Fede dolorosa di un Papa

“Grido a Dio: non permettere mai più una cosa simile!”. Papa Ratzinger è stato importante teologo, oltre che forse il testimone più intenso della tragedia vissuta da quei pontefici di tutti i tempi che hanno tentato di redimere le sconfitte della fede. E’ sconvolgente che il 28 maggio 2006 egli abbia urlato contro Dio. Egli grande teologo sa che il Dio Perfezione e il Dio Onnipotenza non può permettere Auschwitz nemmeno un volta. Se una volta ha permesso, il papa non può assolvere Dio.

E’ vero che Ratzinger si rifà alle tante invettive contro Dio nel Vecchio Testamento, per far risultare che non esiste fede senza accuse al Nume: “Dove era Dio in quei giorni?” ha scandito il papa nel Lager. “Perché ha taciuto? Come potè tollerare questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell’Israele sofferente: Svegliati, perché dormi, Signore?”.
Ad Auschwitz Ratzinger si avvalse del diritto di rivendicare che né egli, né alcun capo di alcuna fede possiede gli argomenti a difesa del Dio ‘onnipotente e perfettamente giusto’. Lo smarrimento del Sommo Pontefice è quello dell’ultimo dei fedeli.

Ad Auschwitz il papa germanico non poté non proclamare ‘sono qui come figlio del popolo tedesco’, così come non poté non difendere quel popolo annientato dalla ferocia: “Su quel popolo un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, a nome di prospettive di grandezza, di recupero dell’onore, di benessere: e anche mediante il terrore e l’intimidazione; cosicché il nostro popolo poté essere usato come strumento della loro smania di distruzione”.

Inevitabilmente, le volte che andò a quel Lager -nel 1979 e nel 1980, prima che nel 2006- dovette riconoscere : ‘Non possiamo scrutare il segreto di Dio: vediamo solo frammenti e ci sbagliamo a farci giudici di Dio e della storia…dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio “Svegliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo”. In questa occasione papa Benedetto XVI affermò che “il Dio nel quale crediamo è un Dio della ragione”. Ma fece anche proprie le parole terribili del Salmo 40:”Siamo messi a morte, come pecore da macello”.

Ratzinger disse ancora altre parole di verità: “Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano strappare anche la radice su cui si basa la fede cristiana… Volevano far scomparire un intero popolo (i nomadi) classificato come ‘lebensunwertes Leben’, una vita indegna d’essere vissuta”; e che i soldati russi “sacrificarono sì un immenso numero di vite per liberare i popoli da una dittatura, ma anche sottomettendo gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell’ideologia comunista”.

Quando Benedetto XVI fece la gran rinuncia, di scendere dal Soglio, si addussero varie spiegazioni , ciascuna delle quali in sé convincente: la stanchezza umana, l’indebolirsi delle forze, le sordità, le fazioni e le ferocie all’interno della Curia. Forse occorreva chiederci anche se egli non concluse di non potere più restare il capo dei cattolici, laddove nemmeno lui sperava di “scrutare il mistero di Dio”.
Nelle sue parole -ripetiamo, ad Auschwitz- “Dove era Dio in quei giorni?” Nelle parole del Salmo, lamento dell’Israele sofferente: “Signore, perché nascondi il tuo volto?”.

La fede è immortale?

SULLE DUE SPONDE DEL TEVERE PARALLELISMI, AFFINITA’ E RINUNCE

Un anno di Renzi, più o meno come un biennio di Bergoglio. Ininterrotti ribadimenti; volitività senza confini; realizzazioni e opere che deviano la storia, poche. In molti ci attendevamo dal Papa una mezza rivoluzione, quella svolta per cui nulla o poco di importante restasse come prima. Nessuna montagna si è mossa. Dal Premier forse era realistico aspettarci di meno: la politica è l’arte del possibile, possibile nel quale non c’è posto per l’ideale e il top del massimalismo è aspirare al meno peggio.

I conati di riforma di Renzi sono il meno peggio, confrontati alle alternative esistenti. La prima di esse è il berlusconismo. Nel quotidiano della politica come nell’anima della nazione il berlusconismo è la dipendenza di una parte del popolo e di una masnada della Casta da un personaggio ormai insopportabilmente simile nell’aspetto fisico all’Al Capone di prima di Alcatraz, o di Sing Sing o di altro sacrosanto penitenziario. Nella sfera spirituale la dipendenza di troppi nostri compaesani è dal più lubrico dei personaggi del genere fescennino. Che avrebbe pagato, secoli dopo, il poeta Decimo Giunio Giovenale per averlo creato lui come incarnazione di corruttela, licenziosità e sostanziale negazione ad essere statista! Eppure egli Cav ancora impartisce direttive, resta fuori dalle Case Circondariali, vince battaglie giudiziarie, arricchisce smisuratamente principi del foro, cocotte e semplici olgettine, mantiene lo ‘affetto’ di plotoni di deputati.

Le altre alternative: 1) il grillismo, ossia la strumentalizzazione un po’ scervellata degli istinti giovanili di rinnovamento; si è materializzata in conati di parlamentarismo fuori tempo massimo, dunque deteriore. Ripudiata, inevitabilmente, la santa utopia della democrazia diretta; 2) Matteo Salvini o l’ingentilimento del bossismo da bar-tabacchi; 3) il nulla integrale della Gauche degli intellettuali (sort of ) da terrazza romana o da trattoria pugliese specialità orecchiette. A nome della Gauche del Nulla, Stefano Rodotà e altre prèfiche della democrazia effondono lacrime sulla deriva autoritaria rappresentata da Renzi.

E invece Renzi fa benissimo a far rigare il parlamento e le camere. L’uno e le altre meriterebbero ben altra frusta e ben altra ramazza. Le prèfiche si aggrappano alla Costituzione che vuole il parlamento bicamerale spinto. E’ uno dei molti motivi per detestare deridere cestinare la Costituzione.

In presenza delle suddette alternative, è umano che molti nella Penisola abbiano sperato in Renzi: per essere ripagati soprattutto da enunciazioni, promesse, formule. Un anno dopo il ciclone Matteo, il paesaggio italiano presenta poche devastazioni: gli sconquassi, tutti da venire. Come avesse governato un anno Giovanni Goria, il compianto politico astigiano la cui memoria resta imperitura solo grazie all’abnegazione degli storici volontari di Wikipedia.

Questo Matteo, che si era presentato come emulo di Eracle (il figlio di Zeus & Alcmena) come operatore di fatiche più che umane e come generatore di almeno 70 figli, questo Matteo non deve temere alcun impeachment come perturbatore effettivo dei costumi e degli andazzi della Cleptocrazia. E’ vero, per la dira Camussa (la quarta Erinni dopo Aletto, Tisifone e Megera), il premier ha violato l’ordine naturale di cui esse Furie sono severe e vindici protettrici. Ma Camussa esagera. La Casta è in buona salute, e così pure quel suo comparto che sono i sindacati.

Il milione di persone che vivono di sola politica, cioè di sola rapina del denaro pubblico, resteranno al loro posto, quali che siano le smanie riformatrici del Fiorentino. Se questi brandirà l’arma delle elezioni anticipate, arriverà il veto/usbergo del Colle, la vetta più alta della Casta. Se le Province saranno davvero abolite, il nostro Pubblico Impiego non perderà il suo posto, così onorevole, nella classifica dei paesi industriali più burocratizzati. Gli alti papaveri che affittano a bassa pigione appartamenti di proprietà pubblica se li compreranno a poco. Dovesse il parlamento perdere la bicameralità piena dopo la parentesi similducesca (secondo le lagne di Rodotà, beninteso) di Matteo, risulterebbe sesquicamerale (una camera e mezza), con costi invariati. Inappagata resterà l’aspirazione degli ingenui a un Paese rovesciato sottosopra.

Delusi resteranno coloro che, passati 72 anni dall’armistizio di Cassibile (Siracusa) dove i generali G.Castellano e W.Bedell Smith stipularono la nostra resa incondizionata, credevano che lo Stivale potesse aspirare all’indipendenza dagli USA, quindi non essere più coartato a comprare F35, sommergibili d’attacco e missili così sofisticati che se il nemico non esisterà lo creeranno by default.

Direte, ma Bergoglio è un’altra cosa. Sarà. Ciascuno a modo suo ha rinunciato all’occasione assoluta di spezzare la continuità e rifiutare le logiche istituzionali.

Porfirio

LAMBERTINI E BERGOGLIO, PAPI INSOLITI E SENZA CONSEGUENZE

“Se volete un buon culo pigliate me”. Lo storico Stuart J.Woolf dà per attendibile (p.103, vol.III della manumentale Storia d’Italia dal primo Settecento all’Unità, Torino, Einaudi,1973) la bizzarra, dichiarazione attribuita al card.Prospero Lambertini, arcivescovo di Bologna, al conclave che lo elesse papa Benedetto XIV. Woolf precisa che questo pontefice regnò a lungo (1740-58) in spirito conciliativo nei confronti dell’aspra aggressione dell’Illuminismo. “Si attirò l’ambiguo plauso dei protestanti inglesi e dei philosophes francesi. Aveva modi sinceri, mente aperta, curiosità per le idee degli scrittori avversari, da Fontanelle a Voltaire”. Con quest’ultimo ebbe un carteggio, ricavandone la dedica del volterriano Maometto. Sappiamo che era arguto e sbrigativo: di qui la sconcertante proposta ai cardinali.

Sotto il terzultimo Benedetto Roma parve tornare ad essere un polo intellettuale e “fiorirono le speranze di riforma interna della Chiesa: lotta al bigottismo, una dottrina più pura, spazio ai principi giansenisti, contrasto all’integrismo dei gesuiti” . I gesuiti, scrisse esagerando Bernardo Tanucci, primo ministro a Napoli, “sono il canchero del genere umano”). Il nuovo corso vaticano fu fermato dal successore di Lambertini, Clemente XIII, ma l’Europa dei lumi reagì: i sovrani di Portogallo, Francia e Spagna espulsero la Compagnia di Gesù. Nei territori asburgici il Reformkatholicismus approfondì le radici, lo stesso avvenne in quelli soggetti ai Borboni. Per l’anticlericale principe Domenico Caracciolo, altro primo ministro del regno di Napoli, occorreva “ridurre la canaglia fratesca e la tirannia della Curia; in più far pagare ai prelati”.

Forse è possibile stabilire somiglianze e parallelismi tra papa Lambertini e il suo successore gesuita di 27 decenni dopo. Entrambi spregiudicati, aperti alle novità e agli esperimenti,  accomunati dalla modestia dei risultati finali. Benedetto XIV non operò la svolta che era logico attendere. Qualcuno lo ricorda solo come canonista, autore del De Canonizatione Sanctorum, laddove la  moltiplicazione dei Santi non fa onore alla Chiesa. E sappiamo che Clemente XIII ripristinò una continuità con la tradizione che l’antico cardinale di Bologna aveva accettato di discutere alquanto. Serviranno due secoli perchè l’avvento di Giovanni XXIII accenda speranze, peraltro rivelatesi effimere. E occorse un altro mezzo secolo perchè nella primavera 2013 apparisse un fatto tellurico, un’apparente cesura con due millenni.

Il regno di Lambertini fu lungo e senza scosse forti. Quello di Jorge Maria Bergoglio appare programmato perché le acque profonde della Chiesa, anzi della Cristianità, restino immote quali che siano i venti perturbatori della superficie. Per la prima volta nei secoli della modernità l’Argentino era apparso un autentico rivoluzionario. Per la prima volta il papa romano si era configurato come un possibile Mosé, maestro e guida dell’intero ecumene un tempo cristiano, oggi soprattutto laico, cioè sopraffatto da una secolarizzazione implacabile.

Se Francesco avesse proposto all’Occidente un Grande Disegno, un Progetto concreto di palingenesi sia pure sommessa e realista, l’Occidente avrebbe riflettuto, discusso, magari rifiutato ma metabolizzato. Invece non c’è stato Progetto. Ci sono stati, come succede di frequente, Cento Giorni di gesti accattivanti, però innocui; alcuni cambi della guardia in Vaticano; taluni comportamenti innovativi. Poi il mondo, come l’Occidente, è passato ad altro. Non si parla più di rivoluzione di un Bergoglio/Mosé capace di guidare l’Occidente verso una terra più amica dello Spirito. Si parla di un papato come gli altri, qua e là aggiornato q.b.

L’ascesa di papa Lambertini fu un normale avvicendamento. Quella di Bergoglio apparve un cataclisma: che non c’è stato, e difficilmente ci sarà. La Chiesa di Bergoglio è, mutatis mutandis, quella di Prospero Lambertini: prevalenza di innocenti devozioni al Cuore Immacolato di Maria. Una differenza è nel dilagare del Tv-Evangelism, inevitabilmente indirizzato ai soli  anziani illetterati. Eppure oggi le masse leggono, viaggiano, orecchiano la cultura, anelano persino al numinoso ‘tangibile’ evocato da Eugenio Montale. Le devozioni mariane, ai grandi numeri come ai pochi, dicono il nulla.

l’Ussita

IL GRAN RIFIUTO DI BERGOGLIO COME E PIU’ DI QUELLO DI CELESTINO V

Si è spenta la speranza che il mondo avesse trovato in Francesco un maestro/una guida per i credenti e i non credenti. Il mondo ha trovato un altro riferimento, un modello in più, non un condottiero morale, non un Mosè superiore a tutti. A un anno dall’elezione papa Francesco dice cose e offre segni che hanno qualche rilievo per i cattolici, non così per il resto degli uomini. L’illusione era che una svolta rivoluzionaria della Chiesa galvanizzasse i popoli. Dio sa se la nostra epoca, orfana di ideali, emancipata sì dai dettami delle ideologie però rassegnata alla deriva, non avrebbe bisogno di un insegnamento trascinatore, di una forte mano spirituale. La nostra epoca è intrivialita nell’abitudine.

Francesco, all’inizio sbalordendo con atteggiamenti scandalosi come il Vangelo, era apparso non a tutti ma a molti un potenziale riformatore della civiltà. Non in quanto capo dei credenti cattolici, bensì come il protagonista riconosciuto dal mondo intero e comunque dall’Occidente, un capo sostenuto da un retroterra storico ineguagliabile ma ispirato a principi innovativi.

Forse Oswald Spengler non avrebbe annunciato il Tramonto dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes) se fosse vissuto nei giorni in cui papa Francesco sembrava voler deviare la storia, avviare la bonifica integrale di un mondo fattosi palude.

Questo papa avrebbe conquistato l’Occidente, l’Abendland di Spengler, se l’avesse folgorato, turbato in profondità. Questo fece con gli Arabi Maometto, plasmatore di una cultura e di un impero. J.M.Bergoglio ha deciso di non plasmare, di non sovvertire. Ha aggiornato gli accenti di quanto la Chiesa dice da millenni, con efficacia decrescente. Il messaggio resta quello tradizionale: in qualche misura fondamentale, però conosciuto da sempre. I contenuti sono quelli antichi. Non possono essere nuovi, non possono né sorprendere, né emozionare. Le grandi questioni del nostro tempo ricevono le risposte coniate da papi e teologi del passato, qua e là aggiornate nello stile e nei riferimenti di contesto.

L’intervista al pontefice del direttore del ‘Corriere della Sera’ (5 marzo) ha il senso, oltre che di un primo bilancio, di un documento programmatico. Se presa alla lettera, è l’annuncio che non ci saranno svolte. Che il pontefice non si propone di creare realtà nuove, pur impegnandosi, più di quel che si usasse, ad accogliere talune novità provenienti dall’esterno della Chiesa. Di qui le diversità stilistiche. P.es. invece di pronunciare anatemi Francesco vuole dedicare attenzione ai divorziati e alle unioni civili. Non ama si parli di valori non negoziabili. Agli orfani e alle prèfiche del marxismo offre rispetto. Proclama che la Chiesa è dei poveri, però non compie atti che realizzino tale simbolica appartenenza. La Chiesa di Francesco è anche degli agiati, anzi rimane essa stessa agiata. Come tutti i suoi predecessori, questo pontefice stempera l’evangelico “guai ai ricchi che hanno avuto in terra la loro ricompensa”. Compirà viaggi nei paesi della povertà smisurata, sapendo che essi viaggi cambieranno quasi nulla: alla pari dei vari aggiornamenti stilistici.

Coloro che accreditano a Bergoglio il proposito di allontanare la Chiesa dall’Occidente ecumene del capitalismo, sorvolano sulla somiglianza con le consuete esortazioni ecclesiastiche alla condivisione e alla carità. La Chiesa resta importante detentrice di beni, i cui frutti non vanno interamente alle opere di misericordia. Nei secoli passati è stata imponente la quota di ricchezza destinata agli edifici sontuosi e ai patrimoni dei parenti di cardinali e di papi.

All’intervistatore Ferruccio De Bortoli, il pontefice ha fatto un’affermazione inequivocabile: “Nel marzo scorso non avevo alcun progetto di cambiamento della Chiesa. Nel mio modo di agire aspetto che il Signore mi dia l’ispirazione”. Ecco un’interpretazione autentica che dissolve buona parte dei miti sorti -anche in chi scrive- sulle inclinazioni rivoluzionarie del pastore venuto ‘dalla fine del mondo’. Rivoluzionarie erano le azioni che da Bergoglio si attendevano: non sono venute, probabilmente non verranno. Ignazio di Loyola vince.

Innovativo, persino drammatico, sarebbe stato per esempio capovolgere l’insegnamento canonico sul controllo delle nascite. Il cattolicesimo è corresponsabile della tragedia dell’esplosione demografica. Invece Francesco ha definito “geniale e profetico il coraggio della Humanae Vitae (di Paolo VI) “di opporsi al neomalthusianesimo presente e futuro”. Secondo Francesco “la questione non è di cambiare la dottrina, ma di far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni”.

No. L’esplosione demografica è talmente grave da non permettere giochi di casistica o escogitazioni pastorali. Dalla Chiesa, presto o tardi, dovrà venire il ripudio assoluto del principio – formulato dai teologi non da Cristo e crudelmente smentito dalla realtà- secondo cui ogni nuova vita è un dono di Dio. Da ciò che sappiamo di Francesco, il ripudio non c’è, è difficile che ci sia. Un giorno verrà, da un successore trent’anni più giovane.

Per finire. Quale avrebbe potuto essere un singolo atto esemplare del papa (un atto, non un assieme di gesti e di enunciazioni) che folgorasse l’Occidente, che aprisse l’Esodo dalla cattività egiziana -un Egitto di capitalismo consumista- verso le terre e i cieli della Promessa? Risposta: l’abbandono fisico di Roma. Il trasferimento della Chiesa istituzione in un luogo di totale innocenza rispetto ai troppi secoli vituperevoli del vertice cattolico. Un atto così avrebbe fatto credibili gli orizzonti di Bergoglio. Lo avrebbe trasformato in un Mosè di popoli. Anche i non credenti, tutti quanti soffrono per l’inumana bruttezza del materialismo vittorioso, avrebbero derivato da un fatto di rottura grave la gioia di credere nell’utopia della rigenerazione des Abendlandes.

A.M.C. cattolico praticante

FORSE ENTRO 4 ANNI IL PAPA ESALTERA’ LUTERO E ANNETTERA’ IL PROTESTANTESIMO

Alla prima uscita di ‘Internauta’, nel 2010, uno scrittarello “Il Papa demolitore che rifonderà il cattolicesimo” invocava/annunciava “un pontefice rivoluzionario”. Dopo il quale “una Chiesa che volti le spalle a Roma e venda tutto si scoprirà nella sua cruda povertà l’unica superpotenza spirituale, e anche ideologica, del pianeta”. Oggi che i media del mondo intero sono stregati da un papa emerito e, più ancora, da un papa ‘francescano’, si fa più vicino l’assurgere dell’unica superpotenza morale. Forse Francesco vorrà fare grandi cose.

Dicono che nelle questioni di dottrina guarderà al passato. Eppure quando tra quattro anni, il 31 ottobre 2017, si compirà mezzo millennio dal giorno che Lutero affisse le Novantacinque Tesi alla porta di quella chiesa di Wittenberg, il pontefice ribalterà la scomunica del 1521. Ripudierà cinque secoli di lotta al protestantesimo, dichiarerà santa l’insurrezione del cristianesimo tedesco. Dopo le infamie della Chiesa culminate con i Borgia -non dimentichiamo che Cesare, figlio dell’immondo Rodrigo (Alessandro VI simoniaco), era stato cardinale giovinastro prima di farsi principe canaglia; che Alfonso Borgia, zio di Rodrigo, come papa Callisto III era stato talmente nepotista da alienarsi l’amicizia e l’alleanza di Alfonso d’Aragona re di Napoli-; dopo la vasta campagna di vendita delle indulgenze ‘per la fabbrica di San Pietro’; dopo l’ascesa al Soglio del trentottenne figlio di Lorenzo il Magnifico (Leone X, glorioso per gli artisti che manteneva ma diabolico per i credenti tedeschi); dopo una fase così lunga e scellerata, la fiducia nella Chiesa del cristianesimo germanico e nordeuropeo era morta.  Lutero fece rialzare e vivere il Credo. ‘Lazzaro alzati!’.

Anche i maggiori tra i precursori-martiri della Riforma, John Wycliffe e Jan Hus, meriteranno  che Francesco li dichiari eroi della fede. Il corpo del primo fu riesumato e bruciato trentuno anni dopo la morte per volontà del Concilio di Costanza. Nello stesso anno 1415 il rogo uccise Hus, il più grande dei discepoli di Wycliffe. Tra due anni saranno dunque sei secoli dalle empie fiamme del 1415. Ripudiare le condanne dei tre Riformatori sarà coerente con le linee di svolta e di misericordia annunciate da Francesco. Richiamiamo ancora ciò che ‘Internauta’ scriveva due anni fa: “Un cattolico praticante come chi scrive sente che la Chiesa dovrà fare l’esatto contrario che il ritorno al cardinale Bellarmino. Non servirà un papa riformista. Servirà un rivoluzionario: in nulla espresso dalla Curia, dal management, dalla diplomazia, e invece ‘fatto’ nelle parrocchie, negli ospedali, nelle cappelle delle carceri, nelle clausure (…) Sulle macerie e sui cadaveri del marxismo, del liberalismo capitalista, del laicismo progressista/trasgressivo la Chiesa della rivoluzione si ergerà vera vincitrice. Il più alto dei fari. La più possente delle centrali del pensiero”.

Logico coronamento della coerenza di Francesco sarà la proclamazione della santità di Lutero, Wycliffe e Hus. Non tre santi in aggiunta ai troppi, ma tre santi Ricostruttori.

A.M.Calderazzi

RATZINGER LASCIA ENTRARE IL FUTURO

Le forze fisiche del Papa scemavano, ma non fermiamoci alle giustificazioni mediche della Rinuncia. Essa è anche, non può non essere, 1) l’enunciazione di una crisi epocale della Chiesa e della fede; 2) l’ammissione di una sconfitta; 3) la formulazione dolorosa della prospettiva di un futuro incompatibile con la coerenza del papato all’antica. Un pensatore, diciamo pure un uomo superiore, come il Papa non poteva ingannarsi sull’impotenza della Chiesa di fronte alle sfide sempre più aggressive della modernità. Non sfide cui qualsiasi pontefice possa sottrarsi al riparo del retaggio; tanto più in quanto sia un retaggio da ripudiare. Questo papa è stato soprattutto custode della tradizione, ma in quanto maestro di teologia, cioè in quanto ideologo e filosofo della fede, era consapevole come nessun altro della minaccia mortale che incombe su tutti i credi trascendenti, non solo sul cattolicesimo.

Un’ammissione di sconfitta, ipotizzavamo, perché otto anni di pontificato non hanno né risolto problemi, né allestito basi di partenza verso il futuro. Un po’ è andata come a Flavio Claudio Giuliano imperatore, l’Apostata, che tentò di riaprire i templi degli  Dei pagani. Benedetto XVI provò a far risorgere l’inconcussa fede antica, ma quello che chiamava relativismo è stato più forte.

Infine Ratzinger sa che scelte rivoluzionarie attendono la Chiesa: non solo per respingere gli assalti dell’ateismo, anche per cogliere le possibilità di forte rilancio religioso le quali apparivano scomparse per sempre, e invece si alzano: rilancio riferito non tanto alla Rivelazione quanto all’insopprimibile bisogno del divino anche negli uomini del Terzo Millennio. Quando Dio muore, gli uomini ne vogliono un altro, altrettanto Luce del mondo.

Ratzinger sa che se la Chiesa si rifondasse temerariamente, forse ritroverebbe sul piano spirituale il ruolo superbo dei tempi, foschi ma immensamente vitali in termini terreni, di Indebrando da Soana (Gregorio VII) e di Lotario di Segni (Innocenzo III), protagonisti superiori a tutti i sovrani della Terra. Un papa sovvertitore che con le azioni, non con le parole, dichiarasse chiuso il ciclo bimillenario e il paradigma romano, si proporrebbe come maestro del mondo: tanto è ancora il potenziale del senso religioso dell’esistenza (v. in questo Internauta “Da papa a parroco del mondo”). E Ratzinger sapeva di non poter essere il Sovvertitore/Rifondatore.

Messa così, la Rinuncia dell’11 febbraio 2013 acquista un significato epico, come profetica  fu, sette secoli fa, quella dell’eroico eremita da Morrone. Fu una scelta molto più drammatica di questa. Ma Benedetto XVI è stato certamente sconfitto nel conato di aggiungere idealità alla Chiesa istituzionale, senza prima diroccarla. Per quello che si sa, Benedetto voleva nobilitare, arricchire di spirito, non riformare né deviare il corso del cattolicesimo. Era missione impossibile, anche perché egli è stato colpito da autentiche sciagure, quali lo scandalo della pedofilia o l’allargata repulsione verso i beni materiali della Chiesa. Anche le lotte di fazione in Vaticano sono state una sciagura, però non grave come le turpitudini del decimo secolo, le infamie del papato quattrocentesco  e il non breve durare del nepotismo. Le divisioni della Curia sono normale dialettica tra concezioni e interessi al vertice di un grande organismo temporale, e non sono vituperevoli come i peccati negli oratori e nei seminari.

Per aprire tempi nuovi non servirà un papa liberal, ne servirà uno rivoluzionario. Dovrà rigenerare non solo la Curia -sia in quanto alta burocrazia, sia in quanto governo collegiale della cattolicità- ma la Chiesa intera. Non riuscirà senza chiudere fisicamente e vendere i palazzi romani, cioè senza sconfessare il retaggio che essi tramandano. Ogni volta che sul soglio di Pietro salirà un papa di alto sentire, il mondo si attenderà che ingaggi una lotta frontale con la Curia. Non potrà vincere senza troncare la continuità. La Chiesa della continuità non ha futuro. Quella della palingenesi si trasfigurerà e, per così dire, ‘erediterà la terra’ in quanto unica religione/ideologia sopravvissuta alla moria delle dottrine che hanno guidato gli ultimi secoli. Questa palingenesi stordirebbe e coinvolgerebbe il mondo. Ma il cristianesimo dovrà essere se stesso e il suo contrario. Finita nel disonore l’idea marxista, oggi si contrappone al messaggio evangelico  solo il miserabile materialismo capitalista/consumista, con i suoi vari satelliti.

Il futuro cristianesimo sommovitore avrà la forza dirompente dell’Islam delle origini, se troverà un Maometto.

l’Ussita

DA PAPA A PARROCO DEL MONDO

Parroco del mondo: ma non solo a beneficio della Cristianità. Anche per umanizzare un pianeta dominato da ferocie e consensi triviali. Diciamo il papa, non perché meriti di primeggiare sui grandi della Terra; sono passati molti secoli da quando risultò falso il vanto d’essere vicario di Cristo e primo dei sovrani. Diciamo il papa perché è solo tra i Grandi a poter fare scelte rivoluzionarie senza doverle contrattare con altri poteri. E solo il papa, portatore sommo delle istanze di continuità, può fare la scelta rivoluzionaria di rinnegare la continuità che uccide.

Facile sostenere che, passati due millenni, è il retaggio in sé che sta spegnendo il cattolicesimo, la parte più importante della cristianità. Meno facile argomentare che l’umanità intera si gioverebbe, almeno di rimbalzo, se un papa del futuro non lontano deviasse -di colpo, non gradualmente- la rotta della sua Chiesa. E che la novità sarebbe così dirompente da impressionare il resto del mondo. In primis l’Occidente, poi gran parte del pianeta, condividente  o no i valori di rottura proposti dal Mosé dei cattolici, non sarebbero più gli stessi.

I nuovi valori non deriverebbero dai concetti: scaturirebbero dai fatti. I papi della modernità hanno fatto inutilmente migliaia di enunciazioni, invocazioni, appelli. Un magistero ininterrotto, smisurato, spesso discutibile e sempre più inefficace. Sarebbe meglio se un pontefice come Ratzinger, ricco di un insolito prestigio intellettuale, si chiudesse nell’intenso silenzio della meditazione. Non più quotidiani moniti a fin di bene, progressivamente più scontati e senza effetti.

Per ciò che sappiamo non sarà Benedetto XVI a varcare il più fatale Rubicone della storia. Quello tra i suoi successori che lo farà devierà i tempi, aprirà un’altra era. Non tanto per i credenti, sempre più minoranza, quanto per l’intero consorzio umano. Annuncierà una grande rivoluzione, e i messaggi delle grandi rivoluzioni arrivano a tutti.

I fatti non le idee, anche se coraggiose, saranno rivoluzionari. Il pontefice Demolitore e Ricostruttore dovrebbe proclamare la chiusura di un ciclo più che bimillenario, la morte della Chiesa costantiniana e il ritorno alle origini eroiche. Dovrebbe abbandonare Roma, trasferirsi in un monastero e nelle sue celle allogare i non molti uomini e donne richiesti dalla conduzione della Nuova Chiesa mai più centralizzata/ monarchica. Dicasteri, ambasciate, nunziature, riti diplomatici, eventi mediatici, zero. La Santa Sede non sarebbe più né uno Stato, né alcun tipo di potentato: solo un Tempio, casa del Signore, coi suoi sacerdoti, accoliti, conversi ed economi, casa senza confronti più povera della sinistra opulenza di san Pietro (sito da ristrutturare come sarebbe piaciuto al Nazzareno).

Cessando d’essere sovrano, sia temporale che spirituale, il papa tornerebbe il servus servorum Dei di Gregorio Magno,  come tale molto più di prima maestro dei popoli. Quanti delitti della Chiesa dovrebbe confessare: partendo persino prima del saeculum obscurum, il X, quando la senatrix Marozia fu l’amante di un papa (Sergio III), l’assassina di un altro (Giovanni X) e la madre di un terzo (Giovanni XI), finché non venne imprigionata dal figlio del suo terzo matrimonio, Alberico, che si fece signore di Roma per ventidue anni. Quanti dogmi e quante condanne andrebbero sconfessati: ultimi quelli incomprensibili come l’infallibilità del pontefice (1870), l’Immacolata concezione (1853), il Sillabo (1907), il giuramento antimodernista imposto al clero (1910), il Codice di diritto canonico (1917), l’enciclica antiecumenica del 1928, gli accaniti pronunciamenti contro il controllo delle nascite.

Quanti Concordati si dovrebbero stracciare, quanti interdetti ritirare. L’intero modello incentrato sul ‘sistema romano’ vigente dal XI secolo andrebbe ripudiato. La Nuova Chiesa, pur severa verso la banalizzazione dell’aborto e la dissacrazione dei costumi, non dovrebbe combattere ma aiutare il birth control, ovunque la miseria venga aggravata dalla crescita demografica. Come scriveva il teologo tedesco Hans Kung, cui Roma nel 1979 proibì di insegnare, la Seconda Chiesa dovrà mettere fine al culto della personalità e rinunciare ai troppi viaggi pontifici,  proclamazioni di Santi, pellegrinaggi ed altri eventi di massa organizzati dagli specialisti. Rinunciare persino alle enfatiche ammissioni di peccati, quasi mai seguite da atti di concreta coerenza. Hans Kung ebbe a invocare un Giovanni XXIV che riprendesse l’opera grande di Roncalli. Ma Roncalli, con tutto l’affetto che meritò, fu ancora un papa del passato. Con lui e dopo di lui le canonizzazioni, l’incremento delle devozioni popolari (p.es. il Cuore di Gesù e quello di Maria) sono continuati, a detrimento della ricerca e del pensiero. La spiritualità si è approfondita solo nei cenacoli quasi catacombali  della Chiesa di base.

Il grande Demolitore che l’avvenire porterà non si limiterà a riproporre la dottrina sociale della Chiesa -con tutta la sua superiorità sul marxismo e sul liberalismo- ma smaschererà per sempre, con nomi e cognomi, l’egoismo degli abbienti. Dovrà rifiutarne il tradizionale e non disinteressato ossequio verso la Chiesa istituzionale. Dovrà silenziare i media furfanteschi dai quali gutturali voci d’inflessione balcanica o africana promettono ai più semplici che inoltreranno le loro suppliche al Cuore della Madonna. Voci gutturali che incessantemente scandiscono le coordinate bancarie per i versamenti al suddetto Cuore.

Quando queste e altre asprezze saranno non enunciate ma compiute  (tra l’altro mettendo al lavoro nella vigna del Signore le donne, finora discriminate, quasi avessero mezza anima: laddove è solo davanti all’altare che meritano più dei maschi); quando queste cose avverranno, la Nuova Chiesa provocherà gli uomini, religiosi o atei, come non era più accaduto dai tempi apostolici.

Il mondo sarà sfidato a non essere più se stesso, materiato di malvagità. Solo i migliori accetteranno la sfida, ma la loro forza non sarà irrisoria. Non poche iniquità, come i privilegi della nascita e gli eccessi della ricchezza, risulteranno non più tollerabili. I potenti gestori della modernità, i signori dei grattacieli, saranno confrontati dagli esempi che verranno da quel disadorno monastero caput mundi, e a volte proveranno ad emendarsi.

Molto risulterà merito di un papa fattosi Parroco del mondo. Non sarà il ritorno all’Eden: ma qualche guerra sarà scongiurata, qualche portaerei convertita in dormitorio per i miserabili, qualche animale da calcio o da moda espropriato dei sozzi milioni, espropriato assieme a chi lo fa ricco.

l’Ussita

La stampella vaticana a Berlusconi

Per chi ha giustificato genocidi, torture, guerre e roghi, cosa volete che sia chiudere un occhio su una bestemmia, due matrimoni e qualche camionata di puttane?

Le alte gerarchie della chiesa italiana complottano all’ombra dei palazzi romani, e questa non è certo una novità. Il governo traballa, la sinistra è vista come inaffidabile, anzi come nemica. Anche il nascente terzo polo è guardato con sospetto. L’esilarante racconto di Berlusconi sulle confidenze del Segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, è esemplare: “Quando gli ho chiesto cosa ne pensasse del terzo polo, il cardinale mi ha risposto che non celebra matrimoni fra uomini, soprattutto se si tratta di Casini e di Fini”.

Troppo laico Fini per essere bilanciato da un pur devotissimo Casini. Imperdonabili certe sue scelte sul referendum per la procreazione assistita o sui casi Welby ed Englaro. Il terzo polo no, si dice in Vaticano e alla Cei. E la sinistra men che meno. Cosa ci resta eminenza?

Ovviamente Lui, sorridente, malleabile, ragionevole, gommoso. In cambio di una legislazione gradita al Vaticano, su embrioni, coppie di fatto e testamento biologico, la Santa (e meretrice) Chiesa di Roma chiuderà un occhio sui vizi privati del Presidente del Consiglio. E allora vai di constestualizzazione! Se poi il governo maltratta gli ultimi, quelli dalla cui parte ci si aspetterebbe di trovare i seguaci di Cristo, che problema c’è…nella prossima vita saranno i primi.

Ci sono parroci coraggiosi che alzano la voce contro questo scempio, e c’è anche qualche vescovo che stropiccia i piedi imbarazzato, ma è il bello della gerarchia, alla fine la voce che esce e copre tutte le altre è una sola.

Rimane un interrogativo: scomparso Berlusconi la Chiesa a chi si rivolgerà? Chi sarà il vincitore non si può sapere ora, di sicuro ci sarà una lunga fila di contendenti. Ma chissà che durante le selezioni non si riesca a far passare qualche legge di civiltà in Parlamento.

T.C.

IL PAPA DEMOLITORE CHE RIFONDERÁ IL CATTOLICESIMO

Straordinaria l’importanza, nella luce come nelle ombre, dell’articolo “L’immutabile destino della Chiesa: trionfante e sofferente insieme” di Vittorio Messori (Corriere della Sera, 7 luglio 2010). Messori è intimo di Benedetto XVI (“Quando mi descriveva la situazione”; “Una volta, a tavola, gli sentii sfuggire una confidenza”).

Le sue enunciazioni sono, questa volta in ogni caso, ammirevolmente oneste: “Il Dio di Gesù sembra eclissarsi”. “La Chiesa sarà sempre viva e feconda e, al contempo, come agonizzante”. “Clero indegno, tra abusi sessuali e affarismi? Nessuna sorpresa, essendo (la Chiesa) sia casta che meretrix”. “Decadenza numerica? Il suo destino, come prevede il Vangelo, è di essere piccolo gregge, lievito, sale, granello di senape”. E soprattutto:”Nulla può turbare il Pastore se regge la fiducia nell’esistenza di Dio. Nulla può stare in piedi, invece, se ci si convince che ci sono Caso, Materia, Evoluzione cieca al posto di Dio (…), che la Chiesa è una multinazionale affaristica o, a essere benevoli, la maggiore delle Ong”. “Per due volte, negli ultimi mesi, Benedetto XVI ha ripetuto: “La fede rischia di autoestinguersi, come una fiamma che non trova più alimento” e “Oggi, in Occidente, chi mi stupisce non è l’ incredulo, è il credente”.

Grandezza di riconoscere la verità, in Ratzinger come in Messori. Ma sorprendentemente angusta, anzi cieca, nel secondo la visione dell’avvenire immediato. La salvezza, per Messori, verrà dall’istituzione del nuovo Pontificio Consiglio per la la rievangelizzazione dell’Occidente secolarizzato, “affidato a un arcivescovo come Rino Fisichella, cardinale se farà bene”. Verrà soprattutto dalla riscoperta di quel “lavoro di ricerca della credibilità della fede, quell’accordo tra il credere e il ragionare che è sempre esistito nella Chiesa, e che dopo il Concilio era stato abbandonato (…) E’ tempo insomma di ritorno all’apologetica (oggi si preferisce chiamarla (…)Ci vorranno nuovi apologeti, rispettosi di tutti e al contempo coriacei”.

Dunque, secondo Messori, nessuna esplorazione in terre nuove. Invece ritorno a ciò “che è sempre esistito nella Chiesa” e rifiuto di “molta teologia infida che insinua il dubbio e mina le certezze”, di “tanta esegesi biblica che disseziona la Scrittura con un metodo creato nel Novecento da atei o da protestanti secolarizzati”. Rifiuto, infine, “di tanta pastorale che nega le basi dell’etica cattolica”.

Se questo è il pensiero, oltre che di Messori, anche di Ratzinger, la Chiesa non ha speranza. Un cattolico praticante come chi scrive sente che la Chiesa dovrà fare l’esatto contrario che il ritorno a Bellarmino. Questo esatto contrario lo farà un papa non riformista, ma rivoluzionario. In nulla espresso dalla Curia, dal management e dalla diplomazia (persino Roncalli, un nunzio, era sbagliato), e invece “fatto” nelle parrocchie, nelle cappelle delle carceri e degli ospedali, nelle clausure dei cenobi. Un papa santo-estremista, più deciso di Lutero, che demolisca quasi tutto, abolisca i cardinali e i prelati burocrati, sciolga la Città del Vaticano, ripudi non i soli crimini del Medioevo e del Rinascimento ma tutti gli errori e i misfatti di 17 secoli di glorie, fasti e ricchezze temporali.

Una Chiesa che lasci Roma e venda, oltre a San Pietro e ai Sacri Palazzi, le banche, le holding finanziarie, gli imperi immobiliari e universitari, si scoprirà nella sua cruda povertà -il ricavato, ai poveri del mondo- l’unica superpotenza spirituale e ideologica del pianeta. Sulle macerie e i cadaveri del marxismo, del capitalismo liberale, del laicismo progressista/trasgressivo, oltre che del cattolicesimo alla romana, la Chiesa della rivoluzione si ergerà come vera vincitrice. Il più alto dei fari. La più possente delle centrali del pensiero religioso, e non solo.

l’Ussita