LA TELEMATICA AL SERVIZIO DELLA SOVRANITA’ POPOLARE

L’ipotesi della “democrazia elettronica” si affacciò in quel laboratorio di idee che talvolta -tutt’altro che sempre- sono gli Stati Uniti e vi divenne consistente nella campagna 1992 per la Casa Bianca. L’aggettivo ‘elettronica’ non è da prendere alla lettera: muove dall’idea che, con tutti i limiti e le incognite del computer, quell’alternativa sarà comunque meglio dell’usurpazione e della rapina cleptocratica. In un primo momento i professionisti americani dell’usurpazione politica reagirono abbassando il profilo, fingendo di aprirsi alla discussione. Bill Clinton lasciò credere di voler tenere a battesimo qualche forma di ‘coinvolgimento telematico’. Il vicepresidente Al Gore vaticinò l’avvento di una ‘Neo-Athenian democracy’. Altri, in posizioni meno eccelse, stettero buoni, lasciandosi accreditare come possibilisti. Insomma la professione politica fece una sia pur modesta puntata sulle novità.

Si comportarono invece da catoniani intransigenti (Catone Uticense, pronipote del più not Censore, avversò come poté l’ascesa di Cesare; finì suicida) i commentatori che facevano opinione. Denunciarono i terribili inconvenienti di associare il popolo nella gestione della res publica:

a) si assegna troppo potere alle posizioni di maggioranza, a scapito dei dissenzienti e dei marginali. Se l’uomo della strada si facesse Principe o socio del Principe si eliminerebbero i filtri tra impulsi popolari e produzione legislativa; in più, sostennero, ci sono casi -per esempio il trattamento di trasgressivi e devianti- in cui la maggioranza è ‘meglio’ non prevalga.

b) ledeliberazioni della ‘democrazia istantanea’ non sono meditate; mancano le ‘mediazioni’ che sono il mestiere dei politici professionisti (i più bravi dei quali siedono a vita nei solenni senati della convenzione americana). Altre obiezioni: la democrazia diretta degenererebbe in videocrazia. Se le istituzioni oligarchiche fossero costrette ad applicare la volontà del popolo, deciderebbero opportunisticamente e non secondo saggezza. Il popolo come tale è negato alla saggezza, mentre i politici di mestiere, sempre secondo l’Ancien Régime, ne sono colmi: infatti tutte le Costituzioni si fidano dei politici, non del popolo.

Sarebbero argomentazioni da rispettare se fossero vere le virtù degli ottimati. Invece le cronache di tutti i giorni confermano al di là di ogni ragionevole dubbio che i politici, soprattutto quelli all’italiana, sono quasi tutti ladri e lestofanti, altro che legislatori; che quelli all’americana vincono per il denaro che riescono a mettere insieme, dunque sono al servizio del denaro.

Quanto alla tesi secondo cui l’uomo della strada coarterebbe le minoranze di tipo libertario, diciamo le cose come stanno: visto che le posizioni trasgressive non sono molto condivise -la gente non vuole liberalizzare le droghe, la gente preferisce rallentare le conquiste libertine- si esige che vengano imposte dall’alto, dai politici. Se le stesse posizioni fossero largamente accertate, se ne esigerebbe il trionfo nel nome della sovranità popolare. La maggioranza può essere sovrana solo se la pensa come la minoranza.

Che i politici siano distillatori di senso dello Stato e monopolisti di saggezza lo ha smentito per sempre la Tangentopoli che si aggrava invece di attenuarsi (in Italia lo ha appena certificato la Corte dei Conti). Più ancora lo smentiscono tutti i sondaggi e tutte le analisi, i cui risultati si riassumono in un dato crudo e comunemente accettato: da noi la stima per i politici e i partiti è scesa a una percentuale tra il 7 e il 4 per cento. Hanno stima dei politici non più di 2 americani su 10. Il resto è pura chiacchiera o frode. Fidarsi, oggi, dei rappresentanti eletti è un disordine mentale. Oppure è nostalgia di un tempo lontano che sfuma nel mito (gli slanci del Risorgimento, Jefferson, il secolo dei lumi, San Tommaso, Marco Tullio Cicerone, Aristotele, tutti i codificatori delle virtù da scuola media inferiore.

La grande e giusta obiezione alla democrazia diretta è che un corpo legislativo di milioni o centinaia di milioni di persone è inconcepibile. Dunque, referendum a parte, i numeri della Polis sovrana vanno rimpiccioliti di mille e più volte: portati alla dimensione ateniese. Abolito il suffragio universale e azzerata la classe politica, il modo più equo di reclutare i supercittadini pro tempore è di farli sorteggiare dal computer, in presenza dei requisiti più alti, per un ‘servizio politico’ di x mesi, che esiga forti meriti oggettivabili ma escluda ogni ambizione di carriera, persino in chi abbia fatto turni da legislatore o da governante. Un congegno random che esalti l’onestà e la competenza riprodurrà le condizioni per il governo dei migliori al posto del governo dei più bravi cacciatori di voti/percettori di tangenti.

A.M.Calderazzi

E-DEMOCRACY: IN ISLANDA E’ COMINCIATA, A MILANO SPERIAMO

La resurrezione in Italia del referendum, cosa implica a termini di logica se non una tendenza a ridurre, in prospettiva a revocare, la delega alla classe politica peggiore d’Occidente? Occorre, certo, che il referendum sia molto sentito, invece di proporre temi cervellotici o ludici. Questo 12 maggio i temi erano coinvolgenti, e in più agiva l’avversione nei confronti del Berlusconi ultrà del turbocapitalismo.

Se l’animus del 12 maggio durasse, sulla distanza l’effetto sarebbe l’inizio della fine della democrazia rappresentativa, dunque l’avvio di questa o quella versione della sovranità di popolo. Sarebbe il ritorno alla Polis dei cittadini invece che degli oligarchi ladri. Tutto ciò a valle della consapevolezza che la nuova Polis si è già delineata come elettronica. I prodigi della tecnologia sono tali da consentire subito possibilità di potere dei cittadini le quali superano quelle dell’Attica, che aveva solo 40 mila residenti di pieno diritto.

In “Internauta” di giugno Tommaso Canetta ha additato il valore dell’esplorazione di democrazia diretta in Islanda: La Nuova Atene sta già sorgendo tra i ghiacci e i vulcani. Canetta ha riferito puntualmente le novità esposte da Maria Serena Natale su “Il Corriere della Sera”. Siamo alla piena integrazione tra democrazia, tecnologia ed estrazione a sorte. Il quotidiano propone categorie quali ‘agorà virtuale’ e ‘democrazia diretta dell’antica Atene’. Per alcuni di noi a “Internauta” le novità dall’Islanda confermano una tendenza che ha per sé l’avvenire.

La grave crisi apertasi nel 2008 ha indotto gli islandesi a darsi una nuova Costituzione. Per riscriverla hanno eletto all’antica 25 costituenti, ma il testo dal quale essi partono è il documento steso da una commissione che ha riordinato le proposte di 950 cittadini estratti a sorte. Il sorteggio, che quattro settimane fa un titolo de “il Riformista” ha definito “l’anima della democrazia” si fa dunque antagonista dell’urna elettorale, da due secoli strumento principe della spoliazione dei cittadini. L’urna è l’esatto contrario di quella sovranità popolare che tante Costituzioni, cominciando dalla nostra, evocano in tutta menzogna. L’esperienza di due secoli ci dà la certezza che le elezioni esprimono gli eticamente peggiori. Il sorteggio, ‘pescando’-con opportuni meccanismi anzi automatismi- nella società civile, produce randomcraticamente un personale politico pro tempore  impossibilitato dalla brevità dei turni e dall’obiettività del computer a farsi casta.

L’audacia islandese non finisce nella scelta random di 950 ‘pre-legislatori’. I 25 che stenderanno il testo finale della nuova Carta stanno divulgando (o hanno già divulgato) i resoconti e le bozze dei loro lavori attraverso i social network (You Tube, Facebook, Twitter), stimolando i cittadini ad esprimersi e a proporre. A complemento di tanto scrupolo di vicinanza al sentire dei cittadini ci sarà un referendum finale. A quel punto la ratifica da parte dell’ Althing, il vecchio parlamento di sessanta membri, è dovuta. “Non era pensabile” ha spiegato il capo del governo, la socialdemocratica Johanna Siguroattir, “una revisione costituzionale senza la diretta partecipazione del popolo”. Un ruolo così immediato dei cittadini non c’era mai stato, nemmeno nei contesti più avanzati dell’ecumene scandinavo. L’Islanda è primogenita tra le democrazie che andranno facendosi dirette e ‘ateniesi’ , grazie alle straordinarie conquiste dell’elettronica.

Le poleis del sistema ateniese potevano reggersi come si reggevano in quanto le loro cittadinanze erano molto ristrette, dunque gli agorà esercitavano il potere. Nelle gigantesche nazioni d’oggi la tecnologia trionfante permette -oltre a consultazioni generali d’indirizzo attraverso un referendum ‘continuo’ infinitamente più agevole dei nostri- l’esercizio quotidiano della deliberazione da parte di un campione (denominato ‘macrogiuria’ dalla politologia americana) di persone qualificate scelte a sorte -per un turno breve- dal computer, sorteggiate all’interno, p.es., di un centesimo dei cittadini. Varie formule e tecniche programmeranno un computer centrale perchè selezioni i più qualificati in modi inattaccabili.

In giugno “Internauta” ha anche segnalato, sempre per la penna di Canetta, le novità di e-democracy promesse ai milanesi dal manifesto politico di Giuliano Pisapia. Esso annuncia “forte innovazione in statuti e regolamenti finalizzati a strumenti diretti di consultazione dei cittadini, anche via Internet: per esempio proposte di referendum di indirizzo con raccolta firme, voto on-line e certificato elettorale digitali”.

Per ora è solo un annuncio. Forse risulterà la tradizionale bugia elettorale. Ma chi dice che la Milano ‘dei creativi’ non possa capeggiare una svolta coraggiosa, tanto più quando quasi ogni casa ha un computer e molte tasche contengono un telefonino high tech? E’ vero, l’esplorazione del futuro potrebbe risultare più facile in una cittadina-modello del Trentino che in una metropoli afflitta da complessità  e problemi che un po’ la fanno assomigliare a Napoli.

Tuttavia è assolutamente certo: mai, proprio mai, avremo riforme non irrisorie se dovrà farle la classe politica. Invece le faranno giurie di gente onesta -l’opposto dei politici- e preparata,  estratta dal computer per un periodo limitato e con divieto di rinnovo. 66 anni di cleptocrazia hanno dimostrato al di là di ogni dubbio che i mestieranti delle urne non sono mai migliori per cultura della media dei cittadini; sono nettamente peggiori per moralità. Li programmano a malversare i ricatti e le clientele della politica parlamentare (e regionale, e provinciale, e locale, e di comunità montana, etc). Nella peggiore delle ipotesi diciamo che, se Giuliano Pisapia mancherà alla promessa  della e-democracy, avrà quanto meno segnalato agli altri della professione politica la convenienza -per loro- di farsi furbi:  di annunciare novità attraenti e giuste. Magari delegando i nipoti ad attuarle.

A.M.Calderazzi