“SORTITION”, CIOE’ RANDOMCRAZIA NELL’ELABORAZIONE DEI KLEROTERIANS

L’articolo “La ricerca per cambiare democrazia la dà vinta al sorteggio digitale” (‘Internauta’, gennaio) sottolineava l’ormai conseguita vastità della bibliografia internazionale su quella via maestra alla democrazia semidiretta che è la selezione per sorteggio di campioni sovrani della popolazione (randomcrazia). E si segnalava perciò che sul sorteggio (sortition, lottery) si concentra da qualche anno la ricerca dei professori Peter Stone (Trinity College, Dublino), Oliver Dowlen (Queen Mary University, London) e Gil Delannoi (Sciences Po, Parigi).

A coronamento di alcuni seminari e di altre attività di ricerca, i tre accademici hanno organizzato a Dublino (ottobre 2012) il workshop “Lottery as a Democratic Institution“, che ha visto gli interventi e i contributi di una trentina di accademici e di studiosi indipendenti. Molti tra essi si sono collegati in un gruppo di lavoro che si è dato il nome “The Kleroterians” (dal greco indicante l’estrazione a sorte).

Il rapporto conclusivo -68 pagine- steso da Stone, Dowlen e Delannoi rappresenta una summa: la più sistematica e aggiornata esplorazione/sistemazione concettuale di quella arteria (la randomcrazia) che porta al superamento del sistema rappresentativo-parlamentare. Oggi tale sistema figura aver trionfato sul pianeta: in realtà  in tre quarti degli Stati è una burla o un’oscenità; nel rimanente quarto è una gestione oligarchica del potere.

“The careful use of random selection -assumono i tre relatori- might contribute to the revitalization of democracy in the XXI century…a way to restore life to dysfunctional democracies in the wake of corrent crises”.  Il riferimento se non obbligato, naturale, è la giuria, metodo iper-sperimentato per selezionare random alcuni cittadini perché decidano su questioni vitali a nome del  corpo politico intero, cioè della Polis. Per inciso, anche un recente saggio su “The Yale Law Journal” ha segnalato che la selezione per sorteggio è “an alternative combining features of four traditional egalitarian systems: voting, lottery, quota and rotation”

Il Rapporto Stone-Dowlen-Delannoi addita “at least eight potential contributions to the political process: descriptive representation; prevention of corruption and/or domination; mitigation of elite-level conflict; control of political outliers; distributive justice; participation; rotation; psychological benefits”. Sono categorie politologiche che nel lettore non producono entusiasmo. Tuttavia la seconda (prevention of corruption and/or domination), presentata dagli autori come la più significativa,  si presenta da sé: è molto più arduo corrompere sorteggiati scelti a caso e limitati a turni di servizio assai brevi, che politici professionali a vita: in Italia più che altrove mentitori e ladri.

“Random selections prevailed up until the 18th century. Indeed Aristotle  famously proposed that elections were inherently aristocratic, while selection by lot was the democratic way of filling public offices”. Negli scorsi anni, rileva il Rapporto, l’interesse degli studiosi per l’ipotesi randomcratica è andato aumentando, come ha dimostrato p.es. uno studio di Vergne (2010). A prima vista la selezione per sorteggio può apparire assurda; “at a second thought is obvious. At a seminar of the university of Geneva it was commented that sortition was one of the sexiest ideas in political theory today”. Non solo today se, come il Rapporto sottolinea, ad Atene un membro della Bulé era sorteggiato quotidianamente per fare da arconte, cioè da capo nominale dello Stato per un giorno; e se nella repubblica di Venezia la nomina del Doge per sorteggio è rimasta in vigore cinquecento anni. Oggi, nota ancora il Rapporto, è probabile che siano le strutture federali decentrate quali Stati Uniti e  Germania le realtà che offrono le opportunità migliori per la sperimentazione della sortition a livello centrale piuttosto che periferico.

Inoltre: “John Burnheim in his book Is Democracy possible?  (2006)

defends sortition from a pool of volunteers as a way of ensuring that those who care the most(…) are the ones who make decisions”. L’accademico americano Fishkin, il quale ricevette molta attenzione, sia verso il 1992 (epoca della clamorosa proposta di democrazia diretta di Ross Perot, candidato alla Casa Bianca (v. succitato articolo di ‘Internauta’), sia con un lavoro del 2009, ha ingegnerizzato un vero e proprio progetto. Tra l’altro valorizza un aspetto particolare: le figure pubbliche scelte dal sorteggio possono venire agevolmente addestrate e documentate per lo svolgimento delle loro funzioni.

La democrazia rappresentativa è un ossimoro: questa la tesi avanzata in varie sedi da Etienne Chouard. Molti Kleroterians hanno insistito in varie sedi sul potenziale del sorteggio di spezzare il millenario legame tra classe di governo e  potere economico.

“Lottery as a Democratic Institution” contiene molti riferimenti a posizioni di pensiero estranee alle proprie linee di ricerca. Cita per esempio “the magnitude of the perceived need for sortive measures” evidenziata  da studiosi quali Mueller et al. (1972), Sutherland (2004), Callenbach & Phillips (2008).  Addita punti di vista divergenti: ci sono politologi che considerano ottimale, al vertice delle istituzioni deliberative, la convivenza tra una Camera eletta e un’altra sorteggiata. Barnett e Carty  (2008) ipotizzano che in futuro siano i Lords a spartire con un’assemblea randomcratica la funzione legislativa (analoga proposta ha fatto recentemente il costituzionalista italiano Michele Ainis, non sappiamo se solo sul “Corriere della Sera” o anche, come è verosimile, in sede scientifica). Nel 2008 Callenbach e Phillips sostennero essere la statunitense House of Representatives l’assemblea  idonea ad essere in futuro composta di sorteggiati. Altri (Goodwin, 2005), riflette che sono le assemblee costituenti che sarà opportuno siano reclutate  random.

Il Rapporto sottolinea che “the main line of critical thought, from  Michels in 1915 (dimostrò l’inevitabile involuzione oligarchica del sistema dei partiti) to Schumpeter (2010) is that liberal democracy encourages government, not by the people, but by competing elites”. Instead “sortition brings participation, is corruption-proof, is anti-factional and anti-partisan”.

Il prof. Peter Stone, oltre a partecipare dal Trinity College di Dublino alla stesura del Rapporto sul sorteggio, ha riferito sul progetto irlandese “We the Citizens”, illustrato da Farrell e Sutter. Più ancora, ha annunciato il progetto del governo dell’Irlanda di convocare un’iniziativa ufficiale: una ‘Convention’ di 66 membri sorteggiati e 33 membri elettivi del Parlamento che delibererebbe su una serie di questioni politiche: l’abbassamento a 17 anni dell’età per votare, l’accorciamento da 7 a 5 anni del mandato del presidente della Repubblica, ed altre.

E’ stata anche menzionata l’attività in Belgio del G1000 Forum, iniziativa che sembra particolarmente valorizzare le possibilità politiche dei media elettronici. In questa sede non disponiamo di altre informazioni sul G1000; in particolare non sappiamo se affronta o no le possibilità, ormai mature e vaste, di realizzare per via telematica la partecipazione politica di segmenti più o meno larghi di popolazione. Non sarebbe incompatibile col funzionamento di assemblee o organismi  sia elettivi, sia espressi dal sorteggio.

Abbiamo riferito in modo più episodico che sistematico sul lavoro dei Kleroterians, sul Workshop di Dublino sulla sortition e sul rapporto “The Lottery as a Democratic Institution” prodotto da Stone, Dowlen e Delannoi. Il blog del coordinatore irlandese è:    p.stone@tcd.ie.  Segnaliamo anche il sito   http:// equalitybylot. wordpress.com/

L’impegno dei Kleroterians è stato finora scientifico: la necessaria e propedeutica definizione dottrinale. Essi non hanno ancora tentato di individuare le condizioni nelle quali la sortition potrà essere promossa come concreto obiettivo politico. I Paesi in cui agiscono i tre autori del Rapporto sono contraddistinti da assetti forti e saldi. E’ probabile  che le condizioni decisive per il deperimento della democrazia rappresentativa saranno offerte dalle evoluzioni economico-sociali, nonché dalle crisi di uno o più paesi a vocazione innovativa più spiccata, o ad assetto politico meno stabile.

In un senso come nell’altro potrà risultare in prima fila il paese, l’Italia, che è retto dal peggiore tra i sistemi politici dell’Occidente; e che ha fama d’essere inventivo, ma finora ha contribuito meno all’elaborazione di un pensiero sulla democrazia semidiretta, ossia vera.

A.M.Calderazzi

LE RICERCHE PER CAMBIARE DEMOCRAZIA LA DANNO VINTA AL SORTEGGIO DIGITALE

Nel pezzo “Tempo di democrazia semidiretta” (Internauta gennaio) si sostiene che in Italia la rappresentanza della sovranità popolare attraverso le elezioni sta agonizzando. Tra l’altro la XVI Indagine Demos per ‘Repubblica’ ha accertato, secondo Ilvo Diamanti, che per il 42% del campione la democrazia può funzionare senza i partiti; che oltre il 30%  ritiene si possa rinunciare del tutto alla democrazia; che solo il 7,1% ha fiducia nel Parlamento, il 5,1% nei partiti.  Si è sostenuto che queste risultanze non sono negative, visto che la nostra non è una democrazia ma una oligarchia di ladri. Nei maggior paesi dell’Occidente le prospettive del sistema parlamentare sono alquanto meno nere perché i contesti non sono altrettanto corrotti o malati.

Questo non vuol dire che all’estero non si aspiri a migliorare la democrazia. Infatti è fuori d’Italia che sta avanzando l’esplorazione di alternative al parlamentarismo deteriore, alternative che si riassumono in numerose varianti della democrazia semidiretta praticata 25 secoli fa nelle città del ‘sistema’ di Atene. Sono varianti -una di esse vige in Svizzera- realizzabili, verosimilmente in ambiente digitale, nelle condizioni del III millennio.

Gli USA aprirono per primi questa esplorazione “neo-ateniese” ventidue anni fa, quando Ross Perot si presentò candidato ‘third party’ alla Casa  Bianca con la proposta “se sarò eletto esporrò alla Tv le questioni su cui decidere direttamente ai cittadini; essi ‘who own America‘ esprimeranno la loro volontà con tutti i mezzi disponibili, tra cui la Tv interattiva (Internet non esisteva-NdR), e il mio governo attuerà. I parlamentari che contrasteranno la volontà popolare non saranno rieletti.

Ross Perot non andò alla Casa Bianca, però ottenne metà dei voti del presidente uscente (Bush senior) e il mondo seppe che la fede degli americani nel meccanismo elettorale non era più inconcussa. Quasi tutti i media internazionali dibatterono le ipotesi di democrazia diretta profilatesi a valle di Perot. Un politico  ambizioso, il vicepresidente Al Gore, additò la prospettiva di una ‘Neo-Athenian democracy”. Poi sembrò non accadere più nulla. L’esplorazione apparve finita. Eppure oggi:

-49 su 50 Stati dell’Unione sanciscono in linea di principio la superiorità del referendum sulle assemblee legislative;

– 24 Stati riconoscono a questa o quella istanza di democrazia diretta il potere di emendare i testi costituzionali e/o legislativi;

-una ventina di Stati attribuiscono ai cittadini il diritto di revocare (recall)  gli eletti;

-nel New England numerose piccole municipalità mantengono in vita l’istituto del “town meeting”: tutti i residenti deliberano direttamente.

Dovunque nel mondo i numeri della demografia siano troppo elevati per un ‘ritorno ad Atene’, una parte della teoria politica nordamericana ed europea è pervenuta a configurare la “soluzione randomcratica”, cioè il sorteggio a caso (random) di campioni di popolo detentori della sovranità: così come nei paesi evoluti l’amministrazione della giustizia penale spetta al popolo, il quale la esercita -a parte la funzione tecnica dei giudici togati- attraverso giurie sorteggiate tra tutti i cittadini in possesso di determinati requisiti. La giuria, non il magistrato, decide guilty/not guilty. Negli USA si è posta l’attenzione sul concetto di “macrogiuria” detentrice della sovranità al posto degli eletti. In Europa si è escogitata la formula del “minipopulus”.

In più gli Stati Uniti hanno allargato la ricerca e il dibattito sulla E-Democracy (democr.dir. elettronica o digitale). Il Florida Institute of Technology ha già implementato software che consentono la deliberazione simultanea di tutti i cittadini.

In almeno due dozzine di paesi del mondo sono state avviate iniziative più o meno sperimentali, propagandistiche o pre-operative, di E-democracy: tra gli altri Irlanda, Canada, Regno Unito, Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Svezia, Finlandia, Russia, Ungheria, Grecia, perfino Uganda. La Svizzera è a parte: si definisce da sempre costituzionalmente una democrazia semidiretta (è sovrano il popolo non il parlamento); ma non si sottrae alla ricerca degli aggiornamenti imposti dall’era di Internet.

La bibliografia internazionale in argomento è ormai vasta. Riferiremo prossimamente su iniziative -prima fra tutte quella dei “Kleroterians” riguardanti in particolare il sorteggio, cioè la soluzione randomcratica. L’Italia è molto indietro: solo un po’ di libri, piccoli conati qua e là schiacciati dagli scherni di un pensiero unico di matrice cinico-ignorante. Tra le disfunctional democracies  è la peggiore. D’altra  parte l’Italia ha fama o pretesa d’essere stata nei millenni spiccatamente creativa. In effetti inventò parecchio: dall’impero romano all’opera lirica, da questa o quella pratica mercantile/bancaria al Rinascimento (con relativi pontefici imparentati con Satana), dall’estro speciale degli stilisti omosessuali al fascismo (fece scuola). Oggi la Penisola è accreditata di poco più della progettazione  del berlusconismo/antiberlusconismo: forse si riscatterà.

Chi scrive fu, salvo errore, primo nello Stivale a ipotizzare anni fa una soluzione randomcratica basata su una “ipercittadinanza” (‘attiva’, o ‘sovrana’) ristretta, composta cioè di circa mezzo milione di supercittadini  sorteggiati (per turni brevi da un computer centrale della magistratura, quindi a rotazione ravvicinata) tra persone in possesso di requisiti voluti. Tali supercittadini, oltre ad essere sorteggiabili in grado secondo, terzo, etc. -secondo il crescere e la rarità delle qualificazioni possedute- per funzioni deliberative e di governo sempre più esigenti-parteciperebbero per via telematica alla deliberazione. Eliminata in toto la delega elettorale e azzerati i politici professionali, si ricreerebbero le condizioni che fecero fiorire la Polis retta a democrazia diretta.

Al cuore di qualsiasi assetto randomcratico è dunque il sorteggio tra i più qualificati, oggettivamente meritevoli (p.es., chi ha fatto vero volontariato per almeno ‘x’ anni). Come vedremo, sul sorteggio –sortition, lottery e varianti-si concentra tra Dublino, Londra e Parigi, Londra e Dublino la ricerca degli accademici Peter Stone, Oliver Dowlen e Gil Delannoi e Stone (continua).

A.M.Calderazzi