstock. Con la prima delle sue ‘Oden’, composta a 23 anni, Klopstock interpretò gli slanci della lirica tedesca verso una natura, anzi una ‘Mutter Natur’ divinizzata. Si annunciano le estasi e il panteismo del sacro che saranno il nerbo dello Sturm und Drang e l’aurora del Romanticismo.

L’ispirazione religiosa pervade il poema ‘Der Messias. Ein Heldengedicht’ di Klopstock. Sulle prime tre intense cantiche del poema sorse forse l’empito sentimentale che divenne aurora di Romanticismo. Cominciò a finire l’Illuminismo scettico.

Johann  Gottfried Herder, pastore luterano, a  Königsberg scolaro di Kant e filosofo della storia,  condusse la cultura del suo tempo a superare le astratte proposizionì dell’Illuminismo e a riscoprire le matrici popolari della tradizione.  Herder segnò la liquidazione del conformismo illuministico. Alle generazioni giovani propose l’arte medievale, dunque il genio germanico testimoniato da quell’arte. In sostanza intraprese a rigenerare la cultura tedesca, liberandola dai condizionamenti francesi.  In questo fu per il giovane Goethe un entusiasmante Virgilio.

Il maggiore poeta tedesco di tutti i tempi ricevette da Herder il senso più vero della missione.  Nulla si può aggiungere alla grandezza di Goethe; invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione nazionale, luterana e pietistica. A Weimar Goethe e Schiller alzarono quasi i muri di una nuova civiltà.

 

Lirismo e profezia in Hölderlin

Hölderlin (1770-1843) è uno degli astri più splendenti del firmamento poetico tedesco. Anch’egli, come Schiller, figlio della declinazione pietistica del protestantesimo. In lui un cristianesimo messianico si compenetra in una intensa, emozionante rivisitazione della classicità greca.  In Hölderlin fede ed ellenismo si fondono in un Geist sublime, utopico-mistico, vivificato dagli impulsi della modernità romantica. A Tubinga egli ebbe come compagni di studio Hegel e Schelling.

Assunto un incarico di precettore a Bordeaux, nel 1802 fece a piedi il viaggio del ritorno in Germania. La prova lo menomò e fino alla morte visse da eroico e vivido recluso.

Nelle esemplari parole di Marino Freschi, il Nostro “autore di grandi inni classici e cristiani, Hölderlin tenta di intuire i presagi della prossima epifania degli antichi Dei. Forte delle due tradizioni dell’Occidente, il poeta si proponeva di pronunciare un nuovo messaggio spirituale per la Germania e per il mondo intero. Hölderlin istituiva un intenso dialogo tra il mito della Grecia e la sua visione della Germania che, terra della sera, d’Occidente, diventa la terra fecondata dall’antico spirito che risorge nell’utopia aurorale e nella visione del ritorno degli Dei. Anche nel frammento del romanzo “Hyperion oder der Eremit in Griechenland (Iperion o l’eremita in Grecia), del 1797-99, il grande poeta lega Grecia e Germania in una strabiliante operazione di attualizzazione”.

Marino Freschi aggiunge che nel dramma “Tod des Empedokles” (Morte di Empedocle) l’atto del filosofo che vuole morire nel cratere dell’Etna rinnova l’idea dell’immolazione cristica, dell’eroe-filosofo che si innalza alla santità. “E’ il canto supremo della palingenesi e della rinascita. Nell’intensità profetica e utopica della sua poesia Hölderlin assume una posizione  autonoma tra Classicismo e Romanticismo”. Per Freschi, ciò è vero anche per altri due scrittori del periodo che i critici chiamano ‘l’età di Goethe’: Jean Paul Richter e Heinrich von Kleist.

 

Terra del Romanticismo

Alla fine del Settecento la Germania si impone come patria del movimento romantico. L’università di Jena, dove insegnarono Schiller, Fichte, Schelling e Hegel, vide le prime smaglianti prove del Romanticismo. Quel periodo lo sentiamo come un’età eroicamente giovanile: Novalis, il più ispirato dei poeti romantici (si chiamava in realtà Friedrich von Hardenberg), morì a ventinove anni. Karl Philipp Moritz a 37, Heinrich von Kleist a 34, Georg Büchner a 24.

Von Kleist era nato in una famiglia di generali prussiani; un discendente, feldmaresciallo, morirà in un campo di prigionia sovietico. Fu specificamente tedesca la vicenda dello scrittore, uno degli intellettuali più impegnati  nella mobilitazione delle coscienze contro l’invasore napoleonico. Una delle opere esasperatamente patriottiche di Kleist fu ‘Die Hermannschlact’, che esaltò la vittoria di Arminio sulle legioni romane. Ora i nemici da scacciare erano i reggimenti di Napoleone.

Si usa ritenere Richard Wagner il massimo cantore del nazionalismo germanico. Certamente fu il principale tra i mitografi nordici, il maggiore esponente della nuova asserzione del paese che Bismarck aveva trasformato in un moderno impero industriale. E’ stato sostenuto che le opere di Wagner sono fra le conquiste più significative dell’Ottocento tedesco, alla pari con le intuizioni filosofiche di Arthur Schopenhauer e di Friedrich Nietzsche.

Il Novecento si annunciò in Germania con i drammi di Gerhart Hauptmann: “Vor Sonnenaufgang” (Prima dell’alba) e “Die Weber (I tessitori), nei quali campeggiano i temi sociali e le aspre esistenze dei proletari della natia Slesia. Affrontò frontalmente la proposta del Naturalismo il poeta simbolista Stefan George, sacerdote dell’arte per l’arte e della poesia pura. Il suo cenacolo animò la Monaco di fine secolo, assieme all’opera dei fratelli Thomas e Heinrich Mann. Il primo, insignito del premio Nobel, scrisse nella Grande Guerra un saggio (“Considerazioni di un impolitico”) in cui sembrò anticipare un avvicinamento alle operazioni di Nietzsche e di Oswald Spengler (“il tramonto dell’Occidente”). Il fratello Heinrich esordì come raffinato decadentista ma approdò a posizioni radicalmente democratiche e antiguglielmine.

Hermann Hesse, che risultò lo scrittore più letto del sec. XIX, nacque in una famiglia pietista e nella Grande Guerra si fece svizzero. Bertolt Brecht, che si collocò su un terreno opposto alla ricerca intimistica e alle rivisitazioni romantiche, scrisse le pagine tedesche più importanti per il teatro, soprattutto negli anni Venti del Novecento. Egli cominciò come espressionista – l’Espressionismo è stato la più importante delle avanguardie tedesche – ma col tempo si allontanò dalle esasperazioni di quel movimento per collocarsi su posizioni modernamente dissacratorie. Restano dirompenti le espressioni brechtiane contro la guerra.

Ernst Jünger fu tra i pensatori più visionari del Novecento. Nella Grande Guerra fu eroe come pochi. L’altro massimo testimone contro l’immanità di quel conflitto fu Erich Maria Remarque (“Nulla di nuovo sul fronte occidentale”). L’ascesa di Hitler nel 1933 aprì una tragedia smisurata -il trauma assoluto- nella comunità intellettuale tedesca. Si suicidarono Walter Benjamin, Kurt Tucholsky, Ernst Weiss, Stefan Zweig, Ernst Toller. Klaus Mann, figlio di Thomas, trattò con la maestria connaturale alla famiglia il dramma dell’emigrazione politica.

Il maggiore poeta tedesco del Novecento, vertice assoluto della lirica occidentale, nasce a Praga in una famiglia germanica: Rainer Maria Rilke.

 

Bach, il più grande dei Pietisti

Agli albori della piena germanizzazione del Sacro romano impero campeggiano l’esperienza della mistica tedesca e, assai più, il Pietismo. Quest’ultimo dette forma alla letteratura germanica fino agli esordi della ‘Età di Goethe’.  Ma le espressioni assolute del Pietismo non vennero in letteratura, bensì nella musica sacra. Qui il dominatore fu Johann Sebastian Bach, preceduto da pochi precursori e seguito da meno ancora continuatori, certo di rilievo ben minore. I documenti insuperati della spiritualità germanica di tutti i tempi sono di J.S. Bach: le Cantate sacre, le Passioni, i Corali, i Mottetti, le  Messe, i Magnificat, gli Oratori, pinnacoli non solo del repertorio sacro, ma dell’intera civiltà musicale del pianeta.

Bach non ebbe precursori, eredi o continuatori alla sua altezza, malgrado la schiera degli organisti di area germanica -nella quale si può includere Dietrich Buxtehude, fiorito a Lubecca, che risulterebbe oriundo danese, o addirittura svedese- sia folta e degna.  Anche G.F. Händel, F. Mendelssohn e, per i suoi insuperati ‘leader’ romantici, Franz Schubert, hanno confermato la primazia musicale tedesca sorta nel Settecento con J.S. Bach.

La solitudine di Bach è un esito inquietante. La spiegazione va cercata, in ambito musicale, nell’esaurimento del pensiero creatore come pellegrinaggio dello spirito; ma anche nella stanchezza della motivazione religiosa. Non poteva andare diversamente, visto che ai lancinanti dilemmi e alle invocazioni del Pietismo seguirono, persino in Germania, i tralignamenti musicali della scuola italiana/francese e dello ‘stile galante’.

Progressivamente insidiata dal razionalismo e dalla secolarizzazione -quest’ultima l’opposto del sentimento pietistico- nemmeno la Germania seppe prolungare la stupefacente creatività e l’intensità delle conquiste bachiane. Gli epigoni veri, anzi i compagni d’avventura di Johann Sebastian, sono stati i grandi dell’Ottocento romantico, o classico-romantico: Mendelssohn, K.M. von Weber, Beethoven, Schumann, Brahms hanno dominato soli l’universo della musica europea fino all’apparizione dell’Impressionismo di Claude Debussy e della vivida pattuglia spagnola de Falla, Granados, Albéniz.

E’ tedesco il massimo giacimento musicale del mondo moderno,  da Gluck  e da Gustav Mahler ai classici moderni quali Richard Strauss e Arnold Schönberg.

Non sono stati gli iniziatori riconosciuti del Pietismo coloro  che hanno spinto ai livelli più alti  l’ispirazione religiosa in Germania. Non sono stati i poeti, i prosatori, i drammaturghi del Settecento, nonché i grandi organisti dell’area germanica. E’ stato soprattutto Johann Sebastian Bach, senza confronti superiore ai predecessori e ai successori che portavano il suo cognome. Delle due dozzine di musicisti Bach, quelli decorosamente rispettabili sono soprattutto quelli venuti prima. I meno meritevoli sono i quattro figli del Nostro, tutti passati al conformismo della scuola italiana.

Nessuno potrà risarcire la musica germanica del lungo oscuramento che colpì Johann Sebastian. In un concorso si arrivò, lui vivo, a preferire a J.S. un compositore della modestia di Georg Philipp Telemann. Johann Sebastian è il massimo dei musicisti religiosi di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E, insistiamo noi, è il massimo dei pensatori germanici ispirati dal Pietismo. Non poteva essere che così. Il Pietismo fu la risposta del Geist nazionale all’involuzione del cristianesimo tedesco dopo le straordinarie conquiste di Lutero, di Melantone, di Ulrico di Hutten. L’ispirazione religiosa del pensiero tedesco pagò il prezzo della vittoria sul papismo su almeno due piani: 1) l’ipertrofia dello spirito di controversia teologica; 2) l’ufficializzazione della fede in religione di Stato e dunque la sua mondanizzazione. Ciascuno degli innumerevoli ‘sovrani parziali’ di Germania sentì di potere signoreggiare sulle coscienze dei sudditi. Anche queste storture volle sanare il Pietismo.

 

I primati del futuro

La Germania si ingigantirà prima in Europa. Prima sui piani più nobili, non per dimensioni. Riscattata dalle infamie di un passato recente, però brevissimo, sarà eticamente inattaccabile. Si aggiungerà una qualità nuova: allargherà il distacco spirituale rispetto alle altre grandi componenti d’Europa. Constaterà d’essere passata in testa alla colonna della storia. Si parlerà di nuovo primato dello spirito tedesco. La Germania del futuro non lontano sarà davvero il Secondo Reich, la resurrezione dell’Impero sacro e romano.

Quale delle Germanie del passato sarà all’altezza del retaggio imperiale?  Condizionati dai secoli non possiamo che rispondere: ai tempi della grandezza l’Impero era degli Ottoni e degli Staufen, specialmente Federico I.  Sotto il Barbarossa il pensiero fu ancora pienamente cristiano, cavalleresco, medioevale; l’imperatore morì alla Crociata. Alcuni dei suoi valori erano i più alti fino allora concepiti. Dopo, l’ispirazione religiosa si smorzò, la modernità e il razionalismo si allargarono assieme all’assertività borghese.

Il grande revival germanico non potrà che differenziarsi, forse contrapporsi, ai precetti della modernità quale la conosciamo. Il razionalismo ha ‘fatto’ la modernità e la modernità ha tralignato, soffrendo la caduta di Lucifero. La salvezza non potrà che venire dal recupero dei valori -nel Medioevo specificamente germanici- che l’Illuminismo e il Rinascimento  internazionali avevano ripudiato.

 

Il corteggio dei Grandi Spiriti

Chi guiderà la Germania al momento di rigenerare l’Europa, facendone il Secondo vero impero sacro e romano, si proporrà al Continente affiancato da un manipolo dei massimi tedeschi. Garantiranno per l’eticità della stirpe due imperatori Hohenstaufen, Martin Lutero, Filippo Melantone, Ulrich di Hutten cavaliere umanista della Riforma, e poi Johann Sebastian Bach, Goethe, Hölderlin che presagì il ritorno degli Dei ellenici, Rainer Maria Rilke e la schiera degli insuperati classici del Romanticismo. Assieme ad altre  grandi anime, che Dante avrebbe messo in Paradiso, questi Paladini rassicureranno gli europei: quello germanico sarà il più spirituale dei retaggi.

De Gaulle insegnò: le Costituzioni scritte dai partiti si stracciano

Giorni fa il Corriere della Sera (Gerardo Villanacci) ragionava: “In questi lunghi anni di crisi, culturale prima ancora che economica, la politica si è arresa sì al mercato, ma soprattutto allo strapotere dei partiti”. Tuttavia, sostiene il Villanacci, questo momento di grande difficoltà può essere un punto di ripartenza della politica (…) Non si esclude che “in una prospettiva futura possa esservi democrazia a prescindere dai partiti”. L’Autore non prova nemmeno a sostenere che la democrazia sia essenziale al superamento delle attuali crisi di sistema. E’ possibile, diciamo noi, che essa democrazia sia addirittura nociva. La Cina trionfatrice e le nazioni neo-industriali si curano della democrazia?

Matteo Renzi sembrò vagheggiare in segreto di emulare a suo modo il de Gaulle del 1958: e non si può dire fosse solo un velleitario. Il suo successo iniziale non era stato cosa da poco. Persino Mario Monti si era trovato a disporre in un frangente grave delle possibilità che avevano fatto trionfare de Gaulle. L’abbattimento della Quarta repubblica fu l’unico successo pieno del Generale: la vittoria del 1944 sull’occupatore germanico non spetta né a lui, né al Maquis, bensì ai marescialli di Eisenhower).

A Matteo Renzi, come a Mario Monti, mancò la fede in sé stesso. Non capì che la sua missione grossa avrebbe dovuto essere di liberare lo Stivale dai Proci, non solo di rottamare i più marpioni. Gli mancò l’audacia di cancellare la Quatrième italiana, la repubblica più oligarchica e più tangentocratica del mondo occidentale.  Nel ’58 de Gaulle vinse perché osò abbattere le istituzioni del parlamentarismo. Il Generale capì ciò che Monti e Renzi non intuirono: che le malerepubbliche si possono/devono sovvertire, per il bene della nazione. La condizione ha da essere il prescindere dalla legalità, dalle Carte e dalle Corti, tutte controllate in esclusiva dai politici professionali.

Forse Monti e Renzi potrebbero ancora tentare, magari insieme. E forse sovvertire la nostra Quatrième risulterà sorprendentemente facile: come facile fu nel 1923 il sorgere della bonaria Dictadura spagnola di Miguel Primo de Rivera. Il plauso del popolo, in primis gli operai e i contadini, durò almeno un quinquennio, nel quale l’economia spagnola intraprese il cammino che la porterà ai successi di 95 anni dopo.

Da noi quasi nessuno si spinge a proporre di capovolgere la nostra storia contemporanea. Eppure tutto sarà meglio che oggi, se un uomo superiore agli altri rimuoverà lo scadente nostro meccanismo di democrazia rappresentativa. Intanto lo Stivale non cresce da un quarto di secolo: non è sicuro ma è probabile che mortificando i partiti e i politicanti, il veicolo Italia avanzi meglio. Andò così in Francia sessant’anni fa: stracciata la Costituzione del 1946, assegnati i pieni poteri a un uomo, la Francia riprese lena. Senza le sacrosante demolizioni del Generale, la Quatrième si sarebbe rassegnata a finire come noi. Noi siamo peggio della Quatriéme. Essa è passata alla storia come un’epoca di instabilità politica e di conflitti sociali.

Non abbiamo un de Gaulle, naturalmente. Ebbene, proviamo a darcelo. Non criminalizziamo, bensì sosteniamo chi riesca ad imporsi sulla consorteria dei politicastri.

Nel momento che la Quarta nacque, de Gaulle profetizzò: “Non sarà nemmeno un governo d’assemblea, ma da birreria”. Si rivelò subito una dittatura dei partiti. I partiti, che Pétain aveva soppresso, apparivano l’essenza stessa della libertà e dell’antifascismo. Chi su questo avanzava riserve era immediatamente bollato ‘cesarista’ e ‘bonapartista’. Ma andò esattamente come aveva previsto il Generale: “Quando si scatenerà la burrasca verranno a rifugiarsi sotto la mia ala. Potrò dettare le mie condizioni”.

Tra il 1947 e il 1951 il partito comunista di Maurice Thorez, con 814 mila iscritti e cinque milioni di elettori, è la prima forza politica e soprattutto esercita una specie di monopolio dell’intelligenza francese. L’economia va molto forte ma ai francesi non basta: la Quarta è detestata come il regime dell’instabilità, dell’impotenza, dell’inettitudine a gestire l’immenso capitale accumulato dalla Francia nel suo impero coloniale, secondo solo a quello britannico.

Tra il 1950 e il 1956 la Quatrième ebbe 12 governi. Vogliamo elencarli tutti, a disdoro della classe politica insediata dalla Costituzione  del 1946: G. Bidault, R. Pleven, H. Queuille, R. Pleven, A. Marie, E. Faure, A. Pinay, R. Mayer, J. Laniel, P. Mendès-France, E. Faure, G. Mollet. Nel 1953 l’elezione del presidente della Repubblica richiese 13 scrutini.

Quando il 3 giugno 1958 de Gaulle entra a palazzo Matignon, chiamato dal capo dello Stato René Coty in quanto “il più illustre dei francesi”, i partiti capitolano. Ricevuti in tutta legalità i pieni poteri, de Gulle stende la Costituzione della Quinta repubblica, al cui centro è la fine dell’egemonia dei partiti e l’esautorazione del Parlamento. Tutti i partiti si oppongono, in testa quello che era stato il possente PCF, ma il referendum del 28 ottobre 1962 approva col 62% dei voti.

Il Generale dimostrerà di essere non il solito dittatore, bensì il grande riformatore che occorreva alla Francia -e all’Italia di sessant’anni dopo- dimettendosi nel 1969, il giorno stesso che conobbe il risultato del referendum del 27 aprile. I partiti ebbero la loro vendetta, ma la Quinta Repubblica resta iper-presidenziale.

Anche l’Italia dovrà liberarsi delle istituzioni imposte dai partiti: dovrà liberarsi dalla democrazia rappresentativa. L’Italia non soffre dei duri problemi coloniali della Francia -l’Algeria!- e non dispone del personaggio della croce di Lorena. In compenso i politici italiani sono ‘N’ volte più corrotti e più corruttibili di quelli francesi del 1958. Il suo retaggio storico – dalle guerre civili di Roma al potere temporale dei Papi e all’asservimento a tutti gli stranieri – è tra i più inquietanti. Un giorno un uomo di tempra dovrà abbattere questa repubblica.

E’ quasi certo che non occorreranno i carri armati: gli italiani gioiranno. Si aprirà la conversione a quella delle varie formule di democrazia semi-diretta che prometterà di bloccare il ritorno dei Proci  usurpatori.

Antonio Massimo Calderazzi

Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

Fodella sul coma della democrazia rappresentativa

Per quel che ne so, l’economista Gianni Fodella dell’università statale di Milano, autore su Internauta di “Riflessioni sull’arte di governare”, ha fatto un percorso di conversione che si avvicina a quello di Agostino, futuro vescovo di Ippona in Numidia.  Questi passò da una convinta militanza nella fede di Mani al cattolicesimo romano, anzi ambrosiano. Fu il grande Ambrogio a convincere e a battezzare Agostino. Le  spoglie del vescovo di Ippona riposano a Pavia nella chiesa, cara a Dante Alighieri, di san Pietro in Ciel d’Oro.

Non è sicuro che Ambrogio fece trionfare in toto la verità spegnendo in Agostino la fede manichea. E’ invece sicuro che l’insegnamento evangelico, così lineare, dovette imporsi per razionalità oltre che per pregnanza sugli affreschi cosmogonici del persiano Mani. L’insanabile contrapposizione manichea tra i due principi assoluti, il Bene e il Male, era molto incisiva, ispirò più di un’eresia medievale e potrebbe persino riaffiorare. Tuttavia si può capire che il figlio del decurione romano e di Monica sia rimasto incantato dalla semplicità del messaggio cristiano.

Il sistema religioso manicheo, così vicino al pensiero gnostico, la faceva un po’ troppo difficile coi tentativi della Materia di impadronirsi della Luce, coi ruoli della Madre dei Viventi, dell’Uomo primigenio, del Nous che risale in Cielo, del corpo e della psiche che restano prigionieri, del principio buono che crea l’universo per liberare le particelle celesti catturate dalla materia e per separare la luce dalle tenebre. Forse ad Ambrogio bastò leggere ad Agostino il Discorso delle Beatitudini e il futuro vescovo di Ippona diverrà il più amato tra i Dottori della Chiesa, maestro anche dei protestanti. Sarà agostiniano Martin Lutero, ricostruttore del Cristianesimo. Non per niente gli storici cattolici parlano di una “scia protestantica” dell’agostinismo.

Gianni Fodella, che c’entra? C’entra in quanto anch’egli, come Agostino, ha accettato di convertirsi. Un tempo, magari lontano, anche il nostro economista credeva che la democrazia delle urne, dei parlamenti e della naturale leadership dei politici eletti, dei professionisti della rappresentanza, fosse il Sistema obbligato per l’Occidente. Invece il suo scritto recente su Internauta segna l’elaborazione di un pensiero diametralmente opposto.

“Governare non è un mestiere” ha scritto Fodella. Può governare chiunque possegga le virtù del padre di famiglia e del buon cittadino. Il voto alle elezioni non stabilisce chi è probo e capace. Neanche gli studi fatti e il lavoro svolto sono decisivi: per rappresentare il popolo occorrono soprattutto buon senso, capacità di ascoltare e anche modestia, in una parola umanità. Bisogna diffidare della capacità di parlare in pubblico: il governante non deve possedere le doti del piazzista. Dunque il governante deve essere un cittadino indicato dal caso. La professione del politico di carriera va cancellata.

Un cittadino indicato dal caso: è il cuore della conclusione maturata da Fodella e da altri a valle della secolare appartenenza di quasi tutti al furfantesco pensiero unico della rappresentanza. La rappresentanza è il congegno che espropria la sovranità dei cittadini e la consegna ai mestieranti della politica e ai mandatari dei gruppi d’interessi. L’uguaglianza tra i cittadini e la loro sovranità si realizzano solo se si può essere sorteggiati per governare. Quando Atene era capitale della civiltà occidentale un coltivatore di ulivi veniva spesso sorteggiato a fare l’arconte.

Venticinque secoli dopo, e nelle circostanze di un mondo tiranneggiato dalla complessità, è giocoforza peraltro attenuare la purezza talebana dei principi egualitari, la quale produrrebbe guasti. Quindi è verosimile che un giorno la democrazia del sorteggio riduca drasticamente sul piano dell’operatività le dimensioni della Polis sovrana: p.es. da 60 a un milione di cittadini sovrani.

Un milione sono anche oggi in Italia i professionisti della politica, dal portaborse del consigliere di zona al notabile in chief che siede al Quirinale: ma nella democrazia del futuro saranno sorteggiati, non espressi dalla frode elettorale; più ancora, agiranno per tot mesi, senza possibilità di riconferma, non a vita.  Decisori e gestori operativi, compensati modicamente e spogliati di ogni privilegio, assiduamente controllati dagli altri cittadini sovrani pro tempore, nonché dal referendum permanente di tutti quei cittadini ‘anagrafici’ che vorranno e sapranno agire on line, potranno malversare e rubare assai meno che oggi. Avverto che le ipotesi di cui agli ultimi tre paragrafi sono mie, nell’ambito naturalmente del principio del sorteggio.

Il nostro economista riflette che passare dalla rappresentanza truffaldina al sorteggio è sì un’utopia, ma è da realizzare o almeno da avvicinare. La politica dell’Occidente si basa oggi sulla menzogna, sulle enunciazioni disoneste, su programmi sempre disattesi (anche in quanto non esistono più i progetti sociali e i partiti hanno perso ragion d’essere). Si impone il teatro della politica, e gli attori che hanno sostituito le leadership tradizionali sono, dice il Nostro, parassiti senza scrupoli, non meno rapaci e prevaricatori degli aristocratici di un tempo.

Fodella ha abiurato la fede di un tempo lontanissimo, quando il parlamentarismo era un ideale; oggi non potrebbe essere più screditato e odiato. Ma come Agostino da Ippona trovò ad accoglierlo un popolo già immenso, Fodella sa di imbattersi una miriade di volte in formulazioni tipo la sola alternativa al regime dei partiti e dei professionisti delle urne è la democrazia semi-diretta. Poiché quest’ultima è impossibile se le popolazioni sono immense, è giocoforza il sorteggio, che ridimensiona la Polis ai numeri dell’Atene del V secolo a.C.

Dunque il popolo potenziale dei fautori del sorteggio è vasto. Se il ‘ritorno ad Atene’ non appare vicino è in quanto la rappresentanza ha una magagna in più: tiene i cittadini rassegnati alla sudditanza nei confronti dei Proci usurpatori, meritevoli dell’arco possente di Ulisse.

Antonio Massimo Calderazzi

Quando ci convinceremo che siamo troppi e c’è quasi niente da fare?

Alcuni fiumiciattoli, il Rio Maggiore il Bisagno ed altri, esondano o fanno saltare le condotte in cui furono intubati, e la devastazione non colpisce solo i quartieri bassi e le case seminterrate. Colpisce anche il senso della realtà e delle proporzioni. La community dei giornalisti, dei candidati alle elezioni e dei frequentatori dei bar tabacchi impazzisce letteralmente. Laureati in lettere antiche emettono referti idrogeologici. Suadenti columnists sospendono lo scandaglio delle intenzioni di Bersani, posticipano  l’interpretazione degli scherni dalemiani all’indirizzo di Pisapia, per pronunciarsi sul calcestruzzo dei manufatti pubblici. Mezzi milioni di semplici abbonati alla Tv storicizzano secoli di errori edilizi. Turbe di pensionati escogitano e prezzano interventi risolutivi. Il coro del Web dà per tassative le più grandi opere, che siano senza badare a spese.

Ben pochi portano il ragionamento fino in fondo: che siamo in troppi, mica solo in Italia: dunque ci terremo  quasi tutte le esondazioni e le calamità, terremoti compresi. Molti progetti risulteranno irrealizzabili o titanicamente costosi. Lo Stivale ha spazio e ricchezza adeguati per 20 milioni di humans. Ne ospita il triplo, e quest’anno ha registrato con giusto giubilo 48 milioni di presenze turistiche.

E’ vero, Singapore e Hong Kong sono più antropizzate di noi e sembrano smentire i pessimismi. Ma la Saturnia Tellus è popolata da un’etnia a sé, meglio non stabilire raffronti. Provate a spiegare all’Etnia che per mantenere a regola d’arte i tombini e per azzerare le perdite d’acqua potabile le IMU andrebbero trentuplicate, le piacevolezze dell’edonismo cancellate, le Audi e le Bmw demolite, gli stili di vita dimenticati. Il nostro è benessere troppo recente perché possiamo permetterci plurimi mutui casa e al tempo stesso sanare il dissesto idrogeologico, nonché mettere in sicurezza il costruito. Ci sono arditi pensatori che esigono di bonificare il patrimonio dalle architetture che sanno di fascismo. Se si comminasse una frustata a chi propone programmi senza indicare risorse sicure, cioè senza quantificare la moltiplicazione delle tasse, il comparto della produzione di fruste risulterebbe deficitario.

In altre parole: chi vuole prevenire ogni crollo da sisma, chi ricostruirebbe sagrati e bargelli com’erano, chi intende restituire il futuro ai giovani, chi crede a portata di mano un aiuto agli africani che non intacchi i nostri livelli di vita, chi affronterebbe cento altre opere di progresso e di giustizia, senta l’obbligo di dettagliare con quali risorse: pena l’iscrizione nel casellario dei pagliacci, iscrizione comportante l’accessorio raddoppio di tasse e accise. Oppure ammetta che non siamo nell’isola di Utopia.

Neanche tale ammissione ci sarà mai, la nostra essendo un Narrenschiff, un vascello fantasma di soli begli spiriti, di soli commedianti di farse, fescennini e cachinni. Noi non sappiamo se gli studi di Cinecittà sono sempre la superba location delle produzioni cinematografiche e affini. Se sì, lì dovremmo trasferire dai palazzi maestosi le somme istituzioni e i vertici del potere effettivo. A Repubblica precaria, sedi di prefabbricato e di materiali leggeri. Come giorni fa scriveva Aldo Cazzullo, uno tra gli opinionisti più pervasi di fierezza nazionale, la Patria da cui ci attendiamo nuove risorgenze e nuovi saltelli in avanti è assalita “dalla crisi economica, dal disagio sociale, dalla guerra tra poveri accesa da un’immigrazione fuori controllo, dal discredito delle classi dirigenti, dalla scomparsa dei partiti tradizionali”.

Francamente non arriviamo a comprendere quest’ultimo rimpianto, che non ci siano più i partiti di una volta. Sono esse, le leadership della Fase Costituente, le mamme e le nonne della Più bella delle Carte, che hanno plasmato la realtà dei nostri giorni, realtà che non piace nemmeno a Cazzullo, il Bardo del 150° dell’Unità.

Una Polis così, sgradevole persino al Bardo, potrà disfrenare l’impetuoso Nuovo Miracolo italiano, riscossa idrogeologica e vendetta antisismica comprese, senza ricorrere alla rivoluzione culturale di Pol Pot? Senza almeno riconoscere che siamo in troppi e che non c’è posto per nuovi venuti, nemmeno uno?

 

a.m.calderazzi

LA BOLDRINI HA DIFETTI, NON QUELLO D’ESSER FIGLIA DI ARRIGO BOLDRINI

Fece bene Laura Boldrini, tempo fa, a respingere d’impeto la bufala secondo cui era figlia dell’omonimo Arrigo. Meritò la solidarietà di tutti. ‘Figlia di un mito della Resistenza’, nome di battaglia Bulow, era troppo anche per una deputata di Vendola. Tutti hanno diritto a non essere associati al capo di quel gappismo che tra l’aprile e il giugno 1945, dopo la ritirata dei tedeschi e la resa degli ultimi fascisti, passò per le armi nella sola località di Cavenigo (Padova) 136 persone: non tutti militi o brigatisti neri, anche civili e parenti.  Cavenigo è una delle pagine più infami della ferocia partigiana, e si inserì in un panorama di atrocità che non sfigura nel confronto con le stragi SS. Nell’intero padovano le esecuzioni successive alla “vittoria” dei killer di Stalin furono molte centinaia.

Il principale capo guerrigliero locale era Arrigo Boldrini: logico che nel contesto di allora venisse assolto dai tribunali. Si usava così. Non lo sappiamo che la nostra Repubblica – un settantennio dopo  riconosciuta in genere come la peggiore d’Occidente – nacque dai mitra gappisti? Allora, nella gloriosa Fase Costituente, agli autori o coordinatori dei fatti antifascisti più crudeli spettavano larghe immunità. In più ricompense, decorazioni, cariche e prove monetarie della riconoscenza di noi contribuenti. Così i responsabili di Dongo e di via Rasella (cioè delle Fosse Ardeatine) sedettero a lungo in parlamento. Così Boldrini\Bulow fu deputato, poi senatore – senza interruzioni – per undici legislature (1945-94, mezzo secolo). Il PCI esercitava i suoi diritti.

E l’interminabile opera legislativa di Nilde Iotti, consorte di Togliatti (eletta 13 volte, complessivi 51 anni), come negare che ad essa dovemmo il Miracolo economico e l’ingresso tra i Grandi del pianeta? L’ex partigiana Nilde fu acclamata tre volte presidente della Camera, un record (per me uno scandalo). Per non far mancare la sua figura all’Assemblea e alla Nazione, si dimise pochi giorni prima di morire alla clinica Luana. Di fatto agonizzava già sull’arcipoltrona presidenziale. Quando Nilde firmò le dimissioni, Giorgio Napolitano si inebriò d’ammirazione: la proclamò “splendida figura”. Anche se il popolo del PCI si era turbato quando Togliatti, per unirsi a lei, lasciò moglie legittima e un figlio. Ma Giorgio, futuro atlantista, futuro estimatore della guerra di Afghanistan pensava sub specie aeternitatis, pensava a come sarebbe stato peggiore il nostro futuro senza le tre presidenze successive e senza il tacito ripudio dello stalinismo.

Ad Arrigo Boldrini riuscì di diventare poco meno che uno statista e un ricostruttore della Patria: per esempio fu vicepresidente della Camera e incarnazione a vita della gloria guerrigliera. Tra pochi giorni nella superba Aula della Regina a Montecitorio celebreranno il centenario della sua nascita le tre somme cariche dello Stato più, per l’antica milizia comune nel nome di Stalin, Giorgio Napolitano. Il centenario, come per Garibaldi, Torquato Tasso e Tazio Nuvolari!

Non solo: decorarono Boldrini con la medaglia d’oro (!) al valor militare. Solo lui avrebbe potuto fare il conto preciso delle raffiche, proprie e altrui, che aveva sulla coscienza. Inutile dire una volta di più che l’idea e il movimento del comunismo sono stati uccisi soprattutto dalla ferocia ‘bolscevica’ del retaggio rosso.

Nell’agiografia di Arrigo Boldrini c’è anche uno spunto di comicità irresistibile. Si enfatizza infatti che il nome di battaglia Bulow se lo dette, o gli fu assegnato, per avere teorizzato la “pianurizzazione”. Che vuol dire? Vuol dire che mise a punto la strategia politico-partigiana della “pianurizzazione”: la guerriglia  poteva|doveva scendere dalle montagne alle campagne e alle città di pianura. Dunque il Nostro divenne Bulow – occorrerebbe un’Umlaut’ o metafonesi, ma la mia tastiera ne manca, oppure sono ciuccio io – e non so se Boldrini usava umlaut – con riferimento ai meriti di stratega del conte Friedrich von Bulow, dalla parte prussiana vincitore sotto Bluecher di Napoleone Bonaparte. Ha scritto il riverente storico Guido Crainz: “La pianurizzazione fu una scelta vincente. Ebbe il merito storico di dare fiducia al mondo contadino”. Ne conseguì che i contadini-assassini di Boldrini abbatterono il Terzo Reich e forzarono il Fuehrer a inghiottìre  il cianuro.

Chissà se invece Boldrini, col suo doppio diploma, di scuola media e di perito agrario, non abbia preso a modello un altro dei von Bulow: il principe Bernhard, cancelliere del Secondo Reich, marito di una principessa italiana e genero di Laura Minghetti; il barone Dietrich, teorico dell’arte tattica; il barone Hans, musicista e marito di Cosima Liszt, successivamente risposata a Richard Wagner; il diplomatico Heinrich, ministro degli Esteri di Prussia; il feldmaresciallo Karl, comandante d’armata nella Grande Guerra; oppure il conte Ludwig, fatto presidente della Slesia nel 1825. Ci avreste mai pensato: un trionfo stalinista in pianura ispirato da una dinastia di grandi prussiani, magari Junker oppure no?

Forse anche per questo Laura, pacifista/progressista intensa, si dissociò dall’Omonimo: non solo medaglia d’oro per meriti di mitra ma anche emulo del pensiero strategico prussiano.

A.M.Calderazzi

 

RIFLESSIONI SULL’ARTE DI GOVERNARE

Governare – un Paese (uno Stato), un paese (una città o un borgo), oppure una famiglia – è una funzione che non può – né deve – diventare un mestiere. La funzione di governo della cosa pubblica può essere esercitata da chiunque abbia quei requisiti di onestà e probità che contraddistingue l’azione prudente del buon padre di famiglia in ogni circostanza. Il possesso di questi requisiti non può essere stabilito con un esame (neppure quello dei cittadini che periodicamente votino a suffragio universale), né garantito dall’appartenenza a un partito o ad una associazione, o dall’adesione a una fede religiosa o laica che sia.

Gli studi fatti e le attività o i mestieri esercitati, purché leciti, non hanno grande importanza per essere qualificati a tale funzione, poiché per governare occorre soprattutto buon senso, modestia, capacità di ascoltare i problemi degli altri e prendersene cura, in una parola occorre umanità. Sarebbe meglio chiamarla bontà, dato che caratteristica soltanto umana è quella di generare sofferenze ingiustificate da infliggere ad altri, e le persone buone tendono a non vederne la necessità, come del resto fanno gli animali grazie alla naturale saggezza dei loro comportamenti, dettati da ciò che erroneamente chiamiamo istinto mentre sono in buona parte frutto delle condizioni nelle quali l’animale ha vissuto; proprio come accade per gli esseri umani.

La capacità di parlare in pubblico dovrebbe essere guardata con sospetto, dato che ci attendiamo che chi ci governa non sia un piazzista che ci propone di comprare la sua merce, come quasi ovunque invece accade. Dovrebbe invece essere un cittadino indicato dal caso, onorato di essere stato scelto dalla sorte per servire la comunità alla quale appartiene e nella quale vive. Il suo mandato non dovrebbe accompagnarsi a un trattamento economico di particolare privilegio, né prevedere in seguito, al termine del mandato, emolumenti o privilegi di alcun tipo. Chi governa dovrebbe essere soltanto desideroso di fare bene ed essere di ciò orgoglioso, non tanto per meritare la gratitudine dei suoi simili, quanto per essere soddisfatto di sé per il lavoro utilmente svolto.

Sembra utopia, ma in realtà si tratta semplicemente di una prassi da instaurare, differente da quella in uso oggi nei Paesi democratici. Se la prassi dominante si fonda sulla menzogna e sulla sostanziale disonestà delle enunciazioni e dei comportamenti, non sarà facile mutare le cose, anzi sarà pressoché impossibile. Qualsiasi decisione e misura venga intrapresa non potrà cambiare la situazione. Chi sta in alto nella gerarchia ha bisogno del sostegno di coloro che ne hanno fatto la loro creatura e questi potenti (nell’ombra o allo scoperto) non sono disposti a rinunciare ai loro privilegi per mettere in pratica ciò che è stato deciso dagli ingenui cittadini che si sono recati alle urne nell’illusione di eleggere persone degne di governarli, ma che troveranno invece dei politicanti che hanno ben altri obiettivi.

Occorre osservare che, come si è detto, l’azione di governo non può essere esercitata come un mestiere, né come una vocazione. A differenza del mestiere, che presuppone la capacità di essere esercitato dopo un ragionevole periodo di studio e di tirocinio, e della vocazione per la quale nutriamo uno speciale trasporto (purché non animato dal desiderio di schiacciare gli altri per raggiungere i propri fini esclusivi), governare è per sua natura alla portata di chiunque. Si tratta di una funzione e come tale non è diversa dalla capacità di gestire, con gli altri membri, una famiglia.

Dar vita a una famiglia – il nucleo, il ganglio sociale di base della società, per definizione il più importante che vi sia – non richiede doti particolari, possedute da alcuni esseri umani soltanto. Non occorre superare un esame o fare un concorso. Eppure con questo gesto, con l’azione di formare una famiglia, sia essa allietata o afflitta dalla prole, contribuiamo alla natura che la società, della quale condividiamo il destino, andrà assumendo. Il modo di vivere in una famiglia, di governarla per la massima soddisfazione dei suoi componenti (o per l’egoismo di uno solo), può variare moltissimo ed essere influenzato non soltanto dalla probità o dalla disonestà dei suoi componenti, ma anche da circostanze fortuite di carattere negativo o positivo che per la loro natura non possono essere previste.

L’incertezza è e resta l’elemento dominante. Per questa ragione la famiglia non può fare veri programmi, costruire piani da seguire rigidamente per conseguire gli obiettivi che si propone. Potrà programmare di raggiungere una certa meta (comprarsi l’abitazione) o conseguire un certo risultato (far diplomare o laureare un figlio), ma questi obiettivi, sia pure programmati e perseguiti con tenacia, riguarderanno sempre un campo d’azione molto limitato e anch’esso ricco di incertezze nonostante la fermezza dei propositi e la perseveranza nell’agire. Non occorre dire di più perché l’esperienza di vita parla a ciascuno in modo diverso nel particolare, ma identico sul piano generale.

Perché dunque governare una collettività locale o nazionale o internazionale dovrebbe avere caratteri diversi? Così come non esiste il mestiere di capofamiglia (non sempre il marito, talvolta la moglie o un figlio), il rappresentante della collettività dovrebbe essere sorteggiato, non eletto. L’elezione – questo ormai lo sappiamo da tempo – non può che favorire i peggiori membri della società, quelli che si mettono in mostra perché desiderano il potere politico e che per ottenerlo e farlo durare sono pronti a realizzare la volontà di chi ha facilitato la loro elezione o rielezione.

Il sorteggio, la durata dell’incarico per un numero limitato di anni, gli emolumenti adeguati ma contenuti, gli scarsi vantaggi aggiuntivi, l’impossibilità di avere una “pensione” o un “vitalizio” sarebbero tutti elementi tali da rendere il ruolo di parlamentare o di membro del governo poco allettante per chi miri ai privilegi o al denaro. In compenso il sorteggiato o la sorteggiata che non rifiutasse l’incarico avrebbe l’onore e la responsabilità di poter fare qualche cosa di utile per la comunità alla quale appartiene.

Le etichette costituite dai partiti non hanno più ragion d’essere in un contesto dove i progetti sociali non esistono più (“cos’è la destra cos’è la sinistra”, cantava Giorgio Gaber) o sono divenute finzioni, e dove il confronto è tra chi ha una sua moralità, e chi invece non ne ha alcuna ma si batte soltanto per soddisfare i propri egoismi ed è, senza alcun freno, homo homini lupus.

Attraverso i media – sembrerebbe più adeguato alla realtà che rappresentano chiamarli mezzi di disinformazione di massa – il “teatro” della politica assume una rilevanza che travalica i fatti concreti che dovrebbero essere legati all’azione di governo, limitandosi a sempre ottimistiche dichiarazioni di intenti. Il tempo necessario per una incisiva azione di governo si riduce enormemente, dato che prevale la narrazione degli eventi, meglio se fatta da chi ha la lingua sciolta e il piglio del venditore, non importa se di fumo.

A ben riflettere si potrà ricordare che i programmi di governo non hanno mai avuto un senso concreto, prova ne sia che sono sempre stati disattesi, come è logico attendersi dato che il governo deve affrontare i problemi giorno per giorno, man mano che questi si presentano, e trovare una soluzione avendo chiaro sempre l’obiettivo della propria azione: operare a beneficio della collettività governata, presente e futura.

Malgrado le grandi speranze riposte nella democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale, ai ceti parassitari dominanti in ragione della posizione nella gerarchia sociale e del censo, si sono sostituiti individui di ogni estrazione sociale accomunati dal desiderio di esercitare il potere politico con ogni mezzo al fine di avvantaggiarsene personalmente. Grazie a questi nuovi, ma non meno avidi parassiti, il regime democratico è stato snaturato, svuotato della sua essenza, ed è divenuto una maschera dietro la quale interessi privati di ogni tipo prevalgono sostanzialmente su quelli pubblici, e vengono create situazioni di privilegio la cui vera natura si nasconde dietro all’omertà dei privilegiati, qualunque possa essere il partito o la fazione di appartenenza.

L’amico Enrico Fucini di Marta (Viterbo) si rivolge ai governanti con poche fulminanti parole (“Il libero arbitrio in comodato d’uso lo avete trasformato in libero abuso”) nella scia di ciò che Vittorio Alfieri scriveva nel suo imperituro lavoro “Della tirannide”:

Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Gianni Fodella

CON UN CANCELLIERE NIENTE CAPO DELLO STATO MA UN PRIMO CITTADINO CERIMONIALE

Un capo dello Stato che, appena eletto, non chiude il Quirinale come propria sede è un cattivo capo dello Stato. Dovrà compiere grandi cose, Sergio Mattarella, opere straordinarie non richieste ai suoi predecessori, per mondarsi della colpa di cui parliamo. Da qualche tempo la riprovazione per il cattivo esempio che viene dal Colle si è allargata fino a diventare prevalente. Tanta reggia e tanta spesa per un’ istituzione discutibile, finiranno per configurarsi come reati da impeachment.

Se invece a Mattarella non accadrà d’essere confrontato da sfide gravi, egli rafforzerà i dubbi sull’utilità di un presidente della repubblica in un ordinamento non presidenziale. Perlomeno, a non voler passare al presidenzialismo, egli farà crescere la pressione per ridimensionare il ruolo e il costo del capo nominale dello Stato. Il ruolo non dovrà in alcun caso essere superiore a quello attuale del Bundespraesident germanico, che è inferiore a quello di Ebert e di Hindenburg nella Repubblica di Weimar. Il secondo non seppe opporsi all’avvento di Hitler, anzi lo favorì. Per Ebert come per il feldmaresciallo è lecito chiederci a che servirono.

E a che servirono molti sommi personaggi della III e IV repubblica francese? Per Georges Clemenceau, il ‘Tigre” che vinse per il suo paese la Grande Guerra, l’uomo dell’Eliseo era inutile; chi scrive non ricorda se disse questo prima o dopo la propria candidatura, fallita, a fare il presidente della repubblica. Senza dubbio gli uomini che pervennero all’Eliseo non contennero i mali del parlamentarismo. Tra il gennaio 1876 e lo scoppio della Grande Guerra la Francia ebbe 49 governi, durata media 9 mesi e 13 giorni. Nel ventennio 1919-39 i primi ministri furono 15, molti dei quali con rimpasti multipli, difficili da numerare. Ciascuno dei politici più importanti capeggiò vari governi: Briand 11, Poincaré 5 (e in uno dei cinque metà dei ministri erano stati premier). Tra il ritiro di Poincaré (luglio 1929) e le elezioni del 1932 i governi furono sette, dei quali alcuni durarono poche settimane. Nei 20 mesi tra il quarto gabinetto Briand e il ministero Paul-Boncour si contarono sei governi. Nel 1894 Casimir-Perier si dimise dopo sei mesi all’Eliseo.

Abbiamo anche da chiederci a che servirono i tre presidenti delle due sventurate repubbliche di Spagna. La prima durò un anno, nel 1873; la seconda perdette metà del territorio nel luglio 1936, infine fu spenta per la disfatta nella Guerra civile. Il primo dei tre presidenti, un professore dell’università di Granada, dovette fare posto a Alfonso XII di Borbone, reinsediato sul trono. Il terzo, Manuel Azagna, dopo essere stato cofondatore della repubblica e brillante ministro, appena assurto a capo dello Stato (1936) andò perdendo la presa sulla politica repubblicana. Verso la fine del mandato curava le rose del palazzo ex- reale e ridisegnava le uniformi della sua Guardia. Altri decidevano: specialmente il primo ministro Juan Negrin, appoggiato dal partito comunista, e gli emissari di Stalin. Alla fine della Repubblica Azagna dovè riparare in Francia, a piedi, tra centinaia di migliaia di fuggiaschi.

Di vari capi dello Stato la nostra repubblica avrebbe potuto fare a meno senza danno. Ma tutti, anche gli inutili, occuparono il Quirinale, ossia la più sfarzosa delle regge, Buckingham compresa. Forse erano stati ancora più esorbitanti i palazzi dello Zar a Pietroburgo, ma nel l917 essi ebbero altre destinazioni. Molto più indegna è la storia del Quirinale. Costruito dai peggiori e i meno cristiani tra i papi del Rinascimento, esigette l’investimento di ricchezze immense, distolte dalle attività caritatevoli della Chiesa. Fu fatto splendido dal denaro destinato ai poveri da chi voleva salvare l’anima dalle pene eterne.

L’Italia potrà decidere di non imitare Francia e USA, che concentrano il potere in un capo dell’Esecutivo eletto dal popolo e non dai parlamentari. Non potrà ignorare la logica e la saldezza dell’ordinamento costituzionale tedesco. In esso il potere è attribuito al cancelliere, laddove il capo dello Stato ha funzioni subordinate e rappresentative. Una congiuntura sostanzialmente “tedesca” ha prodotto l’elezione di Mattarella. A meno di un’improvvisa interruzione o liquidazione dell’esperienza Renzi, cerimoniale e marginale è destinato a restare l’ufficio del nostro Primo Cittadino. Sarà una ragione in più per porre fine alla contraddizione attuale, in cui un dignitario da deposizione di corone, in tutto sottomesso ai padroni dei partiti e delle urne, riceve come l’ultimo imperatore cinese la finta sottomissione dei veri governanti, signori della guerra e prominenti.

Solo una situazione malata giustificherà che il Quirinale coi suoi corazzieri e palafrenieri resti la sede di un similmonarca. Il Quirinale, secondo quanto da più parti si è proposto, deve essere svuotato di cortigiani, burocrati e lacché; deve diventare il museo più imponente al mondo, produttore di reddito. Mattarella, che a questo è contrario, crede di far bene ad allargare alquanto le visite del pubblico. Sbaglia e conferma d’essere un dignitario come gli altri.

Un giorno il presidente nominale/cerimoniale, ossia Primo Cittadino, sarà scelto per sorteggio, in presenza di alcuni requisiti, tra cittadini più qualificati di altri. Non perché i suoi compiti siano particolarmente ardui, ma così, per ridurre il numero dei sorteggiabili. E certo siederà in una modesta palazzina, non al Quirinale. Se essa non sarà idonea ai ricevimenti di 200 ambasciatori, si aboliranno i ricevimenti o li si terranno in palestra o al cinema. Al limite, si aboliranno anche gli ambasciatori.

A.M.C.

IL REGIME BOCCHEGGIAVA MA LO SALVA LA PENSATA DI RE GIORGIO&RENZI

Per un tot di settimane e mesi, magari anni, il marasma preagonico del sistema risulterà fermato, persino mai cominciato. Trovato a giorni il Novello Sire, i giornaloni alla testa di tutti i media intoneranno Te Deum esultanti. Sembravamo perduti, invece abbiamo imboccato la strada della salvezza. Ce l’ha aperta un’idea di Quei Due: la repubblica ha tediato, semi-restauriamo il Regno.  Saldiamo il ciclo repubblicano a quello sabaudo della nostra storia; amalgamiamo la Più Bella delle costituzioni allo Statuto Albertino. Si fa una continuità ragguardevole, 167 anni. Il Risorgimento idolatrato dai nostri nonni più la belluina audacia della Resistenza, più le conquiste dei cassintegrati. 167 anni unificati sotto il bianco Stellone d’Italia.

Sorto monarchico (J’attends mon astre  fu antica divisa sabauda), lo Stellone -ricordiamolo- è nello stemma della Repubblica. Quest’ultimo non dovremo nemmeno cambiarlo, salvo ritocchi, se ufficialmente torneremo a Carlo Alberto (‘Anch’egli è morto, Dio, per l’Italia’  poetòCarducci). Di Statuti albertini ne avemmo addirittura due: il primo,  che Carlo Alberto  aveva octroyé da reggente di Sardegna, fu cancellato con sdegno da re Carlo Felice. Internauta ne celebrerà il bicentenario nel 2021.

Nessuna torsione eversiva in questa ricostruzione della nostra vicenda nazionale. Semplicemente Re Giorgio&Renzi profittano della lungimiranza dei padri e nonni Costituenti. Quelli avevano previsto che dopo settant’anni  lo Stivale non ne avrebbe potuto più dei partiti usurpatori e ladri della Casta; pertanto i loro giuristi scrissero una Costituzione manomorta, immodificabile, immarcescibile, ma pensata in modo da non farci correre il rischio di qualche correzione e novità. La Carta manomorta ha questo di provvidenziale: il popolo non sopporta più i politici che elegge (peggio per lui che li elegge, sapendoli farabutti e Proci), ma il congegno consente che essi governino senza consenso, contro il popolo.

Tale congegno, quasi il top della stabilità/governabilità, è stato testato con risultati lusinghieri nel biennio finale di Napolitano: al Paese, alla Plebe inferocita, si sono dati in pasto tre governi-kamikaze (Silvio-Monti-Letta) per poi insediarne un quarto senza confronti più gradevole, elettrizzante per chi volesse novità e rassicurante per chi le rifiutasse. Un’operazione degna del ‘connubio’ Cavour-Rattazzi (1853), premessa e anticamera  dell’Unità.

Renzi è lo statista occidentale che ha fatto più strada quasi senza  muoversi di un passo. Riforme una più clamorosa dell’altra, però impercettibili. Bizzeffe di innovazioni virtuali senza toccare una virgola della Costituzione; piuttosto valorizzando le prerogative monarchiche del Quirinale. Che c’è di strano o di male? Nel 1789 alcuni Fondatori cercarono sul serio di proclamare George Washington re degli Stati Uniti.

Tra un certo numero di giorni il connubio Renzi-re Giorgio verrà hopefully  allungato di sette anni. Colui/colei che salirà al trono sarà proclamato Risorsa della Patria, e per un po’ il Paese si calmerà. I media descriveranno la Risorsa come il compendio di quasi tutte le virtù, tempra, sapienza, calore umano, congenialità agli intonachisti come alle élites. Molti italiani patriottici alla Aldo Cazzullo riscopriranno lo Stellone ingiustamente dimenticato, così come nella limitrofa Francia è tornata di moda Marianna, giovane dea repubblicana, patrona tra l’altro dei vignettisti blasfemi e dei transgender del globo.

Il presupposto di sviluppi così costruttivi: la Casta si è ricompattata, superando le sue divisioni. La mano ferma e la moral suasion  le ha messe re Giorgio, il resto l’ha conferito Renzi. Minacciando di smantellare non tutto ma molto, poi non smantellando niente, Renzi ha rafforzato gli ormeggi e riparato le falle del traghetto “La Casta”. Ora galleggia bene, non minaccia più di affondare. Resterà quanto basta in cantiere, poi riprenderà il mare, più superbo di prima. L’unità dei politici di professione fa la forza.

Il colpo di genio è stato  far risultare che una componente monarchica fa bene alla repubblica. I partiti maneggiano e rubano, i politici peggio, ma nella Reggia sul Colle c’è  con la sua corte un dinasta che vigila e corregge. Perché correre l’avventura di istituzioni nuove, perchè rinunciare alle dolci certezze e magagne delle urne? Perché fare a meno delle prassi, delle tradizioni, convenzioni e concertazioni, degli andazzi persino? Le scarpe sformate sono le più comode.

Niente salti nel buio. Renzi ha dimostrato possibile di galvanizzare gli animi senza cambiare nulla: non un super o mini burocrate licenziato, non un vitalizio negato, non un

gioiello venduto, non un reato da carcere duro in meno. Questo l’apporto di Matteo; re Giorgio ha dato fideiussione di correttezza istituzionale. In compenso molti tratti stilistici sono cambiati: fresche Veneri capeggiano dicasteri e diplomazie  con guance tirabaci e glutei da paradiso delle urì, dunque nessuno sostenga che non accade nulla. Le riforme di Renzi, sempre integrali anzi micidiali, sempre rassicuranti, cambiano tutto senza cambiare nulla. Se arriverà il Quantitative Easing, cioè la Ripresa, il gioco sarà fatto.

La repubblica ‘alla monarchica’ di Adolphe Thiers dette alla Francia, sorella latina, un settantennio di Belle Epoque e prosperità. Se il nostro settantennio repubblicano si salderà

al Regno dei Savoia e al sesquimillennio di governo pontificio, sfuggiremo alle incognite delle novità grosse, terrorizzanti: in primis quella scelleratezza della democrazia diretta, senza urne, senza politici ladri e a vita!

Porfirio

GLI ULTIMI GIORNI DELLA POMPEI DEMOPARLAMENTARE

Si lamenta, Michele Ainis, che siamo alla “Fine silenziosa del referendum” (Corriere della Sera, editoriale 15 luglio). Si aspettava qualche impulso al futuro, cioè alla democrazia diretta selettiva, da parte di un Demiurgo fiorentino il quale -ove riesca- salverà il sistema del passato, dunque della Casta capeggiata dal monarca del Colle? La maggior parte delle persone raziocinanti si augurano che Matteo Renzi non fallisca; con loro c’è anche chi scrive, anche se meno benpensante di loro. Ma l’auspicato successo di Renzi non sfiorerà nemmeno l’ambito della democrazia diretta e del referendum, visto che allontanerà di un tempo X la fine della delega elettorale ai grassatori della Cleptocrazia.

“Le Costituzioni, scrive Ainis, invecchiano come le persone. Però a differenza di noialtri possono ringiovanire (…)  C’è nella gente voglia di decidere. Di qui la crisi delle assemblee parlamentari è un fenomeno mondiale, non solo italiano. Negli USA Benjamin Barber propone di rimpiazzarle con i sindaci. La Primavera araba le ha sostituite con le piazze. In Europa il ritiro della delega si esprime con la diserzione delle urne e con la domanda di Democrazia Diretta. Ecco perché ovunque si moltiplicano le consultazioni online dei cittadini, sugli argomenti più svariati. Ed ecco perché i referendum sono in auge dappertutto”.

In proposito il costituzionalista dell’università Roma3 fornisce notizie significative. “Fino al 1900 nel mondo vennero celebrati 71 referendum. Nel mezzo secolo successivo se ne aggiunsero 197; 531 dal 1951 al 1993; ormai non basta il pallottoliere per contarli”. Tuttavia -è sempre Ainis- “su questo versante la riforma nega un’iniezione di gioventù alla nostra Carta. Gli unici due strumenti di democrazia diretta introdotti dai Costituenti furono le leggi popolari e il referendum abrogativo. Senonché le prime si sono rivelate altrettante suppliche al sovrano, che non le ha mai degnate di uno sguardo. Il secondo, è stato generato con 22 anni di ritardo, senza mai diventare adulto”.

Lasci perdere, Ainis. Non invochi più “qualche correzione” da parte del governo. Smetta di confidare nelle Istituzioni. Il sovrano ‘che non degna di uno sguardo le leggi popolari’ è da noi una classe politica camorristica. La democrazia rappresentativa vive dovunque una vecchiaia estrema. In Italia appare resistere, pur in vari segni di catalessi: infatti i cleptocrati saccheggiano più che mai, uno scandalo al dì. Ma il coma del parlamentarismo si avvicina anche altrove. Gli immensi balzi in avanti della tecnologia rendono logica e agevole come mai nella storia la chiamata di molti cittadini a condurre la Polis in proprio.

A.M.C.

IL BELLO (l’Italia), IL BRUTTO (Monti), IL CATTIVO (la politica)

UN’ALTRA ITALIA è POSSIBILE?

 

Pasqua è ancor lontana, eppure questi sono già giorni di “Passione” per la nostra seconda Repubblica: partita di slancio, vent’anni or sono, col suo carico di promesse (una nuova etica pubblica, un rinnovamento della classe politica, riforme strutturali…), è rimasta praticamente ferma ai nastri di partenza.

Miracolosamente recitano ancora sul palco del teatrino politico italiano personaggi “evergreen”, quali Berlusconi, Fini, Casini, Bersani: se un paziente, caduto in coma nel ’94, si risvegliasse solo oggi, sarebbe assai difficile convincerlo che sono trascorsi invano diciotto anni!

La seconda Repubblica ha offerto solo il peggio di sé. Eppure rimpiangere la prima, come in voga tra i nostalgici, è un’operazione “ai limiti dell’irragionevolezza”: come dimenticare che la prima Repubblica è miseramente crollata travolta da un’ondata di corruzione e monetine? E come nascondere che quel fardello -chiamato debito pubblico- che gli italiani si caricano sulle spalle è stato riempito dalla politica clientelare ed affarista di quei favolosi anni ‘80?!

 

Nell’anno trascorso, il Capo dello Stato, affidando ad un tecnico il compito di traghettare l’Italia tra le onde burrascose della speculazione finanziaria, ha agito da “curatore fallimentare” della seconda Repubblica, non più fidandosi dei vari “Schettino” della politica nostrana. Ma dove dirigere, adesso, la nave Italia?

Tornare indietro non è più possibile, così come proseguire sulla rotta tracciata dal bipolarismo malato di questi anni. Occorre guardare avanti e far rotta verso una terza Repubblica, completando finalmente quella traversata perigliosa iniziata nel ’94.

In che modo? Seguendo tre direttrici:

◆ in primis, una riforma strutturale dell’assetto istituzionale del Paese (attuando un vero federalismo, abolendo le Province, riparando i guasti di un’affrettata riforma del Titolo V della Costituzione ed introducendo l’elezione diretta del Capo dello Stato);

◆ in secundis, un rinnovamento radicale della classe politica italiana (introducendo il limite di due mandati per ogni carica elettiva ed imponendo ai partiti per legge le primarie);

◆ in tertiis, il ripristino sostanziale di una “democrazia rappresentativa” (restituendo ai cittadini -ancora detentori della sovranità- la facoltà d’incidere sulle scelte della politica, abolendo il Porcellum, rivitalizzando l’istituto referendario con l’abolizione del quorum ed introducendo i referendum propositivi).

Via maestra per conseguire un traguardo così ambizioso sarebbe l’elezione di una nuova Costituente. Sarà mai il nostro Paese pronto ad una simile “prova di maturità”?

 

 

UN’ALTRA POLITICA è POSSIBILE?

 

Il Natale ha portato in dono agli italiani una campagna elettorale: non certo il regalo più ambito (c’è da scommettere che i più avrebbero preferito un meteorite su Montecitorio!). A cinquanta giorni dal voto, il quadro politico appare ancora confuso, indecifrabile: citando indegnamente Zarathustra, da questo “caos” non verrà certo fuori una “stella danzante”, per lo più un’Italia decadente!

 

Il centrosinistra, ancora una volta, ha cambiato contenitore pur di non cambiar contenuto: dopo i Progressisti, l’Ulivo e l’Unione, è arrivato il turno dell’“Italia Bene Comune”.

Questa coalizione parte favorita ai nastri di partenza, ma la probabile vittoria del Pd non dovrebbe entusiasmare più di tanto un partito che si conferma incapace da un lato di andar oltre quel 30% del suo massimo consenso storico (nonostante il “vuoto politico” lasciato dagli avversari), dall’altro di sciogliere il nodo della propria identità politica (fra i democratici, c’è persino chi si vergogna d’apparire Keynesiano!).

La vittoria del centrosinistra, inoltre, rischia di rivelarsi una “vittoria di Pirro” nel caso in cui non disponesse di una maggioranza assoluta al Senato. In quest’ipotesi, l’unico errore da non commettere sarebbe “porgere l’altra guancia” a Casini, offrendogli un’alleanze di legislatura. La via maestra, piuttosto, sarebbe battezzare un “governo di transizione” con un mandato di scopo: consentire al Parlamento di varare una nuova legge elettorale, con la quale ripresentarsi alle urne entro l’estate 2013.

 

Nel centrodestra Berlusconi sembra muoversi a ritmo di valzer, alternando passi “avanti” (l’annuncio della sua sesta ridiscesa in campo), poi “indietro” (la disponibilità a cedere il passo prima a Monti, poi ad un altro premier gradito alla Lega), poi ancora “laterali” (l’indicazione del fido Angelino alla successione).

Che il Cavaliere sia tornato dalle vacanze Keniote con idee più confuse che mai lo dimostrano le sue mosse: prima l’avallo delle primarie (con tanto di candidature e raccolta firme), poi la loro cancellazione; prima la sfiducia a Mario Monti, poi l’indicazione dello stesso come federatore dei moderati (in una colazione inclusiva della Lega e con al primo punto del programma l’abolizione dell’Imu!).

A tal punto, o il centrodestra avrà il coraggio di compiere il “regicidio” oppure rischia di lasciarsi trascinare inesorabilmente a fondo dal suo stesso fondatore!

 

La Lega, schiacciata dalla vergogna di dover giustificare i diamanti di Belsito, gli investimenti in Tanzania del partito e le “miracolose” lauree albanesi del Trota, ha oggi una sola priorità: non più entrare a Palazzo Chigi, quanto superare la fatidica soglia di sbarramento al Parlamento. Probabilmente Maroni e Tosi, i “barbari sognanti” del nord-est, riusciranno nell’impresa di rianimare un movimento indipendentista e legalitario scopertosi centralista e ladrone. Il dubbio è se il tempo sia oramai troppo stretto da qui alle prossime elezioni…

 

Il centro “naviga a vista”, sperando solo in capitan Monti, finalmente decisosi a prendere in mano il timone dei moderati. Anche se la nave del Pdl sembra guidata da capitan Schettino e quella del Pd non mostra segnali di ostilità, in acqua vi sono altre presenze ingombrati: i pirati grillini ed i rivoluzionari di Ingroia. Se non si ricostituisse l’asse Pdl-Lega, al Pd si aprirebbe lo spiraglio giusto per vincere anche in Lombardia e Piemonte, con tanto di “adieu” alle ambizioni centriste di porsi come ago della bilancia in un futuro Parlamento balcanizzato! Per la prima volta, così, Casini rischierebbe d’aver fatto i conti senza l’oste: il grande centro potrebbe rivelarsi solo un grande fiasco!

 

A Sinistra del centrosinistra si è affacciata una nuova formazione politica: “Rivoluzione Civile”, la lista guidata da Ingroia, sostenuta dai sindaci De Magistris ed Orlando. Le chance di successo (ovvero di superare la soglia di sbarramento) di questo nuovo soggetto politico dipenderanno da un solo fattore: la capacità di aprirsi alla società civile ed imporre ai partiti che lo sostengono (Idv, Prci, Pdci e Verdi) un profondo rinnovamento.

I primi segnali sono incoraggianti (i partiti hanno rinunciato al loro simbolo ed i loro segretari al ruolo di capolista). Vedremo se alle belle parole seguiranno fatti concreti: se si tratterà di tracciare un nuovo percorso per una Sinistra finalmente progressista e di governo oppure di un cartello elettorale: l’ennesimo “maquillage politico”!

Che dire? Se son rose… saran rosse!

 

In questo marasma, l’unica certezza è l’ingresso di una folta schiera di “grillini” nel prossimo Parlamento. Il Movimento Cinque Stelle è sbalorditivamente cresciuto puntando tutto sulla protesta: sullo smascheramento dell’ipocrisia di chi siede in Parlamento e sulla denuncia degli odiosi privilegi di un’intera classe politica. Ma le famose “Cinque Stelle” (acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo, connettività ed ambiente) non saranno certo sufficienti per una proposta seria di governo del Paese.

Tanti gli interrogativi irrisolti:

◆ quali posizioni assumerà il Movimento sulle più disparate questioni di politica nazionale fin ora non discusse? Chi detterà la linea? Grillo o qualche organismo collegiale rappresentativo della base?

◆ Il ruolo dei parlamentari grillini sarà quello di meri “portavoce” del Capo, il cui massimo grado d’autonomia sarà apporre un “Mi piace” ai suo post? Quale ruolo si ritaglierà Grillo? Quello di “padre nobile” del Movimento o di “padre padrone” dell’ennesimo partito personale?

A molte di queste domande credo nemmeno Grillo possa ancora dar risposta…

 

 

UN ALTRO MONTI (BIS)? NON E’ POSSIBILE!

 

In qualsiasi democrazia, chiunque miri alla più alta carica di governo può percorrere una sola strada: candidarsi alle elezioni ed ottenere “un voto in più” del proprio avversario. Non è concepibile, dopo la breve parentesi del governo tecnico, immaginare “un’altra eccezione” a questa basilare regola democratica! Mario Monti ha tutto il diritto di ambire alla premiership, ad una condizione: dimostrare di disporre di un’ampia legittimazione popolare. Fino a prova contraria, difatti, la sovranità appartiene ancora al popolo!

 

Senza voler apparire “portatore di sventura”, per una volta l’Economista della Bocconi potrebbe aver fatto male i conti: la sua scelta di “salire in politica” potrebbe rivelarsi un inaspettato boomerang!

Fino a pochi giorni fa, Mario Monti si presentava al Paese come un “deus ex machina”: un salvatore della Patria, capace di far uscire l’Italia da una situazione apparentemente senza più via d’uscita. Di contro, l’unica via d’uscita dalla sua esperienza di governo portava dritto al Quirinale (in qualità di successore di Napolitano) o di nuovo a Palazzo Chigi (in qualità di premier “super partes” indicato dai partiti) o in Europa (magari in veste di successore del presidente Barroso).

Una volta che il Professore si è tirato in mezzo all’agone politico, il quadro è profondamente cambiato: alle prossime elezioni, la coalizione Monti rischia di porsi come terzo, forse quarto polo del Paese (dato Bersani per favorito, Berlusconi e Grillo hanno le carte in regola per ambire a prendere un voto in più di Fini e Casini!).

A tal punto, a che titolo Mario Monti potrebbe contendere il posto a Bersani, ragionevolmente leader del primo partito d’Italia, per di più legittimato dalle primarie?

Se “è tanto più facile ricambiare un’offesa che un beneficio” (P.C.Tacito), perché mai il Cavaliere, dopo aver ricevuto il gran rifiuto dal Senatore, dovrebbe appoggiare una sua corsa al Quirinale? Se “non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico” (C. Pavese), perché mai Berlusconi, dopo esser stato ridicolizzato dall’ironia british del Professore, non dovrebbe preferire al suo posto persino la Finocchiaro al Colle?

 

 

UN ALTRO PAESE, Più SEMPLICEMENTE “NORMALE”, è POSSIBILE?

 

Nel 2008, in piena campagna elettorale, Walter Veltroni pronunciò queste parole: “L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa”. In tutta onestà, come credere al mito degli “Italiani brava gente” o alla favola per cui il Paese reale sia fatto di tutt’altra pasta rispetto a chi lo governa?

Se gente come Raffaele Lombardo, Marcello Dell’Utri, Cesare Previti ed i vari Scilipoti di turno e De Gregorio d’Italia hanno assunto ruoli di responsabilità pubblica è perché non pochi italiani hanno riposto in loro la loro fiducia!

Si dirà che il Porcellum ha estromesso gli elettori della facoltà di scelta dei candidati. Ma nel Lazio, dove alle elezioni regionali sono previste le preferenze, Fiorito -meglio noto come “er Batman”- non è forse risultato il consigliere più votato?

Alle parlamentarie del Pd gli elettori non hanno forse candidato a furor di popolo anche personaggi condannati o indagati, quali Genovese, Crisafulli e Papania in Sicilia?

L’ex assessore regionale Zambetti pare aver “comprato” 4.000 preferenze dalla ‘ndrangheta per assicurarsi l’ingresso al Pirellone. Ma, dietro ad ogni voto comprato, non vi è forse un elettore “venduto”?

Totò Cuffaro, all’epoca già condannato in primo grado per favoreggiamento mafioso, è stato candidato dall’Udc al Senato. Gli elettori siciliani non l’hanno forse premiato con un consenso plebiscitario? Qualcuno ha interpretato la massiccia astensione dell’elettorato siciliano alle ultime regionali come la prova del disgusto nei confronti di un certo modo di fare politica. Ma non è più probabile che molti, essendo consapevoli di non poter più ottenere “nulla in cambio” dalla politica di questi tempi, abbiano preferito risparmiare il proprio voto, aspettando “nuovi acquirenti”?!

Il “vaccino del berlusconismo” -per citare Montanelli- è stato iniettato ripetutamente agli italiani, pur producendo pesanti “effetti collaterali” (colossali conflitti d’interessi, ripetute leggi “ad personam” -dal decreto “salva ladri” del ’94 alla legge sul legittimo impedimento del 2010-, soppressione delle voci dell’informazione sgradite al potere -ricordate l’editto bulgaro?-, cancellazione della facoltà degli elettori di scegliere i parlamentari -si veda il “Porcellum”-, abuso del ricorso alla fiducia ed alla decretazione d’urgenza…). Eppure gli elettori non hanno forse atteso la “sesta” ridiscesa in campo del Cavaliere prima di iniziare a provare qualche “intimo prurito”?!

Come poter credere, allora, che gli italiani siano davvero migliori della “Casta” che li governa?

di Gaspare Sera

Blog “Panta Rei

SELF-GOVERNIAMOCI!

Schizzo di Randomcrazia

Ormai sappiamo con certezza, dopo 66 anni dal 1945 come dopo 140 anni di Repubblica francese e 222 anni di Costituzione americana, che la democrazia occidentale è una combutta tra denaro, carrierismo dei politici, tangenti e altri cento modi di malaffare. Se si preferisce non chiamiamola combutta bensì joint venture, mezzadria, soccida.

Le ultime conferme, perfettamente superflue, sono Affittopoli e Sanità nella Puglia sotto Vendola.. E’ tassativo, al di là di ogni dubbio: i politici democratici di professione, con loro consorti compagne e compari, derubano dal 1945 i vecchi di quasi tutti gli ospizi, i degenti di quasi tutti gli ospedali, gli assistiti -orfani ciechi compresi- di quasi tutti gli enti caritatevoli della Cleptorepubblica. Anche chi scrive, nel suo piccolo, si imbattè in un medio politico – rigorosamente di sinistra: ma destra o sinistra, importa?- che con sommessa soddisfazione spiegava, nel nobile appartamento di una metropoli del Nord che gli faceva da ufficio di un business interamente basato sulla committenza pubblica: “Ce lo possiamo permettere perché un ente ex-religioso che il Partito amministra ce lo dà per poco”.

Questo, il saccheggio la repubblica delle fedine penali è il sistema rappresentativo, il nostro mubarakismo. Un giorno crollerà, forse un po’ prima del previsto. “Altri Proci cadranno” profetizzava in febbraio la home page di . Cadranno, a Dio piacendo. Ma che metteremo al posto del loro ladrocinio?

La risposta, imperativa, viene dal titolo di questo Schizzo di randomcrazia: spazzare via i politici a vita, cellule tumorali della libertà. Farla finita con le elezioni, sono reti per catturare a milioni i voti/sardine. Chiusa la cava dei voti, i politici a vita andranno fuori business. Abolire le urne (a parte rari voti referendari), sequestrare i beni dei Proci e loro signore, confiscare anche quelli dei partiti, in acconto agli indennizzi dovutici per l’ininterrotta usurpazione con rapina.

E dopo la nostra Tunisi/Cairo/Tripoli? Dopo, tolta la delega ai politici e cioè ripresaci la sovranità, non possiamo che passare alla democrazia non delegata. Tornare concettualmente alle origini, quando la democrazia ateniese era diretta (con giudizio). Certo, Atene era una polis di non più di 40 mila cittadini potenzialmente arconti, tutti maschi e di buon lignaggio. Noi siamo 60 milioni: non possiamo legiferare e governare tutti insieme. Però possiamo darci il turno tra i più provveduti di noi, cioè dopo avere separato col setaccio la farina dalla crusca.

E’ qui il cuore della proposta randomcratica, abbozzata una ventina d’anni fa in alcuni atenei degli USA. Essendo impossibile la democrazia diretta universale, facciamola per segmenti, a turni brevi. Per esempio l’1% degli iscritti all’anagrafe possono costituire ogni sei mesi una ‘macrogiuria’ legiferante e governante grazie all’informatica e al sorteggio computerizzato, progressivo al suo interno. A parte che ad Atene si faceva così, nelle corti di giustizia odierne le giurie sono ‘campioni di popolo’ che decidono l’innocenza o la colpa; infatti la giustizia appartiene al popolo e non ai giudici togati, tecnici del diritto. Non potendo giudicare in blocco, il popolo giudica per giurie sorteggiate. Il sorteggio fa i cittadini di qualità tutti uguali, tutti ‘sovrani’. I giurati sono scelti random, su elenchi di persone in possesso di certi requisiti, non sull’Anagrafe generale.

Ecco la proposta randomcratica: programmare un sistema informatico centrale perché esso selezioni random, con i criteri voluti, una macrogiuria di, metti, 600 mila ‘supercittadini’, o cittadini attivi, o sovrani, i quali, a turni brevi -da 6 a 12 mesi- decidano su certe materie, esprimano per sorteggio i decisori sulle altre materie. Con ulteriori selezioni al proprio interno, progressivamente più ardue, l’élite sorteggiata potrà anche governare negli esecutivi dei vari livelli, dal villaggio alla nazione.

La scelta del computer non avverrà dunque sulla totalità degli iscritti all’anagrafe: sarebbero troppi e mediamente troppo poco qualificati. Forse che oggi conta la massa semianalfabeta? contano i peggiori tra i pochi, tra gli oligarchi da strapazzo? Il computer centrale può, con le modalità e i controlli necessari, estrarre random le persone qualificate nel senso voluto: cultura, esperienze lavorative, conseguimenti, meriti civici e simili, il tutto in rapporto a parametri oggettivi e accertabili.
Abbiamo ipotizzato che il corpo politico giusto sia l’1% della popolazione, selezionato random per 6-12 mesi in funzione dei requisiti desiderati. Per dire: un mastro falegname da 10 anni sì, un commercialista indagato o una valletta no. Ai giovani con qualche merito un punteggio in più (per premiare la giovinezza) , a quelli rappresentanti solo la loro patente, una penalità.

Al livello base della supercittadinanza-a- turno, o cittadinanza sovrana pro tempore, chiunque potrebbe essere sorteggiato come consigliere o borgomastro di piccolo comune. A livello delle metropoli, delle Regioni e dello Stato i sorteggi di alto grado avverrebbero su elenchi sempre più ristretti, con criteri progressivamente più rigorosi e in rapporto a competenze crescenti. Il ministro o il capo del grande ente sarebbe sorteggiato tra le 50 persone con i dati meritocratici massimi. Uno che gestisce la grande banca può governare il grande ministero, o tutti i ministeri. Per utilizzare il leader geniale privo di credenziali oggettive, troveremmo il sistema; del resto lo troverebbe lui, essendo un genio. I Cinquanta potrebbero anche turnarsi al vertice dello Stato (ma come Primo Cittadino di rappresentanza, sorteggiato, andrebbe bene il mastro falegname di cui sopra. Un contadino di Atene poteva essere Arconte per un giorno: dall’alba al crepuscolo, diceva la legge. Più semplicemente, al vertice della Confederazione svizzera si avvicendano i membri dell’Esecutivo. Ma il falegname probo è meglio di un ministro svizzero.

Tutte le cariche andrebbero retribuite modestamente. Le spese di prestigio e lo sfarzo di tipo quirinalizio sarebbero reati (il sommo palazzo è da chiudere e da vendere a chiunque lo paghi bene). I bilanci di tutte le assemblee oggi elettive dovrebbero essere tagliati di due terzi. Nessun rinnovo di mandato, cioè ri-sorteggio, prima di ‘x’ anni (perché non rinasca la tentazione della carriera politica). I supercittadini riceverebbero a casa le informazioni e le documentazioni oggi fornite agli eletti. Niente portaborse, pochi rimborsi, indennità avare. Per legislare nella Bulé i coltivatori attici si portavano da casa pane e olive.

Il passaggio alla randomcrazia ingigantirebbe il ruolo dei burocrati e degli esperti. Perciò ciascuno degli uni e degli altri, al di sopra di determinati livelli, andrebbe stabilmente sottoposto a una giunta di tre o quattro controllori e sospettatori, anch’essi sorteggiati frequentemente tra i supercittadini; si insedierebbero fisicamente negli uffici dei controllati. Per i furbi e gli infedeli, confisca dei beni (anche dei consorti e dei congiunti) e campi di lavoro coatto, prima delle sentenze definitive.

Quella che le urne ci impongono è una classe dirigente tutta di indagandi.

Allora self-governiamoci random, senza politici! Seicentomila alla volta.

A.M.Calderazzi

Aspro editoriale di un Ceronetti eversore e profeta

“La Stampa”: L’Egitto insegni a due milioni tra noi sotto la guida di un Kemal Ataturk ad abbattere il nostro regime.

35 anni fa uno degli Internauti invocava contro i Proci della nostra politica, l’equivalente dell’ Immane Clistere di Ceronetti.

Pratichiamo il paternalismo ogni volta che i popoli sottomessi, p.es. gli islamici, si sollevano: ”Poverini, si erano assuefatti al servaggio, ora esplodono”. E noi italiani, ipoteticamente in gamba dalla nascita, facciamo di meglio dell’antica sottomissione islamica? Sono già passati 65 anni da quando i gerarchi fascisti furono soppiantati dai demofurfanti antifascisti, ma sottostiamo agli stessi Proci usurpatori e ladri. Si sono susseguite generazioni di gauchistes furenti, e i Proci sono sempre lì, a banchetto. Detenendo le chiavi del tesoro, attingono.

Abbiamo, noi sofisticati ed evoluti, la faccia di compiangere tunisini, egiziani eccetera perché si sono tenuti a lungo i satrapi che mandavano a Londra i miliardi rubati. Siamo stati meno pecore e conigli noi che, letto Croce e cantato Bella Ciao, ci siamo rassegnati al pensiero unico e all’Arco costituzionale forever?

Ecco perché oggi 6 febbraio 2010 è storico che “La Stampa” abbia fatto scrivere a un Ceronetti dichiaratamente “filosofo politico” un editoriale davvero al fosforo (nel senso letterale greco: fosforo=che porta la luce), anzi al trinitrotoluene. Titolo: ”La speranza che viene dall’Egitto”. Premesso che “non sappiamo fare altro che deplorare la violenza, ipocritamente“, Ceronetti va all’assalto: “Se c’è chi pensa che togliendo di mezzo Berlusconi si fa il bucato a una democrazia in condizioni di agonia, come questa in cui perdiamo tutti il rispetto di noi stessi, dire che è di vista corta è misericordia. Gli anni di Berlusconi hanno fatto emergere la verità di una forma democratica in sfacelo“.

Ancora:

Se da noi l’illegalità-chiave sono i partiti occupatori, la nazione ha il dovere di non più tollerarli. Se le illegalità sono milioni, una sola grossissima (corsivo de “La Stampa”) può purgarle tutte come un immane clistere: una rivolta popolare che sommerga letteralmente sedi e palazzi governativi e parlamentari; una marcia su Roma non di lugubri teschi ma di cittadini; un risveglio del Colosso di Goya fatto di uno, due, tre, quattro milioni di teste; la resurrezione di Bruto (…) A cosa può servire un processo dopo l’altro contro persone singole, quando un’intera classe dirigente è imputabile? Ad Ercole occorrerebbero milioni di braccia per ripulire le stalle di Augìa di questa Penisola.

E dopo il purgone, rifare tutto senza un solo batterio di quel che è stato. Eleggere una Costituente di facce nuove, senza più destra-sinistra, vuote occhiaie. Una Costituente presidenziale capace di stanare un uomo giovane, incontaminato, un Kemal Ataturk libertario, figlio di qualche sobborgo disperato, e di farne un Primo Console.

Fino a un coma tragico me l’hanno addormentata, questa parassitosa nazione. Non si vede, dappertutto stendiamo lo sguardo, che passività incurabile, torpore, inebetimento(…) La piazza egiziana ha acceso un barlume di speranza: il suo messaggio viaggerà lontano. Un Egitto che immagina qualcos’altro, per sé e per tutti, irradia una luce insolita di fresca aurora.

Profetico Ceronetti! La “grossissima illegalità” (cioè l’insurrezione); lo “immane clistere che purga milioni di illegalità”; la “rivolta popolare che sommerga tutto”; il “risveglio del colosso di Goya”; la “resurrezione di Bruto contro l’intera classe dirigente”: questo sacrosanto proclama su “La Stampa” viene 35 anni dopo che la cover story del mensile milanese “Europa Domani” invocava le stesse cose. Con un’allegoria un po’ diversa: un popolo che si fa Ulisse e spegne tutto dei Proci -partiti, politicanti, Costituzione, urne elettorali- con un arco possente su cui è scritto ‘Democrazia Diretta’ (diretta non di tutti ma di una macrogiuria dei migliori).

Io che suggerii quella copertina e avanzai quelle proposte, incoraggiato da un editore lungimirante, mi dichiaro oggi fautore e seguace entusiasta del clistere di Ceronetti. Però in tutta umiltà gli oppongo: la Costituente presidenziale di facce nuove, capace di stanare un Kemal Ataturk, non va eletta (si ritroverebbe le facce vecchie). Va sorteggiata randomcraticamente dal computer, sorteggiata con selezioni progressive e sempre più meritocratiche (per esempio, il ministro semestrale della cultura, solo tra accademici dei Lincei) proprio tra quel paio di milioni di teste che Ceronetti chiama a raccolta. Esse sono, cancellato il suffragio universale generatore del mefitico che è questa seconda o terza repubblica, portatrici di valori e di costumi infinitamente più alti. In prima fila vengono coloro che per qualche anno hanno fatto volontariato, oppure hanno virtù e saperi oggettivabili quali i più (politici compresi) non posseggono.

Tra questo popolo di supercittadini -non di iscritti all’anagrafe- si sorteggi una Costituente fervida e guidata da un uomo superiore; persino da una donna superiore, ispirata come Giovanna d’Arco o eroica come Madre Teresa di Calcutta.. Questa persona superiore Ceronetti la chiama Kemal Ataturk o Primo Console, e fa bene. Io, richiamandomi alle opere concrete di un dittatore filosocialista contemporaneo di Ataturk, la chiamo Miguel Primo de Rivera. E rimpiango non possa chiamarsi Manuel Fraga Iribarne, che conobbi come il più colto e acuto tra i governanti spagnoli ma che è caduto per l’errore di acconciarsi ai furfanteschi giochi parlamentari-elettorali. In ogni caso il nuovo Kemal dovrà avere virtù e mani salde, e poi durare poco come M. Primo de Rivera. I due milioni di futuri cittadini-arconti (ad Atene ogni coltivatore dell’Attica poteva essere sorteggiato arconte per un giorno) non assurgeranno se non saranno capeggiati da un Ulisse dall’arco infallibile.

A.M.Calderazzi

La rabbia e la rassegnazione

Siamo giovani e proviamo rabbia. Non siamo pochi ma non siamo maggioranza. Vogliamo che vengano fatti i cambiamenti giusti, necessari, quelli che non piacciono alla maggioranza. Vogliamo che le decisioni non vengano prese solo pensando all’oggi o al domani, ma al dopodomani. Vogliamo che chi prende le decisioni lo possa fare senza il ricatto del consenso, e assumendosi completamente le proprie responsabilità.

Vogliamo uno Stato e un’impresa che facciano ricerca. Vogliamo una scuola pubblica laica e funzionante. Vogliamo infrastrutture nuove per il Paese. Vogliamo un’informazione libera. Vogliamo uno Stato laico, dove le libertà degli uni non possano essere azzoppate dalla fede degli altri. Vogliamo investimenti per il turismo e per la cultura. Vogliamo la legalizzazione della prostituzione e delle droghe leggere. Vogliamo che i fondi per le riforme si trovino per l’interesse di tutti a discapito di cricche e corporazioni. Vogliamo che la crescita non sia un astratto numero apparso sul Sole 24 ore, ma un benessere diffuso nella società. Vogliamo la fine dei privilegi delle lobby. Vogliamo una politica estera pacifica ed europeista. Vogliamo più Europa.

Pensiamo che così non si possa più andare avanti. Pensiamo che la democrazia rappresentativa fondata sul suffragio universale non sia sostenibile in eterno. Pensiamo che nel futuro la mancanza di decisioni lungimiranti porterà ad un deterioramento tale della società, dell’economia, dell’uomo, da prefigurare ritorni autoritari.

Abbiamo timore per il futuro. Vediamo le idee giuste che non vengono portate a termine. Vediamo la lentezza e l’inefficienza del sistema attuale. Siamo rassegnati. Siamo ingabbiati nel sistema più giusto di quelli possibili che marcia verso il disastro. Sappiamo che il prezzo di eventuali cambiamenti è troppo alto. Non lo vogliamo pagare. Non vogliamo che lo paghino gli altri. Possiamo solo stare a guardare. Un domani qualcuno dirà che avevamo ragione. Se gli uomini del futuro riusciranno a vedere il pericolo prima che si concretizzi, speriamo che vogliano tentare nuove vie di democrazia, e non abdicare al potere autoritario.

Oggi proviamo rabbia e rassegnazione. Siamo ancora troppo pochi. Oggi. Domani…

T.C.