IL GRAN RIFIUTO DI BERGOGLIO COME E PIU’ DI QUELLO DI CELESTINO V

Si è spenta la speranza che il mondo avesse trovato in Francesco un maestro/una guida per i credenti e i non credenti. Il mondo ha trovato un altro riferimento, un modello in più, non un condottiero morale, non un Mosè superiore a tutti. A un anno dall’elezione papa Francesco dice cose e offre segni che hanno qualche rilievo per i cattolici, non così per il resto degli uomini. L’illusione era che una svolta rivoluzionaria della Chiesa galvanizzasse i popoli. Dio sa se la nostra epoca, orfana di ideali, emancipata sì dai dettami delle ideologie però rassegnata alla deriva, non avrebbe bisogno di un insegnamento trascinatore, di una forte mano spirituale. La nostra epoca è intrivialita nell’abitudine.

Francesco, all’inizio sbalordendo con atteggiamenti scandalosi come il Vangelo, era apparso non a tutti ma a molti un potenziale riformatore della civiltà. Non in quanto capo dei credenti cattolici, bensì come il protagonista riconosciuto dal mondo intero e comunque dall’Occidente, un capo sostenuto da un retroterra storico ineguagliabile ma ispirato a principi innovativi.

Forse Oswald Spengler non avrebbe annunciato il Tramonto dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes) se fosse vissuto nei giorni in cui papa Francesco sembrava voler deviare la storia, avviare la bonifica integrale di un mondo fattosi palude.

Questo papa avrebbe conquistato l’Occidente, l’Abendland di Spengler, se l’avesse folgorato, turbato in profondità. Questo fece con gli Arabi Maometto, plasmatore di una cultura e di un impero. J.M.Bergoglio ha deciso di non plasmare, di non sovvertire. Ha aggiornato gli accenti di quanto la Chiesa dice da millenni, con efficacia decrescente. Il messaggio resta quello tradizionale: in qualche misura fondamentale, però conosciuto da sempre. I contenuti sono quelli antichi. Non possono essere nuovi, non possono né sorprendere, né emozionare. Le grandi questioni del nostro tempo ricevono le risposte coniate da papi e teologi del passato, qua e là aggiornate nello stile e nei riferimenti di contesto.

L’intervista al pontefice del direttore del ‘Corriere della Sera’ (5 marzo) ha il senso, oltre che di un primo bilancio, di un documento programmatico. Se presa alla lettera, è l’annuncio che non ci saranno svolte. Che il pontefice non si propone di creare realtà nuove, pur impegnandosi, più di quel che si usasse, ad accogliere talune novità provenienti dall’esterno della Chiesa. Di qui le diversità stilistiche. P.es. invece di pronunciare anatemi Francesco vuole dedicare attenzione ai divorziati e alle unioni civili. Non ama si parli di valori non negoziabili. Agli orfani e alle prèfiche del marxismo offre rispetto. Proclama che la Chiesa è dei poveri, però non compie atti che realizzino tale simbolica appartenenza. La Chiesa di Francesco è anche degli agiati, anzi rimane essa stessa agiata. Come tutti i suoi predecessori, questo pontefice stempera l’evangelico “guai ai ricchi che hanno avuto in terra la loro ricompensa”. Compirà viaggi nei paesi della povertà smisurata, sapendo che essi viaggi cambieranno quasi nulla: alla pari dei vari aggiornamenti stilistici.

Coloro che accreditano a Bergoglio il proposito di allontanare la Chiesa dall’Occidente ecumene del capitalismo, sorvolano sulla somiglianza con le consuete esortazioni ecclesiastiche alla condivisione e alla carità. La Chiesa resta importante detentrice di beni, i cui frutti non vanno interamente alle opere di misericordia. Nei secoli passati è stata imponente la quota di ricchezza destinata agli edifici sontuosi e ai patrimoni dei parenti di cardinali e di papi.

All’intervistatore Ferruccio De Bortoli, il pontefice ha fatto un’affermazione inequivocabile: “Nel marzo scorso non avevo alcun progetto di cambiamento della Chiesa. Nel mio modo di agire aspetto che il Signore mi dia l’ispirazione”. Ecco un’interpretazione autentica che dissolve buona parte dei miti sorti -anche in chi scrive- sulle inclinazioni rivoluzionarie del pastore venuto ‘dalla fine del mondo’. Rivoluzionarie erano le azioni che da Bergoglio si attendevano: non sono venute, probabilmente non verranno. Ignazio di Loyola vince.

Innovativo, persino drammatico, sarebbe stato per esempio capovolgere l’insegnamento canonico sul controllo delle nascite. Il cattolicesimo è corresponsabile della tragedia dell’esplosione demografica. Invece Francesco ha definito “geniale e profetico il coraggio della Humanae Vitae (di Paolo VI) “di opporsi al neomalthusianesimo presente e futuro”. Secondo Francesco “la questione non è di cambiare la dottrina, ma di far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni”.

No. L’esplosione demografica è talmente grave da non permettere giochi di casistica o escogitazioni pastorali. Dalla Chiesa, presto o tardi, dovrà venire il ripudio assoluto del principio – formulato dai teologi non da Cristo e crudelmente smentito dalla realtà- secondo cui ogni nuova vita è un dono di Dio. Da ciò che sappiamo di Francesco, il ripudio non c’è, è difficile che ci sia. Un giorno verrà, da un successore trent’anni più giovane.

Per finire. Quale avrebbe potuto essere un singolo atto esemplare del papa (un atto, non un assieme di gesti e di enunciazioni) che folgorasse l’Occidente, che aprisse l’Esodo dalla cattività egiziana -un Egitto di capitalismo consumista- verso le terre e i cieli della Promessa? Risposta: l’abbandono fisico di Roma. Il trasferimento della Chiesa istituzione in un luogo di totale innocenza rispetto ai troppi secoli vituperevoli del vertice cattolico. Un atto così avrebbe fatto credibili gli orizzonti di Bergoglio. Lo avrebbe trasformato in un Mosè di popoli. Anche i non credenti, tutti quanti soffrono per l’inumana bruttezza del materialismo vittorioso, avrebbero derivato da un fatto di rottura grave la gioia di credere nell’utopia della rigenerazione des Abendlandes.

A.M.C. cattolico praticante

CAGLIARI PRIMO PASSO FALSO DI BERGOGLIO

Quando, al suo primo numero, Internauta invocava un ‘Papa rivoluzionario’, ciò appariva o blasfemo o ludico. Oggi Bergoglio viene comunemente qualificato “rivoluzionario”. Lo chiama così anche ‘l’Unità’, giornale che di rivoluzioni si intende:  magari naufragate, come quella mille volte annunciata da Antonio Gramsci e debitamente naufragata, in quanto ‘della classe operaia’, classe esigua e non amata dagli operai.

Ma non è rivoluzionario bensì passatista, ciò che giorni fa il papa è andato a dire a Cagliari, capitale di un’isola in cassa integrazione e peggio, disastrata dall’ubbia dell’industrializzazione senza mercati. Ha scandito fervidamente ovvietà che gli esuberi isolani, come tutti gli altri, si sentono dire innocuamente da altari e da pulpiti: che chi perde il lavoro perde la dignità; che il lavoro è sacro; che i dipendenti di tutti gli opifici e di tutte le miniere devono lottare; che Gesù è dalla loro parte; e così via. Solidarietà Dignità Valore della persona Valore della lotta Gesù aiutaci a lottare Coraggio non lasciatevi rubare la speranza: tutte parole irrilevanti. Parole.

Folle di proletari estromessi dal sogno piccoloborghese della casa col mutuo, mogli e bambini dei transfughi dalla pastorizia, ascoltavano con le gole serrate e gli occhi di lacrime; e certo ci commuovevano. Nelle atmosfere religiose giuste, nelle dolcezze struggenti della liturgia (laici e atei non le conoscete) un umile parroco basta a creare pathos: e questo era il Pontefice. Ma il pontefice venuto dal futuro non ha detto le parole di verità e di azione che i sardi, come molti di noi, attendevamo da Lui, non da altri.

Il rivoluzionario Francesco doveva, dovrà, annunciare che la Chiesa metterà all’asta metà dei palazzi vaticani e non, delle partecipazioni azionarie, degli arcivescovadi più o meno sontuosi, delle opere d’arte oziose; e distribuirà il ricavato tra i poveri di Sardegna, d’Africa, del mondo che soffre. Che gli edifici per i quali non si troveranno subito i compratori daranno ospitalità – con le dovute precauzioni e sì, disinfestazioni- ai miseri e agli sfrattati per morosità. Che dovunque la Chiesa bergogliana riesca a soccorrere, i bambini non conosceranno la fame, avranno scarpe. Sono cose che il papa, più o meno esplicitamente, ha promesso a un mondo stordito dalla novità scandalosa voluta dal Vangelo. Le faccia. Lasci cadere le unzioni alla cagliaritana, producono solo struggimenti brevi.

A Cagliari Francesco ha una volta di più scagliato anatemi contro “un sistema economico che ha al centro un idolo, il denaro. Comandano i soldi!”. Splendido, per chi di noi rimpianga la povertà solidale del cristianesimo delle origini, chissà forse anche del futuro. Peccato che gli elmetti minerari del Sulcis rimpiangano i salari un tempo erogati dal sistema idolatrico del denaro. In ogni caso gli anatemi cagliaritani a vanvera li sentiamo da sempre, noi che andiamo in chiesa.

Quando il Risanatore del cattolicesimo, anzi del cristianesimo intero, compirà azioni duramente concrete, al posto delle parole e dei gesti? Per esempio un’enciclica denunciante come non cristiani quei benestanti che non mancano un solo precetto ma alla carità destinano le più piccole tra le briciole. Che, morendo senza figli, dimenticano l’antico dovere di lasciare ai poveri e invece beneficano pronipoti e procugini, magari facoltosi, detestabili e vecchi, perché il patrimonio resti in famiglia.

Quando il Risanatore, il quale conosce alla perfezione la nefandezza -secondo il Vangelo non secondo la Compagnia di Gesù- del crimine di nepotismo, proclamerà per esempio che i patrimoni della nobiltà nera, a Roma come altrove, sono delittuosi perché prodotti dal saccheggio dei beni andati alla Chiesa per guadagnare il perdono dei peccati; e dunque quei principi romani che discendono dai parenti e dai figli dei papi dovrebbero espiare?

Solo un esempio. Quando, per farla breve, il papa gesuita-ma-francescano aprirà la rivoluzione delle cose, non dei gesti? Manco a dirlo, chi scrive è praticante, detesta il laicismo, preferirebbe una teocrazia 2.0 alla mezzadria dei plutocrati e dei naufraghi dello stalinismo. Avanza riserve su Bergoglio perché lo spererebbe capo e maestro come Mosé, invece che coniatore di formule da PR, public relations.

l’Ussita

SE BERGOGLIO VORRA’ ANDARE OLTRE IL MESTIERE DI PAPA

Piero Ostellino, già direttore del Corriere della Sera, ha così giustificato la propria deplorazione nei confronti di papa Bergoglio che si faceva fotografare nel salire sull’aereo (per il Brasile) con una valigetta in mano: “Egli è il rappresentante di Dio sulla terra”. L’implicazione, pedestre: la valigetta doveva portarla un valletto, non un sovrano. Peraltro, su quello stesso aereo, volo di ritorno, il papa ha articolato l’interrogativo teologico più forte su venti secoli di storia della Chiesa: “Chi sono io per giudicare?”

Colui che formula questo dubbio retorico, di fatto si dichiara disponibile per le avventure più audaci, per le revisioni più laceranti. “Chi sono io” è uno statement, un’asserzione universale. Si rassegni Ostellino: non solo il Pontifex maximus potrà squarciare altri veli che ancora coprono oggetti e concetti sacri; ma potrà avviare la revisione globale delle certezze, cattoliche e non. Forse, dicasi forse, Bergoglio sarà il Papa Rivoluzionario  che ‘Internauta’ invocava nel suo primo numero. Se passerà dai gesti simbolici -che lo hanno proiettato come il personaggio pubblico più importante del mondo- agli atti concreti, egli risulterà non solo guida e maestro di credenti e miscredenti di ogni convinzione, ma anche il maggiore capo politico del pianeta. Al suo confronto sfigureranno tutti gli Obama, i Putin e gli altri nanocondottieri di popoli: sempre che egli muova dagli atteggiamenti e dai contegni, finora prevalentemente felici, persino magistrali, alle opere vere e telluriche.

Muovere dagli additamenti e dalle esortazioni alla concreta dismissione dei Palazzi apostolici, a beneficio del mondo povero. Dalle affermazioni di discontinuità al ripudio fisico di Roma quale sede e quale retaggio di nequizia. Dalla predilezione sua personale per il convento di Santa Marta al trasferimento della Curia intera, a cardinali resi straccioni, in uno dei molti monasteri rimasti senza monaci. Dagli elogi della frugalità all’aspra riduzione all’essenziale degli apparati: anche di quelli liturgici. Dalle prese di posizione audaci però innocue, alla specifica sconfessione degli aspetti deteriori della tradizione clericale e romana. Dalle mere invocazioni al bene all’estromissione dalla patria cristiana di quei ricchi il cui esercizio della carità si esprime nel donare ai mendicanti le briciole del banchetto. Dalla proclamazione di nuovi santi nel nome di miracoli dubbi alla valorizzazione degli umili eroismi del volontariato.

Se compirà queste ed altre opere di rivoluzione fattiva, Francesco si troverà investito di una missione senza precedenti nella storia. La missione di creare valori e ideali nuovi, di operare la sintesi tra sacerdozio e civiltà, al contempo prendendo la guida di molti popoli al posto di statisti, politici e ideologi precipitati al nadir del discredito. Anche gli atei sono consapevoli che, spentesi nel disonore tutte le dottrine della modernità, cominciando dal comunismo e dal capitalismo/consumismo, il cristianesimo e altre grandi religioni  sono rimaste sole a suscitare slanci e speranze. La laicità non produce aneliti. In ogni caso la laicità non possiede un condottiero conosciuto in ogni angolo della terra.

“Mi agonìa, mi lucha por el cristianismo, la agonìa del cristianismo en mì, su muerte y su resurrécciòn en cada momento de mi vita intima”, così Miguel de Unamuno definiva la vicenda sua e del suo tempo. Dopo secoli di nichilismo l’Occidente ha bisogno di darsi una civiltà e  un’etica migliori. Ha bisogno di reinventarsi, rigenerandosi. Un papa rivoluzionario quale Bergoglio potrebbe diventare se stordisse il mondo, sarebbe sia conduttore delle coscienze, sia capo politico e guida per l’azione: al di sopra di ogni altro uomo. Come Lutero, più ancora come Maometto, il quale creò per il futuro una fede, una civiltà e un impero.

l’Ussita

FORSE ENTRO 4 ANNI IL PAPA ESALTERA’ LUTERO E ANNETTERA’ IL PROTESTANTESIMO

Alla prima uscita di ‘Internauta’, nel 2010, uno scrittarello “Il Papa demolitore che rifonderà il cattolicesimo” invocava/annunciava “un pontefice rivoluzionario”. Dopo il quale “una Chiesa che volti le spalle a Roma e venda tutto si scoprirà nella sua cruda povertà l’unica superpotenza spirituale, e anche ideologica, del pianeta”. Oggi che i media del mondo intero sono stregati da un papa emerito e, più ancora, da un papa ‘francescano’, si fa più vicino l’assurgere dell’unica superpotenza morale. Forse Francesco vorrà fare grandi cose.

Dicono che nelle questioni di dottrina guarderà al passato. Eppure quando tra quattro anni, il 31 ottobre 2017, si compirà mezzo millennio dal giorno che Lutero affisse le Novantacinque Tesi alla porta di quella chiesa di Wittenberg, il pontefice ribalterà la scomunica del 1521. Ripudierà cinque secoli di lotta al protestantesimo, dichiarerà santa l’insurrezione del cristianesimo tedesco. Dopo le infamie della Chiesa culminate con i Borgia -non dimentichiamo che Cesare, figlio dell’immondo Rodrigo (Alessandro VI simoniaco), era stato cardinale giovinastro prima di farsi principe canaglia; che Alfonso Borgia, zio di Rodrigo, come papa Callisto III era stato talmente nepotista da alienarsi l’amicizia e l’alleanza di Alfonso d’Aragona re di Napoli-; dopo la vasta campagna di vendita delle indulgenze ‘per la fabbrica di San Pietro’; dopo l’ascesa al Soglio del trentottenne figlio di Lorenzo il Magnifico (Leone X, glorioso per gli artisti che manteneva ma diabolico per i credenti tedeschi); dopo una fase così lunga e scellerata, la fiducia nella Chiesa del cristianesimo germanico e nordeuropeo era morta.  Lutero fece rialzare e vivere il Credo. ‘Lazzaro alzati!’.

Anche i maggiori tra i precursori-martiri della Riforma, John Wycliffe e Jan Hus, meriteranno  che Francesco li dichiari eroi della fede. Il corpo del primo fu riesumato e bruciato trentuno anni dopo la morte per volontà del Concilio di Costanza. Nello stesso anno 1415 il rogo uccise Hus, il più grande dei discepoli di Wycliffe. Tra due anni saranno dunque sei secoli dalle empie fiamme del 1415. Ripudiare le condanne dei tre Riformatori sarà coerente con le linee di svolta e di misericordia annunciate da Francesco. Richiamiamo ancora ciò che ‘Internauta’ scriveva due anni fa: “Un cattolico praticante come chi scrive sente che la Chiesa dovrà fare l’esatto contrario che il ritorno al cardinale Bellarmino. Non servirà un papa riformista. Servirà un rivoluzionario: in nulla espresso dalla Curia, dal management, dalla diplomazia, e invece ‘fatto’ nelle parrocchie, negli ospedali, nelle cappelle delle carceri, nelle clausure (…) Sulle macerie e sui cadaveri del marxismo, del liberalismo capitalista, del laicismo progressista/trasgressivo la Chiesa della rivoluzione si ergerà vera vincitrice. Il più alto dei fari. La più possente delle centrali del pensiero”.

Logico coronamento della coerenza di Francesco sarà la proclamazione della santità di Lutero, Wycliffe e Hus. Non tre santi in aggiunta ai troppi, ma tre santi Ricostruttori.

A.M.Calderazzi

UN PAPA SI FACCIA NUOVO MAOMETTO RIFONDATORE DI CIVILTA’

Non le tribolazioni e i rimorsi della storia cattolica, e nemmeno gli scandali dei nostri giorni, ma una visione di futura grandezza muoverà un papa rivoluzionario a ripudiare il passato, a smantellare la Curia, ad abbandonare Roma col suo retaggio, ad aprire un nuovo millennio cristiano e, più ancora, a guidare la rigenerazione di una modernità che non è amica dell’uomo. Pensieri come questi possono suonare farneticanti. Ma si rifletta, fuori degli schemi tradizionali. Cinquecento anni dopo la rivolta luterana la Chiesa cattolica è di nuovo sulla soglia delle scelte fatali. E’ stata un organismo prodigiosamente, animalescamente vitale: nessun impero lo è stato altrettanto. Ma un destino di decadenza è segnato: non reagire sarebbe certezza della fine. Reagire comporterà il coraggio di cambiare “tutto”, non di emendare questo o quell’errore. Si tratta di non perire.

In più c’è la crisi sempre più buia del contesto cui la Chiesa appartiene, il mondo moderno egemonizzato dal mercato. Sono nel marasma i grandi antagonisti del cristianesimo: il marxismo morto, il capitalismo minacciato. In Occidente va aprendosi un vuoto immenso. L’Islam è di nuovo in cammino, ma non gli sarà facile annettersi i territori culturali e umani che ripudieranno la continuità. Il campo laicista, sia liberale sia sinistrista, non ha più niente da proporre dopo tre secoli di conati dell’Illuminismo e del socialismo. La deificazione della modernità consumistico-edonistica è uno spasimo estremo che ricorda Giuliano l’Apostata. In questo nuovo crepuscolo dell’Occidente il  solo antagonista del cristianesimo è l’Islam (che in verità non è un vero nemico).

I valori e i progetti laicisti vanno verso l’irrilevanza e la paralisi. Le grandi religioni dell’Asia non danno segni di risorgenza vicina. Le fedi cristiane protestanti sono state la verità e la via cinquecento anni fa; oggi mancano di massa critica, di vocazione centralizzatrice, di spirito di conquista. La Chiesa cattolica, nonostante tutto, è una bestia immane, un potenziale possente. Un papa, o un grande capo religioso, che abbia tempra di abbattere e di riedificare, risulterà by default ‘il’ protagonista. Le sue schiere resteranno padrone del campo. Questo leader dell’unica grande forza organizzata dell’Occidente si imporrà come nuovo Carlo Magno, anzi come nuovo  Maometto, per il solo fatto di tramortire con atti di rottura temeraria. Se sarà papa, o un cristiano veramente grande; se abbandonerà Roma come caput Ecclesiae; se scioglierà la Curia e manderà nelle diocesi e nelle parrocchie i prelati (cominciando da quelli italiani); se metterà la sua sede in un monastero tra i boschi; se annuncerà un migliore e più alto umanesimo; se aggredirà implacabilmente incrostazioni e degenerazioni, il movimento neo-religioso e spiritualista sarà impetuoso. Questa sua rivoluzione farà di lui la guida dell’Occidente intero, credenti e soprattutto non credenti, nella lunga marcia verso la rigenerazione.

La società occidentale è un gregge senza pastore: un distruttore della Chiesa vecchia risulterebbe tale pastore, capace di condurre il gregge -la nostra civiltà- verso pascoli nuovi e lontani. L’Occidente tutto ha altrettanto bisogno di palingenesi quanto il cattolicesimo. L’idolatria del denaro e dei consumi; l’edonismo; i feticci quali gli sport, la moda, la carriera, il successo; i cancri della corruzione e dell’ingiustizia stanno consegnando il mondo all’irrazionale e all’inumano. La modernità, contro tutte le apparenze, ha fame di valori generali nuovi: fondarli esige una mente a misura di molti secoli. Il distruttore/ricostruttore del cattolicesimo sarebbe guida anche per i non credenti.

Sarebbe il nuovo Maometto, autore di un miracolo quale fu l’esplosione della grandezza araba nel secolo VII. Maometto non condusse spedizioni di conquista, non vinse le grandi battaglie che dettero alle tribù arabe un impero pari a quello di Roma. Invece creò lo spirito che fece i credenti invincibili. Altri, cominciando da Omar il secondo califfo, conseguirono le vittorie e le conquiste. Il Profeta creò l’uomo nuovo, il musulmano. Migliorare la civiltà occidentale è l’opera che attende un grande cristiano rivoluzionario. Sarà più forte se sarà papa.

l’Ussita

LETTERA DA UN CENOBIO

Caro Amico,

quella volta che entrammo insieme nella Thomaskirche di Lipsia, ti osservai attentamente. Non mi apparisti né il semplice turista coltivato, né il melomane in pellegrinaggio alla tomba di Johann Sebastian. Piuttosto l’ostaggio della fede/della ricerca della fede (sono la stessa cosa: lo ha sanzionato Ratzinger teologo in chief).

Passarono 43 anni, e poche settimane fa parlavamo tu ed io di casi foschi del nostro tempo. Dovetti dire qualcosa di nichilista, cui rispondesti con voce quasi inaudibile. Afferrai solo “Chiesa”. Non ebbi il coraggio di incalzarti.

Così ti faccio oggi la domanda grossa: ti aspetti qualcosa, oggi, dal senso religioso della vita? Se sì, come azzardo, ecco che sei un testimone decisivo. Nessuno che io conosca o immagini è più di te posseduto dalla ragione critica; nessuno è più vigile contro gli slanci e gli empiti. Allora ti tocca rispondere: cos’è, oggi, il senso religioso del vivere? Cos’è in particolare per un chierico, per un laico?

Quanto a me, è come se vivessi uguale dal giorno che Martino agostiniano affisse le tesi a Wittenberg; anzi dai giorni di Jan Hus, di Wycliffe, dei bogumili, di cento altri eretici: avvinto dall’epifania cristiana, dalle sue liturgie, però odiatore dei troppi secoli della Chiesa sfrontata signora delle cose del mondo. Forse ricordi certe pagine del Confronto: tra l’altro si parteggiava per i francescani disobbedienti di ‘Frères du Monde’, figli di Michele da Cesena. Quarantasei anni dopo, le volte che per volontà di umiliarmi mi inginocchio davanti al confessore, mi professo protestante di rito cattolico. Non vengo sgridato. Una volta sola l’assoluzione fu sostituita da un paterno ‘Buona Pasqua’.

In questo quadro clinico, è logico per me sentire commiserazione per gli atei, per gli indifferenti assoluti, per quanti si fermano all’evidenza della Chiesa grande e torva centrale di potere. Senza capire che persino quest’ultima colpa potrebbe realisticamente destinare il cattolicesimo a grosse cose, di nuovo, come ai tempi di Ildebrando da Soana.

Mai come oggi, spente le ideologie che imperversarono, il pensiero religioso (o la semplice tenerezza per la fede di due millenni e, perché no, dei millenni precursori, di Dei pagani) ha la chance di alzarsi dalla prostrazione, di offrirsi come guida e come riferimento. Molte pecore smarrite accorrerebbero. Molti giovani gioirebbero di salvarsi dal nulla. Molti odifreddi arrossirebbero d’essere miscredenti in modo così banale.

Caro Amico, hai più dottrina e più carisma di molti. Vorresti esprimerti, anche insegnare, su perché non darla vinta né ai tersiti odifreddi, né al materialismo consumista ed ebete? Vorresti, tra l’altro, utilizzare l’umile Internauta per una ‘collana’ di riflessioni (di chi volessi) sul ritorno del Numinoso, magari più fatto di ditirambi a Pan che di novene, più di Cibele e di padre Kolbe che di Padre Pio?

Quanto a me, metterei ancora più lena a scrutare l’orizzonte, se arrivi un papa trentenne mai entrato nella Curia, sovvertitore della continuità dunque rivoluzionario, dunque rifondatore del Cristianesimo.

Ma se questo mi assegnerai, compilerò cronache annalistiche sui copti, sui catari o sui miei compaesani hussiti.

Ove vorrai dire no, meglio tu me lo dica a casa mia, così ci beviamo sopra in agape.

Antonio Massimo

tuo seguace nel cenobio in Tebaide