Intervista al Duo PERSONИE dopo il successo al premio di Poggio Bustone

Grazie alla liberalità di questo giornale, dove si discute di tutto, sono felice poter pubblicare la mia prima intervista al duo musicale PERSONИE. Sul loro profilo facebook, si definiscono così: PERSONИE è ognuno, quindi nessuno, in ognuno siamo maschera in persona. Siam PERSONИE (in francese “nessuno” nda).

Internauta li ha invece scovati e ha dato loro un volto e un nome: Andrea Astolfi, voce e Manuel Borgia che scrive i testi (d’ora in avanti essenzializzati ad A e M). A e M sono una vera promessa della musica italiana: il 4 Settembre 2015 si classificano secondi al prestigioso premio di Poggio Bustone, città che ha dato i natali a Lucio Battisti. Dopo le interviste rilasciate a 4arts, e a Yeah, una piattaforma online per artisti emergenti, è la volta di Internauta. Il loro primo singolo, Signore e Signora, (quasi 3.000 visualizzazioni su YouTube) con il quale si sono classificati secondi è misterioso, mistico, nuovo…

Ascoltarli è davvero interessante: i testi, come la voce, sono cangianti, a volte seri, a volte surreali, divertenti, dissacranti ma mai, mai noiosi o già sentiti. Per questo auguriamo loro ogni successo.

Voi siete intellettuali a tutto tondo. Perché vi esprimete in musica e non in altre forme?

A: A tutto mondo più che altro, “la dismisura della dismisura”.
Non c’è confine.
Il perché della musica si risolve nel come: lo facciamo bene, nevvero?
Il cantautorato elettronico entro cui grosso modo ci muoviamo – aborriamo l’idea esclusivista di “genere” e chi ne fa motivo d’orgoglio – ha dei metri molti diversi dalla poesia e dalla letteratura.
Di certo ci sono dei rimandi e rimbalzi da entrambi le parti. Ma più per affezione che per altro.
Lavorare con le lettere è un altro discorso.
C’è chi scrive canzoni e chi scrive poesie. Son 2 cose estremamente diverse. Direi quasi opposte.
La trita retorica del cantautore-poeta è chiacchiera da giornalettisti.
E poi a scriver poesie non si parla troppo alla gente. Si ri-parla ad un pubblico di – passatemi il termine – già inziati o curiosi.
La poesia è un linguaggio. Qualche sera fa se ne parlava a riguardo, proprio con un mio caro amico poeta – è considerato uno dei più importanti poeti italiani contemporanei degli anni ’80 – e si diceva:
I poeti scrivono per i morti. I parolieri per i vivi.
E si sente. con le canzoni si canta la vita, si canta la gente, alla gente.
Noi proviamo a fare questo, e bene.

M: Noi “intellettuali a tutto tonto”!
No, no, io personalmente non mi ritengo un intellettuale, semmai un “curioso”…
Comunque, abbiamo scelto la Musica, in particolare la musica leggera, perché ti permette di arrivare davvero ad un pubblico più ampio e in maniera più diretta.
E soprattutto sincera.
Questo si sa.
Inoltre la Musica è il linguaggio artistico (ma anche oltre l’Arte) che più abbiamo a cuore, credo.
Ci siamo scelti spontaneamente. Come Io e Andrea…
E sia…

Definitevi in 3 aggettivi

A: indefinibili³ = PERSONИE

M: pazzi – sinceri – brillanti

Che rapporto c’è fra musica e testo?

A: L’uno porta all’altro vicendevolmente, in ogni testo c’è già dentro una melodia.
Ed ogni melodia, detiene in sé un dettato, una grammatica, è come se si ergessero assieme, mano a mano.
Io person(n)almente poi, credo che oggidì, il testo non sia così preminente come poteva esserlo negli anni addietro.
Ovvero, il testo è importante di certo, ma in un certo senso è come se fosse un pre-testo (non pretestuoso).
Io credo che il grosso stia nell’intenzione, nell’interpretazione del cantato e nella musica.
Composizione musicale che non deve essere complicata. Anzi, se non lo è, è meglio.
Devi farti viaggiare, questo sì.
Ecco: musica e interpretazione nella giusta intenzione.
Il testo come pre-testo, inteso come già detto, inteso viene rielaborato, ri-scandito.
Le canzoni appunto sono il canto della vita nella vita: non sono così lontane quindi.
E poi il gigantissimo Lucio Dalla cantò in un canzone – nell’album “Anidride Solforosa” – pure i valori di borsa.
Lì c’era lo zampino del poeta Roversi, come si sa. Ecco: si possono cantare e musicare pure i valori di borsa. Credo sia indicativo, anzi infinito. Lucio Dalla lo è .Noi vogliamo declinarci al presente: siamo ora.

M: Basta pensare che la voce, ovvero Andrea, si muove all’interno del brano come uno strumento e non solo come Qualcuno che parli di Qualcosa.
Musica e parole devono crescere insieme perfettamente per il senso ultimo da raggiungere.
E’ questa la formula più efficace nella Canzone.
Le note portano le parole, e queste le note..
Quali sono i vostri prossimi obiettivi professionali?

A: Vogliamo partecipare a qualche altro concorso nazionale destinato alla canzone d’autore e far bene anche lì. Poi, entro dicembre 2015, uscirà il nostro primo E.P. “IN VERSO”.

M: Emergere e farci conoscere.. nella maniera più dignitosa e giusta per noi.
E per loro.

Quando uscirà il vostro primo album e come si potrà entrarne in possesso?

A: il nostro primo E.P. in uscita entro la fine del 2015 si chiamerà “IN VERSO” e conterrà in totale 5 canzoni più una traccia sui generis.
6 tracce dunque.
2 già pubblicate: “Signore, Signora” e appunto “IN VERSO” e altri 4 inediti.
il titolo è indicativo.
“IN VERSO” difatti significa naturalmente “al contrario” “all’opposto”.
tuttavia gergalmente la parola “inverso” in alcune zone del nord-Italia significa anche arrabbiato o meglio, incazzati!, nonostante non sia un album incazzato, ma di certo cazzuto: l’incazzatura, il nervosismo ci appartengono abbastanza e credo appartenga anche a quella che è la nostra generazione. La rabbia nei confronti d’un mondo – in parte – allo sfacelo e soprattutto la difficoltà a partecipare – almeno in Italia – al nuovo scenario, al nuovo mondo che si sta iniziando.
Ecco, “IN VERSO” è anche questo: cantare in parte lo sprofondamento del vecchio mondo e la sconfitta d’un certo modo di pensare (borghese? sempre coi borghesi ce la prendiamo) che noi detestiamo fino al midollo (troppo crudele? Beh, beh…)
Porsi altrove. Porsi in altro senso. Sbandare.
Se vuoi, dislocarsi. E senza romanticismi, né paradisi tropicali. Ma con un fortissimo tentativo di autenticità, di veridicità.
“IN VERSO” si potrà acquistare in tutti i migliori e-stores e si potrà ascoltare sulle piattaforme di Spotify e Youtube. sarà anche su iTunes.
Stiamo pensando di stampare anche qualche copia cartacea e con una certa cura.
Pensiamo di stamparne poche copie. Per i più affezionati. Per i curiosi. Per le teste matte, a noi simili.

M: L’album si chiamerà “Inverso” e sarà disponibile in tutti i distributori digitali (You Tube, iTunes, Spotify, ecc..), naturalmente verranno stampate le copie..
Sarà un EP che presenterà innanzitutto il nostro modo di concepire oggi la musica leggera e così anche la poesia “mainstream”.
Comincerà con una preghiera e si concluderà con un monologo interiore.
Certo.
Ma nell’intermezzo si esplode.

…buon ascolto!

Raimondo Lanza di Trabia

UNA MITTELEUROPA DA ALLEGGERIRE DI KAFKA

Lo scrittore che si definiva “ho assunto il negativo del mio tempo” lo si è preso un po’ troppo per la coscienza della civiltà austro-ungarica, e persino della società che oggi vige -tutto sommato con soddisfazione- nelle contrade kafkiane. Nemmeno negli anni fatali che volgevano alla Grande Guerra l’uomo della strada, il medio suddito di Franz Josef imperatore, si curava delle angosce e dei labirinti del kafkismo. Mitteleuropa è stata intristita almeno per un secolo dalla specializzazione, imposta dalle terze pagine e dai convegni letterari, sullo spleen e sullo stralunamento. Il presente e il futuro pongono sfide di segno opposto.
Continuare a venerare Kafka come nume poetico e proto-eroe di Mitteleuropa è un disservizio alla koiné che fa capo a Praga, Cracovia, Vienna, Bratislava, Budapest, Lubiana, Zagabria. Si continua a scrivere di Kafka che è “la voce del disagio, dell’angoscia di fronte all’essere venuto al mondo” (formula di un rinomato collaboratore del Corriere della Sera). E se uno provava a metterla su un profilo leopardiano che è di tutto il mondo, su una confessione individuale di solitudine, oppure sulla testimonianza di un fatto collettivo sì ma di minoranza, ecco i sacerdoti del culto kafkiano ingiungere senza scampo: Kafka incarna lo spirito dell’area che morì nel 1918.

Così si ribadiscono i chiodi sulla bara di Mitteleuropa prèfica d’Europa, costretta ad infinitum a rapportarsi a una stagione letteraria concentrata sui turbamenti dell’impero ‘che presentiva la fine’. Le suggestioni sono patetiche, sofisticate, eleganti. Però il senso dell’esistere nella Duplice Monarchia non aveva l’obbligo di coincidere col compianto, l’estenuazione, la concertazione dei lamenti.

Si è usato dire che la Praga di Kafka era il volto di Mitteleuropa. Il volto lirico, forse. Ma anche Vienna, Budapest, Brno e Cracovia erano Mitteleuropa. Non si commiseravano allora e meno che mai lo fanno oggi. Budapest più che Vienna espresse nelle sue soverchianti architetture borghesi il vanto di una ricchezza giovane. A cavallo dell’Ottocento la capitale magiara proruppe in metropoli ricca e animalescamente vitale. Le granaglie, i legnami, le ferrovie, gli opifici di un impero operoso si asserivano nei grandi ponti e scali danubiani come e meglio che nei più illustri caffé letterari. Le realtà vive non si identificano mai in uno o più autori in negativo.

Oggi Mitteleuropa è un ambito che ha quasi tutti i motivi per guardare all’avvenire con fiducia. Liberata da un’oppressione moscovita che non aveva alcun legame col passato dei paesi asburgici, ha retaggi culturali di prim’ordine, un decollo tecnologico-economico già in atto e risorse di affinità che vanno dall’Adriatico al Baltico. Coartata per quasi mezzo secolo da gestori protervi epperò destinati al fallimento, Mitteleuropa deve solo temere di non riuscire più a salvare qualche valore sia pur modesto dell’infelice esperimento di socialismo reale. La pura e semplice importazione di modelli occidentali tutt’altro che ricchi di futuro sarebbe un confermare la vecchia vocazione subordinata dei possedimenti orientali dell’Impero. Mitteleuropa è di fronte alla sfida di cavare un po’ di sangue dalla rapa marxista, malaugurata ma non condannabile all’inutile assoluto.

La Mitteleuropa di Kafka cominciava e finiva a Praga. E Praga ha certo vissuto nel secolo scorso un susseguirsi di lacerazioni, di conseguimenti implausibili, di sdoppiamenti e cadute. Era stato un polo imperiale ma nel 1919, a Versailles, un presidente statunitense vicino all’ictus e Clemenceau, il cavaliere della vendetta francese, la vollero capitale di una repubblica appena inventata, cui assegnarono anche una Slovacchia recalcitrante. Passarono meno di venti anni e la Slovacchia aveva già fatto secessione; mezzo secolo dopo la confermò definitivamente. La Cecoslovacchia era stata un’alzata d’ingegno, senza costrutto, essa sì un risultato kafkiano. Come la sciagurata Jugoslavia, però senza stermini.

Anche Vaclav Havel sembrava immaginato da Kafka. Giocò a mettere i poeti nella plancia comando. Qualche scenografo fu fatto ministro, ma le tracce che lasciò piacquero soprattutto ai letterati, finché presto il gioco tornò agli impresari e ai commercialisti del capitalismo.

Insistiamo. Costringere Mitteleuropa nella vocazione obbligata allo spleen è una svista durata anche troppo. E’ vero, il lamento sulla fine di Austria Felix era già cominciato a Mayerling sui cadaveri di Rodolfo, erede al Trono, e di Maria Vetsera. Anzi parecchio prima, visto che l’Ausgleich del 1867, il Compromesso tra Vienna e Budapest che aveva creato la Duplice Monarchia, era piaciuto ai magiari, meno ai tedeschi, quasi nulla agli altri dell’impero.

Tuttavia, se Vienna viveva nell’attesa della fine, le altre anime di Mitteleuropa no. Al contrario. Forse che Zagabria, nel suo piccolo, viveva una temperie di presentimenti dolorosi? No. Persino gli orrendi massacri della Grande Guerra dettero soddisfazioni e soldi a non pochi: si vedano i politicanti e gli affaristi che furono baciati dalle precarie fortune degli Stati diventati ‘grandi’ per il diktat Wilson/ Clemenceau.

Insomma i popoli non si identificano se non in modesta misura con le loro anime belle. Né l’Italia, né Recanati, e nemmeno la ristretta contrada di quest’ultima dominata dal palazzo del conte Monaldo, vanno pensate negli struggenti termini leopardiani. In altre parole, smettiamo di sdilinquire. Tutte le gramaglie che servivano sono state indossate. La koiné danubiana ere anche, anzi soprattutto, il grande business viennese e magiaro, le fabbriche boeme e morave, le volgarità, le polke sanguigne, gli ussari, le canzonettiste. Ciascuno dei regni di Franz Joseph era materiato di realtà lontanissime dalle mestizie dei poeti. Il gioco mitteleuropeo non era condotto dai drammaturghi né dai popolani degli angiporti fluviali. Non mancò mai il vitalismo, anche belluino e spietato. Sono vicini nel tempo i trionfi di Caino in Bosnia-Erzegovina.

Una volta gli organizzatori di Mittelfest a Cividale del Friuli, raffinata rievocazione dell’Europa Media, lo ammisero: ‘Kafka è una delle personalità più importanti della vecchia Europa’. Messe così, come promozione del turismo culturale e come evasione dal presente, le novene kafkiane hanno il loro perchè. Con giudizio, tuttavia.

JJJ