IL POLIZIOTTO SUDISTA, ALTRO CHE UNCLE SAM, INCARNA L’AMERICA

L’agente M.T. Slager, che a North Charleston (South Carolina) ha ucciso il nero William Scott -lo voleva arrestare perché non gli funzionava il fanalino dello stop- impersona ben meglio di Zio Sam gli Stati Uniti, che in Indocina fanno morire 3 milioni di vietnamiti contro 58 mila americani; che per vincere la guerra sganciano bombe per 3 milioni di tonn, contro i 2 milioni dell’intero Secondo conflitto mondiale; e che la guerra, invece di vincerla, la perdono nella sconfitta più umiliante della storia. Spiegazione: non abbiamo potuto usare l’arma nucleare, come sarebbe stato nostro diritto.

Diciamo questo anche perché l’agente Slager ha sparato con la sua Glock calibro 45 “Not once. Not twice. Eight times” scrive TIME. E’ certo: qualunque suo collega di Scotland Yard o dell’Arma dei Carabinieri, se proprio avesse voluto ferire un contravventore del codice stradale che fuggiva disarmato, avrebbe mirato alle gambe per rallentarlo, non otto volte per ucciderlo. Quando il negro Scott è caduto, già morente, l’agente Slager lo ha ammanettato, non provato a soccorrere.

Grave com’è il profilo razzista dell’assassinio, non è quello decisivo. La compulsione omicida, nel paese che fece il Vietnam, sarebbe la stessa anche se i negri fossero bianchi. E’ invece schiacciante la presa di coscienza di una serie di realtà:

A) dalla fine di WW2 la vocazione universalistico-egemonica, suscitata dal duo guerrafondaio Woodrow Wilson-F.D.Roosevelt, condanna gli USA a guerre che ora immancabilmente perdono e a imprese fallimentari, con tutta la loro supremazia tecnologica.

B) l’ingentezza delle dimensioni e delle risorse ingigantisce le esigenze, dunque i costi materiali e morali del bellicismo ossessivo. L’invulnerabilità goduta fino al 1945 ha indotto gli americani a credersi invincibili, essendo invece vincibilissimi. Lo hanno dimostrato tutte le guerre dello scorso settantennio.

C) In termini quantitativi e qualitativi, gli USA sono il paese più militarista, cioè più condizionato dai precetti e dagli apparati bellici, della storia.

D) Il declino morale, nonché diplomatico e geopolitico, dell’America che fu la fidanzata del mondo è già cominciato da X anni, ma diverrà precipitoso se il consenso patriottico non si indebolirà sensibilmente, in rapporto ai fatti di cui sopra. Le troppa fede nella bandiera a stelle e strisce sarà più nociva della nostra quasi totale, e santa, irriverenza per il Tricolore.

Questi i contorni simbolici, storico-politici, del crimine di North Charleston. Ci sono

ovviamente quelli razzistici. Negli ultimi cinque anni tredici agenti del Law and Order hanno ucciso senza necessità dei neri: per vendita di sigarette di contrabbando, per furto da supermarket, per non essersi fermato (Levar Jones) non indossando la cintura di sicurezza, per resistere all’arresto, per guidare in modo disordinato, per vagare nudo. In nessuno dei tredici casi un poliziotto europeo avrebbe sparato per uccidere. E, sempre secondo TIME, sono state 209 in cinque anni le occasioni in cui la polizia del South Carolina ha sparato senza uccidere. E’ anìmalesca e deviata quella polizia? No, è come la vuole l’America animalesca e deviata.

Quanto al razzismo, ben poco faranno i pubblici poteri. I neri sono largamente detestati, malgrado due mandati presidenziali di un nero (il quale agisce come fosse bianco). Forse i due mandati hanno esasperato il razzismo. L’America pagherà a lungo per due secoli di importazione di schiavi; e i discendenti degli schiavi non sono la crema dei gentiluomini.

L’integrazione vera dei neri è un’ubbia: non solo in America. Discendessi da uno schiavo tornerei in Africa, congratulandomi di tornarvi, metti, con due lauree e un fondo d’investimento.

A.M.C.

OBAMA E WILSON DUE STRANI PREMI NOBEL

Tutti sanno che l’invenzione del Regno degli Slavi del Sud -primo nome della Jugoslavia, nazione mai esistita prima e condannata ad esplodere- fu, nel 1918-20, uno degli infortuni gravi del presidente Woodrow Wilson, male imboccato dal Quai d’Orsay. Wilson fece a lungo l’astratto accademico (nel 1902 divenne rettore di Princeton) prima di diventare governatore del New Jersey e poi (1912-20) presidente degli Stati Uniti. Volle l’intervento statunitense nella Grande Guerra: e questo gli andò benissimo. Impostò la trasformazione degli USA nella prima potenza del pianeta.

Molti, tra cui l’arguto e sapiente professore Vittorio Mathieu, sostennero che quando intraprese a riformare l’Europa e il mondo Wilson fosse già sull’orlo della pazzia. Ma non era diventato pazzo: aveva sofferto un duro colpo apoplettico nel settembre 1920, quando tentava di piazzare agli americani un trattato di Versailles e una Lega delle Nazioni perfettamente contrari alla tradizione della Dottrina Monroe (=l’emisfero occidentale ai suoi popoli e gli americani a casa loro). Soprattutto gli stati del West erano accanitamente isolazionisti; le tensioni cui il presidente si sottopose nello sforzo di guadagnarli all’internazionalismo gli furono fatali. Wilson portò a termine il suo secondo mandato, ma da invalido. Di fatto governarono la seconda moglie, sposata di recente, e il colonnello Edward House, il più fidato dei confidenti presidenziali.

Parliamo di Wilson perché grazie alla sua guerra ammantata di idealismo sorse l’impero americano, e sorse sotto le apparenze di una gigantesca missione di pace. Apparenze irresistibili: quando la Germania guglielmina decise di arrendersi, nella tarda estate 1918, invocò i Quattordici Punti di Wilson. Il premio Nobel per la pace assegnato al presidente nel l919 fu indubbiamente meno bizzarro di quello elargito (pochi ricordano perché) a un Barack Obama da poco insediato alla Casa Bianca. Predicando incessantemente la fratellanza delle nazioni, in realtà mandando a combattere in Europa 29 divisioni, oltre due milioni di uomini, il celebrato rettore di Princeton avviò l’opera che ventotto anni dopo dette il trionfo al bellicismo di F.D.Roosevelt. Questo sarà ripreso da altri due presidenti democratici, Kennedy e Johnson, infine dai guerrafondai repubblicani di nome Bush.

Gli altri scacchi di Wilson furono il fiasco della Lega delle Nazioni -in seguito corroborato da quello, più grave, delle Nazioni Unite- e, oltre alla frantumazione della Jugoslavia, il naufragio della Cecoslovacchia e l’eccessivo ingrossamento della Polonia 1919. Infine, e soprattutto, fallì Weimar, che non fu una creazione di Wilson ma si raccordò all’assetto wilsoniano dell’Europa.

Si può sostenere che gli insuccessi del Nobel oggi a capo del sistema occidentale sono stati meno eclatanti di quelli di Wilson; e che il politico professionale portato sugli scudi dai neri di Chicago si è dimostrato molto più realista del professore consacrato dalle glorie di Princeton. Tuttavia resta il profondo iato tra i propositi idealistici dei due presidenti progressisti e le loro pratiche di governo.

Il presidente semi-nero dei nostri giorni ha ancora più di un anno per cercare di aggiungere qualche vittoria al suo palmarès. I limiti di Woodrow Wilson furono messi a nudo proprio da quella cessazione della Grande Guerra per la quale si era adoperato. Nel primo dopoguerra gli Stati Uniti si impadronirono del primato mondiale in contemporanea con la dimostrazione della loro immaturità o inanità a esercitare l’egemonia. Le contingenze storiche di un mondo che si fa multipolare stanno negando a Washington le opportunità che le si offrirono invano nel 1919. Le sfide dell’impero sono più ardue per Obama che per Wilson.

Tuttavia gli sbagli di Barack sono stati meno fatali. Egli sta cavandosela, nonostante non abbia saputo far fruttare i talenti a lui affidati. Woodrow Wilson stroncato dall’apoplessia

(e per questo crudamente deriso da d’Annunzio, che a Fiume sfidò l’infatuazione jugoslava del presidente) non poté compiere la sua opera: però il suo paese accelerò la corsa e sotto il guerrafondaio F.D.Roosevelt, discepolo e continuatore dell’uomo di Princeton, la portò al traguardo diciamo così in bellezza.

A.M.Calderazzi

UCRAINA: HA UN GROTTESCO NOBEL PER LA PACE IL PIU’ GUERRAFONDAIO DI TUTTI

Con una parte delle sue azioni l’Urss meritò ampiamente di sfasciarsi alla fine del comunismo. Da quel momento l’Occidente vittorioso  fu di fatto legittimato a impadronirsi di pezzi dell’eredità sovietica. Hanno fatto così tutti gli imperi della storia.

Tuttavia c’è un carattere sinistro,  e al tempo stesso grossolano, nel tentativo di Obama di tenersi l’Ucraina, la preda più recente, grazie all’inverosimile minaccia della  terza guerra mondiale.  Washington può fare molte cose terribilmente pericolose. Non una spedizione contro la Russia. Si sa che fallirebbe come fallirono Bonaparte e Hitler. E’ finita male ogni  guerra di conquista statunitense dal conflitto di Corea in poi. Per affrontare le armate e l’arsenale nucleare di Mosca la nazione americana dovrebbe possedere lo sprezzo della vita dei kamikaze nipponici, il sinistro eroismo di quelli islamici estremi.

All’occorrenza gli americani sterminano: cominciarono a farlo in grande in Vietnam, Laos e Cambogia. Ma non sono veri duri. Nel 2013 si sono suicidati 259 militari americani in servizio. Non sono felici: un quarto dei detenuti del mondo sono nelle carceri degli USA (che fanno solo il 5% della popolazione del pianeta). E oltre certi limiti stanno attenti al loro denaro (le imprese irakena e afghana sono loro già costate 6 trilioni di dollari). Le loro installazioni atomiche hanno divorato 40.544 kmq, ma il congegno di gestione dell’Armageddon finale è temerario: per autorizzare un attacco nucleare statunitense sono sufficienti due persone.

Stando così le cose, Obama sta solo bluffando sull’Ucraina. Però non sembra avere la saggezza di dare ascolto al vecchio Henry Kissinger, che da segretario di Stato sapeva essere falco. Kissinger giudicò una scempiaggine circondare di rampe di lancio i confini europei della Russia (la scempiaggine Obama la fa, ma non l’ha avviata lui). E’ che, essendosi volontariamente condannata a caricarsi di un apparato bellico mostruoso, dimensionato sulle evenienze più inverosimili, l’America è stabilmente condizionata a cercare qualche utilizzazione per le sue forze armate. E poiché la creazione artificiale di necessità militari risulta spesso controproducente, Washington ricorre più spesso di prima alle covert operations  e alla sobillazione politica.

Ecco nello scacchiere est-europeo il susseguirsi delle Color Revolutions “per amore della libertà” (e del consumismo), tutte suscitate o fomentate da centrali quali la CIA. Hanno portato al potere numerosi fautori dell’allineamento agli USA e alla Nato. La prima di queste rivoluzioni ‘color’ abbatté in Serbia, nel 2000,  Slobodan Milosevic (per la verità non uno stinco di santo). Tre anni dopo fu la volta della rivoluzione “delle Rose” in Georgia; nel 2005 quella delle Arance in Kirghisistan (il nome si confonde con quella Arancione, tanto più importante in quanto ha dilaniato l’Ucraina).

Nella logica della nuova Guerra Fredda, tutto ciò è naturale. Ma è una logica canagliesca, sfrontatamente provocatoria. Sembrava che oltre mezzo secolo di distensione Est-Ovest avesse prodotto un gentlemen’s agreement: ciascuna superpotenza non doveva invadere la sfera storica dell’altra. Quindi, p.es. l’antica Urss non doveva seminare mine di sovversione comunista in Messico. Invece Washington,  dopo avere satellizzato gli Stati ex socialisti d’Europa e varie repubbliche asiatiche che avevano fatto parte dell’Urss, ha intrapreso la conquista dell’Ucraina, che è culla e madre della nazione russa: quanto meno dal 988, quando Vladimir il santo, ‘gran principe’ sovrano di Kiev, si fece cristiano e presto Kiev si confermò capitale di tutti i principati dell’area russo-meridionale. Vladimir fu canonizzato nel XIII secolo, ma da pagano aveva avuto varie mogli e concubine.

Washington sta semplicemente cercando di sventare il sogno di molti, di una rinascita della Russia dopo le umiliazioni di venticinque anni fa. Non che meritino ammirazione e solidarietà tutti i secoli dell’egemonia russa sugli Slavi. Una delle decisioni più criminali della storia universale fu, nel 1914, l’ordine dello zar Nicola II, plagiato dal ministro degli Esteri Sazonov, di mobilitazione generale contro Vienna e Berlino. Provocò -soprattutto in conbutta col revanscismo del francese Poincaré- due conflitti mondiali concatenati, molte decine di milioni di morti, varie grandi rivoluzioni, un susseguirsi di sismi sociali (e lo sterminio della famiglia imperiale, cominciando da Nicola).

Tuttavia la Russia è troppo centrale alla storia e alla civiltà di due continenti per non avere diritto ad asserirsi di nuovo, a 98 anni dall’avvio della fosca esperienza leninista-stalinista.

Anthony Cobeinsy

OBAMA EROE TRUFFALDINO DELLA PACE, PERO’ MENO SANTO DI WOODROW WILSON

Scrive Piero Melograni, nella pagina finale della sua Storia politica della Grande Guerra, Bari, Laterza, 1972, che la crisi italiana del primo dopoguerra (e dunque il fascismo-NdR) “in realtà cominciò a precipitare dal momento in cui fu distrutto il prestigio del presidente Wilson”. La strana datazione può sorprendere, ma così la spiega lo storico:

“Fra il ’18 e il ’19 era sembrato che nessun altro popolo europeo, come l’italiano, avesse posto tanta fiducia nell’ideologia wilsoniana e, più in generale, nel mito dell’America. Nel gennaio 1919 il presidente era stato accolto, a Roma e a Milano, da una folla strabocchevole e delirante di proletari e di borghesi. Wilson otteneva grandissimo consenso anche sulle pagine dell’Avanti, mentre Critica Sociale  esprimeva incondizionata ammirazione verso “il cavaliere senza macchia e senza paura della dignità umana”. Poi, d’improvviso, tutto l’entusiasmo era crollato, sia perché Wilson aveva contrastato le aspirazioni italiane ad annettere Fiume e la Dalmazia, sia e soprattutto perché era miseramente fallito il suo disegno di dare ai popoli del mondo la pace e la giustizia”.

Ma è proprio sicuro da noi l’entusiasmo? Esso si può capire nei polacchi, nei baltici, nei cecoslovacchi -la cui nazione era stata architettata da Wilson, in combutta col Quai d’Orsay; infatti morì a vent’anni-, infine negli jugoslavi (stessa invenzione, esiti molto più tragici). Può divertire che, secondo l’allora importante giornalista inglese Wickham H.Steed, il comandante in capo delle forze britanniche in Italia, Lord Cavan, era così ignorante o noncurante della realtà che parlava degli “Jugoslovacchi”, e anche dei “Cecoslavi”. L’entusiasmo degli est-europei era dovuto all’imponenza dei doni territoriali e diplomatici fatti da Wilson (e dal Quai d’Orsay) appunto a Varsavia Praga Belgrado eccetera, doni in odio alla Germania e al brandello sopravvissuto dell’impero austro-ungarico. E’ nota la perennità della pace fondata dal solenne e sanctimonious  ex-rettore di Princeton.

Si fa fatica ad ammettere che gli italiani si fossero infatuati di Wilson. Oggi gli Stati Uniti sono universalmente percepiti come l’esatto contrario dell’idealismo che un secolo prima si credeva di riassumere nel nome e nel glabro volto di Thomas Woodrow Wilson. Sono settant’anni che Washington esercita un’egemonia sfrontata, conseguita per ricchezza e potenza, non per storica attitudine all’impero. Forse gli USA non sono propriamente imperialisti, non essendo all’altezza. Sono, per la precisione, il paese più militarista della storia. A Wilson,  stando agli storici, i nostri ingenui nonni e bisnonni attribuirono tutt’altri sentimenti e progetti di quelli che risultano all’inizio del Terzo Millennio. Ovviamente sbagliarono. Un abbaglio gigantesco.

Fu il presidente Wilson a porre le premesse dell’impero americano,  forzando l’America a entrare nella Grande Guerra. Però non fu un guerrafondaio autentico. Lo fu invece, in grande come più non si poteva, il suo discepolo Franklin Delano Roosevelt. Dopo che il New Deal ebbe esaurito le sue possibilità rigeneratrici (negli USA il pieno impiego tornò solo con la mobilitazione per il massimo dei conflitti) F D Roosevelt governò, anzi visse, solo per capeggiare la controffensiva dell’Occidente demo-plutocratico contro l’Asse e il Tripartito. In particolare ben prima di Pearl Harbor mobilitò contro Germania e Giappone la Marina,  poi lo smisurato potenziale economico del Nuovo Mondo. A partire dal 1930  FDR avversò e angariò il Giappone sapendo di provocarlo ad attaccare. Quando proclamò che il giorno dell’attacco a Pearl  Harbor era stato “the day of infamy” mentì spudoratamente.

I successori di Roosevelt alla Casa Bianca hanno condotto guerre e campagne più o meno

crudeli e devastatrici, più o meno fallite, più o meno camuffate, tutte intese a dilatare l’impero americano. L’Ucraina è il conato imperialista più recente. Lì la maggioranza nazionalista può certamente inclinare a saldarsi all’Occidente, ma le sue regioni orientali no. E’ oggettivamente predatorio da parte di Washington  cercare di impossessarsi con la propaganda, col denaro, con la diplomazia, con le armi, di una parte della millenaria sfera di Mosca, anzi del cuore stesso della Russia.

Ridono di sé i nostri padri e nonni, quando da lassù vedono le opere buone del wilsoniano Obama, premio Nobel per la pace, signore dei droni e remoto emulo del Professore dei Quattordici Punti, cui riuscì di farsi credere Cor Cordium.

Anthony Cobeinsy

THE PUTIN GAMBIT—CHECK!

There are some people for whom the most elementary truths are just beyond their ken. Putin is one of these. He just doesn’t get it. People—nations—want to be free. It is just that simple. His KGB background, which depended ultimately on coercion, has saturated his soul so that it is impossible for him to think otherwise. Evil is blind.That’s its fatal weakness. Putin doesn’t get it because he has used force, intimidation, or coercion his entire adult life, with impunity. That’s his vision of reality as well as his personal modus operandi. But people inherently want and need freedom and self-determination. Man was born to be free. If the power of the Soviet Union should miraculously come to life again, so would its fatally coercive nature. Such affects the entire society top to toe, from foreign and domestic policy to academia to personal freedoms and human rights to economics. This many former Soviet Block countries understand only too well and so want nothing to do with Putin’s play for power. Putin blames the West for this, when in reality he has no one to blame but himself.

It is pathetic, yet comical, to watch this ex-spy at work—threatening and bullying (Putin’s a classic bully) to try to keep the West from encroaching on the territory of the former Soviet Union. What is beyond his understanding—and this then makes him a tyrant (and God’s enemy) –is that in foreign policy as in life, threats and bullying are self-defeating. Christ’s “Love your neighbor as well as your enemy” is something Putin, like all tyrants, just can’t understand—because they don’t want to. Had Putin showed the same kind of helping spirit that the EU has shown, earlier to Georgia and Moldova, he might then have got his Ukraine at no extra cost. But to ask a tyrant to become a saint is, of course, impossible. When Putin meets his Maker to receive his judgment, as we all must one day, he will hear this ringing in his ears: “What you did to the least of these, you did unto me.” Only then will tyrants like Putin begin to understand the power and the glory, but also the judgment, of Love—but then it will be too late.

All tyrants and dictators, but also the very wealthy, fail to understand that ALL power, earthly or otherwise, belongs strictly to Almighty God. In imitation of God, all power is meant to be a path to helping others, beginning with the weakest and most vulnerable. Power is never meant to increase one’s wealth or privileges. The powerful on earth stand “in loco parentis,” in place of God the Father. The shepherd uses his position, not to slaughter his sheep but to feed and care for them, and to keep wolves at bay.

God rules with love, our duty (and joy) is to emulate that rule. Such alone satisfies the soul’s hunger for ultimate meaning, and covers all despair, loneliness, and fear—as well as makes life the wonderful gift it is, and ought to be. But to seek earthly power for power’s sake, to glory in it, to use it to dominate and intimidate, to get rich by it—these all go against the grain of God’s Law of Universal Love. Compared to force and violence, threats and intimidation, Love seems out of its league. So the foolish always, in every era, think and believe. “Only the strong survive.” But that inescapable day of judgment skulks all of us, catching us, some sooner, some later, but in the end—everyone. Then shall we see that true power is Love.

“Enter by the narrow gate. For the gate is wide and the way is easy that leads to destruction, and those who enter it are many. For the gate is narrow and the way is hard that leads to life, and those who find it are few.” (Mt. 7:13-14.)

Len Sive Jr.

ROOSEVELT KENNEDY JOHNSON OBAMA LA SENESCENZA DELL’AMERICA

Noi non sappiamo se i droni i missili i bombardieri ricacceranno l’avanzata nell’Irak del ‘Califfato’ jihadista. Né se l’esercito di Baghdad continuerà a evaporarsi così come accadde ai primi di giugno: dicono abbia abbandonato all’avversario corazzati e materiale bellico statunitense per un miliardo e mezzo di dollari.

Quello che sappiamo per certo è che a 407 anni dal sorgere a Jamestown della prima colonia britannica nel nord del Nuovo Continente, l’America è entrata nel suo V secolo e in un’amara età senile. Era stata la fidanzata del mondo; prima ancora, quando il mondo non la conosceva, quando il Tesoro aveva debiti non fondi, quando la burocrazia federale contava poche decine di persone e l’esercito permanente meno di 700 uomini, l’America era stata un’adolescente maliosa. Nel 1778, due anni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza, Robert-Jacques Turgot, lo statista riformatore francese, vergò le celebri righe: “America, speranza del mondo, ne diventerai il modello”. Nel rilevare che Thomas Jefferson aveva espresso ‘il meglio dell’America’, gli storici Morison e Commager definirono così questo meglio: “l’idealismo, la semplicità, lo spirito giovanile, l’ottimismo”. A quel tempo l’America non fu un abbaglio collettivo, una suggestione  generatrice di miti. Fu davvero idealismo e giovinezza.

Oggi che essa non ha più nessuna delle sue anime adolescenziali, è certo semplicistico concludere che nessuna società avrebbe potuto incarnare a lungo la purezza quasi- utopistica della Repubblica bambina. Come che sia,  a quattro secoli compiuti l’America  è una detestabile ereditiera, ricchissima ma sfigurata  dalla vecchiaia e dall’obesità, incattivita dalle frustrazioni e da più d’una sconfitta disonorevole. Ancora tolda comando del capitalismo globale,  è però  perseguitata da una Nemesi (la dea della vendetta e della morte) inesorabile: il militarismo bellicista. E’ la Nemesi di se stessa. Nessun grande impero della storia è stato altrettanto condizionato, coartato, dal fattore  militare, dal potenziale di muovere spedizioni e di conquistare regni. Dwight Eisenhower, il più vittorioso dei generali del 1945, cominciò prima dei sociologi a denunciare l’ingrossarsi negli States del Military-Industrial Complex.

Dal patologico gigantismo del proprio apparato bellico l’America è condannata a destinare risorse sempre più mostruose alla preparazione di guerre eventuali, tutte concepite teoricamente per vincere. A differenza che in un passato che al più tardi si chiuse nel 1945, le imprese belliche di Washington sono tutte, più o meno, fallite. L’elenco è impietoso: Corea, Vietnam-Laos-Cambogia, imprese minori quali Baia dei Porci, Libano, Somalia, poi in grande e in feroce Irak e Afghanistan.  Abbiamo omesso il trauma grave della ‘Loss of China’. Tenere la Cina contro la conquista nipponica era stato il motivo più immediato della decisione di F.D.Roosevelt di fare guerra al Giappone; sconfitto il quale Washington affidò al generale Marshall, non meno vittorioso di Eisenhower e di MacArthur, la mission impossible di strappare la Cina al comunismo di Mao. Nel 1968 James C.Thomson, uno degli esperti del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca per l’Estremo Oriente, indicò nella ‘Loss of China’ il primo dei moventi di Kennedy nella decisione di muovere guerra in Indocina. L’incanaglimento e la disfatta uccideranno l’orgoglio dell’anima americana.

Nel decennio 1840-50 dell’Ottocento -un’era geologica prima- l’America era entrata in una fase di espansione prodigiosa. Da una formula proposta nel 1845 da un giornale di New York fu chiamata del Manifest Destiny: essere un disegno provvidenziale che gli USA si allargassero fino al Pacifico e ai Caribi. Essere nell’ordine delle cose che i pionieri venuti dall’Est prevalessero sulle popolazioni indigene: anche in quanto essi portavano valori, ideali, istituzioni moderne. Conseguenza immediata del Manifest Destiny fu l’annessione di Texas, Oregon, California, New Mexico, Utah. Tutto ciò, pur comportando spoliazione dei nativi, apparve al mondo logico, dunque da accettare. L’America divenne un mito radioso: tra l’altro non entrava in conflitto con l’Europa, che ancora controllava il mondo. ‘America si configurava come forza creatrice, fattore generale di progresso. Diventando grande, l’America ingrandiva il mondo.

Tutto ciò durò fino alla Prima Guerra Mondiale, quando l’Europa dilaniata smise di compiacersi dei trionfi dell’America, al contrario dovette invocarne l’aiuto materiale prima, la guida diplomatica poi a Versailles. Col passaggio della Casa Bianca  a Woodrow Wilson l’America si snaturò. Intervenendo nel 1917 Wilson pose le basi del primato globale; se Franklin Delano Roosevelt, il plutocratico Messia del bellicismo,  fondò l’impero  americano, Wilson fu il Giovanni precursore.

F D Roosevelt, massimo guerrafondaio della storia nazionale, fu anche il più bugiardo dei suoi statisti. Con accanimento inflessibile portò in guerra una nazione che restava isolazionista non solo per egoismo, ma in quanto manteneva fede nel valore della propria diversità rispetto ai conflitti e alle miserie della storia europea. FDR mise in atto una lunga serie di stratagemmi per aggirare gli ostacoli che la Costituzione, il Congresso e l’opinione pubblica opponevano all’intervento. A  metà del 1940, sei mesi prima di Pearl Harbor, gli USA si proclamavano già alleati della Gran Bretagna e già coinvolti nella guerra nell’Atlantico. L’attacco a Pearl Harbor fornì l’occasione perfetta per portare l’America nel conflitto:  però sulla menzogna che il Giappone avesse assalito a tradimento. In realtà Roosevelt aveva provocato la reazione nipponica col  rifiuto assoluto dei compromessi ripetutamente proposti da Tokyo. Nel 1949 la vittoria del comunismo cinese e il trionfo dei nazionalismi asiatici cancellarono le posizioni di predominio occidentali in Asia per mantenere le quali Washington aveva voluto la guerra del dicembre 1941.

Se Wilson aveva creato le premesse per l’impero americano, Roosevelt fu il massimo autore della degenerazione in superpotenza planetaria, dunque della trasformazione dell’America nel paese più militarista della storia. Seguirono Kennedy e Johnson, laddove Nixon accettò la disfatta inevitabile. All’aprirsi del Terzo Millennio d.C. la dottrina di G W Bush della guerra preventiva portò alle conseguenze ultime il bellicismo di Roosevelt e Kennedy.

In anni recenti, già avviato il ritiro dall’Irak e dall’Afghanistan, sembra che Washington spendesse 25 miliardi di dollari l’anno per puntellare un paio di governi fantoccio. Qualcuno si sente di negare che se avesse donato ai poveri del mondo una frazione delle smisurate ricchezze bruciate in armi,  spedizioni belliche e sinistre diplomazie dell’illusione egemonica, l’America sarebbe amata  invece che odiata da metà del mondo? Che sarebbe regina dei popoli, come brevemente apparve sul punto d’essere settant’anni fa?  Apparve specialmente in quanto lo scettro del comando cadde dalle mani di Roosevelt, per essere raccolto da quelle più sagge di Harry Truman.

E’ disdicevole raccontare la storia coi ‘se’. Tuttavia, come non chiederci cosa sarebbe stato il secondo dopoguerra se FDR non fosse improvvisamente morto? Non si possono processare le intenzioni, però come escludere che il Grande Guerrafondaio a) avrebbe potuto tentare di abbattere in Cina,  coll’immensa armata che Marshall non ebbe, il potere comunista;  b) che una volta constatato che Stalin non era l’alleato democratico che fingeva di immaginare, bensì il nemico assoluto da sbaragliare nella Guerra Fredda, egli Roosevelt sarebbe stato tentato di allargare contro l’Urss la crociata della Carta Atlantica?

Il Barack Obama che dai satelliti Nato esige più spese militari -”perché la libertà non è gratis”-, pratica la stessa menzogna dei suoi maestri Wilson Roosevelt Kennedy Johnson: gli altri  presidenti “progressisti” che hanno incarognito e umiliato di sconfitte l’America senile.

Anthony Cobeinsy

OBAMA: IL D-DAY PER BUON CUORE NON PER LA SUPREMAZIA SUL PIANETA

Il Barack Obama della retorica ‘Omaha Beach’, passi. Fa di peggio, ci ordina di comprare armi. Tuttavia la menzogna per patriottismo egoista è meno grave se perpetrata una volta ogni settant’anni, negli intervalli tra colazioni con 19 capi di Stato- compreso il nostro- e  fotografie con reduci ultranovantenni. “Quando il mondo d’oggi vi rende cinici – ha arringato il Presidente idealista, elogiato da molti come “guerriero riluttante” -fermatevi a pensare a questi uomini, molti dei quali hanno dato la vita per ridare la libertà a popoli che nemmeno conoscevano”.

Secondo Massimo Gaggi, inviato con elmetto a stelle e strisce al D-Day, “il Presidente rivendica il primato etico dell’America”.  Bravo Massimo Gaggi, che mente senza averne obbligo: laddove Obama l’obbligo ce l’ha eccome, in quanto American Patriot in Chief. La menzogna volenterosa di Gaggi consiste, è chiaro, nell’accreditare di “primato etico” il paese più militarista della storia (benché oggi guidato da un capo meno guerrafondaio del suo predecessore). Dai giorni del Vietnam gli USA hanno esercitato spesso il diritto di trattare col napalm e i droni gli innocenti in aggiunta ai nemici.

Quando, gennaio 1961, il presidente Dwight Eisenhower consegnò la Casa Bianca a J.F.Kennedy, gli consigliò caldamente, egli supremo tra i marescialli vittoriosi della WW2, di non fare la guerra d’Indocina. Il giovane successore New Frontier, irresistibile non solo con le attrici di Hollywood, anche con giornalisti, intellettuali e mezze calzette di mezzo mondo, inebetiti dagli slogan della sua campagna elettorale, non dette ascolto al saggio consigliere: anche perché aveva appena autorizzato, non ancora seduto nella Oval Room, lo sbarco alla Baia dei Porci dei cubani anticastristi arruolati dalla CIA. Lo sbarco fallì, ma si avviò la gloriosa impresa del Vietnam, prima disfatta catastrofica della Superpotenza. Nel mezzo secolo che è seguito Washington non ha mancato un’occasione per impiegare le armi nel nome dell’egemonia. Sapeva Massimo Gaggi che inneggiando al “primato etico” si guadagnava la carica di assolutore loyolesco (=gesuitico) alla corte di Barack e Michelle?

La mitopoiesi di Gaggi attinge alle vette del comico funerario, se preferite del grottesco esilarante, quando ci addita ammirato una cretinata di Barack che sembra scandita a un comizio dall’On.Cetto Laqualunque: “L’America è venuta a liberare l’Europa senza chiedere nulla, solo la terra dove seppellire i suoi morti”. Ah, gli infortuni dell’oratoria celebrativa alla Checco Zallone! Qualunque persona malpensante/sardonica avrebbe il diritto di interpretare quel “solo la terra per seppellire” alla lettera :   come prova che nel 1944 gli USA sbarcarono in Normandia perché si trovavano low on burying ground- scarsi in cimiteri!  Invece è sicuro: il maggiore sbarco della storia non aveva altro obiettivo che la tumulazione. Niente a che fare con la supremazia sul mondo. E’ irrilevante che, se non ci fosse stato lo sbarco, non sarebbe sorta la necessità di tumulare.

Continua l’esegesi di Gaggi su quello che Obama ha descritto “nella storia non si è mai visto niente di simile”. Non che siano mancate le grandi imprese di conquista, ma in Normandia “the greatest generation” era totalmente disinteressata, mossa solo dall’ ideale: “ondate immense di giovani uomini scendono dai mezzi da sbarco per salvare gente sconosciuta”.

Gaggi: ”Il ricordo di quello spirito di sacrificio torna nel parallelo tracciato dal Presidente “con i ragazzi che dopo l’11 settembre 2001 si sono esposti generosamente per difendere

il loro paese (era sul punto di soccombere alle battleships e alle armate corazzate talebane -N.d.R.) anche in conflitti dall’Iraq all’Afghanistan (…) Le generazioni che hanno conosciuto solo pace e benessere faticano a comprendere: per continuare a vivere in pace e da uomini liberi bisogna rimboccarsi la maniche. Libertà e democrazia non arrivano gratis”.

Il reportage dal bagnasciuga di Omaha Beach finisce assieme allo spazio assegnato dal “Corriere della Sera” al sobrio lirismo normanno di Gaggi. Trasferiamoci alle ormai quotidiane rampogne del presidente USA all’indirizzo dei maramaldi e vermi che un po’ dovunque nel mondo tentano di contrastare l’aumento delle spese militari. Nello Stivale sud dell’Alleanza atlantica gli inqualificabili se la prendono in particolare con gli F35 e coi sommergibili d’attacco. E’ la mascalzonata contro cui borbotta in continuazione anche G. Partenopeo, comandante supremo delle armate che, a norma del ferreo dettato costituzionale contro la guerra, attendono a pié fermo l’aggressore. Solo settant’anni fa Partenopeo parteggiava per i proletari e per la pace, non per i generali a molte stelle.

“Il taglio sugli F35 è un errore”: lo ha insegnato di recente un maitre-à-penser della scuola del Pentagono, Derek Chollet, segretario aggiunto. Ha detto il pensatore, in visita a Roma: “In tempi di austerity i governi devono tagliare. Ma nel caso degli F35 sarebbe un errore perché è un investimento per il futuro, fondamentale per accrescere le forze militari. L’Italia ha già investito molto. Resta un alleato chiave nella Nato e deve mantenere gli stanziamenti per la difesa. Le relazioni tra Italia e USA non sono mai state così forti. Nella penisola ci sono più di 30.000 americani, tra militari e civili. L’impegno italiano in Afghanistan è una dimostrazione di leadership internazionale”. Quest’ultima affermazione a noi suona una cauta ma chiara promessa non ufficiale di una fetta di colonia in Afghanistan, a vittoria conseguita. Dio sa se l’Italia ha bisogno di terra al sole!

Non sappiamo se un giorno gli Dei permetteranno il processo di impeachment agli odierni reggitori della Repubblica fondata sui mitra partigiani. Se sì, auspichiamo che Obama e Chollet, ormai pensionati, accettino di deporre a discarico del presidente Partenopeo; persino di Matteo Renzi, che lo scorso 2 giugno non trovò un pretesto, egli che ha tanta fretta di fare le cose importanti, per mancare alla parata militare del genetliaco della repubblica. Si può capire: basta demagogia, ha intimato il Comandante supremo, sui soffitti delle scuole che minacciano di cadere sui bambini. La democrazia di Scajola e Galan ha titolo a una grossa panoplia di armi di deterrenza.

Sarà la linea difensiva al processo di impeachment. La deposizione del Past President e di Chollet piacerà poco alle maestre, ai genitori e ai bambini, ma molto, moltissimo, a Massimo Gaggi.

Anthony Cobeinsy

THE NEW CIVIL WAR

There are several new books out on Lincoln which purport to reveal the true man behind the mask. To adapt a line from Shakespeare: “They have come, however, not to praise Lincoln, but to bury him.” These right-wing authors have ascribed the worst possible motives to everything Lincoln said and did. It is a revision of our history that in the wildest imaginings of my youth I would never have thought possible. It is also one of the surest signs of our nation’s current, and dangerous, state of being, our new “civil war.”

Disparate groups like the Tea Party, the NRA, the Republican Party, corporations, the largely right-wing  media, fringe groups like those supporting Clive Bundy, the KKK (a virulent white supremacist group), and other anti-government  groups and individuals, have declared war on our historical way of life. It is a new civil war, funded by, among others, the far right-wing billionaire Koch brothers.  And like the first Civil War, it’s a fight for the future, and soul, of America.

Below is part of a letter I wrote last year in response to these calumnies. It unmasks the preposterous image of Lincoln put forth by the right, by revealing  through a single incident–Lincoln’s ministrations to  a dying Confederate soldier–how uniquely humane a president he really was, and how utterly fortunate we were as a country to have had him as our president.  It is literally inconceivable to imagine any Republican today—let alone a Rand Paul, John Boehner, Clive Bundy, or the Koch brothers—heart-feltly ministering to their sworn, deadly enemies, “With malice towards none, and with charity for all….”

“Lincoln had served in Congress with many later Confederate leaders; they had been on friendly terms before the war, and Lincoln never abandoned their friendship even during the war. Given his nature and sensibilities, Lincoln would have had a very different form of “Reconstruction” than that which was instituted after his death. You are quite right to quote from the Second Inaugural as pointing out the path of reconciliation he would surely have taken. To say “With malice towards none” with the deepest sincerity (as he did) can only be done if it has already been embraced in one’s soul.
“What makes Lincoln our greatest American (and not just our greatest president) is that he was also a deeply loving and profoundly reflective Christian, who wrestled openly and honestly with those aspects of his faith which he could not understand, but who sincerely and reverently lived out that which he could understand. His was a costly and prophetic faith, to be relied upon to inform one’s daily thoughts and actions in all the myriad trials, sufferings, temptations, and uncertainties which everyday Life presents. But it was especially during wartime, with the horrific suffering and innumerable deaths of so many soldiers, both Confederate and Union alike, along with the death of Lincoln’s much beloved youngest son, Tad,  that deepened Lincoln’s faith the most, as he took upon his shoulders  the inexpressible grief and anguish of both the North and the South.

“To say that Lincoln was crucified by the war is only to speak the truth.  His was no tepid, bland “Sunday morning faith” that superficially satisfies so many Christians.  His faith burned hotter, and purer, tempered as it was in the intense fires of a fratricidal civil war, of brother against brother. I cannot think of another world leader, alive or dead,  who endured what he endured—nor one his equal in intellect, faith, charity, and humility, which makes his demonization by the political right so profoundly disturbing.  Moreover, Lincoln, unlike his many current denouncers, was absolutely incorruptible. His Tea Party and Republican accusers, on the other hand, have a long and sordid history of accepting cash for votes, from the NRA, JP Morgan, GE, Exxon/Mobil, et. al. These corrupt politicians, like Faust, have struck a bargain with the devil, while Lincoln alone stuck to the high, costly road of sacrifice, faith, integrity, and charity.

“The following anecdote, which not surprisingly was left out of these books on Lincoln, unveils the authentic Lincoln, the deeply humane, caring, and giving human being that he really was. I read about this incident a decade ago in a library in graduate school and here retell it from memory–faithful to the facts, but told in my own words.

“Lincoln had spent a long day at an army hospital visiting and comforting the many Union wounded and dying. As day gradually turned into evening, an exhausted and emotionally depleted Lincoln departed the hospital, climbed wearily into the presidential carriage, and  began the slow return to the White House, where  a late evening’s work  still awaited him. A hospital orderly suddenly ran up to the presidential carriage and shouted out, “There’s a Confederate soldier who wants to speak with the president.”  Lincoln, although clearly exhausted, stepped down from the carriage and with weary steps re-entered the hospital.

“The Confederate soldier was a young man, who, upon seeing Lincoln in the flesh for the first time, remarked naïvely, ‘You don’t look at all like the ape pictures I saw in the South.’  The two of them talked for some time. Then the young man asked if Lincoln would deliver a letter and heirloom to his family. Lincoln promised him that he would. Lincoln then said that he had pressing business still awaiting him, and was there anything else he could do for him. The dying soldier pathetically replied, ‘I was hoping you’d see me through (death).’ So this impossibly busy wartime president shunted aside all official business, and forgetful even of his own exhausted state, stayed with this enemy soldier until the very end, ministering to him and comforting him, weeping as he clasped the dying soldier’s hands in his own. True to his word, Lincoln made sure that the family received the young man’s personal effects.

Need I remark that this is exactly how Lincoln would have treated the South after the war  –with dignity, charity, mercy, and reason. What might our country have developed into with a Reconstruction based not on hatred and retribution but on mercy and charity for all?”

This incident clearly and unambiguously reveals what kind of president he really was: a deep-souled, caring, forgiving Christian whose tenderness, charity, mercy, intellect, moral stature, and self-sacrificing nature on behalf of the nation he was elected to serve—and harboring no ill-will towards the forces bitterly arrayed against him in an epic Civil War—are, so far as I am aware, unmatched in the annals of history, ancient or modern.

The destructive fires of our new “civil war”, which these revisionist histories of Lincoln are meant to stoke, continue today unchecked: ideological gridlock in Congress; hateful, petty Republicans calling for Obama’s impeachment every other week; lies and half-truths  on important political issues that are a staple of Republican incendiary rhetoric; adversarial politics of the meanest and vilest kind; the inability of the Obama administration to get its many, and important, appointments passed; votes openly bought in Congress in exchange for campaign contributions; a Congress meanly subservient to the wealthiest 1% while caring not a whit for the middle or lower classes. Two well-respected and very-influential political scientists, in fact, one from Princeton University and the other from Northwestern, in an empirically-based 20-year-long study of how Congress actually works, have openly declared thatour democracy is dead. “We are now,” they pronounced, “an oligarchy, a nation governed solely by the few on behalf of the interests of the wealthiest 1%.” And they have the irrefutable evidence of over 20 years’ research data to back up their claim.

“Our democracy is dead.” In these disturbing times, what we need are the intellect, courage, faith, charity and moral stature of another Lincoln to guide us through these turbulent and treacherous waters. The future of our cherished way of life now hangs precariously in the balance.

Can we still reclaim the dreams of our forefathers and bring good, honest, intelligent, and caring government to every American citizen? Can we both as individuals and as a nation seek truth, goodness, and beauty with unflinching zeal and steadfast devotion, working daily for peace and concord among all citizens while disavowing diatribe, division, and discord? Can we once again prove to a skeptical world that our once-cherished and highly-regarded democratic way of life is not yet dead and buried. That our democracy can justly represent all economic classes; that it can honor and aid both our poorest and most vulnerable citizens as well as our richest and most successful; and that a government of the people, by the people, and for the people can, like the immortal Phoenix, rise once again triumphantly from its own ashes!

Len Sive Jr.

CORPORATE GREED AND INJUSTICE IN HEALTHCARE

John and Donna McShane, citizens of Alberta, Canada, spend part of each year on vacation in Arizona in their mobile home. In 2012, while vacationing in Arizona, Donna developed a bad cough; she was advised to go to the Western Arizona Regional Medical Center, in Bullhead City, for an examination. Since she had health insurance from AMA, which is owned by Manulife Financial, both of Canada, there was no hesitation in recommending that she enter this regional hospital for tests.

During her five days’ stay at the Western Arizona Regional Medical Center, she underwent different tests, none of which proved conclusive; and even spent 2 days in isolation on the fear that she might have tuberculosis. (She didn’t.)  After a five day uneventful stay in the hospital, she was released, with only a prescription for steroids for her troubles. Her total bill: $105,000!

That’s not the worst of it. Her insurance company, AMA, obviously not wanting to pay the hospital bill, said that, on closer examination, they had “found an error” on the McShane’s insurance application form regarding prescription medication, and as a consequence nullified their policy, making the McShanes, who live on $30,000/year, liable for the entire amount! This is an all-too-common subterfuge employed by insurance companies to keep from honoring a policy where large outlays are to be paid. And, unfortunately, they usually get away with it.

What are the notable points here? First, a simple mistake on an application, found only after a large outlay was to be paid to the hospital, is used as a pretence for cancelling their policy–although no such problem had been detected so long as the McShanes were paying into AMA! But as soon as AMA was faced with honoring their contract, suddenly the McShanes’ application came under the closest scrutiny and—surprise—was decreed wanting.

Secondly, it is nothing short of obscene that after only five days in a hospital—however, not in the ER or ICU, and not involving multiple surgeries, limb replacements, organ transplants, or other expensive, labor intensive procedures—the hospital could charge her $105,000.  Given what Donna McShane underwent while in the hospital—or perhaps one should say what she didn’t undergo—such a huge bill is simply incomprehensible.

Years ago I worked in a hospital in the Northwest and became good friends with one of the ER doctors. He was in charge of organizing lectures, at the hospital, for the physicians. For that year’s lectureship, he invited a well-known physician/professor from an Ivy-League medical school who was an expert on hospital pricing. What he said was unbelievable. Costs—the expert  used as one example open- heart surgeries—astoundingly, were arbitrarily set—literally “picked out of the air;” in this case a “cost” of $5,000 per valve. Not because it really cost that much—it didn’t. None of the costs he mentioned were grounded in reality. They were simply—incredibly—arbitrarily decided upon.

Let’s examine this $20,000 per day expense more closely. A bed at a nice motel might cost $70/night.  That’s a far cry from a hospital’s $20,000 per night, even granted the obvious differences between the two! (Indeed, is there even a super-luxury hotel that charges this much?) Clearly someone—or many people—are making lots of money with these super-inflated costs. As for me, there’s no possible argument that can make me believe that resting your head on a hospital pillow, plus a few tests, could cost $20,000 per diem!  By way of contrast, I see my doctors in Korea for about $4 per visit. I had an endoscopy in the hospital for around $100 dollars. I see both my orthopedist and his in-house physical therapist(s) for about $12 combined. These prices put into stark relief the absolute unreality of the hospital’s $20,000 per diem price tag.

When health care is left up to doctors, for-profit hospitals and clinics, and insurance companies, cases like the McShanes are rife; for their sole concern is how much profit can be made, while the health of the patient is always of secondary importance.

This is why health care is one of many aspects of our modern life that the federal government must take complete charge of–contra the Republican party’s no-government-at-all platform—in order to serve the greater interests of the nation and its denizens. Infrastructure, including the development of mass transportation systems and the repair of bridges, gas and electricity for homes and businesses, the funding of new forms of energy, well-maintained streets and highways, conservation, worker health and safety, the establishment of a livable minimum wage, affordable medications, etc—these are some of the areas in which, for the sake of our nation’s health, safety, and welfare, the federal government MUST take control. Corporations, with their eye exclusively fastened on profit, are unfit to control these vital sectors of our common life. The CEO of Exxon/Mobil put it memorably when he stated, “I don’t care about America, I only care about Exxon/Mobil.” In a nutshell, that’s what makes corporations so dangerous.

Aristotle, in his Nicomachean Ethics, Book 1, Chapter 13, states: “The true statesman…wants to make his fellow-citizens good ….” That is, or ought to be, the true aim of every politician. Today, however, the only thing politicians care about is how to make their corporate clients richer, how to extend the corporation’s (and its lobbyist’s ) power into every crack and crevice of our modern life—but clearly not how to make America’s citizens “good.” Yet until and unless we elect to public office men and women who do fully subscribe to Aristotle’s view, such manifest injustice as has struck the McShanes must continue to wreck and ruin the lives of countless others—all the while making the 1% even richer, more powerful, more callous—and more evil!

Goodness or Profit: Democracy or oligarchy: that’s our modern era’s strict either/or. We are in a fight-to-the-death. Either we win and reclaim democracy for America or we lose and become mere slaves of the oligarchic Corporate State. The choice is ours to make.

Len Sive Jr.

OBAMA GUERRAFONDAIO ALLA POINCARE’?

Cento anni fa di questi giorni Raymond Poincaré, presidente della Francia e inconsueto egemone della sua politica estera/militare, faceva il molto che poteva perché scoppiasse una Grande Guerra da 10 milioni di morti. Era odiosamente bravo: un solo anno da uno dei tanti presidenti del consiglio e nel 1913 entrava all’Eliseo come il più illustre dei francesi. Nel dopoguerra fu a capo di cinque governi, e tra l’altro salvò il franco. Aiutato persino dal fatto d’essere cugino del massimo matematico di Francia, Poincaré realizzò l’ambizione della sua vita: la Revanche sulla Germania che nel 1870 aveva umiliato il più potente esercito d’Europa e strappato l’Alsazia e mezza Lorena. Nessuno fu più efficace del Grande Revanscista nell’istigare Sergej Sazonov, padrone della volontà dello Zar, al mostruoso conflitto che avrebbe distrutto l’impero dei Romanov, generato la Rivoluzione e ucciso l’imperatore con tutta la sua famiglia. Ma Poincaré non seppe prevedere che un ventennio dopo Versailles il Terzo Reich avrebbe annientato per sempre la grandezza della Francia.

Se il Nostro fu individualmente il più guerrafondaio tra gli statisti del 1914, è ovvio che i responsabili della più criminale mattanza della storia composero un grosso plotone cui meno di un anno dopo si sarebbero uniti i nostri geniali Salandra, Sonnino, il Re Soldato e l’Insuperabile -sul serio- tra i nostri poeti.

Ciò premesso, che gioco sta facendo l’uomo che dalla Casa Bianca ha cercato di camuffare il fallimento nell’Afghanistan scagliando droni assassini sui pakistani? Magari, ricordando d’avere ricevuto, Dio sa perché, un premio Nobel per la pace, Obama non fa sul serio con le sue minacce (la Russia che ha schernito come “potenza regionale” saprebbe usare i propri missili micidialmente). Tuttavia è oggettivo: l’Uomo dei droni si comporta da nemico dei disoccupati e di tutti i poveri quando rampogna quei governi europei che meditano -un quarto di secolo dopo la caduta del Muro- di ridurre le spese militari. L’Obama che proclama “l’Europa è unita agli USA” impone una leadership che i diplomatici con la feluca hanno scritto nei loro trattati chiffons de papier, ma che i popoli sempre più detestano. Gli italiani gli spagnoli i francesi i greci non hanno più né motivo né vero obbligo di restare coatti nella Nato.

I trattati si possono, in certe circostanze si devono, stracciare. Così pure le commesse militari: per punirci d’averlo ipoteticamente fatto il Pentagono dovrebbe mettere in campo gruppi di armate, flotte navali e aeree, logistiche talmente smisurate da non potersele permettere. Come guerrieri gli americani hanno dimostrato d’essere tra i meno efficienti. In un pezzo recente (“Molti nemici ci minacciano ma Giorgio è War President come G W Bush”) abbiamo ricordato che per espugnare l’isola nipponica di Kiushu gli Stati Uniti impiegarono una settantina tra portaerei e navi da battaglia, più il decuplo di altre unità, più il centuplo di aerei. L’avere sganciato sull’Indocina più bombe che nell’ultimo conflitto mondiale non salvò gli USA dalla sconfitta più ignominiosa.

Nessuno crede che Obama cerchi veramente di chiamare alle armi l’Europa contro Putin, tanto folle sarebbe. Però le pressioni che Foggy Bottom (il Dipartimento di Stato) esercita su

quasi tutti i governi del pianeta perché si dissanguino comprando materiale bellico soprattutto made in USA sono intollerabili. L’Italia con altri satelliti dovrebbe rifiutarsi, uscire dall’Alleanza Atlantica. L’Obama che contro i tagli sui bilanci militari proclama “la libertà non ha prezzo” dice una menzogna pari a quelle di Goebbels e del primo ministro gen. Hideki Tojo, che gli americani impiccarono. Tra l’altro, quando Washington era onnipotente, le armi le dava gratis ai satelliti. Oggi esige che, in tempi di recessione e di spending review, gli acquisti dei satelliti sostengano il Pil del paese più militarista della storia.

Dall’ex-stalinista arroccato nel Quirinale, come in passato dai Prodi e dai D’Alema, il padrone americano ottiene ancora obbedienza e ordinativi: questo un giorno contribuirà alla débacle degli ex-stalinisti, e pure di Matteo Renzi se non dirà no a Obama. E’ incerto che all’Uomo dei droni vada altrettanto bene con governi amici meno condizionati del nostro dall’inclinazione a servire indistintamente tutti.

A.M.Calderazzi

ROBERTO VACCA: OBAMA E BERSANI, DUE SPRAZZI POSITIVI IN TEMPI OSCURI

Il degrado culturale non imperversa solo in Italia. Anche gli Stati Uniti ne soffrono. I segnali negativi sono molti. Oggi, però, sia da noi che in USA c’è almeno uno sprazzo positivo. Vediamoli.

Sulle prime pagine anche dei migliori giornali italiani affiorano notizie minimaliste o deplorevoli. La Chiesa si offende perché il PdL non va a festeggiare la ricorrenza dei patti lateranensi. Due gay dicono che si baceranno sul palco di San Remo. Il noto uomo politico/affarista asserisce che il Professore è indecente e dice “grandi cazzate”.. Poi appare in un video in cui spara doppi sensi volgari a una signora.

Queste volgarità richiamano alla mente il diario di Alistair Hershom. Era il famoso giornalista britannico personaggio del mio romanzo “Kill?” (2005) che scriveva:

Ho deciso di uccidere Silvio Berlusconi. Non sono un terrorista, né un sicario prezzolato. Non sono comunista, nè ulivista. Sono parole brutte e spero che non restino nel nostro vocabolario. Ne faccio una questione di gusto, morale e fair play. Da quando i ministeri sono occupati da imputati latitanti, sento il disagio di vivere in Italia. Mi sento uno straniero. Mi sento esiliato. 70 anni fa era primo ministro Benito Mussolini: tragico pagliaccio. Volle la guerra e fece morire 400.000 italiani. Pessimo gusto anche lui. Mieteva grano a torso nudo. Fingeva di pilotare aeroplani. Diceva: “Dio stramaledica gli inglesi”. Proclamava: VINCERE E VINCEREMO, e perdeva. Ma non cantava canzonette, nè dedicava ogni sua energia ad ammassare una fortuna personale smisurata.”

Nel romanzo Hershom all’ultimo momento non sparava. Se esistesse davvero, forse mi biasimerebbe perché lo bloccai quando aveva già il suo bersaglio nei fili incrociati del canocchiale e  il dito sul grilletto.

Ma passo allo sprazzo positivo. Lo firma Pierluigi Bersani su Repubblica. È il piano del PD per la scuola. Prevede più risorse e più insegnanti. Offrirà “formazione ai docenti in servizio per innovare la didattica, nuove tecnologie, scuole aperte tutto il giorno, rilancio della formazione tecnica e professionale de nuovo sistema di formazione e reclutamento degli insegnanti”.

Sono proprio misure che suggerivo nel pezzo che vi mandai il 5 Maggio 2012. Avevo già deciso da un pezzo di votare PD alle prossime elezioni. Ora faccio notare agli indecisi che i programmi di altre formazioni politiche tacciono su questo argomento vitale.

La notizia minimalista americana è che oggi il 40% dei dipendenti CIA sono donne. Quella deplorevole è riportata da Paul Krugman sul NY Times di oggi – “The Ignorance caucus –il movimento per l’ignoranza.” Cita Eric Cantor, il rappresentante della maggioranza (repubblicana) del Congresso, che ha proposto di tagliare tutti i finanziamenti federali alle ricerche di scienze sociali, a quelle sull’efficacia comparata dei farmaci e alle valutazioni degli “effetti magici” delle misure proposte dai repubblicani per diminuire le tasse ai ricchi..

Lo sprazzo positivo americano è l’anticipazione del discorso di Obama sullo State of the Union (data, anche questa, dal NY Times di oggi). Oltre a dichiarazioni su disoccupazione, energie rinnovabili, piccole armi in mano a privati, immigrazione e politica estera [i soli argomenti citati da Repubblica a pagina 15 di oggi] dovrebbe parlare di un’ulteriore riduzione degli arsenali atomici. Dovrebbe essere il risultato di un accordo con Putin – fatto in modo tale da non richiedere la ratifica del Congresso. L’obiettivo è quello di ridurre da 1722 a 1000 il numero di testate nucleari nell’arsenale USA.

La notizia sarebbe buona, anche se tardiva. Infatti a Obama già è stato dato anni fa il Premio Nobel per la pace – solo per aver manifestato l’intenzione di eliminare tutte le armi nucleari. Inoltre i conti non tornano. Le 1722 testate nucleari americane sono solo quelle “deployed” – cioè messe in campo, pronte all’uso. In effetti, secondo l’Istituto Brookings e la SIPRI svedese, gli USA ne hanno altre 2800 “non deployed”, cioè funzionanti ma non di uso immediato. Nessuno ci dice in quanto tempo. Infine hanno anche circa 500 armi atomiche per uso tattico. Questo significa che hanno un potenziale distruttivo da meno di 1 kiloton fino a centinaia di tonnellate di alto esplosivo simili, dunque, a quelle usate a Hiroshima e Nagasaki. La riduzione delle bombe atomiche dovrebbe essere molto più drastica.

Le notizie cattive sono più numerose. Quelle buone vanno analizzate e non è immediato accertare se, veramente, possano generare aspettative positive.

MEGLIO LA PLUTOCRAZIA AMERICANA DELLA NOSTRA POLITICA

Singhiozzano i piccoli Goebbels e gli altri gerarchi del locale regime: la democrazia corre un rischio mortale. Ma questa che loro chiamano democrazia vale qualcosa, oppure è come il marco di Weimar, ci voleva un miliardo per comprare un chilo di pane? Che male c’è se la democrazia del furto muore?

In Italia la democrazia è l’impostura che consente ai professionisti di rubare tutto il rubabile. Negli USA è l’impostura che consente ai plutocrati, invece che ai capibastone di partito, di decidere coi dollari chi vince le elezioni, compresa quella per la Casa Bianca. Sembra che Obama e Romney abbiano già raccolto insieme quasi un miliardo e mezzo. Che formidabile sfida tra idee!

Al momento il miliardario che sembra fare le puntate politiche più grosse si chiama Joe Ricketts, un operatore finanziario fuorimisura che nel 2008 tentò di diventare senatore per il Nebraska, ma probabilmente non stanziò abbastanza dollari. Ha associato alla presente operazione (a favore del ticket Romney/Ryan, nonché di alcuni conservatori di secondo piano) tre figli, una dei quali si distingue col finanziare anche il movimento delle lesbiche. A sostegno della campagna di Romney i Ricketts hanno destinato $10 milioni; a favore di candidati minori $2 milioni.

La plutodemocrazia statunitense è anche il contesto che ha permesso a John Malone, miliardario dei media, di diventare il massimo proprietario terriero d’America: in nove Stati della Confederazione possiede 2,2 milioni di acri, non molto meno di 900 mila ettari, il triplo del Rhode Island, coi relativi impianti, capi di bestiame e macchinari. Malone è un uomo d’affari oriundo irlandese che ha operato soprattutto nella televisione e nelle telecomunicazioni, al livello dei Ted Turner e Rupert Murdoch. Anche in Nord America il valore della terra ha continuato a crescere: una farm della Sioux County nell’Iowa è stata venduta recentemente a $20.000/acro, un record assoluto considerando che il valore dei terreni agricoli USA oscilla tra meno di mille a un massimo di quindicimila dollari per acro. Pascoli e foreste quotano meno, ma sempre molto più che un tempo. Il patrimonio di Malone è stimato in 5 miliardi.

Ciascuno decida da sé in che senso John Malone è un cittadino come gli altri trecento milioni di iscritti all’anagrafe. E in che senso le urne statunitensi sono un congegno democratico, se per farsi eleggere a qualsiasi livello un cittadino deve o possedere, oppure raccogliere -prendendo impegni politici- fondi mastodontici. E’ vero, candidati come Barack Obama vengono propulsi anche dalle piccole donazioni degli straccioni; ma ciò non smentisce, bensì conferma il ruolo decisivo del denaro nel gioco politico statunitense. I padroni della plutocrazia che esporta istituzioni e truffe ‘democratiche’ su scala planetaria sono i Ricketts, i Malone e le grandi lobbies (che finanziano molto di più), non i latinos, i negri e i poor whites che incoraggiano con $10 ciascuno (meno civico-patriottici, i morti di fame di casa nostra non conferiscono, e sono €7-8 risparmiati; ma poi i politici si rifanno). In ogni caso il congegno americano fu congegnato in modo che i costi delle istituzioni sono modesti rispetto ai nostri; e che scassinare i bilanci pubblici come fa la Casta insediata dalla Resistenza è impossibile.

E’ stata la politologia statunitense a produrre vent’anni fa l’ipotesi di una Polis elettronica quale alternativa neo-ateniese, senza delega ai politici, alla degenerazione che in Occidente sta svuotando il senso della cosa pubblica. E’ l’alternativa della democrazia diretta, in vario modo selettiva, senza l’impostura elettorale. Specialmente a valle delle rivelazioni orribili del 2012 sono sempre meno, sono pressoché scomparsi, gli italiani che si attendono salvezza dal ravvedimento spontaneo dei professionisti delle urne, delle giunte e dei rimborsi. Sperare che questi ultimi smettano di rubare e di insozzare, grazie alla palingenesi invocata da Napolitano, da Ezio Mauro e da un tot di opinionisti democratici (però all’occorrenza disponibili a lasciar perdere la democrazia) è come fare affidamento sul passaggio di tigri, iene e topi di fogna alla dieta vegetariana.

Porfirio 

FORTUNE: THE ECONOMY STINKS

“Absent substantive changes, federal debt will soon rocket to levels no country can bear. By far the largest elements of unsustainable spending are Medicare and Social Security. If you get the right people in the room, you can solve Social Security in 15 minutes, says former Fed chairman Alan Greenspan; Medicare is a far tougher challenge. (…) The largest element of spending after social insurance is defense. Its budget can and should be cut. It is greater than the combined defense spending of the next 15 biggest defense spenders. In May the House of Representatives voted to give the Defense Department some $3 billion more than the $519 billion it requested for 2013. It’s time for Members to think less about directing pork to their districts and more about the nation’s future”.

Sono alcune valutazioni delle due principali firme di ‘Fortune’, Geoff Colvin e Allan Sloan, cui la rivista ha affidato il pezzo portante del proprio Speciale Elezione, titolo: “Hey, Washington: enough already”. Come si vede, nessun dubbio sulla patologia bellicista dell’America: “Defense budget can and should be cut”. Se la Camera  assegna più di quanto il Pentagono ha chiesto è perché i Rappresentanti pensano a ingrossare il ‘pork’ (=’Money, position or favors obtained from the government, as a result of political patronage’). In altre parole, commesse militari per essere rieletti. L’elettoralismo è il peccato mortale della democrazia rappresentativa.

Più scabrosa la soluzione dei due guru di ‘Fortune’ per Medicare:

“The biggest problem is the endgame -when people enter their final descent and are kept alive, expensively. So we would restrict the end-of-life care that Medicare will pay for. In 2006, the last year for which data are available, more than 25% of all Medicare spending went for people in their last year of life (only 5% of the covered population”). Insurance companies, hugely important players in our health care system, already heavily restrict the procedures they pay for. Taxpayers, collectively, should do the same”.

Ulteriore, non sentimentale ma apprezzabile chiarimento:

“We propose that if you want to use heroic measures to keep yourself or any other Medicare or Medicaid recipient alive, either you spend your own money or buy supplemental end-of-life policy from the market”. In aggiunta a tanta (logica) franchezza, Colvin & Sloan chiedono che la copertura sanitaria costi di più ai fumatori, agli obesi e agli assistiti a più alto reddito; e che l’età della pensione venga alzata.

In ultima analisi i due si dichiarano ottimisti:

“Major reforms happened under presidents Kennedy and Reagan; if our country gets a big enough scare, they could happen again. These things have their moments. As  the economy cries for help, just maybe the moment has arrived”.

Un anno fa uno dei due, Allan Sloan, chiamava “American Idiots” la classe politica “che stava distruggendo l’economia con l’accanimento delle posizioni”. Individuava il problema centrale nel “takeover of the economic debate by fanatics who are up to no good”. Questo un anno fa. Oggi ‘Fortune’ non si attende più propensione alle intese bipartisan: “If Obama is elected, he’s likely to stop making concessions to the GOP, and to force a confrontation”. Questo non porta necessariamente a prevedere sviluppi positivi dall’eventuale vittoria di Romney. Né peraltro ad anticipare vere accentuazioni destrorse a seguito dell’inserimento di Paul Ryan nel ticket repubblicano: “History tells us that vicepresidents are more about politics than policy”.

La copertina dell’Election Special di ‘Fortune’ reca due slogan speculari: ‘Don’t vote for Romney’ e ‘Don’t vote for Obama’.

J.J.J.

ROMNEY ORCO RAGIONEVOLE

Premessa. Obama si era fatto eleggere come un mezzo uomo di pace, dopo le furie guerresche di Bush&Cheney; poi ha scatenato il surge e soprattutto, senza farsi turbare dai costi in vite afghane e pakistane, ha moltiplicato i lanci di drones. Ancora una volta si confermano inattendibili le promesse elettorali degli aspiranti alla Casa Bianca. Nella campagna del 1940 Franklin Delano Roosevelt si impegnò con gli americani “non manderò a combattere i vostri figli”, nei giorni stessi in cui saldava le intese di collaborazione bellica con Winston Churchill, e in cui metteva a punto gli ultimatum e gli embargo contro il Giappone che tutti sapevano avrebbero reso certa la guerra. Perciò impegnarsi un granché a seguire le campagne per la Casa Bianca è fatica sprecata. Chi non si è impegnato come chi scrive non sa se Mitt Romney ha una vera chance d’essere eletto. Ma se la avesse, che dovremmo attenderci?

“I want to make everybody richer. I don’t want to make the few rich poorer and make everyone else poorer at the same time”. A chi pensi l’esatto contrario, non solo quanto al trattamento dei troppo ricchi, anche alla seduzione degli everybody con la prospettiva della ricchezza, uno statement come questo dovrebbe fare di Romney l’Orco assoluto. E invece, attardandosi un poco sul Romney-pensiero, si ricavano elementi per restare abbastanza distaccati, per non fare un dramma per un’eventuale vittoria del Ricco che vuole fare ricchi tutti. Mitt non è l’Orco assoluto. E’ un average hopeful, bugiardo quanto basta ma nemmeno troppo. Infatti su questo o quel punto altri concorrenti alla candidatura repubblicana sono più duri del Nostro. Dopo tutto fece per 30 mesi il missionario-attivista mormone in Europa; non dovrebbe comportarsi in modi efferati. Nato nel 1947, figlio di un governatore, ha governato il Massachusetts e ha presieduto l’organizzazione delle Olimpiadi d’inverno a Salt Lake City 2002. Come finanziere ha avuto molto successo.

“I want to makeAmericathe most attractive place in the world for enterprise” è il progetto di Romney, laddove “the business leaders I talk to feel they are being attacked by their own President”. Secondo il Nostro gli attacchi consistono nelle tasse e nelle politiche regolatorie di Washington. La minaccia più grave alla prosperità americana non viene per il Nostro dall’indebitamento, dall’ascesa della Cina, dalla crisi immobiliare, dalle spese folli del Welfare europeo, Viene da “a government that is overbearing, intrusive and demanding”. Questo Stato federale non è dannoso solo in quanto gestito dal welfarista e spendaccione Obama: per esempio Mitt denuncia una legge non amica delle corporations che reca la firma del presidente G.A.Bush, legge che “incentiva le aziende ad espatriare”.

Tra i programmi parasocialisti che il ricco mormone, brillantemente laureato a Harvard, combatterà se eletto c’è naturalmente Obamacare, che allarga alquanto la copertura sanitaria della popolazione; inoltre eliminerà gli ostacoli alle ricerche di idrocarburi. Le tasse sì, cercherà di abbassarle a favore degli alti redditi che a suo parere alimentano gli investimenti produttivi, ma più in là, non subito come promettono altri candidati repubblicani. Romney sottolinea che vuole lavoorare a favore della classe media, non del top 1%. Precisa che i divari tra i redditi non lo turbano; invece vuole arricchire i meno ricchi. “I don’t want to make the few rich poorer”. Non nega che le aliquote attuali favoriscono la fascia alta: con Bush l’aliquota massima, che nella fase 1950-63 aveva superato il 90%, scese al 35%.

Commento di un giornale statunitense: “Romney was a stellar operator as head of the Salt Lake City Olympics. But if he wins, he’ll face a painful lesson: there is no substituting for demand. You can take the shackles off of businesses. But if they can’t sell the stuff, why should they produce any more or hire anybody? Presidents can’t make businesses sell or customers buy”. Se lezioni del genere saranno abbastanza perentorie, l’ipotetico presidente Romney accantonerà i propositi più ambiziosi e governerà più o meno come gli altri, Obama incluso. Difficilmente il ricco Mormone farà l’Orco vero.

Jone

MARZABOTTO, MY LAI, I DRONES DI OBAMA

“On March 16, 1968, two platoons of American soldiers arrived at the hamlet of My Lai, in the district known as Son My in what was then South Vietnam. They were on a search-and-destroy mission: They entered the village around 8 in the morning. Several hours later, between 300 and 500 villagers lay dead. The details were horrific. Eyewitnesses described bayonetings, clubbings, and close-range shootings, all without a single shot being fired at the Americans. Many of the dead were women, children, and the elderly. Some were killed while kneeling in prayer”.

E’ l’incipit dell’articolo di Stephen L .Carter, ‘My Lai revisited’, che apre ‘Newsweek’ il 26 marzo 2012. L’autore constata che “il massacro non determinò, come molti credono, una svolta nel giudizio degli americani sulla guerra del Vietnam, Un solo imputato, il tenente William Calley comandante dei reparti di My Lai, fu condannato per la strage: ma gli americani biasimarono la condanna. Un sondaggio confidenziale della Casa Bianca accertò che 4 americani su 5 volevano la liberazione del tenente Calley”.

L’articolo di Carter prosegue: “Lt.Calley was sentenced to life in prison. But the sentence was later reduced to 20 years, then to 10. Calley was finally released after three and half years of house arrest.” Per Carter l’ergastolo era giusto “per un uomo che aveva personalmente adunato in un fosso e ucciso le vittime”. Altro rilievo agghiacciante: “Support for the war had begun to drop a bit. After the massacre became known, public support actually increased”.

Stephen L. Carter allinea alcune attenuanti dell’orrore: “All’epoca del massacro oltre un milione di americani avevano servito o stavano servendo nel Vietnam. Tutti conoscevano qualche reduce. Sarebbe assurdo giudicare l’America e i suoi militari per gli imperdonabili crimini di alcuni, sia pure considerando le dozzine di altri fatti gravi che emersero nel 2006 dalla declassificazione di documenti del Pentagono”.

Sarebbe assurdo, sì. Assurdo però anche “capire” il Lt. Calley in quanto un milione di americani avevano servito nel Vietnam. Essere lì, a sganciare più bombe che nell’ultimo conflitto mondiale, a uccidere un milione di vietnamiti, era un’aggravante, la suprema delle aggravanti, non una giustificazione. Più terribile che la ferocia di un ufficiale e dei suoi due plotoni di assassini, fu che “public support for the war actually increased after the massacre became known”. Fu orrendo che “four out of five Americans wanted Calley released”. ‘Newsweek’ non dice che l’America applaudì alla cancellazione della pena, dall’ergastolo a 42 mesi di arresti domiciliari; noi non possiamo affermarlo. Però ne siamo sicuri.

Il giornalista Carter si dice certo che non troverà clemenza lo Staff Sgt. Robert Bales, che dalle parti di Kandahar (Afghanistan) ha ucciso giorni fa 16 donne, vecchi e bambini. Si dice certo in quanto “America has changed (…) our instinct had been to sweep our atrocities under the rug, lest they distract from the larger cause at stake. My Lai mercifully put an end to that habit”. Questo è un lapsus: due paragrafi prima Carter non ha scritto “After the massacre became known, public support for the war actually increased”?

E noi, il mondo dei non americani, dei non devastati dalla lebbra del patriottismo bellicista e del diritto di uccidere, abbiamo bevuto fino in fondo il calice dell’orrore, di appartenere alla stessa umanità del Lt.Calley? Oppure su Marzabotto abbiamo essiccato tutte le nostre lacrime e non dobbiamo versarne più sulle quotidiane My Lai dei drones di Obama?

Anthony Cobeinsy

L’AMERICA HA l’ALZHEIMER?

Lo sappiamo tutti che le nazioni non si ammalano in blocco, e poi ci sono le vaccinazioni di massa. Ma avantieri c’è stata la notizia che D.Strauss-Kahn restava in carcere un paio di giorni in più perché a Manhattan un condominio, o forse un intero rione, non lo voleva come affittuario. Preoccupazione per la virtù, anzi l’integrità, di mogli compagne e figlie? Peggio, rivolta morale contro un libertino d’ Europa?

Venendo dopo migliaia di annunci, dai media di Francoforte a quelli della Patagonia, che DSK rischiava 70 anni di carcere, lo sdegno dei manhattani evoca un quadro demenziale. Se DSK avesse sterminato gli angioletti di un kindergarten, crimine più grave delle intemperanze di un satiro su una ninfa, basterebbe il III millennio d.C. per punire l’orco del Fondo Monetario? Poi: nella fase di civiltà che ha cancellato il pudore, proibito la verginità e azzerato ogni colpa sessuale, ha senso disseppellire la salma puritana? Raggiunta l’equiparazione tra i sessi, quello femminile esige ancora la speciale protezione che Hollywood assegnava nei western alle biondine che insegnavano ai bambini dei cow boys? Infine: non occorrerà una pm femminista venuta dalla Luna per dimostrare che l’esistenza della cameriera d’albergo è stata devastata per sempre? Una galanteria grossolana, uccide?

La diagnosi di Alzheimer è resa più probante dal fatto che il vulnus, anzi i vulnera, celebrali di derivazione DSK sono sopraggiunti dopo il baccanale nazionale delle celebrazioni per l’Osamicidio. Le quali si capirebbero, eccome, se i Navy Seals avessero fisicamente eliminato Al Qaeda, anzi tutto il terrorismo antiamericano. Invece hanno fatto fuori il solo Barbablu: la nazione del Manifest Destiny celebrerebbe così orgiasticamente se non fosse già assalita dalla dementia? Legioni di kamikaze si sono fatti saltare per odio all’America: i tripudianti dei giorni scorsi sanno per certo che nell’Islam il martirio politico non ha più candidati?

Se gli USA non fossero un paese libero, anzi un palladio di libertà, l’executive order di un Goebbels sul Potomac vieterebbe almeno agli americani obesi, o parecchio sovrappeso -un cento milioni, a spanne- di farsi fotografare/teleriprendere mentre brindano a soft drink sulla morte assistita di bin Laden. Così, per non far ridere i polli del mondo.

Questo, per l’esultanza collettiva dei semplici. Ma che dire dei guru e dei columnists celebrati? A sfogliare gli ‘speciali’ della grande stampa sull’uccisione di Belzebù i sintomi dell’Alzheimer si infittiscono. Copertine ditirambiche. Peana ed inni al trionfo di un Presidente Obama che ha finalmente cancellato l’inferiorità rispetto a quel formidabile Commander in Chief che in tuta pressurizzata da top gunner proclamò ‘Mission accomplished’ (ma 8 anni dopo l’Irak resta l’Irak). Ingiunzioni a tutti gli antipatizzanti del pianeta: ‘Pagherete come ha pagato Osama’. Compiaciute descrizioni del marasma preagonico dell’antiamericanismo. Eccetera.

Leggiamo a caso i titoli di uno ‘speciale euforia’. ‘Obama’s Winning Focus. In triumph, the president’s restraint served us well’. ‘No human’s death is ever a blessing. But this comes close’ ‘bin Laden death was preferable to capture’. ‘Pride of a Nation’. ‘So long since something so good has happened’. ‘The burden of victory’. E così esultando.

A noi sembra impagabile il concetto seguente: ‘America turns out not to be in decline after all; it remains the superpower envied by the world’. Non tanto per il ritenere che un’operazione di teste di cuoio abbia restituito un rango planetario che richiese due guerre mondiali, quarantacinque anni di duello potenzialmente nucleare, l’afflosciarsi dell’antagonista sovietico e la morte per cause naturali dell’ideologia comunista. Quanto perchè non è vero che ‘il mondo’ invidi la superpotenza. Abbastanza spesso, piuttosto, la compiange. Come non essere benevoli con un popolo che, pur di potenziare mensilmente la macchina bellica più pletorica della storia, rinuncia alla sanità di cui ormai godono i calmucchi?

Andiamo avanti ad elencare sintomi infausti. ‘Pakistan: a terrorist State. This time the facts on the ground speak too loudly to be hushed up’. Nostra domanda: il premio Nobel afroamericano farà anche una guerra per soggiogare il Pakistan? Non è stato sempre chiaro che il Pakistan è solidale coll’Islam, non col Dipartimento di Stato?

Altro sintomo di vanagloria: ‘COMMANDER IN CHIEF- The daring Bin Laden raid is being billed as the New Obama (but) He’s been itching to pull this trigger all along At last, Obama has escaped the shadow of Jimmy Carterism. Beneath its softer talk of values, Obama’s speech was shot through with steel’. ‘When (America ) leaders change history’. Ancora: “The value of Boldness”.

Infine l’ebbrezza militarista: “The coolest guys in the World”. Sembra il titolo di un film di guerra hollywoodiano, nel quale un platoon di Rangers tiene a bada un’intera Panzerdivision. Invece no, è il titolo di un servizio che spiega come i Navy Seals “proved themselves America’s top soldiers”.

Teoricamente il futuro potrebbe dare agli Stati Uniti una cornucopia di glorie e di vanti dei quali la storia è normalmente avara. Ma l’America brinda e inneggia come se la cornucopia ci sia già e straripi di doni. Nei bassi napoletani il parentado di Totò o di Eduardo aspettava che l’ambo uscisse, prima di festeggiare.

Dicono che di Alzheimer non si guarisce. E invece le lezioni della realtà potranno fare miracoli. Inoltre farà miracoli, su un paziente così patriottico e così invaghito del suo Commander in Chief, se quest’ultimo, appena rieletto, farà un discorso più storico degli altri. Se spiegherà agli americani che sono sì mediamente bravi, ma non superuomini.

Altrove un comandante in capo non debellerebbe l’Alzheimer. Negli USA, forse sì.

Anthony Cobeinsy

Morto il diavolo Bin Laden si lasci spazio alla riflessione

Bin Laden è morto. Quando mi sono reso conto che la mia scrollata di spalle e un mentale “mm…bene” mi rendevano una specie di otaria volante rosa, non per stazza e colore ma per rarità, mi sono posto qualche domanda.

Chi era Bin Laden? Per me era un terrorista, un fanatico religioso, uno accecato dall’odio e forse dal potere. Me lo immaginavo rintanato in qualche buco, ma anche in una villetta mi sta bene. Era comunque anche un personaggio sconfitto dalla Storia. La primavera araba, così bella scandita dalle invocazioni di libertà e democrazia, e così indipendente, senza bandiere americane o israeliane bruciate, lo avevano relegato nella marginalità. Era comunque il leader di Al Qaeda.

Ma cos’è Al Qaeda? Per me un’organizzazione terroristica. Un network di fanatici islamici. Ma soprattutto un brand, un franchising. Terroristi di tutto il mondo hanno usato il marchio, traendone profitto e fama, garantendo anche un ritorno di immagine alla casa madre.

Purtroppo temo che Al Qaeda sopravvivrà a Bin Laden. Penso infatti che siano motivi sociali ed economici quelli che generano il terrorismo islamico ed il suo brodo di cultura. Non il carisma di un leader.

Stante queste premesse, la morte di Bin Laden mi ha suscitato quel minimo di contentezza per la scomparsa di uno di cui certo non sentiremo la mancanza, e quel minimo di tristezza per l’uccisione di un uomo (ampiamente mitigata dalla consapevolezza che muoiono migliaia di uomini migliori ogni giorno senza che nessuno ne parli). Mi ha fatto incazzare che si sdoganasse la tortura come metodo valido per raggiungere l’obiettivo, e che nessuno abbia fatto mistero che l’intento era quello di uccidere, non di catturare. Non proprio i valori occidentali che vorrei vedere difesi in primo luogo da noi stessi.

Poi ho visto le scene di giubilo negli Stati Uniti. Urla, pianti, caroselli in auto, “U-S-A! U-S-A!”, preghiere, titoli di giornali celoduristi e viscerali, “Brucia all’inferno!”, giustizia è fatta, giustizia come vendetta.

Comprensibile. Tutto comprensibile, almeno alla luce della scarsa stima che è lecito nutrire nei confronti della massa, più che mai di quella americana (non che in quella italiana si affollino i Beccaria e i Verri…). Ma quel senso di nausea, di estraneità, di otaria volante rosa imponevano altre domande e altre risposte.

Chi era Bin Laden per gli americani?Evidentemente Bin Laden era l’incarnazione del male, qualcosa di molto più vicino a Satana che a un terrorista. Bin Laden era un demonio onnipotente e onnipresente da esorcizzare, un cattivo da fumetto, il bersaglio unico (o quasi) dell’odio generato dall’11 settembre. Bin Laden era la ragione di due guerre, o almeno del consenso ad esse, era il valido motivo per cui accettare una diminuzione della propria libertà di spostamento, di comunicazione, di pensiero. Era il peso sull’altro piatto della bilancia di Guantanamo, della tortura, delle operazioni illegali all’estero.

Viviamo in un’epoca di simboli universali. Bin Laden, come prima di lui il Word Trade Center, era un simbolo. Ma come proprio le torri gemelle insegnano, si possono abbattere i simboli, ma non ciò che simboleggiano. L’America non è stata distrutta per la distruzione dei suoi più famosi grattacieli. Il capitalismo non è crollato perché la sua piazza più importante è stata colpita. Perché per Bin Laden dovrebbe valere il contrario? Cosa c’è di così eclatante da festeggiare? Morto un simbolo non ci rendiamo conto che ciò che ci resta in mano sono solo poche ossa, rimpiazzabili da altre ancora tenute insieme da muscoli e da un cuore pulsante?

È morto Bin Laden. “Mm…bene”.

Otaria Volante Rosa

MILITARISM MAKES AMERICA THE NUT OF THE WORLD

TIME’s powerful indictment

It’s my moral duty to call your attention on a press event which is far more important, say, than  the historical one which uncovered the Watergate scandal. Watergate was small fry and venial sin if compared with the horrific reality of the U.S. war spending. On April 25 past TIME carried “How to save $1 trillion”, a thundering prosecuting speech by Mark Thompson against the senselessness of the American defense overspending.

The facts, figures and ideas of TIME will convince many readers that America has gone awry. That it has become the nut or crank of the world. That it has to do something really bold, lest the obsession for weapons and (illusory) planetary egemony forces its taxpayers to pay vigintillions for arms and professional warriors -from the Table of Numbers I learned that one vigintillion is a figure made by 1 followed by 63 zeros. At $700 billions per year the U.S. is already spending as much on his military as the rest of the world combined. It’s on the road to vigintillions.

The simplest and most honest way of informing you on the TIME reckoning is simply to transcribe some of its findings and concepts.

The U.S. Navy operates an 11-aircraft carrier fleet- each vessel costing $15 billions and being likely to be sunk by missiles in a real conflict with China. The Chinese capability will be such that the American carriers will have to stay so far away from China that the short-range aircraft they bear will be useless. A number of months ago a “Daily Babel” article pointed out that Secretary of Defense Robert Gates was struggling with admirals who defended the carriers, arguing (Gates) that the carriers are too big targets and will be prone to be destroyed by missiles. TIME reported that Gates “warned last year on the growing antiship capabilities of our adversaries before asking the unaskable question <Do we really need 11 carrier strike groups for another 30 years?>. Needless to say, each carrier requires the protection of several destroyers and submarines. “It’s just tradition, the industrial base and some other old and musty arguments that keep the shipyards building them” TIME comments.

Other unaskable questions. “Can the U.S. really afford more that 500 bases at home and around the world? Do the Air Force, Navy and Marines really need $400 billions in new jet fighters when their present fleets give them vast air superiority for years to come? Does the Navy really need 50 attack submarines when America’s main enemy hides in caves?”

Admiral Mike Mullen, chairman of the Joint Chiefs of Staff, has admonished that “the single biggest threat to our national security is our debt”. TIME calls it “an almost tragic irony the fact that we are borrowing cash from China to pay for weapons (…) If the Chinese want to slay us, they don’t even need to attack us with their missiles. They just have to call in their loans”. “We’ve waged war non stop for nearly a decade in Afghanistan, at a cost of nearly half a trillion dollars, against a foe with no army, no navy, no air force. We send $1 billion destroyers to handle five Somali pirates in a fiberglass skiff (…) As long as the U.S. is overspending on its defense, it lets its allies skimp on theirs and instead pour the savings into infrastructure, education and health care. Our tax dollars are paying for a military that is subsidizing the health care of our European allies”.

The personnel costs (pay, benefits et cet:) are exorbitant. ”Recently 60 members of the crew of the carrier Abraham Lincoln pocketed $57,000 each, tax free, simply to re-enlist. Pentagon medical costs have soared from $19 billions in 2001 to more than $50 billions. Secretary Gates has proposed cutting 102 on 952 generals and admirals. A recent New York Times/CBS poll found that citizens (55%) were willing to cut defense. Yet Congress continues to resist even minor reductions. One carrier generates 6,000 jobs and $400 millions in annual local spending. With numbers like that, who needs pork?

Aircraft carriers become harder to kill as more states of the Union invest in their future. “It’s a disease that infects the entire defense budget” says Gordon Adams, who oversaw Pentagon spending during the Clinton Administration. 

My comment: the laws of electoralism and pork make it impossible that elected politicians will ever trim wrong expenses producing jobs, business, votes and careers.

The American folly according to TIME is the insane mentality that Howard McKeon (R), the Representative who chairs the Armed Services Committee, enunciated like this: “A defense budget in decline portends an America in decline”. “Attitudes like that can bankrupt a nation and the public senses it” (TIME).

The weapons obsession began as a love affair of the Americans with the cavalry regiments which subjugated Indians in the West and easily defeated Mexicans. Today it has condemned the U.S.“to be at war for a startling two out of every three years since 1989, and there is no end in sight” (the remark was made by Univ.of Chicago professor John Mearsheimer).

“The Nemesis of American happiness” was the heading of an old column of mine in The Daily Babel. Planetary (tentative) hegemony itself is such frightful Goddess of retribution. 

It’s my moral duty to call your attention on a press event which is far more important, say, than  the historical one which uncovered the Watergate scandal. Watergate was small fry and venial sin if compared with the horrific reality of the U.S. war spending. On April 25 past TIME carried “How to save $1 trillion”, a thundering prosecuting speech by Mark Thompson against the senselessness of the American defense overspending.

The facts, figures and ideas of TIME will convince many readers that America has gone awry. That it has become the nut or crank of the world. That it has to do something really bold, lest the obsession for weapons and (illusory) planetary egemony forces its taxpayers to pay vigintillions for arms and professional warriors -from the Table of Numbers I learned that one vigintillion is a figure made by 1 followed by 63 zeros. At $700 billions per year the U.S. is already spending as much on his military as the rest of the world combined. It’s on the road to vigintillions.

The simplest and most honest way of informing you on the TIME reckoning is simply to transcribe some of its findings and concepts.

The U.S. Navy operates an 11-aircraft carrier fleet- each vessel costing $15 billions and being likely to be sunk by missiles in a real conflict with China. The Chinese capability will be such that the American carriers will have to stay so far away from China that the short-range aircraft they bear will be useless. A number of months ago a “Daily Babel” article pointed out that Secretary of Defense Robert Gates was struggling with admirals who defended the carriers, arguing (Gates) that the carriers are too big targets and will be prone to be destroyed by missiles. TIME reported that Gates “warned last year on the growing antiship capabilities of our adversaries before asking the unaskable question <Do we really need 11 carrier strike groups for another 30 years?>. Needless to say, each carrier requires the protection of several destroyers and submarines. “It’s just tradition, the industrial base and some other old and musty arguments that keep the shipyards building them” TIME comments.

 

Other unaskable questions. “Can the U.S. really afford more that 500 bases at home and around the world? Do the Air Force, Navy and Marines really need $400 billions in new jet fighters when their present fleets give them vast air superiority for years to come? Does the Navy really need 50 attack submarines when America’s main enemy hides in caves?”

 

Admiral Mike Mullen, chairman of the Joint Chiefs of Staff, has admonished that “the single biggest threat to our national security is our debt”. TIME calls it “an almost tragic irony the fact that we are borrowing cash from China to pay for weapons (…) If the Chinese want to slay us, they don’t even need to attack us with their missiles. They just have to call in their loans”. “We’ve waged war non stop for nearly a decade in Afghanistan, at a cost of nearly half a trillion dollars, against a foe with no army, no navy, no air force. We send $1 billion destroyers to handle five Somali pirates in a fiberglass skiff (…) As long as the U.S. is overspending on its defense, it lets its allies skimp on theirs and instead pour the savings into infrastructure, education and health care. Our tax dollars are paying for a military that is subsidizing the health care of our European allies”.

The personnel costs (pay, benefits et cet:) are exorbitant. ”Recently 60 members of the crew of the carrier Abraham Lincoln pocketed $57,000 each, tax free, simply to re-enlist. Pentagon medical costs have soared from $19 billions in 2001 to more than $50 billions. Secretary Gates has proposed cutting 102 on 952 generals and admirals. A recent New York Times/CBS poll found that citizens (55%) were willing to cut defense. Yet Congress continues to resist even minor reductions. One carrier generates 6,000 jobs and $400 millions in annual local spending. With numbers like that, who needs pork?

Aircraft carriers become harder to kill as more states of the Union invest in their future. “It’s a disease that infects the entire defense budget” says Gordon Adams, who oversaw Pentagon spending during the Clinton Administration. 

My comment: the laws of electoralism and pork make it impossible that elected politicians will ever trim wrong expenses producing jobs, business, votes and careers.

The American folly according to TIME is the insane mentality that Howard McKeon (R), the Representative who chairs the Armed Services Committee, enunciated like this: “A defense budget in decline portends an America in decline”. “Attitudes like that can bankrupt a nation and the public senses it” (TIME).

The weapons obsession began as a love affair of the Americans with the cavalry regiments which subjugated Indians in the West and easily defeated Mexicans. Today it has condemned the U.S.“to be at war for a startling two out of every three years since 1989, and there is no end in sight” (the remark was made by Univ.of Chicago professor John Mearsheimer).

“The Nemesis of American happiness” was the heading of an old column of mine in The Daily Babel. Planetary (tentative) hegemony itself is such frightful Goddess of retribution.

JJJ

LEZIONE DI TEDESCO PER GLI STATI UNITI

Ma c’è da imparare per tutti

Negli anni ’70 gli Stati Uniti e la Repubblica federale tedesca erano legati a filo doppio, dal comune timore dei missili sovietici e dall’esistenza di un’altra Germania, comunista e satellite dell’URSS. La posizione comunque subalterna della Germania occidentale non impediva però all’allora cancelliere Helmut Schmidt, socialdemocratico di sicura fede atlantica, di criticare vivacemente la politica economico-finanziaria del grande alleato e in particolare il mantenimento  di alti tassi di interesse per attirare negli USA, in fase critica sotto la presidenza Carter, capitali stranieri a multiforme scapito delle economie europee.

Sopravvennero poi il crollo del “campo socialista”, la riunificazione tedesca e la monopolizzazione americana del ruolo di superpotenza planetaria, per la verità esercitato spesso in modo da evidenziare piuttosto l’impotenza militare oltre che politica degli Stati Uniti, alle prese con un nuovo ordine o meglio disordine mondiale, in ultima analisi meno facilmente padroneggiabile di prima. Sue ulteriori modifiche, altrettanto epocali, sono derivate dall’ascesa di nuove potenze con in testa la Cina, dal profilarsi della minaccia probabilmente sopravvalutata ancorchè plateale dell’estremismo islamico e infine dall’esplosione della peggiore crisi economica-finanziaria del dopoguerra, soprattutto in Occidente e in ogni caso per gli stessi Stati Uniti.

Non sorprende perciò che i legami tedesco-americani si siano allentati facendo posto ad una dialettica non apertamente ostile da alcuna parte ma ugualmente spigolosa e foriera di un crescente allontanamento reciproco, benché la Germania stenti o forse persino esiti ad assumere la prevista guida dell’Unione europea o quanto meno dell’Eurozona. La sua vecchia “economia sociale di mercato” aveva comunque retto alla crisi meglio di tutte le altre (o almeno così sembrava) e ciò spiega sia il rafforzato prestigio del “modello renano”, contrapposto alle ricette anglosassoni degli ultimi decenni, sia l’inclinazione dei suoi gestori a lesinare ancor meno di prima le critiche a queste ultime e ai loro effetti.

Tra gli emuli di Schmidt si distingue oggi una sorta di suo erede, l’ex ministro delle Finanze nella “grande coalizione” berlinese Peer Steinbrueck, uscito personalmente con onore dal recente tracollo elettorale della SPD (che peraltro dà già qualche segno di riscossa) grazie ai meriti acquisiti, un po’ come Giulio Tremonti, nel tenere a bada la crisi e in particolare salvando numerose banche tedesche dall’insolvenza. Forse piccato da certi inviti americani, non solo di parte ultraliberista, agli europei a rivedere il loro “welfare state troppo generoso” (così Joe Klein su “Time” del 10/1/2011) e dalle sollecitazioni di Washington alla Germania a stimolare i consumi interni per aiutare le altre economie sofferenti, Steinbrueck ha replicato con una serie di bordate tali da colpire nel cuore posizioni e orientamenti d’oltre oceano.

Nella sua rubrica fissa sul settimanale “Die Zeit” l’ex ministro ha cominciato, in gennaio, col demolire il mantra americano, in auge dai tempi di Reagan, delle tasse da ridurre per principio contando su un loro preteso effetto di autofinanziamento: secondo lui, una pura chimera priva di basi scientifiche, smentita dalle esperienze concrete ed esiziale per un paese altamente indebitato come gli USA, anche a causa di un’applicazione discriminatoria a favore dei redditi più alti. Un esempio, insomma, che la Germania dovrebbe, a suo avviso, guardarsi bene dall’imitare come vorrebbero alcuni ambienti tedeschi invocanti imposte dirette più basse.

In marzo Steinbrueck ha poi rincarato la dose bollando come suicida l’insistenza americana a combattere l’indebitamento contraendo sempre nuovi debiti invece di sottoporsi ad una pur dolorosa terapia di disintossicazione da una simile droga, mettendo a repentaglio la propria affidabilità finanziaria e rischiando di aggravare la già “enorme dipendenza finanziaria dagli investitori stranieri e in particolare dalla Cina”, che “minaccia di tradursi prima o poi in dipendenza politica”. Miope sarebbe inoltre la Federal Riserve che continua a inondare il paese di liquidità per rianimare un’economia che avrebbe piuttosto bisogno di profonde modifiche strutturali a cominciare dal risollevamento dell’apparato industriale, deperito anche in rapporto al gonfiato settore finanziario, con conseguente perdita di competitività e squilibrio della bilancia commerciale.

Agli USA Steinbrueck raccomanda altresì, oltre che un aumentato anzichè ridotto prelievo fiscale, un’adeguata contrazione della spesa pubblica che, se fosse indispensabile estendere agli impegni sociali, dovrebbe incidere preliminarmente sulla voce armamenti e altre spese militari. E non esclude neppure che un duraturo risanamento possa richiedere drastiche revisioni dell’American way of life con tutti gli sprechi e i danni ambientali che essa comporta. Per non parlare, infine, degli ulteriori danni che il rinvio di terapie efficaci e l’immutato ricorso a rimedi fallaci, come la politica del denaro facile (che l’osservatore tedesco non esita ad affiancare ad un fattore perturbante quale gli attentati dell’11 settembre), arrecherebbero anche al resto del mondo, sotto forma di nuove bolle sui mercati delle materie prime, spinte inflazionistiche e svalutazioni competitive in campo monetario.

L’ex numero tre del primo governo Merkel non manca di tributare l’omaggio di rito a qualità che si attribuiscono agli americani in dose maggiore rispetto agli europei: fiducia in se stessi e capacità di battere nuove strade. A questo motivo quasi residuale di speranza affianca però un non celato pessimismo circa la probabilità che indicazioni come le sue vengano accolte e seguite sia nel breve periodo, dominato dallo scontro fra i partiti e dentro i partiti in vista delle prossime elezioni presidenziali, sia a più lungo termine, specie nell’eventualità tutt’altro che remota di una bocciatura di Obama e di una rivincita repubblicana sotto la prevalente spinta oltranzistica del Tea Party. Il fatto che nel frattempo l’apparente maggioranza del paese bocci ad ogni buon conto una riforma sanitaria sacrosanta ma già annacquata rispetto al progetto originario la dice lunga in proposito.

All’inizio di marzo, prima che Steinbrueck scrivesse quanto sopra, “Time” pubblicava un peana al nuovo miracolo economico di una Germania definita “Cina d’Europa” e “tigre del vecchio mondo”, illustrandone con chiarezza i vari aspetti. Alla domanda di che cosa il suo esempio possa insegnare agli USA rispondeva tuttavia evidenziando un solo punto: l’appoggio statale a quel complesso di imprese piccole o medio-piccole spesso di proprietà familiare che costituirebbero tuttora la spina dorsale dell’industria tedesca e alla cui vitalità, efficienza e immutata specializzazione nelle produzioni manifatturiere tradizionali piuttosto che nelle nuove tecnologie si dovrebbero l’attuale primato di competitività nel mondo sviluppato e il conseguente boom  delle esportazioni.

Un aspetto importante, senza dubbio, oltre che familiare ad orecchie italiane, ma che certo non esaurisce la materia di confronto tra due diversi modelli o meglio esperienze storiche e visioni d’insieme della problematica economica e non solo economica. Le rispettive esperienze, per la verità, sono poi diverse solo in parte, ricordando quella americana del New Deal rooseveltiano, il cui ripudio ideologico risalente agli anni di Reagan sembra tuttavia destinato a sopravvivere anche alla plateale dimostrazione recente che senza il massiccio intervento statale di salvataggio il sistema economico-finanziario USA, lasciato in balìa del liberismo e della deregulation più sfrenati con conseguenti degenerazioni, sarebbe oggi ridotto in macerie.

Stupirsi che sulla sponda repubblicana, quanto meno, si arrivi persino a sostenere che per i singoli Stati dell’Unione, oggi in gran parte a rischio di insolvenza, non vada esclusa una salutare bancarotta, non significa naturalmente auspicare che da questa e dall’altra parte dell’oceano si instauri o rinasca la moda dello Stato imprenditore a tutto campo o impiccione oltre misura. Significa invece, innanzitutto, che sembra doverosa, anzi vitale, la conservazione da parte dei pubblici poteri di una funzione normativa e di controllo adeguata, ossia semmai rafforzata, per prevenire e reprimere pratiche e comportamenti irresponsabili, al limite criminosi e comunque rovinosi per tutti come quelli cui si è assistito o, meglio, che sono stati improvvisamente rivelati negli ultimi anni anche a chi avrebbe dovuto saperne ex officio.

A questo riguardo, sfortunatamente, non si direbbe che il consenso necessario per un’azione risoluta da parte degli Stati, a livello individuale e collettivo, sia facilmente ottenibile. Gli interessi di categoria con relative connivenze si fanno verosimilmente sentire non meno dei pregiudizi ideologici. Desta qualche sospetto anche il fatto che Steinbrueck non tocchi questo argomento nelle sue critiche e sollecitazioni agli Stati Uniti, mentre sta emergendo che le banche tedesche sono state sì meno spensierate di quelle americane nel gestire i propri affari ma avrebbero potuto mostrarsi ancor più avvedute anche dopo l’esplosione della crisi e dovrebbero perciò astenersi oggi dal premere sul governo di Berlino per una difesa ad oltranza dei loro interessi a spese dei soci dell’Eurozona messi in ginocchio dalla crisi stessa.

C’è chi dei micidiali effetti della finanza allegra è più responsabile di altri, e farebbe bene a riconoscerlo apertamente, a pentirsi e a trarne le debite conseguenze. Ma tocca a tutti fare la propria parte a quest’ultimo riguardo per evitare che eventuali ricadute (peraltro già denunciate qua e là) nei peggiori vizi e tentazioni provochino nuovi cataclismi tali da annullare qualsiasi beneficio derivante dalla diffusione di un modello pur rivelatosi per il resto preferibile ad un altro.  

Licio Serafini

TIME: OBAMA COME BUSH

Il titolo-calembour dell’articolo di Stephen L. Carter (TIME Jan.10, 2011) è “Man of war”. Com’è noto,”man of war” è anche lo strano nome di una fregata d’altri tempi. Recita il catenaccio: How does Barack Obama differ as a commander in chief from his swaggering predecessor? A lot less than you might think. A questo punto s’è capito quasi tutto, leggere l’articolo sarebbe quasi un di più. Invece no, leggiamo alcuni stralci. Nel frenocomio che è il Nord Europa radical-chic non c’è chi ha assegnato al presidente degli Stati Uniti il premio Nobel per la pace? E non siamo attorniati in ogni tram, in ogni bar, più ancora in ogni libreria, da belle anime per le quali il binomio nero e progressista è sicura garanzia di umanitarismo?

L’elezione di Obama, può darsi abbia aperto un’era nuova nella politica estera degli USA: Non però nella condotta delle nostre guerre. Le facciamo sotto Obama all’incirca come le facevamo sotto il suo predecessore. Forse nel 2008 Obama si è proposto come il presidente della pace, ma la prossima volta correrà come presidente della guerra. Le presidenziali del 2012 saranno anche un referendum sul capo delle forze armate più possenti della terra. Semplicemente, abbiamo eletto un presidente nella tradizione delle nostre guerre: un uomo che in ultima analisi sacrificherà l’idealismo nel nome della sicurezza.

Obama ha portato avanti nell’Irak l’approccio di Bush, e lo stesso fa nell’Afghanistan. Ha pienamente applicato la dottrina Bush: siamo decisi ad andare oltremare a combattere i nostri nemici, eliminandoli dovunque possibile, piuttosto che aspettare d’essere attaccati. E’ vero, Obama evita di parlare di vittoria: e questo è sbagliato. Se credi in ciò che fai, meglio vincere che perdere. Se ci sono guerre sbagliate, Obama dovrebbe porvi fine immediatamente, non in qualche data futura. Se sono giuste, dovrebbe dire chiaro che è obbligato a vincere. Anche continuando a torturare i prigionieri. Il modo più veloce per smettere di farlo è vincere la guerra. Se il presidente mettesse tutta la passione di cui è capace nel galvanizzare il paese in appoggio delle sue guerre -oggi sono le guerre sue e di nessun altro- sosterrebbe i suoi combattenti come nessun altro al mondo.

Obama è arrivato a rivendicare la liceità di metodi quali Bush non aveva reclamato -per esempio l’assassinio di cittadini americani, e sembra avere molto allargato le operazioni militari segrete, gli attacchi missilistici a grande distanza e simili. Forse gli avversari più feroci di Bush gli dovrebbero delle scuse.

Gli stralci dall’articolo di Carter -del quale è appena uscito il libro The violence of Peace: America’s Wars in the Age of Obama, Beast Books, 2011- finiscono qui. Una settimana dopo, 17 gennaio, la copertina del successivo numero di TIME reca la foto di un bambino afghano dilaniato (“by coalition aircraft“ dice la didascalia). E’ la regressione a ciò che tormentò il mondo negli anni del Vietnam. Ma anche gli occhi del Marine che porta in braccio gli stracci insanguinati racchiudenti il bambino dicono la tragedia dell’America: l,America ha ucciso la sua leggenda di fidanzata del mondo.. Per le sue dimensioni è diventata la nazione più militarista della storia, incapace di perseguire i suoi fini senza sparare alla cieca. Sta riabilitando Hitler. Riflettano i personaggi ‘democratici’ per i quali l’Irak e il Vietnam no, ma l’Afghanistan è una guerra giusta.

A.M.C.

FROM SECOND CITY TO WHITE HOUSE

The editors of l’Histoire, the Parisian specialized monthly, are much impressed, possibly mesmerized, by a single outline of the Obama phenomenon, his rather unusual relationship with Chicago. According to them, the American president owes a lot to the Second City, at the same time not being indebted to her, as he succeeded in embodying the whole nation, at least momentarily. So the line of thought of l’Histoire is that while Chicago was a major scene of the racial drama of America, Barack Obama, who triumphed there, did not offer himself as a Moses or a warrior of the black emancipation, but as a leader of the nation.

On the other hand, his rise cannot be understood without his bond with the South Side, i.e. with the ghettos on lake Michigan. Obama and the Windy City are seen in Paris as two success-stories of the same mushroomlike sort -a very quick growth, although not necessarily followed by a sudden decay.

Of course Americans know well that in less than fifty years Chicago rose from a fur- and cattle trading village to a large metropolis, a one prominently involved in the events, both political and social, of the 19th century. The place soon attracted several ethnic groups, who often had to fight for recognition. In Europe not many know that in 1886 four anarchists sentenced to be executed, died in Chicago while chanting a revolutionary song. Later the Blacks arrived and beginning from the Nineties the South and West Sides of Chicago became a, or the, capital of Black America. After the Depression and in the New Deal the Democratic party became the party of the Blacks, and locally the latter came near to dominate said party.

When Obama entered politics in Chicago, in 1985, he did not have special connections there. Rapidly he acquired them and succeeded in becoming the heir of the four or five historic leaders of the Chicago Blacks. But was also able to not identify himself as an ethnic ‘Libertador’. As he resolved not to try to become Mayor, the powerful incumbent mayor Richard J Daley was the very willing promoter of the rise of Obama. The young politician who came from Hawaii, Indonesia and Harvard accepted the help of persons and groups that controlled the not very ethical democratic machine of Illinois, but did not lose his personal reputation of honesty.

So the Obama’s masterpiece was conquering Chicago as an outsider, then projecting himself as the national leader from the Second City.

Anthony Cobeinsy
da Daily Babel

SE OBAMA SI RASSEGNERÁ A UN PASHTUNISTAN SOVRANO E TALEBANO

Un numero di luglio di Newsweek è, con una storia di copertina più un articolo , un De Profundis clamavi ad te, Domine (salmo CXXIX, sesto dei sette Salmi penitenziali; si canta negli uffici funebri). Un De profundis in morte delle convinzioni belliciste non tanto di Obama, quanto degli zelatori antifondamentalisti e iperlaici di casa nostra, sia conservatori sia progressisti.

Sono dieci anni che i pundit ‘democratici’, dagli editoriali della grande stampa ai pensosi oracoli di Prodi e D’Alema, ripetono “l’Afghanistan non è l’Irak, non è l’unilateralismo di Bush&Cheney americani prepotenti. E’ una battaglia di civiltà. E’ un banco di prova per l’Occidente. O sgomina o no il terrorismo. O spegne o no il focolaio di oppressione sulle donne e sui diritti. Eccetera>.

Sono dieci anni, e giusto nell’imminenza degli attesi successi del surge di Petreus l’Irakeno, Newsweek spiega ai suoi milioni di lettori “Why the U.S. should draw down in Afghanistan. We’re not winning. It’s not worth it”. Dove andranno a nascondersi i tanti predicatori della santa crociata contro i nemici del progresso, cioè della laicità? Dove andranno a parare non solo i furibondi dell’Unità, anche i posati analisti de La Stampa e del Corriere? Di quanti ‘speciali’ di Time avranno bisogno per virare dal bellicismo “siamo lì per affermare i valori dell’Occidente, dobbiamo vincere” all’auspicio che si ritiri il nostro corpo di missionari e giustizieri? A che punto ometteranno di dichiarare ‘eroi’ i nostri caporalmaggiori che lì si pagano la villetta a schiera, ma qualche volta gli va storta e costringono lo Statista del Colle a presiedere esequie e accarezzare gli orfani?

La sentenza di Newsweek l’ha firmata Richard N.Haass, presidente del Council on Foreign Relations e, nel 2001, “the U.S. Government coordinator for the future of Afghanistan”. . Ora, ha scritto Haass, forse la maggiore autorità statunitense nella materia, Obama ha scelto di fare dell’impresa afghana la sua guerra. Ma <non la stiamo vincendo e non vale la pena di vincerla. A dicembre il Presidente dovrà rivedere ancora una volta la sua politica (…) Continuarla invariata costa agli Stati Uniti 100 miliardi di dollari l’anno, per non parlare delle vite umane”.

Haass propone alternative articolate, come tali difficili da riassumere. Implicano da parte statunitense varie formule di parziale accettazione della sconfitta: non esclusa -secondo una proposta di Robert Blackwill, già ambasciatore di Washington in India, la spartizione del paese, con la nascita nel Sud di un Pashtunistan ufficialmente talebano. Altro che trionfo dei valori dell’Occidente.

Non abbiamo la competenza per analizzare le proposte di Haass e di altri. Invece segnaliamo l’articolo di supporto che Newsweek ha aggiunto alla requisitoria del presidente del Council on Foreign Relations: “Afghan about-face:an emerging GOP schism”. Si dice che i repubblicani, finora falchi, minacciano di rivoltarsi contro questa guerra. Michael Steele, chairman del partito, ha dichiarato che la guerra “of Obama’s choosing” sarà persa dagli Stati Uniti “così come hanno perso varie altre potenze”.” L’America è stanca”, ha constatato un parlamentare dello Utah. “Quasi dieci anni e nessuna fine in vista”.

Noi ci fermiamo. Aspetteremo di vedere come la metteranno, dalle loro poltrone redazionali e televisive, i Pietri gli Eremiti (quasi tutti i politici e i giornalisti) che predicarono la Crociata contro l’Islam oscurantista. Se Obama ascolterà gli Haass e i Blackwill, se farà sorgere il Pashtunistan talebano, loderanno i nostri atlantisti lo sforzo del Nobel domiciliato alla Casa Bianca per meritarsi il bizzarro premio che lo incoronò uomo di pace, oppure ne condanneranno la defezione dalla Crociata in pro dei diritti e delle afghane? Oppure ancora esigeranno che i ‘drones’ continuino a sterminare i villaggi, bambine e donne comprese?

A.M.C.

NON DAR DISPIACERI AL DOTT. VENTURINI

Accanirsi a difendere l’impresa nell’Afghanistan (=contro gli afghani) lo fanno in parecchi; ma solo l’argomentazione di Franco Venturini de “Il Corriere” è esilarante. L’ultima volta che un militare con le stellette è saltato su un ordigno esplosivo, il Nostro ha spiegato perché dobbiamo restare: “ Ancora una volta suona per noi l’ora del cordoglio, ma l’Italia non deve anticipare per conto proprio la exit strategy”. Perché non deve? “Se vuole tutelare i suoi interessi”.

Ulteriore spiegazione: “Il consenso popolare non è stato concesso a chi combatte i talebani. La guerra sembra avviata verso un’afghanizzazione della sicurezza sul terreno che fa certo comodo ai governi occidentali ma che, anche senza evocare il Vietnam, suona come una previsione di sconfitta con annesso meccanismo salva-faccia. Allora, cosa ci facciamo laggiù? Ecco: La guerra, proprio perché va male, è diventata un test per disegnare le gerarchie internazionali. Un ritiro unilaterale ci declasserebbe nel mondo, e avrebbe anche conseguenze sulla nostra economia”.

Da chi saremmo declassati, se non dai bellicisti che ragionano come Venturini, ossia come ragionavano Salandra e Sonnino nel 1915, Benito Mussolini nel 1940: tutti bisognosi di un tot di morti da contabilizzare nei negoziati della vittoria? Venturini ci vuole ai piani alti della ‘gerarchia internazionale’; in pratica, ci vuole azionisti (purtroppo di minoranza) dell’egemonia sul pianeta. Forse traballa il ‘rapporto speciale’ Londra-Washington, l’Urbe si tenga pronta.

Non altrettanto chiaro è quali conseguenze teme il Nostro sull’economia nazionale, a parte le commesse militari che Dick Cheney riuscirebbe a far togliere alle nostre industrie belliche. Senza dubbio la fine dell’impresa afghana deprimerebbe il Pil. Ma che altra disdetta? Scemerebbe il pret-à-porter? Rimini perderebbe pedalò? La vendetta di Petreus estrometterebbe Sergio Marchionne dalla Chrysler? Dr.Venturini non ci tenga in ansia!

Poi, il 2 agosto, i Paesi Bassi confermano il ritiro delle loro forze. E Venturini: .

Chissà quanto saliremmo nella gerarchia se, richiamando venti classi di leva, mandassimo a Petreus alcuni milioni di baionette! Ma Venturini non chiede tanto. Basta restare lì quanti siamo che al vertice di Yalta saremo invitati.

Riassumendo.

1) L’Olanda fa come fa perché non è una potenza come la Repubblica bipartisan di Parisi e La Russa. Ma, avesse l’orgoglio e l’ambizione di carriera della detta Repubblica, che le prometterebbe Venturini? Il recupero dell’impero indonesiano? Il ritorno a quando l’ammiraglio Marteen Harpetszoon Tromp sconfiggeva la Royal Navy? Il primato seicentesco nelle nature morte?

2) Se con noi la Nato “si facesse sentire”, quale sarebbe la nostra espiazione? L’Isaf, scornata in Afghanistan, piomberebbe tremenda sulle nostre città d’arte, così belle e fragili? Faremmo la fine dei corpi d’armata di Tblisi, o saremmo solo asserviti come l’Inguscezia? Il rating di Moody’s scenderebbe a tripla Z?

3) Infine. Cedessero Berlusconi e Frattini alla tentazione di fare come la nanopotenza batava, è chiaro che per Venturini l’ultima trincea del rango gerarchico sarebbe difesa dai finiani, dall’Udc, più ancora da D’Alema, Rosy Bindi e Vendola. Gli ultimi tre hanno saputo coniugare gli ideali di sinistra e il rimpianto di quando Roma ‘debellava superbos’. Basta piagnistei pacifisti, sosteniamo i bilanci dell’Alenia.

A.M.C.