LA GERMANIA E’ L’OPPOSTO DEL MALE ASSOLUTO

Nel momento in cui parecchi intendono l’imperativo dell’Europa, cento anni dopo l’esplosione della Grande Guerra, principalmente come l’imperativo di resistere all’egemonia tedesca, il recente scritto Sinfonia Germanica di Paolo Facchi provoca a riflettere, e a litigare. Già docente di filosofia all’università di Trieste, uno dei protagonisti della navigazione controcorrente del mensile milanese “Il Confronto” (1965-70) e laico come pochi tra i collaboratori di Internauta, Facchi esordisce impeccabile: “Una ventata di stupidità è arrivata (agosto 1914) sulle classi dirigenti europee, sufficiente a far partire la macchina della guerra. Purtroppo la macchina era pronta a partire, e qui dobbiamo cercare fra gli intellettuali. Questa stupidità si trovò alleata con una certa furbizia delle classi privilegiate, che calcolavano di fare la guerra per evitare la rivoluzione; perfino di certi gruppi della sinistra più radicale (Lenin, Mussolini) che pensavano di fare la guerra per arrivare alla rivoluzione“..

“Proprio con l’imperatore Guglielmo II, con i suoi consiglieri e ministri, assistiamo a uno di quei casi nei quali si manifesta nella storia la stupidità. Egli si riteneva certo che l’impero britannico non sarebbe intervenuto in difesa del Belgio, perché il re d’Inghilterra era suo cugino. A qualcuno che gli rimproverava quanto fossero trascurate le tombe di Fichte e di Hegel, rispondeva: ”Non c’è posto nel mio impero per uomini come Fichte e Hegel”. Non sapeva quanto sia pericoloso per un popolo dimenticarsi dei suoi maestri!”

“Il presidente francese Raymond Poincaré non avrebbe detto queste stupidaggini. Ma si comportò da irresponsabile quando spinse a fondo sull’alleanza della Francia repubblicana con la Russia autoritaria e imperiale. A guerra avanzata c’era stata da parte dei germanici qualche offerta di pace. Il Poincaré rispose sdegnoso: ”Non dovranno offrirci la  pace, dovranno chiedercela”. Siamo costretti a pensare che l’irresponsabilità sia un aspetto del cretinismo. Questa terribile prima guerra mondiale, nella quale tutti si trovarono coinvolti senza sapere perché”.

Venendo all’oggi. Sulla premessa che “la Germania è il paese d’Europa dove si lavora di più”, Paolo Facchi valuta che “questo modo di lavorare, che è anche un modo di vivere e di esistere, è bene in armonia con uno dei più diffusi luoghi comuni sulla mente germanica: essere il tedesco un popolo che non conosce il senso del limite”. Per la verità, a settant’anni dal 1945 -espiazione prima, virtuosa operosità e orrore per la guerra poi- si potrebbe pensare che il senso del limite lo abbiano davvero acquisito, i germanici. Che lo pratichino, p.es., ben più degli americani, oggi velleitariamente impegnati a cercare di annettersi l’Ucraina,  dimentichi di avere scritto in Indocina e altrove le pagine più vergognose; infine d’essere il popolo più militarista della storia.

L’empatia col pensiero di Paolo Facchi si fa in salita da quando il suo De l’Allemande,  ben meno benevolo di quello di Madame de Stael, prende a variare sul tema che “C’è sempre un altro momento che caratterizza l’agire germanico: ci si vanta quando gli altri si vergognano. Nella storia della Germania prussiana si creò il costume di vantarsi di violenze crudeli come puro segno della presenza prussiana…La gente deve capire che siamo arrivati noi”.

Che uno studioso  dalla mente affine a quella di Montaigne, Paolo Facchi, riesumi le atrocità dei Lager per deplorare che “grazie alla laboriosità dei suoi cittadini, e anche alla loro incapacità di inserire nel vivere quotidiano quel tanto di otium che lo rende sopportabile, la Germania ha riserve di denaro maggiori” ci sembra un caso di overkill:   una bomba blockbuster per distruggere la garitta di una sentinella. E ci sembra bieco  additare il Male nella sola direzione della  Germania, allorquando nei settant’anni trascorsi dall’ultimo crimine del Terzo Reich la vicenda del pianeta è stata fittissima di crimini. Si sente Facchi di sostenere che i misfatti di George W. Bush in Irak o quelli di Obama in Afghanistan e in Pakistan attestano l’etica e la tolleranza che mancarono ai succubi di Bismarck e di Hitler? Si sente di dire che le torture francesi in Algeria vanno ‘collocate nel contesto’, e così pure i genocidi tra etnie africane? Si sente di contrapporre all’avarizia “Alle wollen unser Geld” del Finanzminister bavarese Markus Soeder (Facchi l’ha fustigata con un ritaglio da Spiegel ) la filantropia e lo spirito di carità del premier Cameron, oppure l’afflato francescano della finanza milanese, nonché delle Duecento Famiglie che possiedono il capitalismo francese? Più ancora: negherebbe che il retaggio prussiano non è fatto delle sole durezze di Scharnhorst e di Bismarck, bensì anche del senso delle regole che dava a quel mugnaio la fiducia che “ci sono giudici a Berlino”? Ha dimenticato, Paolo Facchi, di avere egli stesso evocato la “inquieta ma pacifica Germania del Wilhelm Meister?”.

A parere del sottoscritto Porfirio, questa Sinfonia germanica  è, per dirla come Gioacchino Rossini, il péché de vieillesse  di uno tra gli spiriti più equanimi che sia dato incontrare.

Porfirio

OBAMA GUERRAFONDAIO ALLA POINCARE’?

Cento anni fa di questi giorni Raymond Poincaré, presidente della Francia e inconsueto egemone della sua politica estera/militare, faceva il molto che poteva perché scoppiasse una Grande Guerra da 10 milioni di morti. Era odiosamente bravo: un solo anno da uno dei tanti presidenti del consiglio e nel 1913 entrava all’Eliseo come il più illustre dei francesi. Nel dopoguerra fu a capo di cinque governi, e tra l’altro salvò il franco. Aiutato persino dal fatto d’essere cugino del massimo matematico di Francia, Poincaré realizzò l’ambizione della sua vita: la Revanche sulla Germania che nel 1870 aveva umiliato il più potente esercito d’Europa e strappato l’Alsazia e mezza Lorena. Nessuno fu più efficace del Grande Revanscista nell’istigare Sergej Sazonov, padrone della volontà dello Zar, al mostruoso conflitto che avrebbe distrutto l’impero dei Romanov, generato la Rivoluzione e ucciso l’imperatore con tutta la sua famiglia. Ma Poincaré non seppe prevedere che un ventennio dopo Versailles il Terzo Reich avrebbe annientato per sempre la grandezza della Francia.

Se il Nostro fu individualmente il più guerrafondaio tra gli statisti del 1914, è ovvio che i responsabili della più criminale mattanza della storia composero un grosso plotone cui meno di un anno dopo si sarebbero uniti i nostri geniali Salandra, Sonnino, il Re Soldato e l’Insuperabile -sul serio- tra i nostri poeti.

Ciò premesso, che gioco sta facendo l’uomo che dalla Casa Bianca ha cercato di camuffare il fallimento nell’Afghanistan scagliando droni assassini sui pakistani? Magari, ricordando d’avere ricevuto, Dio sa perché, un premio Nobel per la pace, Obama non fa sul serio con le sue minacce (la Russia che ha schernito come “potenza regionale” saprebbe usare i propri missili micidialmente). Tuttavia è oggettivo: l’Uomo dei droni si comporta da nemico dei disoccupati e di tutti i poveri quando rampogna quei governi europei che meditano -un quarto di secolo dopo la caduta del Muro- di ridurre le spese militari. L’Obama che proclama “l’Europa è unita agli USA” impone una leadership che i diplomatici con la feluca hanno scritto nei loro trattati chiffons de papier, ma che i popoli sempre più detestano. Gli italiani gli spagnoli i francesi i greci non hanno più né motivo né vero obbligo di restare coatti nella Nato.

I trattati si possono, in certe circostanze si devono, stracciare. Così pure le commesse militari: per punirci d’averlo ipoteticamente fatto il Pentagono dovrebbe mettere in campo gruppi di armate, flotte navali e aeree, logistiche talmente smisurate da non potersele permettere. Come guerrieri gli americani hanno dimostrato d’essere tra i meno efficienti. In un pezzo recente (“Molti nemici ci minacciano ma Giorgio è War President come G W Bush”) abbiamo ricordato che per espugnare l’isola nipponica di Kiushu gli Stati Uniti impiegarono una settantina tra portaerei e navi da battaglia, più il decuplo di altre unità, più il centuplo di aerei. L’avere sganciato sull’Indocina più bombe che nell’ultimo conflitto mondiale non salvò gli USA dalla sconfitta più ignominiosa.

Nessuno crede che Obama cerchi veramente di chiamare alle armi l’Europa contro Putin, tanto folle sarebbe. Però le pressioni che Foggy Bottom (il Dipartimento di Stato) esercita su

quasi tutti i governi del pianeta perché si dissanguino comprando materiale bellico soprattutto made in USA sono intollerabili. L’Italia con altri satelliti dovrebbe rifiutarsi, uscire dall’Alleanza Atlantica. L’Obama che contro i tagli sui bilanci militari proclama “la libertà non ha prezzo” dice una menzogna pari a quelle di Goebbels e del primo ministro gen. Hideki Tojo, che gli americani impiccarono. Tra l’altro, quando Washington era onnipotente, le armi le dava gratis ai satelliti. Oggi esige che, in tempi di recessione e di spending review, gli acquisti dei satelliti sostengano il Pil del paese più militarista della storia.

Dall’ex-stalinista arroccato nel Quirinale, come in passato dai Prodi e dai D’Alema, il padrone americano ottiene ancora obbedienza e ordinativi: questo un giorno contribuirà alla débacle degli ex-stalinisti, e pure di Matteo Renzi se non dirà no a Obama. E’ incerto che all’Uomo dei droni vada altrettanto bene con governi amici meno condizionati del nostro dall’inclinazione a servire indistintamente tutti.

A.M.Calderazzi