NON HA SENSO RIMPIANGERE GLI ANNI CINQUANTA

E’ educativo rileggere due anni dopo il pezzo “I lavoratori usa e getta nel tempo del declino” di Luciano Gallino, celebrato sociologo di osservanza progressista; pezzo interamente volto a denunciare “i dirigenti confindustriali i quali riescono a dire che l’Italia è un paese in cui è difficilissimo fare impresa”. Per Gallino “più che una dichiarazione di insipienza è, da parte dei manager, un’offesa alla memoria dei loro predecessori, quelli che in meno di vent’anni fecero di un paese semidistrutto dalla guerra, che ancora nel ’51 aveva più del 40% di occupati in agricoltura, un grande paese industriale. Quegli imprenditori inventarono la Vespa e la Lambretta, fabbricarono milioni di auto utilitarie e di elettrodomestici, mentre i dirigenti pubblici quintuplicavano la produzione di acciaio, costruivano flotte di magnifiche navi e si imponevano nel mondo tra le grandi sorelle del petrolio. Tutti insieme crearono milioni di posti di lavoro stabile e decentemente retribuito. Si chiamavano, nel settore privato, Piaggio e Bassetti, Necchi e Olivetti, Pirelli e Valletta. Avevano di fronte dirigenti pubblici ed economisti come Sinigaglia, Mattei, Saraceno, Glisenti. Una generazione di grandi imprenditori e dirigenti che non sembra aver lasciato nessun discendente”.

Gallino ammette che c’è la crisi. “Tuttavia la produzione di auto e di elettrodomestici, di navi e di abbigliamento di fascia alta, non è cessata nel mondo, è cessata in Italia. Non sembra essere arrivato nulla di realmente nuovo. Le medie e le grandi aziende spendono una miseria in ricerca e sviluppo. Gli impianti sono tra i più vecchi d’Europa. Le fabbriche qua e là ci sono ancora, ma fabbricano in prevalenza disoccupati e male occupati (…) Ma piuttosto che piangere sulle supposte difficoltà di fare impresa in Italia, bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori di vaglia sono diventati così pochi, i capitali si dirigono preferibilmente verso impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici”.

Questo tipo di analisi falso-ingenua autorizza a pensare che tra le concause del nostro declino figuri quella che potremmo chiamare l’insipienza dei sociologi di parte quali Gallino. Noi abbiamo poca simpatia per gli uomini d’impresa. Oggi l’imperativo non è di tentare di ripristinare l’impossibile, cioè le condizioni degli anni Cinquanta, bensì quello di svezzarci dalla crescita e dal benessere consumistico. E’ di convertirci alla vita semplice, senza il superfluo, col pane assicurato a tutti (a spese dei ricchi) invece che coi divari disgustosi che conosciamo.

In ogni caso, che studioso è un sociologo il quale lamenta non siano più i tempi della Vespa e della Lambretta, delle prime utilitarie e dei primi elettrodomestici, della quintuplicazione dell’acciaio, e così via? Se non sono più quei tempi è perché

è cambiato il mondo. Oggi la Cina, le Tigri asiatiche e un certo numero d’altri paesi che erano abitati quasi solo da contadini, boscaioli, manovali e pescatori, sono già in grado di produrre quasi tutti i manufatti importanti che il pianeta richiede, con una qualità crescente e prezzi spesso decrescenti. In più i nuovi produttori lontani operano in genere liberi da sindacati, partiti e parlamenti che avrebbero strozzato la rivoluzione industriale dell’Asia e che da noi hanno portato alla situazione attuale. Nelle parole di Gallino, essa è in Italia “quattro milioni di disoccupati, quattro milioni di precari che stanno invecchiando, migliaia di piccole imprese che chiudono ogni mese, milioni di vite ferite, compromesse, assediate da un futuro di disperazione”. E’ l’altra faccia del capitalismo di cui Gallino ha nostalgia, con tutta l’osservanza progressista.

Senza un ripensamento rivoluzionario, niente potrà fermare sulla distanza il declino dell’economia industriale d’Occidente, coll’eccezione temporanea di comparti futili o dannosi come la moda, il lusso, gli sport, l’entertainment, gli armamenti. Concause di questo declino sono gli eccessi della tassazione, della conflittualità, dello stesso benessere diffuso che esige retribuzioni e aspettative crescenti. Col tempo le aspettative scemeranno, ma non coll’immediatezza che i nuovi tempi esigerebbero. Dunque il nostro indebolimento competitivo non potrà che accentuarsi. Le ripresine che spunteranno qua e là incrementeranno l’automazione più che l’occupazione. Si accentueranno i mali per cui Gallino si straccia le vesti e rimpiange il miracolo economico che non verrà.

Il paragrafo conclusivo dello scritto del sociologo è anche il più indeterminato, quindi il meno utile: “Bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori e i dirigenti pubblici di vaglia sono diventati così pochi, i capitali preferiscono gli impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici. Se non si cercherà di fare qualcosa lungo questa strada, la pratica dei lavoratori utilizzati come usa e getta continuerà a diffondersi”. Il professor Gallino non ha chiarito: “fare qualcosa” che vuol dire e a chi spetta. Un tempo a fare qualcosa era la mano pubblica, e lo faceva a debito. Oggi, se anche volessimo -e non vogliamo- dilatare ulteriormente il nostro debito, avremmo l’obbligo assoluto di astenerci. Le industrie inventate dallo Stato portano male perché sono false.

Meglio la decrescita, col rancio garantito a tutti a spese del lusso, della moda e degli sport: sono fissazioni nazionali, ingannevoli perché in qualsiasi momento gli asiatici si butteranno sui business frivoli nei quali ci crediamo imbattibili. Si dimostreranno più in gamba di noi, per di più liberi dagli impacci della sociologia.

A.M.C.

I RICCHI PIANGERANNO, MA SPENDING REVIEW ANCHE PER CIPPUTI

Se a uno, due, tre successori di Mario Monti seguisse, con poteri pieni pienissimi, Licurgo leggendario legislatore spartano; o Tommaso Moro il progettista di Utopia; oppure San Benedetto da Norcia fondatore di quasi tutti gli ordini monastici della storia; oppure infine Ho Chi-Minh trionfatore sui francesi: quante ne farebbe più di Bersani uno qualsiasi dei sullodati! Per cominciare, con apposite spoliazioni  e avocazioni abolirebbe i molto ricchi (e raddoppierebbe il prelievo fiscale su quanti deplorassero l’invidia sociale). Annichilirebbe i consumi d’alta gamma, partendo dalla moda eccellenza italiastra. Però farebbe la spending review anche sui bilanci e gli stili di vita della classe operaia. Avrebbe grasso da tagliare anche sotto la sacra soglia dei 1200€, raggiunta grazie alla combinazione tra lotte dei lavoratori con fischietti, mantelline rosse e tamburi di latta, e astute concessioni dell’economia di mercato.

Una volta decimate le varie articolazioni dell’agiatezza da media in su, il Diadoco dei diadochi di Monti non si farebbe scrupoli: colpirebbe i costumi di spreco di quel proletariato industriale che negli States si considera -chissà perché- middle class; da noi no, un po’ per questo o quel complesso e più ancora per un senso critico più sviluppato. Riflettete, peraltro: al metalmeccanico, né disoccupato né esodato, che gli manca -se in famiglia c’è un secondo reddito, rispetto all’impiegato di fascia bassa? Quasi niente gli manca: più o meno lo stesso trilocale col mutuo, la stessa figlia studiosa all’università sotto casa per una laurea triennale, gli stessi 8 giorni mezza pensione low cost a Marbella, gli stessi elettrodomestici  quasi sempre esagerati di pollici, di litri e di altri parametri sostitutivi di quelli del passato. Il Giustiziere del futuro non indulgerà sui microlussi cretini. Non perché il metalmeccanico meriti meno del competitor impiegatizio: merita spesso un po più.

Il quarto successore di Monti non si accanirà nella spending review per sadismo, né per amore di santa povertà. Questo paese entrerà in frangenti amari: declino complessivo, montare della disoccupazione, popolazione che invecchia e vuole terapie sempre più costose. L’Italia si chiamava la Grande Proletaria; forse lo ritornerà, passata la lunga sbornia da Pil, che ci aveva catapultati verso l’alto della classifica. Più la gente si alfabetizza e più si impongono opere di razionalizzazione e  giustizia: dall’espropriare i redditi degli alti mandarini, e non solo dei politici, a costruire carceri  e ostelli per i senza dimora, a cento altre misure che esigono ripartizione dei sacrifici. Licurgo, Tommaso Moro, San Benedetto, Ho Chi-Minh, nessuno di loro riuscirà a colpire solo i ricchi. Avrà bisogno di prendersela anche con Cipputi. E dove dovrà tagliare Cipputi, sotto la benevola minaccia di Equitalia, quando tot milioni di famiglie dovranno farcela con €700 al mese, congratulandosi eccome di averli conquistati i 700, in cambio di zero lavoro?

Cominciando dalle cose minime, Cipputi dovrà rinunciare all’abbonamento allo stadio, alle sigarette (suo nonno fumava mozziconi), all’abbigliamento high speed quando fa il ciclocampione della domenica, alle spese venatorie, al televisore grande come un mobile, a decine di altre spese insulse. Cipputi si faccia raccontare come campavano padre e nonno, i quali risparmiavano sul biglietto del tram e credevano che Marbella fosse un asteroide. I lunghi passi indietro toccheranno ai soci del Golf molto più che a lui; però toccheranno. L’auto individuale costa troppo, ed è inverecondo anche il mini-autoparco di casa, quando ogni figlia commessa e ogni figlio precario ha bisogno della 4ruote, è più comoda per andare in palestra o all’ happy hour. La finanza pubblica diventerà spietata quando dovrà mantenere sempre più disoccupati di lungo corso. Piangeranno soprattutto i proprietari di barche, ma per la legge dei numeri i Cipputi non rideranno.

Infine il lusso d’ultima generazione, che fa sbigottire i nonni: la casa col mutuo. Nè Cipputi né i suoi giovanotti al primo impiego saranno più in grado di ragionare “il mutuo mi costa come l’affitto”. Mutuo e affitto non sono la stessa  cosa, lo si sapeva bene un tempo.  Neanche il lavoratore di concetto si consentirà la casa individuale come quando le vacche erano grasse. Il “co-housing” sarà strada obbligata per molti. Alla fine del 2012 si calcolano 900 mila mutui in sofferenza: ecco un primo grosso contingente di obbligati al co-housing. I trilocali e servizi con posto macchina e/o cantinetta, specie se da finire di pagare, andranno venduti. Nel co-housing, cooperativo o no, gli alloggi individuali avranno meno della metà dei metri quadrati tradizionali; altri spazi e funzioni saranno in comune e saranno poco onerosi. Per i senzalavoro stabili sarà una scelta obbligata: i traguardi del benessere si faranno umili.

Ma non sarà espiazione dura. Il co-housing e la decimazione delle auto saranno un vivere civile, e in più ci libereranno da angosce antiche e moderne. Il pane sarà assicurato a tutti perché la collettività solidale metterà in comune non tutte le risorse, ma parecchie.

l’Ussita 

FATTA DALLA CURIA, LA RI-EVANGELIZZAZIONE DELL’OCCIDENTE ABORTIRA’

A fine giugno 2010 la Santa Sede fece un gran parlare di una “novità decisiva del papato Ratzinger”: l’istituzione del pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione dell’Occidente, evangelizzazione definita ‘una sfida da raccogliere come nei primi tempi della Chiesa’. Forte rilievo anche sul capo di questo ulteriore organismo di Curia, l’arcivescovo Rino Fisichella, rettore dell’università Lateranense, presidente della pontificia Accademia della vita, ed anche Cappellano della Camera dei Deputati.

Superiamo, con tutto lo sforzo di cui siamo capaci, la ripugnanza per quest’ultima credenziale, Cappellano della Camera. Passi se tale ‘dignità’ appartiene alla famiglia delle antiche cariche di palazzo come ciambellano, siniscalco (tagliava le carni per il re), cerimoniere, et cet. Se invece il cappellano di Montecitorio fosse davvero supposto di dirigere le anime di Montecitorio, chi non riderebbe?

I parlamentari sono il segmento più immorale di ogni società. Sono i peggiori. Non è sicuro abbiano una vera e propria anima. Se sì, la venderanno/sono in trattative per venderla a Mefistofele, più probabilmente alle lobbies che pagano in voti o in bonifici esteri. Quanti si saranno fatti ispirare dal Cappellano? E se quest’ultimo non è un umile cappuccino ma un alto prelato di curia, uno -è stato detto- “che conosce la politica”, come non essere certi che Egli non può che aver fatto il sensale di influenze e il plenipotenziario d’affari tra i Sacri Palazzi e i Proci usurpatori?

Ma persino un cappellano dei Proci -uno che secondo le cronache ha guidato un pellegrinaggio a Mosca e a San Pietroburgo di deputati e senatori, intensa occasione di ascesi per anime assetate di trascendenza- persino un cappellano che conosce la politica può pensare pensieri giusti. Leggiamoli. Appena designato Nuovo Evangelizzatore d’Occidente, mons. Fisichella si disse seguace di Dostoevskij: “Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità di Gesù Cristo?”.

Quando Benedetto XVI parlò di ‘eclissi del senso di Dio’, chiesero a Fisichella, che può fare la Chiesa? Risposta: ”Tornare all’essenziale. Mettere al centro l’annuncio di Gesù (…) Se la Chiesa dimentica il suo scopo, la sua natura, se dimentica di annunciare la salvezza e dare speranza all’uomo d’oggi, allora è inevitabile che divenga uno dei tanti gruppi presenti nella società. Ma noi non siamo questo. Fin dai primi tempi la Chiesa si è distinta da qualsiasi altra comunità perché celebrava l’Eucarestia, annunciava la parola di Dio,  testimoniava la verità. E l’annuncio del Vangelo al mondo contemporaneo richiede testimoni credibili”. Ancora: “Tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo. La Chiesa vive di purificazione e rinnovamento. Dobbiamo riflettere e trovare gli strumenti, i linguaggi e le forme perché l’annuncio di Gesù possa ancora suscitare la fede dell’uomo contemporaneo. Il Papa lo ha detto chiaro: ‘la nostra cultura si è formata grazie al quaerere Deum, alla ricerca di Dio’. Penso al documento più bello e innovativo del Concilio Vaticano II, la Dei Verbum, lo sforzo di riproporre la rivelazione”.

Anni fa un saggista cattolico francese, Bernard Lacomte, ha potuto intitolare un libro su Benedetto XVI “L’ultimo papa europeo”. Il senso della provocazione è di annunciare non tanto il passaggio della tiara ad altri continenti, annuncio non molto dirompente, bensì la fine di due millenni di continuità, il passaggio a tempi nuovi. Per questi tempi nuovi le intuizioni strategiche di Fisichella sono, nelle sue parole, ‘mettere al centro l’annuncio di Gesù’, ‘annunciare la salvezza’, ‘celebrare l’Eucarestia’, ‘testimoniare la carità’, ‘tenere lo sguardo fisso su Gesù’, ‘riproporre la rivelazione’.

Io che scrivo sono un cattolico praticante, rivoltoso sì ma posseduto in pieno dallo spasimo di quaerere Deum. Come posso non concludere, dal programma Fisichella, che per ri-cristianizzare l’Occidente si pensa a semplici aggiornamenti di una comunicazione che dura da 20 secoli, dunque ad un affinamento di natura mediatica?

Il dramma del cristianesimo è che, passato il tempo eroico delle origini, la Chiesa istituzionale ha condotto un’interminabile operazione comunicativa, quasi sempre contraddetta dall’agire concreto. Parole nobili, azioni quasi tutte indegne. Le enunciazioni affinate da Fisichella sono le stesse dei tempi foschi di Marozia, delle Investiture, delle simonie, delle turpitudini rinascimentali, della vendita delle indulgenze, del nepotismo sfrontato, delle guerre papali di conquista, di ogni altro crimine di una storia tremenda.

Se la dicotomia è stata tra parole e opere, sono le opere da riformare non le parole. Da sole

le parole non bastano più. Aggiornarle è un’operazione cosmetica. Tenere  lo sguardo fisso su Gesù è una non-proposta. La Chiesa ha bisogno di fatti, cioè anche di uomini, opposti a quelli di sempre. Ha bisogno di svolte, di amputazioni aspre: in primis di eleggere un papa rivoluzionario, giovanissimo e non cresciuto nella Curia, oppure anche vecchio ma dal cuore ardente, capace di ripudiare quasi tutto del retaggio.

La Chiesa ha bisogno di chiudere il Vaticano, sentina di tanti mali, e di abbandonare Roma. Di destinare ai poveri del mondo quasi intero l’immenso valore di tutto ciò che è vendibile: pacchetti azionari, palazzi, arredi, opere d’arte, tenendo solo il poco che occorre a una Chiesa tornata povera. Le sontuose basiliche-simbolo-dell’errore, come San Pietro, andrebbero trasformate in poli turistici a pagamento, gestiti direttamente dalle suore del Cottolengo o dai portantini dei lebbrosari africani. Anche i consessi di vertice -collegio dei cardinali, sinodi, concìli, grandi diocesi-andrebbero fatti umili, poveri e giovani.

Solo le opere, le cose da toccare, renderanno credibili le parole dell’evangelizzazione. Gli slogan, i teoremi, i sillogismi degli uomini della continuità, no. Le trovate dei teologi comunicatori, mobilitatori di movimenti, riempitori di piazze e di stadi  potranno suscitare titoli di giornale e talk shows. Ma saranno acqua versata sulla sabbia dell’ateismo.

l’Ussita