DEBITO E PATRIMONIO

di Gianni Fodella, docente universitario di Economia all’Università statale di Milano

Per una rettifica dei termini

Siamo immersi nel disordine e a questa confusione contribuiscono potentemente giornali, radio e televisione, i mass media che sarebbe più corretto chiamare mezzi di disinformazione di massa.

Molto di ciò che è accaduto a danno dell’umanità deriva dalla mancanza di una vera comprensione della realtà di cui è in buona parte colpevole l’uso irresponsabile della lingua. Le parole vaghe e imprecise sono fonte di confusione, nascono da concetti sbagliati e perpetuano l’errore nel quale si dibatte l’umanità quando si propone di analizzare un problema per risolverlo.

Come sarebbe bello invece, nello scrivere e nel parlare, impiegare soltanto parole che abbiano un significato preciso e univoco facendo uso di termini che non diano origine a equivoci. Per un grande pensatore del remoto passato nel “rettificare i nomi”, nell’usare i “nomi con il loro significato vero” – in cinese zhen ming (zhen = vero, reale, genuino, giusto; ming = nome) – consiste precisamente l’arte di governare. Quando le parole hanno significati ambigui non può esserci buongoverno e si rischia che a dominare sia invece il malgoverno.

 

La prima importante distinzione da fare è quella tra REDDITO e RICCHEZZA

Accade infatti spesso che venga usata a torto la parola RICCHEZZA come sinonimo di REDDITO per indicare il REDDITO NAZIONALE, l’insieme dei redditi a qualsiasi titolo percepiti in un certo anno dai cittadini del sistema economico del Paese.

 

Il termine RICCHEZZA – sinonimo di PATRIMONIO o di CAPITALE – appartiene alla categoria dei concetti “fondo” e non può assolutamente essere considerato sinonimo di REDDITO o PIL, che appartengono invece al novero dei concetti “flusso”.

Infatti il REDDITO o PIL non può che essere misurato in relazione al tempo trascorso; per questo quando si parla del PIL o del REDDITO NAZIONALE ci si riferisce a questa grandezza prodotta in un certo lasso di tempo, normalmente l’anno solare o fiscale.

La RICCHEZZAo PATRIMONIO o CAPITALE invece può essere misurata non soltanto relativamente a un anno, ma anche in relazione a un dato momento preciso, mentre il REDDITO o PIL “istantaneo” sarebbe un non senso dal punto di vista logico, e quindi anche economico.

 

DEBITO e PIL: entità non confrontabili tra loro

Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non ha senso paragonare il DEBITO PUBBLICO al REDDITO NAZIONALE o PIL, come incautamente stabilito dai parametri di Maastricht e come ci viene continuamente ribadito in ogni resoconto giornalistico e in ogni dibattito al quale partecipano persone che dovrebbero sapere di cosa parlano. Non è infatti ragionevole e razionale confrontare una grandezza appartenente al novero dei concetti fondo a una grandezza appartenente al novero dei concetti flusso.

Se questa correlazione viene invece fatta, ne nasce una confusione concettuale che porta ad essere in errore nell’analisi della situazione e a prendere decisioni di politica economica errate perché basate su presupposti privi di coerenza logica ed economica.

E’ sorprendente constatare come persino gli economisti e i giornalisti specializzati in materia economica che partecipano agli innumerevoli dibattiti dai quali siamo quotidianamente afflitti non sentano il bisogno di chiarire come stiano veramente le cose.

In verità, la ragione di tale imprecisione e sciatteria terminologica fonte di confusione, nasce dal fatto che gli economisti non si sono mai veramente interessati della RICCHEZZA o PATRIMONIO del Paese, ma sempre e soltanto del REDDITO e del suo andamento. E’ soltanto da qualche anno, da quando la consapevolezza della distruzione e della menomazione dell’ambiente risulta ormai evidente ai cittadini (ma a quanto pare non alla maggioranza degli economisti), che il problema della depauperazione della RICCHEZZA o PATRIMONIO del Paese comincia ad essere percepito.

Se consideriamo poi il DEBITO PUBBLICO dei vari Paesi, è evidente che il problema per i governi non è stato tanto quello della sua entità in termini assoluti, quanto piuttosto quello della gestione nel tempo del DEBITO stesso.

 

SERVIZIO DEL DEBITO e PIL

L’ammontare del DEBITO PUBBLICO che si è venuto formando nel corso degli anni dà annualmente origine al SERVIZIO DEL DEBITO PUBBLICO costituito da:

1) pagamento degli interessi sui titoli in essere in quell’anno;

2) rimborso dei titoli che giungono a scadenza in quello stesso anno.

 

Ed è il valore del SERVIZIO DEL DEBITO che può essere utilmente correlato al valore del PIL, che dà origine al debt service ratio o tasso del servizio del debito, e che permette di valutare l’onere che comporta il livello di indebitamento del Paese per il bilancio pubblico.

 

DEBITO e RICCHEZZA

A quale grandezza correlare il DEBITO PUBBLICO (concetto fondo) accumulato? Non si può confrontare con il REDDITO o PIL (concetto flusso) ma più ragionevole sarebbe compararlo alla RICCHEZZA NAZIONALE o PATRIMONIO (concetto fondo), una grandezza la cui misurazione non è tuttavia facile per la presenza di beni che non hanno prezzi di mercato. Anche da ciò nasce il disinteresse degli economisti per la misura del PATRIMONIO.

Ma questa mancanza di interesse risulta sempre più colpevole man mano che scopriamo di depauperare il CAPITALE o PATRIMONIO o RICCHEZZA NAZIONALE nei processi produttivi che accelerano l’entropia e che consumano, senza badare agli sprechi, le risorse non rinnovabili del pianeta Terra.

La RICCHEZZA NAZIONALE, soprattutto in Paesi di antica civiltà e popolosi come l’Italia, favorita da un clima mite adatto alla vita del genere umano, è di dimensioni straordinariamente grandi e comprende il PATRIMONIO NATURALE e il CAPITALE SOCIALE FISSO.

Il PATRIMONIO NATURALE è l’insieme dei beni di cui la natura ha dotato il Paese; gli economisti hanno parlato (soprattutto in passato) delle risorse naturali in termini di dotazione dei fattori (factor endowment) e hanno attribuito importanza soprattutto a quelle risorse naturali di rilevanza economica come terra coltivabile, pascoli, foreste e giacimenti minerari, ma dobbiamo tener presente che di questo  PATRIMONIO NATURALE fanno parte anche cespiti appartenenti al demanio quali laghi, lagune, fiumi, monti, spiagge, giacimenti di acque dolci di falda e acque territoriali marittime che normalmente non sono oggetto di valutazione economica né di compravendita.

Le condizioni climatiche, la piovosità e la collocazione geografica, e quindi la distribuzione del territorio in base a latitudine/longitudine e all’altitudine, sono tutti elementi che permettono di valutare il PATRIMONIO NATURALE di un Paese e di cui sarebbe importante una stima condotta periodicamente, anche al fine di accertare in che misura esso sia rimasto inalterato nel tempo o si sia ridotto minando in maniera più o meno rilevante le condizioni di vita della popolazione insediata nel territorio di quel sistema economico, e compromettendo o meno le possibilità di vita delle generazioni future.

Per esempio, i terreni agricoli coltivati a mais in Italia stanno facendo diminuire il valore economico di questa porzione di PATRIMONIO NATURALE sia perché ne viene ridotta la fertilità naturale, sia per l’introduzione di elementi inquinanti, sia infine per il depauperamento della falda acquifera alla quale si attinge per irrigare il mais, una coltura cerealicola altamente sfruttante dei terreni.

Se la falda acquifera della Pianura Padana è stata inquinata dall’uso industriale di prodotti chimici non biodegradabili come la trielina e dai residui dei fertilizzanti chimici, dei pesticidi e dei diserbanti usati nella coltivazione del riso, una stima della riduzione di questa porzione di PATRIMONIO NATURALE sarebbe opportuna in modo da porvi rimedio, ma anche perché si potrebbe così scoprire che una parte del reddito o PIL prodotto dal Paese annualmente con l’esercizio dell’attività agricola, non è vero reddito o PIL ma proviene dal depauperamento del CAPITALE o PATRIMONIO NATURALE; scambiare per reddito il patrimonio che si riduce è una pratica lesiva delle condizioni di vita e delle generazioni future. A livello microeconomico questo errore non viene compiuto: i saggi amministratori delle imprese sanno che il patrimonio dell’azienda va protetto, mantenuto, sostituito facendo uso dei fondi di ammortamento.

Il PATRIMONIO di un Paese non è costituito soltanto della sua componente naturale, ma a questa deve essere aggiunto il CAPITALE SOCIALE FISSO (social overhead capital), quella parte del PATRIMONIO costruita dall’azione dell’uomo. Ne fanno parte i terrazzamenti di colline e montagne per rendere possibile, più agevole e produttiva l’agricoltura, i canali per irrigazione e navigazione, le strade, le ferrovie, i porti, le dighe, le reti idriche elettriche telefoniche fognarie e le costruzioni di ogni tipo dalle scuole agli ospedali, dagli stadi alle caserme, dalle fabbriche alle banche, dai palazzi pubblici e per abitazioni private ai luoghi di culto.

Che le varie componenti del CAPITALE SOCIALE FISSO siano di proprietà pubblica o privata non è poi così rilevante come si potrebbe credere, quello che conta è la sua entità, la sua regolare periodica manutenzione e il suo grado di utilizzo.

Un capannone costruito su un terreno coltivabile pianeggiante che non venga utilizzato a fini produttivi porta alla riduzione sia del CAPITALE SOCIALE FISSO sia del PATRIMONIO NATURALE costituito dalla terra resa incoltivabile dalla presenza del capannone. Se un edificio viene abbandonato o un ramo ferroviario dismesso, significa che è venuta meno una porzione di CAPITALE SOCIALE FISSO, non importa se di proprietà pubblica o privata. Tuttavia, ragioni di prudenza vogliono che almeno una parte di esso sia o rimanga di proprietà pubblica.

 

DEBITO PUBBLICO  e  PATRIMONIO PRIVATO

Veniamo ora alle ragioni che hanno portato alla nascita del DEBITO PUBBLICO, quello che lo Stato contrae con i risparmiatori, e all’esame dei suoi precisi connotati.

Si tratta di quell’ammontare di risorse liquide che la mano pubblica – emettendo Titoli di Stato (in Italia BOT, CCT, CTZ, BTP, BOC e assimilati) – ha nel corso del tempo incamerato per poter far fronte alle proprie esigenze di spesa senza dover ricorrere all’allargamento dell’imposizione fiscale diretta o indiretta.

Attraverso la fiscalità i governi impongono ai cittadini di cedere allo Stato una parte non irrilevante dei redditi da loro prodotti nel corso dell’anno; non è possibile sottrarsi a questa imposizione senza violare le norme e divenire evasore fiscale.

L’evasione fiscale non è purtroppo sempre combattuta con i metodi e gli strumenti più idonei e nel nostro Paese rimane un problema parzialmente irrisolto. Un incentivo all’elusione e all’evasione fiscale è la pressione fiscale, soprattutto quando essa diviene molto pesante e addirittura intollerabile quando le imprese rispettose delle norme fiscali si trovino come oggi a competere con imprese che evadono il fisco o il cui capitale non costa nulla perché ha origini criminose ed è frutto di attività illegali.

Gli introiti per l’erario grazie alle vendite dei Titoli di Stato italiani, acquistati dai privati e dalle istituzioni, vanno visti come preziose fonti complementari delle entrate fiscali e in qualche modo anche come un surrogato delle imposte evase o eluse.

 

Il DEBITO PUBBLICO è quindi una benedizione, uno dei capisaldi che permettono alla macchina amministrativa dello Stato di perseguire meglio le proprie finalità e di svolgere fino in fondo le proprie funzioni riducendo al minimo le sofferenze della popolazione.

Chiedere ai cittadini i loro risparmi, remunerandoli adeguatamente, per svolgere compiti di interesse nazionale ai quali si potrebbe adempiere soltanto con un’imposizione fiscale aggiuntiva, è un comportamento degno di un governo giusto ed equo.

In quest’ottica l’obiettivo del pareggio di bilancio – considerato da alcuni un obiettivo così importante da dover essere perseguito ad ogni costo e da essere inserito addirittura nella carta costituzionale dello Stato – si rivela come riduttivo, poco lungimirante e lesivo dei veri interessi dei cittadini.

Esaminiamo ora come si configuri quella parte del PATRIMONIO PRIVATO che non è costituito da attività reali (abitazioni, terreni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, impianti, macchinari, attrezzature, scorte e avviamento) ma da valori mobiliari che rappresentano potere d’acquisto (denaro contante, depositi bancari e del risparmio postale, titoli pubblici italiani e stranieri, obbligazioni private, azioni e partecipazioni in società di capitali, fondi comuni d’investimento, porzioni di beni “cartolarizzati” espressi in certificati di proprietà, polizze di assicurazione per fondi pensione e ramo vita, crediti commerciali).

Isoliamo per i nostri scopi i soli titoli pubblici italiani e soffermiamoci sugli aspetti più importanti da sottolineare, e precisamente sui connotati che i Titoli di Stato assumono quando passano di mano dall’ente emittente che si indebita ai sottoscrittori che li acquistano accrescendo per questa via il loro PATRIMONIO PRIVATO:

– per lo Stato emittente assume grande rilevanza il pagamento degli interessi sul totale del debito in essere e la restituzione di quella parte del debito che ogni anno giunge a scadenza, problema denominato della gestione del “servizio del debito” il cui onere annuo rispetto al PIL (tasso di servizio del debito = debt service ratio) implica come già detto una stretta correlazione con il reddito prodotto annualmente;

– per il cittadino sottoscrittore gli interessi derivanti dal pagamento delle cedole annesse ai titoli, rappresentano un flusso di reddito da destinarsi a consumo o a risparmio/investimento, mentre i titoli del DEBITO PUBBLICO posseduti sono parte del suo PATRIMONIO o ricchezza o capitale che dir si voglia.

 

Questo duplice aspetto che assume il DEBITO PUBBLICO, di essere al contempo un obbligo di segno negativo per la mano pubblica e nello stesso tempo parte della RICCHEZZA NAZIONALE posseduta dai privati, è una caratteristica essenziale e trascurata della sua vera natura.

Quindi, lungi dall’essere un onere intollerabile che grava sul futuro dei nostri figli e nipoti, e pur costituendo un’obbligazione della mano pubblica, i titoli rappresentativi del DEBITO PUBBLICO divengono contestualmente parti del PATRIMONIO PRIVATO, familiare o societario, di coloro che li hanno acquistati e tali rimarranno, pur potendo essere negoziati in qualsiasi momento, per tutto il tempo della loro durata o vita residua, fino alla naturale scadenza.

E’ sempre stato difficile immaginare uno strumento di investimento altrettanto sicuro, semplice da usare e flessibile quanto i titoli del DEBITO PUBBLICO; per questo i risparmiatori italiani li hanno sempre apprezzati e favoriti nelle loro scelte di investimento dei risparmi, anche quando erano consapevoli che gli alti tassi di remunerazione non sarebbero bastati a coprire la crescita dei prezzi al dettaglio di beni e servizi, e consci dei rischi, dato che il variare dei tassi avrebbe reso instabili i corsi dei titoli a più lunga scadenza.

Questa instabilità (oggi si preferisce chiamare questo andamento erratico volatility) potrebbe tradursi talvolta in perdite per chi abbia urgente necessità di vendere, ma anche permettere di realizzare guadagni in conto capitale sfruttando i momenti favorevoli.

 

DEBITO PUBBLICO  e  DEBITO ESTERO

Ridottosi con l’avvento dell’euro il rischio di cambio che caratterizzava la lira, i titoli pubblici italiani hanno cominciato ad essere acquistati anche da investitori esteri, molti dei quali desiderosi non tanto di goderne regolarmente i frutti dati dai rendimenti, quanto di dedicarsi alla compravendita speculativa ad alta frequenza.

Alla base della speculazione contro i titoli italiani del debito pubblico vi è la diffusione di notizie che creano un clima d’incertezza (sulla solvibilità degli Stati e sulla tenuta dell’euro) attuato con metodi che dovrebbero portare alcuni protagonisti come le agenzie di rating (ma non soltanto) a essere incriminati per aggiotaggio, e agevolato da comportamenti inadeguati delle autorità europee (Commissione, BCE Banca Centrale Europea, EBA European Banking Authority/Agency) e di alcuni Governi che si avvantaggiano dei più bassi tassi ai quali possono indebitarsi.

Anche se la quantità dei titoli oggetto di speculazione può essere relativamente modesta, l’elevato numero e la velocità delle transazioni telematiche danno ai movimenti speculativi un “potere di mercato” determinante che li rende protagonisti senza rivali dell’andamento dei corsi che determinano i tassi reali di remunerazione dei titoli.

Per creare un argine, se non porre termine, a una situazione che danneggia quei sottoscrittori che acquistano i titoli pubblici italiani senza intenti speculativi ma con l’obiettivo di crearsi una rendita sicura, non vi è che un rimedio: ricomprare i titoli del debito pubblico italiano facendoli ritornare in patria.

Far tornare nelle nostre mani almeno una parte del debito pubblico italiano detenuto all’estero, e che attraverso la speculazione di cui è oggetto contribuisce a perpetuare un clima di sfiducia nei confronti dei titoli pubblici italiani e dei titoli denominati in euro in generale, può essere non soltanto un gesto patriottico, ma anche una mossa che nello stesso tempo può contribuire a sanare una situazione di palese ingiustizia, a favore di Paesi dell’area euro in condizioni simili o addirittura peggiori della nostra. Se non è equo che l’Italia sia costretta ad indebitarsi al 7% mentrela Germaniapossa farlo a meno del 2%,la Franciaa poco più del 3% e anchela Spagnaa tassi inferiori ai nostri di quasi due punti percentuali, l’aspetto positivo di questa situazione che penalizza i conti pubblici italiani è che con interessi così elevati pagati dai titoli pubblici italiani le famiglie che li detengono possano godere di rendite consistenti che non sarebbe agevole istituire altrimenti.

Diventa quindi urgente passare a misure concrete senza attendere oltre. Nell’esempio fatto in APPENDICE* si mostra come spendendo oggi 113.930 euro, si potrebbe ottenere una rendita mensile netta di 656 euro per circa 12 anni (94.464 euro) ricevendo poi alla scadenza del BTP (1 novembre 2023) il rimborso di 100mila euro.

Tuttavia, perché il sistema economico ne tragga davvero vantaggio, occorre che beneficino della creazione di queste consistenti rendite i residenti in Italia che le potranno così destinare a consumi o a investimenti tali da permettere all’economia del Paese di beneficiarne.

C’è chi sostiene che in Italia non vi siano più le risorse patrimoniali per comprare una parte consistente del DEBITO PUBBLICO italiano detenuto da investitori esteri. Ma è giustificato questo pessimismo? Non lo è per diverse ragioni, ma soprattutto per i fatti concreti descritti e analizzati in vari studi l’ultimo dei quali ad opera della BANCA D’ITALIA “La ricchezza delle famiglie italiane  Anno 2010” Nuova serie  Anno XXI – Numero 64, pubblicato il 14 Dicembre 2011 http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2011/suppl_64_11.pdf

 

PATRIMONIO e DEBITO PRIVATO in Italia

Alla fine del 2010 la ricchezza lorda delle famiglie italiane, sostanzialmente invariata rispetto alla fine del 2009, era pari a circa 9.525 miliardi di euro, corrispondenti a poco meno di 400mila euro in media per famiglia. Le attività reali rappresentavano il 62,2% della ricchezza lorda (5925 miliardi di euro), le attività finanziarie il 37,8% (3600 miliardi di euro).

Tenendo conto che alla data dell’1-1-2011 la popolazione residente in Italia era secondo l’ISTAT di 60.626.442 individui, la ricchezza media impiegata in attività reali era pari a 97.730 euro pro-capite mentre quella impiegata in attività finanziarie era di 59.380 euro pro-capite.

Poiché le passività finanziarie ammontavano a 887 miliardi di euro, dalla ricchezza finanziaria pro-capite andavano dedotti mediamente 14.630 euro, portando la ricchezza finanziaria netta pro-capite a 44.750 euro, quindi 2713 miliardi di euro in totale, somma alla quale potrebbe, e dovrebbe, essere correlato l’intero ammontare del DEBITO PUBBLICO italiano, pari a 1.843.015 milioni di euro (30.400 euro pro-capite) nel 2010, composto per oltre tre quarti da passività a medio lungo termine (1.418.737 milioni) quasi completamente a tasso fisso.

Il 46,15% del debito pubblico è detenuto dalla Banca d’Italia o da istituzioni finanziarie italiane, il 9,58% è posseduto da altri residenti, mentre il restante 44,27% (816 miliardi di euro) è allocato all’estero (fonte: Banca d’Italia, Finanza pubblica, fabbisogno e debito, maggio 2011).

Se per evitare pericolose speculazioni da parte dei mercati esteri ci impegnassimo ad acquisire i due terzi del DEBITO PUBBLICO italiano allocato all’estero (per fare in modo che ne rimanga all’interno almeno l’85%) dovremmo sborsare 544 miliardi di euro, una somma grande ma relativamente modesta in termini pro-capite (8.973 euro) che riporterebbe la quota di titoli pubblici italiani detenuti da residenti ai valori percentuali di alcuni anni fa, prima dell’allontanamento dai nostri titoli a favore di carta finanziaria italiana ed estera (azioni, obbligazioni, fondi) rivelatasi nel tempo molto deludente sul piano dei rendimenti annui, ma soprattutto in termini di guadagni attesi in conto capitale.

Per esempio nel 1995 il valore dei titoli pubblici italiani che erano nel portafoglio degli italiani e quindi parte del loro PATRIMONIO, era equivalente a 326,7 miliardi di euro correnti e le obbligazioni private italiane (quasi tutte bancarie) ammontavano a 40,7 miliardi di euro.

Nel 2010 i due dati (sempre in euro correnti) erano divenuti rispettivamente 181,4 e 366,7 miliardi di euro. I depositi su conto corrente bancario sono passati nello stesso periodo da193,8 a494,4 miliardi di euro correnti. I fondi comuni d’investimento sono passati da 67,4 (1995) a 238,2 (2010) miliardi di euro correnti dopo essere stati ben più cospicui nel 1998 (369,1), 1999 (470,5), 2000 (475,4), 2001 (408,9), 2002 (373,2) ed essere rimasti su questi livelli fino al 2006 (367); salvo precipitare poi a 190,6 nel 2008 dopo essere stati 320 miliardi di euro nel 2007 e 221 nel 2009.

Per acquistare dunque i due terzi del DEBITO PUBBLICO italiano allocato all’estero pari a 544 miliardi di euro, basterebbe ridurre l’entità di alcune voci, a cominciare dai depositi bancari (non soltanto quelli in conto corrente) che ammontavano nel2010 a657,3 miliardi di euro, dato che i titoli del debito pubblico italiano sono facilmente ri-trasformabili in depositi bancari. A questi si potrebbero aggiungere i parziali smobilizzi delle obbligazioni private italiane (366,7 miliardi di euro) e i titoli esteri (165,1 miliardi di euro) che, godendo di rendimenti modesti e di corsi superiori a 100, potrebbero essere utilmente venduti.

La crescente domanda di titoli italiani ne farebbe aumentare il prezzo e ridurre i rendimenti, ma probabilmente senza cambiare radicalmente la situazione se non nella natura della proprietà, da estera a italiana.

Come si vede non soltanto esistono margini tali da consentire spostamenti piuttosto ampi nel portafoglio finanziario dei risparmiatori, ma si sta facendo sempre più strada la consapevolezza degli errori commessi dalle banche e dai promotori finanziari che  hanno spinto, senza sufficiente riflessione e ponderazione e badando al loro immediato tornaconto, i risparmiatori a mutare il quadro operativo nel quale veniva gestito quella parte del reddito non consumato chiamato risparmio.

Persino le passività finanziarie di cui gli italiani sono titolari (e che nel 2010 ammontavano a 887 miliardi di euro, e cioè 14.630 euro pro-capite), indicano che la situazione è sotto controllo.

Infatti, la voce principale del debito privato degli italiani (367,6 miliardi) si riferisce a prestiti per l’acquisto della casa; il credito al consumo (120,3 miliardi) è cresciuto molto in questi ultimi anni ma resta relativamente modesto indicando che gli italiani non vivono ancora al di là dei propri mezzi, come si fa invece in Paesi considerati a torto virtuosi e come mostrano i seguenti confronti internazionali dai quali appare inequivocabilmente che le famiglie italiane risultano le meno indebitate, dato che l’ammontare dei debiti è in Italia pari all’82% del reddito disponibile mentre in Francia e in Germania è di circa il 100%, negli Stati Uniti e in Giappone è del 130%, nel Regno Unito del 170%.

Inoltre, per finire, occorre sapere che le famiglie italiane dispongono di una RICCHEZZA elevata e pari nel2009, a8,3 volte il REDDITO disponibile, contro 8 volte nel caso del Regno Unito, 7,5 volte della Francia, 7 del Giappone, 5,5 del Canada e 4,9 volte degli Stati Uniti.

Dov’è allora tutta questa virtù dei nordici e dei Paesi che indichiamo come modelli ai quali guardare con ammirazione?

Non soltanto quindi le risorse finanziarie per ricomprare una fetta importante del nostro DEBITO PUBBLICO ora all’estero ci sarebbero, date le dimensioni del PATRIMONIO PRIVATO di cui gli italiani dispongono – e osservando che i debiti si ripagano attingendo al patrimonio più che al reddito – ma approfittando per una volta della cattiva stampa di cui l’Italia soffre sempre, potremmo ricomprarlo a prezzi convenienti, se ci affrettiamo a farlo concretamente.

I tempi che stiamo attraversando consigliano prudenza, e non soltanto in materia finanziaria. La linfa vitale costituita dal lavoro si inaridisce ogni giorno di più e al risparmio si chiede sempre meno di restare negletto o mettersi pericolosamente in gioco per accrescersi e moltiplicarsi con rapidità.

Più modestamente dovremmo desiderare che il risparmio potesse venire in aiuto al reddito decrescente, o addirittura che potesse fare le veci di un reddito che, mancando il lavoro, non siamo più in grado di generare in modo sufficiente a mantenere il livello di vita al quale siamo abituati.

 

APPENDICE*

UN ESEMPIO DI INVESTIMENTO IN BTP-BUONI DEL TESORO POLIENNALI

Può essere importante che le famiglie procedano al più presto a questo investimento a sostegno del Paese consapevoli dei rischi (modesti) ma anche della possibilità che, abbassandosi i tassi di interesse ai quali l’Italia oggi si indebita, i corsi crescano permettendo dei sostanziosi guadagni in conto capitale in caso sia necessario vendere i BTP prima della scadenza naturale.

E’ lecito chiedersi di che dimensioni siano questi rischi, che abbiamo etichettato come modesti perché perfettamente consapevoli che la loro entità verrà ridotta o ingigantita dall’opinione che se ne faranno i protagonisti concretamente operanti nel mercato, dato che, come recita l’unica vera legge riguardante il funzionamento dell’economia: “ciò che è creduto vero diventa vero se ci si comporta di conseguenza”. La nostra fiducia nel Paese e nella solidità dei suoi titoli sarà determinante se li acquisteremo, riducendo i nostri investimenti in carta finanziaria estera e attingendo ai depositi in conto corrente, dato che i titoli sono facilmente ritrasformabili in denaro.

Ci siamo resi conto a nostre spese di ciò che i Paesi poveri sapevano da tempo, e cioè quanto sia pericoloso avere un DEBITO PUBBLICO che sia anche soltanto in parte DEBITO ESTERO, trasformazione che nel caso nostro è avvenuta come un fatto naturale quando l’euro è divenuta la moneta dell’Italia ed è quindi cresciuto l’interesse degli investitori esteri per i nostri titoli.

Inoltre, avendo data la possibilità agli italiani di investire in carta finanziaria (obbligazioni e azioni) di emissione estera, ciò ha implicato un calo d’interesse degli italiani per i titoli nazionali al punto che da 326,7 miliardi di euro investiti in titoli pubblici italiani nel 1995 si è passati a 181,4 nel 2010: è ora di correre ai ripari.

 

Prendiamo – come esempio di titolo pubblico su cui riflettere per fare un oculato investimento e creare così una rendita per la propria famiglia – il BTP trentennale al 4,50% semestrale che, emesso l’1 novembre1993 a93,75 (invece che a 100), rende ai suoi sottoscrittori non il 9% ma il 9,60% annuo per tutti i 30 anni della sua vita, fino al rimborso dell’1 novembre 2023, indipendentemente dall’andamento dei tassi e da ogni altra variabile.

Pur essendo questo tipo di investimento in un titolo pubblico certo nelle sue premesse e sicuro nelle sue conclusioni, sono i tassi ai quali lo Stato si indebita durante la vita del BTP che possono influenzare il corso di ciascuno dei BTP in essere, e cioè il prezzo al quale può essere venduto e comprato nel mercato secondario dei titoli prima della data del rimborso a scadenza. Così, continuando nell’esempio, chi avesse voluto vendere questo BTP poco più di un anno dopo la sua emissione sarebbe incorso in gravi perdite in conto capitale.

Infatti, nella primavera del 1995, quando a causa dell’aumento dei tassi dovuto all’inflazione erano in circolazione BTP a 2-3 anni al 14,50%, il corso del BTP novembre 2023 al 9% era sceso a circa 77,80 procurando, a chi l’avesse comprato nel mercato secondario, una rendita dell’11,57% circa per i restanti 28 anni e più di vita del titolo, ma causando una perdita sostanziosa (circa il 17%) in conto capitale per chi l’avesse sottoscritto all’emissione e poi venduto dopo poco più di un anno.

Ma la situazione muta ancora, e radicalmente, in pochi anni e al 6 maggio 1998, sui 42 Buoni del Tesoro Poliennali in vita a quella data, vi erano 25 BTP con rendimenti compresi tra 9% e 12,50% e 17 BTP con rendimenti compresi tra 4,75% e 8,75%. Tenendo conto dei corsi ai quali tali titoli venivano scambiati, i tassi di rendimento erano più bassi di quelli nominali e così per esempio il BTP maggio 2003 al 4,75% era quotato 99,49 (il solo sotto la pari), mentre il BTP novembre 2023 al 9% era quotato 145,38 (il corso più elevato di tutti i 42 BTP perché a scadenza più lontana tra quelli a tasso di interesse elevato).

Al 6-1-2004 erano in vita nove BTP con rendimenti annui compresi tra l’8,50% e il 10,50% i cui corsi erano tutti sopra la pari e il più alto dei quali era sempre il BTP 1 novembre 2023 al 9% quotato quel giorno 151,15. Si noti che su questi andamenti non ha inciso il fatto che le emissioni fossero state denominate in lire fino al 1998 e poi dall’1-1-1999 anche in euro, e soltanto in euro dall’1-1-2002.

er completare l’esempio guardiamo infine alla situazione odierna, caratterizzata dai tassi modesti generati dall’avvento dell’euro che ha portato a un abbassamento generalizzato dei tassi di interesse.

Sui 63 BTP in essere al 12 gennaio 2012 (e 7 di questi BTP scadranno tra l’1 febbraio e il 15 dicembre 2012) ve ne sono 26 con rendimenti compresi tra l’1,85 e il 3,75%, 34 con rendimenti compresi tra il 4 e il 6,50% e soltanto tre titoli con rendimenti superiori: i BTP 2023 al 9% e all’8,50% e il BTP 2026 al 7,25%. Questi ultimi sono quotati sopra 100, mentre gli altri 60 BTP sono quasi tutti sotto la pari (salvo 9 quotati circa 100), con il risultato di dare, come per i BTP di nuova emissione, rendimenti lordi medi che si aggirano intorno al 7%.

Ciò significa che comprando 100mila euro nominali di questo BTP (quotato il 18 gennaio113,93 inchiusura) che richiede un investimento di 113.930 euro, si otterrebbe una rendita annua netta di 7.875 euro (9.000 euro lordi meno l’imposta cedolare secca del 12,50%) pari a 656 euro al mese fino al novembre 2023, quando si riceverebbe il rimborso di 100mila euro alla scadenza del BTP.

 

NOTE

Diamo allora inizio alla rettifica di pochi nomi – REDDITO o PIL e RICCHEZZA o PATRIMONIO o CAPITALE – ma oggi essenziali per la civile convivenza e perché siano evitati errori gravidi di conseguenze negative per la vita dei singoli e dei popoli.

Accade infatti spesso che, volendo parlare del REDDITO NAZIONALE (l’insieme dei redditi a qualsiasi titolo percepiti in un certo anno dai cittadini del sistema economico del Paese) o del PRODOTTO INTERNO LORDO (PIL, il valore della produzione di beni e servizi realizzati all’interno del Paese in un certo anno), venga spesso usata a torto la parola RICCHEZZA come se si trattasse di un sinonimo di REDDITO o PIL.

Il termine RICCHEZZA – sinonimo di PATRIMONIO o di CAPITALE – appartiene alla categoria dei concetti “fondo” e non può assolutamente essere considerato sinonimo di REDDITO o PIL, che appartengono invece al novero dei concetti “flusso”.

Il REDDITO o PIL non può che essere misurato in relazione al tempo trascorso; per questo quando si parla del PIL o del REDDITO NAZIONALE ci si riferisce a questa grandezza prodotta in un certo lasso di tempo, normalmente l’anno solare o fiscale.

A quanto ammontava il PATRIMONIO di Caio alle ore 12 del 18 gennaio 2012? E’ una domanda alla quale è possibile rispondere tenendo conto dei corsi dei titoli (azioni, obbligazioni, ecc.) posseduti da Caio e della stima del valore di mercato degli immobili e oggetti di valore che egli possedeva in quel momento. Nel caso Caio abbia dei debiti si dovrà sottrarne l’ammontare per avere il valore (stimato ai prezzi di mercato di quel momento) del suo PATRIMONIO al netto dei debiti.

Il debt service ratio o tasso del servizio del debito nasce da:

SERVIZIO DEL DEBITO diviso PIL moltiplicato per 100,

che ci dice quanto pesa in termini percentuali sul PIL la gestione del DEBITO PUBBLICO accumulato nel corso degli anni.  Non sembra equo che vi siano Paesi dell’area euro gravati da un servizio del debito molto più oneroso di quello di altri Paesi della stessa area.

Gianni Fodella

DIO PIL

Scrive il grande economista Giorgio Fuà nell’introduzione al suo “CRESCITA ECONOMICA Le insidie delle cifre” (il Mulino 1993): “Le cifre del reddito nazionale – che cinquant’anni fa interessavano solo uno sparuto numero di specialisti – sono oggi argomento quotidiano per il grande pubblico. E’ divenuto uso comune riferirsi ai livelli di reddito pro capite per giudicare se e quanto un paese “stia meglio” di un altro; e guardare il tasso di crescita (in termini reali) del reddito stesso come indicatore della rapidità con cui un paese riesce ad avanzare sulla via del “Progresso”. Il successo di popolarità ottenuto da queste misure statistiche della crescita è tuttavia inquinato dal fatto che in molti casi coloro che ne fanno uso attribuiscono a tali dati un significato ed una validità diversi da quelli che realmente possiedono. Ne consegue un duplice danno, perché con l’impiego acritico delle statistiche si acquista un patrimonio di certezze vasto bensì ma falso, mentre si perdono di vista le indicazioni – limitate ma comunque utili – che si potrebbero ricavare utilizzando con discernimento le statistiche stesse.”

Così il PIL è diventato una divinità di cui siamo bigotti adoratori, ma sarebbe ora di dire basta.

Il livello del PIL pro capite e il suo tasso di variazione nel tempo sono dati importanti per le imprese produttrici di beni e servizi, e a queste soprattutto dovrebbero interessare. Infatti, se il PIL pro capite avrà raggiunto determinate dimensioni, si potrà verificare in quel sistema economico la domanda di certi beni e servizi; se il PIL pro capite crescerà a ritmi elevati questo crescente potere d’acquisto si rivolgerà a beni e servizi nuovi o si tradurrà in una domanda più sostenuta dei beni e servizi già esistenti. Questo è ciò che accade nei sistemi economici ricchi; ma un più alto livello di PIL pro capite e un sostenuto tasso di crescita non indicano affatto che nel sistema economico dove ciò si verifica le condizioni di benessere materiale stiano migliorando, potrebbe anzi essere vero il contrario. Ed è precisamente ciò che sta accadendo nella maggior parte dei sistemi economici ricchi.

Se nel nostro sistema economico si mangia più del necessario, e il cibo non indispensabile così consumato ci costringerà a ricorrere al medico per avere cure e medicine per rimediare ai danni di questa eccessiva alimentazione, l’intera operazione avrà provocato un aumento del PIL pur avendo causato inutili sprechi e danni alla salute. Infatti le spese per il consumo di alimenti eccedente il necessario, per le cure mediche, per le medicine, saranno conteggiate come altrettante voci positive nel calcolo del PIL (e quindi anche del PIL pro capite).

Se l’efficienza dei trasporti pubblici si riducesse ulteriormente anche a causa del crescente traffico automobilistico privato, non resterebbe che aumentare la densità degli autoveicoli circolanti in rapporto alla popolazione. I maggiori acquisti di auto e carburanti farebbero crescere il PIL, e indurrebbero una ulteriore crescita del PIL anche le più frequenti malattie legate all’inquinamento, attraverso maggiori spese mediche, più frequenti degenze ospedaliere, maggiori spese per medicine e protesi legate alle conseguenze del maggior numero di incidenti causati dall’accresciuto numero di autoveicoli circolanti.

Per contro, in un Paese molto povero, politiche agricole appropriate per far uscire il Paese dall’estrema povertà potrebbero far aumentare la produzione dell’alimento base facendone scendere il prezzo. Così, la famiglia che avesse ricavato dalla coltivazione del suo campo 10 quintali di alimento base (pari a un reddito monetario di 1000), nell’ipotesi che potesse produrne 15 quintali (e il prezzo di mercato scendesse da 100 a 60-70 al quintale) potrebbe trovarsi con un reddito monetario addirittura inferiore o di poco superiore (900-1050) pur essendo le condizioni di vita di tutti sicuramente migliorate perché tutti nella nuova condizione potranno mangiare di più di ciò che avranno coltivato e chi non lo coltiva potrà comprarne di più grazie alla diminuzione del prezzo indotta dalla maggior quantità prodotta.

Che cosa significa tutto ciò? Semplicemente che dobbiamo cessare di considerare i dati relativi al PIL i soli rilevanti per capire le condizioni di vita dei cittadini, ma guardare ad altri indicatori che ci permettano di farlo meglio liberandoci dall’asservimento al Dio PIL. Eccone un esempio:

Tabella 1 Mutamenti nelle condizioni di vita e della capacità competitiva dei principali Paesi

Popolazione in milioni di abitanti negli anni:

1960 2009

I 32 PAESI del mondo con almeno 40 milioni di abitanti nel 2009 Durata vita media in anni

(maschile più femminile : 2)

1960(+)=2009

Adulti alfabetizzati:

valori in % (anno)

1960 2009

Quote percentuali (miliardi di $ correnti) delle ESPORTAZIONI mondiali detenute da ciascun Paese nell’anno:

1950 1970 1990 2009

(59,9) (298,8) (3405) (12378,5)

658 1346 CINA 64 (1980) 74 66 (1977) 94 0,92 0,77 1,82 9,71
96 231 INDONESIA 41 (+ 30) = 71 39 91 1,34 0,37 0,75 0,97
94 128 GIAPPONE 68 (+ 15) = 83 98 100 1,38 6,46 8,45 4,69
35 86 VIETNAM 43 (+ 32) = 75 87 (1977) 92 0,13 — — 0,46
26 68 THAILANDIA 52 (+ 17) = 69 68 94 0,51 0,24 0,68 1,23
25 48 COREA del Sud 54 (+ 26) = 80 71 100 0,02 (1955) 0,28 1,91 2,92
934 1907       4,30 totale ESTASIA 19,98
120 142 RUSSIA 68 (- 1) = 67 99 99 URSS fino al 1991 1,12 (1992) 2,45
28 73 TURCHIA 51 (+ 22) = 73 38 89 0,44 0,20 0,38 0,82
73 82 GERMANIA 70 (+ 10) = 80 99 (1977) 100 3,33 11,46 12,04 9,05
46 65 FRANCIA 70 (+ 12) = 82 99 (1977) 100 5,15 5,98 6,36 3,84
52 62 REGNO UNITO 71 (+ 9) = 80 99 (1977) 100 10,56 6,50 5,44 2,88
50 60 ITALIA 69 (+ 12) = 81 91 99 2,01 4,42 5,00 3,29
31 47 SPAGNA 69 (+ 12) = 81 87 98 0,65 0,80 1,63 1,78
43 46 UCRAINA 68 (+ 1) = 69 99 100 URSS fino al 1991 0,21 (1992) 0,32
443 577       22,14 (*) totale EUROPA 24,43
186 307 USA 70 (+ 10) = 80 98 99 17,17 14,28 11,56 8,54
73 191 BRASILE 55 (+ 18) = 73 61 90 2,27 0,92 0,92 1,24
37 110 MESSICO 58 (+ 19) = 77 65 93 0,89 0,47 1,20 1,86
17 49 SUDAFRICA 53 (- 1) = 52 57 89 1,93 1,12 0,69 0,51
16 45 COLOMBIA 53 (+ 21) = 74 63 93 0,66 0,24 0,20 0,26
21 40 ARGENTINA 65 (+ 11) = 76 91 98 1,97 0,59 0,36 0,45
350 742       24,89 totale COLONIE BIANCHE 12,86
442 1161 INDIA 43 (+ 22) = 65 28 66 1,91 0,68 0,53 1,33
50 181 PAKISTAN 43 (+ 24) = 67 15 54 0,82 0,13 0,16 0,14
51 162 BANGLADESH 37 (+ 30) = 67 22 55 con PAKISTAN fino al 1971 0,05 0,10
28 92 FILIPPINE 53 (+ 19) = 72 72 94 0,55 0,35 0,24 0,31
22 74 IRAN 50 (+ 22) = 72 16 82 1,17 0,80 0,57 0,63
22 50 MYANMAR 44 (+ 18) = 62 60 92 0,23 0,036 0,0095 0,05
42 155 NIGERIA 39 (+ 10) = 49 15 60 0,42 0,41 0,40 —
23 79 ETIOPIA 36 (+ 20) = 56 15 (1977) 36 0,06 0,04 0,0088 0,012
28 78 EGITTO 46 (+ 25) = 71 26 66 0,84 0,26 0,08 0,19
15 66 CONGO (Zaire) 40 (+ 8) = 48 31 67 0,44 0,09 0,03 —
10 44 TANZANIA 42 (+ 15) = 57 10 73 0,11 0,09 0,012 0,019
11 43 SUDAN 40 (+ 19) = 59 13 69 0,16 0,10 0,011 0,06
744 2185       6,71 totale AFRO-ASIATICI 2,84
2471 5411 Popolaz. totale     58,04 (*) TOTALE ESPORTAZIONI 60,11
3024 6792 Pop. mondiale     100,00 ESPORTAZIONI MONDO 100,00
        (*) URSS esclusa (stima del 2,5% circa)

Fonte dei dati: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, vari anni

I 32 sistemi economici più popolosi della Terra (che contano per i quattro quinti della popolazione mondiale e i tre quinti delle esportazioni mondiali) sono fortemente rappresentativi della totalità dei Paesi del mondo e sono stati raggruppati in quattro aree relativamente omogenee suddividendoli in:

– ESTASIA sistemi economici che promettono bene quindi CRESCENTI (con l’eccezione dell’Indonesia che produce ed esporta soprattutto materie prime), che fino a ieri furono poverissimi o relativamente poveri; la sua popolazione è più che raddoppiata passando da 934 a 1907 milioni;

– EUROPA sistemi economici ricchi o non troppo poveri ma STAGNANTI, con l’eccezione di quelli “mediterranei” (Italia, Spagna, Turchia) che denotano un superiore dinamismo rispetto agli altri; la sua popolazione è aumentata soltanto del 30% passando da 443 a 577 milioni;

– COLONIE di popolamento bianco economicamente DECLINANTI, alcune fino a ieri tra i sistemi economici più ricchi del mondo o comunque ricchi, domani chissà; la sua popolazione è quasi raddoppiata passando da 350 a 742 milioni;

– AFRO-ASIATICI sistemi economici poveri o poverissimi CON MODESTE SPERANZE DI RISCATTO, forse con l’eccezione del “mediterraneo” Egitto, dell’Iran e delle Filippine; la sua popolazione è quasi triplicata in Asia passando da 615 a 1720 milioni e quasi quadruplicata in Africa passando da 129 a 465 milioni.

Una prima osservazione che si può fare riguarda le dinamiche demografiche: anche con una popolazione crescente – ci dicono i dati relativi ai Paesi dell’Estasia – le condizioni di vita possono migliorare, sebbene una crescita prorompente come quella asiatica, e soprattutto quella africana, possa essere causa di seri problemi e costituire un freno alla diffusione in quei Paesi del benessere materiale.

La speranza di vita alla nascita (durata media della vita), pur essendo ovunque migliorata (con le vistose eccezioni di Russia, Sudafrica e Ucraina), ha conosciuto i maggiori miglioramenti in Estasia, avvicinandosi ai dati dell’Europa, che erano tuttavia molto favorevoli già nel 1960.

Anche i paesi afro-asiatici hanno conseguito notevoli miglioramenti, ma partendo da dati molto più sfavorevoli nel 1960.

Il progresso nell’alfabetizzazione degli adulti è stato ovunque notevole, ma il fatto che vi siano Paesi dove gli adulti analfabeti superino ancora il 40% della popolazione – come in Pakistan, Bangladesh, Nigeria ed Etiopia (64%) – li rende poco permeabili alla diffusione di qualsiasi misura tesa a diffondere tecnologie più produttive e abitudini di vita più salubri.

La capacità concorrenziale dispiegata dai Paesi dell’Estasia non ha avuto eguali: la quota delle esportazioni mondiali detenuta dai soli 6 paesi elencati è quasi quintuplicata passando dal 4,30% del 1950 al 19,98% del 2009. L’Europa ha mantenuto le proprie già rilevanti posizioni (un quarto delle esportazioni mondiali), mentre le colonie di popolamento europee hanno dimezzato il loro peso passando da un quarto a un ottavo delle esportazioni mondiali. I Paesi più poveri, pur partendo da posizioni modestissime (6,71% nel 1950), le hanno ulteriormente peggiorate (2,84% nel 2009).

Un dato importante per capire quali possano essere le capacità produttive potenziali di un Paese è dato dalla sua capacità di produrre energia elettrica; occorre quindi per questo esaminare in primo luogo la potenza elettrica installata in termini assoluti (in milioni di kW) e pro capite (kW/abitante). Il numero degli utenti, l’estensione territoriale, la fascia climatica e i livelli di vita prevalenti sono gli elementi che ne giustificano e determinano la dimensione quantitativa.

Tabella 2 Classificazione dei Paesi in base alla potenza elettrica installata in milioni di kW Dati relativi al 2009. Vengono poi indicati in termini pro-capite:

potenza elettrica installata in kW/ab. e consumo annuo medio in kWh/abitante

1 USA 995      3,241       13616

2 CINA 716     0,532      2328

3 GIAPPONE 279 2,180 8475

4 RUSSIA 221 1,556 6338

5 INDIA 159 0,137 543

6 GERMANIA 133 1,622 7185

7 Canada 125 3,676 16995

8 FRANCIA 116 1,785 7573

9 ITALIA 105 1,750 5718

10 BRASILE 100 0,524 2154

11 SPAGNA 89 1,894 6296

12 REGNO UNITO 84 1,355 6142

13 COREA del SUD 73 1,521 8502

14 MESSICO 56 0,509 2028

15 Australia 54 2,425 11216

16 UCRAINA 54 1,174 3539

17 IRAN 47 0,635 2325

18 SUDAFRICA 43 0,878 5013

19 TURCHIA 41 0,562 2210

20 Taiwan 41 1,773 10216

21 Arabia Saudita 37 1,439 7236

22 Svezia 34 3,637 15238

23 Polonia 32 0,839 3662

24 Norvegia 30 6,175 24997

25 ARGENTINA 29 0,725 2658

26 THAILANDIA 28 0,412 2157

27 INDONESIA 28 0,121 564

28 Paesi Bassi 24 1,448 7099

29 Venezuela 23 0,798 3078

30 EGITTO 23 0,295 1468

33 PAKISTAN 19 0,105 475

42 FILIPPINE 16 0,174 592

45 COLOMBIA 13,242 0,297 940

46 VIETNAM 12,637 0,147 728

…………………………..

?? BANGLADESH 5,245 0,032 144

?? MYANMAR 1,413 0,028 95

?? NIGERIA 5,898 0,038 137

?? CONGO 2,443 0,037 97

?? SUDAN 1,061 0,025 94

?? TANZANIA 0,957 0,022 83

?? ETIOPIA 0,814 0,010 40

Guardando con attenzione questi dati si potrebbero fare molte utili considerazioni, che tuttavia esulerebbero dal tema di questo breve scritto.

Vorrei soltanto osservare che comparando i consumi elettrici degli Stati Uniti a quelli della Germania (Paesi dove le condizioni di vita materiale sono mediamente simili) è legittimo sospettare che vi sia negli Stati Uniti uno spreco energetico che caratterizza gli stili di vita di quel sistema economico, incurante dei danni provocati all’ambiente e irrispettoso dei diritti delle generazioni future.

Inoltre, può essere sorprendente constatare che Paesi così diversi come IRAN (0,635), TURCHIA (0,562), CINA (0,532), BRASILE (0,524), MESSICO (0,509), THAILANDIA (0,412) possano essere posti quasi sullo stesso piano in termini di dotazioni energetiche – ben lontani da COLOMBIA (0,297) o EGITTO (0,295) e ancora di più dall’INDIA (0,137) – ma basterà guardare gli altri dati proposti nella Tabella 1 per constatarne la coerenza.

Vorrei quindi limitarmi a dire che i dati espressi in quantità fisiche o comunque non monetarie sono sempre più significativi e preferibili a quelli di natura monetaria, con una possibile eccezione relativa ai dati sul commercio con l’estero, perché soggetti a un duplice controllo, essendo le esportazioni di un Paese pari alle importazioni da quel Paese di tutti gli altri Paesi del mondo; vi è quindi la possibilità di controllare due volte lo stesso dato che diviene così più sicuro e fondato.

Per giudicare l’andamento delle economie di questi 32 Paesi così rappresentativi nel corso di mezzo secolo non abbiamo quindi fatto ricorso ai soliti dati economici, quali ad esempio i livelli di spesa rappresentati dal reddito nazionale e dai suoi tassi di crescita in termini assoluti e pro capite, ma abbiamo invece considerata la durata della vita media (dato sintetico che racchiude e riassume in sé una quantità di altri indicatori economici e sociali come meglio non si potrebbe) e un importantissimo “consumo” sociale che è nel contempo il più importante investimento nelle risorse umane di ciascun Paese, e cioè il grado di alfabetizzazione degli adulti.

Come si può vedere, non occorre fare ricorso ai dati relativi al DIO PIL per capire quali siano le condizioni di vita e di benessere materiale prevalenti in un Paese e le sue potenzialità produttive …

Gianni Fodella

DA POVERI, SENZ’ATOMO, VIVREMO ECCOME

Forse tra un ventennio l’energia si ridurrà a poca cosa per noi che saggiamente avremo dimenticato le centrali nucleari. Ma restare uno dei paesi più ricchi ed edonisti al mondo non merita d’essere la prima delle priorità. Al contrario, vivremo meglio quando ci impoveriremo.

Forse il nucleare è indispensabile -leucemie e tumori permettendo- per difendere lo stile di vita e il benessere. Tuttavia né l’uno né l’altro sono da difendere. Dello stile di vita, vituperevole e dozzinale com’è, infestato di SUV e di consumi superflui all’estremo, dovremmo liberarci comunque. Del benessere è essenziale che resti soltanto la sanità gratuita per i poveri e semigratuita per i ceti medi inferiori. Il resto è quasi tutto ridimensionabile.

Senza il nucleare e con un Pil immiserito torneremo al passato, ossia a come vissero quasi tutte le generazioni. Chiuderanno molte fabbriche, boutiques, palestre, centri fitness e shopping centers. Morirà l’alta gamma, che oggi crediamo imperitura. Ottimo: l’essenziale è che a nessuna famiglia manchi l’indispensabile: un tetto, il paniere alimentare, la scuola per i figli e poco più: per assicurare questo a parecchi  milioni di famiglie occorrerà ridistribuire la ricchezza come né il comunismo né la socialdemocrazia né il sinistrismo antagonista hanno saputo fare. Il primo si è fatto odiare e infine uccidere, la seconda è stata donna di servizio del capitale, il terzo si è consacrato alla storia come una comica a volte divertente, più spesso noiosa. Non sappiamo come si chiamerà l’ideologia che organizzerà il convivere quando gli idrocarburi -e l’uranio- finiranno e quando le energie alternative garantiranno la sola parsimonia spinta. Forse il sistema assomiglierà al comunitarismo del convento in assetto laico. Pazienza per chi avrà esigenze più alte.

Sicura sarà la fuga dei capitali. Non bisognerà vietarla, bensì autorizzarla se accompagnata dalla fuga, o espulsione, dei loro detentori. In molti casi sarà difficile, ma non impossibile, identificare questi ultimi. Spetterà agli esperti affinare le tecniche per neutralizzare prestanomi e altre astuzie. Certo non  resterà sacro il diritto di proprietà. Chi esporterà i capitali andrà in esilio, lasciando alla patria gli immobili, i simboli di status e tutto ciò che non sia esportabile via Internet. La condanna all’esilio col coccio chiamato òstrakon era nella Grecia antica un istituto perfettamente legale; Aristotele lo attribuì a Clistene, l’Alcmeonide che governò Atene un po’ prima e forse meglio di Pericle, suo nipote. Anche Firenze ai tempi della grandezza comunale esiliava ed espropriava legalmente i cittadini.

Gli altri ricchi, quelli che obbediranno alla legge, non andranno perseguitati. Aggrediti dalle tasse, inevitabilmente sì. Nessuna famiglia di disoccupato dovrà fare la fame: come non attingere agli alti redditi? Di conseguenza nascerà un sofisticato dopolavorismo per élites impoverite.

Man mano che le risorse energetiche si ridurranno, bisognerà fermare l’incremento demografico. Corrispettivamente si chiuderanno le frontiere agli immigrati economici. L’asilo politico sarà sempre  meno accordato. Il sud del mondo sarà aiutato a valorizzare le proprie risorse naturali, cominciando dal sole e dal territorio. Parte dei deserti saranno irrigati  dall’acqua che l’elettricità solare ed eolica porterà alla superficie, trasporterà da lontano e/o desalinerà.

I nostri concittadini dovranno, quando mancheranno di meglio, fare i badanti e i braccianti: perderà i sussidi chi rifiuterà le mansioni oggi riservate agli extracomunitari ultimi.  Molti dei nostri nonni e bisnonni vissero facendo queste cose. Noi ci siamo montati la testa.

Per non accettare tutto ci potremo costruire centrali nucleari: ma forse non saremo all’altezza dei costi proibitivi di una sicurezza moltiplicata n volte. Non è nemmeno detto che i paesi nostri vicini si intestardiranno per sempre sull’atomo. Tutto fa pensare che i più avanzati scopriranno prima di noi la bellezza di tornare poveri.  Petrolio, metano e uranio non si esauriranno anche per loro?

JJJ

SIAMO I PIU’ RICCHI, MA ALLORA…

Per capirci meglio

Non so se qualche economista abbia commentato ed eventualmente confutato la notizia apparsa sul “Corriere della sera” il 12 febbraio scorso sotto il sensazionale titolo “Il Nord? Più ricco della Svezia”. Si tratterebbe del Norditalia, o meglio dell’Italia senza il Meridione il cui PIL pro capite in parità di potere d’acquisto (PIL-PPA) sarebbe di pochissimo inferiore a quello del maggiore paese scandinavo e addirittura superiore ad esso, non si capisce bene in virtù di quale magìa statistica, per il Nord-Ovest e il Nord-Est presi singolarmente. Ancor più indietro rispetto all’insospettato Bengodi si troverebbero naturalmente Gran Bretagna, Germania e Francia, il cui distacco aumenterebbe ulteriormente conteggiando il PIL pro capite tout court.

E’ il caso di brindare a questo ennesimo miracolo nazionale benché stavolta solo regionale? Non proprio, perché, appunto, viene confermato il divario tra Nord e Sud, anche se nonostante l’handicap di quest’ultimo il PIL-PPA dell’Italia nel suo complesso (25. 800 euro) risulterebbe non troppo lontano da quello della Francia (27 mila euro). C’è comunque di che sobbalzare e sgranare gli occhi, i nostri occhi abituati a vedere realtà diverse da ciò che dicono le suddette cifre così come le orecchie sentono da sempre ben altra musica.

Come credere, oltre a tutto, che ci avvantaggi in modo particolare il PIL-PPA quando si sa (lo si ripete continuamente) che le nostre retribuzioni sono tra le più basse in Europa ovvero la metà di quelle tedesche mentre in Germania le abitazioni costano parecchio di meno e in Francia si mangia più a buon mercato? E come si spiegherebbe, se le suddette cifre dicessero la pura verità, che gli italiani sia pure in generale risultano tra i meno soddisfatti del proprio paese? Secondo un sondaggio pubblicato sempre dal “Corriere” in dicembre, infatti, lo sarebbe solo il 16% della popolazione, oltre la metà meno dei tedeschi e nettamente meno di francesi e spagnoli.

Eppure, sembrerebbe garantita l’attendibilità di cifre Eurostat (l’Ufficio statistico della Commissione europea) analizzate da Marco Fortis della Fondazione Edison e assunte come base del piano di crescita che il ministro Tremonti presenterà alla UE in aprile. Cifre che, semmai, potrebbero essere persino inferiori al vero se si tiene conto della larga parte nera o comunque sommersa dell’economia nazionale, della conseguente, massiccia evasione fiscale e della scarsissima attendibilità, questa sì, delle dichiarazioni dei redditi di numerose categorie di contribuenti prese per buone dal fisco e dalle statistiche ufficiali.

Tanto più allora, la conclusione potrebbe essere una sola, tenendo altresì conto che la ricca Lombardia, ad esempio, presenta svariati aspetti (trasporti pubblici, nettezza urbana, condizioni delle strade e delle scuole, stato di certe periferie, ecc.) più facilmente rintracciabili nel terzo mondo che in Svezia, Svizzera o Ile de France. La ricchezza, assoluta o relativa, cioè, sarà anche grande, ma viene malissimo utilizzata quanto meno a livello pubblico (senza dimenticare peraltro le responsabilità anche private) per colpa di una classe dirigente e di apparati amministrativi inetti e/o corrotti. Si rimedierà col “federalismo”? Tocchiamo ferro.

Nemesio Morlacchi

TEDESCHI CONTRO IL PIL

Crescono non solo in Germania i fautori della crescita zero.

Può darsi che sia solo un’utopia, un miraggio, persino un errore. Molti però ci credono, e non da oggi. Sono anzi sempre più numerosi, sia in campo scientifico sia nel mondo politico e in quello economico, quanti propugnano o per lo meno considerano seriamente l’ipotesi di una crescita zero o comunque diversa. E non manca neppure chi l’ha già risolutamente abbracciata, come un grosso imprenditore di Brema che la applica con audacia anseatica e teutonico rigore nella propria azienda. Dalla sua esperienza trae spunto un lungo articolo del settimanale “Die Zeit”, uno dei più prestigiosi in Europa e nel mondo, del quale riportiamo qui ampi stralci.

Più di due terzi dei tedeschi ormai dubitano che la qualità della loro vita migliori se l’economia cresce. Interi gruppi sociali sperimentano già da tempo cosa significhi essere tagliati fuori dal benessere. Ad altri la crisi finanziaria ha mostrato quanto possa essere pericoloso puntare tutto sulla crescita come fanno banchieri, imprenditori e anche politici. Le molteplici catastrofi naturali non costituiscono forse il monito più pressante di dove potrebbe portare in ultima analisi lo sfruttamento del pianeta sospinto dalla crescita, cioè direttamente alla catastrofe climatica?

La sensazione che i cittadini avvertono è stata a lungo espressa in modo articolato solo da alcuni outsider. Criticare la crescita era quasi un tabù per la scienza ufficiale…Ma ormai il dibattito sul modello tradizionale del benessere è divampato anche nelle sedi istituzionali, associazioni, partiti e persino nella sfera economica, tradizionalmente molto conservatrice. Anche lì i promotori del ripensamento parlano sempre più chiaramente: in prospettiva è necessario liberarsi dalla fede tradizionale nella crescita perché essa trascina il mondo in un vicolo cieco.

Il capofila degli industriali Hans-Peter Keitel sostiene pubblicamente la necessità di una crescita sostenibile. E l’industria farmaceutica invita cattolici e protestanti ad un seminario intitolato “Di meno è (talvolta) di più”. Perfino la socialdemocrazia si è risvegliata…perché il tema interessa non soltanto il ceto medio attirato dai Verdi ma anche i lavoratori. Dopotutto le due categorie sono accomunate dallo scetticismo sul modello dominante, che per gli uni distrugge l’ambiente e agli altri, per la loro specifica esperienza, non assicura più benessere e qualità della vita in misura sufficiente.

Socialdemocratici e Verdi [tedeschi] sono in buona compagnia. In Francia cresce il movimento per la decroissance, che dice no alla crescita. In Austria il ministero degli Esteri cerca vie che portino ad una “economia di mercato umana”. In Gran Bretagna, l’anno scorso, l’economista e consulente del governo Tim Jackson ha fatto scalpore chiedendo ai politici un “benessere senza crescita”. Subito dopo è entrato a Downing Street un premier, David Cameron, che intende misurare il benessere della nazione non soltanto con la crescita ma anche con la soddisfazione degli uomini, ovvero con un indice della felicità appositamente creato. Persino l’OCDE, organizzazione dei paesi industriali tradizionalmente tutt’altro che ostile alla crescita, guarda ora all’argomento con occhi diversi. Mirando, cioè, a colmare il divario tra la crescita, così com’è concepita oggi, e l’effettiva percezione del benessere da parte delle persone…

Ma sanno i politici e i dirigenti delle associazioni dove ciò li porterebbe? Un mondo senza crescita non precipiterebbe nel caos? Se l’economia ristagnasse, verrebbero meno per i politici i classici spazi di manovra per la distribuzione. Di più per alcuni significherebbe di meno per gli altri. Anche il sistema sociale si basa sul fatto che un numero sempre minore di contribuenti produce sempre di più. Senza crescita esso potrebbe crollare, e lo Stato non potrebbe più sostenere il peso dei suoi debiti. La crescita zero sarebbe insomma non un sogno ma un incubo.

Già nel 1972 un gruppo capeggiato dall’economista americano Dennis Meadows profetizzava, sulla base di modelli elaborati col computer, l’avvento di un mondo caratterizzato come segue. Se l’economia continuasse ad usare un tanto di risorse e la popolazione continuasse ad aumentare rapidamente, l’umanità rimarrebbe ancor prima del 2100 senza materie prime e la sua economia andrebbe in frantumi. Questo studio provocò uno choc nell’intero pianeta, seguito da un’ondata di rigetto ancor più forte. Tutti i problemi della società moderna possono essere superati, replicarono autorevoli economisti al dissenziente collega Meadows, proprio mediante più tecnica e più crescita.

Molti di loro si sono dimostrati preveggenti. Oltre 200 milioni di uomini sono sfuggiti alla fame, e soprattutto in Cina è avvenuto quasi un miracolo. In molti altri paesi più persone hanno più che mai da mangiare e da bere, sono più sane e istruite. Si può rimproverare alla crescita di avere dato di meno ai poveri e di più ai ricchi, ma neppure le guerre, le crisi e le recessioni hanno impedito che, globalmente, si producesse e si consumasse di più in tempi record.

E tuttavia il prezzo del benessere è elevato. Benché la plastica venga prodotta solo da 60 anni, gigantesche concentrazioni di suoi residuati si sono formate nei mari del pianeta, la più grossa delle quali, nel Pacifico, è di dimensioni pari all’Europa centrale. Un vortice tossico in mezzo all’oceano mette in circolazione particelle ad alta concentrazione di cartocci per lo smercio, scatole di CD, spazzolini da denti, bottiglie, vasetti di yogurt, pezzi di Lego, scarpe da ginnastica e accendisigari. Da tempo i rifiuti del benessere sono entrati negli stomachi dei pesci e quindi, buon appetito!, nella catena alimentare.

Contemporaneamente, il petrolio e parecchi metalli sono diventati molto scarsi. I paesi emergenti con in testa la Cina e un nuovo ceto medio globale fanno concorrenza all’Occidente per l’accesso alle risorse. Miliardi di uomini vogliono mangiare meglio e acquistare prima o poi televisori, automobili e computer. I danni collaterali che ne derivano sono immensi. Quotidianamente scompaiono 100 specie animali, vengono distrutti 20 mila ettari di terra coltivabile e disboscati 50 mila ettari di foreste. L’acqua scarseggia in molte regioni, i mari soffrono per troppa pesca e il pianeta si riscalda a ritmo crescente.

L’organizzazione Global Footprint Network è fortemente impegnata a calcolare in che misura l’umanità produca in eccesso rispetto alle sue possibilità. Il risultato è spaventevole e ha un nome: World Overshoot Day, il giorno dell’anno a partire dal quale l’uso delle risorse supera la capacità annua della terra di rigenerare durevolmente tali risorse. Nel 1990 questo giorno è caduto il 7 dicembre. Nell’anno corrente l’Overshoot Day è sceso al 21 agosto. L’umanità, dunque, vive ecologicamente a credito già dalla tarda estate.

Ancor prima della guerra il grande economista britannico John Maynard Keynes si diceva sicuro che in un tempo prevedibile una “economia sazia” non sarebbe più cresciuta, senza per questo finire a terra. Persino il padre dell’economia sociale di mercato in Germania, Ludwig Erhard, ammoniva che nessuno doveva “cercare ancora a lungo la salvezza solo nella costante espansione dei beni materiali”.

Oggi si pronunciano ancora in questo senso solo pochi economisti. Tra essi figura Hans Christoph Binswanger dell’Università di San Gallo, padrino professionale del presidente della Deutsche Bank Josef Ackermann. Binswanger ha indagato a fondo come nessun altro su ciò che funge da motore dell’economia. “E’ il denaro”, egli afferma, che rende obbligatoria la crescita e la sospinge. Di fatto le banche possono oggi creare denaro in quantità quasi illimitata accordando ai loro clienti sempre più crediti. Per potere pagare i propri debiti i beneficiari del credito devono poi investire a scopo di profitto, devono quindi accrescere il prodotto sociale.
All’obbligo fa seguito la spinta. I soci dell’impresa si aspettano profitti il più possibile elevati. Questi possono essere perseguiti anche sul mercato azionario o attraverso speculazioni immobiliari, con la crescita sempre nel mirino. La sfida consiste oggi, secondo Binswanger, nel saper “frenare tempestivamente l’accumularsi dell’indebitamento economico ed ecologico”. Lo studioso, che per le sue idee ha ricevuto molti premi, caldeggia perciò la riforma del sistema bancario, che dovrebbe limitarsi a prestare il denaro che effettivamente possiede, rendendo così difficile l’aumento del volume del credito e la spinta incessante alla spirale della crescita.

Se l’umanità disponesse di qualcosa di diverso dal PIL ne conseguirebbero una diversa valutazione della crescita e quindi anche una politica diversa. Un esempio. Se oggi avviene un incidente, la macchina va in pezzi e il guidatore in ospedale, ma l’economia cresce benché l’accaduto danneggi la persona come pure la società. Lo stesso accade con lo sfruttamento dell’ambiente. Che le risorse vengano usate durevolmente oppure no, per il PIL è indifferente. L’ambiente può anche essere devastato, il PIL aumenta lo stesso.

Uomini e società non traggono alcun beneficio automatico dalla crescita economica, come dimostrano le ricerche su economia e felicità. Nei paesi poveri aumenta indubbiamente la soddisfazione quando il PIL finalmente cresce. Ma nelle società ricche essa può persino diminuire se contemporaneamente l’ambiente viene maltrattato e i ceti meno abbienti non hanno la possibilità di migliorare.

Tendono allora l’orecchio anche socialdemocratici e conservatori. Distruggendo la natura senza neppure accontentare la gente dove si va a finire? La combinazione tra ricerca su felicità e ambiente favorisce così la nascita di nuove alleanze. Dal dibattito su una rinuncia alla crescita si passa a quello su una crescita diversa…Nessuna rinuncia, ma ricerca di un’altra crescita, nelle speranze trasversali ai partiti, una crescita più ecosostenibile e più giusta. Si potrà salvare il pianeta con una tecnica nuova e più accorta, con consumatori più attenti e politici migliori. In effetti simili speranze sono alimentate da analisi comparative internazionali, secondo cui l’impiego di materie prime e materiali può essere teoricamente scisso dalla crescita economica.

Dopotutto, il mondo potrebbe produrre nel 2007 quanto produceva nel 1980 usando un quarto di materiali in meno. Attualmente un’intera armata di esperti è impegnata a sganciare la crescita dallo sfruttamento dell’ambiente. Il messaggio comune di tutti questi apostoli dell’efficienza è che il benessere può essere assicurato anche solo con un quinto e forse persino un decimo degli attuali consumi. La strada da percorrere è tuttavia impervia.

L’ostacolo maggiore non è l’inadeguatezza tecnica bensì la politica fiscale. Il fisco tedesco si nutre soprattutto di prelievi sul lavoro. Per contro l’utilizzo della natura non viene tassato, e su ciò influisce poco in Germania anche la modesta imposta ecologica. Oggi come in passato mancano perciò gli incentivi ad usare i materiali in modo intelligente ed economico…Se però un giorno responsabili del fisco e innovatori industriali, economisti di punta e la massa dei consumatori facessero causa comune, una crescita verde potrebbe forse diventare realtà in questo paese.

Da un punto di vista globale non ci aiuta al riguardo neanche la natura, ovunque strapazzata più che mai. In Germania, per la verità, la sua depauperazione ristagna intorno alle 50 tonnellate annue pro capite, per cui l’ambiente nazionale risulta meno maltrattato di prima. Molte fabbriche nemiche dell’ambiente hanno tuttavia traslocato in paesi stranieri poveri. E’una tendenza che accomuna tutte le potenze industriali, che importano sempre più dall’estero prodotti nocivi, come rende noto uno studio dell’Ufficio federale per l’ambiente. Non c’è perciò da meravigliarsi che il consumo mondiale di materie prime sia aumentato del 62% dal 1980, con buona pace di tutte le nuove tecniche.

Di fatto, nella gara tra efficienza e crescita l’efficienza, almeno finora, è arrivata per lo più solo seconda. Le automobili consumano meno carburante, ma sono aumentate di peso e potenza. Le abitazioni richiedono meno riscaldamento per metro quadrato, ma la loro superficie pro capite è cresciuta. Malgrado il mitico successo dell’energia eolica e solare il sistema energetico tedesco ha sfornato nel 2008 quasi altrettanto gas nocivo quanto nel 1995.

Oggi le cose diventano difficili per i politici che sbandierano l’idea della “nuova crescita”. Confessare o no che neanch’essa risolve tutti i problemi? Rassegnarsi o no ad avviare il dibattito sulla “crescita zero”? Se sì, come risolvere i problemi finora fronteggiati mediante la crescita, cioè il finanziamento della sicurezza sociale, l’abbattimento del debito statale, la lotta contro la disoccupazione? L’imprenditore di Brema Harald Rossol conosce bene questi problemi. Egli crede tuttavia che la rinuncia alla crescita sia “l’unica via per salvare il nostro mondo”. Ma cosa succederebbe se molti, o alla fine tutti, si comportassero come lui? Se l’economia senza crescita improvvisamente nascesse? Neppure Rossol saprebbe rispondere, ed è tuttavia convinto che ce la potremmo fare, in quanto “a risolvere un problema si comincia prendendo atto che esso esiste”.

Licio Serafini