CONTRO IL TERRORISMO I SICOFANTI ESIGONO GUERRA VERA, OCCORRENDO WW3

Esistono i maestri, esistono i cattivi maestri, infine esistono i maestri sicofanti o semplicemente ‘dementati’ (quos Deus vult perdere, dementat). Dementato è termine letterario. Come docente universitario, Angelo Panebianco esercita tecnicamente un magistero, si vedrà in quale delle tre categorie. Giorni fa ha apostrofato sul Corriere della Sera la nazione americana, sotto il titolo “Per Obama arriva la scelta più difficile. L’Europa è strategica”. L’ingiunzione: “Devono capire che è nel loro interesse essere coinvolti nella protezione del Vecchio Continente. Un piano lungimirante per contrastare e prevenire le ondate di violenza che partono dal Medio Oriente”.

Gli americani rampognati si attenderanno a giorni dallo Strangelove di via Solferino la proposta di dichiarare guerra “al Medio Oriente”. Invece no, il professore sa bene che non esiste un governo del Medio Oriente cui recapitare la dichiarazione di guerra. Precisa: “Gli europei, una volta acclarata la propria incapacità/impossibilità di cavarsela da soli, devono sperare che alla Casa Bianca torni un Woodrow Wilson, oppure un F.D.Roosevelt. Devono augurarsi cioè che gli Stati Uniti tornino ad essere guidati da qualcuno che sia capace di contrastare le pulsioni isolazioniste del Paese, qualcuno che, senza bisogno di una nuova Pearl Harbor, faccia capire agli americani che è nel loro interesse (come è sempre stato) partecipare alla difesa dell’Europa”. In altre parole, il Nostro invoca il ritorno dei due inventori del bellicismo americano, così caro ai presidenti Washington e Monroe.

Tuttavia non considera, sempre il Nostro, che i due Ur-guerrafondai di cui parliamo avevano una buona ragione per schiacciare le pulsioni isolazioniste (“erano fortissime negli anni che precedettero la Prima e la Seconda guerra mondiale”). La buona ragione era: fondare (Wilson) e ingigantire (Franklin Delano) l’impero planetario dell’America. Oggi i novelli Woodrow e Franklin D. possono solo rimpicciolire e menomare detto impero. L’ultimo tentativo imperiale lo ha fatto G.W.Bush, imitato controvoglia (con i droni che George W non aveva) da Barack Obama. Bush sì pensava con le categorie di Woodrow e Franklin D!

Purtroppo, nell’additare dette categorie al successore di Barack, Panebianco non si è accorto che dalla Corea in poi gli USA hanno non-vinto, oppure perso, tutte le loro guerre e Strafexpeditionen: 65 anni di smacchi. Le imprese del Pentagono si sono rivelate così costose, per dimensioni elefantiache per efficienza lillipuziana, che l’apparato militare più bulimico del mondo non può più permettersele. Il Califfato, il Kurdistan o Israele sì possono.

Dopo l’emorragia cerebrale che il 12 aprile 1945 a Warm Springs, West Georgia, uccise Roosevelt l’innamorato della pace, nessun demiurgo ha più fatto guerrieri gli americani nella misura che riuscì al mite Franklin D. Nessuno ci è più riuscito perchè nessuno è stato altrettanto imperialista quanto il presidente delle Quattro libertà.

Incalza il prof.Panebianco: “Sostituire i soldati sul campo coll’arma aerea è una tipica e tragica furbizia delle democrazie quando troppi soldati tornano dentro le bare”. E chi potrebbe dargli torto? L’America pusillanime, anzi panciafichista, dia in appalto a Panebianco (o al suo collega Dr.Strangelove) di soffocare negli statunitensi l’avversione alle bare di ritorno; così i Dipartimenti di Stato e della Difesa potranno muovere guerra sia ‘al Medio Oriente’ , sia a scacchieri e a continenti eventualmente suoi amici. Muovere guerra, e verosimilmente perderla. Come nei due Vietnam, per esempio, dove l’insuccesso catastrofico costò solo il 50% scarso in più che tutte le bombe sganciate nella WW2 sul globo.

In proposito Panebianco si rilegga le desolate considerazioni di Arthur M.Schlesinger sulle sciagure portate agli Stati Uniti dall’universalismo guerriero di Wilson, più ancora da quello di F.D.Roosevelt, tra tutti i guerrafondai il più estremo. Nel precedente articolo, Internauta aveva pubblicato i bui presagi di Schlesinger.

Porfirio

CHE FATICA COMBATTERE COPERNICO A DIFESA DEL SILVIOCENTRISMO D’ANTAN

Si consoli Angelo Panebianco: capitò anche a giganti del pensiero quali Martin Lutero (in sottordine, anche a Filippo Melantone) e a padreterni dell’astronomia come Tycho Brahe, di respingere la svolta eliocentrica di Copernico. Col tempo, e col sostegno delle conquiste di Keplero, Galileo e Newton, il grande polacco trionfò. Oggi, nel suo areòpago celeste, Copernico ha la soddisfazione di dare il suo nome a tutte le scoperte, teorie e prospettive che capovolgono ogni concezione precedente.

Non per questo Lutero e Tycho Brahe devono sentirsi umiliati per sempre. Lo stesso Panebianco non si disperi. E’ vero, a lungo ha creduto che il firmamento ruotasse attorno alla Terra, dunque attorno all’Uomo; che perciò il centro dell’universo fosse un magnate di Arcore, palazzinaro-pubblicitario prima, televisivo poi, infine statista incline alle orge con le menadi. Oggi che la comunità scientifica respinge il silviocentrismo, Panebianco sente la necessità di additare al monarca spodestato una nuova ragion d’essere. Tutto bene: però nel suo interesse si discosti dalla linea di pensiero enunciata il 13 maggio coll’editoriale cui il Corriere della Sera ha dato il titolo “Il destino bloccato di un partito”.

Panebianco esordisce con impeccabile buonsenso. “La debacle di Berlusconi nel Trentino conferma che, in assenza di un’opposizione credibile, Matteo Renzi sarà per molto tempo imbattibile. Il punto decisivo è naturalmente lo stato comatoso di Forza Italia. Un partito in cui il declino del carisma del fondatore ha aperto la strada a una miriade di conflitti tra notabili che si disputano pezzi di eredità; un partito che non è più in grado di attrarre gli elettori di centrodestra”.

Il ragionamento di Panebianco si fa meno cristallino quando afferma che Forza Italia è al momento “un partito bloccato, non può vivere né con, né senza Berlusconi. Lui è il fondatore, e solo lui può decidere se e quando tirarsi fuori. Anche perché, pur essendo la stella di Berlusconi offuscata, egli resta comunque l’unico leader che possa ancora far presa su settori dell’elettorato conservatore: qualcuno che riesca a prenderne il posto non è ancora emerso”.

Panebianco si fa ancora più tolemaico (per i giovanissimi= geocentrico ossia anticopernicano) quando statuisce: “Ma poiché Berlusconi resta nonostante tutto molte spanne al di sopra degli altri politici di centrodestra, egli sembra il solo ancora capace di intuizioni giuste”. Questo ci sembra ragionare da vecchio gregario del Cagliostro fininvest; quale è comunque l’ultima delle intuizioni fulminanti? Risposta: “dar vita a un partito repubblicano ispirato ai conservatori americani”. Ohibò.

Tuttavia il Nostro ammette che occorre anche rinnovare le idee: “Ha ragione probabilmente Antonio Martino a proporre una piattaforma centrata sulla flat tax : il prelievo fiscale dovrebbe essere una percentuale ‘x’ uguale per tutti, tolta la fascia dei più poveri, esentati dalle tasse”. Per la verità il professore nostalgico dell’arcorecentrismo riconosce: “Se fosse davvero adottata, la flat tax accentuerebbe le diseguaglianze; però innescherebbe una crescita economica vigorosa, forse anche nel tempo spettacolare”. Insomma: “C’è un ampio elettorato di centrodestra che può essere riconquistato se gli si presentano nuovi leader e nuove idee”.

E’ un paio di secoli che la ‘nuova idea’ della flat tax seduce gli zeloti del liberismo. Non è nemmeno escluso del tutto che, se la fascia degli esenti totali fosse fatta molto larga, tipo compassionate conservatism, il risultato potrebbe piacere per così dire alle masse. Però non sembra facile che Martino & Panebianco guadagnino il padronato più dinamico (=vocato agli investimenti) alla prospettiva di elargire sgravi fiscali alla plebe, pur di abolire la progressività. La rivoluzione della flat tax appare un’opera di lena abbastanza lunga da non poter beneficare né Martino né Berlusconi; laddove le geremiadi di Panebianco ineriscono all’immediato, a quella sortita dal castello assediato che salvi la guarnigione conservatrice e rimetta sul trono il deposto Silvio, prima che superi i 90 e passa.

Insomma la pensata di Antonio Martino potrebbe in astratto operare un mezzo miracolo. Però suggeriamo di perdere l’abitudine di collocare l’ex-Cav “molte spanne al di sopra di altri politici di centrodestra”. Era una valutazione sbagliata, oggi fa ridere più di prima. Le Borse si impennerebbero se Silvio entrasse in convento.

Porfirio

Quale Rivoluzione per l’Europa?

“La verità è sempre rivoluzionaria”. Sono giorni di scandali e rivelazioni sconvolgenti (Berlusconi va a puttane, Sarkozy è un tappetto permaloso e Putin un leader autoritario? Speravamo di meglio…), e la frase di Antonio Gramsci sembra calzare perfettamente sul piedino di Assange. L’australiano si trasforma, da enigmatico soggetto (Hacker? Stupratore? Utile idiota in una triangolazione dei servizi? Magari pensata per far cadere qualche testa? Magari nera?) a paladino della libertà, efebico Prometeo che porta fuoco e verità agli uomini.
Ma questo non è un altro articolo su Wikileaks. Non è alla verità di Assange che pieghiamo le parole di Gramsci. Nel nostro modesto giardino di casa qualcuno ha detto qualcosa di onesto, di vero e, chissà, un domani di utile.
Angelo Panebianco, nel suo editoriale “Crisi dell’euro: diciamo la verità”, scrive:

“non è difficile scoprire quale sia oggi il vero nemico dell’euro, quello che ne minaccia la sopravvivenza: questo nemico è rappresentato dalla perdurante vitalità della democrazia. Intendendo per tale l’unica democrazia che c’è (…). Sono le democrazie europee, necessariamente condizionate dagli orientamenti dei loro elettorati, a minacciare oggi la moneta unica”.

Segue una dotta spiegazione di come l’Europa sia in fondo non diversa da qualsiasi condominio, e l’auspicio finale è che si spieghi ai cittadini dei singoli Stati che devono fare sacrifici non perché siamo tutti europei, e volemose bene, ma perché gli conviene.
La tesi sembra corretta, peccato che sia inapplicabile in un sistema democratico. Non è pensabile che alcuni partiti possano spiegare agli elettori quanto sia conveniente stare nell’Unione europea, senza che altri sostengano l’esatto contrario. In una simile situazione, perché l’elettore dovrebbe credere ai primi piuttosto che ai secondi? Se consideriamo su quali criteri il cittadino medio forma la propria opinione, c’è di che essere sconfortati. Perché impegnarsi a capire nozioni macroeconomiche quando posso dare la colpa delle mie sofferenze agli euroburocrati o ai greci che giocano a fanta-economia col proprio pil?
Insomma, sembra sinceramente improbabile che in un sistema democratico-rappresentativo prevalga la spiegazione più complessa. Non fosse altro che sono percentualmente poche le persone che sarebbero in grado di comprenderla per come questa verrebbe spiegata dai partiti.
Pensiamo al caso italiano. Tutti ci ricordiamo le posizioni di Tremonti e Berlusconi sull’euro, quando fu Prodi a far sì che l’Italia ne facesse parte. Quando la speculazione di alcuni grandi gruppi rese il luogo comune “un euro ormai sono mille lire” drammaticamente vero, a chi diedero la colpa i cittadini? Al governo che non aveva vigilato dopo l’entrata in vigore della moneta unica, o al governo che aveva portato l’Italia nell’euro?
Il punto è che l’informazione è un valore prezioso, e non è mai un bene quando la verità viene contraffatta per il proprio tornaconto politico o economico. Ma stando all’esperienza, questo è quasi inevitabile in una democrazia rappresentativa.

Allora avanziamo una proposta: che l’atteggiamento dei singoli Stati nei confronti dell’Unione europea sia determinato non da governi eletti, fatti di rappresentanti di partiti che hanno mistificato la realtà per questo o per quell’interesse, ma da cittadini, in possesso di una pur basilare competenza ed estratti a sorte. Come alcuni esperimenti dimostrano (v. Klein: e se decidesse la gente? Internauta, Ottobre) i cittadini sono in grado di prendere scelte razionali, quando vengono correttamente informati. Creando macrogiurie, mettendole in grado di discutere su dati e nozioni certe, si otterrebbero probabilmente risultati migliori di quelli attuali.
I cittadini tedeschi stanno in questo periodo influenzando le politiche della Cancelliera Angela Merkel. Se venissero posti in condizione di essere pienamente informati sui benefici che traggono dal mercato unico, e sui rischi che correrebbero se prevalessero le spinte nazionaliste, voterebbero sicuramente con maggior lungimiranza dei propri rappresentanti eletti.
Certo, con un tale metodo si porrebbe il problema di come gestire l’informazione delle macrogiurie. Ma un sistema migliore di quello che possono essere i tabloid o la tv generalista (le fonti che creano la maggioranza delle opinioni politiche in un Paese), non deve essere troppo difficile da immaginare. In tal caso sì che la verità, finalmente chiarita ai popoli europei, potrebbe diventare rivoluzionaria.

Tommaso Canetta