MEGLIO LA PLUTOCRAZIA AMERICANA DELLA NOSTRA POLITICA

Singhiozzano i piccoli Goebbels e gli altri gerarchi del locale regime: la democrazia corre un rischio mortale. Ma questa che loro chiamano democrazia vale qualcosa, oppure è come il marco di Weimar, ci voleva un miliardo per comprare un chilo di pane? Che male c’è se la democrazia del furto muore?

In Italia la democrazia è l’impostura che consente ai professionisti di rubare tutto il rubabile. Negli USA è l’impostura che consente ai plutocrati, invece che ai capibastone di partito, di decidere coi dollari chi vince le elezioni, compresa quella per la Casa Bianca. Sembra che Obama e Romney abbiano già raccolto insieme quasi un miliardo e mezzo. Che formidabile sfida tra idee!

Al momento il miliardario che sembra fare le puntate politiche più grosse si chiama Joe Ricketts, un operatore finanziario fuorimisura che nel 2008 tentò di diventare senatore per il Nebraska, ma probabilmente non stanziò abbastanza dollari. Ha associato alla presente operazione (a favore del ticket Romney/Ryan, nonché di alcuni conservatori di secondo piano) tre figli, una dei quali si distingue col finanziare anche il movimento delle lesbiche. A sostegno della campagna di Romney i Ricketts hanno destinato $10 milioni; a favore di candidati minori $2 milioni.

La plutodemocrazia statunitense è anche il contesto che ha permesso a John Malone, miliardario dei media, di diventare il massimo proprietario terriero d’America: in nove Stati della Confederazione possiede 2,2 milioni di acri, non molto meno di 900 mila ettari, il triplo del Rhode Island, coi relativi impianti, capi di bestiame e macchinari. Malone è un uomo d’affari oriundo irlandese che ha operato soprattutto nella televisione e nelle telecomunicazioni, al livello dei Ted Turner e Rupert Murdoch. Anche in Nord America il valore della terra ha continuato a crescere: una farm della Sioux County nell’Iowa è stata venduta recentemente a $20.000/acro, un record assoluto considerando che il valore dei terreni agricoli USA oscilla tra meno di mille a un massimo di quindicimila dollari per acro. Pascoli e foreste quotano meno, ma sempre molto più che un tempo. Il patrimonio di Malone è stimato in 5 miliardi.

Ciascuno decida da sé in che senso John Malone è un cittadino come gli altri trecento milioni di iscritti all’anagrafe. E in che senso le urne statunitensi sono un congegno democratico, se per farsi eleggere a qualsiasi livello un cittadino deve o possedere, oppure raccogliere -prendendo impegni politici- fondi mastodontici. E’ vero, candidati come Barack Obama vengono propulsi anche dalle piccole donazioni degli straccioni; ma ciò non smentisce, bensì conferma il ruolo decisivo del denaro nel gioco politico statunitense. I padroni della plutocrazia che esporta istituzioni e truffe ‘democratiche’ su scala planetaria sono i Ricketts, i Malone e le grandi lobbies (che finanziano molto di più), non i latinos, i negri e i poor whites che incoraggiano con $10 ciascuno (meno civico-patriottici, i morti di fame di casa nostra non conferiscono, e sono €7-8 risparmiati; ma poi i politici si rifanno). In ogni caso il congegno americano fu congegnato in modo che i costi delle istituzioni sono modesti rispetto ai nostri; e che scassinare i bilanci pubblici come fa la Casta insediata dalla Resistenza è impossibile.

E’ stata la politologia statunitense a produrre vent’anni fa l’ipotesi di una Polis elettronica quale alternativa neo-ateniese, senza delega ai politici, alla degenerazione che in Occidente sta svuotando il senso della cosa pubblica. E’ l’alternativa della democrazia diretta, in vario modo selettiva, senza l’impostura elettorale. Specialmente a valle delle rivelazioni orribili del 2012 sono sempre meno, sono pressoché scomparsi, gli italiani che si attendono salvezza dal ravvedimento spontaneo dei professionisti delle urne, delle giunte e dei rimborsi. Sperare che questi ultimi smettano di rubare e di insozzare, grazie alla palingenesi invocata da Napolitano, da Ezio Mauro e da un tot di opinionisti democratici (però all’occorrenza disponibili a lasciar perdere la democrazia) è come fare affidamento sul passaggio di tigri, iene e topi di fogna alla dieta vegetariana.

Porfirio 

DECIMARE: PERCHE’

Sacrosanto incipit di un articolo di Antonio Polito “Tasche dei corrotti, mani dello Stato- Privatizzare contro la corruzione” (Corriere 13 luglio 2011). Si dice: “E’ impressionante l’elenco di aziende di proprietà dello Stato, o a partecipazione dello Stato, o condizionate dallo Stato, che sono citate nelle cronache giudiziarie dei casi Bisignani, Milanese e Morichini”.  Seguono 16 nomi di grandi società della mano pubblica, cominciando da Eni, Rai, FS e finendo con l’Alitalia di allora. “Chi cercasse davvero la causa profonda del male italiano della corruzione, è qui che dovrebbe guardare. Più ampia è la porzione d’affari che viene intermediata dalla politica, più forte è la tentazione di usare a fini privati il potere cosiddetto pubblico”. Il rimedio indicato è, logicamente, privatizzare. Solo i lunatici  della sinistra estrema (fingono di credere che ‘pubblico’ sia del popolo), più l’on.Fini (che non essendo fesso non crede), direbbero no.

Cerchiamo però di vedere perché privatizzare sì, ma non come è piaciuto finora a burocrati infedeli, politici ladri per definizione, faccendieri, finanzieri sia turbo alla Berlusca sia contegnosi e foschi alla De Benedetti, più altri professionals del saccheggio: chi più chi meno appartenenti alla stessa delinquenza che ha privatizzato le economie del campo socialista. Uno dei misfatti del comunismo fu di opprimere i popoli al punto che oggi odiano lo Stato e la collettività assai più che i gangster che li depredano. Anzi, togliete loro gli  attuali governanti parathatcheriani e lacché di Obama,  diventeranno belve.

Dunque, privatizzare all’opposto che nel passato. Affidare la privatizzazione a Dracone, sentenziandolo contestualmente all’ergastolo e alla spoliazione di tutti i beni se sgarrerà anche di poco. Dracone non abbia pietà e non se l’attenda.

Condizione pregiudiziale sia una correzione del Codice civile che consenta la cancellazione pura e semplice dei diritti acquisiti. Per le categorie medie e alte, sparisca sia l’entitlement alle pensioni e  liquidazioni d’oro, sia le prassi per cui qualsiasi caporeparto con moglie che lavora si fa la barca e la casa in Umbria, qualsiasi amministratore delegato si fa Creso. In particolare andrebbe cassato l’aggancio tra pensione e retribuzione. Per chi per decenni ha ricevuto stipendi elevati, tali da permettere accantonamenti per la vecchiaia, la pensione dovrebbe essere una modesta integrazione, non un prolungamento di alti stipendi. Pregiudiziale a questo esproprio dovrebbe dunque essere l’abolizione dei diritti acquisiti.

Ciò premesso, un burocrate, un politico, un boiardo e sottoboiardo di Stato, un faccendiere e un finanziere su dieci, estratto a sorte, andrebbe ‘decimato’: sospeso e messo sotto inchiesta, con blocco di tutti i beni comunque intestati. Poi privatizzare gli organismi, associando ai predetti i loro commercialisti e avvocati.  Metodi da Terrore 1793, senza ghigliottine? Sì, altrimenti la scampano quasi tutti.

Ovvia obiezione, mai il quadro politico permetterà. Giusto, però non turlupinate il popolo con le più false delle promesse. Mai l’assetto normativo e lo stato di diritto consentiranno a Dracone di privatizzare in modo ‘barbaro’? Vero, per questo occorre la noncuranza dello Stato di diritto.

Ad ogni modo, non era Stato di diritto la Repubblica romana antica, quando in circostanze di necessità sospendeva tutte le magistrature per affidare la salvezza a un Dictator semestrale? E’ forse meglio la nostra cleptocrazia, leguleia garantista e rapinatrice, che il reggimento di Tito Larzio (primo dittatore romano nel 501 a.C.), o quello di Giuseppe Garibaldi, proclamato dittatore a Salemi il 14 maggio 1860, o quello di Miguel Primo de Rivera (governò la Spagna dal1923 al ’30), il quale ultimo, amico del popolo e annientatore del potere dei notabili, lasciò il governo poche ore dopo essere stato sfiduciato dai generali e dai latifondisti?

Beati i popoli senza Supreme Corti, oppure che le hanno ma sanno abbatterle mandando al macero Statuti e Costituzioni quando sono diventati strumenti e scudi del malaffare.

Mevio

Si tolga dai piedi questa demoplutocrazia!

Il mercatismo/consumismo che ha trionfato su tutte le rivoluzioni e tutte le cospirazioni resta spregevole. Non è scritto che le generazioni avvenire moriranno tutte capitaliste. Né è scritto che il suffragio universale e i partiti, strumenti principi delle oligarchie ladre, vigano per sempre. Ma la democrazia, dove andrà?

Muoia la democrazia che conosciamo, è la risposta di chi qui sotto si sottoscrive. Non merita di sopravvivere la democrazia che per di più è stata il pretesto fraudolento di tante guerre, da una da 15 milioni di morti per liberare l’Alsazia e Trento/Trieste, nonché per inventare nazioni false come Jugoslavia o Cecoslovacchia, a un’altra in corso per portare ‘i diritti’ alle afghanistane umiliate dai taliban. Finisca per sempre la democrazia plutocratica spacciata da due tra i peggiori bugiardi della storia, Franklin D.Roosevelt e Winston S.Churchill. Si tolga dai piedi questa democrazia che fa da alibi a Berlusconi, a Franceschini, ad ogni altro commediante del mondo libero.

In nulla dovrà assomigliare all’attuale, la democrazia di domani o dopodomani. Proviamo a scrutare insieme il futuro, senza ubbie messianiche ma non senza speranza.

AMC

ITALY: WHY SO MANY SUMMONS TO DEFEND DEMOCRACY

If I were a pollster I would quiz you and me with the following riddle: “When several observers or politicians warn that an imminent danger menaces the Italian institutions, what do they mean? What are they afraid of?”

The trite answer -Berlusconi with his money, Tv channels and shady connections might make a try at dictatorship- appears kind of unplausible in view of the Premier’s difficulties after years of wear and tear. I am volunteering an answer: what the Cassandras prophesy is the coup d’état of somebody else than Berlusconi, somebody who in theory could even work for Berlusconi, but more probably would topple both the premier and his enemies.

Striking resemblances, I believe, exist between today’s Italian state of affairs and the situation of France in the twelve years of the Fourth Republic (1946-58), also the situation of Spain after the Annual (Morocco) military disaster of 1921, followed by the violent turmoil, both political and social, that tormented the domestic scene.

The health of France was restored by an illustrious physician called Charles de Gaulle. In 1923 Spain did not have such a great man; but a non-victorious general emerged, Miguel Primo de Rivera, who simply possessed the grit and the know-how to employ the customary tool of the 19th century in Spain- pronunciamiento, or military coup. For at least five years the success of Primo’s regime was strong. Even leftist historians concede that to general Primo (who assumed the official title of Dictador) went the almost unbounded consensus of the nation. Only intellectuals and militant fringes opposed the regime, until a financial crisis and the Spanish reverberations of the Great Depression erupted. F.Largo Caballero, a leading socialist who headed the nation’s most powerful unions and in 1937 will be the prime minister of the leftist Republic, supported Primo. In fact the political line and measures of the government favored the socialist movement, to the damage of the privileged classes.

Unlike past-century Spain, Italy does not have a tradition of top brass who practice politics. But her context shows some traits in common with so many emergent countries where often power struggles have been won by the sudden exercise of force by young colonels or junior generals, more or less connected with political groups but always enjoying popular support. The material, immediate tools of subversion are tanks and battalions, but the real force of the insurgents is popular dissatisfaction with civilian, normally corrupt and/or inefficient rulers.

Of course the frame of the European integration is hostile to any try at military intervention in civilian affairs. But would Brussels really mobilize international divisions to crush an hypotetical coup in a member State of the Union?

So my impression is: those who give notice of approaching danger to the Republic, really are conscious that a great many Italians are so fed-up with their politicians and institutions that they would acclaim a coup d’état. Some limited bloodshed could not be ruled out -not necessarily, though. Horse-sense would rather imply a wide and easy acceptance of new rulers. Isn’t such acceptance a millenary custom of the nation? Wasn’t Il Duce totally and willingly accepted in his first, say, 16 years in office?

A.M.C.
(da DailyBabel)

BESTSELLER SENZA OBBLIGO DI IDEE

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Mi imbatto in un vecchio libro di Gian Antonio Stella, Lo Spreco. Italia: come buttare via due milioni di miliardi, Baldini & Castoldi, 2^ ediz., 1998 (tutte le malefatte espresse in lire). “Il più duro atto d’accusa -recita il risvolto di copertina- mai scritto contro le scelleratezze della pubblica amministrazione. Un reportage agghiacciante”. La copertina avverte che “la composizione di una mappa dettagliata degli sprechi è temeraria, se non proprio impossibile”. Ogni riga del libro, si può dire, è uno scandalo repubblicano. A circa 33 righe per pagina, su 368 pagine, Lo Spreco potrebbe risultare il catalogo di dodicimila scandali, più o meno. Ma l’editore ha ragione, enumerare le malefatte di regime è come contare le stelle del cielo.

Non così arduo, invece, derivare un catasto delle ruberie dalle 16 pagine del capitolo XIV, “I privilegi della classe politica”. Un capitolo precursore, apre i sentieri alla “Casta”, il prodigioso bestseller di G.A.Stella e Sergio Rizzo. Qui, a differenza degli altri capitoli, il tutto è focalizzabile su pochi esempi. “Il senatore Arturo Guatelli non mise mai piede a palazzo Madama. Riceve un vitalizio di oltre 39 milioni netti all’anno, senza avere posato nemmeno per un minuto le terga sul suo seggio virtuale” (spiegazione: la legislatura finì’ poche ore dopo la nomina quale primo dei non eletti). Guatelli:”Non sono abituato a buttare i soldi dalla finestra. Capisco che si tratta di un privilegio ma la legge non l’ho inventata io”.
Giovanni Valcavi, altro peon della Camera Alta, vi sedette per tre mesi. Assegno a vita, 3 milioni al mese. Nel 1996, riferisce Stella, gli ex senatori a riposo erano 752, più 391 vedove o eredi di defunti. I pensionati d’oro della Camera, 1188. Dice la legge che un parlamentare può andare in pensione a 60 anni se ha fatto una legislatura, a 45 se ne ha fatte quattro. A tutti i non eletti viene data una ‘indennità di reinserimento’ (quasi fossero ex detenuti, nota faceto l’Autore). .

Al Parlamento europeo i nostri deputati non sfigurano: .

Il sommo bonzo repubblicano Oscar Luigi Scalfaro in gioventù fece il magistrato per quattro anni, poi passò in politica; nell’aspettativa raggiunse il massimo della carriera togata. La somma tra indennità quirinalizia, poi di senatore a vita, più i vari vitalizi, è impressionante, protetta da un velo di segreto secondo Stella. Il deputato Mirko Tramaglia tuonò: “Da 40 anni in Parlamento, Scalfaro ha continuato a percepire lo stipendio di giudice ed è andato in pensione come presidente di Cassazione” (leggiamo sempre ‘Lo Spreco’).

Il suggestivo capitolo si chiude con Affittopoli: . Manca, osserviamo noi, il principesco appartamento di Nilde Iotti. Se non ricordiamo male, superava alquanto i mq di De Mita; ma anche i suoi emolumenti e appannaggi reggono bene il confronto: eletta ventiseienne nel 1946 e sempre rieletta fino al 1992. Una vita di abnegazione e lotte proletarie.

Basta, tutti sconci ben noti. Dai giorni de “Lo Spreco” è scorso un vasto fiume, gonfio di acque, liquami e relitti della virtù repubblicana. Si diano pace coloro che morirono (e uccisero) per abbattere quell’altro regime. Poi è venuta la requisitoria terribile della “Casta” ma il male ha ulteriormente trionfato: oggi qualche politico ottiene le case in proprietà, non in affitto.

Più nessuno ignora che la ricchezza nazionale è alla mercé di politici, burocrati e boiardi mostruosamente voraci. La bulimia (=fame insaziabile) ha colpito duro: mezzo milione di persone, dai leader eccelsi all’ultimo portaborse, ultimo consigliere di zona, ultimo geometra di ufficio tecnico comunale. Mezzo milione di ladri. La libertà e la democrazia sono beni incommensurabili ma hanno un costo: les voleurs che eleggiamo o ingaggiamo, più parenti e compari. Sono i nostri narcos, solo che delinquono in modi diversi dalla Colombia e dal Messico.

Tuttavia. Chiuso “Lo Spreco”, una domanda. Perché non un rigo, nel libro, su come liberarci? Siamo condannati senza speranza? Non eravamo una nazione di intelligenti, sprizzanti genio latino? Oppure i grandi giornalisti sono esenti dall’obbligo di avere idee?
Al contrario della rassegnazione dei grandi giornalisti, affermiamo che la salvezza è possibile. La professione di politico andrà cancellata. I burocrati e i boiardi andranno “decimati”: uno ogni dieci licenziato e spogliato di tutti (gli altri nove capiranno). Beninteso, purché si cancellino i diritti acquisiti, si correggano i codici e gli stipendi tornino ai livelli di quando Giovanni Lanza, presidente del Consiglio (1869-73), andava in persona ad aprire la porta di casa.

Le leggi del mercato non permetteranno? Infatti: un po’ dovremo uscire dal mercato, svezzandoci dal benessere e dagli alti consumi.

A.M.C.

I PURI DI CUORE NON GLI INTELLETTUALI ‘DEMOCRATICI’

Soprattutto per ciò che tace, interessante una recente intervista/confessione al Manifesto dell’accademico comunista Richard Sennett, figlio di un comunista che nel 1936 combatté in Spagna; ‘comunisti tutti i suoi zii, si precisa’. Sua premessa: la crisi economica, che si vuole in via di superamento, riesploderà presto, perché il ‘capitalismo finanziario’ è una peste nera, non la si contiene. Su questo la sinistra di tutto il mondo non dice niente, perché vuole piacere al business. Invece è ora il tempo di riscoprire il socialismo. E lei che farebbe a questo fine? chiede l’intervistatore. ‘Nazionalizzerei l’intero settore bancario’. Purtroppo, è sempre Sennett, quando ho fatto questa proposta a un convegno, sono stati i relatori sindacalisti -‘sindacalisti’- a contestarmi: non puoi sostenere queste cose, i lavoratori non permetterebbero.

Il prof.Sennett non ha siegato come si riesce a riproporre il socialismo alla gente, intossicata per sempre dagli alti consumi elargiti in sessant’anni dal benessere, cioè dal mercato. Non ha spiegato perché sa che non saranno le enunciazioni di mille teorici come lui e di centomila attivisti di sinistra a convincere i grandi numeri. I grandi numeri ragionano: il mercato ci ha dato la seconda casa, varie automobili e le vacanze ai Caribi. La politica e la cultura democratiche, no. Le hanno date, molto più in grande, ai propri bonzi.

La gente ascolterà solo se il socialismo lo riproporranno persone all’opposto dei politici e degli intellettuali di sinistra. Persone le cui scelte etiche e i cui stili di vita saranno quelle dei veri apostoli e dei veri missionari di un tempo: abnegazione, rifiuto eroico del denaro, sobrietà ascetica, credibilità in quanto assertori della virtù; santità aggiornata, in pratica. Saranno ascoltati i soli puri di cuore: un assieme di caratteri all’esatto contrario dei giornalisti di De Benedetti e di Rai3, dei conduttori televisivi, degli scrittori progressisti delle corti di Mitterrand, Prodi e Zapatero.

Fin quando la sinistra resterà come è, coi campioni e i divi che ha, bugiardi e briganteschi quanto Berlusconi e Brancher, colleghi della stessa impostura solo molto meno bravi, il prof. Sennett perderà il fiato a invocare il socialismo. Quando predicheranno i ‘democratici’ dai loro pulpiti accademico-editoriali e dalle stesse spiagge dei ricchi, la gente capirà che mentono.

Antonio Massimo Calderazzi