DESTINO MEROVINGIO PER MARIO MONTI

Lo sanno tutti che la prima grande dinastia franca, i Merovingi, fondata da re Clodoveo nel 481, non finì bene: abbastanza presto ridotta dal potere dei maestri di palazzo al ruolo di rois fainéants. L’ultimo sovrano merovingio, Childerico III, fu deposto da Pipino il Breve padre di Carlo Magno. Nei suoi tredici mesi Mario Monti ha fatto il merovingio, menomato dall’arroganza dei partiti, camuffata da senso di responsabilità. Al di là delle rivalità intestine, i partiti erano e sono strettamente confederati in un ‘maestro di palazzo collettivo’ capeggiato  da una specie di Pipino il Breve chiamato Giorgio Napolitano. Il collettivo ingiungeva, il Merovingio applicava.

Nel novembre 2011, insediandosi a palazzo Chigi, il Nostro cinse la corona di Clodoveo -dell’antenato primo, Meroveo, si sa poco- nel migliore dei modi. Annunciò che, oltre a scongiurare il default, pericolo supremo, avrebbe ucciso il drago della malapolitica. Ne avrebbe tagliato in grande i costi e i ranghi, abolito o diradato le province e le prefetture, avocato i redditi dei superburocrati e dei boiardi oltre il livello del più alto dei magistrati, incoraggiato il passaggio al parlamento unicamerale, avviato le grandi dismissioni; e parecchio altro. Soprattutto avrebbe fatto avanzare in modo simultaneo austerità ed equità, spirito imprenditoriale e socialità. Equità avrebbe voluto che il dovizioso One per Cent dello Stivale soffrisse, p.es. per l’Imu, tanto quanto soffrirono gli abitatori di bilocali più servizi. Perché la sofferenza fosse eguale, se i bilocali pagarono mille, i più ricchi di tutti avrebbero dovuto pagare cinquecentomila: questo essendo all’incirca il divario tra le condizioni.

Nulla di simile è avvenuto. Nell’anno di Monti l’incremento della progressività del prelievo fiscale è stato infimo. In realtà l’aggressione straordinaria sugli spiantati inermi avrebbe dovuto essere accompagnata da un’autentica patrimoniale sulle grandi fortune. Se all’espatrio illegale dei capitali si fosse risposto con espropri di beni non espatriabili e coll’esilio dei possessori nemici della collettività, ben pochi capitali avrebbero abbandonato il suolo patrio. All’asserzione, fatta anche dal Merovingio, che la patrimoniale avrebbe disincentivato gli investimenti stranieri, è agevole opporre che sarebbe stato facile esentare da prelievi eccezionali per ‘x’ decenni i nuovi investimenti dimostrabilmente stranieri.

Nessun gioiello nazionale è stato messo in vendita: cominciando dal Quirinale offensivamente costoso e sfarzoso. L’azione contro i costi e le prevaricazioni della politica, tutta delinquenziale, non è mai cominciata. Se un giorno sarà intrapresa, avverrà sotto un altro consolato. Inoltre appariva naturale, coerente con la logica bonificatrice del governo tecnico, che imitassimo i numerosi paesi che hanno ridotto le spese militari e chiuso le spedizioni all’estero. Incomprensibilmente, nel 2012 lo zelo atlantista e l’offerta a Washington di contributi a nostre spese sono cresciuti invece di ridursi. Per comprare super-armi di ultima generazione, Monti ha tagliato il Welfare. Invece nessuno può censurare il Fiduciario della partitocrazia per non avere preso misure in pro della crescita: primo perchè nessuna di tali misure era possibile nel 2012, secondo perché la crescita non dovrà più essere perseguita come lo è stata nell’ingannevole passato. Va sì perseguita la fraternità verso chi resta senza reddito. Gli alti consumi di massa non sono una priorità.

A credito del Merovingio devono certamente andare le parziali migliorie nei conti dello Stato e l’indubbio incremento della nostra reputazione internazionale rispetto al ludibrio in cui era affondata. Però: chi si sente di fare previsioni su quando e come dimezzeremo il debito sovrano, ove non cesserà la protezione ai privilegi della  nascita, della ricchezza e delle caste? Dovesse Monti diventare capo dello Stato, il suo volto sarebbe cento volte preferibile a quello di qualsiasi altro avanzo delle repubbliche trapassate.  Però il potere vero sarà dei partiti: il collettivo dei maestri di palazzo i cui capostipiti si chiamano De Gasperi Nenni Togliatti invece che Pipino il Breve Pipino di Herstal  Carlo Martello.

Ad ogni modo, non finirono molto bene nemmeno i vincitori carolingi. Il loro impero non fu millenario. Né durerà per sempre l’usurpazione dei partiti che soggiogarono Monti.

A.M.C.

ABC, RIECCOLI A MODO LORO

Tornano in scena i partiti

Miracolo tra Seul e Roma. E’ bastato che il premier sobrio e monogamo ventilasse dal lontano oriente la minaccia di dimettersi per provocare, come d’incanto, il repentino ritorno dei partiti al centro della scena, all’insegna di un “adesso ci pensiamo noi”: una promessa o una controminaccia? Intendiamoci. Che i partiti e in particolare quelli maggiori si trovino d’accordo su qualcosa, anziché accapigliarsi per lo più sconciamente, con quel nuovo stile a base di urla e turpiloquio ormai imperante, non può che rallegrare in linea di principio. Salvo che, naturalmente, l’accordo non rafforzi la difesa dei privilegi della casta o produca altri effetti di segno negativo.

Sarebbe stato in realtà portentoso che l’evento, ossia l’intesa raggiunta nel precipitoso vertice ABC, si rivelasse positivo e rassicurante anche nei suoi contenuti. E il secondo miracolo, infatti, non c’è stato. Al momento di scrivere non conosciamo ancora tutti i dettagli, che sembrano ancora da mettere a punto. Ma per quanto se ne sa pare già chiaro di che cosa si tratti almeno a grandi linee. Avremo una nuova legge elettorale e si procederà alla modifica della Costituzione con particolare riguardo allo sfoltimento della rappresentanza parlamentare, alla revisione delle competenze delle due camere e al rafforzamento dei poteri del premier.

Bene. Sul primo punto, chi potrebbe dolersi per l’archiviazione del porcellum? Tutti conoscono le sue molteplici pecche, tali da renderlo persino indecoroso nella sua stoltezza. Si spendevano somme enormi (riducibili, si spera, anche sopprimendo le votazioni fino a lunedì) per eleggere governi incapaci di governare e due camere a rischio di ritrovarsi con maggioranze diverse. Si attende conferma o meno del ripristino delle preferenze, dal quale molti si aspettano mirabilia, dimenticando, sembra, che erano state abolite perché favorivano le infiltrazioni mafiose. Più in generale, purtroppo, c’è da temere, per dire il meno, che anche una  legge elettorale tecnicamente perfetta serva a ben poco se non cambia la qualità degli eletti.

Sul secondo punto, non si capisce, o si capisce fin troppo bene, perché deputati e senatori debbano complessivamente diminuire solo da 945 a 750 quando il piatto piange e non risulta che i rappresentanti del popolo siano oberati di lavoro. Perché, inoltre, il nostro Senato debba avere il triplo di membri rispetto a quello degli Stati Uniti, la cui popolazione è cinque volte superiore alla nostra. Quelli Uniti sono appunto Stati mentre noi abbiamo solo regioni, che il federalismo mira però a potenziare ulteriormente e che già oggi si fregiano, a differenza dello Utah o dell’Alabama, di costose rappresentanze all’estero. Perché, infine, lo stesso Senato non debba essere composto da pochi rappresentanti delle regioni eletti dai rispettivi Consigli anziché dal popolo (anche qui, dunque, con relativo risparmio di soldi), come avviene per il Bundesrat tedesco.

Quanto ai poteri del premier, suona senz’altro giusto assegnargli quello di nominare e destituire i ministri, che devono ovviamente godere la sua fiducia. Non necessariamente, invece, quello di sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni, a meno di voler svuotare le maggiori competenze del capo dello Stato; il ruolo svolto da Napolitano non dovrebbe sconsigliarlo? Da ricordare, comunque, che della  presunta impotenza del premier si lamentava spesso e volentieri Berlusconi, che però le riforme vere non riusciva a farle, a differenza di Monti e malgrado le proprie maggioranze “bulgare”, per paura di perdere voti assai più che per gli impacci costituzionali.

Non si capisce inoltre, e in questo caso davvero, che senso abbia la scelta degli ABC di indicare sulle schede il nome del candidato premier di ciascun partito quando il progetto di nuova legge elettorale non prevede un premio di coalizione e favorisce quindi l’elezione indiretta anche di fatto del capo del governo, cioè da parte del parlamento anziché direttamente dal popolo. Con la singolare conseguenza che la carica potrebbe persino toccare, per effetto di imprevedibili alleanze parlamentari, non al candidato premier del partito di maggioranza relativa ma a quello di un altro, magari terzo o quarto arrivato.

Qui comunque siamo su un terreno squisitamente tecnico. Su quello politico e volendo anche morale l’attenzione viene piuttosto richiamata dalla telefonata di Fabrizio Cicchitto a Mario Monti, durante il vertice di Seul e subito dopo quello degli ABC, per ammonire il premier, a quanto risulta, a bloccare le modifiche che il ministro Severino vorrebbe apportare al progetto di legge anticorruzione per renderlo un po’ più incisivo e quindi anche più sgradito al PDL. In attesa di conferma e di vedere come reagirà Monti, se ne può dedurre con quale spirito la vecchia maggioranza stia preparando il terreno per il dopo governo tecnico, si spera senza trovare complicità, nella fattispecie, nella vecchia opposizione.

A rigore, d’altronde, la vecchia maggioranza non esiste più neanche in prospettiva data la diserzione della Lega, refrattaria tuttavia a scelte irrevocabili. Un tempo giustizialista, il partito di Bossi era poi saltato dalla parte opposta, così come dallo “scalone Maroni” di alcuni anni fa è passato all’avversione più aspra nei confronti della riforma pensionistica dell’attuale governo. Già sostenitore, inoltre, dei tentativi berlusconiani di radiare l’articolo 18, oggi si affianca all’estrema sinistra contro l’analoga operazione Monti-Fornero e di questa campagna leghista si erge ad alfiere Roberto Calderoli, l’uomo del porcellum, gridando che il premier in carica gli ha proprio “rotto le balle”. Schierato sulle stesse posizioni benché meno sboccato, Antonio di Pietro accusa Monti di puro sadismo nei confronti dei lavoratori, mentre Italia dei valori continua a perdere i suoi pezzi più pregiati (De Gregorio, Scilipoti, Ferrandelli, ecc.) a beneficio della concorrenza.

Se nelle prime file della politica, oltre a tutto, l’intesa ABC già minaccia (o promette?) di provocare spaccature all’interno di PDL e PD nonchè la resurrezione  di Forza Italia (o che altro) e AN da una parte e DS (o che altro) e Margherita (però mai davvero defunta, come sappiamo, almeno agli effetti monetari) dall’altra, anche dai rincalzi sarebbe dunque incauto aspettarsi più di tanto. Viva, allora, l’antipolitica? Dirlo è vietato, anche se verrebbe voglia di metterla alla prova perché in fondo è politica anche quella, come insegnava Aristotele.

Licio Serafini

MARIO MONTI E’ SPRECATO

…se non gli si danno pieni poteri

Per ciò che mi capitò di imparare avvicinandolo molti anni fa, Monti è l’unico rispettabile tra i figuri della Seconda Repubblica, forse finita forse no. Imparai per esempio che a uno come lui era possibile essere importante, riverito e al tempo stesso assai più cortese di quanto fosse indispensabile nel rapporto con un cronista. Io ero il cronista che lo intervistava su temi economici abbastanza irti da suggerire che gli mostrassi il mio testo per accertare che avessi capito il suo pensiero. Mario Monti mi chiese di ‘permettergli di apportare alcune correzioni’, con una  gentilezza che sono certo mi avrebbe negato l’ultimo dei suoi assistenti volontari,  l’ultimo dei funzionari delle grandi imprese, la Commerciale e la Fiat, di cui era alto consigliere.

Oggi, conoscendo intera la  sua biografia, non posso che considerarlo il meglio assoluto della nostra nomenklatura, oltre che l’esatto contrario  di colui cui succede. Ma la politica dello Stivale non merita questo salvatore, e non saprà nemmeno profittarne. Se Monti non fosse esistito, sarebbe stato meglio. Certo c’è lo spread, c’è l’imminenza della bancarotta. Tuttavia non è incoraggiante la prospettiva che l’ipercapitalismo e il regime vengano salvati prima di emendarsi e prima di espiare. Mario Monti potrà allontanare il default, rendere sostenibile il servizio del debito, razionalizzare questo o quell’aspetto. Però non potrà rovesciare e sfasciare il tavolo come occorrerebbe. Il tavolo sono i partiti, la Casta, le elezioni.

Se anche, per assurdo, Monti volesse farsi Cromwell o de Gaulle, il suo rispetto della legalità e la malevolenza delle istituzioni lo bloccherebbero. La meno nobile tra queste istituzioni, il parlamento, saboterà ogni grande opera tentata da un governante molto qualificato ma quasi certamente timido di fronte al ‘Mob’ che avrà di fronte. Il significato n° 3 di ‘mob’ nel Webster Dictionary è ‘criminal gang’. Contro la gang che nel 1945 si impadronì della Polis Mario Monti sarà inerme. Nella migliore delle ipotesi otterrà che il Mob delinqua meno. Senza sovvertire   l’assetto vigente, il più onorevole dei governanti possibili raggiungerà forse gli obiettivi congiunturali ma mancherà quelli storici. Ci farà restare in Europa, però come parenti di mala reputazione.

Divenuto improvvisamente nouveau riche, lo Stivale non sente il bisogno di moralizzarsi. Volterà le spalle a un Mario Monti eventuale operatore del bene duraturo, peggio di come la Francia rinnegò Charles De Gaulle quando, fatta fallire la comica rivoluzione del Sessantotto, il Generale chiese ai francesi di approvare il preliminare della sua opera maggiore, la costruzione della Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Per abbattere significativamente un debito di quasi duemila miliardi Monti dovrà imporre la patrimoniale; ma per poter aggredire i grossi patrimoni dovrà lambire anche i piccoli. Il ricatto delle urne (v.in questo Internauta “Gramellini: peggiocrazia ad esaurimento) non  permetterà questo lambire;  i grossi patrimoni saranno tassati poco, laddove Monti sa che per entrare nella storia dovrebbe invece smantellarli.

Nel 1868 il Giappone conobbe quell’autentica rivoluzione dall’alto che abbatté il regime dello shogunato (durava dal 1603, sembrava invincibile) e restaurò il pieno potere imperiale. L’imperatore Mutsuhito (Meiji Tenno) si fece riformatore globale dello Stato e della società, creatore del Giappone moderno. Una delle condizioni che consentirono la colossale svolta e l’industrializzazione fu la confisca delle immense proprietà dello shogunato e l’abolizione dei feudi (1871). Trent’anni dopo il Giappone era sbalorditiva potenza militare ed economica, annientatrice di flotte e di armate dell’impero zarista. Con Monti non potremmo sognare qualcosa di simile noi che sottostiamo al più basso degli shogunati, la Casta dei politici e dei padroni dell’economia finanziaria?

Volesse ispirarsi a Meiji Tenno (che non era un brutale despota, anch’egli come altri gran signori scriveva delicate poesie), Monti dovrebbe assalire non solo gli immobili e gli investimenti della fascia alta: anche le automobili, le barche, ogni consumo di lusso. Se i porticcioli da diporto e i campi da golf si sono moltiplicati oscenamente, se sulle autostrade sembrano andare solo macchine oltre i 150 cavalli, persino 400, è segno che gravare una tantum di tremila euro ogni veicolo di gamma medio-alta, oppure di una tassa di possesso quadrupla dell’attuale, sarebbe sostenibile, frutterebbe parecchio, aiuterebbe l’ambiente, darebbe l’annuncio di tempi nuovi.

Se invece Mario Monti esordirà con liberalizzazioni guardinghe,  privatizzazioni marginali (p,.es. salvando la Rai della Casta), e provvidenze simboliche, egli risulterà sprecato. Sono tempi da economia di guerra,  da requisizioni ed avocazioni, non di semplici riordini e di accordature impercettibili. Misura, ragionevolezza, riserbo, rigore, le altre qualità che hanno propulso Monti a salvatore della patria, forse lo perderanno.

E poi: non ci sono salvatori della patria senza poteri eccezionali. La Camera degli Imputati, il Senato dei Mariuoli, altre soi-disantes istituzioni andrebbero messe fuori gioco, impedite di nuocere. Col nemico alle porte, la virtuosa Repubblica dei Quiriti farebbe ‘dictator’ Monti, così come fece con Lucio Quinzio Cincinnato, dittatore per 16 giorni poi tornato ad arare, poi ancora dittatore a ottant’anni. I Quiriti concentravano in un uomo solo i poteri di tutte le magistrature. Il dictator faceva grandi cose perchè ogni altra istituzione era sospesa. Furono dittatori Garibaldi in Sicilia e Luigi Carlo Farini in Emilia.

Monti suscita troppe aspettative per fare solo il Paolo Boselli del 1916, persino il V.E.Orlando di dopo Caporetto.

Antonio Massimo Calderazzi