SANTITA’, SONO VANI ANGELUS E GIUBILEI. ABBANDONA ROMA, ASCOLTA I CRISTIANI DELLE PARROCCHIE

Quando apparve J.M.Bergoglio, uno di Internauta sostenne, nella sua nullità, che un papa col suo profilo aveva il potenziale da una parte, l’obbligo dall’altra, di andare ben oltre il ruolo dei suoi predecessori: di diventare il conduttore del mondo, il Mosè della rigenerazione non solo cristiana. A condizione che facesse il rivoluzionario vero, il distruttore nei fatti e non nelle enunciazioni. Il più convincente degli atti che gli spettavano era ripudiare Roma, col suo retaggio e il suo presente. Abbandonare l’Urbe fisicamente. Portare il vertice della Chiesa e una Curia umiliata e ridotta ai minimi termini in un monastero di montagna. Viene in mente l’abbazia di Montecassino, oggi quasi vuota di monaci. E’ sì aperta ai visitatori, ma che senso c’è a visitarla se così poche delle sue pietre scamparono alla polverizzazione bellica? E se a un suo ex-abate è stato sequestrato mezzo milione?

Abbandonare Roma per rifiutare venti secoli di continuità quasi tutta antievangelica. L’avesse fatto, Bergoglio avrebbe coll’esaltante novità della sua azione folgorato il pianeta intero, non la sola Cristianità. Sarebbe stato accettato come Guida e Maestro da gran parte dei viventi. Ovviamente non l’ha fatto, ed ecco oggi Bergoglio incatenato al male di Roma come Prometeo alla montagna. Però egli è immeritevole di tanta espiazione, non avendo fatto molto a favore degli uomini, che Prometeo amò al punto di sfidare gli Dei.

Il male di Roma, solo in apparenza è Mafia capitale, è migliaia di burocrati cariati, di politici e faccendieri che delinquono ogni giorno, è caput della oligarchia/cleptocrazia nazionale. E’ più ancora una Curia verminosa: farabutti con o senza porpora che agiscono come quei predecessori di cinquecento anni fa, quando a Lutero fu facile dimostrare che il papa era l’Anticristo. E si prese l’Europa del nord, che aveva la coscienza più pulita.

Oggi i credenti dovrebbero essere primi, ben avanti agli anticlericali e agli atei, ad esigere che Francesco sia spietato, non misericordioso, con quanti fanno del Vaticano una sentina.

Se non sarà spietato, risulterà in combutta con quelli. Non ci sono parole per dire la sozzura di successori degli Apostoli che rubano ai poveri e ai malati. Lo faceva quel papa che volle il Quirinale così sfarzoso.

Giorni fa il Pontefice ha creduto di ribadire che la Chiesa non può vendere i palazzi e le opere d’arte perché sovvengono ai bisogni delle Missioni, nonché alle “necessità della struttura”. Ebbene, la struttura dovrebbe abbatterla. I cardinali andrebbero aboliti e i prelati che maneggiano il denaro, sostituiti con quelle suore arcigne che gestiscono oscuri economati conventuali e ospedalieri. La Curia è un pozzonero da sigillare con cemento e catrame. La Chiesa si monderà, risorgerà, se volterà le spalle a un’Urbe che era malata già sotto gli Scipioni, figuriamoci dopo secoli di basso impero e dopo così lungo papato temporale. Duemila anni di nequizie.

Nell’immediato, quanto meno Francesco faccia fare gli straordinari alla Gendarmeria, indaghi e metta in carcere i mariuoli. Appena possibile, venda i Palazzi apostolici, offra all’asta San Pietro (non mancano le basiliche sane) , ascolti noi cristiani delle parrocchie che ancora prendiamo alla lettera il Vangelo. Il suo gregge è minacciato da grossi branchi di lupi affamati.

E per salvare vite umame disdica questo vano Giubileo.

Jone

SULLE DUE SPONDE DEL TEVERE PARALLELISMI, AFFINITA’ E RINUNCE

Un anno di Renzi, più o meno come un biennio di Bergoglio. Ininterrotti ribadimenti; volitività senza confini; realizzazioni e opere che deviano la storia, poche. In molti ci attendevamo dal Papa una mezza rivoluzione, quella svolta per cui nulla o poco di importante restasse come prima. Nessuna montagna si è mossa. Dal Premier forse era realistico aspettarci di meno: la politica è l’arte del possibile, possibile nel quale non c’è posto per l’ideale e il top del massimalismo è aspirare al meno peggio.

I conati di riforma di Renzi sono il meno peggio, confrontati alle alternative esistenti. La prima di esse è il berlusconismo. Nel quotidiano della politica come nell’anima della nazione il berlusconismo è la dipendenza di una parte del popolo e di una masnada della Casta da un personaggio ormai insopportabilmente simile nell’aspetto fisico all’Al Capone di prima di Alcatraz, o di Sing Sing o di altro sacrosanto penitenziario. Nella sfera spirituale la dipendenza di troppi nostri compaesani è dal più lubrico dei personaggi del genere fescennino. Che avrebbe pagato, secoli dopo, il poeta Decimo Giunio Giovenale per averlo creato lui come incarnazione di corruttela, licenziosità e sostanziale negazione ad essere statista! Eppure egli Cav ancora impartisce direttive, resta fuori dalle Case Circondariali, vince battaglie giudiziarie, arricchisce smisuratamente principi del foro, cocotte e semplici olgettine, mantiene lo ‘affetto’ di plotoni di deputati.

Le altre alternative: 1) il grillismo, ossia la strumentalizzazione un po’ scervellata degli istinti giovanili di rinnovamento; si è materializzata in conati di parlamentarismo fuori tempo massimo, dunque deteriore. Ripudiata, inevitabilmente, la santa utopia della democrazia diretta; 2) Matteo Salvini o l’ingentilimento del bossismo da bar-tabacchi; 3) il nulla integrale della Gauche degli intellettuali (sort of ) da terrazza romana o da trattoria pugliese specialità orecchiette. A nome della Gauche del Nulla, Stefano Rodotà e altre prèfiche della democrazia effondono lacrime sulla deriva autoritaria rappresentata da Renzi.

E invece Renzi fa benissimo a far rigare il parlamento e le camere. L’uno e le altre meriterebbero ben altra frusta e ben altra ramazza. Le prèfiche si aggrappano alla Costituzione che vuole il parlamento bicamerale spinto. E’ uno dei molti motivi per detestare deridere cestinare la Costituzione.

In presenza delle suddette alternative, è umano che molti nella Penisola abbiano sperato in Renzi: per essere ripagati soprattutto da enunciazioni, promesse, formule. Un anno dopo il ciclone Matteo, il paesaggio italiano presenta poche devastazioni: gli sconquassi, tutti da venire. Come avesse governato un anno Giovanni Goria, il compianto politico astigiano la cui memoria resta imperitura solo grazie all’abnegazione degli storici volontari di Wikipedia.

Questo Matteo, che si era presentato come emulo di Eracle (il figlio di Zeus & Alcmena) come operatore di fatiche più che umane e come generatore di almeno 70 figli, questo Matteo non deve temere alcun impeachment come perturbatore effettivo dei costumi e degli andazzi della Cleptocrazia. E’ vero, per la dira Camussa (la quarta Erinni dopo Aletto, Tisifone e Megera), il premier ha violato l’ordine naturale di cui esse Furie sono severe e vindici protettrici. Ma Camussa esagera. La Casta è in buona salute, e così pure quel suo comparto che sono i sindacati.

Il milione di persone che vivono di sola politica, cioè di sola rapina del denaro pubblico, resteranno al loro posto, quali che siano le smanie riformatrici del Fiorentino. Se questi brandirà l’arma delle elezioni anticipate, arriverà il veto/usbergo del Colle, la vetta più alta della Casta. Se le Province saranno davvero abolite, il nostro Pubblico Impiego non perderà il suo posto, così onorevole, nella classifica dei paesi industriali più burocratizzati. Gli alti papaveri che affittano a bassa pigione appartamenti di proprietà pubblica se li compreranno a poco. Dovesse il parlamento perdere la bicameralità piena dopo la parentesi similducesca (secondo le lagne di Rodotà, beninteso) di Matteo, risulterebbe sesquicamerale (una camera e mezza), con costi invariati. Inappagata resterà l’aspirazione degli ingenui a un Paese rovesciato sottosopra.

Delusi resteranno coloro che, passati 72 anni dall’armistizio di Cassibile (Siracusa) dove i generali G.Castellano e W.Bedell Smith stipularono la nostra resa incondizionata, credevano che lo Stivale potesse aspirare all’indipendenza dagli USA, quindi non essere più coartato a comprare F35, sommergibili d’attacco e missili così sofisticati che se il nemico non esisterà lo creeranno by default.

Direte, ma Bergoglio è un’altra cosa. Sarà. Ciascuno a modo suo ha rinunciato all’occasione assoluta di spezzare la continuità e rifiutare le logiche istituzionali.

Porfirio

LAMBERTINI E BERGOGLIO, PAPI INSOLITI E SENZA CONSEGUENZE

“Se volete un buon culo pigliate me”. Lo storico Stuart J.Woolf dà per attendibile (p.103, vol.III della manumentale Storia d’Italia dal primo Settecento all’Unità, Torino, Einaudi,1973) la bizzarra, dichiarazione attribuita al card.Prospero Lambertini, arcivescovo di Bologna, al conclave che lo elesse papa Benedetto XIV. Woolf precisa che questo pontefice regnò a lungo (1740-58) in spirito conciliativo nei confronti dell’aspra aggressione dell’Illuminismo. “Si attirò l’ambiguo plauso dei protestanti inglesi e dei philosophes francesi. Aveva modi sinceri, mente aperta, curiosità per le idee degli scrittori avversari, da Fontanelle a Voltaire”. Con quest’ultimo ebbe un carteggio, ricavandone la dedica del volterriano Maometto. Sappiamo che era arguto e sbrigativo: di qui la sconcertante proposta ai cardinali.

Sotto il terzultimo Benedetto Roma parve tornare ad essere un polo intellettuale e “fiorirono le speranze di riforma interna della Chiesa: lotta al bigottismo, una dottrina più pura, spazio ai principi giansenisti, contrasto all’integrismo dei gesuiti” . I gesuiti, scrisse esagerando Bernardo Tanucci, primo ministro a Napoli, “sono il canchero del genere umano”). Il nuovo corso vaticano fu fermato dal successore di Lambertini, Clemente XIII, ma l’Europa dei lumi reagì: i sovrani di Portogallo, Francia e Spagna espulsero la Compagnia di Gesù. Nei territori asburgici il Reformkatholicismus approfondì le radici, lo stesso avvenne in quelli soggetti ai Borboni. Per l’anticlericale principe Domenico Caracciolo, altro primo ministro del regno di Napoli, occorreva “ridurre la canaglia fratesca e la tirannia della Curia; in più far pagare ai prelati”.

Forse è possibile stabilire somiglianze e parallelismi tra papa Lambertini e il suo successore gesuita di 27 decenni dopo. Entrambi spregiudicati, aperti alle novità e agli esperimenti,  accomunati dalla modestia dei risultati finali. Benedetto XIV non operò la svolta che era logico attendere. Qualcuno lo ricorda solo come canonista, autore del De Canonizatione Sanctorum, laddove la  moltiplicazione dei Santi non fa onore alla Chiesa. E sappiamo che Clemente XIII ripristinò una continuità con la tradizione che l’antico cardinale di Bologna aveva accettato di discutere alquanto. Serviranno due secoli perchè l’avvento di Giovanni XXIII accenda speranze, peraltro rivelatesi effimere. E occorse un altro mezzo secolo perchè nella primavera 2013 apparisse un fatto tellurico, un’apparente cesura con due millenni.

Il regno di Lambertini fu lungo e senza scosse forti. Quello di Jorge Maria Bergoglio appare programmato perché le acque profonde della Chiesa, anzi della Cristianità, restino immote quali che siano i venti perturbatori della superficie. Per la prima volta nei secoli della modernità l’Argentino era apparso un autentico rivoluzionario. Per la prima volta il papa romano si era configurato come un possibile Mosé, maestro e guida dell’intero ecumene un tempo cristiano, oggi soprattutto laico, cioè sopraffatto da una secolarizzazione implacabile.

Se Francesco avesse proposto all’Occidente un Grande Disegno, un Progetto concreto di palingenesi sia pure sommessa e realista, l’Occidente avrebbe riflettuto, discusso, magari rifiutato ma metabolizzato. Invece non c’è stato Progetto. Ci sono stati, come succede di frequente, Cento Giorni di gesti accattivanti, però innocui; alcuni cambi della guardia in Vaticano; taluni comportamenti innovativi. Poi il mondo, come l’Occidente, è passato ad altro. Non si parla più di rivoluzione di un Bergoglio/Mosé capace di guidare l’Occidente verso una terra più amica dello Spirito. Si parla di un papato come gli altri, qua e là aggiornato q.b.

L’ascesa di papa Lambertini fu un normale avvicendamento. Quella di Bergoglio apparve un cataclisma: che non c’è stato, e difficilmente ci sarà. La Chiesa di Bergoglio è, mutatis mutandis, quella di Prospero Lambertini: prevalenza di innocenti devozioni al Cuore Immacolato di Maria. Una differenza è nel dilagare del Tv-Evangelism, inevitabilmente indirizzato ai soli  anziani illetterati. Eppure oggi le masse leggono, viaggiano, orecchiano la cultura, anelano persino al numinoso ‘tangibile’ evocato da Eugenio Montale. Le devozioni mariane, ai grandi numeri come ai pochi, dicono il nulla.

l’Ussita

IL GRAN RIFIUTO DI BERGOGLIO COME E PIU’ DI QUELLO DI CELESTINO V

Si è spenta la speranza che il mondo avesse trovato in Francesco un maestro/una guida per i credenti e i non credenti. Il mondo ha trovato un altro riferimento, un modello in più, non un condottiero morale, non un Mosè superiore a tutti. A un anno dall’elezione papa Francesco dice cose e offre segni che hanno qualche rilievo per i cattolici, non così per il resto degli uomini. L’illusione era che una svolta rivoluzionaria della Chiesa galvanizzasse i popoli. Dio sa se la nostra epoca, orfana di ideali, emancipata sì dai dettami delle ideologie però rassegnata alla deriva, non avrebbe bisogno di un insegnamento trascinatore, di una forte mano spirituale. La nostra epoca è intrivialita nell’abitudine.

Francesco, all’inizio sbalordendo con atteggiamenti scandalosi come il Vangelo, era apparso non a tutti ma a molti un potenziale riformatore della civiltà. Non in quanto capo dei credenti cattolici, bensì come il protagonista riconosciuto dal mondo intero e comunque dall’Occidente, un capo sostenuto da un retroterra storico ineguagliabile ma ispirato a principi innovativi.

Forse Oswald Spengler non avrebbe annunciato il Tramonto dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes) se fosse vissuto nei giorni in cui papa Francesco sembrava voler deviare la storia, avviare la bonifica integrale di un mondo fattosi palude.

Questo papa avrebbe conquistato l’Occidente, l’Abendland di Spengler, se l’avesse folgorato, turbato in profondità. Questo fece con gli Arabi Maometto, plasmatore di una cultura e di un impero. J.M.Bergoglio ha deciso di non plasmare, di non sovvertire. Ha aggiornato gli accenti di quanto la Chiesa dice da millenni, con efficacia decrescente. Il messaggio resta quello tradizionale: in qualche misura fondamentale, però conosciuto da sempre. I contenuti sono quelli antichi. Non possono essere nuovi, non possono né sorprendere, né emozionare. Le grandi questioni del nostro tempo ricevono le risposte coniate da papi e teologi del passato, qua e là aggiornate nello stile e nei riferimenti di contesto.

L’intervista al pontefice del direttore del ‘Corriere della Sera’ (5 marzo) ha il senso, oltre che di un primo bilancio, di un documento programmatico. Se presa alla lettera, è l’annuncio che non ci saranno svolte. Che il pontefice non si propone di creare realtà nuove, pur impegnandosi, più di quel che si usasse, ad accogliere talune novità provenienti dall’esterno della Chiesa. Di qui le diversità stilistiche. P.es. invece di pronunciare anatemi Francesco vuole dedicare attenzione ai divorziati e alle unioni civili. Non ama si parli di valori non negoziabili. Agli orfani e alle prèfiche del marxismo offre rispetto. Proclama che la Chiesa è dei poveri, però non compie atti che realizzino tale simbolica appartenenza. La Chiesa di Francesco è anche degli agiati, anzi rimane essa stessa agiata. Come tutti i suoi predecessori, questo pontefice stempera l’evangelico “guai ai ricchi che hanno avuto in terra la loro ricompensa”. Compirà viaggi nei paesi della povertà smisurata, sapendo che essi viaggi cambieranno quasi nulla: alla pari dei vari aggiornamenti stilistici.

Coloro che accreditano a Bergoglio il proposito di allontanare la Chiesa dall’Occidente ecumene del capitalismo, sorvolano sulla somiglianza con le consuete esortazioni ecclesiastiche alla condivisione e alla carità. La Chiesa resta importante detentrice di beni, i cui frutti non vanno interamente alle opere di misericordia. Nei secoli passati è stata imponente la quota di ricchezza destinata agli edifici sontuosi e ai patrimoni dei parenti di cardinali e di papi.

All’intervistatore Ferruccio De Bortoli, il pontefice ha fatto un’affermazione inequivocabile: “Nel marzo scorso non avevo alcun progetto di cambiamento della Chiesa. Nel mio modo di agire aspetto che il Signore mi dia l’ispirazione”. Ecco un’interpretazione autentica che dissolve buona parte dei miti sorti -anche in chi scrive- sulle inclinazioni rivoluzionarie del pastore venuto ‘dalla fine del mondo’. Rivoluzionarie erano le azioni che da Bergoglio si attendevano: non sono venute, probabilmente non verranno. Ignazio di Loyola vince.

Innovativo, persino drammatico, sarebbe stato per esempio capovolgere l’insegnamento canonico sul controllo delle nascite. Il cattolicesimo è corresponsabile della tragedia dell’esplosione demografica. Invece Francesco ha definito “geniale e profetico il coraggio della Humanae Vitae (di Paolo VI) “di opporsi al neomalthusianesimo presente e futuro”. Secondo Francesco “la questione non è di cambiare la dottrina, ma di far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni”.

No. L’esplosione demografica è talmente grave da non permettere giochi di casistica o escogitazioni pastorali. Dalla Chiesa, presto o tardi, dovrà venire il ripudio assoluto del principio – formulato dai teologi non da Cristo e crudelmente smentito dalla realtà- secondo cui ogni nuova vita è un dono di Dio. Da ciò che sappiamo di Francesco, il ripudio non c’è, è difficile che ci sia. Un giorno verrà, da un successore trent’anni più giovane.

Per finire. Quale avrebbe potuto essere un singolo atto esemplare del papa (un atto, non un assieme di gesti e di enunciazioni) che folgorasse l’Occidente, che aprisse l’Esodo dalla cattività egiziana -un Egitto di capitalismo consumista- verso le terre e i cieli della Promessa? Risposta: l’abbandono fisico di Roma. Il trasferimento della Chiesa istituzione in un luogo di totale innocenza rispetto ai troppi secoli vituperevoli del vertice cattolico. Un atto così avrebbe fatto credibili gli orizzonti di Bergoglio. Lo avrebbe trasformato in un Mosè di popoli. Anche i non credenti, tutti quanti soffrono per l’inumana bruttezza del materialismo vittorioso, avrebbero derivato da un fatto di rottura grave la gioia di credere nell’utopia della rigenerazione des Abendlandes.

A.M.C. cattolico praticante

PAPA BERGOGLIO HA GIA’ MOLLATO?

Secondo la storia ufficiale sono due i pontefici che rinunciarono alla tiara, Celestino V e Benedetto XVI. Ma non è assurdo sostenere che ce n’è un terzo, il cui “gran rifiuto”, come lo chiamò Dante, ha natura diversa: Jorge Mario Bergoglio. Non si è dimesso, Francesco; al contrario. Regna vigoroso, alla sua maniera che è alquanto dissimile da quella tradizionale. Rimaneggia e corregge la Curia, verosimilmente in armonia coi propri principii e col nerbo di un grande esponente della Compagnia di Gesù. Ha fatto un’infornata di cardinali, mettendo fine alla millenaria, esiziale pratica di privilegiare gli italiani. Detta la linea su più di un terreno circoscritto, senza emettere un eccesso di comunicati e di proclami.

E tuttavia, forse Francesco ha già fatto la scelta grossa: quella di non essere il papa rivoluzionario che in molti ci attendevamo e dovremo ricominciare ad attendere. Forse ha già definito le sapienti linee che si era prefisso ai fini di una storica operazione simbolica (definirla “di immagine” sarebbe ingeneroso, in ogni caso riduttivo).

A rischio d’essere duramente e presto smentiti da fatti magari già in gestazione, azzardiamo che Francesco le sue innovazioni maggiori le ha già fatte, e d’ora in poi applicherà le conseguenze di principi già annunciati. D’ora in poi, nihil novi. Lo sviluppo della grande svolta cattolica spetterà a uno o più successori.

Forse il pontefice non raccoglierà la sfida postagli il giorno dell’elezione dai primordi del Terzo Millennio cristiano. La sfida di aggiungere al ruolo di capo dei cattolici quello di Maestro e guida dell’Occidente, e quasi del pianeta intero. La sfida di smentire i luttuosi vaticinii spengleriani del Der Untergang des Abendlandes (Tramonto dell’Occidente). L’Occidente può restare nucleo centrale dell’umanità. In un’era fatta orfana dei valori antichi e cattiva generatrice di ideali nuovi, il papa che aveva esordito coi gesti e le testimonianze di Francesco aveva il potenziale di conquistare le menti dei popoli: purché  compisse concreti atti straordinari, tellurici, che lo avrebbero collocato al di sopra di tutti gli Obama della Terra.

Se avesse spostato ben in avanti la frontiera da raggiungere. Se avesse insegnato modi nuovi di invocare il Dio ignoto. Se invece di ripetere le giaculatorie della consuetudine; se invece di recitare gli appelli di tutti i prelati sull’amore, su Maria, su una condivisione della ricchezza che quasi nessun ricco accetta; se avesse posato per meno foto da PR, liberato in volo meno colombe bianche,  indossato meno copricapi policromi; se avesse trasferito il vertice cattolico dal Vaticano a un monastero di montagna; se avesse venduto e destinato ai poveri le opere d’arte, i palazzi e le banche di Pietro; se avesse abolito i cardinali, visto che i discepoli del Figlio di un falegname erano pescatori, non dignitari vestiti di seta e scortati dai motociclisti; se avesse scacciato gli ambasciatori in feluca e richiamato i nunzi apostolici; se avesse fatto altre cose scardinatrici e intense, i popoli galvanizzati lo avrebbero sentito come il padre autorevole e buono di tutti,  il pastore che il mondo non ha, degno di insegnare ai potenti come alle masse.

Insegnare magari anche le cose che la Chiesa asserisce ogni giorno, fatte però credibili e trascinanti da opere già compiute. Insegnare il ripudio del materialismo, del consumismo, dell’idolatria del benessere edonista, della crescita ad ogni costo. Insegnare il dovere di sentirci fratelli, oltre che dell’uomo, anche della Terra.

Francesco ha articolato esortazioni, non compiuto azioni. Teoricamente, potrà agire in prosieguo. Però è difficile; il buon giorno si vede dal mattino. I primi dodici mesi sul Soglio rischiano d’essere archiviati come l’anno delle commissioni di studio e delle consulenze, ha scritto un giornale. Altre erano le promesse, altre le attese. Bergoglio ha sì ingentilito la facies del papato e ritoccato alcune forme, agendo però nella continuità, da 266esimo pontefice.

Potrà scatenarsi in futuro, ma va verso i 78 anni, non ha molto tempo. Forse il papa rivoluzionario, cioè Imperator  spirituale e bonificatore del mondo, dovrà avere quarant’anni. Quarant’anni aveva il Maometto che sotto la dettatura di Dio scrisse il Corano e lanciò una civiltà e un ecumene. Quarant’anni dovrà forse avere il pontefice che voglia farsi miglioratore dei cristiani, pastore di molte genti, rinnovatore tempestoso.

Forse dovrà essere anche messianico estremo, come Friedrich Hoelderlin sommo lirico, che  nel 1802 rimpatriò in Svevia da Bordeaux, a piedi, sognando il ritorno dei numi antichi che facessero della Germania la nuova Grecia cristiana. Nella sua follia era logico: per Hoelderlin la modernità, che in terra tedesca si annunciava aurorale e grandiosa, nasceva nell’Ellade.

l’Ussita

IL VULCANO BERGOGLIO SI SPEGNE?

I primi Cento Giorni, poi i primi Trecento Giorni di papa Francesco sono passati, e che è rimasto della sua Rivoluzione? I successi mediatici sono stati innegabili, avvincenti. Quasi non c’è opinionista “rigorosamente laico”, cioè ateo, che non si dica incantato di Bergoglio. Accaniti capifazione anticlericali quali Eugenio Scalfari stanno incassando ricchi dividendi di rispettabilità grazie alle aperture ‘a tutti azimut’ (a 360 gradi)del successore di Ratzinger. Un tempo restavano confinati nel recinto dei mangiapreti. Oggi sembrano intitolati a maneggiare le Chiavi di Pietro. Il che va bene, benissimo. Nessuno sente la nostalgia dei vari ‘Non Possumus’.

Ma l’avvento di Francesco aveva suscitato l’attesa di svolte ben più epocali delle cose che al momento si profilano. Nessuno riuscirebbe a sminuire il valore dei propositi annunciati dal nuovo corso. Bergoglio ha dismesso più che un triregno. Ha accreditato il concetto di un capo religioso che si fa forte della sua debolezza, anzi impotenza. Ha rinunciato al fasto e all’aureola. Ha delineato nuovi stili e migliori accenti nell’azione terrena della Chiesa. Altre declinazioni feconde potranno seguire. Tuttavia gli annunci operativi sono stati pochi e non fulminanti.

La predicazione del papa resta strutturalmente tradizionale, inefficace quanto gli appelli che si ripetono ad ogni Angelus di ogni pontefice. Alcune enunciazioni sono struggenti, ma in una storia bimillenaria esse non sono mai veramente mancate. L’eloquio è senza dubbio aggiornato. Un Leone X redivivo che volesse reiterare oggi la condanna di Martin Lutero userebbe concetti e accuse di mezzo millennio dopo, non la bolla Exsurge Domine oppure la Decet romanum pontificem ; dunque il suo lessico somiglierebbe a quello di Bergoglio.

Difatti non pochi esegeti hanno già preso a sottolineare la fondamentale continuità dell’apostolato. Mai dire mai, naturalmente. Poiché nulla è impossibile a Dio, nemmeno le rotture più laceranti, nessuno può sostenere che queste ultime non verranno mai. E’ un fatto che i primi nove mesi non ne hanno portata alcuna. Un  solo esempio. La Chiesa sarà certissimamente costretta a rinnegare se stessa in materia di birth control.  Non potrà non capovolgere il suo storico insegnamento, essendo falso che sul pianeta ci siano pane e spazio per tutti i nascituri. E’ accertato che la Provvidenza non può beneficare tutti. La stessa fondamentale categoria dell’Amore, incessantemente riproposta anche da questo papa, dovrà ricevere una formulazione talmente nuova da diventare un concetto tutto diverso. Ecco allora delle ridefinizioni che essendo tassative potevano essere assunte invece che procrastinate.

Da più parti si sostiene che al centro della missione di Francesco c’è il rilancio della collegialità episcopale. Dio non lo voglia. Più collegialità sarebbe più immobilismo. Il senso della venuta di questo pontefice è tutto nell’azione dirompente che un grande capo voglia e sappia compiere. La collegialità eliderebbe le spinte e la darebbe vinta al consenso. Nei destini del Cristianesimo c’è più lotta, non più armonizzazione. Il dover essere, l’esigenza suprema è una guida rigeneratrice, irresistibile, non la convergenza.

Insomma la Chiesa non ha bisogno di un altro papa come gli altri. Ha bisogno di un grande maestro di coraggio, di un riformatore globale. Di papi omogenei tra loro ne ha avuti a sufficienza, e il bilancio è negativo. Anche per fare solo il pacifico “parroco del mondo” Francesco dovrà rimodellare e ricreare, non gestire in un continuum coi millenni.

Non è detto che la sfida più decisiva debba avvenire sul terreno teologico o comunque religioso, Persino una comunità di fede più convinta può attendere. Non potrà attendere l’impresa metareligiosa di strappare la cristianità alle anchilosi, alle degenerazioni spirituali, alle altre patologie dei troppi secoli. Un esempio doloroso: nei diecimila anni della storia che conosciamo ci siamo deformati a considerare il denaro e il benessere materiale essenziali come l’aria che respiriamo. Il denaro è il più possente degli Dei, padre di troppi numi. Tra essi è il Lavoro, ferreo tiranno dei nostri destini. Il mondo attende il Liberatore che lo riscatti dalla servitù del lavoro e lo persuada alle inevitabili rinunce.

Un papa con le caratteristiche di Francesco risulterà il portatore del pensiero e del carisma più forti in assoluto, soprattutto in quanto sono cadute o morte tutte le altre ideologie e leadership. La storia inevitabilmente lo sfiderà a farsi il Mosé della liberazione dalla malaciviltà del denaro e del consumo. Dovrà inventarsi rigeneratore delle idee e dei costumi. Dovrà migliorare la storia, almeno un po’.

Forse Jorge Maria Bergoglio ha mente abbastanza alta per ispirare, ma non la dura volontà di guidare il mondo. O forse il fuoco nelle viscere del suo vulcano non è abbastanza divoratore e si spegne.

l’Ussita

SE BERGOGLIO VORRA’ ANDARE OLTRE IL MESTIERE DI PAPA

Piero Ostellino, già direttore del Corriere della Sera, ha così giustificato la propria deplorazione nei confronti di papa Bergoglio che si faceva fotografare nel salire sull’aereo (per il Brasile) con una valigetta in mano: “Egli è il rappresentante di Dio sulla terra”. L’implicazione, pedestre: la valigetta doveva portarla un valletto, non un sovrano. Peraltro, su quello stesso aereo, volo di ritorno, il papa ha articolato l’interrogativo teologico più forte su venti secoli di storia della Chiesa: “Chi sono io per giudicare?”

Colui che formula questo dubbio retorico, di fatto si dichiara disponibile per le avventure più audaci, per le revisioni più laceranti. “Chi sono io” è uno statement, un’asserzione universale. Si rassegni Ostellino: non solo il Pontifex maximus potrà squarciare altri veli che ancora coprono oggetti e concetti sacri; ma potrà avviare la revisione globale delle certezze, cattoliche e non. Forse, dicasi forse, Bergoglio sarà il Papa Rivoluzionario  che ‘Internauta’ invocava nel suo primo numero. Se passerà dai gesti simbolici -che lo hanno proiettato come il personaggio pubblico più importante del mondo- agli atti concreti, egli risulterà non solo guida e maestro di credenti e miscredenti di ogni convinzione, ma anche il maggiore capo politico del pianeta. Al suo confronto sfigureranno tutti gli Obama, i Putin e gli altri nanocondottieri di popoli: sempre che egli muova dagli atteggiamenti e dai contegni, finora prevalentemente felici, persino magistrali, alle opere vere e telluriche.

Muovere dagli additamenti e dalle esortazioni alla concreta dismissione dei Palazzi apostolici, a beneficio del mondo povero. Dalle affermazioni di discontinuità al ripudio fisico di Roma quale sede e quale retaggio di nequizia. Dalla predilezione sua personale per il convento di Santa Marta al trasferimento della Curia intera, a cardinali resi straccioni, in uno dei molti monasteri rimasti senza monaci. Dagli elogi della frugalità all’aspra riduzione all’essenziale degli apparati: anche di quelli liturgici. Dalle prese di posizione audaci però innocue, alla specifica sconfessione degli aspetti deteriori della tradizione clericale e romana. Dalle mere invocazioni al bene all’estromissione dalla patria cristiana di quei ricchi il cui esercizio della carità si esprime nel donare ai mendicanti le briciole del banchetto. Dalla proclamazione di nuovi santi nel nome di miracoli dubbi alla valorizzazione degli umili eroismi del volontariato.

Se compirà queste ed altre opere di rivoluzione fattiva, Francesco si troverà investito di una missione senza precedenti nella storia. La missione di creare valori e ideali nuovi, di operare la sintesi tra sacerdozio e civiltà, al contempo prendendo la guida di molti popoli al posto di statisti, politici e ideologi precipitati al nadir del discredito. Anche gli atei sono consapevoli che, spentesi nel disonore tutte le dottrine della modernità, cominciando dal comunismo e dal capitalismo/consumismo, il cristianesimo e altre grandi religioni  sono rimaste sole a suscitare slanci e speranze. La laicità non produce aneliti. In ogni caso la laicità non possiede un condottiero conosciuto in ogni angolo della terra.

“Mi agonìa, mi lucha por el cristianismo, la agonìa del cristianismo en mì, su muerte y su resurrécciòn en cada momento de mi vita intima”, così Miguel de Unamuno definiva la vicenda sua e del suo tempo. Dopo secoli di nichilismo l’Occidente ha bisogno di darsi una civiltà e  un’etica migliori. Ha bisogno di reinventarsi, rigenerandosi. Un papa rivoluzionario quale Bergoglio potrebbe diventare se stordisse il mondo, sarebbe sia conduttore delle coscienze, sia capo politico e guida per l’azione: al di sopra di ogni altro uomo. Come Lutero, più ancora come Maometto, il quale creò per il futuro una fede, una civiltà e un impero.

l’Ussita

LA FORZA TELLURICA DI UN PAPA CHE SI CONTRAPPONGA AI PREDECESSORI. E FRANCESCO…?

Cinquemila giornalisti di tutto il mondo hanno chiesto l’accreditamento per seguire il Conclave. Saranno cinquantamila il giorno che apparirà possibile ciò che questa volta nessuno si attende: l’avvento di un papa rivoluzionario, cioè molto più cristiano. Oppure la trasformazione di un papa continuista come gli altri in uomo della rottura.

Così com’è il mondo, così com’è in particolare l’Occidente, il Pontefice potrebbe essere -non diciamo affatto ‘è’- la massima autorità morale del pianeta. Nessuno si sognerebbe di affermare questo p.es. del presidente degli Stati Uniti: egli risulta spesso, al pari di altri statisti importanti, la più alta delle autorità immorali.

Se diciamo che un Papa del futuro potrebbe migliorare il mondo, come nessun imperatore saprebbe, è in quanto quel Papa impersonerebbe un grande pensiero; gli statisti e i grossi teorici no. Morti sia l’ateismo marxista, sia il materialismo liberista/conservatore, il cristianesimo -come altri credi superiori- muoverebbe un’azione irresistibile. Quella cristiana è, insieme a quella islamica, la sola sopravvissuta tra le dottrine salvifiche.

Protestano i puristi che la parola di Cristo non è una dottrina né un’ideologia. In astratto hanno ragione, ma tant’è: gli atei e gli agnostici non credono alla Rivelazione, eppure anche per loro il cristianesimo è, almeno in Occidente, un pensiero di salvezza. Giorni fa Angelo Scola arcivescovo di Milano diceva parole al tempo stesso fuorvianti ed eterne: “La missione della Chiesa è di annunciare sempre la misericordia di Dio, annunciarla anche all’uomo sofisticato e smarrito, anche in questi tempi grami”. E’ fuorviante limitare la missione della Chiesa all’annuncio della misericordia di Dio. Molti non credono in Dio (il che non toglie nulla all’immensa realtà delle fedi, anche se considerate espressioni solo umane). E molti non considerano Dio misericordioso, visto il male e il dolore che Egli, onnipotente, permette. Ma il cardinale di Milano ha inoppugnabilmente ragione: l’Annuncio varrà “anche per l’uomo sofisticato e smarrito, anche in questi tempi grami”.

Siamo partiti dai 5000 giornalisti venuti dai Continenti. Sono accorsi per conoscere un papa che, per quel che è dato sapere, risulterà “inutile” oppure sconfitto, come i predecessori: troppo simile a loro, troppo condizionato  dalla continuità. I giornalisti accorreranno in numeri giganteschi, e con ben altre attese, il giorno che presentiranno la venuta di un pontefice aspramente nuovo. Anche i continenti che non adorano il Dio della Cappella Sistina, anche gli uomini ‘sofisticati e smarriti’ di Angelo Scola saranno tramortiti, più di Paolo sulla via di Damasco, dalla novità dirompente, tellurica, di un Papa in grado di offrirsi come guida di tutti gli uomini. I più non lo accetteranno come messaggero e profeta del Dio unico. Ma come conduttore morale sì, se si contrapporrà al retaggio frustrato.

Che annuncerà al mondo il Papa della nuova età? Non la misericordia di Dio, né la sua onnipotenza; anzi  confesserà la debolezza e le sconfitte del Padre. Non solo il Figlio, anche il Padre è salito sulla croce. Il Rifondatore del cristianesimo, anzi del senso religioso del vivere, si rivolgerà agli uomini quali generatori essi stessi dell’anelito. Gli uomini vanno nelle chiese (nelle moschee, in ogni altro tempio) per riscattarsi dalla miseria di vivere e morire senza speranza; e la liturgia vivifica il torpore dell’anima.

Il Ricostruttore restituirà la Chiesa alla povertà, rafforzerà l’aiuto ai poveri e la dedizione alla giustizia. Però l’accresciuto impegno sociale sarà solo il mezzo. Il fine sarà convincerci della porcinità dei disvalori, della bassezza dei moventi che ci imprigionano: arricchirci, consumare, abituarci al male. Dunque la missione sarà spiritualizzare il pianeta, Farlo vergognare dell’egoismo capitalista, delle troppe disparità, di innumerevoli altre abiezioni

Spiritualizzare il pianeta: solo con le opere. Le parole convinceranno sempre meno, fino a che scorreranno come acqua sul marmo. Dopo due millenni di parole, di quotidiane esortazioni al bene, la Chiesa è fragile, sempre meno rilevante. Impressionerà quando darà esempi fulminanti. Quando il Papa compirà atti demolitori, perciò clamorosi: ripudiare le abitudini e le prassi, abbandonare Roma, ripudiarne i paradigmi, vendere a favore  dei poveri i palazzi fastosi, come dicono abbia fatto l’arcivescovo di Boston per indennizzare le vittime della pedofilia. A quante malazioni la Chiesa dovrà riparare, non col denaro,  dopo lunghi secoli di potere temporale, di nepotismo, di cento altre degenerazioni e tradimenti del Vangelo?

Nel 1945 due atomiche misero fine al conflitto mondiale. L’atomica del Papa sarà, un giorno forse lontano, la rottura col passato.

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