CHE FATICA COMBATTERE COPERNICO A DIFESA DEL SILVIOCENTRISMO D’ANTAN

Si consoli Angelo Panebianco: capitò anche a giganti del pensiero quali Martin Lutero (in sottordine, anche a Filippo Melantone) e a padreterni dell’astronomia come Tycho Brahe, di respingere la svolta eliocentrica di Copernico. Col tempo, e col sostegno delle conquiste di Keplero, Galileo e Newton, il grande polacco trionfò. Oggi, nel suo areòpago celeste, Copernico ha la soddisfazione di dare il suo nome a tutte le scoperte, teorie e prospettive che capovolgono ogni concezione precedente.

Non per questo Lutero e Tycho Brahe devono sentirsi umiliati per sempre. Lo stesso Panebianco non si disperi. E’ vero, a lungo ha creduto che il firmamento ruotasse attorno alla Terra, dunque attorno all’Uomo; che perciò il centro dell’universo fosse un magnate di Arcore, palazzinaro-pubblicitario prima, televisivo poi, infine statista incline alle orge con le menadi. Oggi che la comunità scientifica respinge il silviocentrismo, Panebianco sente la necessità di additare al monarca spodestato una nuova ragion d’essere. Tutto bene: però nel suo interesse si discosti dalla linea di pensiero enunciata il 13 maggio coll’editoriale cui il Corriere della Sera ha dato il titolo “Il destino bloccato di un partito”.

Panebianco esordisce con impeccabile buonsenso. “La debacle di Berlusconi nel Trentino conferma che, in assenza di un’opposizione credibile, Matteo Renzi sarà per molto tempo imbattibile. Il punto decisivo è naturalmente lo stato comatoso di Forza Italia. Un partito in cui il declino del carisma del fondatore ha aperto la strada a una miriade di conflitti tra notabili che si disputano pezzi di eredità; un partito che non è più in grado di attrarre gli elettori di centrodestra”.

Il ragionamento di Panebianco si fa meno cristallino quando afferma che Forza Italia è al momento “un partito bloccato, non può vivere né con, né senza Berlusconi. Lui è il fondatore, e solo lui può decidere se e quando tirarsi fuori. Anche perché, pur essendo la stella di Berlusconi offuscata, egli resta comunque l’unico leader che possa ancora far presa su settori dell’elettorato conservatore: qualcuno che riesca a prenderne il posto non è ancora emerso”.

Panebianco si fa ancora più tolemaico (per i giovanissimi= geocentrico ossia anticopernicano) quando statuisce: “Ma poiché Berlusconi resta nonostante tutto molte spanne al di sopra degli altri politici di centrodestra, egli sembra il solo ancora capace di intuizioni giuste”. Questo ci sembra ragionare da vecchio gregario del Cagliostro fininvest; quale è comunque l’ultima delle intuizioni fulminanti? Risposta: “dar vita a un partito repubblicano ispirato ai conservatori americani”. Ohibò.

Tuttavia il Nostro ammette che occorre anche rinnovare le idee: “Ha ragione probabilmente Antonio Martino a proporre una piattaforma centrata sulla flat tax : il prelievo fiscale dovrebbe essere una percentuale ‘x’ uguale per tutti, tolta la fascia dei più poveri, esentati dalle tasse”. Per la verità il professore nostalgico dell’arcorecentrismo riconosce: “Se fosse davvero adottata, la flat tax accentuerebbe le diseguaglianze; però innescherebbe una crescita economica vigorosa, forse anche nel tempo spettacolare”. Insomma: “C’è un ampio elettorato di centrodestra che può essere riconquistato se gli si presentano nuovi leader e nuove idee”.

E’ un paio di secoli che la ‘nuova idea’ della flat tax seduce gli zeloti del liberismo. Non è nemmeno escluso del tutto che, se la fascia degli esenti totali fosse fatta molto larga, tipo compassionate conservatism, il risultato potrebbe piacere per così dire alle masse. Però non sembra facile che Martino & Panebianco guadagnino il padronato più dinamico (=vocato agli investimenti) alla prospettiva di elargire sgravi fiscali alla plebe, pur di abolire la progressività. La rivoluzione della flat tax appare un’opera di lena abbastanza lunga da non poter beneficare né Martino né Berlusconi; laddove le geremiadi di Panebianco ineriscono all’immediato, a quella sortita dal castello assediato che salvi la guarnigione conservatrice e rimetta sul trono il deposto Silvio, prima che superi i 90 e passa.

Insomma la pensata di Antonio Martino potrebbe in astratto operare un mezzo miracolo. Però suggeriamo di perdere l’abitudine di collocare l’ex-Cav “molte spanne al di sopra di altri politici di centrodestra”. Era una valutazione sbagliata, oggi fa ridere più di prima. Le Borse si impennerebbero se Silvio entrasse in convento.

Porfirio

PARLAMENTO IN VACANZA

Per capirci meglio.

Un coro di proteste indignate e scandalizzate si è levato alla notizia che il parlamento sarebbe andato in vacanza in attesa del fatidico voto di fiducia o sfiducia del 14 dicembre, che poi magari non ci sarà (stiamo scrivendo con qualche giorno di anticipo su quella data). Proteste sacrosante, per un verso. Si tratta infatti dell’ennesima e ormai non più stupefacente prova di insensibilità della classe politica, comunemente nota come casta, nei confronti di una comunità nazionale che forse confidava in qualche segno di resipiscenza almeno in un momento così cruciale.

Deputati e senatori lautamente stipendiati e spesso assenteisti in vacanza straordinaria quando buona parte del paese soffre per la crisi e per una sequela inarrestabile di emergenze come quella di Napoli? Quando si lamenta (almeno da qualche parte) che le crisi attuali come tante altre pregresse si snodano e si dibattono ovunque salvo che in quella che dovrebbe essere la sede naturale, ossia appunto in parlamento? Quando si denuncia l’arenamento di vari processi decisionali su questioni particolarmente scottanti e urgenti con conseguente pericolo di gravi danni economici, come nel caso di opere finanziate con fondi UE?

Ebbene sì, proprio in vacanza, per di più prenatalizia e, come se non bastasse, non senza il sospetto che una delle sue finalità, forse la principale, fosse quella di lasciare più libero spazio ad un inedito mercatino di fine d’anno quale la compravendita di voti in vista della fatidica scadenza di cui sopra. Nel qual caso i mercanti avrebbero avuto almeno la delicatezza di sgombrare volontariamente e sia pure solo temporaneamente il tempio. Non conviene però stracciarsi soverchiamente le vesti perché non tutto il male viene per nuocere. Forse gli stessi mercanti hanno inteso rendere un servizio al paese essendo verosimilmente consapevoli di come stanno le cose almeno per quanto riguarda la funzione istituzionale primaria del parlamento: la legiferazione.

Qui il punto è stato appena fatto, in modo icastico, dal rapporto annuale del Censis, che non ha mai peccato di pessimismo sulle sorti nazionali. Il nostro, secondo l’istituto presieduto da Giuseppe De Rita, sarebbe infatti un paese “senza regole né sogni, che non ha più desideri”, e questo anche perchè “con troppe leggi dove però la legge conta sempre meno”. Proprio come le grida manzoniane, insomma. Se ricordiamo bene, il numero di leggi vigenti in Italia sta in un rapporto di circa 100 a 5 con quelle vigenti in Germania, la quale non sembra languire sotto il peso di una simile inferiorità. Non risulta, d’altra parte, che lo sfoltimento legislativo intrapreso da un eminente statista come Roberto Calderoli abbia dato finora frutti molto apprezzabili. La vacanza parlamentare, dunque, ci può stare, e potrebbe persino definirsi salutare.

Nemesio Morlacchi