L’AMERICA HA l’ALZHEIMER?

Lo sappiamo tutti che le nazioni non si ammalano in blocco, e poi ci sono le vaccinazioni di massa. Ma avantieri c’è stata la notizia che D.Strauss-Kahn restava in carcere un paio di giorni in più perché a Manhattan un condominio, o forse un intero rione, non lo voleva come affittuario. Preoccupazione per la virtù, anzi l’integrità, di mogli compagne e figlie? Peggio, rivolta morale contro un libertino d’ Europa?

Venendo dopo migliaia di annunci, dai media di Francoforte a quelli della Patagonia, che DSK rischiava 70 anni di carcere, lo sdegno dei manhattani evoca un quadro demenziale. Se DSK avesse sterminato gli angioletti di un kindergarten, crimine più grave delle intemperanze di un satiro su una ninfa, basterebbe il III millennio d.C. per punire l’orco del Fondo Monetario? Poi: nella fase di civiltà che ha cancellato il pudore, proibito la verginità e azzerato ogni colpa sessuale, ha senso disseppellire la salma puritana? Raggiunta l’equiparazione tra i sessi, quello femminile esige ancora la speciale protezione che Hollywood assegnava nei western alle biondine che insegnavano ai bambini dei cow boys? Infine: non occorrerà una pm femminista venuta dalla Luna per dimostrare che l’esistenza della cameriera d’albergo è stata devastata per sempre? Una galanteria grossolana, uccide?

La diagnosi di Alzheimer è resa più probante dal fatto che il vulnus, anzi i vulnera, celebrali di derivazione DSK sono sopraggiunti dopo il baccanale nazionale delle celebrazioni per l’Osamicidio. Le quali si capirebbero, eccome, se i Navy Seals avessero fisicamente eliminato Al Qaeda, anzi tutto il terrorismo antiamericano. Invece hanno fatto fuori il solo Barbablu: la nazione del Manifest Destiny celebrerebbe così orgiasticamente se non fosse già assalita dalla dementia? Legioni di kamikaze si sono fatti saltare per odio all’America: i tripudianti dei giorni scorsi sanno per certo che nell’Islam il martirio politico non ha più candidati?

Se gli USA non fossero un paese libero, anzi un palladio di libertà, l’executive order di un Goebbels sul Potomac vieterebbe almeno agli americani obesi, o parecchio sovrappeso -un cento milioni, a spanne- di farsi fotografare/teleriprendere mentre brindano a soft drink sulla morte assistita di bin Laden. Così, per non far ridere i polli del mondo.

Questo, per l’esultanza collettiva dei semplici. Ma che dire dei guru e dei columnists celebrati? A sfogliare gli ‘speciali’ della grande stampa sull’uccisione di Belzebù i sintomi dell’Alzheimer si infittiscono. Copertine ditirambiche. Peana ed inni al trionfo di un Presidente Obama che ha finalmente cancellato l’inferiorità rispetto a quel formidabile Commander in Chief che in tuta pressurizzata da top gunner proclamò ‘Mission accomplished’ (ma 8 anni dopo l’Irak resta l’Irak). Ingiunzioni a tutti gli antipatizzanti del pianeta: ‘Pagherete come ha pagato Osama’. Compiaciute descrizioni del marasma preagonico dell’antiamericanismo. Eccetera.

Leggiamo a caso i titoli di uno ‘speciale euforia’. ‘Obama’s Winning Focus. In triumph, the president’s restraint served us well’. ‘No human’s death is ever a blessing. But this comes close’ ‘bin Laden death was preferable to capture’. ‘Pride of a Nation’. ‘So long since something so good has happened’. ‘The burden of victory’. E così esultando.

A noi sembra impagabile il concetto seguente: ‘America turns out not to be in decline after all; it remains the superpower envied by the world’. Non tanto per il ritenere che un’operazione di teste di cuoio abbia restituito un rango planetario che richiese due guerre mondiali, quarantacinque anni di duello potenzialmente nucleare, l’afflosciarsi dell’antagonista sovietico e la morte per cause naturali dell’ideologia comunista. Quanto perchè non è vero che ‘il mondo’ invidi la superpotenza. Abbastanza spesso, piuttosto, la compiange. Come non essere benevoli con un popolo che, pur di potenziare mensilmente la macchina bellica più pletorica della storia, rinuncia alla sanità di cui ormai godono i calmucchi?

Andiamo avanti ad elencare sintomi infausti. ‘Pakistan: a terrorist State. This time the facts on the ground speak too loudly to be hushed up’. Nostra domanda: il premio Nobel afroamericano farà anche una guerra per soggiogare il Pakistan? Non è stato sempre chiaro che il Pakistan è solidale coll’Islam, non col Dipartimento di Stato?

Altro sintomo di vanagloria: ‘COMMANDER IN CHIEF- The daring Bin Laden raid is being billed as the New Obama (but) He’s been itching to pull this trigger all along At last, Obama has escaped the shadow of Jimmy Carterism. Beneath its softer talk of values, Obama’s speech was shot through with steel’. ‘When (America ) leaders change history’. Ancora: “The value of Boldness”.

Infine l’ebbrezza militarista: “The coolest guys in the World”. Sembra il titolo di un film di guerra hollywoodiano, nel quale un platoon di Rangers tiene a bada un’intera Panzerdivision. Invece no, è il titolo di un servizio che spiega come i Navy Seals “proved themselves America’s top soldiers”.

Teoricamente il futuro potrebbe dare agli Stati Uniti una cornucopia di glorie e di vanti dei quali la storia è normalmente avara. Ma l’America brinda e inneggia come se la cornucopia ci sia già e straripi di doni. Nei bassi napoletani il parentado di Totò o di Eduardo aspettava che l’ambo uscisse, prima di festeggiare.

Dicono che di Alzheimer non si guarisce. E invece le lezioni della realtà potranno fare miracoli. Inoltre farà miracoli, su un paziente così patriottico e così invaghito del suo Commander in Chief, se quest’ultimo, appena rieletto, farà un discorso più storico degli altri. Se spiegherà agli americani che sono sì mediamente bravi, ma non superuomini.

Altrove un comandante in capo non debellerebbe l’Alzheimer. Negli USA, forse sì.

Anthony Cobeinsy

Morto il diavolo Bin Laden si lasci spazio alla riflessione

Bin Laden è morto. Quando mi sono reso conto che la mia scrollata di spalle e un mentale “mm…bene” mi rendevano una specie di otaria volante rosa, non per stazza e colore ma per rarità, mi sono posto qualche domanda.

Chi era Bin Laden? Per me era un terrorista, un fanatico religioso, uno accecato dall’odio e forse dal potere. Me lo immaginavo rintanato in qualche buco, ma anche in una villetta mi sta bene. Era comunque anche un personaggio sconfitto dalla Storia. La primavera araba, così bella scandita dalle invocazioni di libertà e democrazia, e così indipendente, senza bandiere americane o israeliane bruciate, lo avevano relegato nella marginalità. Era comunque il leader di Al Qaeda.

Ma cos’è Al Qaeda? Per me un’organizzazione terroristica. Un network di fanatici islamici. Ma soprattutto un brand, un franchising. Terroristi di tutto il mondo hanno usato il marchio, traendone profitto e fama, garantendo anche un ritorno di immagine alla casa madre.

Purtroppo temo che Al Qaeda sopravvivrà a Bin Laden. Penso infatti che siano motivi sociali ed economici quelli che generano il terrorismo islamico ed il suo brodo di cultura. Non il carisma di un leader.

Stante queste premesse, la morte di Bin Laden mi ha suscitato quel minimo di contentezza per la scomparsa di uno di cui certo non sentiremo la mancanza, e quel minimo di tristezza per l’uccisione di un uomo (ampiamente mitigata dalla consapevolezza che muoiono migliaia di uomini migliori ogni giorno senza che nessuno ne parli). Mi ha fatto incazzare che si sdoganasse la tortura come metodo valido per raggiungere l’obiettivo, e che nessuno abbia fatto mistero che l’intento era quello di uccidere, non di catturare. Non proprio i valori occidentali che vorrei vedere difesi in primo luogo da noi stessi.

Poi ho visto le scene di giubilo negli Stati Uniti. Urla, pianti, caroselli in auto, “U-S-A! U-S-A!”, preghiere, titoli di giornali celoduristi e viscerali, “Brucia all’inferno!”, giustizia è fatta, giustizia come vendetta.

Comprensibile. Tutto comprensibile, almeno alla luce della scarsa stima che è lecito nutrire nei confronti della massa, più che mai di quella americana (non che in quella italiana si affollino i Beccaria e i Verri…). Ma quel senso di nausea, di estraneità, di otaria volante rosa imponevano altre domande e altre risposte.

Chi era Bin Laden per gli americani?Evidentemente Bin Laden era l’incarnazione del male, qualcosa di molto più vicino a Satana che a un terrorista. Bin Laden era un demonio onnipotente e onnipresente da esorcizzare, un cattivo da fumetto, il bersaglio unico (o quasi) dell’odio generato dall’11 settembre. Bin Laden era la ragione di due guerre, o almeno del consenso ad esse, era il valido motivo per cui accettare una diminuzione della propria libertà di spostamento, di comunicazione, di pensiero. Era il peso sull’altro piatto della bilancia di Guantanamo, della tortura, delle operazioni illegali all’estero.

Viviamo in un’epoca di simboli universali. Bin Laden, come prima di lui il Word Trade Center, era un simbolo. Ma come proprio le torri gemelle insegnano, si possono abbattere i simboli, ma non ciò che simboleggiano. L’America non è stata distrutta per la distruzione dei suoi più famosi grattacieli. Il capitalismo non è crollato perché la sua piazza più importante è stata colpita. Perché per Bin Laden dovrebbe valere il contrario? Cosa c’è di così eclatante da festeggiare? Morto un simbolo non ci rendiamo conto che ciò che ci resta in mano sono solo poche ossa, rimpiazzabili da altre ancora tenute insieme da muscoli e da un cuore pulsante?

È morto Bin Laden. “Mm…bene”.

Otaria Volante Rosa

MILITARISM MAKES AMERICA THE NUT OF THE WORLD

TIME’s powerful indictment

It’s my moral duty to call your attention on a press event which is far more important, say, than  the historical one which uncovered the Watergate scandal. Watergate was small fry and venial sin if compared with the horrific reality of the U.S. war spending. On April 25 past TIME carried “How to save $1 trillion”, a thundering prosecuting speech by Mark Thompson against the senselessness of the American defense overspending.

The facts, figures and ideas of TIME will convince many readers that America has gone awry. That it has become the nut or crank of the world. That it has to do something really bold, lest the obsession for weapons and (illusory) planetary egemony forces its taxpayers to pay vigintillions for arms and professional warriors -from the Table of Numbers I learned that one vigintillion is a figure made by 1 followed by 63 zeros. At $700 billions per year the U.S. is already spending as much on his military as the rest of the world combined. It’s on the road to vigintillions.

The simplest and most honest way of informing you on the TIME reckoning is simply to transcribe some of its findings and concepts.

The U.S. Navy operates an 11-aircraft carrier fleet- each vessel costing $15 billions and being likely to be sunk by missiles in a real conflict with China. The Chinese capability will be such that the American carriers will have to stay so far away from China that the short-range aircraft they bear will be useless. A number of months ago a “Daily Babel” article pointed out that Secretary of Defense Robert Gates was struggling with admirals who defended the carriers, arguing (Gates) that the carriers are too big targets and will be prone to be destroyed by missiles. TIME reported that Gates “warned last year on the growing antiship capabilities of our adversaries before asking the unaskable question <Do we really need 11 carrier strike groups for another 30 years?>. Needless to say, each carrier requires the protection of several destroyers and submarines. “It’s just tradition, the industrial base and some other old and musty arguments that keep the shipyards building them” TIME comments.

Other unaskable questions. “Can the U.S. really afford more that 500 bases at home and around the world? Do the Air Force, Navy and Marines really need $400 billions in new jet fighters when their present fleets give them vast air superiority for years to come? Does the Navy really need 50 attack submarines when America’s main enemy hides in caves?”

Admiral Mike Mullen, chairman of the Joint Chiefs of Staff, has admonished that “the single biggest threat to our national security is our debt”. TIME calls it “an almost tragic irony the fact that we are borrowing cash from China to pay for weapons (…) If the Chinese want to slay us, they don’t even need to attack us with their missiles. They just have to call in their loans”. “We’ve waged war non stop for nearly a decade in Afghanistan, at a cost of nearly half a trillion dollars, against a foe with no army, no navy, no air force. We send $1 billion destroyers to handle five Somali pirates in a fiberglass skiff (…) As long as the U.S. is overspending on its defense, it lets its allies skimp on theirs and instead pour the savings into infrastructure, education and health care. Our tax dollars are paying for a military that is subsidizing the health care of our European allies”.

The personnel costs (pay, benefits et cet:) are exorbitant. ”Recently 60 members of the crew of the carrier Abraham Lincoln pocketed $57,000 each, tax free, simply to re-enlist. Pentagon medical costs have soared from $19 billions in 2001 to more than $50 billions. Secretary Gates has proposed cutting 102 on 952 generals and admirals. A recent New York Times/CBS poll found that citizens (55%) were willing to cut defense. Yet Congress continues to resist even minor reductions. One carrier generates 6,000 jobs and $400 millions in annual local spending. With numbers like that, who needs pork?

Aircraft carriers become harder to kill as more states of the Union invest in their future. “It’s a disease that infects the entire defense budget” says Gordon Adams, who oversaw Pentagon spending during the Clinton Administration. 

My comment: the laws of electoralism and pork make it impossible that elected politicians will ever trim wrong expenses producing jobs, business, votes and careers.

The American folly according to TIME is the insane mentality that Howard McKeon (R), the Representative who chairs the Armed Services Committee, enunciated like this: “A defense budget in decline portends an America in decline”. “Attitudes like that can bankrupt a nation and the public senses it” (TIME).

The weapons obsession began as a love affair of the Americans with the cavalry regiments which subjugated Indians in the West and easily defeated Mexicans. Today it has condemned the U.S.“to be at war for a startling two out of every three years since 1989, and there is no end in sight” (the remark was made by Univ.of Chicago professor John Mearsheimer).

“The Nemesis of American happiness” was the heading of an old column of mine in The Daily Babel. Planetary (tentative) hegemony itself is such frightful Goddess of retribution. 

It’s my moral duty to call your attention on a press event which is far more important, say, than  the historical one which uncovered the Watergate scandal. Watergate was small fry and venial sin if compared with the horrific reality of the U.S. war spending. On April 25 past TIME carried “How to save $1 trillion”, a thundering prosecuting speech by Mark Thompson against the senselessness of the American defense overspending.

The facts, figures and ideas of TIME will convince many readers that America has gone awry. That it has become the nut or crank of the world. That it has to do something really bold, lest the obsession for weapons and (illusory) planetary egemony forces its taxpayers to pay vigintillions for arms and professional warriors -from the Table of Numbers I learned that one vigintillion is a figure made by 1 followed by 63 zeros. At $700 billions per year the U.S. is already spending as much on his military as the rest of the world combined. It’s on the road to vigintillions.

The simplest and most honest way of informing you on the TIME reckoning is simply to transcribe some of its findings and concepts.

The U.S. Navy operates an 11-aircraft carrier fleet- each vessel costing $15 billions and being likely to be sunk by missiles in a real conflict with China. The Chinese capability will be such that the American carriers will have to stay so far away from China that the short-range aircraft they bear will be useless. A number of months ago a “Daily Babel” article pointed out that Secretary of Defense Robert Gates was struggling with admirals who defended the carriers, arguing (Gates) that the carriers are too big targets and will be prone to be destroyed by missiles. TIME reported that Gates “warned last year on the growing antiship capabilities of our adversaries before asking the unaskable question <Do we really need 11 carrier strike groups for another 30 years?>. Needless to say, each carrier requires the protection of several destroyers and submarines. “It’s just tradition, the industrial base and some other old and musty arguments that keep the shipyards building them” TIME comments.

 

Other unaskable questions. “Can the U.S. really afford more that 500 bases at home and around the world? Do the Air Force, Navy and Marines really need $400 billions in new jet fighters when their present fleets give them vast air superiority for years to come? Does the Navy really need 50 attack submarines when America’s main enemy hides in caves?”

 

Admiral Mike Mullen, chairman of the Joint Chiefs of Staff, has admonished that “the single biggest threat to our national security is our debt”. TIME calls it “an almost tragic irony the fact that we are borrowing cash from China to pay for weapons (…) If the Chinese want to slay us, they don’t even need to attack us with their missiles. They just have to call in their loans”. “We’ve waged war non stop for nearly a decade in Afghanistan, at a cost of nearly half a trillion dollars, against a foe with no army, no navy, no air force. We send $1 billion destroyers to handle five Somali pirates in a fiberglass skiff (…) As long as the U.S. is overspending on its defense, it lets its allies skimp on theirs and instead pour the savings into infrastructure, education and health care. Our tax dollars are paying for a military that is subsidizing the health care of our European allies”.

The personnel costs (pay, benefits et cet:) are exorbitant. ”Recently 60 members of the crew of the carrier Abraham Lincoln pocketed $57,000 each, tax free, simply to re-enlist. Pentagon medical costs have soared from $19 billions in 2001 to more than $50 billions. Secretary Gates has proposed cutting 102 on 952 generals and admirals. A recent New York Times/CBS poll found that citizens (55%) were willing to cut defense. Yet Congress continues to resist even minor reductions. One carrier generates 6,000 jobs and $400 millions in annual local spending. With numbers like that, who needs pork?

Aircraft carriers become harder to kill as more states of the Union invest in their future. “It’s a disease that infects the entire defense budget” says Gordon Adams, who oversaw Pentagon spending during the Clinton Administration. 

My comment: the laws of electoralism and pork make it impossible that elected politicians will ever trim wrong expenses producing jobs, business, votes and careers.

The American folly according to TIME is the insane mentality that Howard McKeon (R), the Representative who chairs the Armed Services Committee, enunciated like this: “A defense budget in decline portends an America in decline”. “Attitudes like that can bankrupt a nation and the public senses it” (TIME).

The weapons obsession began as a love affair of the Americans with the cavalry regiments which subjugated Indians in the West and easily defeated Mexicans. Today it has condemned the U.S.“to be at war for a startling two out of every three years since 1989, and there is no end in sight” (the remark was made by Univ.of Chicago professor John Mearsheimer).

“The Nemesis of American happiness” was the heading of an old column of mine in The Daily Babel. Planetary (tentative) hegemony itself is such frightful Goddess of retribution.

JJJ

LEZIONE DI TEDESCO PER GLI STATI UNITI

Ma c’è da imparare per tutti

Negli anni ’70 gli Stati Uniti e la Repubblica federale tedesca erano legati a filo doppio, dal comune timore dei missili sovietici e dall’esistenza di un’altra Germania, comunista e satellite dell’URSS. La posizione comunque subalterna della Germania occidentale non impediva però all’allora cancelliere Helmut Schmidt, socialdemocratico di sicura fede atlantica, di criticare vivacemente la politica economico-finanziaria del grande alleato e in particolare il mantenimento  di alti tassi di interesse per attirare negli USA, in fase critica sotto la presidenza Carter, capitali stranieri a multiforme scapito delle economie europee.

Sopravvennero poi il crollo del “campo socialista”, la riunificazione tedesca e la monopolizzazione americana del ruolo di superpotenza planetaria, per la verità esercitato spesso in modo da evidenziare piuttosto l’impotenza militare oltre che politica degli Stati Uniti, alle prese con un nuovo ordine o meglio disordine mondiale, in ultima analisi meno facilmente padroneggiabile di prima. Sue ulteriori modifiche, altrettanto epocali, sono derivate dall’ascesa di nuove potenze con in testa la Cina, dal profilarsi della minaccia probabilmente sopravvalutata ancorchè plateale dell’estremismo islamico e infine dall’esplosione della peggiore crisi economica-finanziaria del dopoguerra, soprattutto in Occidente e in ogni caso per gli stessi Stati Uniti.

Non sorprende perciò che i legami tedesco-americani si siano allentati facendo posto ad una dialettica non apertamente ostile da alcuna parte ma ugualmente spigolosa e foriera di un crescente allontanamento reciproco, benché la Germania stenti o forse persino esiti ad assumere la prevista guida dell’Unione europea o quanto meno dell’Eurozona. La sua vecchia “economia sociale di mercato” aveva comunque retto alla crisi meglio di tutte le altre (o almeno così sembrava) e ciò spiega sia il rafforzato prestigio del “modello renano”, contrapposto alle ricette anglosassoni degli ultimi decenni, sia l’inclinazione dei suoi gestori a lesinare ancor meno di prima le critiche a queste ultime e ai loro effetti.

Tra gli emuli di Schmidt si distingue oggi una sorta di suo erede, l’ex ministro delle Finanze nella “grande coalizione” berlinese Peer Steinbrueck, uscito personalmente con onore dal recente tracollo elettorale della SPD (che peraltro dà già qualche segno di riscossa) grazie ai meriti acquisiti, un po’ come Giulio Tremonti, nel tenere a bada la crisi e in particolare salvando numerose banche tedesche dall’insolvenza. Forse piccato da certi inviti americani, non solo di parte ultraliberista, agli europei a rivedere il loro “welfare state troppo generoso” (così Joe Klein su “Time” del 10/1/2011) e dalle sollecitazioni di Washington alla Germania a stimolare i consumi interni per aiutare le altre economie sofferenti, Steinbrueck ha replicato con una serie di bordate tali da colpire nel cuore posizioni e orientamenti d’oltre oceano.

Nella sua rubrica fissa sul settimanale “Die Zeit” l’ex ministro ha cominciato, in gennaio, col demolire il mantra americano, in auge dai tempi di Reagan, delle tasse da ridurre per principio contando su un loro preteso effetto di autofinanziamento: secondo lui, una pura chimera priva di basi scientifiche, smentita dalle esperienze concrete ed esiziale per un paese altamente indebitato come gli USA, anche a causa di un’applicazione discriminatoria a favore dei redditi più alti. Un esempio, insomma, che la Germania dovrebbe, a suo avviso, guardarsi bene dall’imitare come vorrebbero alcuni ambienti tedeschi invocanti imposte dirette più basse.

In marzo Steinbrueck ha poi rincarato la dose bollando come suicida l’insistenza americana a combattere l’indebitamento contraendo sempre nuovi debiti invece di sottoporsi ad una pur dolorosa terapia di disintossicazione da una simile droga, mettendo a repentaglio la propria affidabilità finanziaria e rischiando di aggravare la già “enorme dipendenza finanziaria dagli investitori stranieri e in particolare dalla Cina”, che “minaccia di tradursi prima o poi in dipendenza politica”. Miope sarebbe inoltre la Federal Riserve che continua a inondare il paese di liquidità per rianimare un’economia che avrebbe piuttosto bisogno di profonde modifiche strutturali a cominciare dal risollevamento dell’apparato industriale, deperito anche in rapporto al gonfiato settore finanziario, con conseguente perdita di competitività e squilibrio della bilancia commerciale.

Agli USA Steinbrueck raccomanda altresì, oltre che un aumentato anzichè ridotto prelievo fiscale, un’adeguata contrazione della spesa pubblica che, se fosse indispensabile estendere agli impegni sociali, dovrebbe incidere preliminarmente sulla voce armamenti e altre spese militari. E non esclude neppure che un duraturo risanamento possa richiedere drastiche revisioni dell’American way of life con tutti gli sprechi e i danni ambientali che essa comporta. Per non parlare, infine, degli ulteriori danni che il rinvio di terapie efficaci e l’immutato ricorso a rimedi fallaci, come la politica del denaro facile (che l’osservatore tedesco non esita ad affiancare ad un fattore perturbante quale gli attentati dell’11 settembre), arrecherebbero anche al resto del mondo, sotto forma di nuove bolle sui mercati delle materie prime, spinte inflazionistiche e svalutazioni competitive in campo monetario.

L’ex numero tre del primo governo Merkel non manca di tributare l’omaggio di rito a qualità che si attribuiscono agli americani in dose maggiore rispetto agli europei: fiducia in se stessi e capacità di battere nuove strade. A questo motivo quasi residuale di speranza affianca però un non celato pessimismo circa la probabilità che indicazioni come le sue vengano accolte e seguite sia nel breve periodo, dominato dallo scontro fra i partiti e dentro i partiti in vista delle prossime elezioni presidenziali, sia a più lungo termine, specie nell’eventualità tutt’altro che remota di una bocciatura di Obama e di una rivincita repubblicana sotto la prevalente spinta oltranzistica del Tea Party. Il fatto che nel frattempo l’apparente maggioranza del paese bocci ad ogni buon conto una riforma sanitaria sacrosanta ma già annacquata rispetto al progetto originario la dice lunga in proposito.

All’inizio di marzo, prima che Steinbrueck scrivesse quanto sopra, “Time” pubblicava un peana al nuovo miracolo economico di una Germania definita “Cina d’Europa” e “tigre del vecchio mondo”, illustrandone con chiarezza i vari aspetti. Alla domanda di che cosa il suo esempio possa insegnare agli USA rispondeva tuttavia evidenziando un solo punto: l’appoggio statale a quel complesso di imprese piccole o medio-piccole spesso di proprietà familiare che costituirebbero tuttora la spina dorsale dell’industria tedesca e alla cui vitalità, efficienza e immutata specializzazione nelle produzioni manifatturiere tradizionali piuttosto che nelle nuove tecnologie si dovrebbero l’attuale primato di competitività nel mondo sviluppato e il conseguente boom  delle esportazioni.

Un aspetto importante, senza dubbio, oltre che familiare ad orecchie italiane, ma che certo non esaurisce la materia di confronto tra due diversi modelli o meglio esperienze storiche e visioni d’insieme della problematica economica e non solo economica. Le rispettive esperienze, per la verità, sono poi diverse solo in parte, ricordando quella americana del New Deal rooseveltiano, il cui ripudio ideologico risalente agli anni di Reagan sembra tuttavia destinato a sopravvivere anche alla plateale dimostrazione recente che senza il massiccio intervento statale di salvataggio il sistema economico-finanziario USA, lasciato in balìa del liberismo e della deregulation più sfrenati con conseguenti degenerazioni, sarebbe oggi ridotto in macerie.

Stupirsi che sulla sponda repubblicana, quanto meno, si arrivi persino a sostenere che per i singoli Stati dell’Unione, oggi in gran parte a rischio di insolvenza, non vada esclusa una salutare bancarotta, non significa naturalmente auspicare che da questa e dall’altra parte dell’oceano si instauri o rinasca la moda dello Stato imprenditore a tutto campo o impiccione oltre misura. Significa invece, innanzitutto, che sembra doverosa, anzi vitale, la conservazione da parte dei pubblici poteri di una funzione normativa e di controllo adeguata, ossia semmai rafforzata, per prevenire e reprimere pratiche e comportamenti irresponsabili, al limite criminosi e comunque rovinosi per tutti come quelli cui si è assistito o, meglio, che sono stati improvvisamente rivelati negli ultimi anni anche a chi avrebbe dovuto saperne ex officio.

A questo riguardo, sfortunatamente, non si direbbe che il consenso necessario per un’azione risoluta da parte degli Stati, a livello individuale e collettivo, sia facilmente ottenibile. Gli interessi di categoria con relative connivenze si fanno verosimilmente sentire non meno dei pregiudizi ideologici. Desta qualche sospetto anche il fatto che Steinbrueck non tocchi questo argomento nelle sue critiche e sollecitazioni agli Stati Uniti, mentre sta emergendo che le banche tedesche sono state sì meno spensierate di quelle americane nel gestire i propri affari ma avrebbero potuto mostrarsi ancor più avvedute anche dopo l’esplosione della crisi e dovrebbero perciò astenersi oggi dal premere sul governo di Berlino per una difesa ad oltranza dei loro interessi a spese dei soci dell’Eurozona messi in ginocchio dalla crisi stessa.

C’è chi dei micidiali effetti della finanza allegra è più responsabile di altri, e farebbe bene a riconoscerlo apertamente, a pentirsi e a trarne le debite conseguenze. Ma tocca a tutti fare la propria parte a quest’ultimo riguardo per evitare che eventuali ricadute (peraltro già denunciate qua e là) nei peggiori vizi e tentazioni provochino nuovi cataclismi tali da annullare qualsiasi beneficio derivante dalla diffusione di un modello pur rivelatosi per il resto preferibile ad un altro.  

Licio Serafini

TIME: OBAMA COME BUSH

Il titolo-calembour dell’articolo di Stephen L. Carter (TIME Jan.10, 2011) è “Man of war”. Com’è noto,”man of war” è anche lo strano nome di una fregata d’altri tempi. Recita il catenaccio: How does Barack Obama differ as a commander in chief from his swaggering predecessor? A lot less than you might think. A questo punto s’è capito quasi tutto, leggere l’articolo sarebbe quasi un di più. Invece no, leggiamo alcuni stralci. Nel frenocomio che è il Nord Europa radical-chic non c’è chi ha assegnato al presidente degli Stati Uniti il premio Nobel per la pace? E non siamo attorniati in ogni tram, in ogni bar, più ancora in ogni libreria, da belle anime per le quali il binomio nero e progressista è sicura garanzia di umanitarismo?

L’elezione di Obama, può darsi abbia aperto un’era nuova nella politica estera degli USA: Non però nella condotta delle nostre guerre. Le facciamo sotto Obama all’incirca come le facevamo sotto il suo predecessore. Forse nel 2008 Obama si è proposto come il presidente della pace, ma la prossima volta correrà come presidente della guerra. Le presidenziali del 2012 saranno anche un referendum sul capo delle forze armate più possenti della terra. Semplicemente, abbiamo eletto un presidente nella tradizione delle nostre guerre: un uomo che in ultima analisi sacrificherà l’idealismo nel nome della sicurezza.

Obama ha portato avanti nell’Irak l’approccio di Bush, e lo stesso fa nell’Afghanistan. Ha pienamente applicato la dottrina Bush: siamo decisi ad andare oltremare a combattere i nostri nemici, eliminandoli dovunque possibile, piuttosto che aspettare d’essere attaccati. E’ vero, Obama evita di parlare di vittoria: e questo è sbagliato. Se credi in ciò che fai, meglio vincere che perdere. Se ci sono guerre sbagliate, Obama dovrebbe porvi fine immediatamente, non in qualche data futura. Se sono giuste, dovrebbe dire chiaro che è obbligato a vincere. Anche continuando a torturare i prigionieri. Il modo più veloce per smettere di farlo è vincere la guerra. Se il presidente mettesse tutta la passione di cui è capace nel galvanizzare il paese in appoggio delle sue guerre -oggi sono le guerre sue e di nessun altro- sosterrebbe i suoi combattenti come nessun altro al mondo.

Obama è arrivato a rivendicare la liceità di metodi quali Bush non aveva reclamato -per esempio l’assassinio di cittadini americani, e sembra avere molto allargato le operazioni militari segrete, gli attacchi missilistici a grande distanza e simili. Forse gli avversari più feroci di Bush gli dovrebbero delle scuse.

Gli stralci dall’articolo di Carter -del quale è appena uscito il libro The violence of Peace: America’s Wars in the Age of Obama, Beast Books, 2011- finiscono qui. Una settimana dopo, 17 gennaio, la copertina del successivo numero di TIME reca la foto di un bambino afghano dilaniato (“by coalition aircraft“ dice la didascalia). E’ la regressione a ciò che tormentò il mondo negli anni del Vietnam. Ma anche gli occhi del Marine che porta in braccio gli stracci insanguinati racchiudenti il bambino dicono la tragedia dell’America: l,America ha ucciso la sua leggenda di fidanzata del mondo.. Per le sue dimensioni è diventata la nazione più militarista della storia, incapace di perseguire i suoi fini senza sparare alla cieca. Sta riabilitando Hitler. Riflettano i personaggi ‘democratici’ per i quali l’Irak e il Vietnam no, ma l’Afghanistan è una guerra giusta.

A.M.C.

FROM SECOND CITY TO WHITE HOUSE

The editors of l’Histoire, the Parisian specialized monthly, are much impressed, possibly mesmerized, by a single outline of the Obama phenomenon, his rather unusual relationship with Chicago. According to them, the American president owes a lot to the Second City, at the same time not being indebted to her, as he succeeded in embodying the whole nation, at least momentarily. So the line of thought of l’Histoire is that while Chicago was a major scene of the racial drama of America, Barack Obama, who triumphed there, did not offer himself as a Moses or a warrior of the black emancipation, but as a leader of the nation.

On the other hand, his rise cannot be understood without his bond with the South Side, i.e. with the ghettos on lake Michigan. Obama and the Windy City are seen in Paris as two success-stories of the same mushroomlike sort -a very quick growth, although not necessarily followed by a sudden decay.

Of course Americans know well that in less than fifty years Chicago rose from a fur- and cattle trading village to a large metropolis, a one prominently involved in the events, both political and social, of the 19th century. The place soon attracted several ethnic groups, who often had to fight for recognition. In Europe not many know that in 1886 four anarchists sentenced to be executed, died in Chicago while chanting a revolutionary song. Later the Blacks arrived and beginning from the Nineties the South and West Sides of Chicago became a, or the, capital of Black America. After the Depression and in the New Deal the Democratic party became the party of the Blacks, and locally the latter came near to dominate said party.

When Obama entered politics in Chicago, in 1985, he did not have special connections there. Rapidly he acquired them and succeeded in becoming the heir of the four or five historic leaders of the Chicago Blacks. But was also able to not identify himself as an ethnic ‘Libertador’. As he resolved not to try to become Mayor, the powerful incumbent mayor Richard J Daley was the very willing promoter of the rise of Obama. The young politician who came from Hawaii, Indonesia and Harvard accepted the help of persons and groups that controlled the not very ethical democratic machine of Illinois, but did not lose his personal reputation of honesty.

So the Obama’s masterpiece was conquering Chicago as an outsider, then projecting himself as the national leader from the Second City.

Anthony Cobeinsy
da Daily Babel

SE OBAMA SI RASSEGNERÁ A UN PASHTUNISTAN SOVRANO E TALEBANO

Un numero di luglio di Newsweek è, con una storia di copertina più un articolo , un De Profundis clamavi ad te, Domine (salmo CXXIX, sesto dei sette Salmi penitenziali; si canta negli uffici funebri). Un De profundis in morte delle convinzioni belliciste non tanto di Obama, quanto degli zelatori antifondamentalisti e iperlaici di casa nostra, sia conservatori sia progressisti.

Sono dieci anni che i pundit ‘democratici’, dagli editoriali della grande stampa ai pensosi oracoli di Prodi e D’Alema, ripetono “l’Afghanistan non è l’Irak, non è l’unilateralismo di Bush&Cheney americani prepotenti. E’ una battaglia di civiltà. E’ un banco di prova per l’Occidente. O sgomina o no il terrorismo. O spegne o no il focolaio di oppressione sulle donne e sui diritti. Eccetera>.

Sono dieci anni, e giusto nell’imminenza degli attesi successi del surge di Petreus l’Irakeno, Newsweek spiega ai suoi milioni di lettori “Why the U.S. should draw down in Afghanistan. We’re not winning. It’s not worth it”. Dove andranno a nascondersi i tanti predicatori della santa crociata contro i nemici del progresso, cioè della laicità? Dove andranno a parare non solo i furibondi dell’Unità, anche i posati analisti de La Stampa e del Corriere? Di quanti ‘speciali’ di Time avranno bisogno per virare dal bellicismo “siamo lì per affermare i valori dell’Occidente, dobbiamo vincere” all’auspicio che si ritiri il nostro corpo di missionari e giustizieri? A che punto ometteranno di dichiarare ‘eroi’ i nostri caporalmaggiori che lì si pagano la villetta a schiera, ma qualche volta gli va storta e costringono lo Statista del Colle a presiedere esequie e accarezzare gli orfani?

La sentenza di Newsweek l’ha firmata Richard N.Haass, presidente del Council on Foreign Relations e, nel 2001, “the U.S. Government coordinator for the future of Afghanistan”. . Ora, ha scritto Haass, forse la maggiore autorità statunitense nella materia, Obama ha scelto di fare dell’impresa afghana la sua guerra. Ma <non la stiamo vincendo e non vale la pena di vincerla. A dicembre il Presidente dovrà rivedere ancora una volta la sua politica (…) Continuarla invariata costa agli Stati Uniti 100 miliardi di dollari l’anno, per non parlare delle vite umane”.

Haass propone alternative articolate, come tali difficili da riassumere. Implicano da parte statunitense varie formule di parziale accettazione della sconfitta: non esclusa -secondo una proposta di Robert Blackwill, già ambasciatore di Washington in India, la spartizione del paese, con la nascita nel Sud di un Pashtunistan ufficialmente talebano. Altro che trionfo dei valori dell’Occidente.

Non abbiamo la competenza per analizzare le proposte di Haass e di altri. Invece segnaliamo l’articolo di supporto che Newsweek ha aggiunto alla requisitoria del presidente del Council on Foreign Relations: “Afghan about-face:an emerging GOP schism”. Si dice che i repubblicani, finora falchi, minacciano di rivoltarsi contro questa guerra. Michael Steele, chairman del partito, ha dichiarato che la guerra “of Obama’s choosing” sarà persa dagli Stati Uniti “così come hanno perso varie altre potenze”.” L’America è stanca”, ha constatato un parlamentare dello Utah. “Quasi dieci anni e nessuna fine in vista”.

Noi ci fermiamo. Aspetteremo di vedere come la metteranno, dalle loro poltrone redazionali e televisive, i Pietri gli Eremiti (quasi tutti i politici e i giornalisti) che predicarono la Crociata contro l’Islam oscurantista. Se Obama ascolterà gli Haass e i Blackwill, se farà sorgere il Pashtunistan talebano, loderanno i nostri atlantisti lo sforzo del Nobel domiciliato alla Casa Bianca per meritarsi il bizzarro premio che lo incoronò uomo di pace, oppure ne condanneranno la defezione dalla Crociata in pro dei diritti e delle afghane? Oppure ancora esigeranno che i ‘drones’ continuino a sterminare i villaggi, bambine e donne comprese?

A.M.C.

NON DAR DISPIACERI AL DOTT. VENTURINI

Accanirsi a difendere l’impresa nell’Afghanistan (=contro gli afghani) lo fanno in parecchi; ma solo l’argomentazione di Franco Venturini de “Il Corriere” è esilarante. L’ultima volta che un militare con le stellette è saltato su un ordigno esplosivo, il Nostro ha spiegato perché dobbiamo restare: “ Ancora una volta suona per noi l’ora del cordoglio, ma l’Italia non deve anticipare per conto proprio la exit strategy”. Perché non deve? “Se vuole tutelare i suoi interessi”.

Ulteriore spiegazione: “Il consenso popolare non è stato concesso a chi combatte i talebani. La guerra sembra avviata verso un’afghanizzazione della sicurezza sul terreno che fa certo comodo ai governi occidentali ma che, anche senza evocare il Vietnam, suona come una previsione di sconfitta con annesso meccanismo salva-faccia. Allora, cosa ci facciamo laggiù? Ecco: La guerra, proprio perché va male, è diventata un test per disegnare le gerarchie internazionali. Un ritiro unilaterale ci declasserebbe nel mondo, e avrebbe anche conseguenze sulla nostra economia”.

Da chi saremmo declassati, se non dai bellicisti che ragionano come Venturini, ossia come ragionavano Salandra e Sonnino nel 1915, Benito Mussolini nel 1940: tutti bisognosi di un tot di morti da contabilizzare nei negoziati della vittoria? Venturini ci vuole ai piani alti della ‘gerarchia internazionale’; in pratica, ci vuole azionisti (purtroppo di minoranza) dell’egemonia sul pianeta. Forse traballa il ‘rapporto speciale’ Londra-Washington, l’Urbe si tenga pronta.

Non altrettanto chiaro è quali conseguenze teme il Nostro sull’economia nazionale, a parte le commesse militari che Dick Cheney riuscirebbe a far togliere alle nostre industrie belliche. Senza dubbio la fine dell’impresa afghana deprimerebbe il Pil. Ma che altra disdetta? Scemerebbe il pret-à-porter? Rimini perderebbe pedalò? La vendetta di Petreus estrometterebbe Sergio Marchionne dalla Chrysler? Dr.Venturini non ci tenga in ansia!

Poi, il 2 agosto, i Paesi Bassi confermano il ritiro delle loro forze. E Venturini: .

Chissà quanto saliremmo nella gerarchia se, richiamando venti classi di leva, mandassimo a Petreus alcuni milioni di baionette! Ma Venturini non chiede tanto. Basta restare lì quanti siamo che al vertice di Yalta saremo invitati.

Riassumendo.

1) L’Olanda fa come fa perché non è una potenza come la Repubblica bipartisan di Parisi e La Russa. Ma, avesse l’orgoglio e l’ambizione di carriera della detta Repubblica, che le prometterebbe Venturini? Il recupero dell’impero indonesiano? Il ritorno a quando l’ammiraglio Marteen Harpetszoon Tromp sconfiggeva la Royal Navy? Il primato seicentesco nelle nature morte?

2) Se con noi la Nato “si facesse sentire”, quale sarebbe la nostra espiazione? L’Isaf, scornata in Afghanistan, piomberebbe tremenda sulle nostre città d’arte, così belle e fragili? Faremmo la fine dei corpi d’armata di Tblisi, o saremmo solo asserviti come l’Inguscezia? Il rating di Moody’s scenderebbe a tripla Z?

3) Infine. Cedessero Berlusconi e Frattini alla tentazione di fare come la nanopotenza batava, è chiaro che per Venturini l’ultima trincea del rango gerarchico sarebbe difesa dai finiani, dall’Udc, più ancora da D’Alema, Rosy Bindi e Vendola. Gli ultimi tre hanno saputo coniugare gli ideali di sinistra e il rimpianto di quando Roma ‘debellava superbos’. Basta piagnistei pacifisti, sosteniamo i bilanci dell’Alenia.

A.M.C.