LE COSE GROSSE CHE RENZI NON FARA’ LE FARA’ SOLO UN EVERSORE VERO

Uno che credette in un Matteo Renzi unico potenziale demolitore e ricostruttore del nostro sistema politico, deve riconoscere d’avere sbagliato. Un anno e mezzo di governo è la prova che Egli non può e non vuole cambiare le cose grosse. Centinaia di propositi minori, qualche provvedimento apprezzabile, ma quasi tutto resta come prima, con in più la vulnerabilità del benessere consumistico. La pessima tra le Costituzioni moderne grava sempre su di noi, intatta, a organare il più intoccabile dei cattivi assetti collettivi dell’Occidente.

A valle del trionfo del Rottamatore abbiamo un capo dello Stato che incarna, come nessuno potrebbe meglio, la continuità e invincibilità del Vecchio Ordine. Abbiamo un debito schiacciante e un spesa reale che crescono invece di diminuire. La Ragioneria dello Stato sta rivedendo al rialzo le previsioni di spesa di quasi tutti i ministeri. Beninteso le maggiori uscite che si annunciano non sono richieste se non marginalmente da erogazioni virtuose, p.es. per soccorrere i veri profughi di guerra, o per investire in quelle regioni semi-desertiche dell’Africa dove in due anni è piovuto una sola volta e non sopravvivono gli uomini e il bestiame di cui campavano. Nessun programma nuovo e meritevole, invece sì il mantenimento di andazzi e di disvalori.

Fatto p.es. un piccolo taglio (25 milioni) alla vergognosa spesa per le nostre ambasciate, esse costeranno ancora, da sole, 629 milioni. Un Renzi avrebbe dovuto amputare di mezzo miliardo questo capitolo, il capitolo della vanagloria parvenue delle sedi diplomatiche tra le più chic, fatue e inutili del pianeta. Al confronto è quasi rispettabile -è tutto dire- l’incremento (450 milioni) del bilancio della Difesa; bilancio che dovrebbe essere addossato quasi per intero a quelli del Pentagono/della Nato.

Non è stato né chiuso e venduto al migliore offerente, né interamente convertito nel maggiore museo del mondo, il palazzo del Quirinale, eccessiva reggia di un caponotabile, monumento della ferocia anticristiana di alcuni papi del Rinascimento, poi dell’egoismo di quattro monarchi sabaudi. Il solo bilancio corrente della reggia, per non parlare del suo valore immobiliare, basterebbe a finanziare gli impianti solari o eolici per estrarre acqua dagli strati profondissimi di alcune terre subsahariane; o per dissalare un po’ di mare. La durezza di cuore dei nostri governanti, dal primo all’ultimo imbellettati di socialità, stupisce gli osservatori più malevoli.

Matteo Renzi non ha fatto e non farà niente per contenere l’invasione dei migranti economici, nell’unico modo che è possibile: un gigantesco, doloroso per i contribuenti, piano Marshall contro la miseria nel mondo. Troppo legato, Renzi, al concetto tradizionale secondo cui uno Stato non ha obblighi etici fuori dei propri confini. I miserabili crepino; gli elettori possidenti siano sgravati di tasse, laddove dovrebbero essere convinti/costretti ad accettare di impoverirsi.

Matteo Renzi non è nemmeno certo di riuscire a depotenziare un Senato grottescamente dannoso. In realtà esso non va depotenziato, va abolito: contestualmente alla riduzione a un terzo del numero, del costo e della nocività dei deputati (come di tutti gli altri gerarchi espressi dalle urne).

Quali siano stati nel settantennio post-fascista gli uomini e i partiti del potere, noi non abbiamo un ordine democratico, non uno preferibile ai regimi rozzamente autoritari. Abbiamo un ordine plutocratico-parlamentare nel quale gli elettori bassi sono in tutto impotenti, la ricchezza e le collusioni restano decisive, i divari sociali si allargano invece di ridursi, la corruzione e il cinismo di massa dilagano.

Sia chiaro: le grandi opere che Renzi non farà, nessun altro le farà. La nostra classe di potere è una scadente consorteria di reucci-proci, i principali tra i quali -i Prodi, i Berlusconi, i D’Alema. i Bersani, i Letta, gli improvvisati che tentano di sostituirli- hanno dimostrato ad abundantiam la loro nullità quali conduttori del Paese. Questo dà la certezza che quando Renzi cadrà, le prospettive saranno persino peggiori. La Repubblica, nata malata di partitismo ladro, non può essere riformata. Non può guarire. Va abbattuta con le sue Istituzioni da un soprassalto di consapevolezza e di vitalità.

Bisogna ripudiare la nostra legalità. E’ la legalità di uno Stato-canaglia, fondato e malversato dai peggiori tra noi.

A.M.C.

LE NOSTRE OPZIONI: DRACONE (NON RENZI), LA PALUDE CIOE’ I LADRI, POI SALAZAR

I benpensanti/legittimisti temono l’antipolitica come fosse la calata degli Unni (Attila ne divenne il capo assassinando il fratello Bleda). Ma i benpensanti/legittimisti sbagliano. Lo Stivale non avrà salvezza se le Istituzioni della malarepubblica non crolleranno come le mura di Gerico.

Coi suoi difetti, Matteo Renzi è l’unica chance di qualsivoglia prospettiva di semiriformismo gradualista e legalitario. Ma egli sarà sconfitto: dalla palude, dalle sabbie mobili, dalla sua stessa furbizia, dal proprio atlantismo. Non dai lillipuziani che lo combattono. Quando egli cadrà, quel po’ di iniziativa che aveva suscitato si spegnerà e il gioco tornerà al doroteismo deteriore. Dietro la facciata forse perbene di uno o più Mattarellidi, governerà un malaffare reso più imbattibile dal fatto di allearsi con spezzoni liberi di nuovismo 5Stelle, di Podemos e simili,

Per i cambiamenti veri ma indolori non esiste alcuna possibilità. Si prenda, per dirne una, la burocrazia medio-alta che fa cerniera coi cleptocrati del potere. Quando tradisce -lo fa spesso- essa è lercia quanto la nostra politica. Ma, blindata dai diritti acquisiti, dai Tar, dai sindacati, dalle prassi, solo un Terrore alla 1793 (o alla bolscevica o alla purga staliniana) potrà sgominarla. Ora si è messa a proteggerla anche la Corte costituzionale: solo per il suo ingiungere allo Stato di fare bancarotta in pro dei burocrati la Corte andrebbe abolita; ma c’è tanto altro a suo carico. La repubblica del Malaugurio non sarebbe tanto pessima se a farla oppressiva non ci fosse la Carta stesa dai giuristi del padronato partitico. Il Quirinale poi non scherza come bastione della Casta. Mattarella si ricordi: presiede uno Stato-canaglia. Potrà costringersi a restare personalmente integerrimo: ma è proprio di un prestanome integerrimo che il Milieu marsigliese ha bisogno.

La Carta dell’impostura recita che la repubblica è fondata sul lavoro. Menzogna, è fondata sulle tangenti e sulla rapina, gestita da un monopartito di regime che, parafrasando la formula del giornalista Fabio Martini, va chiamato Partito Nazionale Unico del Furto (PNF). Ormai è dimostrato che il Settantennio ha un solo vanto rispetto al Ventennio: non muove guerre di conquista o di follia (come quella dichiarata 75 anni fa, questi giorni di giugno). Non si spinge oltre il militarismo mercenario al servizio del Pentagono. Non delinque oltre la servilità atlantista. Per tutto il resto occorre la lente d’ingrandimento, anzi il microscopio elettronico, per individuare una superiorità rispetto all’andazzo sotto Mussolini. Potevamo risparmiarci gli eroismi e gli assassinii della Guerra civile.

Questa repubblica è un organismo che non ha più anticorpi contro la corruzione. E’ come uno Zarevic emofiliaco: la Zarina può sperare solo nel fosco monaco Rasputin. Di qui la convinzione di molti: ci avviciniamo al limite estremo del declino politico. Basterà che le voci di ripresa si dimostrino fandonie perché un uomo di fegato più coerente e più duro di Renzi si faccia il nuovo Salazar: lo Stivale acclamerà, persino più che il Portogallo del 1933. Quel regime finì solo quarantuno anni dopo, e lo abbatté una congiura di ufficiali al comando effettivo di unità armate. Peggio per Renzi se non studierà il metodo Salazar.

Chi abbia orrore dei rimedi poco liberali -sennò non sarebbero giustizialisti- alle malattie dell’Italia, si convinca che le riforme allegrone di Renzi sono asini che volano. La sola alternativa al giustizialismo per le spicce è, non proprio Pol Pot ma Dracone, il governante che nel VII secolo a.C. aprì la strada alla legislazione razionalizzatrice di Clistene, l’alcmeonide che precedette il grande parente Pericle. Dracone rappresentò l’uomo della severità implacabile. Oggi Egli cancellerebbe in toto ciò che ci affligge, cominciando dal mestiere del politico, dalle assemblee elettive, dalle elezioni che confermano al potere il Partito Unico Nazionale del Furto.

Quanto ai burocrati, così facili a tradire la collettività che dovrebbero servire, per loro ci vorrà un’incruenta decimazione: uno ogni dieci, scelto dal sorteggio, vada senza processo destituito ed espropriato di quanto possiede. Così gli altri capiranno. Sarà riabilitato solo in caso di eventuale assoluzione definitiva in un processo tassativamente successivo alla decimazione. Ricorsi sabotatori al Tar o altrove, zero.

Il fatale Dracone non avrà speranze se non farà la mezza rivoluzione cui è tenuto: niente Consulta, niente Carta usbergo della cleptocrazia, niente garantismi. Non volendo Dracone tenetevi la palude, infestata dai coccodrilli e dai ranocchi della democrazia rappresentativa: Scalfari, Rodotà, Rosy Bindi, persino quel tot bamba dei 5Stelle che punta quasi tutto sul parlamento; su una legalità repubblicana che sarebbe molto piaciuta a quel nostro compaesano, Al Capone.

A.M.Calderazzi

PER NON MORIRE, TUTTE, LE SINISTRE SCOPRANO LA DEMOCRAZIA DIRETTA

C’è il grande contrattacco in Francia della destra di Sarkosy. C’è in Italia il tambureggiare delle conferme che democrazia=impostura più ladrocinio, e che il Ventennio non era peggio del Settantennio. Si ingrossa nel mondo l’evidenza che tutto avanza -cominciando dalla ferocia di Boko Haram e dall’arroganza reazionaria alla Dick Cheney o alla Bibi Netanyahu- fuorché il ‘progresso senza avventure’ di Obama, Mattarella ed altri benpensanti. Che aspettiamo a ricrederci su quasi tutte le nostre certezze?

Per esempio. Che il mercato sia infallibile ed equanime nel temperare le disuguaglianze e moderare gli eccessi. Che ‘i diritti’ siano il valore dei valori. Che la democrazia liberale, pur coi suoi difetti, resti il meno peggio. Che la libertà garantisca la buona vita. Che la laicità valga più delle fedi. Siamo entrati davvero nel Terzo Millennio, ma da troppi secoli ripetiamo le stesse cose. Il capitalismo propaga benessere. Invocare la Madonna e i Santi propizia miracoli a conforto di chi soffre. Le sinistre amano il popolo.

Il più pernicioso degli inganni è quest’ultimo. Le sinistre non amano il popolo. Amano i propri miti, cominciando dalla presunzione d’essere portatrici di verità superiori. Amano praticare il settarismo, talché sono un paio di secoli che si scannano tra loro. Quando conquistano il potere il settarismo le costringe coi suoi delitti a farsi odiare: lo fecero i giacobini del Terrore 1793-94, lo fecero i bolscevichi, lo fece Stalin, lo fecero i partigiani quando prevalsero su nemici sfiniti.

Il bilancio finale per le sinistre è così disastroso che per saggezza esse dovrebbero annullarsi, ripudiare il retaggio e le glorie, sparire per rinascere totalmente cambiate. Giorgio Napolitano e Massimo D’Alema hanno sì abiurato una fede torva, ma sono passati in un campo peggiore del loro: il campo del servaggio agli USA e del liberismo immorale. D’Alema pensa addirittura da operatore vitivinicolo. In sé questa conversione al fatturato è etica calvinista in confronto alla schietta ruberia che è il credo di quasi tutti i professionisti della politica.

Orbene: per un secolo i capi del defunto Pci hanno plagiato gli intellettuali, facendo di loro dei servi sciocchi o dei maiali di Circe. Prima di esalare l’ultimo respiro, i diadochi di Berlinguer non dovrebbero indurre i residui intellettuali organici a conferire i loro cervelli (e l’istinto di sopravvivenza) alla ricerca di un’idea nuova, opposta al marxismo-leninismo da obitorio, ma opposta anche al nichilismo proditorio di Napolitano & D’Alema? Nella moria delle ideologie otto-novecentesche, l’idea di fermare la metastasi dei politici di mestiere, cioè di cancellare la delega elettorale, è destinata a vincere sulla distanza: ma ha bisogno di molto tempo per imporsi. Se i Napolitano e i D’Alema si sono bruciati definitivamente, altri ex-dirigenti del Pci non troverebbero la forza di rigenerarsi come manager di reclutatori di una verità più giovane, quella di una Polis senza politici e di un comunitarismo senza comunisti portasfortuna? I tanti cattivi maestri che ancora dominano le cattedre, le case editrici, i giornali, i media e altri pulpiti, non si riscatterebbero approdando a un pensiero bruscamente nuovo, opposto sia al loro, che è pensiero della sconfitta, sia a quello dei reazionari, falsi vincitori?

Parliamo dei pochi ex-leader rossi cui sia rimasto qualche potenziale di influenza. Non di quei politici d’oggi -la sinistra Pd- che ancora prolungano il vecchio gioco del settarismo e che in realtà sono il nulla. I pochi intellettuali che sono con loro e da cui attendersi qualcosa, hanno perso la ragione a fare e a militare come se nulla fosse cambiato?

A.M.Calderazzi

FA STRAGE A SINISTRA LA DEMENZA PANDEMICA

Due immani cetacei, un capodoglio e un’orca assassina, boccheggiano sulla spiaggia dello Stivale dove si sono arenati. Avendo ancora residui di vita, gli spasmi della loro agonia fanno impressione. In acqua erano ferocissimi, sterminavano la fauna, dilaniavano le balene, rovesciavano le baleniere, divoravano gli equipaggi. Ora muoiono.

Il capodoglio è il sinistrismo. Con Gramsci fu similbolscevico, cioè rivoluzionario a parole; divenne stalinista;  poi comunista da Cinecittà; oggi  è ridotto a patrocinare  ardite innovazioni erotico-coniugali. Le grandi opere egualitarie di sinistra sono fallite tutte: da quelle europee del socialismo reale manu militari  a quelle asiatiche del trionfo capitalista in costume Mao. I popoli del pianeta che conobbero il potere marxista lo odiano persino al di là del giusto.

L’orca è il sindacalismo finora consociato al potere. La killer whale  faceva strage di foche cioè di imprese, piccole medie grandi. Se  soccombono tante di queste ultime, se i jobs spariscono a milioni, se gli investitori si dileguano, è soprattutto grazie a settant’anni di  ‘conquiste’  che esportano il lavoro invece che i prodotti. I giovani che il presente e il futuro sgomentano sanno che pagheranno sempre più caro il benessere quasi-borghese conseguito dai padri iperorganizzati, quando le vacche erano grasse e contrastare i sindacati era addirittura reato.

Il sindacalismo viene detto novecentesco, però la sua parabola è durata più di un secolo. La Confederazione generale del lavoro nacque solo nel 1906, ma la redenzione del proletariato cominciò nell’Ottocento. L’assalto al potere padronale fu sacrosanto allora; nel secondo dopoguerra divenne esercizio di privilegi e di omertà. Più tardi, di fronte al prorompere della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione, il sindacalismo si è dato al killeraggio delle imprese occidentali (che pure hanno le loro colpe).

Oggi il sinistrismo e il sindacalismo dell’Occidente propugnano solo cause perse. Fagocitati dal lifestyle consumista, i lavoratori non sono più disponibili per la Rivoluzione, che era la loro arma di deterrenza assoluta. Togliendo i mercati all’Occidente, con ciò stesso la globalizzazione cancella la ragion d’essere del sinistrismo e del sindacalismo. La storia non è finita, come almanaccava quel Fukuyama. E’ certamente finita la commedia della conflittualità rampante. Manifestare con fischietti e avvolti di rosso è sempre più cretino.

A questo punto scoppia l’autentica pandemia di casa nostra: sinistrismo parlamentare e sindacalismo escono di senno. Il 25 ottobre 2014 sono entrati in una guerra che non potranno non perdere. Era già meno folle l’intervento di Mussolini, il 10 giugno 1940.

Più i due ismi attaccheranno, più saranno sbaragliati. Uno sciopero generale moltiplicherà i voti di Renzi e lo divinizzerà come asfaltatore di confederazioni. A sinistra si interstardiranno a esigere ‘politiche per il lavoro’ le quali, richiedendo risorse, sono perfettamente inconcepibili. Nell’ordine capitalista i salari e i ‘diritti’ che si vogliono difendere presuppongono gli imprenditori; gli imprenditori presuppongono i mercati; i mercati sempre più vanno ai produttori nuovi, quelli che non pagano salari a noi.

Tutto ciò il sinistrismo e il sindacalismo lo sanno, perciò invocano gli investimenti pubblici che sono impensabili senza aggravare le tasse su tutti. “Non su tutti, solo sui ricchi” protesta la Camusso. Ma la patrimoniale grossa sui soli ricchi, pur santa,  implica l’uscita dal liberismo, dal Codice civile, dall’Europa, dalle ìstituzioni della repubblica a presidenza monarchica-atlantista-obbediente agli USA-fanatica di quello sfarzo ufficiale che costa più della manutenzione di scuole e torrenti.

Dunque gli investimenti pubblici che creino lavoro sono asini che volano. Che i Fassina e le Camusso credano di proporli – non a chiacchiere innocue come di norma, ma con le lotte dure, con lo sciopero generale, addirittura coll’occupazione delle fabbriche- è prova che a sinistra si è persa la ragione. L’occupazione delle fabbriche, poi, è una trovata neo-gramscista che sembra uscita dalla comicità al semolino di Erminio Macario.

Giorni fa il guru Massimo Cacciari ha rimproverato a Matteo Renzi d’avere annunciato un’epocale fine del posto fisso senza curarsi dello sgomento suscitato. Ma per chiudere la bocca a questo Renzi che si vuole thatcherizzato occorrerebbe saper fare la rivoluzione. La sanno fare Cacciari Camusso Fassina Landini? Se sì-ehm- diranno ai milioni di seguaci immaginari che dopo la rivoluzione non ci saranno né buste paga né conquiste né diritti: solo distribuzione di utili eventuali e magri (l’Asia sempre più produrrà per il pianeta intero)?

Diranno ai  loro guerrieri che, mancando la rivoluzione, la salvezza verrà solo da una Mitbestimmung assai meno dolce per i lavoratori di quella germanica?

Diranno che il benessere anni Ottanta è da dimenticare, la decrescita forte da accettare, le umili virtù e le scodelle di minestra di padri e nonni da riscoprire?

A.M.C.

10 IDEE SPERIMENTALI PER IL PARTITO DEMOCRATICO

Idee perché il Pd, partito meno pessimo degli altri, si dia un programma aggressivo ma condivisibile dai tanti che detestano le sinistre

Sono da rifiutare tutti i partiti di oggi. Quelli di domani avranno natura opposta: sodalizi di ideali invece che associazioni a rubare/usurpare. La democrazia diretta cancellerà la delega elettorale e le urne, selezionerà ‘random’ un corpo politico ristretto, qualificato e non di carriera -la nuova Polis- che a turni brevi, non rinnovabili, fornirà i decisori, li affiancherà e controllerà col computer in tempo quasi reale. I partiti saranno modesti incubatoi di ipotesi e seminari.

 

Nell’immediato, tuttavia, c’è un partito, il Pd, forse meno ripugnante degli altri. Per offrirsi almeno quale male minore deve assumere i contorni precisi che non ha. Un suo manifesto programmatico dovrebbe premettere: Vogliamo un’innovazione avanzata, vogliamo la demolizione di parte dell’esistente, ma non siamo sinistristi. Le sinistre hanno perso quasi tutte le battaglie, e le vittorie conseguite, cominciando da quelle sindacali, sono state di Pirro. Siamo la gente, quasi tutta la società, che aspira a pensare e ad agire affrancandosi in parte dal passato.

 

  1. Le leggi del mercato e della proprietà non sono eterne: vanno emendate. I diritti acquisiti non sono sacri bensì ridimensionabili. E’ imperativo cancellare gli eccessi di disuguaglianza. Il fisco dovrà arrivare ad avocare i redditi più alti, retribuzioni bonus liquidazioni e vitalizi compresi. Se individui o segmenti sociali minacceranno di abbandonare l’Italia, il loro esodo non sarà contrastato: però coloro che esporteranno i capitali e in altri modi saboteranno il nuovo corso dovranno lasciare fisicamente il territorio nazionale ed essere espropriati della metà dei beni (comunque intestati: il Codice civile va riformato). Le persone e le categorie renitenti saranno sostituite da giovani  volenterosi e meno esigenti. L’esodo dei veri e propri redditieri sarà incentivato, visto che di fatto contribuirà a ridurre le iniquità tra i cittadini.
  2. Se queste ed altre misure andranno contro il liberismo dell’Europa, è ipotizzabile l’uscita dall’Unione.
  3. Le conquiste delle lotte sindacali saranno attenuabili. I privilegi dei lavoratori iperprotetti saranno ridimensionati tanto quanto quelli dei proprietari di beni e dei titolari di diritti  acquisiti. I conflitti di lavoro, scoraggiati e quando occorra proibiti gli scioperi, saranno composti da organismi paritari di conciliazione obbligatoria. Le manifestazioni nei centri urbani saranno tendenzialmente vietate. I cortei violenti, le occupazioni di luoghi pubblici, strade, ferrovie, ecc. verranno repressi anche con mezzi più punitivi quali i ‘water cannons’.
  4. Le imprese che saranno accertate come non competitive dovranno chiudere. Ai senza lavoro sarà assicurato un sussidio commisurato, quale che sia il loro precedente livello retributivo, alle esigenze vitali minime delle famiglie dei ceti popolari.
  5. Il Partito democratico ripudia l’atlantismo e si impegna a ridurre dei tre quarti le spese belliche e quelle diplomatiche, di rappresentanza e prestigio, cominciando dal livello  più alto. In particolare saranno azzerati gli stanziamenti per ogni capacità offensiva delle Forze armate; queste ultime saranno dimensionate alle sole esigenze difensive, di polizia e ordine pubblico. L’uscita dall’Alleanza atlantica comporterà la fine delle nostre missioni militari all’estero, a parte i rari casi in cui la vicinanza geografica imponga limitati programmi umanitari.
  6. Per avviare la riforma generale dello Stato la Costituzione va sospesa, e così pure l’operatività della Corte costituzionale. Il Parlamento sarà ridotto ad una sola Camera di circa 200 membri, e nella stessa misura si abbasseranno le dimensioni, i costi e i compensi di tutti gli organismi elettivi. Cancellati i vitalizi. Il Consiglio dell’economia e del lavoro verrà abolito assieme ad alcune migliaia di enti inutili, province comprese. I Comuni andranno accorpati. Il personale superfluo non sarà assorbito da altre amministrazioni e riceverà il limitato sussidio di cui sopra. L’abbassamento del suo tenore di vita non costituirà un’emergenza collettiva; anche perchè colpirà tutti i dipendenti pubblici e quelli delle imprese senza mercato.
  7. Una patrimoniale severa e progressiva dimezzerà il debito pubblico. Solo i beni e le attività  caritatevoli beneficieranno di sgravi e di contributi. Nessun sostegno ai partiti e loro organizzazioni e media. L’afflusso dall’estero di lavoratori a basso costo e l’asilo politico saranno scoraggiati. L’accoglienza sarà sostituita da importanti iniziative di soccorso e sviluppo nei paesi d’origine, iniziative da attuare direttamente e sotto nostra protezione armata. I paesi i cui governi non accetteranno queste modalità non saranno aiutati.
  8. I disoccupati, prima di tutto giovani, vedranno ridotti i sussidi man mano che, per non più di tre volte, rifiuteranno i lavori loro proposti. La scuola nobiliterà coi suoi mezzi il lavoro manuale qualificato, anche per contrastare l’attrazione sui giovani delle carriere impiegatizie e delle libere professioni considerate prestigiose. Alcune di queste ultime dovranno essere scoraggiate da riforme strutturali e da modifiche normative: per esempio si ridurrà, assieme al familismo/nepotismo, il bisogno di avvocati, consulenti tributari, odontoiatri, addetti alla comunicazione, alla pubblicità, ecc. Ai notai saranno tolti privilegi, attribuendo parte delle loro funzioni ad altri pubblici ufficiali e abbassando le loro tariffe. Lo sport professionale, la moda, lo spettacolo, parte delle attività culturali e dei media, le produzioni  senza utilità sociale non riceveranno fondi pubblici. La Rai sarà privatizzata, il canone abolito. Il contribuente darà limitati sostegni alle sole attività di contenuto elevato e ai programmi specifici a favore dei disabili e degli svantaggiati.
  9. Lo Stato e la mano pubblica promuoveranno stili di vita e di consumo più semplici. Tutte le espressioni del lusso e del superfluo saranno colpite da prelievi supplementari, i cui ricavati copriranno il (misurato) sostegno ai larghi segmenti sociali che perderanno il reddito. La ‘Italian way of life’ sarà più consona alla tradizione, cancellati però i privilegi della ricchezza e ristrette  secondo bisogno le libertà del demo-capitalismo consumista e plutocratico.

10. I giovani, i disoccupati e le famiglie disposte a sperimentare modi di vita innovativi riceveranno incentivi se si associeranno in kibbuz, confraternite laiche o no, comunità e gilde, al fine di lavorare e vivere insieme: non solo per affermare modelli nuovi, egualitari e solidali, anche per abbassare i costi del sostentamento nella realtà dell’impoverimento diffuso e del rigetto del benessere consumistico.

L’assieme di queste proposte e di altre collegabili apparirà utopico. Ma se la maggioranza sociologica si farà coinvolgere dal concetto di un’innovazione avanzata in contesto semicollettivista e solidale, scevro di velleità antagonistiche e trasgressive, le apparenze utopistiche si depotenzieranno e un avvenire semi-socialista farà meno paura.

Antonio Massimo Calderazzi

Lo spettacolo deprimente dell’opposizione italiana

Al netto di quelli che lo votano, gli italiani di Berlusconi non ne possono più. Stanchi di andare all’estero ad essere derisi per un presidente puttaniere. Stanchi degli sproloqui suoi e dei suoi scherani pennivendoli. Stanchi del suo giovanilismo superomistico catto-cazzaro. Stanchi dei danni, più o meno gravi, inferti al Paese.

Ma ci sono alcuni di problemi che impediscono di sbarazzarsene. Uno è l’ostinazione con cui Berlusconi vince elezioni e sfide parlamentari. Un altro è il fatto che gli italiani che lo votano sono tanti, per lo più persone anziane e con un grado di istruzione medio o basso. E l’Italia straripa di vecchi e di ignoranti. Un altro ancora è il suo impero economico e mediatico.

Il problema più grave però è costituito da chi fa opposizione a Berlusconi, posto che qualcuno che faccia opposizione ci sia. Di Pietro urla e strepita, ma la sua stessa esistenza politica è legata alla sopravvivenza di Berlusconi, e al momento decisivo sono stati due suoi parlamentari a far sopravvivere il Governo. Vendola, per quanto si sforzi, è confinato nella ridotta della sinistra, che pare aver scritto nel proprio dna il destino di Cassandra, nella migliore delle ipotesi. Il Partito Democratico è una pasticca per il malditesta, maldipancia e maldiculo, tutto in un unico prodotto. Non solo è diviso al proprio interno tra amici del segretario, amici dell’ex segretario, amici di chi vorrebbe fare il segretario e di chi vorrebbe fare il candidato premier sì, ma il segretario no. E’ anche diviso all’interno delle sue stesse fazioni. Il caso fiat spacca la fazione del segretario e dei rottamatori, il testamento biologico spacca i modem, il Pd in definitiva spacca le palle al suo stesso elettorato. Il 25% di cui è accreditato pare essere composto, oltre dalle eterne truppe cammellate e da qualche anima pia che ancora ci crede, da elettori rassegnati, scontenti dell’estremismo (o dal passato, o dalle tendenze sessuali) di Vendola, o disgustati dal giustizialismo (o dall’ignoranza) di Di Pietro. Nel recinto dell’opposizione sono poi entrati da poco l’Udc di Casini, e da pochissimo il Fli di Fini. Contro Berlusconi è schierato praticamente l’intero arco parlamentare della Prima Repubblica, dal Msi al Pci. E dunque che fare?

A voler ascoltare il ronzio di sottofondo prodotto dall’opposizione, niente. La sola proposta astrattamente-potenzialmente vincente (sia chiaro, solo in sede elettorale) è quella del tutti contro uno, ma basta menzionarla per scatenare il tutti contro tutti. E allora niente.

Se è vero che questa Seconda Repubblica finirà con Berlusconi, non resta che augurarsi che finisca in modo drastico e fortemente autocritico. Speriamo poi che la Terza si fondi su presupposti completamente nuovi, magari un po’ più improntati alla responsabilità ed alla selezione di eletti ed elettori.

Tommaso Canetta

IL TAGLIO DEL GETTONE

Per capirci meglio.

Può anche capitare che qualcuno del PD faccia o dica la cosa giusta. L’evento si è verificato in una tarda serata di fine novembre a Como, nella sala consiliare di Palazzo Cernezzi, sede del comune. Protagonista un sinora oscuro consigliere del partito democratico, appunto, che naturalmente anche nel capoluogo lariano sta all’opposizione. In un’atmosfera che ci è stata descritta tesa, attenta e quanto meno rispettosamente silenziosa, quasi (fatte le debite proporzioni) come quella in cui Bettino Craxi pronunciò a Montecitorio la sua memorabile confessione-requisitoria, Bruno Saladino, questo il suo nome, ha sferrato un durissimo attacco contro la decisione della giunta comunale di ridurre del 25% il gettone di presenza dei rappresentanti della cittadinanza, che ammonta a 70 euro lordi.

Una decisione ridicolmente demagogica, egli ha tuonato, perché fa passare per membri della casta privilegiata persone che, come lui, percepiscono stipendi netti mensili di 350-400 euro, e perché la si spaccia per un esemplare taglio dei costi della politica “in un paese dove il ladrocinio impera…la politica offre esempi di ruberie e mangiatoie invereconde, dove alcuni parlamentari del passato incassano vitalizi persino reversibili dopo tre giorni di legislatura, dove i rimborsi elettorali ai partiti corrispondono a cifre enormi che i partiti non sanno quasi come spendere”. Chi ha preso tale decisione soffre di “sindrome da straccioni”, ha stranamente concluso, non avvedendosi, si direbbe, che una simile accusa potrebbe essere rivolta piuttosto a lui.

In realtà il prode Saladino ha ragione da vendere su tutta la linea. I costi che si tagliano in questo caso sono infinitesimali, irrisori e sostanzialmente irrilevanti anche a confronto di riduzioni (finora solo ventilate) molto più modeste delle retribuzioni dei nostri deputati, senatori, parlamentari europei e consiglieri regionali, notoriamente fra le più alte al mondo e spesso rese ancor meno giustificate da sistematici assenteismi. D’altra parte, né Saladino né altri come lui (che pure ce ne saranno) dovrebbero eventualmente vergognarsi di risentire quel taglio come un sacrificio del tutto inutile qualora svolgessero decentemente le loro funzioni essendo privi di altri proventi più o meno lauti.

Benjamin Constant, pioniere del liberalismo ottocentesco, ammoniva nel 1815 a non offrire alcuno stipendio ai rappresentanti del popolo perché retribuirli non significa “interessarli ad esercitare con scrupolo le loro funzioni ma solo a conservare queste funzioni”; riteneva accettabile solo una modica indennità. Perfino lui, se fosse vivo, solidarizzerebbe probabilmente con Saladino e si domanderebbe semmai, come facciamo noi, se la frugalità sfoggiata dai promotori del taglio comasco non nasconda per caso il proposito di continuare imperterriti, ad esempio, a svuotare le casse comunali assegnando ricche commesse, consulenze, appalti e permessi a parenti, amici e amici degli amici e dei parenti.

Sta comunque di fatto che, dopo avere ascoltato senza fiatare la filippica del dissenziente, la grande maggioranza dei consiglieri, capeggiata dagli uomini della Lega Nord e della residua sinistra di classe, ha tranquillamente approvato la proposta della giunta. Trionfa dunque, stavolta in provincia, il vizio di abbindolare gli elettori a spese del buonsenso, mentre nella capitale gli eletti, più candidi, si tengono bene stretto il caffè della buvette a prezzo di favore.

Nemesio Morlacchi

IL TAGLIO DEL GETTONE

Può anche capitare che qualcuno del PD faccia o dica la cosa giusta. L’evento si è verificato nella tarda serata del 30 novembre a Como, nella sala consiliare di Palazzo Cernezzi, sede del comune. Protagonista un sinora oscuro consigliere del partito democratico, appunto, che naturalmente anche nel capoluogo lariano sta all’opposizione. In un’atmosfera che ci è stata descritta tesa, attenta e quanto meno rispettosamente silenziosa, quasi (fatte le debite proporzioni) come quella in cui Bettino Craxi pronunciò a Montecitorio la sua memorabile confessione-requisitoria, Bruno Saladino, questo il suo nome, ha sferrato un durissimo attacco contro la decisione della giunta comunale di ridurre del 25% il gettone di presenza dei rappresentanti della cittadinanza, che ammonta a 70 euro lordi.

Una decisione ridicolmente demagogica, egli ha tuonato, perché fa passare per membri della casta privilegiata persone che, come lui, percepiscono stipendi netti mensili di 350-400 euro, e perché la si spaccia per un esemplare taglio dei costi della politica “in un paese dove il ladrocinio impera…la politica offre esempi di ruberie e mangiatoie invereconde, dove alcuni parlamentari del passato incassano vitalizi persino reversibili dopo tre giorni di legislatura, dove i rimborsi elettorali ai partiti corrispondono a cifre enormi che i partiti non sanno quasi come spendere”. Chi ha preso tale decisione soffre di “sindrome da straccioni”, ha stranamente concluso, non avvedendosi, si direbbe, che una simile accusa potrebbe essere rivolta piuttosto a lui.

In realtà il prode Saladino ha ragione da vendere su tutta la linea. I costi che si tagliano in questo caso sono infinitesimali, irrisori e sostanzialmente irrilevanti anche a confronto di riduzioni (finora solo ventilate) molto più modeste delle retribuzioni dei nostri deputati, senatori, parlamentari europei e consiglieri regionali, notoriamente fra le più alte al mondo e spesso rese ancor meno giustificate da sistematici assenteismi. D’altra parte, né Saladino né altri come lui (che pure ce ne saranno) dovrebbero eventualmente vergognarsi di risentire quel taglio come un sacrificio del tutto inutile qualora svolgessero decentemente le loro funzioni essendo privi di altri proventi più o meno lauti.

Benjamin Constant, pioniere del liberalismo ottocentesco, ammoniva nel 1815 a non offrire alcuno stipendio ai rappresentanti del popolo perché retribuirli non significa “interessarli ad esercitare con scrupolo le loro funzioni ma solo a conservare queste funzioni”; riteneva accettabile solo una modica indennità. Perfino lui, se fosse vivo, solidarizzerebbe probabilmente con Saladino e si domanderebbe semmai, come facciamo noi, se la frugalità sfoggiata dai promotori del taglio comasco non nasconda per caso il proposito di continuare imperterriti, ad esempio, a svuotare le casse comunali assegnando ricche commesse, consulenze, appalti e permessi a parenti, amici e amici degli amici e dei parenti.

Sta comunque di fatto che, dopo avere ascoltato senza fiatare la filippica del dissenziente, la grande maggioranza dei consiglieri, capeggiata dagli uomini della Lega Nord e della residua sinistra di classe, ha tranquillamente approvato la proposta della giunta. Trionfa dunque, stavolta in provincia, il vizio di abbindolare gli elettori a spese del buonsenso, mentre nella capitale gli eletti, più candidi, si tengono bene stretto il caffè della buvette a prezzo di favore.

Licio Serafini

IL PD NON HA IDEE: ECCONE 7

(manca, per ora, quella decisiva)

Quasi tutti, compreso chi scrive, sognerebbero i partiti falcidiati, umiliati, costretti a rubare meno, declassati a retrobotteghe. Soprattutto li vorrebbero ridotti in miseria: non più un soldo di finanziamento pubblico, visto che quest’ultimo non tiene lontano il denaro privato e le tangenti. Tuttavia si può ammettere: il Pd è meno stomachevole che il Pdl. Purtroppo non ha idee nuove, e perde le elezioni.

Ecco alcuni programmi che il Pd dovrebbe mettere in un suo Manifesto per la rigenerazione e la vittoria. Premessa: niente parole stanche su popolo, democrazia, Resistenza, diritti, conquiste.

1) L’Italia scelga la neutralità, dunque esca dalla Nato e dalla dipendenza dagli Stati Uniti, tagli tre quarti del bilancio della Difesa, cancelli le commesse militari in corso, venda le armi e gli equipaggiamenti a spiccato carattere offensivo, si ritiri dall’Afghanistan e da altre missioni. Questo implica capovolgere non solo la linea Berlusconi, anche quella Prodi D’Alema Parisi, cui dobbiamo buona parte degli scellerati impegni attuali.

2) Si dimezzi il bilancio della Farnesina, cominciando dal cassare il carattere diplomatico dei rapporti coi paesi dell’Unione europea, e dall’abbattere le esigenze mondane di quelle rappresentanze all’estero che non siano eliminabili subito.

3) Tagli draconiani ai piani alti della pubblica amministrazione. Chiusura e vendita dei palazzi di prestigio, Quirinale e sue dipendenze compresi. Il capo dello Stato e le altre istituzioni si acconcino a sedi modeste, nel nome della virtù e semplicità repubblicane. Corazzieri, palafrenieri, lacché in livrea: via tutto. Si tolgano gli alloggi di corte, i privilegi e i trattamenti speciali. Si modifichino le normative, e persino il Codice Civile, perchè si possano tagliare o abolire i ‘diritti acquisiti’.

4) Le Province perdano le funzioni meno plausibili, costino un decimo rispetto ad oggi, divengano le sedi di un esperimento iper-innovativo: il graduale passaggio alla democrazia diretta (elettronica) selettiva. Per cominciare, in ciascun consiglio provinciale metà o tre quarti dei membri elettivi siano sostituiti da volontari sorteggiati -per turni di pochi mesi- all’interno di piccoli segmenti qualificati (per meriti civici oggettivabili) della cittadinanza, segmenti anch’essi sorteggiati dal computer.

5) Parlamento di una sola Camera, per un po’ ancora elettiva, di un centinaio di membri. Trasformazione del Senato in organo consultivo specializzato, composto per metà di persone sorteggiate tra i consiglieri pro tempore, non elettivi, dei consigli provinciali. Bonifica delle Regioni, oggi gestite in modi sempre meno morali. Abolizione di molti enti inutili.

6) Tassa progressiva sui patrimoni, aggravi su tutti i consumi di lusso. Certezza di un reddito minimo alle famiglie dei senza lavoro.

7) Fine della solidarietà automatica con i conflitti sindacali ( la maggioranza del paese non condivide la difesa dei ‘diritti’ alla Pomigliano) e coi movimenti di frangia: omosessuali, devianti, clandestini, antagonisti. Si perderebbero certi consensi, se ne guadagnerebbero assai più. Il Partito Democratico non è protestatario, ma ‘di tutti’. Il blocco sociale da guadagnare è tutto alla sua destra. Il sinistrismo uccise -per limitarci alla sola Europa- i partiti comunisti tedesco, inglese, spagnolo, greco e francese (quest’ultimo all’avvento della Quarta Repubblica appariva trionfante). Uccise anche il socialismo massimalista italiano. Del Pc nostrano è sopravvissuto solo il migliorismo, antitesi del classismo stralunato.

Probabilmente il berlusconismo con o senza Berlusconi avrà la fortuna immensa che quasi nulla di tutto ciò sarà condiviso dai vertici del Pd, specie se non vorranno abbattere il professionismo dei politici di carriera; e se ‘il ricambio’ e ‘il nuovo’ saranno rappresentati da bizzarrie quali il vendolismo, variante ormonale e ‘poetica’ del sinistrismo. La pensata di mettere un diverso al posto di Bersani (un po’ abitudinario ma rispettabile) sarebbe persino peggio che aggrapparsi al plutocrate-playboy di Maranello.

Jone