FACCHI SCANZONATO MAITRE-à-PENSER

Paolo Facchi è uno dei capiscuola della filosofia del linguaggio, con maestri, allievi e sodali di qualità. L’ha insegnata trent’anni all’università di Trieste; più ancora l’ha professata nei circoli del sapere in Europa e fuori. Alcuni suoi lavori hanno fatto testo, e ancora mantengono rilevanza. Si vedano “La propaganda politica in Italia”, ed.Il Mulino; “La Sinistra democristiana, storia e ideologia” (con Giorgio Galli), ed. Feltrinelli; “Dialoghi a Vizzolo, inchiesta sull’opinione di base”, “Il Confronto”, novembre 1967; “Il potere economico: la condizione dell’uomo nella società industriale”, ed. Dedalo Libri; “Conflittualità balcanica- integrazione europea”, ed. Editre, Trieste. Ma forse soprattutto vale la sapienza disseminata (=ben seminata) dal Nostro in centinaia di collaborazioni, sia scientifiche sia divulgative, a una schiera di periodici colti di gran parte dell’ecumene occidentale.

Alcune delle nove Muse, figlie di Zeus, hanno con amore sorvegliato dall’Elicona lo scrivere di Paolo Facchi, facendolo insolitamente leggibile, incisivo e piano, come di solito non è lo scrivere dei filosofi in titolo. Molto hanno aiutato talune dialettiche biografiche che di solito rifuggono dall’accompagnare il cammino dei dotti e dei pensatori. Il Nostro, compagno di strada di perentori intellettuali di inclinazioni al minimo illuministiche, quando non rivoltose, è nato e vive in una delle grandi ville che costellano la Lombardia: però sottolinea d’avere barattato saggezza coi semplici contadini di Casatenovo e di Rovello Porro, nella Brianza allora più amabile di oggi. Bambino fu portato alle ricche villeggiature alpine, viaggiando in tiri a quattro padronali. Non furono le consuete vacanze dei futuri studiosi delle rivolte delle masse. Facchi vanta divertito che un suo antenato morì sulla forca: l’Egidio Osio che portò alla perdizione Virginia di Leyva, la Monaca di Monza. A Milano la Loggia degli Osii testimonia l’importanza della famiglia nel secolo dodicesimo.

La madre del Nostro aveva un padre, il generale Carlo Porro, che veniva subito dopo Luigi Cadorna nella feroce regìa della Grande Guerra.
Questo nonno si illuse d’essere promosso maresciallo come il suo collega che ordinò le decimazioni; comunque fu gratificato con la nomina a ministro di Stato, oltre che con un seggio a vita in Senato.
Sua figlia Alessandra Porro fece fino in fondo la crocerossina nel carnaio delle trincee; fu fidanzata di un eroe tra i più fulgidi, martoriato dalle ferite come Ernst Junger; sposò in prime nozze Ludovico Toeplitz, figlio del capo della Commerciale la maggiore banca d’Italia; sotto d’Annunzio partecipò alla geniale ‘festa di Fiume’. Insomma Paolo Facchi vide quasi tutti i colori e le luci della Lanterna magica che fece vivida l’Italia del Novecento.
E con un padre Gaetano Facchi, buon editore degli anni Venti o Trenta, visse la familiarità di autori brillanti, ancor più che doverosamente dotti.

Paolo Facchi ha partecipato ai congressi internazionali di filosofia, con relazioni quali “The quest for certain communication outlines of a theory”, “Il dialogo nella società contemporanea”, “La semeiotica cognitiva di Peirce”, “Le concept de l’Europe dans le processus de la CSCE”, “Pragmatismo e operazionismo de rebus”, “Du temps et de l’atome-instant”, “Une guerre, pourquoi?”.
Ma Facchi non si è sottratto all’esigenza di prender posizione su fatti contemporanei, anche per conservare per sé e per gli altri riflessioni e sentimenti colti sul nascere. Di qui una nutrita serie di operette ben lontane dai gerghi dei filosofi. Leggiamo in “Berlu Berlu il grande Biancatore” del 2010: “Si può definire delirante un parlare che si riferisce continuamente a se stesso. Berlu Berlu è un capo d’azienda, ogni decisione è un comando.
E’ parte della vita aziendale il culto del Capo, perché mette i soldi”.
E inoltre: “E’ rimasta poco chiara l’origine di tanti suoi finanziamenti; nessuno sa quante ville, palazzi, aerei possieda, dato che molti non se li deve essere intestati (ha già brillantemente superato il sultano del Marocco, che ha solo quattro palazzi reali in diverse città). Le persone con le quali più Berlu si trova sono gli avvocati. Come i calciatori, sono una sua specie protetta. Non ha ancora fatto senatore o ministro uno del Milan, forse gli è stato ricordato che Caligola fece senatore il proprio cavallo. Se c’è qualcuno che rimane indifferente al suo denaro, “è un comunista”.
Come si dice nella sua cara Milano, ‘Chi comanda paghi, ma anche chi paga comandi’. ‘Gli italiani mi amano’ lo sentiamo ripetere sovente. Se gli italiani godono di una certa simpatia, e anche stima, tra i popoli del mondo è per la loro capacità d’essere attivi nella trasgressione. Celebre la battuta di un gerarca fascista, nel ricevere il testo delle leggi in difesa della razza: ‘Il Duce non sarà mai tanto disobbedito come in questa occasione’.
I consensi del nostro Berlu si possono spiegare col fatto che ha saputo abolire qualsiasi barriera di gergo tra sé e i suoi ascoltatori.”

Paolo Facchi ha anche steso una ‘autobiografia filosofica’, col titolo “Hostinato rigore”. L’ha pubblicata nel 2018 Mimesis Edizioni (Milano-Udine), di concerto col Centro internazionale insubrico. Il Centro, che si richiama a Carlo Cattaneo e a Giulio Preti, ha sede a Varese, parte dell’Università dell’Insubria. Il direttore scientifico del Centro, Fabio Minazzi, ha personalmente rivisto una vasta bibliografia ragionata degli scritti di Facchi. Il catalogo Mimesis copre, tra i filosofi, personalità quali Geymonat, Gilbert Simondon, Giovanni Vailati, Giulio Preti e il Kant epistemologo. Mimesis ha anche edito testi storici di Antonio Banfi, Italo Calvino, Fabio Minazzi, Mario Dal Pra. Dell’ultimo decennio è una serie di ‘Quaderni di Appunti’: figurano ancora Giulio Preti, Carlo Cattaneo, Antonio Banfi, Mario Dal Pra, Edmund Husserl, Immanuel Kant. Si adunano così maestri e compagni del sagace sapiente europeo nato a Casatenovo, uno dei cui meriti -non esigui- fu di non curarsi della ‘grandezza’ di Umberto Eco e di Alberto Moravia.

A. M. Calderazzi

LA GERMANIA E’ L’OPPOSTO DEL MALE ASSOLUTO

Nel momento in cui parecchi intendono l’imperativo dell’Europa, cento anni dopo l’esplosione della Grande Guerra, principalmente come l’imperativo di resistere all’egemonia tedesca, il recente scritto Sinfonia Germanica di Paolo Facchi provoca a riflettere, e a litigare. Già docente di filosofia all’università di Trieste, uno dei protagonisti della navigazione controcorrente del mensile milanese “Il Confronto” (1965-70) e laico come pochi tra i collaboratori di Internauta, Facchi esordisce impeccabile: “Una ventata di stupidità è arrivata (agosto 1914) sulle classi dirigenti europee, sufficiente a far partire la macchina della guerra. Purtroppo la macchina era pronta a partire, e qui dobbiamo cercare fra gli intellettuali. Questa stupidità si trovò alleata con una certa furbizia delle classi privilegiate, che calcolavano di fare la guerra per evitare la rivoluzione; perfino di certi gruppi della sinistra più radicale (Lenin, Mussolini) che pensavano di fare la guerra per arrivare alla rivoluzione“..

“Proprio con l’imperatore Guglielmo II, con i suoi consiglieri e ministri, assistiamo a uno di quei casi nei quali si manifesta nella storia la stupidità. Egli si riteneva certo che l’impero britannico non sarebbe intervenuto in difesa del Belgio, perché il re d’Inghilterra era suo cugino. A qualcuno che gli rimproverava quanto fossero trascurate le tombe di Fichte e di Hegel, rispondeva: ”Non c’è posto nel mio impero per uomini come Fichte e Hegel”. Non sapeva quanto sia pericoloso per un popolo dimenticarsi dei suoi maestri!”

“Il presidente francese Raymond Poincaré non avrebbe detto queste stupidaggini. Ma si comportò da irresponsabile quando spinse a fondo sull’alleanza della Francia repubblicana con la Russia autoritaria e imperiale. A guerra avanzata c’era stata da parte dei germanici qualche offerta di pace. Il Poincaré rispose sdegnoso: ”Non dovranno offrirci la  pace, dovranno chiedercela”. Siamo costretti a pensare che l’irresponsabilità sia un aspetto del cretinismo. Questa terribile prima guerra mondiale, nella quale tutti si trovarono coinvolti senza sapere perché”.

Venendo all’oggi. Sulla premessa che “la Germania è il paese d’Europa dove si lavora di più”, Paolo Facchi valuta che “questo modo di lavorare, che è anche un modo di vivere e di esistere, è bene in armonia con uno dei più diffusi luoghi comuni sulla mente germanica: essere il tedesco un popolo che non conosce il senso del limite”. Per la verità, a settant’anni dal 1945 -espiazione prima, virtuosa operosità e orrore per la guerra poi- si potrebbe pensare che il senso del limite lo abbiano davvero acquisito, i germanici. Che lo pratichino, p.es., ben più degli americani, oggi velleitariamente impegnati a cercare di annettersi l’Ucraina,  dimentichi di avere scritto in Indocina e altrove le pagine più vergognose; infine d’essere il popolo più militarista della storia.

L’empatia col pensiero di Paolo Facchi si fa in salita da quando il suo De l’Allemande,  ben meno benevolo di quello di Madame de Stael, prende a variare sul tema che “C’è sempre un altro momento che caratterizza l’agire germanico: ci si vanta quando gli altri si vergognano. Nella storia della Germania prussiana si creò il costume di vantarsi di violenze crudeli come puro segno della presenza prussiana…La gente deve capire che siamo arrivati noi”.

Che uno studioso  dalla mente affine a quella di Montaigne, Paolo Facchi, riesumi le atrocità dei Lager per deplorare che “grazie alla laboriosità dei suoi cittadini, e anche alla loro incapacità di inserire nel vivere quotidiano quel tanto di otium che lo rende sopportabile, la Germania ha riserve di denaro maggiori” ci sembra un caso di overkill:   una bomba blockbuster per distruggere la garitta di una sentinella. E ci sembra bieco  additare il Male nella sola direzione della  Germania, allorquando nei settant’anni trascorsi dall’ultimo crimine del Terzo Reich la vicenda del pianeta è stata fittissima di crimini. Si sente Facchi di sostenere che i misfatti di George W. Bush in Irak o quelli di Obama in Afghanistan e in Pakistan attestano l’etica e la tolleranza che mancarono ai succubi di Bismarck e di Hitler? Si sente di dire che le torture francesi in Algeria vanno ‘collocate nel contesto’, e così pure i genocidi tra etnie africane? Si sente di contrapporre all’avarizia “Alle wollen unser Geld” del Finanzminister bavarese Markus Soeder (Facchi l’ha fustigata con un ritaglio da Spiegel ) la filantropia e lo spirito di carità del premier Cameron, oppure l’afflato francescano della finanza milanese, nonché delle Duecento Famiglie che possiedono il capitalismo francese? Più ancora: negherebbe che il retaggio prussiano non è fatto delle sole durezze di Scharnhorst e di Bismarck, bensì anche del senso delle regole che dava a quel mugnaio la fiducia che “ci sono giudici a Berlino”? Ha dimenticato, Paolo Facchi, di avere egli stesso evocato la “inquieta ma pacifica Germania del Wilhelm Meister?”.

A parere del sottoscritto Porfirio, questa Sinfonia germanica  è, per dirla come Gioacchino Rossini, il péché de vieillesse  di uno tra gli spiriti più equanimi che sia dato incontrare.

Porfirio