LA RISCOSSA DELLA SINISTRA

Forse Antonio Massimo, che sa essere flessibile e pragmatico, avrà già impartito il proverbiale “contrordine compagni”. Ordinato, cioè, di soprassedere per il momento al reclutamento di qualche cacciatore di teste per individuare l’alto ufficiale o prelato più idoneo a promuovere, in Italia e al limite nell’universo intero, quel rivolgimento rivoluzionario ancorchè semi-conservatore che lui auspica e che le sinistre nazionali, estreme e quindi fuori dal mondo oppure moderate e quindi abbarbicate al sistema vigente, hanno dimostrato di non sapere o volere attuare. La dimostrazione definitiva sarebbe venuta, come sanno i nostri lettori, dal decesso ormai acclarato della sinistra nostrana mainstream, ovvero il non compianto Partito democratico.

Come tutti sanno o dovrebbero sapere, invece, il presunto defunto ha dato, certo tra la sorpresa generale, uno squillante segno di vita, sia pure ricalcando se si vuole le strofe iniziali di uno storico inno nazionale: la Polonia non è ancora morta finchè noi siamo vivi. Anche il PD, infatti, sembra assomigliare tuttora ad un fantasma mentre si sono rivelati ben vivi e vegeti diecine o centinaia di suoi singoli militanti più o meno dichiarati o confessi nonchè milioni di suoi elettori. Guarda caso, incidentalmente, quello polacco è l’unico inno nazionale in cui si menziona un altro paese ossia proprio l’Italia, dalla quale mossero alla riscossa due secoli fa i legionari del generale Dombrowski.

Anche l’Italia da qualche tempo dà segni piuttosto marcati di necrosi, benchè la  salute fisica della sua popolazione risulti, dalle classifiche ufficiali, inferiore nel mondo solo a quella di Singapore e migliore rispetto a Svizzera, Finlandia, ecc. Ma la salute, com’è noto, non è tutto, sebbene la sua importanza sia primaria. Politicamente ed economicamente siamo stati peggio di adesso, dopo la seconda guerra mondiale, solo durante quest’ultima. La cui fine, però, prometteva di per sè un risollevamento che infatti, per molti versi, si realizzò, mentre adesso incombono solo una serie di incognite per nulla rassicuranti. A cominciare da quella rappresentata da una classe politica la cui inadeguatezza rispetto alle avversità del momento è solo la più banale delle sue pecche.

Può anche darsi che Antonio Massimo abbia ragione, ossia che per rimettere il paese in carreggiata si rivelino necessari estremi rimedi come il rivolgimento sopra accennato o comunque radicale. Io continuo invece a pensare che ci si debba accontentare di qualcosa di meno ambizioso ma anche meno rischioso e meno gravido di incognite. Non vedo perché proprio l’Italia, fra tutti, debba cimentarsi in salti nel buio piuttosto che insistere nello sforzo, per quanto anch’esso già arduo, di portarsi al livello di altri paesi, quelli con cui generalmente si confronta. I quali, a loro volta, si trovano di fronte a problemi più o meno seri quando non gravi ma non languono nelle condizioni del nostro, afflitto, oltre che da malanni antichi mai veramente curati, da una multiforme crisi cronica ormai ultraventennale.

Si tratta di uno sforzo che fino e ieri poteva sembrare disperato, dopo il sostanziale fiasco, politico più che economico-finanziario, del governo Monti, l’uomo che secondo qualche osservatore straniero prometteva di salvare addirittura l’Europa. Dopo l’esito disperante delle elezioni parlamentari di febbraio, utile sì a far trillare più sonoramente che mai, col clamoroso successo del movimento Cinque stelle, il campanello d’allarme per l’emergenza nazionale, ma tale da non assegnare automaticamente a nessuno il compito di affrontarla finalmente senza più indugi e remore. E dopo, naturalmente, la penosa vicenda dell’elezione presidenziale con i suoi seguiti, apparentemente rovinosi senza scampo proprio per il partito che bene o male aveva conquistato la maggioranza relativa in parlamento.

Ad una simile mazzata si è cercato di ovviare varando il governo cosiddetto delle larghe intese, fortemente voluto soprattutto dal Quirinale ma tutt’altro che equiparabile ad un’infallibile panacea, anche se il condottiero del centro-destra l’ha salutato come storica sepoltura di una lunga guerra civile. Indubbiamente, però, la sua nascita ha premiato un Silvio Berlusconi quasi universalmente ammirato per avere resuscitato un PDL in stato comatoso e inflitto invece il terzo smacco consecutivo ad un PD in piena deriva.

Che poi il governo Letta-Alfano fosse privo di alternative immediatamente praticabili dal punto di vista degli interessi, oggettivi e pressanti, del paese può essere senz’altro vero e comunque sostenibile. Non ne consegue tuttavia alcunché di rassicurante riguardo sia alla sua tenuta sia ad un minimo di adempimenti, a cominciare dalla modifica (per assurda che possa suonare nell’attuale situazione una simile priorità) la modifica di un sistema elettorale tanto grottesco quanto pesantemente condizionante.

Su questo sfondo è sopravvenuto quell’autentico colpo di scena che è stata la travolgente affermazione del PD e del centro sinistra in generale nelle recenti elezioni amministrative. Elezioni precedute dalla loro ulteriore perdita di consensi attestata dai sondaggi insieme con l’ulteriore ascesa del centro-destra. Elezioni solo parziali, certo, ma che hanno visto quello schieramento politico trionfare ovunque, dalla capitale tramortita dalle prodezze di Batman alla Siena pur macchiata da quelle di Rocca Salimbeni, dalla Treviso dello sceriffo Gentilini alla Brescia del Trota, dall’Imperia di Scajola alla Sicilia dove in passato era accaduto una volta che i berluscones sconfiggessero la concorrenza per 60 a 0.

Ciò nonostante, a livello sia politico che mediatico, compresi settori dello stesso schieramento vittorioso, è subito partita la corsa al ridimensionamento dell’evento sotto ogni possibile profilo. Un’operazione, del resto, non dissimile da quella precedentemente effettuata nell’interpretare i risultati della consultazione parlamentare di febbraio. Nella quale il partito di Bersani aveva indubbiamente patito una delusione anche cocente (quanto, inutile negarlo, meritata), ma dopotutto aveva perso un terzo dei voti ottenuti nel 2008 contro la metà perduta dal PDL, e insieme ai suoi alleati avrebbe probabilmente potuto governare, con un sistema elettorale meno folle, conquistando meno seggi alla Camera ma di più al Senato.

Di Bersani si è invece parlato a profusione come di un più o meno grande sconfitto, ignorando la legge dei numeri (che in democrazia conta) e non senza il parziale contributo dell’interessato, mentre si è celebrata da ogni parte la straordinaria bravura del suo principale rivale a rovesciare ancora una volta in extremis i pronostici risalendo la china benchè solo rispetto ai sondaggi, non a dati reali, e abbindolando nuovamente la parte più credula dell’elettorato con la promessa di sopprimere l’IMU (la cui introduzione era stata avviata dal suo stesso governo) e stavolta addirittura di restituire il malpagato. Il tutto, comunque, di nuovo senza vincere la gara, come nel 2006, pur soccombendo solo di stretta misura.

Mentre, inoltre, si sottolineava l’ennesima prova dell’incapacità del centro-sinistra di mettere fuori gioco Berlusconi con i voti popolari e senza l’aiuto della magistratura, non si risparmiavano gli elogi per il senso di responsabilità e il  patriottismo dimostrati dal Cavaliere col propugnare e consentire la formazione del governo di grande coalizione. Sorvolando, così, sull’assenza di alternative per il centro-destra e dimenticando che l’inesauribile personaggio, apparentemente orientato a congedarsi dalla politica, aveva repentinamente deciso di scendere ancora una volta in lizza all’indomani di una cocente e forse inaspettata condanna giudiziaria, dando ragione a quella giornalista americana che aveva ammonito a non considerare spacciata l’italica controfigura della “signora grassa che continua a cantare”.

Chissà se Berlusconi sarebbe stato così responsabile e patriottico se dalla lotteria dell’elezione presidenziale fosse uscito vincitore Romano Prodi, la cui candidatura aveva spaventato a morte il PDL. Giustamente, se vogliamo, e non perché il premier dell’Ulivo fosse e sia davvero quell’orco assetato di sangue che la stampa di centro-destra si è affrettata a bollare. E neanche perché si tratta dell’uomo che era riuscito nell’impresa, epica soprattutto per chi non la gradiva, di sconfiggere due volte Berlusconi alle urne. Ma perché la sua candidatura, sostenuta o accettata dalla maggioranza del PD, compreso l’astro nascente Matteo Renzi, piaceva anche ai grillini, e se avesse avuto successo avrebbe, forse se non probabilmente, aperto la strada ad una convergenza governativa tra centro-sinistra e Cinque stelle.

Una possibilità, questa, la cui comparsa veniva tra l’altro a smentire quel sempre diffuso e debolmente contrastato luogo comune dell’incrollabile, quasi genetica preponderanza in Italia del centro-destra, dal momento che il Movimento cinque stelle si dimostrava un’entità sostanzialmente di sinistra (una “costola della sinistra”, come D’Alema aveva definito, meno attendibilmente, la Lega Nord), e sia pure una sinistra alquanto anomala e con vari tratti inediti, a cominciare da un’accentuata aggressività nei confronti del sistema vigente impropriamente bollata dagli altri come “antipolitica”.

La tempra di Berlusconi non è stata tuttavia messa alla prova grazie ai franchi tiratori del PD e con grande sollievo dei “poteri forti” e della stampa ad essi più vicina, visibilmente e palpabilmente timorosi di una sterzata a sinistra del baricentro politico nazionale. La soluzione in chiave di larghe intese del problema governativo, da essi fortemente caldeggiata, li ha almeno momentaneamente tranquillizzati, al punto che anche gli osservatori più seri, da sempre vigili sul classico pericolo che le grandi coalizioni favoriscano la contestazione più radicale del sistema, in Italia appena clamorosamente esplosa, se ne erano un po’ dimenticati.

E’ andata bene anche a loro, in quanto il grillismo, anziché crescere a dismisura, ha cominciato a sgonfiarsi prima del previsto. E’ andata bene ma solo in parte e in modo effimero, perché la sua perdita di incidenza politica e di consensi, per questi ultimi ben più che fisiologica, è stata coronata da un esito delle elezioni comunali che oltre a decimare i Cinque stelle rispetto all’exploit parlamentare ha messo al tappeto anche il centro-destra, riaccendendo un allarme da poco smorzato.

Si è quindi dovuto correre di nuovo ai ripari cercando di ridimensionare e sminuire la riscossa del centro-sinistra col ricorso ad ogni possibile appiglio. Primo fra tutti, l’ulteriore calo dell’affluenza alle urne, ormai così bassa da accreditare l’immagine di una vittoria effettiva di un nuovo ed inedito partito, quello degli astenuti. Un’immagine, in realtà, di puro comodo per quanto suggestiva. Sul significato dell’astensionismo si è detto e scritto di tutto e di più, ma agli effetti concreti non vedo come si possa negare che vince chi ottiene più voti dei concorrenti, specie se sono tanti di più, e non chi diserta la gara. Gli assenti, come si sa, hanno sempre torto, anche se possono accampare qualche buona ragione per il proprio comportamento.

Di recente un nuovo sindaco è stato eletto col 19% di votanti a Los Angeles, che conta cinque volte più abitanti di Roma (e alcuni milioni più di tutta la Lombardia), dove Ignazio Marino ha spodestato Alemanno prevalendo tra il circa 50%. Nessuno, in California e negli USA, ha drammatizzato quella cifra, pur trovando necessario fornirne qualche spiegazione. Se è vero d’altronde che oltre oceano, come anche molto più vicino a noi, le usanze elettorali sono diverse dalle nostre, e altrettanto vero che da qualche tempo la diversità si andava riducendo per causa nostra senza provocare eccessiva nostalgia per i tempi della “prima repubblica”, quando l’affluenza alle urne era regolarmente massiccia ma il voto provocava mutamenti quasi sempre irrilevanti.

Altro appunto, la concorrenza. Sia i grillini sia il PDL, si è detto, sono scarsamente forti e organizzati sul territorio, dove il PD, invece, avrebbe salde radici in quanto erede del PCI e di una parte della DC. Ma come si spiega allora che sia crollata anche la Lega Nord, sempre considerata fortissima sul territorio, e che anni fa il centro-destra abbia invece stravinto certe elezioni regionali costringendo D’Alema a dimettersi da premier? E infine, collegato a questo, l’argomento principe, sulla bocca in particolare (ma non solo) dei berluscones: non c’era in campo il Cavaliere, a differenza di due mesi prima.

Se ne dovrebbe dedurre che la prossima volta, se il centro-destra intende davvero vincere, il suo leader dovrebbe candidarsi in tutti i comuni d’Italia da Roma a Trepalle, assicurando di essere deciso ad amministrarli tutti personalmente (cosa che sarebbe anche capace di dire, quanto meno), anzichè limitarsi a qualche esaltante comizio nei più grossi per sostenere seguaci che da soli, evidentemente, non sono in grado di farcela. La conclusione da trarne non suonerebbe molto lusinghiera neppure per la sua statura di capo supremo.

La conclusione mia, comunque, è che il successo del PD è dei suoi alleati è indiscutibile anche nel suo significato politico, al di là delle rituali e per la verità oziose distinzioni più o meno sottili tra consultazioni nazionali e locali. Ed è tanto più indiscutibile e significativo in quanto colto in una situazione quasi desolante in particolare del maggiore partito di centro-sinistra in fatto di orientamenti strategici e tattici come di comportamenti dei suoi dirigenti o massimi esponenti e di loro interrelazioni.

In altri termini, da un lato non è proprio il caso di interpretare il duplice voto di maggio-giugno come espressione di piena e addirittura straordinaria (date le dimensioni del successo) fiducia dell’elettorato o di una sua parte in quei dirigenti ed esponenti nonchè di approvazione del loro operato, diciamo pure per mancanza o evanescenza dell’oggetto. Dall’altro si può semmai leggervi, in aggiunta alla chiara manifestazione di sfiducia nelle controparti, un corale appello a fare di più e di molto meglio per trarre il paese fuori dalle secche in cui si trova incagliato onorando una vocazione politica e, perché no?, ideologica nella quale evidentemente molti ancora credono malgrado tutto e quasi eroicamente.

Più di un vincitore di singole tenzoni ha dichiarato o lasciato intendere di avercela fatta non grazie al partito ma nonostante il partito. Tra loro anche il più importante o più in vista di tutti, il chirurgo Marino, che ha parlato, opportunamente, di affermazione di valori più che di una compagine politica. Non si tratta di fare rivoluzioni, totali o parziali, come sembra avere capito anche il magistrato Ingroia che abbandona la toga per dedicarsi non più ad una Rivoluzione ancorché civile, visti anche certi risultati, ma ad una più modesta Azione civile. In determinate circostanze, possono promettere ed ottenere effetti rivoluzionari anche solo la difesa e la promozione di valori vecchi e nuovi, specifici di una parte politica o più largamente condivisi.

Franco Soglian 

10 IDEE SPERIMENTALI PER IL PARTITO DEMOCRATICO

Idee perché il Pd, partito meno pessimo degli altri, si dia un programma aggressivo ma condivisibile dai tanti che detestano le sinistre

Sono da rifiutare tutti i partiti di oggi. Quelli di domani avranno natura opposta: sodalizi di ideali invece che associazioni a rubare/usurpare. La democrazia diretta cancellerà la delega elettorale e le urne, selezionerà ‘random’ un corpo politico ristretto, qualificato e non di carriera -la nuova Polis- che a turni brevi, non rinnovabili, fornirà i decisori, li affiancherà e controllerà col computer in tempo quasi reale. I partiti saranno modesti incubatoi di ipotesi e seminari.

 

Nell’immediato, tuttavia, c’è un partito, il Pd, forse meno ripugnante degli altri. Per offrirsi almeno quale male minore deve assumere i contorni precisi che non ha. Un suo manifesto programmatico dovrebbe premettere: Vogliamo un’innovazione avanzata, vogliamo la demolizione di parte dell’esistente, ma non siamo sinistristi. Le sinistre hanno perso quasi tutte le battaglie, e le vittorie conseguite, cominciando da quelle sindacali, sono state di Pirro. Siamo la gente, quasi tutta la società, che aspira a pensare e ad agire affrancandosi in parte dal passato.

 

  1. Le leggi del mercato e della proprietà non sono eterne: vanno emendate. I diritti acquisiti non sono sacri bensì ridimensionabili. E’ imperativo cancellare gli eccessi di disuguaglianza. Il fisco dovrà arrivare ad avocare i redditi più alti, retribuzioni bonus liquidazioni e vitalizi compresi. Se individui o segmenti sociali minacceranno di abbandonare l’Italia, il loro esodo non sarà contrastato: però coloro che esporteranno i capitali e in altri modi saboteranno il nuovo corso dovranno lasciare fisicamente il territorio nazionale ed essere espropriati della metà dei beni (comunque intestati: il Codice civile va riformato). Le persone e le categorie renitenti saranno sostituite da giovani  volenterosi e meno esigenti. L’esodo dei veri e propri redditieri sarà incentivato, visto che di fatto contribuirà a ridurre le iniquità tra i cittadini.
  2. Se queste ed altre misure andranno contro il liberismo dell’Europa, è ipotizzabile l’uscita dall’Unione.
  3. Le conquiste delle lotte sindacali saranno attenuabili. I privilegi dei lavoratori iperprotetti saranno ridimensionati tanto quanto quelli dei proprietari di beni e dei titolari di diritti  acquisiti. I conflitti di lavoro, scoraggiati e quando occorra proibiti gli scioperi, saranno composti da organismi paritari di conciliazione obbligatoria. Le manifestazioni nei centri urbani saranno tendenzialmente vietate. I cortei violenti, le occupazioni di luoghi pubblici, strade, ferrovie, ecc. verranno repressi anche con mezzi più punitivi quali i ‘water cannons’.
  4. Le imprese che saranno accertate come non competitive dovranno chiudere. Ai senza lavoro sarà assicurato un sussidio commisurato, quale che sia il loro precedente livello retributivo, alle esigenze vitali minime delle famiglie dei ceti popolari.
  5. Il Partito democratico ripudia l’atlantismo e si impegna a ridurre dei tre quarti le spese belliche e quelle diplomatiche, di rappresentanza e prestigio, cominciando dal livello  più alto. In particolare saranno azzerati gli stanziamenti per ogni capacità offensiva delle Forze armate; queste ultime saranno dimensionate alle sole esigenze difensive, di polizia e ordine pubblico. L’uscita dall’Alleanza atlantica comporterà la fine delle nostre missioni militari all’estero, a parte i rari casi in cui la vicinanza geografica imponga limitati programmi umanitari.
  6. Per avviare la riforma generale dello Stato la Costituzione va sospesa, e così pure l’operatività della Corte costituzionale. Il Parlamento sarà ridotto ad una sola Camera di circa 200 membri, e nella stessa misura si abbasseranno le dimensioni, i costi e i compensi di tutti gli organismi elettivi. Cancellati i vitalizi. Il Consiglio dell’economia e del lavoro verrà abolito assieme ad alcune migliaia di enti inutili, province comprese. I Comuni andranno accorpati. Il personale superfluo non sarà assorbito da altre amministrazioni e riceverà il limitato sussidio di cui sopra. L’abbassamento del suo tenore di vita non costituirà un’emergenza collettiva; anche perchè colpirà tutti i dipendenti pubblici e quelli delle imprese senza mercato.
  7. Una patrimoniale severa e progressiva dimezzerà il debito pubblico. Solo i beni e le attività  caritatevoli beneficieranno di sgravi e di contributi. Nessun sostegno ai partiti e loro organizzazioni e media. L’afflusso dall’estero di lavoratori a basso costo e l’asilo politico saranno scoraggiati. L’accoglienza sarà sostituita da importanti iniziative di soccorso e sviluppo nei paesi d’origine, iniziative da attuare direttamente e sotto nostra protezione armata. I paesi i cui governi non accetteranno queste modalità non saranno aiutati.
  8. I disoccupati, prima di tutto giovani, vedranno ridotti i sussidi man mano che, per non più di tre volte, rifiuteranno i lavori loro proposti. La scuola nobiliterà coi suoi mezzi il lavoro manuale qualificato, anche per contrastare l’attrazione sui giovani delle carriere impiegatizie e delle libere professioni considerate prestigiose. Alcune di queste ultime dovranno essere scoraggiate da riforme strutturali e da modifiche normative: per esempio si ridurrà, assieme al familismo/nepotismo, il bisogno di avvocati, consulenti tributari, odontoiatri, addetti alla comunicazione, alla pubblicità, ecc. Ai notai saranno tolti privilegi, attribuendo parte delle loro funzioni ad altri pubblici ufficiali e abbassando le loro tariffe. Lo sport professionale, la moda, lo spettacolo, parte delle attività culturali e dei media, le produzioni  senza utilità sociale non riceveranno fondi pubblici. La Rai sarà privatizzata, il canone abolito. Il contribuente darà limitati sostegni alle sole attività di contenuto elevato e ai programmi specifici a favore dei disabili e degli svantaggiati.
  9. Lo Stato e la mano pubblica promuoveranno stili di vita e di consumo più semplici. Tutte le espressioni del lusso e del superfluo saranno colpite da prelievi supplementari, i cui ricavati copriranno il (misurato) sostegno ai larghi segmenti sociali che perderanno il reddito. La ‘Italian way of life’ sarà più consona alla tradizione, cancellati però i privilegi della ricchezza e ristrette  secondo bisogno le libertà del demo-capitalismo consumista e plutocratico.

10. I giovani, i disoccupati e le famiglie disposte a sperimentare modi di vita innovativi riceveranno incentivi se si associeranno in kibbuz, confraternite laiche o no, comunità e gilde, al fine di lavorare e vivere insieme: non solo per affermare modelli nuovi, egualitari e solidali, anche per abbassare i costi del sostentamento nella realtà dell’impoverimento diffuso e del rigetto del benessere consumistico.

L’assieme di queste proposte e di altre collegabili apparirà utopico. Ma se la maggioranza sociologica si farà coinvolgere dal concetto di un’innovazione avanzata in contesto semicollettivista e solidale, scevro di velleità antagonistiche e trasgressive, le apparenze utopistiche si depotenzieranno e un avvenire semi-socialista farà meno paura.

Antonio Massimo Calderazzi

SAVONAROLA PER UN PD COPERNICANO: FRATE NON POLITICO DI CARRIERA

La nostra essendo nata come infelice repubblica dei partiti, non ha un partito che non sia usurpatore e ladro. Ma delle differenze esistono. Il Partito democratico è un po’ meno stomachevole di quello della Libertà. Presto o tardi il Pd tornerà al governo e, secondo ogni previsione, farà opere solo poco meno spregevoli di quelle di Silvio e Cicchitto.

Questa maledizione potrebbe esorcizzarla se avesse il coraggio di una rivoluzione copernicana. Se ripudiasse se stesso, se diventasse un’altra cosa. Se Bersani, un po’ migliore dei suoi pari, si abbassasse da leader, sia pure burocratico, a gestore amministrativo; e con lui si abbassasse o sparisse l’intero gruppo dirigente. A quel punto il Pd si reinventerebbe, butterebbe le zimarre via via indossate: la ex-marxista, la socialdemocratica cioè filocapitalista e atlantica, la liberista alla Blair, la girotondista, la zapaterista dei ‘diritti’ dimentichi dei poveri e di ogni idealità socialista.

Se facesse come Copernico (o come Lutero) il Pd si libererebbe dell’obbligo di amare tutto del mercato, di fare le guerre di Washington, d’essere indistinguibile dall’avversario plutocratico. Si approprierebbe della vocazione di forza innovatrice ma non impastoiata a sinistra. L’appartenenza di sinistra fa vincere qualche elezione, riempie alcune piazze, però imprigiona in una camicia di forza, anzi di Nesso (quella camicia che, intinta nel sangue avvelenato del centauro Nesso, Deianira figlia di un re fece per tragico errore indossare ad Ercole suo sposo; Ercole ne morì, la vedova si tolse la vita).

Il Pd, cambiando o no di nome, dovrebbe svoltare verso l’azione, fare scelte rivoluzionarie. Accettare la decrescita ‘felice’ invece che spasimare per il Pil, visto che l’ossessione dello sviluppo ci ha portato dove siamo. Con la decrescita bisognerà assicurare la sussistenza a enne volte più disoccupati, e a tal fine bisognerà sia dimezzare la spesa pubblica attuale, sia tassare gli abbienti, prima di tutto con le patrimoniali e i gravami sul lusso, fino a sfiorare l’avocazione. Poiché i capitali fuggiranno si dovranno mandare in esilio i loro proprietari, confiscando quanto questi ultimi non potranno portare con sé. Per dimezzare la spesa attuale e dilatarne una nuova occorrerà, oltre ai tagli orizzontali, la quasi cancellazione di certi bilanci -militari, diplomatici, di prestigio, futili o non essenziali- nonché dei costi stessi della politica. Bisognerà uscire dal Patto Atlantico e, se necessario, persino dall’Unione Europea.

Questi ed altri atti rivoluzionari non saranno mai, lo insegna la storia moderna, alla portata di un’organizzazione di sinistra. Per sfasciare gli assetti più turpi il Pd non dovrà far parte della sinistra. Dovrà essere tutt’uno col grosso della nazione. Ecco perché gli converrà darsi una leadership non derivata dal marxismo.

Da noi la sola forza non marxista e non liberista è quella che si ispira al cristianesimo sociale, dunque il Pd copernicano farà bene a scegliersi un capo cattolico -non un ex-democristiano- libero dalla gerarchia ma capace di mettere a frutto quella grossa risorsa che è il cattolicesimo organizzato. La Chiesa istituzionale potrebbe avere motivi per cooperare: non ci sono i porporati alla Tettamanzi? Certo, una parziale alleanza per la giustizia richiederà un papa lungimirante non solo nella fede, anche nella politica. Se egli mancherà, il cattolicesimo sociale farà a meno della Chiesa.

Il Pd della rottura dovrebbe scartare i suoi notabili, tranne qualche giovane che si sia credibilmente ravveduto. Se il partito non spetta agli ex-marxisti e nemmeno ai laicisti, la cosa giusta sarà cercare in un convento di montagna un frate trentenne il quale si senta figlio di Girolamo Savonarola, prima impiccato e arso, poi santo. Un trentenne che sogni di emularne la gloria fiorentina di nemico dell’idolatria capitalista, edonista, consumista. E di odiatore dell’infame gerarchia rinascimentale.

Un normale esponente Pd non andrà mai all’assalto di ciò che ci opprime: mille parlamentari quando duecento basterebbero; centinaia di migliaia di mestieranti delle urne in ogni angolo dello Stivale; costi e saccheggi della politica bene esemplificati dallo sfarzo del Quirinale. Un frate implacabile (e senza parenti da sistemare) come l’aspro priore di San Marco, andrebbe alla guerra contro il male. Il migliore dei personaggi che conosciamo del Pd, no.

Verosimilmente non accadrà nulla di tutto ciò. Il Partito democratico resterà vecchio e tolemaico (è Copernico che sbaglia). Vinta questa o quella elezione, il Pd governerà un po’ nell’infingardaggine e tra gli avvisi di garanzia, poi finirà come le altre socialdemocrazie Craxi/Blair/Brown/Zapatero.

A. M. Calderazzi