Cambiare non basta, passare agli abbattimenti

I nostri governanti attuali dovrebbero assai presto passare dal “cambiamento” a qualcosa di vicino all’insurrezione (contro la continuità del Settantatreennio): sia che l’Europa e i ‘mercati’ condannino la gestione economica populista, sia che la lascino passare. Se la bocceranno, se ci infliggeranno una condanna seria, se ci negheranno soccorsi, se rischieremo il dissanguamento per debiti, i nostri governanti non potranno che passare alla finanza straordinaria: a un’economia di guerra.

Occorreranno tagli draconiani alla spesa, quali non abbiamo mai concepito. Occorrerà dimezzare bilanci semi-superflui quali la politica estera, la difesa, il prestigio delle istituzioni. Bisognerà chiudere e vendere i palazzi dello sfarzo, cominciando dal Quirinale e da quelle centinaia di sedi ufficiali che sorsero quando il paese era sì popolato da tubercolotici e da pellagrosi, ma figurava più opimo di quasi tutti gli altri. Bisognerà aggredire con cattiveria non solo gli sprechi, le malversazioni e i furti, anche le larghezze a fin di bene quali sanità e previdenze senza risparmi.

Bisognerà dimenticare i codici romani e i diritti acquisiti, in modo da cancellare gli agi e le abitudini suntuarie degli abbienti e le conquiste consumistiche degli incapienti.  Le vacanze egiziane degli intonachisti non saranno più sacrosante di quelle dei notai e di quelle delle vedove degli ammiragli. Si è sdoganata la categoria, in passato maledetta, del populismo: occorrerà sdoganare quella del giustizialismo. Dovremo fare a meno di confortevoli consuetudini quali le garanzie della società liberale. La stessa democrazia del Settantatreennio – declinata alla plutocratica – risulterà meno irrinunciabile che un tempo. Era proprio democratico Atatürk? Detestava le caserme Charles De Gaulle?

Non reggeranno i dubbi caposaldi della way of life occidentale, quali gli stili di vita e i perenni doni del miracolo economico postbellico. Dimenticheremo la douceur de vivre. Faremo a meno a molti diritti e conquiste. Dovremo risparmiare sui biglietti del tram, sulle partite allo stadio, su centinaia di hobbies, su non pochi ‘emoluments of life‘ che credevamo acquisiti. Fare tutto ciò esigerà sacrifici, abnegazione, arretramenti del tenore di vita. Persino la pausa pranzo delle grandi masse sarà più corta.

Per imporre tutto ciò occorrerrà disciplina quale l’avevamo dimenticata. Per affrontare molte prove da Grecia sotto la troika sarà saggio lasciar perdere le buone maniere.

Ma se al contrario Bruxelles  e i mercati ci grazieranno ancora una volta, se ci permetteranno di ingrossare il debito invece di ridurlo, non sarà questa e non altra l’occasione da non mancare assolutamente, affinchè qualcosa resti delle ubbie del 4 marzo? Se la finanza resterà allegra, vorrà dire che era stata giusta la temerarietà, giusto tirare la corda. Ciò che era vietato a danesi e a belgi, risulterà lecito a noi baciati dai raggi dello Stellone d’Italia. Perchè non profittarne per vivere meno alla giornata, per correre meno rischi?

Si può metterla diversamente. Se scamperemo al fortunale, i timonieri che hanno soppiantato -speriamo durevolmente- la peggiore classe politica d’Occidente non dovrebbero affatto rinunciare a qualche vasta bonifica, a qualche ambiziosa opera di giustizia: finchè dura l’esasperazione del popolo verso le repubbliche 1945-2018. Sarebbe benefico per tutti un arretramento del consumismo/edonismo. Sarebbe benefico per tutti se i tetti delle scuole, le pendici delle montagne e i viadotti sui burroni non crollassero, e questo grazie alla cancellazione di certi oneri assurdi. Dovremmo rinunciare oggi stesso a scimmiottare gli apparati militari, diplomatici e della vanagloria di Stati o più ricchi o più stupidi di noi.

Insomma una parentesi di sanità mentale. Una concentrazione sugli obiettivi giusti, dopo quasi tre quarti di secolo nei quali hanno imperversato pagliacci, falsi progressisti e sindacalisti chiudi-fabbriche. Anche se le sciagure non ci tramortissero sarebbe giusto quanto meno raddrizzare le priorità principali: meno moda, meno sport, meno ambasciate e cacciabombardieri, meno ricevimenti

al Quirinale, meno buffonate e malazioni pregresse.

A.M. Calderazzi

Le gramaglie del Pensiero Unico

Nessuno sa per certo se davvero nasce la Terza Repubblica. Se sì, va detto che essa si libererà quasi da sola dall’occupazione usurpatrice, cominciata nel 1945-48. E sarà brava, come bravi furono gli jugoslavi di Tito: seppero cacciare in proprio l’occupante tedesco-italiano, laddove l’intero Maquis europeo non seppe mai prevalere sulla Wehrmacht (prevalsero i quadrimotori che si adunavano a stormi mostruosi per devastare Reich e dipendenze).

Nessuno sa per certo. E’ però un fatto lo spleen, lo sgomento, la sommessa mestizia dell’Occupatore dello Stivale, cioè del Regime nato tra il 1945 e il ’48. Fu un anno bifronte il 1948, dalle nostre parti. Per un verso nacque la sublime Costituzione che farà delirare di ammirazione il pensatore guitto Roberto Benigni. Per un altro verso il ’48 vide il 18 aprile, primo dei grandi rovesci del comunismo planetario. Si vedrà se il 4 marzo di quest’anno ha veramente segnato la disfatta definitiva dei poteri che hanno imperversato settantatré anni. Si prenda a caso una delle grandi firme di ‘Repubblica’. Finora agivano da piccoli Goebbels della comunicazione di regime. Il 4 marzo li ha talmente contristati che le loro analisi e riflessioni d’oggi suonano altrettanto malinconiche quanto i pensieri dell’imperatore Giuliano quando concepiva il proposito di farsi l’Apostata, quando sentì di dovere restituire l’Impero romano e il suo ecumene agli antichi Dei.  Per Flavio Claudio Giuliano, sovrano intellettuale e spirito sensibile (figlio di quel Giulio Costanzo che era stato assassinato da uno zio), l’avvento del credo cristiano era stato il più grave dei traumi. Era certo che il venerato Olimpo fosse stato espugnato da forze demoniache, anzi animalesche. Trasferito adolescente dalla Cappadocia a Costantinopoli, poi a Nicomedia, Giuliano ebbe maestri che rafforzarono le sue certezze etiche e gli facilitarono di onorare in segreto gli Dei beati. Divenuto imperatore nell’anno 350, rilanciò con veemenza i valori e i riti dell’ellenismo. Perseguitò i cristiani, ma senza ferocia, da uomo giusto che era.

Forse facciamo troppo onore ai piccoli Goebbels di ‘Repubblica’, accostandoli a Giuliano l’Apostata, che fu uomo di principii, fin troppo coerente coi suoi ideali. Meriterebbe ben altra reputazione, non foss’altro che per l’altezza dei suoi scritti morali e filosofici, per le vittorie che conseguì sui Persiani e per la sua prodezza di combattente: morì in battaglia, trafitto da un giavellotto. Ma tant’è: dal 4 marzo le geremiadi dei giornalisti in orbace rossastro rappresentano in pieno lo sgomento dei personaggi del regime che abbiamo subito dal 1945-48.

Il duro settario in capo Ezio Mauro, un Mario Appelius reincarnato, lo abbiamo sentito quasi singhiozzare che si è aperta (parole nostre) un’età di ferro, un’era di nequizie, un vituperio senza attenuanti, uno strazio inconsolabile: e questo perché sono stati stracciati i valori e i modelli della sua parte. In più il Partito del quale Carlo De Benedetti, suo datore di lavoro, prese la tessera numero Uno, è stato non solo dilaniato dalle jene delle urne, ma anche ristretto alla sua vera natura di consorteria di notabili e di percettori di vitalizi e tangenti. Peggio, il partito della Nostalgia è stato condannato a un ruolo metternichiano di ultrà della conservazione e del parlamentarismo, di sabotatore di ogni novità.

E questo è il meno per Appelius. Il più è che il Pensiero Unico a trazione giacobina-radical chic-buonista è improvvisamente uscito di moda: è addirittura fuori corso, come una ‘lira vecchissima’, come un marco di Weimar prima del lavoro di Hjalmar Schacht. L’Appelius rossastro ha ragione: il Pensiero Unico sta perdendo corso, è vicino a tramontare. Si avvia a diventare ‘di nicchia’, a vigere solo nelle conventicole democratiche, nei festival letterari, tra le sdraio di Capalbio, nei retrobottega dei librai sessantottini. Si geme: Il Pensiero Unico morirà a soli 73 anni? La vita si è allungata solo per i pensionati Inps e non per una grande conquista della Repubblica nata dalla Resistenza?

Risposta: sì. D’ora in poi sarà osabile l’inosabile. Si potrà anche scriverlo. Nelle bibliografie come nella vita dovrete fare posto a chi, dovendo scegliere tra mali, preferisce piuttosto gli epigoni di Umberto Bossi e i fotomodelli di Casaleggio a voi azzimati orbaci che avete infierito dal 1945.

E’ logico e giusto, è secondo natura, che vi devasti dentro il rimpianto della “douceur de vivre” prima del 1789. Lo sappiamo, era bella prima del 4 marzo la Potsdam dei re di Prussia, era bella la Racconigi dei sovrani di Sardegna. Erano belli i saloni e gli arazzi del Quirinale dei pontefici anticristiani e dei presidenti ex-comunisti. Era bello per Parigi possedere il Tonkino e la Cocincina prima di Dien Bien Fu. Era bello quando le auto erano poche, solo le nostre. Era bello quando alla attraente partigiana Nilde Jotti era bastato far perdere la testa a Palmiro Togliatti per essere eletta arcideputata a vita (una dozzina di legislature: allora). Era trattata da Altezza Reale e le si intestavano fondazioni e strade. Era bello quando si inneggiava all’amore tra pederasti. Quando le lotte e le vittorie in fabbrica non preludevano alla chiusura delle stesse.

Nostalgici del Settantatreennio; legittimisti; lettori in chiave marxiana di de Bonald e di de Maistre; seguaci di Clemens von Metternich e di Clemente Solaro della Margarita, fatevene una ragione: il Pensiero Unico chiude. C’è un mondo che muore ed è il vostro, il mondo dell’usurpazione. Finirà persino la tracotanza degli intellettuali democratici. Le parole d’ordine e gli imperativi della vostra Belle Epoque vanno ad esaurimento. Arrivano giorni aurorali per i vostri avversari. Ad essi spetta giubilare alla Ulrico di Hutten, il Cavaliere della Riforma luterana che fece risorgere il Cristianesimo dai sarcofagi del papismo rinascimentale:

“O tempora, o mores, juvat vivere!”

Antonio Massimo Calderazzi

De Gaulle insegnò: le Costituzioni scritte dai partiti si stracciano

Giorni fa il Corriere della Sera (Gerardo Villanacci) ragionava: “In questi lunghi anni di crisi, culturale prima ancora che economica, la politica si è arresa sì al mercato, ma soprattutto allo strapotere dei partiti”. Tuttavia, sostiene il Villanacci, questo momento di grande difficoltà può essere un punto di ripartenza della politica (…) Non si esclude che “in una prospettiva futura possa esservi democrazia a prescindere dai partiti”. L’Autore non prova nemmeno a sostenere che la democrazia sia essenziale al superamento delle attuali crisi di sistema. E’ possibile, diciamo noi, che essa democrazia sia addirittura nociva. La Cina trionfatrice e le nazioni neo-industriali si curano della democrazia?

Matteo Renzi sembrò vagheggiare in segreto di emulare a suo modo il de Gaulle del 1958: e non si può dire fosse solo un velleitario. Il suo successo iniziale non era stato cosa da poco. Persino Mario Monti si era trovato a disporre in un frangente grave delle possibilità che avevano fatto trionfare de Gaulle. L’abbattimento della Quarta repubblica fu l’unico successo pieno del Generale: la vittoria del 1944 sull’occupatore germanico non spetta né a lui, né al Maquis, bensì ai marescialli di Eisenhower).

A Matteo Renzi, come a Mario Monti, mancò la fede in sé stesso. Non capì che la sua missione grossa avrebbe dovuto essere di liberare lo Stivale dai Proci, non solo di rottamare i più marpioni. Gli mancò l’audacia di cancellare la Quatrième italiana, la repubblica più oligarchica e più tangentocratica del mondo occidentale.  Nel ’58 de Gaulle vinse perché osò abbattere le istituzioni del parlamentarismo. Il Generale capì ciò che Monti e Renzi non intuirono: che le malerepubbliche si possono/devono sovvertire, per il bene della nazione. La condizione ha da essere il prescindere dalla legalità, dalle Carte e dalle Corti, tutte controllate in esclusiva dai politici professionali.

Forse Monti e Renzi potrebbero ancora tentare, magari insieme. E forse sovvertire la nostra Quatrième risulterà sorprendentemente facile: come facile fu nel 1923 il sorgere della bonaria Dictadura spagnola di Miguel Primo de Rivera. Il plauso del popolo, in primis gli operai e i contadini, durò almeno un quinquennio, nel quale l’economia spagnola intraprese il cammino che la porterà ai successi di 95 anni dopo.

Da noi quasi nessuno si spinge a proporre di capovolgere la nostra storia contemporanea. Eppure tutto sarà meglio che oggi, se un uomo superiore agli altri rimuoverà lo scadente nostro meccanismo di democrazia rappresentativa. Intanto lo Stivale non cresce da un quarto di secolo: non è sicuro ma è probabile che mortificando i partiti e i politicanti, il veicolo Italia avanzi meglio. Andò così in Francia sessant’anni fa: stracciata la Costituzione del 1946, assegnati i pieni poteri a un uomo, la Francia riprese lena. Senza le sacrosante demolizioni del Generale, la Quatrième si sarebbe rassegnata a finire come noi. Noi siamo peggio della Quatriéme. Essa è passata alla storia come un’epoca di instabilità politica e di conflitti sociali.

Non abbiamo un de Gaulle, naturalmente. Ebbene, proviamo a darcelo. Non criminalizziamo, bensì sosteniamo chi riesca ad imporsi sulla consorteria dei politicastri.

Nel momento che la Quarta nacque, de Gaulle profetizzò: “Non sarà nemmeno un governo d’assemblea, ma da birreria”. Si rivelò subito una dittatura dei partiti. I partiti, che Pétain aveva soppresso, apparivano l’essenza stessa della libertà e dell’antifascismo. Chi su questo avanzava riserve era immediatamente bollato ‘cesarista’ e ‘bonapartista’. Ma andò esattamente come aveva previsto il Generale: “Quando si scatenerà la burrasca verranno a rifugiarsi sotto la mia ala. Potrò dettare le mie condizioni”.

Tra il 1947 e il 1951 il partito comunista di Maurice Thorez, con 814 mila iscritti e cinque milioni di elettori, è la prima forza politica e soprattutto esercita una specie di monopolio dell’intelligenza francese. L’economia va molto forte ma ai francesi non basta: la Quarta è detestata come il regime dell’instabilità, dell’impotenza, dell’inettitudine a gestire l’immenso capitale accumulato dalla Francia nel suo impero coloniale, secondo solo a quello britannico.

Tra il 1950 e il 1956 la Quatrième ebbe 12 governi. Vogliamo elencarli tutti, a disdoro della classe politica insediata dalla Costituzione  del 1946: G. Bidault, R. Pleven, H. Queuille, R. Pleven, A. Marie, E. Faure, A. Pinay, R. Mayer, J. Laniel, P. Mendès-France, E. Faure, G. Mollet. Nel 1953 l’elezione del presidente della Repubblica richiese 13 scrutini.

Quando il 3 giugno 1958 de Gaulle entra a palazzo Matignon, chiamato dal capo dello Stato René Coty in quanto “il più illustre dei francesi”, i partiti capitolano. Ricevuti in tutta legalità i pieni poteri, de Gulle stende la Costituzione della Quinta repubblica, al cui centro è la fine dell’egemonia dei partiti e l’esautorazione del Parlamento. Tutti i partiti si oppongono, in testa quello che era stato il possente PCF, ma il referendum del 28 ottobre 1962 approva col 62% dei voti.

Il Generale dimostrerà di essere non il solito dittatore, bensì il grande riformatore che occorreva alla Francia -e all’Italia di sessant’anni dopo- dimettendosi nel 1969, il giorno stesso che conobbe il risultato del referendum del 27 aprile. I partiti ebbero la loro vendetta, ma la Quinta Repubblica resta iper-presidenziale.

Anche l’Italia dovrà liberarsi delle istituzioni imposte dai partiti: dovrà liberarsi dalla democrazia rappresentativa. L’Italia non soffre dei duri problemi coloniali della Francia -l’Algeria!- e non dispone del personaggio della croce di Lorena. In compenso i politici italiani sono ‘N’ volte più corrotti e più corruttibili di quelli francesi del 1958. Il suo retaggio storico – dalle guerre civili di Roma al potere temporale dei Papi e all’asservimento a tutti gli stranieri – è tra i più inquietanti. Un giorno un uomo di tempra dovrà abbattere questa repubblica.

E’ quasi certo che non occorreranno i carri armati: gli italiani gioiranno. Si aprirà la conversione a quella delle varie formule di democrazia semi-diretta che prometterà di bloccare il ritorno dei Proci  usurpatori.

Antonio Massimo Calderazzi

RIFLESSIONI SULL’ARTE DI GOVERNARE

Governare – un Paese (uno Stato), un paese (una città o un borgo), oppure una famiglia – è una funzione che non può – né deve – diventare un mestiere. La funzione di governo della cosa pubblica può essere esercitata da chiunque abbia quei requisiti di onestà e probità che contraddistingue l’azione prudente del buon padre di famiglia in ogni circostanza. Il possesso di questi requisiti non può essere stabilito con un esame (neppure quello dei cittadini che periodicamente votino a suffragio universale), né garantito dall’appartenenza a un partito o ad una associazione, o dall’adesione a una fede religiosa o laica che sia.

Gli studi fatti e le attività o i mestieri esercitati, purché leciti, non hanno grande importanza per essere qualificati a tale funzione, poiché per governare occorre soprattutto buon senso, modestia, capacità di ascoltare i problemi degli altri e prendersene cura, in una parola occorre umanità. Sarebbe meglio chiamarla bontà, dato che caratteristica soltanto umana è quella di generare sofferenze ingiustificate da infliggere ad altri, e le persone buone tendono a non vederne la necessità, come del resto fanno gli animali grazie alla naturale saggezza dei loro comportamenti, dettati da ciò che erroneamente chiamiamo istinto mentre sono in buona parte frutto delle condizioni nelle quali l’animale ha vissuto; proprio come accade per gli esseri umani.

La capacità di parlare in pubblico dovrebbe essere guardata con sospetto, dato che ci attendiamo che chi ci governa non sia un piazzista che ci propone di comprare la sua merce, come quasi ovunque invece accade. Dovrebbe invece essere un cittadino indicato dal caso, onorato di essere stato scelto dalla sorte per servire la comunità alla quale appartiene e nella quale vive. Il suo mandato non dovrebbe accompagnarsi a un trattamento economico di particolare privilegio, né prevedere in seguito, al termine del mandato, emolumenti o privilegi di alcun tipo. Chi governa dovrebbe essere soltanto desideroso di fare bene ed essere di ciò orgoglioso, non tanto per meritare la gratitudine dei suoi simili, quanto per essere soddisfatto di sé per il lavoro utilmente svolto.

Sembra utopia, ma in realtà si tratta semplicemente di una prassi da instaurare, differente da quella in uso oggi nei Paesi democratici. Se la prassi dominante si fonda sulla menzogna e sulla sostanziale disonestà delle enunciazioni e dei comportamenti, non sarà facile mutare le cose, anzi sarà pressoché impossibile. Qualsiasi decisione e misura venga intrapresa non potrà cambiare la situazione. Chi sta in alto nella gerarchia ha bisogno del sostegno di coloro che ne hanno fatto la loro creatura e questi potenti (nell’ombra o allo scoperto) non sono disposti a rinunciare ai loro privilegi per mettere in pratica ciò che è stato deciso dagli ingenui cittadini che si sono recati alle urne nell’illusione di eleggere persone degne di governarli, ma che troveranno invece dei politicanti che hanno ben altri obiettivi.

Occorre osservare che, come si è detto, l’azione di governo non può essere esercitata come un mestiere, né come una vocazione. A differenza del mestiere, che presuppone la capacità di essere esercitato dopo un ragionevole periodo di studio e di tirocinio, e della vocazione per la quale nutriamo uno speciale trasporto (purché non animato dal desiderio di schiacciare gli altri per raggiungere i propri fini esclusivi), governare è per sua natura alla portata di chiunque. Si tratta di una funzione e come tale non è diversa dalla capacità di gestire, con gli altri membri, una famiglia.

Dar vita a una famiglia – il nucleo, il ganglio sociale di base della società, per definizione il più importante che vi sia – non richiede doti particolari, possedute da alcuni esseri umani soltanto. Non occorre superare un esame o fare un concorso. Eppure con questo gesto, con l’azione di formare una famiglia, sia essa allietata o afflitta dalla prole, contribuiamo alla natura che la società, della quale condividiamo il destino, andrà assumendo. Il modo di vivere in una famiglia, di governarla per la massima soddisfazione dei suoi componenti (o per l’egoismo di uno solo), può variare moltissimo ed essere influenzato non soltanto dalla probità o dalla disonestà dei suoi componenti, ma anche da circostanze fortuite di carattere negativo o positivo che per la loro natura non possono essere previste.

L’incertezza è e resta l’elemento dominante. Per questa ragione la famiglia non può fare veri programmi, costruire piani da seguire rigidamente per conseguire gli obiettivi che si propone. Potrà programmare di raggiungere una certa meta (comprarsi l’abitazione) o conseguire un certo risultato (far diplomare o laureare un figlio), ma questi obiettivi, sia pure programmati e perseguiti con tenacia, riguarderanno sempre un campo d’azione molto limitato e anch’esso ricco di incertezze nonostante la fermezza dei propositi e la perseveranza nell’agire. Non occorre dire di più perché l’esperienza di vita parla a ciascuno in modo diverso nel particolare, ma identico sul piano generale.

Perché dunque governare una collettività locale o nazionale o internazionale dovrebbe avere caratteri diversi? Così come non esiste il mestiere di capofamiglia (non sempre il marito, talvolta la moglie o un figlio), il rappresentante della collettività dovrebbe essere sorteggiato, non eletto. L’elezione – questo ormai lo sappiamo da tempo – non può che favorire i peggiori membri della società, quelli che si mettono in mostra perché desiderano il potere politico e che per ottenerlo e farlo durare sono pronti a realizzare la volontà di chi ha facilitato la loro elezione o rielezione.

Il sorteggio, la durata dell’incarico per un numero limitato di anni, gli emolumenti adeguati ma contenuti, gli scarsi vantaggi aggiuntivi, l’impossibilità di avere una “pensione” o un “vitalizio” sarebbero tutti elementi tali da rendere il ruolo di parlamentare o di membro del governo poco allettante per chi miri ai privilegi o al denaro. In compenso il sorteggiato o la sorteggiata che non rifiutasse l’incarico avrebbe l’onore e la responsabilità di poter fare qualche cosa di utile per la comunità alla quale appartiene.

Le etichette costituite dai partiti non hanno più ragion d’essere in un contesto dove i progetti sociali non esistono più (“cos’è la destra cos’è la sinistra”, cantava Giorgio Gaber) o sono divenute finzioni, e dove il confronto è tra chi ha una sua moralità, e chi invece non ne ha alcuna ma si batte soltanto per soddisfare i propri egoismi ed è, senza alcun freno, homo homini lupus.

Attraverso i media – sembrerebbe più adeguato alla realtà che rappresentano chiamarli mezzi di disinformazione di massa – il “teatro” della politica assume una rilevanza che travalica i fatti concreti che dovrebbero essere legati all’azione di governo, limitandosi a sempre ottimistiche dichiarazioni di intenti. Il tempo necessario per una incisiva azione di governo si riduce enormemente, dato che prevale la narrazione degli eventi, meglio se fatta da chi ha la lingua sciolta e il piglio del venditore, non importa se di fumo.

A ben riflettere si potrà ricordare che i programmi di governo non hanno mai avuto un senso concreto, prova ne sia che sono sempre stati disattesi, come è logico attendersi dato che il governo deve affrontare i problemi giorno per giorno, man mano che questi si presentano, e trovare una soluzione avendo chiaro sempre l’obiettivo della propria azione: operare a beneficio della collettività governata, presente e futura.

Malgrado le grandi speranze riposte nella democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale, ai ceti parassitari dominanti in ragione della posizione nella gerarchia sociale e del censo, si sono sostituiti individui di ogni estrazione sociale accomunati dal desiderio di esercitare il potere politico con ogni mezzo al fine di avvantaggiarsene personalmente. Grazie a questi nuovi, ma non meno avidi parassiti, il regime democratico è stato snaturato, svuotato della sua essenza, ed è divenuto una maschera dietro la quale interessi privati di ogni tipo prevalgono sostanzialmente su quelli pubblici, e vengono create situazioni di privilegio la cui vera natura si nasconde dietro all’omertà dei privilegiati, qualunque possa essere il partito o la fazione di appartenenza.

L’amico Enrico Fucini di Marta (Viterbo) si rivolge ai governanti con poche fulminanti parole (“Il libero arbitrio in comodato d’uso lo avete trasformato in libero abuso”) nella scia di ciò che Vittorio Alfieri scriveva nel suo imperituro lavoro “Della tirannide”:

Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Gianni Fodella

PROPONIAMO CIO’ CHE SI FECE CONTRO IL FASCISMO: AVOCAZIONE DEI PROFITTI DI REGIME DAL 1945

Il D.L. Lgt. 27 luglio 1944, n.159, stabilì l’avocazione allo Stato -poi inquadrata nell’assetto  tributario del D.L.Lgt. 26 marzo 1946, n.134- degli extraprofitti derivati “dalla partecipazione o adesione al regime fascista”. Considerata quale imposta straordinaria, colpiva tutti coloro che durante il fascismo avevano coperto certe cariche e svolto determinate attività previste dalla legge; genericamente, quanti avevano conseguito arricchimenti  dall’appartenenza al fascismo. Erano dunque “profitti di regime” gli incrementi nei patrimoni e negli stili di vita delle persone sopra indicate, a partire dal 28 ottobre 1922, o dall’assunzione delle cariche.

Giusto. Bene così. Però la stessa cosa andrà fatta quando Dio vorrà, per giustizia storica come per le esigenze dell’Erario, sui vasti profitti realizzati a partire dal 25 aprile 1945. Cioè sugli incrementi di ricchezza ottenuti, legalmente, da partiti, organizzazioni, persone -dai capi di stato agli attivisti di sezione- che hanno ricoperto cariche o svolto attività politiche o favorite dalla politica, nei decenni del regime demo-clepto-partitocratico.  Molti dei profittatori di regime sono morti, dunque l’avocazione dovrà colpire i loro eredi e gli eredi degli eredi, sempre che si riesca a identificarli e che siano solvibili. Queste ultime difficoltà si porranno meno per i partiti e le altre entità favorite dal regime.

Colpire i profitti della partitocrazia implicherà l’accertamento non di reati (questo è ambito della magistratura) bensì, in parallelo alle finalità dei decreti legge succitati, la semplice “partecipazione o adesione ai partiti” del sistema sorto a partire dal 25 aprile 1945. Nel concreto, un’imposta straordinaria a carico di quanti, persone o entità, hanno tratto benefici “legali” dalla politica.

Data la difficoltà di individuare e quantificare i profitti del partitismo consociato alla plutocrazia, andranno induttivamente configurate un certo numero di personaggi e categorie di profittatori: parlamentari, altri eletti e nominati, manager di imprese pubbliche, intermediari, procacciatori, fornitori di beni e servizi alla politica. A ciascuna categoria o figura si applicheranno imponibili e aliquote probabilmente forfettarie.

Andranno colpiti stipendi, pensioni, vitalizi, dividendi, incrementi patrimoniali superiori a determinate soglie, per esempio all’equivalente di mezzo milione di euro. Mezzo milione è quanto finora hanno percepito ogni anno numerosi gerarchi del Regime (tra gli altri i molti presidenti della Corte costituzionale) con vitalizi commisurati. Poichè in Italia il trattamento dei partiti, dei sindacati, della stampa di regime, degli eletti, degli alti burocrati civili e militari, dei boiardi, dei faccendieri, dei consulenti introdotti in politica è di regola molto più generoso che all’estero, andrà  considerata profitto di regime l’intera parte alta dei redditi. Convenzionalmente tale parte potrà essere quella al di sopra delle retribuzioni occidentali relative a funzioni analoghe: appartenenza ad assemblee e ad organismi, esercizio di cariche esecutive o gestionali, consulenze, eccetera.

Non dovranno applicarsi le regole e le procedure della giustizia ordinaria, semmai quelle degli accertamenti fiscali e delle valutazioni sommarie. Andranno ridotte al minimo le esigenze di garanzia, gli obblighi del contraddittorio e simili. Il ruolo di avvocati, commercialisti e periti dovrà risultare ridotto al minimo.

L’avocazione allo Stato dei profitti del regime fascista non sembrava, di fatto, prevedere l’istituto della prescrizione. Lo stesso dovrà farsi per i profitti del regime seguito al fascismo, ossia della gestione pubblica più corrotta e dissipatrice della storia contemporanea. Negli uffici delle Camere ci sono sottomandarini che guadagnano, legalmente, oltre il doppio del Presidente degli USA.

Trattandosi di una settantina d’anni i profittatori di regime, non considerando i pesci piccoli, saranno centinaia di migliaia. Ma lo Stato sa cavarsela con le decine di milioni.

Antonio Massimo Calderazzi

IL TERRORE DEL 1793 E QUELLO INCRUENTO CHE COMPETEREBBE A MATTEO RENZI

Dove vi siete nascosti, perché siete ammutoliti, voi che credevate nella risanabilità del Sistema? Voi che avevate orrore dei giustizialismi, che confidavate nei passi graduali, nella terapia delle urne,  nell’indottrinamento civico, nella mobilitazione dei progressisti, nei girotondi, nei festival del libro, nei ritiri per studiare il pensiero di Rodotà? Ora che avete le prove assolute che la Repubblica nata dagli eroismi assassini della Resistenza, e salvata dalla saggezza del Colle succursale di Capitol Hill, è il porcile dell’Occidente?

Dopo le retate di Venezia, Milano-Expo, Genova et cet., dopo lo scoperchiamento di tutte le fogne,  le Regioni, le Asl, i grandi e piccoli appalti, ogni altro bubbone e pustola della democrazia capitalista; dopo la recidivazione delle parate militari, con Frecce tricolori; dopo il rifiuto da impeachment di mitigare lo sfarzo di più di un Quirinale; dopo gli ammutinamenti disgustosi alla Rai al Senato al Cnel; dopo le miriadi di vitalizi delinquenziali e di casse integrazione a decenni; dopo i raddoppi del vassallaggio a Obama; dopo le conferme che il malaffare repubblicano si aggrava: continuate a nutrire fiducia, o arrossite? Gaetano Salvemini, che chiamava  malavita il giolittismo, che direbbe della Geenna per la cui perpetuazione Napolitano, stalinista pentito cioè ribollito, vuole più spese militari?

Sapete per certo che il fattore Renzi, straordinario come potrebbe ancora risultare, quasi nulla potrà contro i mali più antichi di un contesto unethical come il nostro. Dovesse come Eracle riuscire in tutte le fatiche e attuare tutti i piani, il miglioramento sarebbe esiguo: visto che le sue imprese dovrebbe compierle nel quadro della legalità, Costituzione, prassi consolidate, altari della patria, feste 2 giugno, corazzieri, corti supreme, autorità di garanzia,  codici, burocrazie, sindacati, conquiste del buonismo. E d’altronde, se Renzi fallirà,  nessun altro personaggio della repubblica di Benigni e Galan farà il poco che con Renzi è verosimile.

Da tutto ciò che deriva? Che per le novità dirompenti occorre, appunto, la rottura. La frantumazione della legalità. Non solo di quella costituzionale, formale, anche di quella materiale che fa la vita di tutti i giorni. Un tempo si diceva ‘verrà la Rivoluzione’. Oggi la rivoluzione è un filamento di lampadina bruciata. Meglio parlare di demolizione controllata, di fatto tellurico da scala Mercalli bassa.

La legalità codificata nel 1948 dai giuristi del CLN protegge il Grande Reato. Va azzerato l’assetto per intero, vanno stracciate la Carta e l’Alleanza atlantica, cancellati i diritti acquisiti (cominciando da quello di proprietà), immolati o umiliati i partiti, i sindacati, le lobbies, le corporazioni. Vanno decimati da vivi i burocrati, i generali, i boiardi. Queste cose non le permetterà la legalità dell’Europa dei catasti immobiliari e delle banche; forse bisognerà uscirne, accettando le inevitabili perdite di Pil, assuefacendoci a tornare alle ristrettezze d’anteguerra.

In assenza della Grande Guida, chi persuaderà il popolo ad esigere le cose grosse? Qui avete ragione voi che idolatrate la rappresentanza elettorale, voi che detestate la prospettiva -sicura- che presto o tardi la civiltà politica delle urne morirà, sorgerà la democrazia diretta selettiva. Avete ragione in questo: se l’antropologia è come è da millenni, noi il popolo siamo solo un po’ migliori degli oligarchi ladri. Il fatto è, peraltro, che noi il popolo siamo sessanta milioni, dunque non riusciamo singolarmente a fare il male degli oligarchi. L’imperativo dell’ora, l’emergenza, è di azzerare gli oligarchi, i Proci banchettatori, non di raddrizzare le gambe dei cani, non di cambiare gli stivalioti. Per questo ci vorranno i secoli.

Nell’immediato va abolita la professione politica, chiudendo le  urne.  E va decimata la burocrazia: un dirigente e un funzionario su dieci estratti a sorte, destituiti e confiscati dei beni, prima dei rinvii a giudizio: perché gli altri nove capiscano. I colpiti che i processi potranno dichiarare innocenti riceveranno indennizzi, ma non grande cosa. Una fase di incruento Terrore è indispensabile. Quello del 1793-94 ghigliottinò 42 mila francesi, compresi  i suoi inventori Danton, Hébert, Saint-Just, i fratelli de Robespierre. Il Terrore che spetterebbe a Renzi manderebbe ai campi di lavoro e spoglierebbe di tutto 42 mila italiani, uno più uno meno, tra eletti del popolo sovrano, faccendieri, imprenditori tangentisti, sindacalisti intransigenti, eccetera. In più, un mezzo milione di pesci piccoli perderebbero appartamenti, redditi plurimi, sistemazioni tipo Rai per i figli.

Se Matteo Renzi, intimidito dal Primo Presidente della Casta e dalle fatwe di Zagrebelski, non agirà alla grande (ma, avendo moglie e figli, non faccia come quel maggiordomo del principe di Condé, che si  uccise per il rimorso di non aver servito al suo signore il piatto preferito. Piuttosto vada anch’egli a Capalbio  a studiare il pensiero di Rodotà). Se Renzi, dicevamo, non agirà, chi opererà il Grande Sconquasso, il Redde Rationem annunciato dal Vangelo (Matteo XII, Luca XVI), dall’Epistola ai Romani e dagli Atti degli Apostoli?

L’insurrezione spontanea di popolo no, al massimo premierà i Proci di altre fazioni- le urne sono fatte così. Invece funzionerà un 25 Aprile 1974 portoghese, un Putsch di ufficiali giustizialisti/nasseriani-alla-1952. Non vi piace? Allora fate voi progressisti diplomati a Weimar. Anzi a Madrid, quando rantolava la repubblica del ‘No Pasaran!’

A.M.C.

I TRIUMVIRI DEL LEGITTIMISMO E LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI

E’ più in crisi l’economia o la politica nella Repubblica delle tangenti? Risposta, la seconda. L’economia troverà modo di acconciarsi. La politica no, se non verrà un fatto tellurico di grado alto. Tra un certo numero di mesi torneranno le elezioni e i soliti ceffi. Per impressionanti che siano i segni dello scontento, la stagione venatoria dei partiti si riaprirà, le doppiette dei cleptocrati faranno strage, persino un clamoroso successo della protesta -Cinque Stelle e il resto- sarà frustrato senza un colpo di stato che sospenda le istituzioni e la Carta. Mario Monti avrebbe potuto farsi bonificatore, avendo quasi i numeri di Charles De Gaulle nel 1958. Il generale vinse perché era il più illustre dei francesi e perché aveva un progetto eversore della Quarta (esecrabile) Repubblica.

Mario Monti nel novembre 2012 appariva il più illustre degli italiani, ma non aveva il progetto eversore contro una repubblica peggiore della Quatrième. Monti si contentava di metter fine alla  pochade berlusconiana. Riacquistare il rispetto dei partner europei era essenziale ma non sufficiente. I primi  sette mesi del montismo hanno mostrato che Mario Monti intende razionalizzare, non amputare come necessario. Simbolo e metafora del non-impegno di Mario Monti per entrare nella storia fu, il 2 giugno dei terremoti e della Parata, Mario Monti che per inerzia batteva mani annoiate nella tribuna di Napolitano. Tutto, anche le codse stupide, fuorché liquidare il peggiore regime d’Occidente.

Per ora vince il legittimismo. Vince la Santa Alleanza di Metternich, di Clemente Solaro della Margarita e dell’uomo del Colle. Il quale ultimo è l’antica ordinanza dei similbolscevichi Togliatti e  Longo, diventata incarnazione della continuità patriottica e liberal-liberista. La reggia pontificia e sabauda difende la classe politica allorquando gli italiani non sopportano più i politici.

Sappiamo chi oggi incarna Solaro della Margarita, nel nome del principe Metternich. Ma se ci sono legittimisti di osservanza carlista invece che asburgica, chi hanno come Sire se non D’Alema? Da sempre il machiavelli velista non perde occasione per martellare sull’insostituibilità dei partiti e sull’intoccabilità del professionismo politico (è anche la predicazione del Colle). All’occorrenza D’Alema si farebbe don Carlos Maria Isidro di Borbone: rifiutò un ruolo eccelso alla corte della nipote Isabella, regina a Madrid per l’arbitrio del di lei padre Ferdinando VII, ed aprì  tre guerre ‘carliste’ che dilaniarono la Spagna, pur di non rinunciare al principio della legittimità dinastica.

Preparatevi a vedere il don Carlos da Gallipoli salire con nobile fermezza gli scalini del patibolo, piuttosto che permettere alcun pregiudizio ai diritti della Casta nata dalla Resistenza. Però, se invece di difendere la coerenza con una morte gloriosa don Carlos D’Alema rafforzasse il suo carisma, guai a Matteo Renzi e alle migliaia di sventati che vorrebbero rottamare i settantenni; guai a Beppe Grillo; guai ai milioni di illusi che vagheggiano di demolire il Palazzo tarlato e bieco.

Il Misoneismo ha un terzo ferro di lancia: Giovanni Sartori. La più abominevole delle novità è per lui la democrazia diretta, che schernisce come “direttismo” e che peraltro riconosce come soluzione unica per quando la delega elettorale finirà. L’irascibile professore ha un tale orrore della modernità che invia i suoi  editoriali al quotidiano “Potere Forte”, di via Solferino, dalla cripta dei Cappuccini a Palermo. Lì ha prenotato uno spazio perché, grazie a Dio, le salme indossano abiti secondo la moda del Congresso di Vienna (moda che ama anche in quanto Vienna vanta una Kapuzinergruft gemella). Nella cripta palermitana vorrà congenialmente risiedere per sempre, tra coetanei di due secoli fa. Dalla cripta leverà muto ed intenso il rimprovero ai tanti che bestemmiano all’indirizzo del parlamento.

Dietro i triumviri del legittimismo procedono in processione alcune centinaia di giornalisti e di politologi, più alcuni milioni – decrescenti, però- di idolatri delle urne e  fanatici della Costituzione. Però i triumviri non si fidino troppo dell’esercito misoneista. I giornalisti e i politologi cambieranno prontamente padrone quando il vento girerà. Più ancora si adegueranno i feticisti delle urne, quando saranno una buona volta chiuse.

Porfirio

NON RESTA CHE IL TRIBUNALE DELL’AJA

La Giustizia ha vinto una battaglia quando il Tribunale dell’Aja ha condannato duramente i tre generali serbi – Galic, Milosevic,Perisic- che assediarono Serajevo per tre anni e mezzo -morirono 11541 persone, di cui 1500 bambini. Le pene sono state, nell’ordine, l’ergastolo, 29 anni, 27 anni. Ignoriamo a che punto è il processo a Radovan Karadzic, ex-presidente della Republika Srpska, anch’egli imputato.

Ebbene, non sorgerà un manipolo di avvocati d’assalto, anche di studenti di legge animosi, capaci di tradurre davanti alla Corte penale internazionale tutti i caporioni della politica italiana? Tutti, cominciando dalla Trimurti malandrina che ricatta Mario Monti perché non tagli di un ette il finanziamento illegale dei partiti, perché accetti le malefatte della Casta, perché non tenti di fare il suo dovere: liberarci non solo dei trasgressori diretti, ma anche dei loro protettori nelle Alte Poltrone.

Chiedere giustizia alla magistratura italiana è inutile. Si considera istituzione e strumento del Regime, dunque persegue questo o quel peculato, questa o quella concussione, ma per essa l’oppressione, la corruttela spirituale, le omissioni non sono penalmente rilevanti. Per quasi tutti gli italiani i politici sono il peggio; per la Costituzione e per i codici no.

Ci informano (per imbellettare i costi della politica) che per arrivare alla Casa Bianca Barack Obama si indebitò per 760 milioni di dollari. Una spesa così sarebbe stata meno vituperevole se fosse servita a guadagnare voti mediante un intervento pubblico gradito al paese. Invece 760 milioni hanno pagato solo i costi della propaganda, cioè dell’impostura. Come negare che in queste condizioni la democrazia è in realtà plutocrazia? Un sistema, quello americano, che si concede un travisamento così grave -si fa chiamare ‘government by the People’ quando è governo del Denaro- è però organizzato in modi singolari che spesso, non sempre, attenuano l’arbitrio dell’oligarchia. Un modo lo trovarono per incarcerare un po’ Al Capone. Il nostro Al Capone collettivo, il nostro Mubarak collettivo la fa franca sempre. Il sistema brevettato nel 1945 non è risanabile, salvo non intervengano fattori straordinari affini a quelli che consegnarono il potere alle consorterie antifasciste. Per ora, la legalità appartiene alla Casta. I partiti non si riformeranno, né permetteranno a Mario Monti di riformare.

Perché allora la giustizia internazionale non dovrebbe sentenziare sui reati che si consumano in Italia? Perché i boia della Srpska sì, i grassatori dello Stivale no? Senza dubbio, i genocidi e le stragi meritano pene più dure di quelle spettanti ai ladri ed ai mariuoli. Ma qualche anno per i nostri Proci nei campi di lavoro coatto sarebbe un trionfo della morale e di alcuni altri ideali.

A.M.C.

CON I BARBARI ALLE PORTE SOSPENDERE LE ISTITUZIONI

La ripresa, chi ci crede? Non Corrado Passera, ministro ‘della ripresa’ appunto, che in questo governo dovrebbe essere l’uomo forte, ben più decisivo della Semiriformatrice del lavoro. Il paese tirerà avanti anche senza ripresa. Però Monti non potrà sottrarsi a imperativi aspri: il primo, pagare un assegno di sussistenza a vari milioni di persone in più: probabilmente 6 milioni. Aumenteranno i disoccupati, gli esodati, i giovani non più parcheggiabili agli studi. L’emergenza sociale si aggraverà, assai più dura dell’antiquata questione art.18. Si imporranno provvedimenti da stato di guerra.

Sarà obbligatorio dimezzare la spesa attuale, per creare spesa nuova. Le misure dovranno essere straordinarie, incompatibili con gli ordinamenti, con la continuità, con le prassi, con questo o quel diritto -proprietà e assetti tradizionali compresi. La tassazione degli alti redditi e dei grandi patrimoni andrà inasprita. Sorgeranno problemi insolubili con le bande del Mob (v. in Internauta “Il Mob dal Protezionismo al partitismo”) che sostiene/ricatta il governo. Quest’ultimo dovrà fare a meno della patente di legalità se vorrà affrontare le sfide della depressione.

Intanto si dovranno vendere quanti più asset superflui possibile. Gli immobili e le grandi partecipazioni sono rimasti esclusi dai piani di finanza straordinaria; ma si è sbagliato. I famosi gioielli di famiglia vanno messi all’asta. Sarebbe doveroso cominciare dal Quirinale, la cui dotazione annua (230 milioni) è delittuosa, e che dovrebbe mettere sul lastrico -con sussidio alimentare uguale per tutti- un buon 1.000 dipendenti. Occorrerebbe mettere in vendita centinaia di altri edifici dalle Alpi al Lilibeo che servono solo al ‘prestigio’: le ambasciate di maggiore pregio immobiliare per esempio. Ma vendere il Quirinale e chiudere le ambasciate, ignorando il raccapriccio dei benpensanti, implica una forma mentis rivoluzionaria che per ora non esiste. E non c’è tempo per farla sorgere: i sussidi contro la miseria e le misure di salute pubblica devono essere immediati.

Chiuse subito le operazioni militari all’estero, andrebbero fermati all’istante tutti gli acquisti della Difesa, accettando di pagare in parte le previste penalità. ‘In parte’ in quanto gli investimenti bellici sono in genere dovuti ad obblighi diplomatici cui è giusto e facile venir meno. La Nato e il Pentagono non possono né pignorarci, né minacciare spedizioni punitive (Somalia, Iraq e Afghanistan hanno chiarito che non ne sarebbero nemmeno capaci). Sono passati i tempi quando si teneva fede ai trattati stipulati dalle feluche o, peggio, da politici bellicisti alla Salandra Sonnino Mussolini Prodi D’Alema. Quei trattati denunciamoli. Usciamo dalla Nato. Scordiamoci di esportare nel mondo libertà-democrazia-diritti delle donne e dei diversi.

Non solo non comprare più armi, ma vendere quelle che abbiamo e per le quali esista un mercato: cacciabombardieri, fregate, sommergibili, corazzati. I compratori si trovino tra gli Stati straccioni testé acceduti alla sovranità. Vendiamo loro, o ai giganti asiatici, tutte le possibili Finmeccaniche che producono armi. Il Pil crollerà, così come si infiacchirà per i brutti colpi al consumismo, alla moda, agli sport commerciali. Di conseguenza dovremo aprire mense e ostelli popolari. A farla breve: ripudiare le categorie del benessere e dello sviluppo permanente, passare a quelle della solidarietà austera e sempre più nemica delle ingiustizie.

Monti dovrebbe cancellare subito e in toto il finanziamento dei partiti (chiamato ‘rimborsi’), i contributi all’editoria, l’autonomia finanziaria di regioni come la Sicilia. Non riuscendo ad abolire il finanziamento, dovrebbe abolire i partiti. Dovrebbe sventrare centinaia di bilanci (Parlamento, altre Istituzioni spocchiose e largamente superflue), Dovrebbe licenziare in grande. Le destinazioni della spesa siano rivoluzionate, perché nessuna famiglia conosca la fame. Le situazioni umane dolorose sono le sole che meritano incrementi. Le chiusure e i fallimenti industriali non potranno essere scongiurati dall’assistenzialismo. E’ la povertà estrema delle famiglie che la collettività dovrà contrastare con esborsi straordinari e automatici. Il pane va garantito a tutti, e così pure un tetto (non la villetta né la proprietà in condominio). Le dislocazioni sociali saranno gravi e i modi di vita cambieranno.

Monti non opponga che c’è la Costituzione e c’è il Parlamento (cioè i partiti ladri) da rispettare. I barbari sono alle porte, non è tempo di normalità. La stretta legalità fa il gioco del Mob delinquenziale. Monti sospenda la Costituzione, il Parlamento e molto altro.

Il Paese sarà entusiasta.

A.M.C.

IL REGIME DEL 4%

Il XIV Rapporto Demos attesta che ha fiducia nei partiti il 3,9% degli italiani. Ma non sono 67 anni, dal ’45, che il Regime dei partiti statuisce che non c’è democrazia senza partiti? Che il grande dono della Liberazione fu il partitismo? D’Alema e Luciano Violante, alla testa di una legione di politologi e di giornalisti di palazzo, argomentano da sempre che la norma di un paese ‘normale’ è il gioco e la (sia pure incresciosa) rapina dei partiti.

Sbagliamo o tra qualche mese, se il governo dei tecnici riuscirà a non farsi assassinare dallo spread, la suddetta percentuale si abbasserà fino a spegnersi? Se continua così, l’assetto basato sui partiti e sulla loro Costituzione ha una prospettiva corta. Arriverà a compiere 70 anni nel 2015, quanto meno per non restare sotto la Terza Repubblica di Francia, che settant’anni durò?

3,9% vuol dire poco più di un italiano su trenta. Quanto può durare una situazione nella quale gli altri 29 non contano niente? E’ vero, i 29 non hanno iniziativa, subiscono e basta. Ma se verrà la bancarotta, se sorgerà un uomo a dimostrare che il regime dei partiti è l’oppressione dei peggiori? In tal caso avrà ragione chi dalla débacle dell’ipercapitalismo si attende più bene che male. Prima della dèbacle l’ordine del 1945 sembrava millenario, intramontabile. Oggi, chissà.

Se la colluttazione con lo spread finirà male, vorrà dire che Mario Monti non avrà fatto abbastanza per farla finita con le istituzioni architettate dai partiti. Che era nel giusto chi ragionava: la soluzione Monti implicava i pieni poteri, non i compromessi col 3,9%. Nei secoli della crescita e delle vittorie irresistibili, la Repubblica romana sospendeva all’occorrenza tutte le magistrature e si affidava a un solo capo, munito dell’imperium maximum.

Supponiamo invece che i due consoli, Monti e Napolitano, salvino la patria: non per questo vanno amnistiati e salvati i partiti che nel 1945 si presero l’appalto della cosa pubblica, Qualche settimana fa un regista del regime, Michele Salvati, confessò: “La prospettiva di tornare alla politica com’era fa accapponare la pelle”. Noi avevamo osservato altrove che dopo la fase Monti “poco sarà come prima”. Eravamo stati timidi. E.Galli della Loggia l’ha messa più netta (Corriere, 9 gennaio): “Sempre che il  governo concluda con successo il compito che si è assegnato, nulla sarà più come prima”.

Ha spiegato: “Se Monti riuscisse, segnerebbe un punto di non ritorno. La maggioranza dell’opinione pubblica italiana non sarebbe disposta a ripiombare nel passato, a essere governata come è stata governata fino a novembre. Non sarebbe più disposta, in particolare, a sopportare governi di coalizione: fisiologicamente divisi sulle cose da fare, lottizzati in feudi partitici, intimiditi dai sindacati e dalle lobby di ogni genere, vittime sempre di veti incrociati. Non sarebbe più disposta, infine, ad essere governata da un personale politico da decenni inamovibile, logorato, popolato di mezze calzette (…) L’eventuale successo del governo Monti segna l’inevitabile tramonto della forma attuale dei partiti (…) Con Mario Monti gli italiani hanno già iniziato a prendere confidenza con una leadership di tipo nuovo, democratica ma forte, che mira diritto allo scopo. Si tratta ora di dare a tale nuovo modo di governo forma stabile e regole conformi”.

Galli della Loggia dice giusto, of course. Peraltro sia lecito chiedere: 1) Che farebbe nel concreto l’opinione pubblica ‘non più disposta a ripiombare nel passato’: arriverebbe a voltare le spalle a tutti i partiti, vecchi e nuovi, o si fiderebbe del pentimento e delle promesse di resipiscenza di questo o quel mariuolo? . 2) Che succederà se tra qualche mese i partiti scomunicheranno “la leadership di tipo nuovo, democratico ma forte, che  mira diritto allo scopo” ? 3) Che accadrà se Monti non avrà successo?

Resta la grande importanza della previsione che nulla o quasi nulla sarà come prima.  Proponiamo noi le risposte ai tre interrogativi. Primo: se la minaccia del default venisse meno, Galli della Loggia non dovrebbe fidarsi troppo della fermezza degli italiani. Lasciati a noi stessi siamo da un paio di millenni accomodanti, indulgenti. Avremmo bisogno d’esser messi con le spalle al muro. Secondo: vedi risposta precedente. Terzo: questo è l’interrogativo vero. Se Monti non avrà successo, dipenderà poco dagli italiani o dai partiti,  molto da un fattore X: se sorgerà o no un protagonista alternativo sul serio, che vada ben oltre la novità rappresentata dal Monti che conosciamo, anzi dalla diarchia Monti-Napolitano. Un protagonista che rovesci il tavolo, sospenda le istituzioni, le convenzioni e la Costituzione; che imbocchi la strada delle novità rivoluzionarie, estromettendo i partiti e i personaggi delle passate stagioni. Potrebbe essere, naturalmente, un Monti (o Monti-Napolitano) opposto a quello che conosciamo.

Un po’ meno essenziale è conoscere il pensiero di Galli della Loggia quando evoca un cambiamento “delle regole che presiedono alla formazione e al funzionamento dell’esecutivo e del suo capo, cioè gli articoli della Costituzione che regolano tale materia”. Sta fresco il noto politologo se si aspetta che il Regime si autoriformi ai sensi della Costituzione. La Costituzione è lì perchè nessuno, meno che mai il Mob dei partiti, tenti di liquidare il Regime. Casta delenda est.

A.M.Calderazzi

DECIMARE: PERCHE’

Sacrosanto incipit di un articolo di Antonio Polito “Tasche dei corrotti, mani dello Stato- Privatizzare contro la corruzione” (Corriere 13 luglio 2011). Si dice: “E’ impressionante l’elenco di aziende di proprietà dello Stato, o a partecipazione dello Stato, o condizionate dallo Stato, che sono citate nelle cronache giudiziarie dei casi Bisignani, Milanese e Morichini”.  Seguono 16 nomi di grandi società della mano pubblica, cominciando da Eni, Rai, FS e finendo con l’Alitalia di allora. “Chi cercasse davvero la causa profonda del male italiano della corruzione, è qui che dovrebbe guardare. Più ampia è la porzione d’affari che viene intermediata dalla politica, più forte è la tentazione di usare a fini privati il potere cosiddetto pubblico”. Il rimedio indicato è, logicamente, privatizzare. Solo i lunatici  della sinistra estrema (fingono di credere che ‘pubblico’ sia del popolo), più l’on.Fini (che non essendo fesso non crede), direbbero no.

Cerchiamo però di vedere perché privatizzare sì, ma non come è piaciuto finora a burocrati infedeli, politici ladri per definizione, faccendieri, finanzieri sia turbo alla Berlusca sia contegnosi e foschi alla De Benedetti, più altri professionals del saccheggio: chi più chi meno appartenenti alla stessa delinquenza che ha privatizzato le economie del campo socialista. Uno dei misfatti del comunismo fu di opprimere i popoli al punto che oggi odiano lo Stato e la collettività assai più che i gangster che li depredano. Anzi, togliete loro gli  attuali governanti parathatcheriani e lacché di Obama,  diventeranno belve.

Dunque, privatizzare all’opposto che nel passato. Affidare la privatizzazione a Dracone, sentenziandolo contestualmente all’ergastolo e alla spoliazione di tutti i beni se sgarrerà anche di poco. Dracone non abbia pietà e non se l’attenda.

Condizione pregiudiziale sia una correzione del Codice civile che consenta la cancellazione pura e semplice dei diritti acquisiti. Per le categorie medie e alte, sparisca sia l’entitlement alle pensioni e  liquidazioni d’oro, sia le prassi per cui qualsiasi caporeparto con moglie che lavora si fa la barca e la casa in Umbria, qualsiasi amministratore delegato si fa Creso. In particolare andrebbe cassato l’aggancio tra pensione e retribuzione. Per chi per decenni ha ricevuto stipendi elevati, tali da permettere accantonamenti per la vecchiaia, la pensione dovrebbe essere una modesta integrazione, non un prolungamento di alti stipendi. Pregiudiziale a questo esproprio dovrebbe dunque essere l’abolizione dei diritti acquisiti.

Ciò premesso, un burocrate, un politico, un boiardo e sottoboiardo di Stato, un faccendiere e un finanziere su dieci, estratto a sorte, andrebbe ‘decimato’: sospeso e messo sotto inchiesta, con blocco di tutti i beni comunque intestati. Poi privatizzare gli organismi, associando ai predetti i loro commercialisti e avvocati.  Metodi da Terrore 1793, senza ghigliottine? Sì, altrimenti la scampano quasi tutti.

Ovvia obiezione, mai il quadro politico permetterà. Giusto, però non turlupinate il popolo con le più false delle promesse. Mai l’assetto normativo e lo stato di diritto consentiranno a Dracone di privatizzare in modo ‘barbaro’? Vero, per questo occorre la noncuranza dello Stato di diritto.

Ad ogni modo, non era Stato di diritto la Repubblica romana antica, quando in circostanze di necessità sospendeva tutte le magistrature per affidare la salvezza a un Dictator semestrale? E’ forse meglio la nostra cleptocrazia, leguleia garantista e rapinatrice, che il reggimento di Tito Larzio (primo dittatore romano nel 501 a.C.), o quello di Giuseppe Garibaldi, proclamato dittatore a Salemi il 14 maggio 1860, o quello di Miguel Primo de Rivera (governò la Spagna dal1923 al ’30), il quale ultimo, amico del popolo e annientatore del potere dei notabili, lasciò il governo poche ore dopo essere stato sfiduciato dai generali e dai latifondisti?

Beati i popoli senza Supreme Corti, oppure che le hanno ma sanno abbatterle mandando al macero Statuti e Costituzioni quando sono diventati strumenti e scudi del malaffare.

Mevio

AGORA’ ELETTRONICO E DEMOCRAZIA DEGLI INTERESSI

Conversazione con un vecchio politico-filosofo.

Piero Bassetti: il principio “un uomo, un voto” non funziona più.

“Se il fax e la fotocopiatrice hanno portato alla caduta del comunismo, l’agorà elettronico potrà mettere in crisi i sistemi parlamentari. Ma non è solo in Italia che tarda a svilupparsi una vera riflessione sul rapporto tra innovazione tecnologica e nuova statualità”. Piero Bassetti, che in anni lontani fu presidente della Regione Lombardia, poi deputato, poi presidente della Camera di commercio milanese e dell’Unioncamere, pensa e dice queste cose, così dense di futuro e anche di destino, allorquando gli altri esponenti di vertice non si preoccupano che delle prossime settimane.

Il vero lavoro politico comincia ora che vanno demoliti i muri decrepiti per edificare la casa nuova. Occorre assolutamente progettare. Nell’Occidente si dà per scontata la perennità di modelli che invece agonizzano. Si veda il sistema parlamentare, sul quale Piero Bassetti vede incombere la crisi: “Quando si cambia la categoria del tempo e dello spazio, si cambia anche la politica. Assumendo una nuova concezione del tempo e dello spazio, l’informatica ha avviato irresistibilmente una delle grandi forze epocali. La democrazia parlamentare era basata sulla rappresentanza. Essendo informato quasi quanto il principe, il rappresentante era in grado sia di controllare quest’ultimo, sia di raccogliere il consenso. Sostanzialmente il senso della rappresentanza era in una mediazione, oggi si direbbe brokeraggio, tra l’informazione e il governo.

Coll’avvento dell’agorà informatico e di milioni di televisori il rappresentante non serve né per portare il governo al popolo, né per raccogliere le richieste dei cittadini: esiste il sondaggio virtualmente in tempo reale. Quando legge il messaggio sullo stato dell’Unione, il presidente degli Stati Uniti ha sul tavolino l’indicatore di gradimento di 7-8 minuti prima. A questo punto è chiaro che non ho più bisogno del rappresentante. Il paese si trasforma in villaggio elettronico. Il territorio nazionasle, in un’agorà”.

“Non accorgersi che i meccanismi della democrazia sono tutti intaccati dall’informatica è da ciechi. I fatti, se uno riflette, sono di un’evidenza clamorosa. E’ tutto l’impianto, la ratio, direi al limite i valori della democrazia, che vengono modificati. Allora si possono avere due atteggiamenti. Uno può fare il laudator temporis acti e dire “che peccato!”, oppure si può chiedere come addentrarsi in questo mondo nuovo. Secondo me la spinta è “indietro non si torna. Internet c’è. Che si fa?”

D. –Perché lei appare solo, virtualmente, a pensare in questi termini? Forse avrebbe come compagno Mario Monti, cui nel marzo 1993 il “Corriere della Sera” attribuiva la convinzione che si potrà arrivare “forse in un futuro non molto lontano, a un sistema fantapolitico di teledemocrazia con cui la popolazione potrebbe esprimere direttamente il proprio parere consultivo utilizzando una tastiera da casa propria”. Negli ultimi anni lei ha certamente visto i numerosi interventi dell’”Economist” su questo tema. La tesi dell’Economist è che la classe politica occidentale non ne fa più una giusta e non ha una funzione, e inoltre si fa comprare dalle lobbies. D’altronde anche “The Economist” è isolato. Sono quasi tutti contrari all’elettronica politica, dicono che porta al Big Brother. Che ne pensa Bassetti?

“Sono d’accordo coll’Economist: le classi politiche sono ormai spesso out. Il discorso che stiamo facendo è quello della nuova statualità. In quella vecchia ci volevano dieci anni per fare una legge. Per guidare i processi moderni occorre il tempo reale. La macchina del potere pubblico è rotta. Lo Stato non è in grado di contrastare gli interessi, può solo servirli. Il lobbismo è l’alternativa alla corruzione: o lei si fa fare la legge che le va bene dal suo deputato, oppure storta la legge presso il funzionario”.

D. – Che proposte fa?

“Il nostro concetto di nuova statualità è centrato sull’impossibilità di trascurare la democrazia degli interessi, per il quale il principio della democrazia elettorale “un uomo, un voto” non funziona. Si pensi cosa sono i nostri piccoli e medi imprenditori: la loro forza è la rapidità delle decisioni. Per interfacciarli dobbiamo assolutamente mettere in piedi una pubblica amministrazione informatizzata. E per la verità il tasso di crescita dell’informatizzazione in Italia è tra i più alti, secondo solo a quello degli Stati Uniti”.

D. – Saremo noi quindi a sperimentare l’agorà elettronico assieme agli americani? Il loro modello di agorà è riflessivo e responsabile, è il town meeting del New England, l’assemblea dei contribuenti del villaggio, che ogni nuova spesa devono pagarsela da sé.

“Senza dubbio. Gli anglosassoni, i protestanti in genere, hanno il senso della comunità. Sono convinto che la riorganizzazione del potere, quella che trascenderà la democrazia formale, non porterà ai mali che usiamo collegare all’assenza della democrazia. Si sta ripetendo una situazione come quella al tramonto dell’Impero romano. Quando arrivarono i barbari gli ultimi senatori reagirono “non c’è più religione” Come gli intellettuali che oggi protestano contro l’agorà elettronico”.

D. – Perché Bassetti non pensa come loro?

“Perché la vita è fatta di diversità, di anomalie. Peraltro io sono solo nell’impegno, non nell’analisi. Le posso assicurare, di gente che sa queste cose ce n’è; però non fa politica. Comunque nei momenti di cerniera vengono fuori gli ibridi, gli anomali. Mi piace vivere l’esperienza epocale. Anche per questo sono un lettore di Montaigne”.

“Gli stessi italiani che fecero il Rinascimento mettono oggi le migliori energie nell’impresa. Cinque milioni di imprese. Ogni dieci italiani c’è un’imprenditore, che ha fatto parecchi soldi. Come dice l’Economist, questa scorta di soldi ci permetterà di fare una trasformazione politica costosissima senza andare a fondo. Noi costruiremo una democrazia che sconta la vera crisi della politica, con una visione diversa della rappresentanza. Abbiamo una vera e propria popolazione di imprenditori, i quali non ragionano come i consumatori o come gli operai. Quando gli imprenditori tramite le loro organizzazioni ed istituzioni -una delle quali è il sistema delle nuove Camere di Commercio- entreranno nel nuovo processo decisionale, avranno un enorme vantaggio: essere tra i più globali in un mondo che si fa globale. A gente d’impresa parli di Pechino e loro a Pechino sono stati già sei volte”.

Fin qui Piero Bassetti. Le enunciazioni dirompenti, diciamo noi, se non vengono propagate tra la gente, restano un fatto intellettuale, sia pure avanzatissimo rispetto al conformismo di oggi, che concepisce solo i partiti e le loro vendemmie elettorali. Un giorno, magari non troppo lontano, la restaurazione partitocratica seguita al crollo del totalitarismo risulterà effimera, la devozione ai parlamenti cesserà d’incanto (così come il 26 luglio 1943 scomparvero tutti i distintivi col fascio), e i giornalisti si ricicleranno mettendosi a deridere le generazioni che avranno idolatrato le urne. Ma oggi Piero Bassetti è un precursore che grida nel deserto. Non è un convertito recente. Sono anni che addita la vitalità della partecipazione e degli interessi economici diffusi, contro i giochi di vertice e contro il lobbying dei grandi gruppi. Gli strumenti di organizzazione politica delle imprese dovranno essere chiamati a svolgere un ruolo nella “riorganizzazione del consenso”. A questo proposito Bassetti non esita a richiamare “il retaggio di un certo corporativismo, spesso snobbato dalle teste d’uovo della politologia, che pure costantemente riappare nella storia delle istituzioni europee ad ogni vigilia di innovazioni rilevanti”. Naturale il riferimento al ricco passato italiano “di aggregazione politica degli interessi: dalle “università di mercanti” alle corporazioni, alle Repubbliche mercantili. Si impongono mediazioni di tipo nuovo tra imprenditorialità e consenso”.

Al fondo di tutto è la ricerca di “nuovi modi di articolazione dei processi decisionali e del funzionamento della democrazia, intesa come rappresentatività e come governo della Polis. Posto che la complessità dei problemi è tale da escludere chi non è competente in senso specifico, come si può conservare la democrazia se la sostanza stessa della democrazia resta la partecipazione non competente? Delegare la complessità a organi tecnicizzati, oppure semplificare e affidarsi al demos?”. Bassetti insiste che in presenza di una popolazione di imprese, le quali hanno un rapporto col territorio tutto diverso da quello dei cittadini, il problema della rappresentanza nella polis “non si risolve con gli schemi della rappresentanza generale, bensì dando spazio alle espressioni dei fattori produttivi. Oggi è l’innovazione assai più che il Principe a fare la storia. Il confronto tra il potere del Principe e quello dell’impresa ha posto fine alla vecchia politica, fondata sulla rappresentanza formale delle “parti” politico-ideologiche. La nuova statualità va fondata in misura importante sull’integrazione degli interessi espressi in Italia da oltre cinque milioni di imprese. L’uomo che ha a lungo capeggiato tutte le Camere di commercio italiane propone quelle Camere come “portatrici del patrimonio genetico dei ceti economici nell’età dei Comuni, una delle più vitali della nostra storia”.

La distanza di queste idee rispetto alla Vecchia Politica che imperversa in questi “ultimi giorni di Bisanzio” è impressionante. Bassetti non lo dice, ma nel suo sistema c’è ben poco di “compatibile” con le prassi e i congegni della politica tradizionale. In America la demolizione concettuale di quest’ultima è cominciata con le ipotesi “randomcratiche” che affinano la teoria della democrazia elettronica. A Milano Piero Bassetti ha “lavorato ai fianchi” l’avversario –il parlamentarismo/elettoralismo” con l’accoppiata agorà elettronico/democrazia degli interessi.

A.M.C.

Citazioni americane sulla crisi
Del sistema rappresentativo

“Si allarga la domanda di meno rappresentanza formale e più partecipazione reale. Nella seconda metà del secolo ventesimo l’americano medio ha perso interesse alla politica. Il titolo del libro di E.J.Dionne, Perché gli americani odiano la politica, attesta quella che è l’alienazione collettiva più ancora che la tradizionale bassa affluenza alle urne”.
J.W.Carey, Journal of International Affairs

“E’ in atto una mutazione geologica: la crescente obsolescenza di quelle istituzioni -partiti, media, Congresso- che si frappongono tra governanti e governati. I partiti sono moribondi. Il Congresso è un’acqua stagnante, infestata dalle lobbies. Tuttavia il fatto che questi filtri siano destinati a sparire non giustifica alcuna contentezza. Sono un castigo di Dio; tuttavia non buttiamoli, non abbiamo niente da mettere tra noi e il Capo”.
Ch. Krauthammer, Time

ITALY: WHY SO MANY SUMMONS TO DEFEND DEMOCRACY

If I were a pollster I would quiz you and me with the following riddle: “When several observers or politicians warn that an imminent danger menaces the Italian institutions, what do they mean? What are they afraid of?”

The trite answer -Berlusconi with his money, Tv channels and shady connections might make a try at dictatorship- appears kind of unplausible in view of the Premier’s difficulties after years of wear and tear. I am volunteering an answer: what the Cassandras prophesy is the coup d’état of somebody else than Berlusconi, somebody who in theory could even work for Berlusconi, but more probably would topple both the premier and his enemies.

Striking resemblances, I believe, exist between today’s Italian state of affairs and the situation of France in the twelve years of the Fourth Republic (1946-58), also the situation of Spain after the Annual (Morocco) military disaster of 1921, followed by the violent turmoil, both political and social, that tormented the domestic scene.

The health of France was restored by an illustrious physician called Charles de Gaulle. In 1923 Spain did not have such a great man; but a non-victorious general emerged, Miguel Primo de Rivera, who simply possessed the grit and the know-how to employ the customary tool of the 19th century in Spain- pronunciamiento, or military coup. For at least five years the success of Primo’s regime was strong. Even leftist historians concede that to general Primo (who assumed the official title of Dictador) went the almost unbounded consensus of the nation. Only intellectuals and militant fringes opposed the regime, until a financial crisis and the Spanish reverberations of the Great Depression erupted. F.Largo Caballero, a leading socialist who headed the nation’s most powerful unions and in 1937 will be the prime minister of the leftist Republic, supported Primo. In fact the political line and measures of the government favored the socialist movement, to the damage of the privileged classes.

Unlike past-century Spain, Italy does not have a tradition of top brass who practice politics. But her context shows some traits in common with so many emergent countries where often power struggles have been won by the sudden exercise of force by young colonels or junior generals, more or less connected with political groups but always enjoying popular support. The material, immediate tools of subversion are tanks and battalions, but the real force of the insurgents is popular dissatisfaction with civilian, normally corrupt and/or inefficient rulers.

Of course the frame of the European integration is hostile to any try at military intervention in civilian affairs. But would Brussels really mobilize international divisions to crush an hypotetical coup in a member State of the Union?

So my impression is: those who give notice of approaching danger to the Republic, really are conscious that a great many Italians are so fed-up with their politicians and institutions that they would acclaim a coup d’état. Some limited bloodshed could not be ruled out -not necessarily, though. Horse-sense would rather imply a wide and easy acceptance of new rulers. Isn’t such acceptance a millenary custom of the nation? Wasn’t Il Duce totally and willingly accepted in his first, say, 16 years in office?

A.M.C.
(da DailyBabel)

BESTSELLER SENZA OBBLIGO DI IDEE

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Mi imbatto in un vecchio libro di Gian Antonio Stella, Lo Spreco. Italia: come buttare via due milioni di miliardi, Baldini & Castoldi, 2^ ediz., 1998 (tutte le malefatte espresse in lire). “Il più duro atto d’accusa -recita il risvolto di copertina- mai scritto contro le scelleratezze della pubblica amministrazione. Un reportage agghiacciante”. La copertina avverte che “la composizione di una mappa dettagliata degli sprechi è temeraria, se non proprio impossibile”. Ogni riga del libro, si può dire, è uno scandalo repubblicano. A circa 33 righe per pagina, su 368 pagine, Lo Spreco potrebbe risultare il catalogo di dodicimila scandali, più o meno. Ma l’editore ha ragione, enumerare le malefatte di regime è come contare le stelle del cielo.

Non così arduo, invece, derivare un catasto delle ruberie dalle 16 pagine del capitolo XIV, “I privilegi della classe politica”. Un capitolo precursore, apre i sentieri alla “Casta”, il prodigioso bestseller di G.A.Stella e Sergio Rizzo. Qui, a differenza degli altri capitoli, il tutto è focalizzabile su pochi esempi. “Il senatore Arturo Guatelli non mise mai piede a palazzo Madama. Riceve un vitalizio di oltre 39 milioni netti all’anno, senza avere posato nemmeno per un minuto le terga sul suo seggio virtuale” (spiegazione: la legislatura finì’ poche ore dopo la nomina quale primo dei non eletti). Guatelli:”Non sono abituato a buttare i soldi dalla finestra. Capisco che si tratta di un privilegio ma la legge non l’ho inventata io”.
Giovanni Valcavi, altro peon della Camera Alta, vi sedette per tre mesi. Assegno a vita, 3 milioni al mese. Nel 1996, riferisce Stella, gli ex senatori a riposo erano 752, più 391 vedove o eredi di defunti. I pensionati d’oro della Camera, 1188. Dice la legge che un parlamentare può andare in pensione a 60 anni se ha fatto una legislatura, a 45 se ne ha fatte quattro. A tutti i non eletti viene data una ‘indennità di reinserimento’ (quasi fossero ex detenuti, nota faceto l’Autore). .

Al Parlamento europeo i nostri deputati non sfigurano: .

Il sommo bonzo repubblicano Oscar Luigi Scalfaro in gioventù fece il magistrato per quattro anni, poi passò in politica; nell’aspettativa raggiunse il massimo della carriera togata. La somma tra indennità quirinalizia, poi di senatore a vita, più i vari vitalizi, è impressionante, protetta da un velo di segreto secondo Stella. Il deputato Mirko Tramaglia tuonò: “Da 40 anni in Parlamento, Scalfaro ha continuato a percepire lo stipendio di giudice ed è andato in pensione come presidente di Cassazione” (leggiamo sempre ‘Lo Spreco’).

Il suggestivo capitolo si chiude con Affittopoli: . Manca, osserviamo noi, il principesco appartamento di Nilde Iotti. Se non ricordiamo male, superava alquanto i mq di De Mita; ma anche i suoi emolumenti e appannaggi reggono bene il confronto: eletta ventiseienne nel 1946 e sempre rieletta fino al 1992. Una vita di abnegazione e lotte proletarie.

Basta, tutti sconci ben noti. Dai giorni de “Lo Spreco” è scorso un vasto fiume, gonfio di acque, liquami e relitti della virtù repubblicana. Si diano pace coloro che morirono (e uccisero) per abbattere quell’altro regime. Poi è venuta la requisitoria terribile della “Casta” ma il male ha ulteriormente trionfato: oggi qualche politico ottiene le case in proprietà, non in affitto.

Più nessuno ignora che la ricchezza nazionale è alla mercé di politici, burocrati e boiardi mostruosamente voraci. La bulimia (=fame insaziabile) ha colpito duro: mezzo milione di persone, dai leader eccelsi all’ultimo portaborse, ultimo consigliere di zona, ultimo geometra di ufficio tecnico comunale. Mezzo milione di ladri. La libertà e la democrazia sono beni incommensurabili ma hanno un costo: les voleurs che eleggiamo o ingaggiamo, più parenti e compari. Sono i nostri narcos, solo che delinquono in modi diversi dalla Colombia e dal Messico.

Tuttavia. Chiuso “Lo Spreco”, una domanda. Perché non un rigo, nel libro, su come liberarci? Siamo condannati senza speranza? Non eravamo una nazione di intelligenti, sprizzanti genio latino? Oppure i grandi giornalisti sono esenti dall’obbligo di avere idee?
Al contrario della rassegnazione dei grandi giornalisti, affermiamo che la salvezza è possibile. La professione di politico andrà cancellata. I burocrati e i boiardi andranno “decimati”: uno ogni dieci licenziato e spogliato di tutti (gli altri nove capiranno). Beninteso, purché si cancellino i diritti acquisiti, si correggano i codici e gli stipendi tornino ai livelli di quando Giovanni Lanza, presidente del Consiglio (1869-73), andava in persona ad aprire la porta di casa.

Le leggi del mercato non permetteranno? Infatti: un po’ dovremo uscire dal mercato, svezzandoci dal benessere e dagli alti consumi.

A.M.C.

UNA RICETTA CHE AVVELENA

Due giornalisti che avevano fatto sognare.

Quel giorno di agosto un’ascoltatrice affranta telefona a Sergio Rizzo, conduttore di una rassegna dei giornali a Radio Tre: l’Italia è la sentina di tutti i mali, mai la politica è stata così costosa e sporca, dovunque guardi è desolazione, non esiste un partito o un personaggio che sia migliore degli altri, che devono fare i cittadini? Laconica risposta del celebre giornalista: “votare”. Poi, per spiegarsi meglio, “votare”.

In mancanza di interpretazioni autentiche, il ‘votare’ di Rizzo vuol dire negare il voto al partito X e darlo a quello Y. Ora, Sergio Rizzo ha conseguito fama e meriti imperituri scrivendo con G.A.Stella un libro, La Casta, che ha avuto un successo fenomenale, sbaragliando ogni record di vendita. Ingenuamente, in molti credemmo che la requisitoria di Rizzo e Stella avrebbe ferito gravemente il regime. Invece il regime ha incassato tutto senza un ematoma, senza un’escoriazione. Le ruberie si sono ingrossate.

E questo passi: con tutte le sue tabi, l’impero d’Oriente durò mille anni. La Chiesa romana, con tabi più gravi, duemila e va verso il terzo millennio. La partitocrazia/cleptocrazia italiana appartiene alla stessa categoria, organismi molto malati, però perenni. Rizzo e Stella dunque hanno tentato una missione impossibile. La Casta è stato uno sforzo prodigioso e senza speranza. Questo sì. Ma che dire di quel precetto ‘votare’ emesso nel 2010, a metastasi cancerosa conclamata? Che pensata è punire i farabutti X della Casta e premiare i farabutti Y? Cosa succede a Sergio Rizzo?

La verità è che l’intero pensare politico italiano è, ai piani alti, perfettamente incapace di concepire alternative a ciò che ci affligge, e nemmeno vie di fuga. Le analisi dei nostri mali sono realistiche, anche condivise. Soluzioni nessuna, per alto che sia il rango dei politologi. Si sentono troppo soci e mezzadri del potere. Quasi che l’Ancien Régime sorto nel 1945-47 sia una categoria eterna.

Eterna non è. Il congegno montato da De Gasperi Togliatti e Nenni è persino più precario del Muro di Berlino.

A.M.C.