Fodella sul coma della democrazia rappresentativa

Per quel che ne so, l’economista Gianni Fodella dell’università statale di Milano, autore su Internauta di “Riflessioni sull’arte di governare”, ha fatto un percorso di conversione che si avvicina a quello di Agostino, futuro vescovo di Ippona in Numidia.  Questi passò da una convinta militanza nella fede di Mani al cattolicesimo romano, anzi ambrosiano. Fu il grande Ambrogio a convincere e a battezzare Agostino. Le  spoglie del vescovo di Ippona riposano a Pavia nella chiesa, cara a Dante Alighieri, di san Pietro in Ciel d’Oro.

Non è sicuro che Ambrogio fece trionfare in toto la verità spegnendo in Agostino la fede manichea. E’ invece sicuro che l’insegnamento evangelico, così lineare, dovette imporsi per razionalità oltre che per pregnanza sugli affreschi cosmogonici del persiano Mani. L’insanabile contrapposizione manichea tra i due principi assoluti, il Bene e il Male, era molto incisiva, ispirò più di un’eresia medievale e potrebbe persino riaffiorare. Tuttavia si può capire che il figlio del decurione romano e di Monica sia rimasto incantato dalla semplicità del messaggio cristiano.

Il sistema religioso manicheo, così vicino al pensiero gnostico, la faceva un po’ troppo difficile coi tentativi della Materia di impadronirsi della Luce, coi ruoli della Madre dei Viventi, dell’Uomo primigenio, del Nous che risale in Cielo, del corpo e della psiche che restano prigionieri, del principio buono che crea l’universo per liberare le particelle celesti catturate dalla materia e per separare la luce dalle tenebre. Forse ad Ambrogio bastò leggere ad Agostino il Discorso delle Beatitudini e il futuro vescovo di Ippona diverrà il più amato tra i Dottori della Chiesa, maestro anche dei protestanti. Sarà agostiniano Martin Lutero, ricostruttore del Cristianesimo. Non per niente gli storici cattolici parlano di una “scia protestantica” dell’agostinismo.

Gianni Fodella, che c’entra? C’entra in quanto anch’egli, come Agostino, ha accettato di convertirsi. Un tempo, magari lontano, anche il nostro economista credeva che la democrazia delle urne, dei parlamenti e della naturale leadership dei politici eletti, dei professionisti della rappresentanza, fosse il Sistema obbligato per l’Occidente. Invece il suo scritto recente su Internauta segna l’elaborazione di un pensiero diametralmente opposto.

“Governare non è un mestiere” ha scritto Fodella. Può governare chiunque possegga le virtù del padre di famiglia e del buon cittadino. Il voto alle elezioni non stabilisce chi è probo e capace. Neanche gli studi fatti e il lavoro svolto sono decisivi: per rappresentare il popolo occorrono soprattutto buon senso, capacità di ascoltare e anche modestia, in una parola umanità. Bisogna diffidare della capacità di parlare in pubblico: il governante non deve possedere le doti del piazzista. Dunque il governante deve essere un cittadino indicato dal caso. La professione del politico di carriera va cancellata.

Un cittadino indicato dal caso: è il cuore della conclusione maturata da Fodella e da altri a valle della secolare appartenenza di quasi tutti al furfantesco pensiero unico della rappresentanza. La rappresentanza è il congegno che espropria la sovranità dei cittadini e la consegna ai mestieranti della politica e ai mandatari dei gruppi d’interessi. L’uguaglianza tra i cittadini e la loro sovranità si realizzano solo se si può essere sorteggiati per governare. Quando Atene era capitale della civiltà occidentale un coltivatore di ulivi veniva spesso sorteggiato a fare l’arconte.

Venticinque secoli dopo, e nelle circostanze di un mondo tiranneggiato dalla complessità, è giocoforza peraltro attenuare la purezza talebana dei principi egualitari, la quale produrrebbe guasti. Quindi è verosimile che un giorno la democrazia del sorteggio riduca drasticamente sul piano dell’operatività le dimensioni della Polis sovrana: p.es. da 60 a un milione di cittadini sovrani.

Un milione sono anche oggi in Italia i professionisti della politica, dal portaborse del consigliere di zona al notabile in chief che siede al Quirinale: ma nella democrazia del futuro saranno sorteggiati, non espressi dalla frode elettorale; più ancora, agiranno per tot mesi, senza possibilità di riconferma, non a vita.  Decisori e gestori operativi, compensati modicamente e spogliati di ogni privilegio, assiduamente controllati dagli altri cittadini sovrani pro tempore, nonché dal referendum permanente di tutti quei cittadini ‘anagrafici’ che vorranno e sapranno agire on line, potranno malversare e rubare assai meno che oggi. Avverto che le ipotesi di cui agli ultimi tre paragrafi sono mie, nell’ambito naturalmente del principio del sorteggio.

Il nostro economista riflette che passare dalla rappresentanza truffaldina al sorteggio è sì un’utopia, ma è da realizzare o almeno da avvicinare. La politica dell’Occidente si basa oggi sulla menzogna, sulle enunciazioni disoneste, su programmi sempre disattesi (anche in quanto non esistono più i progetti sociali e i partiti hanno perso ragion d’essere). Si impone il teatro della politica, e gli attori che hanno sostituito le leadership tradizionali sono, dice il Nostro, parassiti senza scrupoli, non meno rapaci e prevaricatori degli aristocratici di un tempo.

Fodella ha abiurato la fede di un tempo lontanissimo, quando il parlamentarismo era un ideale; oggi non potrebbe essere più screditato e odiato. Ma come Agostino da Ippona trovò ad accoglierlo un popolo già immenso, Fodella sa di imbattersi una miriade di volte in formulazioni tipo la sola alternativa al regime dei partiti e dei professionisti delle urne è la democrazia semi-diretta. Poiché quest’ultima è impossibile se le popolazioni sono immense, è giocoforza il sorteggio, che ridimensiona la Polis ai numeri dell’Atene del V secolo a.C.

Dunque il popolo potenziale dei fautori del sorteggio è vasto. Se il ‘ritorno ad Atene’ non appare vicino è in quanto la rappresentanza ha una magagna in più: tiene i cittadini rassegnati alla sudditanza nei confronti dei Proci usurpatori, meritevoli dell’arco possente di Ulisse.

Antonio Massimo Calderazzi

RIFLESSIONI SULL’ARTE DI GOVERNARE

Governare – un Paese (uno Stato), un paese (una città o un borgo), oppure una famiglia – è una funzione che non può – né deve – diventare un mestiere. La funzione di governo della cosa pubblica può essere esercitata da chiunque abbia quei requisiti di onestà e probità che contraddistingue l’azione prudente del buon padre di famiglia in ogni circostanza. Il possesso di questi requisiti non può essere stabilito con un esame (neppure quello dei cittadini che periodicamente votino a suffragio universale), né garantito dall’appartenenza a un partito o ad una associazione, o dall’adesione a una fede religiosa o laica che sia.

Gli studi fatti e le attività o i mestieri esercitati, purché leciti, non hanno grande importanza per essere qualificati a tale funzione, poiché per governare occorre soprattutto buon senso, modestia, capacità di ascoltare i problemi degli altri e prendersene cura, in una parola occorre umanità. Sarebbe meglio chiamarla bontà, dato che caratteristica soltanto umana è quella di generare sofferenze ingiustificate da infliggere ad altri, e le persone buone tendono a non vederne la necessità, come del resto fanno gli animali grazie alla naturale saggezza dei loro comportamenti, dettati da ciò che erroneamente chiamiamo istinto mentre sono in buona parte frutto delle condizioni nelle quali l’animale ha vissuto; proprio come accade per gli esseri umani.

La capacità di parlare in pubblico dovrebbe essere guardata con sospetto, dato che ci attendiamo che chi ci governa non sia un piazzista che ci propone di comprare la sua merce, come quasi ovunque invece accade. Dovrebbe invece essere un cittadino indicato dal caso, onorato di essere stato scelto dalla sorte per servire la comunità alla quale appartiene e nella quale vive. Il suo mandato non dovrebbe accompagnarsi a un trattamento economico di particolare privilegio, né prevedere in seguito, al termine del mandato, emolumenti o privilegi di alcun tipo. Chi governa dovrebbe essere soltanto desideroso di fare bene ed essere di ciò orgoglioso, non tanto per meritare la gratitudine dei suoi simili, quanto per essere soddisfatto di sé per il lavoro utilmente svolto.

Sembra utopia, ma in realtà si tratta semplicemente di una prassi da instaurare, differente da quella in uso oggi nei Paesi democratici. Se la prassi dominante si fonda sulla menzogna e sulla sostanziale disonestà delle enunciazioni e dei comportamenti, non sarà facile mutare le cose, anzi sarà pressoché impossibile. Qualsiasi decisione e misura venga intrapresa non potrà cambiare la situazione. Chi sta in alto nella gerarchia ha bisogno del sostegno di coloro che ne hanno fatto la loro creatura e questi potenti (nell’ombra o allo scoperto) non sono disposti a rinunciare ai loro privilegi per mettere in pratica ciò che è stato deciso dagli ingenui cittadini che si sono recati alle urne nell’illusione di eleggere persone degne di governarli, ma che troveranno invece dei politicanti che hanno ben altri obiettivi.

Occorre osservare che, come si è detto, l’azione di governo non può essere esercitata come un mestiere, né come una vocazione. A differenza del mestiere, che presuppone la capacità di essere esercitato dopo un ragionevole periodo di studio e di tirocinio, e della vocazione per la quale nutriamo uno speciale trasporto (purché non animato dal desiderio di schiacciare gli altri per raggiungere i propri fini esclusivi), governare è per sua natura alla portata di chiunque. Si tratta di una funzione e come tale non è diversa dalla capacità di gestire, con gli altri membri, una famiglia.

Dar vita a una famiglia – il nucleo, il ganglio sociale di base della società, per definizione il più importante che vi sia – non richiede doti particolari, possedute da alcuni esseri umani soltanto. Non occorre superare un esame o fare un concorso. Eppure con questo gesto, con l’azione di formare una famiglia, sia essa allietata o afflitta dalla prole, contribuiamo alla natura che la società, della quale condividiamo il destino, andrà assumendo. Il modo di vivere in una famiglia, di governarla per la massima soddisfazione dei suoi componenti (o per l’egoismo di uno solo), può variare moltissimo ed essere influenzato non soltanto dalla probità o dalla disonestà dei suoi componenti, ma anche da circostanze fortuite di carattere negativo o positivo che per la loro natura non possono essere previste.

L’incertezza è e resta l’elemento dominante. Per questa ragione la famiglia non può fare veri programmi, costruire piani da seguire rigidamente per conseguire gli obiettivi che si propone. Potrà programmare di raggiungere una certa meta (comprarsi l’abitazione) o conseguire un certo risultato (far diplomare o laureare un figlio), ma questi obiettivi, sia pure programmati e perseguiti con tenacia, riguarderanno sempre un campo d’azione molto limitato e anch’esso ricco di incertezze nonostante la fermezza dei propositi e la perseveranza nell’agire. Non occorre dire di più perché l’esperienza di vita parla a ciascuno in modo diverso nel particolare, ma identico sul piano generale.

Perché dunque governare una collettività locale o nazionale o internazionale dovrebbe avere caratteri diversi? Così come non esiste il mestiere di capofamiglia (non sempre il marito, talvolta la moglie o un figlio), il rappresentante della collettività dovrebbe essere sorteggiato, non eletto. L’elezione – questo ormai lo sappiamo da tempo – non può che favorire i peggiori membri della società, quelli che si mettono in mostra perché desiderano il potere politico e che per ottenerlo e farlo durare sono pronti a realizzare la volontà di chi ha facilitato la loro elezione o rielezione.

Il sorteggio, la durata dell’incarico per un numero limitato di anni, gli emolumenti adeguati ma contenuti, gli scarsi vantaggi aggiuntivi, l’impossibilità di avere una “pensione” o un “vitalizio” sarebbero tutti elementi tali da rendere il ruolo di parlamentare o di membro del governo poco allettante per chi miri ai privilegi o al denaro. In compenso il sorteggiato o la sorteggiata che non rifiutasse l’incarico avrebbe l’onore e la responsabilità di poter fare qualche cosa di utile per la comunità alla quale appartiene.

Le etichette costituite dai partiti non hanno più ragion d’essere in un contesto dove i progetti sociali non esistono più (“cos’è la destra cos’è la sinistra”, cantava Giorgio Gaber) o sono divenute finzioni, e dove il confronto è tra chi ha una sua moralità, e chi invece non ne ha alcuna ma si batte soltanto per soddisfare i propri egoismi ed è, senza alcun freno, homo homini lupus.

Attraverso i media – sembrerebbe più adeguato alla realtà che rappresentano chiamarli mezzi di disinformazione di massa – il “teatro” della politica assume una rilevanza che travalica i fatti concreti che dovrebbero essere legati all’azione di governo, limitandosi a sempre ottimistiche dichiarazioni di intenti. Il tempo necessario per una incisiva azione di governo si riduce enormemente, dato che prevale la narrazione degli eventi, meglio se fatta da chi ha la lingua sciolta e il piglio del venditore, non importa se di fumo.

A ben riflettere si potrà ricordare che i programmi di governo non hanno mai avuto un senso concreto, prova ne sia che sono sempre stati disattesi, come è logico attendersi dato che il governo deve affrontare i problemi giorno per giorno, man mano che questi si presentano, e trovare una soluzione avendo chiaro sempre l’obiettivo della propria azione: operare a beneficio della collettività governata, presente e futura.

Malgrado le grandi speranze riposte nella democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale, ai ceti parassitari dominanti in ragione della posizione nella gerarchia sociale e del censo, si sono sostituiti individui di ogni estrazione sociale accomunati dal desiderio di esercitare il potere politico con ogni mezzo al fine di avvantaggiarsene personalmente. Grazie a questi nuovi, ma non meno avidi parassiti, il regime democratico è stato snaturato, svuotato della sua essenza, ed è divenuto una maschera dietro la quale interessi privati di ogni tipo prevalgono sostanzialmente su quelli pubblici, e vengono create situazioni di privilegio la cui vera natura si nasconde dietro all’omertà dei privilegiati, qualunque possa essere il partito o la fazione di appartenenza.

L’amico Enrico Fucini di Marta (Viterbo) si rivolge ai governanti con poche fulminanti parole (“Il libero arbitrio in comodato d’uso lo avete trasformato in libero abuso”) nella scia di ciò che Vittorio Alfieri scriveva nel suo imperituro lavoro “Della tirannide”:

Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Gianni Fodella

“LABORATORIO ITALIA O MORTE!”

“Roma o morte”  fu il grido di lotta del risorgimentale Partito d’azione, quando negli otto anni tra Aspromonte e Porta Pia caldeggiò la conquista dell’Urbe. Qui spieghiamo perchè riaprire il secolare laboratorio della creatività nazionale. A chi dalle nostre parti non è capitato di sentire “Non sono mai stato all’estero, ma l’Italia è il più bel paese al mondo”? Chi ormai non trova strano il vanto “Sono fiero d’essere italiano”? Almeno un paio di volte per millennio dovremmo fare l’inventario degli svarioni, feticci e ubbie del nazionalismo. Le pretese sceme vanno sfatate: siamo all’incirca come gli altri dell’Occidente. Per qualche aspetto siamo meno degli altri.

E tuttavia: chi può negare che nello Stivale siano nati pensieri e accadute cose quali la Scandinavia, la piana sarmatica o il subcontinente sud-americano non hanno mai conosciuto? Non è detto valga ancora il giobertiano Primato degli Italiani; però non abbiamo l’obbligo di considerarci nient’altro che un dipartimento, un cantone di contesti più larghi: l’Europa, l’Occidente, l’Umanità. E’ incontestabile: negli ultimi diecimila anni lo Stivale ha prodotto da solo più bene e più male che interi sottocontinenti. Uno di noi che abbia vissuto al riparo di uno scudo chiamato ‘senso critico’ deve chiedersi almeno una volta se non ha ecceduto in understatement.

E’ stato bene eccedere, però attenzione. Questo Stivale ha secreto più succhi e più tossine di altre nazioni. Ha inventato, oltre alla mafia e all’obbedienza a tutti i padroni (Francia o Spagna purché se magna), anche l’impero romano, il papato prevaricatore, il Rinascimento glorioso e figlio di puttana, le dolcezze e gli ululati dell’opera lirica, le fisse del pallone e della moda, il futurismo, il fascismo, Gabriele d’Annunzio, e non è finita.. Ebbene, se non si dimostra che siamo invecchiati più di altre stirpi, ci corre l’obbligo di restare inventivi; di non imitare e basta; di porci  domande che altrove tramortirebbero. In politica, per esempio.

Settant’anni fa, quando la sconfitta militare e la fine del fascismo si fecero sicure, i carpetbaggers che aspiravano all’eredità credettero di costruire un audace Stato Nuovo coi progetti, i materiali e gli stili di oltre un secolo prima: urne, parlamenti bicamerali, partiti predatorii. Per il ritardo culturale e il dolo dei padri/nonni Costituenti ci troviamo col peggiore dei congegni occidentali. Non è grottesco che, con la nomea di estrosi che ci portiamo addosso, non ci venga in mente di farla finita con istituzioni e concetti  venuti in voga due secoli e mezzo fa?

Riproponiamo dunque con forza la questione “laboratorio Italia”. Abbiamo tanto poco da perdere che ci conviene sperimentare. Il rifiuto della democrazia rappresentativa e del parlamentarismo ha ormai una storia molto lunga: in Francia, p.es., lunga quanto la Terza e la Quarta Repubblica; taciamo sull’Europa orientale, Russia in testa.

Da noi quasi nessuno crede più nella democrazia dei partiti e delle urne. Non si profila altra alternativa che il passaggio a questa o  quella formula di democrazia diretta/elettronica, più o meno selettiva. E’ disdoro del regime sorto nel 1945 e della sua cultura inerte se l’unica disordinata ipotesi di democrazia diretta e stata fatta propria da un movimento strampalato: Le sue prime iniziative politiche, dopo un’affermazione folgorante, si presentano illogiche. La più  bislacca è la scelta di puntare sul Parlamento, laddove il M5S ha senso solo come forza frontalmente antiparlamentare e anti-istituzionale. Le vie del Signore essendo infinite, è possibile che quanto resterà del  Movimento consegua qualche risultato, a giustificazione della strategia parlamentare. Ma lo scetticismo è lecito.

Un sentiero è stato aperto quando il grillismo ha avviato la pratica della deliberazione via Web; ha inoltre reso brevissimi gli incarichi quali le presidenze dei gruppi parlamentari. Se resteranno trimestrali, si confermerà il proposito di contrastare almeno una parte delle prassi che fanno professionale, carrieristica e cleptocratica l’attività politica. Tuttavia il disegno di prosciugare dall’interno l’acquitrino, anzi le sabbie mobili, della democrazia truffaldina risulterà velleitario. Anche perché la compattezza, la disciplina e il disinteresse degli eletti sono esposte ai rischi più gravi. Il Movimento avrebbe dovuto assalire le istituzioni per demolirle, non per gestirle.

Eppure non è chi non veda il potenziale  dell’opposizione di sistema mossa dal M5S, per la prima volta dal 1945. Sin da subito il popolo del Web potrebbe essere associato alla funzione legislativa. Si parlava da molti anni di democrazia elettronica e da noi non accadeva niente. Con tutti i suoi errori, Grillo ha mosso qualcosa.

L’obiezione tradizionale alla proposta di ‘tornare ad Atene’ è che Atene negava l’appartenenza alla Polis alle donne, agli schiavi, ai meteci. La Polis era ristretta. Ebbene, il concetto di democrazia neoateniese che Internauta ha ricevuto da un piccolo nucleo di ‘progettisti’ milanesi – v. Internauta Ottobre 2012, “Blueprint: la Democrazia Neo-Ateniese Selettiva”– si basa sulla pregiudiziale che la Polis autogovernata del futuro sia ristretta. Circa 500-600 mila supercittadini  che si avvicendano a turni di “servizio politico” di non oltre un anno. Abolite le elezioni, si diventa supercittadini per estrazione a sorte, non all’interno dell’intera Anagrafe ma di un Ruolo di Selezionati.  Sorteggi di secondo e terzo grado assegnerebbero gli incarichi oggi elettivi ai supercittadini nell’anno di turno politico.

In aggiunta alle persone con elevate benemerenze civiche (il volontariato in primis) e oggettive esperienze culturali e lavorative (non solo imprenditori o accademici di livello, anche capi operai, coltivatori diretti, etc.), il Ruolo dei Sorteggiabili  potrebbe accogliere anche chi dimostri con un esame d’essere in grado di fare il supercittadino per un anno, se scelto dal sorteggio.  Un organismo della magistratura gestirebbe le selezioni e i sorteggi: sempre col limite massimo di un anno per turno. I politici di carriera sparirebbero. Al più modesto dei coltivatori dell’Attica poteva accadere di fare l’arconte, magari per un giorno.

Concludendo: ciascuno di noi abitatori di questa ‘Saturnia tellus magna parens frugum’ si senta sfidato a pensare a qualcosa di diverso da ciò che abbiamo. Sfidato a progettare, a ingegnerizzare una Polis meno scadente della nostra. Come società civile non stimiamo più il nostro assetto. Concepiamone uno migliore. Oppure deponiamo il vanto della fantasia creativa.

A.M.C.

DIEGO MARINARO: C’E’ ANCORA VITA NELLA CONTRADA MEFITICA CHE CHIAMAVAMO PATRIA

Lo sapete tutti, ‘assillo’ è il nome in disuso di un insetto dei Dìtteri, chiamato anche tafano e in altri modi, che perseguita di morsi cavalli, bovini e altri quadrupedi. Dove trovano acque, i tormentati vi si cacciano dentro per trovare sollievo annegando gli assilli. Così io. Nel guardare 4-5 minuti un giorno sì e due no un telegiornale vengo punito dalle implacabili facce e natiche degli indignitari dìtteri della nostra politica, bersani santanché cicchitto gasparri e peggio, cominciando dal vendolo di Terlizzi. Non mi fanno ancora impazzire per la rabbia, però quasi sempre rimpiango di non essere cavallo o bue nelle vicinanze d’una pozzanghera. L’afflizione dei tafani di monteCitorio monteSenato eccetera!

Ma un sabato mattina mi propongono di pedalare un quarto d’ora nella palestra della media Cavalieri a Milano, su una biciclettina fissa collegata a un generatore-misuratore: se con tante biciclettine la nostra scuola saprà produrre più kilowatt delle scuole avversarie di Milano, vincerà un chimerico premio ‘Energiadi’ che farà tanto bene alle attività scolastiche non contemplate dalla Legge di stabilità. Sul premio non fa affidamento nessuno, genitori, nonni, scolari e insegnanti. Però vado lo stesso alla palestra e che trovo? Un piccolo popolo di scolari genitori nonni e congeniali che pedalano alacri, con un’immedesimazione e una gioia che brillano negli occhi e gonfiano i tricipiti. Nessuno spera nel premio (andrebbe alla cassa), tutti si consentono l’euforia di sapersi insieme, in buona salute e in  ancor migliore coscienza. Prevalgono gli ingegneri tardoquarantenni rimasti ragazzini, le medichesse solidali, altri del ceto sotto-medio idealista. Non ci sarà il premio, resterà il piacere dell’happening very low cost, più quello di andare all’opposto del consumismo delle griffes. Che ti fa la più umile delle risorgenze dello Spirito!

Pedalo un po’ anch’io che mai mi sono curato di atletica leggera, di gare nemmeno a parlarne, alla larga dei giochi che vogliono impegno, quando mai noi trappisti abbiamo fatto palestra? L’agonismo per beneficenza sì, però è più interessante osservare le facce dei pedalatori-a-fin-di-bene. Ebbene mi sorprendo contagiato dalla felicità delle biciclettine.  C’è più sentimento di quel che immaginavo in questa fetta di mondo che un tempo, prima che si identificasse nella Trimurti moda-calcio-alti consumi, chiamavo patria. Nella palestra dei Buoni Sentimenti vedo adunate un’ottantina di brave persone, più spiantate che agiate però consapevoli degli studi fatti, perciò degli obblighi che ad altri non competono.  Si appagano di fare insieme una cosa che per milioni di Santanché è senza costrutto, ma vivono in una terra infestata di tafani e vogliono salvarla.

Dunque lo Stivale non è abitato solo da cani libidinosi e smaniosi di addentare. Le brutture prevalgono -l’Italian style, i giovanotti zootecnici che giocano alla guerriglia urbana, gli intellettuali suonati che predicano la rivolta dal Sessantotto (quando nella soddisfazione generale il capitalismo cominciò a stravincere), i banchieri berlusconiani, le vecchie ereditiere e le vedove allegre che per rafforzare la proprietà finanziano ‘il manifesto’- ma una minoranza elitaria resiste, fa il volontariato (così apparentandosi agli Dei)  e in più produce kilowatt benefici. Juvat vivere esclamò Ulrich von Hutten cavaliere e poeta, al constatare che la ribellione protestante riscattava la cristianità dall’abiezione del papato fornicatore nepotista posseduto dal demonio. Juvat vivere annunciano a modo loro le felpe e i pedali civici della palestra Cavalieri.

Che poi, rintanatomi in casa, mi succede di ascoltare il sindaco di Capànnoli (Pi) annunciare a Radio 24: “Abbiamo preso a caso 80 cittadini sui 40 mila iscritti all’anagrafe, esclusi tutti i politici e tutti i professionals delle cose civiche, e gli abbiamo proposto di decidere loro come spendere 400 mila euro del bilancio comunale. Unanimi hanno deciso di spenderli per le scuole: compresa la tinteggiatura di pareti col lavoro volontario di genitori nonni e simpatizzanti. L’anno prossimo faremo 500 mila euro”.  C’è più amor di patria, c’è più onore a Capànnoli che in tutte le allocuzioni del Partitocrate in Chief nel settennato celebratorio dell’unità.

Diego Marinaro

I ‘VESPRI SICILIANI DUE’ ESIGONO UN ALTRO 25 LUGLIO 1943

Gli opinionisti importanti hanno smesso di disprezzare l’antipolitica. Ne sono costernati. Anticipano che la coprorepubblica andrà dove addita la Sicilia. Non dicono ancora abbastanza apertamente che, se i Vespri Siciliani del 1282 massacrarono gli occupatori francesi, scacciarono quelli che non scannarono e dettero l’isola a Pietro III d’Aragona, i Vespri del 2012 hanno avviato il crollo del sistema finora tenuto in piedi dagli ukase omertosi della Corte costituzionale. Come vedremo a parte -v. in questo Internauta “Almeno la rivoluzione menscevica di Michele Ainis”- l’unico autentico difensore del regime è un demolitore, Ainis.

Al grido da Vespri “Non resta che la rivoluzione”, Ainis propone di consegnare una delle Camere a cittadini “scelti a caso dal sorteggio”. Lo chiamiamo l’unico difensore del regime in quanto, se il 9 giugno 1940 una congiura avesse abbattuto Mussolini e scongiurato l’intervento in guerra, oggi il potere fascista festeggerebbe i 90 anni, e i tromboni della democrazia, da Scalfari in giù, avrebbero fatto carriere tutte fasciste. Anche perché il Regime degli orbaci neri avrebbe operato aperture qua e là, alla Caudillo e alla Fraga Iribarne. Ainis salva sul serio la Casta ingiungendole di mollare metà del Parlamento e di accettare in parte il sorteggio al posto delle elezioni, spogliatrici della sovranità popolare.

A valle dei casi di Sicilia gli editoriali d’allarme e i commenti luttuosi sono centinaia. Dicono che il crollo della partecipazione al voto è una sciagura, però arrivano a suggerire che la gente non voti alle politiche, perché non voti per Grillo. Danno per certo nel 2013 il 20% alle 5 Stelle, con conseguenti ingovernabilità e default. Un opinionista perfido ha aggiunto al 53% di astenuti un 7%, più o meno, tra schede messe nelle urne, però bianche o nulle (queste ultime, in genere, lardellate di maledizioni e oscenità all’indirizzo dei bonzi della democrazia); sicché i nemici dichiarati del sistema raggiungono in Trinacria il 60%. Ma allora, diciamo noi, andrebbe contabilizzato il mare di elettori che hanno sì votato, ma turandosi il naso, trattenendo il vomito e in più odiando i padroni da cui non hanno il coraggio o il senno di affrancarsi. Risulterà così una percentuale di fautori della partitocrazia non molto lontana da quel 4-5% che rilevazioni di alcuni mesi fa accreditavano alla classe  politica.

Non facciamoci accecare dall’ottimismo. L’Al Capone collettivo che delinque dal potere non è ancora finito a Sing Sing. I nostri parlamentari hanno ancora il vitalizio dopo un solo mandato. Quelli con venti e trenta anni di carica sono altrettanti Cresi del denaro scroccato o rubato. C’è ancora, eccome, il pericolo che mettano uno di loro al Quirinale. Non illudiamoci che siano le urne a liberarci. Per ora non ci rimane che leggere con finta compunzione gli opinionisti che difendono l’ordine costituito (però si preparano a inneggiare all’eversione).

“Il senso perduto dell’emergenza” si intitola l’editoriale di P.L.Battista (Corriere 31 ottobre). Deplora: “I partiti non hanno capito che un astensionismo rivendicato così esteso è un segnale di rivolta. Che siamo prossimi al ripudio globale. Che manca pochissimo per raggiungere il livello più basso della credibilità dell’intero sistema dei partiti (…) Essi stanno diventando la fabbrica del qualunquismo nazionale, di un disprezzo tanto globale. In Sicilia si è rotto un tabù. Finora l’astensionismo è stato visto come disaffezione contenuta. Ma in Sicilia la disaffezione ha voluto parlare. L’ultima chiamata: ecco il messaggio siciliano”.

Elenco dei trapianti d’organi che Battista prescrive per allontanare la fine: ‘ridurre al minimo i finanziamenti ai partiti; ridimensionare le Province; calmierare le spese delle regioni; fare una legge elettorale decente’. Abbiamo così la prova che anche Battista, alla testa dei Giornalisti-per-il-Vecchio, ha perso il senso dell’emergenza. Il suo cataplasma è tardivo, e forse non ci sarà. La ‘legge elettorale decente’ varrà meno di zero per fermare il banchetto dei Proci. Il peggio non sarà scongiurato. La situazione resterà quella della vigilia dello sbarco nemico in Sicilia. Michele Ainis, solo ipovedente in una terra di ciechi, addita la salvezza in una prima rottura vera, in un ripudio della Costituzione-manomorta: “Non resta che la rivoluzione”.

Il Colle e i Monti potranno sforzarsi di accontentare alquanto P.L.Battista (non Ainis) ma nulla più, e falliranno. Per salvare la ‘loro’ repubblica dovrebbero almeno trovare il coraggio cui si costrinsero re Vittorio e Badoglio il 25 luglio 1943: correndo rischi, arrestarono Mussolini. I Due che gestiscono a Roma dovrebbero arrestare i capi e vicecapi della Nomenclatura; salvare a sorteggio 200 parlamentari e deporre tutti gli altri. Dovrebbero affamare le Istituzioni fermando ogni pagamento a loro favore. Per prudenza dovrebbero allertare i corpi militari più efficienti. In ogni caso dovrebbero agire nella certezza che il Paese esulterebbe, che i gerarchi spodestati si accoderebbero. Andò così il 26 luglio 1943: sollievo, tripudio generale. Non un ‘moschettiere del Duce’ osò qualcosa. Non un uomo di ‘Repubblica’ protesterebbe. Forse Santoro & Lerner fuggirebbero; forse no.

A.M.C.

CONTRO LA POLITICA ALLA “FIORITO”, UNA NUOVA DEMOCRAZIA

La domanda banale è, perché le prassi della Regione Lazio sarebbero peggiori di tutte le altre prassi della nostra politica? Non sono peggiori. A Roma e ad Anagni non c’è che l’accentuazione dialettale di un’identica realtà nazionale. La democrazia basata sulle urne promuove i peggiori e corrompe i pochi virtuosi, dunque lo Stivale politico è tutto Lazio. Per fare contenti gli estimatori dei costumi della politica, metti, bellunese o astigiana, diciamo che nella Polis dei discendenti dei Quiriti risaltano più che altrove i lineamenti porcini: la cosa pubblica come truogolo.  Altrove, in tradizioni meno edonistiche e più lontane dal letame, si evitano le enormità del trimalcionismo. Tuttavia è tale la normalità del male che ora si invoca l’abolizione delle Regioni, non solo delle Province: come se tale abolizione fosse cosa semplice. Aggiungiamo: c’è differenza sostanziale tra le sconcezze alla Fiorito e quelle di ogni altro livello della cleptopolitica partorita dalla Più Bella delle Costituzioni? Ci mancava il bunga bunga per sdoganare ogni possibile trasgressione.

L’Italia che soffre le patologie più gravi rispetto a ogni altra contrada della democrazia elettoralistica dovrebbe essere prima a produrre anticorpi e a concepire autoterapie. Ma ha smesso da secoli d’essere reattiva e di creare. Nei millenni aveva inventato parecchio, valori come disvalori: una tribù pastorale che diventa grande impero e plasma  l’Occidente; i Comuni faziosi e prosperi; il Papato temporale; il paganesimo rinascimentale. Poi l’estro si spense e nei successivi cinque secoli la creatività traslocò for good. L’Italia fece qualcosa di originale solo col dannunzianesimo e con la Marcia su Roma. La modernità in camicia nera fu una novità non piccola, ammirata e persino imitata. Oggi i soli creatori sono gli stilisti ermafroditi della Moda.

Eppure, se qualcosa è rimasto di quello che fu il nostro talento, non dovremmo essere noi discendenti di Scipio, Botticelli e Pico della Mirandola a inventare per primi  la cura di una lebbra partitica che devasta noi più che i nostri cugini e cognati d’Europa?

Michele Serra, scrivendo il 20 settembre sui furti orgiastici della Pisana (cui sono spettati i legislatori più sguaiati, non più ladri, dello Stivale+Isole) sostiene bugiardamente che c’è un capobastone Pdl in ciascuno di noi, che l’Italia è abitata da 60 milioni di Fioriti. E’ una scempiaggine, una manifestazione isterica, naturalmente. A parte che i tanti milioni di iscritti all’anagrafe, anche volendo, non saprebbero rubare come i ns/ politici professionisti, l’Italia ha forse il volontariato più vasto di tutti; e quelli del volontariato si sacrificano per i loro slanci come Michele Serra non immagina (deve frequentare solo politici e intellettuali progressisti). Quelli del volontariato arrivano a fare a piedi le strade della metropoli per poter pagare il tram che porta alla mensa fuori città: lì sfacchinano a servire pasti ai poveri e a nettarne i tavoli.

Ma Serra prorompe inaspettatamente  nell’esclamazione “Non mi convince la Democrazia Diretta” (perché, appunto, siamo tutti Fioriti). Dunque, nella disperazione di scoprire che la sua Repubblica è tutta Lazio, Michele Serra attesta a contrario  che la sola alternativa al male assoluto che abbiamo è la Democrazia (quasi) Diretta. Bravo Serra. ha visto la Luce! Non c’è che cestinare la Costituzione -l’Atto di proprietà che intesta il paese ai ladri- e cacciare tutti i politici, cominciando da chi non fa altro dal 1945 e ci è costato vari milioni di soli emolumenti legali. Per cacciare tutti e presto sarebbe ottimale il colpo di Stato. Però la sacrosanta Antipolitica, fattasi gigantesca, potrà forse fare da sé, senza carri armati, se accelererà un processo rivoltoso delle coscienze che è già cominciato, grazie a Dio.

Vent’anni fa l’America sembrò avere scoperto con Ross Perot che la democrazia poteva smettere d’essere rappresentativa, cioè truffaldina: “Se sarò eletto presidente governerò insieme ai cittadini, che sono the owners of America. Sottoporrò loro tutte le decisioni, risponderanno con tutti i mezzi delle tecnologie”. Perse onorevolmente e la democrazia elettronica cadde in letargo, l’America è rimasta plutodemocratica. Però la Svizzera, ufficialmente una democrazia diretta, funziona bene a referendum: su tutto l’ultima parola è dei cittadini, non dei politici.

La democrazia diretta assoluta, con 300 milioni di decisori in USA e 60 milioni in Italia non è concepibile. Però il referendum sovrano sì. E poi si potrà fare come ad Atene: lì la Polis era divisa in dieci segmenti i quali governavano e legiferavano a turno, e potevano farlo perché erano in pochi.  Destinato il suffragio universale ai soli referendum (resi agevoli, numerosi e onnipotenti) e cancellata la rappresentanza, determineremmo condizioni ateniesi ed elvetiche riducendo la Polis attiva a 300 o 500 mila super-cittadini, sorteggiati per un turno semestrale tra categorie molto qualificate, in possesso di requisiti oggettivi o meritevoli per opere svolte, con divieto di rinnovi perché non rinasca la professione politica. Tra i supercittadini si sorteggerebbero tutte le figure oggi elettive o prodotte da alleanze e maneggi. Beninteso, una sola Camera, di 100-150 sorteggiati per 6 mesi. I partiti, sciolti e costretti a restituire il maltolto. I costi complessivi, ridotti di nove decimi. Campi di lavoro coatto per quasi tutti gli ex-politici.

Col crescere in importanza degli uffici da ricoprire, il sorteggio si farebbe in segmenti di supercittadini progressivamente più qualificati e più ristretti: il ministro delle finanze sarebbe scelto, a sorte, tra i 30 o 50 più competenti delle finanze. Come in Svizzera, i ministri più importanti si alternerebbero nella guida del governo. L’imperativo assoluto: azzerare fino all’ultimo i professionisti della rappresentanza. Ad Atene si arrivava ad essere Arconti per un giorno, e il giorno dopo tornare a zappare sotto gli ulivi.

A.M.Calderazzi

UN PENSIERO NUOVO PER LA SALVEZZA

Il 5 marzo 1997, undici giorni esatti dopo la tremenda accusa di Sergio Cofferati al governo semi-pidiessino di Romano Prodi (“Non ha fatto nulla per creare occupazione”), abbiamo avuto il secondo colpo di palazzo (reale) dell’ultimo cinquantaquattrennio. Nel primo, il Re Imperatore depose il cavaliere dell’Annunziata Benito Mussolini e lo fece arrestare dai carabinieri del maresciallo Badoglio, anch’egli cavaliere dell’Annunziata. Nel secondo colpo l’Inquilino del Quirinale O.L.Scalfaro ha provato ad assumere dei semi-poteri d’eccezione. Ha convocato Prodi e mezzo governo per dirsi pronto a “firmare provvedimenti d’emergenza” sulla disoccupazione. Plauso dei sindacati, così pensosi del bene collettivo.

Non sarà lo scrivente, che considera la Seconda repubblica peggiore della Prima, dunque destinata a finire male, a deplorare l’attentato di Scalfaro alla Costituzione-una-delle-più-avanzate-al-mondo. Costituzione che sarà magistrale ma non prevede la meritata gogna per il Conduttore della partitocrazia: in questo caso un professore bolognese a lungo ipnotizzato dal capo del Partito della Recidiva comunista. Vadano in malora la Recidiva, il Bolognese e  la macchina costituzional-politica che lo ha installato a palazzo Chigi.

Resta però l’emergenza lavoro. Non è solo italiana: si vedano 4,8 milioni di disoccupati nella vigorosa Germania; e si veda la tempesta che infuria questi giorni per il tentativo della Renault di liberarsi di seimila persone superflue. Poiché 3100 di tali superflui sono occupati nello stabilimento Renault di Vilvoorde (Belgio), il capo del governo di Bruxelles, Jean-Luc Dehaene, ha condannato aspramente il tentativo dell’azienda francese. Ha invocato non solo “un’autentica regolazione sociale” e “chiare misure d’armonizzazione sociale” ma anche “controlli contro i disinvestimenti”. Si è unito alle rampogne il sovrano Alberto II, subito promosso da ‘Repubblica’ a “Re delle tute blu”.

Capito? Credevate che Bertinotti, recidivo in cachemire, avesse plagiato il patron di Nomisma, e basta. Invece no: Jean-Luc, momentaneo gestore di un contesto ipercapitalista anzi plutocratico quale il Belgio, si mette  a maledire il mercato; e così pure il suo Sire e il presidente della Commissione europea, Jacques Santer.

Nel 1996 Renault ha perso circa 1500 miliardi di lire e una parte della sua produzione resta invenduta: anche perché l’Europa intera ha una sovracapacità di 3-4 milioni di veicoli. Non ci sono abbastanza compratori, il mercato è saturo. Se governanti come i summenzionati tentano di impedire alla Renault di ridimensionare una produzione generatrice di perdite, vuol dire una cosa assai semplice e assai grave: si tenta di rilanciare l’assistenzialismo; di ricacciare indietro la storia; di far andare il fiume dal piano al monte. Ecco il senso della ‘badogliata’ di Scalfaro: “Sono a disposizione per firmare decreti che creino lavoro”.

Se lo tolga dalla testa. Lo Stato -il nostro, quello belga, francese, tedesco, eccetera- non ha più le risorse per creare attività. Se le avesse, dovrebbe destinarle ad altri scopi (il tracoma in Africa, p.es., non la prosperità piccolo-borghese, con seconda casa, dei dipendenti di Vilvoorde). Il lavoro lo crea l’economia cioè la realtà, non il governo. Il governo è giusto dia un soccorso a chi ha perduto il pane. Il governo genera solo lavoro falso, cioè prodotti senza acquirenti. Oppure crea ‘infrastrutture’, ossia cose che le società ipersviluppate hanno già in eccesso:  autostrade e aeroporti elettorali,  università ciascuna delle quali sforna disoccupati o spostati (a volte molto bravi: mai sentito parlare  dei laureati a spasso? Degli ingegneri messi in libertà?). Oppure ancora il governo può elargire incentivi, per esempio per la rottamazione di auto. Ma sono un doping, drogano il mercato. Infatti, passati gli incentivi, la Renault ha bisogno urgente di licenziare. Nessun Tesoro dell’Occidente dispone di attivi da destinare alla creazione di posti di lavoro, veri o finti che siano, perchè non può collocare d’imperio ciò che gli esuberi producono.

Allora. Se lo Stato, qualunque Stato, non può/non deve fare quasi più niente per giustificare buste paga, e intanto la globalizzazione incalza con minacce ancora più scure di quelle che conosciamo, da dove verrà il pane per i disoccupati? I politici che gestiscono o malversano l’Occidente non hanno più risposte. Gli economisti della cattedra, dei think tanks, delle banche, delle corporations, delle foundations, delle confederazioni, neppure. Le soluzioni vanno cercate fuori dell’ufficialità, dell’Establishment, del know-how riconosciuto dai media. Vanno cercate ovunque ci sia intelligenza creativa, coraggio fino all’estremismo visionario, in ogni caso noncurante della correttezza politica.

Ecco un soluzione, che non viene da un teorico ma da un imprenditore, abituato a confrontarsi coi problemi reali: il Contratto libero. “Dare ai giovani e a tutti la possibilità di scegliere, al momento dell’assunzione, tra i contratti di lavoro esistenti e un nuovo Contratto Libero: quest’ultimo organizzato su paghe più alte, tasse e contributi più bassi, sanità e previdenza a scelta e a carico del lavoratore. L’idea base è di saltare (quasi) completamente le intermediazioni pubbliche ( Stato, sindacati, associazioni), dare ai dipendenti più reddito e più responsabilità. Il Contratto Libero creerebbe nuovi posti di lavoro e alleggerirebbe il contribuente di oneri per assistenza e previdenza. Una rete di protezione per i più deboli, i più imprevidenti, perfino i più fannulloni assicurerebbe un Reddito Minimo Sociale, crescente coll’età e indicizzato all’inflazione”.

E’ possibile confutare questa o quella delle proposte dell’ingegnere-imprenditore milanese che si firma Peter Pan, non la loro logica complessiva: a meno di non volerle contrapporre una logica complessiva ancora più drastica e dirompente. Peter Pan non addita utopie, bensì temperamenti e razionalizzazioni dell’esistente.  Quando l’economia sociale di mercato e la ‘bonomia’ del capitalismo sono rimaste nude occorre ascoltare gli eterodossi. Occorre rifiutarsi al consenso, alla saggezza condivisa, al plauso delle confederazioni. Oggigiorno, nel mercato globale, il Contratto Libero o altre formule di rottura possono dare pane, non i vertici e i decreti di Scalfaro. Non le ingiunzioni di Dehaene o le allocuzioni al burro di Alberto del Belgio. E nemmeno le algebre liberiste dei grattacieli della finanza.

Erano pensieri del 1997. Oggi che le cose sono peggiorate, gli spunti innovativi offerti da Peter Pan ingegnere imprenditore -era Giorgio Peterlongo, di cui lo scorso maggio Internauta pubblicò l’e-book Lo Stato siamo noi- sembrano in qualche misura affiorare nel piano Ichino, cui  dicono si ispireranno le innovazioni di Mario Monti in materia di lavoro. Ma se il finanzcapitalismo  corrente non coglierà la ragionevolezza di metter fine alla consociazione coi sindacati conservatori e coi politici ladri; di ripudiare lo Stato imprenditore produttore di  debiti; di abiurare la fandonia della crescita permanente; di fingere di non sapere che i paesi nuovi sapranno produrre ‘tutto’ per il pianeta intero; allora dovrà sorgere un Pensiero ancora più nuovo.

Dovrà proporre il ritorno generale alla parsimonia, e anche alla povertà;  la cancellazione-avocazione della ricchezza dei pochi; la caduta degli imperativi della produttività e della proprietà individuale. Il Pensiero non delle riforme ma della rivoluzione intimerà a dare la certezza del pane -e poco più del pane- a tutti grazie alla condivisione quasi-egualitaria, al semi-socialismo e alla disciplina delle gilde, dei conventi e dei kibbuz. Le vacche sono macilente, non è più tempo di rising expectations e  di salvataggi di Stato. Addio all’edonismo, sia  elitario sia di massa. Abbiamo ballato, come raccontò un film, la sola estate di Craxi Prodi D’Alema Berlusconi.

A.M.C.

 

ITALIA CREATIVA? INVENTI UNA POLITICA MIGLIORE

UNA VIA DI SALVEZZA V

Se lo Stivale è così creativo, perchè non s’inventa una politica meno spregevole?

Avete notato che gli ottimisti sul futuro d’Italia -il più visibile di tali euforici  (purchè-resti-il-Cav, beninteso) è Giuliano Ferrara; ma ha parecchi colleghi di fideismo- gridano a più non posso che siamo una stirpe di intelligenza e di slancio tali che supereremo d’impeto ogni difficoltà, a duraturo disdoro delle Agenzie di rating?  Danno per certo che la repubblica del 150° trabocchi di risorse dell’anima. Amando l’understatement non lo dicono, ma fanno capire che siamo esattamente gli stessi che costruirono la gloria dello Stivale. Abbiamo inventato il Rinascimento, il teatro lirico, un design una moda un calcio irraggiungibili; e prima ancora realizzammo i Comuni, le scoperte geografiche, il Papato triumphans di Innocenzo III e quello maculato di Bonifacio VIII. Perché no, siamo indistinguibili dai geniali pecorai laziali che senza farla difficile misero insieme l’Impero più indiscusso della storia.

Siamo talmente creativi che salteremo di slancio, con cavalli superbi, sui profondi fossati del declino, dell’iperdebito, della morte o espatrio delle industrie, su ogni altro ostacolo del feroce steeplechase globale. In particolare G.Ferrara (ogni sera legge al Premier e alle Olgettine pagine giobertiane dal ‘Primato morale e civile degli Italiani’) garantisce: se il suo Idolo reagirà allo spleen, se tornerà il Silvio di un tempo, splendido animale da guerra, lo Stivale farà una rimonta fenomenale, visto quanto è intelligente.

Andrà certamente così. Ma allora perché, sulfurei di estro e michelangioleschi come siamo, perché ci teniamo la politica peggiore del Mondo libero? Perché dai nostri Prominenti, parlamentari, sottogovernanti e altri biscazzieri ci facciamo scuoiare, così come gli esercenti di Palermo pagano senza fiatare agli esattori di Cosa Nostra? Perché le nostre istituzioni, partorite da una Carta di stupefacente perfezione, sono impotenti a liberarci da un sultano grottesco e partito per la tangente, cosa che a Kemal Ataturk nel 1922 riuscì così facile? Perché, avendo generato quasi tutto il Nuovo, il Grande e il Bello da quando la Lupa allattò Romolo e Remo, non inventiamo un meccanismo politico meno pessimo del nostro? La pensata più audace del regime Alfano-Bersani-Fini-Vendola sarà, se sarà, sostituire al Porcellum il Mattarellum, oppure il Sartorium (doppio turno alla francese secondo Sartori). Questo il Regime. E noi 55 milioni di creativi? Se nessuna stirpe è più in gamba della nostra, perché facciamo ridere il mondo lasciandoci gestire da malandrini (metà al malgoverno, metà all’opposizione) non più simpatici dei gerarchi del Ventennio?

Alcuni di noi Internauti guardiamo a un futuro ribellato ai politici, un futuro di democrazia diretta randomcratica, resa possibile e selettiva dal sorteggio elettronico. Ma è un futuro che hanno concepito negli Stati Uniti, ispirandosi all’Atene di Clistene e di Pericle; la metà di Internauta ha fatto solo alcune aggiunte e messe a punto. L’inventività politica degli Itali è ferma a Machiavelli, cappellano ideologico dei pugnali e dei veleni di Cesare Borgia, e a G.Ferrara, direttore spirituale di Villa Certosa su mandato di Bush&Cheney.

Nel campo  opposto, la nostra ingegneria politica non va oltre i girotondi viola, la consegna di imparare a memoria ed amare la Costituzione e  pochi altri ardimenti altrettanto temerari. Che la nostra autostima sia esagerata? Che ragioniamo come quel tale “non sono mai stato ad Amburgo ma non mi piace”?

Tersite

GALLI DELLA LOGGIA: DEMOCRAZIA DA CAMBIARE

“L’estate del 2011 sta facendo suonare un campanello d’allarme generale per tutti i regimi democratici”, crede Ernesto Galli della Loggia. Noi, che vorremmo un campanello forte come molte campane a martello, consideriamo fievole, esilissimo, l’allarme di questa estate. Non sa segnalare un pericolo incombente, non annuncia tempi nuovi. I regimi democratici della cui salvezza Galli d.L. si preoccupa meriterebbero un trauma brutale, un sisma distruttore.

Ad ogni modo il Nostro ha ragione su un punto centrale: col suffragio universale ciò che conta è raccogliere voti. Raccogliere voti vuol dire ormai una cosa sola, allargare la spesa pubblica e, ineluttabilmente, tassare. “E’ la regola generale dei regimi democratici. Hanno perduto di peso o sono svaniti i motivi di consenso di tipo politico-ideologico. Le motivazioni materiali hanno sostituito quelle immateriali. La crescita dei redditi e la rivoluzione dei consumi occupano sempre più l’orizzonte delle nostre società. Ogni elemento ideale è stato espulso. L’unica sostanza delle democrazie è diventata la tutela di sempre nuovi diritti (…) Di conseguenza la finanza è diventata l’effettivo padrone degli Stati, dei governi e della società nel suo complesso. Il vero disavanzo delle democrazie è il non saper essere che democrazie della spesa”.

Galli d.L. ha il merito grande di additare una soluzione (di solito i politologi non lo fanno; analizzano, sistematizzano, filano lana caprina). <C’è un’unica strada: trovare alla democrazia nuovi contenuti. Contro l’unidimensionalità economicistica riscoprire la politica; allargarne lo spazio ai valori essenziali che ci preme salvaguardare. Nei tempi, forse durissimi, che ci attendono, la sola speranza della democrazia è in una politica siffatta>.

Trovare alla democrazia nuovi contenuti. Sarebbe stato meglio se il politologo cui dobbiamo questa consegna sacrosanta avesse offerto esempi di nuovi contenuti. Lo facciamo noi, derivando dalla prima delle sue premesse “Tutto ha inizio col suffragio universale” la conseguenza obbligata. Ebbene, se la politica si è ridotta a ricerca dei voti attraverso la spesa, il suffragio -universale o ristretto- va abolito.

I politici hanno bisogno di voti per essere eletti. I cittadini qualificati, se costituiti attraverso il sorteggio in macrogiurie temporanee di legislatori/governanti per un turno breve, non allungabile né rinnovabile, non hanno bisogno di voti. Responsabili in proprio della cosa pubblica, impossibilitati a diventare politici di carriera, non allargheranno la spesa per vincere elezioni che non esisteranno più.

Altri ‘nuovi contenuti’ per la democrazia, aggiuntivi alla cancellazione del parlamentarismo a tutti i livelli. Per avere tanto saccheggiato, gli ex-politici dovrebbero espiare nei campi di lavoro. Idem i burocrati, in parte corrotti, in parte corruttibili: non si debellerà mai la corruzione senza un’incruenta decimazione, inevitabilmente affidata al sorteggio, dei funzionari. Alcuni innocenti perderebbero il posto, tutti i suoi colleghi imparerebbero; a tempo debito coloro che si dimostrassero innocenti al di là di ogni dubbio sarebbero reintegrati (ma senza indennizzi, altrimenti le lezioni sarebbero troppo leggere).

I ‘diritti acquisiti’ andrebbero espunti dal codice civile, in concomitanza con un ragionevole depotenziamento della proprietà privata. A più lungo termine la politica, rigenerata attraverso la democrazia diretta selettiva, dovrebbe -nel nome dell’antieconomicismo giustamente invocato da Galli d.L.- fermare la crescita e invertire il montare dei consumi: non con i corsi di etica, ma con la responsabilizzazione permanente e, perché no, con le leggi suntuarie e coll’austerità. Si tolga di mezzo chi non è d’accordo.

La globalizzazione non potrà che ridurre l’occupazione e il benessere nelle società industrializzate.  Tanto varrà riscoprire la sobrietà, la felicità di ripudiare il superfluo per vivere meglio. Redditi e pensioni andranno tagliati. Dovrà essere garantito solo il minimo vitale alle famiglie più povere. I ricchi andrebbero indotti, in sostanza costretti, a praticare una filantropia aggiuntiva agli esborsi fiscali: così facevano gli Andrew Carnegie e molti altri titani dell’economia americana, allora rampante.

Ovvia obiezione, i Carnegie elargivano perché quasi non pagavano tasse. Vero: ma se il collettivismo socialista è fallito, nemmeno il capitalismo è in buona salute. I tempi esigeranno il rilancio di una socialità senza scampo e senza larghezze -si mangia ciò che passa il convento-, magari modellata su non fortunate esperienze del passato. Così per esempio il Guild Socialism, sorto in Gran Bretagna un secolo fa nella tradizione  delle antiche confraternite di mutuo soccorso, presto sconfitto dalla voga di un laburismo destinato al finale disonore di Tony Blair, epperò consegnato -il Guild Socialism- a noi posteri dall’anglo-spagnolo Ramiro de Maeztu. Sorry, il marxismo è una distesa di cadaveri, il liberismo soffre di una pluralità di morbi incurabili, occorre cercare altrove.

Ci sarebbe pure la dottrina sociale della Chiesa, ma la Chiesa dovrebbe farsi rivoluzionaria.

l’Ussita

PISAPIA E LA SFIDA DELLA E-DEMOCRACY

E’ evidente che i partiti e i politici non sono tutti uguali. La vittoria di Giuliano Pisapia a Milano non può non rallegrare chiunque abbia a cuore il futuro della città. Lungi dall’essere un taumaturgo onnipotente, il nuovo sindaco ha però mostrato una determinazione ed una sensibilità molto apprezzate nell’immaginare una Milano diversa e migliore. I prossimi cinque anni diranno quante delle grandi aspettative suscitate in campagna elettorale verranno soddisfatte.

A noi di Internauta interessa particolarmente un punto del programma di Pisapia. Nella sezione Per i cittadini si parla di democrazia partecipata. “La partecipazione deve essere uno strumento reale per decidere e governare, dal bilancio partecipato alle scelte di insediamento, di infrastrutture, ecc”, si legge nel testo. Ma al di là di questa generica enunciazione, il paragrafo più promettente è quello dedicato alla E-democracy: “forte innovazione in statuti e regolamenti finalizzati a strumenti diretti di consultazione dei cittadini, anche via internet: es. proposte di referendum di indirizzo con raccolta firme e voto on line con certificato elettorale digitale, osservazioni al PGT, ecc”. Non solo osservazioni dunque, ma voto on line e certificato elettorale digitale. Primi tentativi probabilmente, esperimenti, ma che fanno ben sperare. Internauta porta avanti da mesi (e alcuni suoi autori, da anni) un dibattito sulle nuove forme di democrazia, selezionata, random, diretta, immaginando un futuro sottratto alla partitocrazia grazie all’impiego delle tecnologie telematiche. Questo è solo un piccolo passo, ma tutte le lunghe marce cominciano così. Altrove nel mondo (ad esempio di recente in Islanda) la commistione tra Internet, social network, e democrazia ha già dato alcuni frutti. Il Comune di Milano ha nel programma del proprio sindaco le basi per diventare un centro sperimentale per l’intero Paese.

Certo, siamo ancora lontani da quella “nuova Atene” che andiamo vagheggiando. Bisogna però cominciare a far funzionare questi primi esperimenti, ampliarne l’impiego, trovare il modo di evitare distorsioni e malfunzionamenti. Si deve poi parlare della selezione dei contributi. Se si chiama a votare su temi che richiedono certe competenze tecniche, si deve prima appurare che i cittadini coinvolti abbiano una base minima su cui poter costruire il proprio giudizio. Con la tecnologia telematiche non è difficile immaginare diverse possibilità. Si dovrà in futuro passare sempre più potere dagli eletti ai cittadini coinvolti, fino a selezionare ed estrarre a sorte giurie di persone (specializzate nei vari campi) che possano prendere le decisioni migliori, senza i ricatti e le clientele della politica. La città tutta sarà poi coinvolta nelle decisioni di indirizzo generale, tramite strumenti di democrazia diretta e rapida, grazie ai computer.

Tutto questo oggi può sembrare utopia, e forse lo è, ma già un piccolo passo è stato mosso. Che il tema della E-democracy trovi spazio nel programma di un politico serio e competente, e non solo nel delirio movimentardo di Beppe Grillo, è una notizia che noi di Internauta non possiamo che salutare con grandi speranze.

T.C.

LA CONGIURA DEI CATILINI

Lucio Sergio Catilina, il Congiurato per antonomasia, non aborrì il governo di Cicerone – suo mortale avversario; grande avvocato e uomo di lettere ma politico un po’ alla Prodi- tanto quanto lo scrivente disistima la repubblica oligarchica nata dalla Resistenza e cresciuta nelle tangenti. Eppure il suddetto scrivente, quando da Wall Street arrivò la crisi che oggi ci costerna, fu talmente fesso da prevedere: questa volta sarà diverso, la nostra classe politica farà un gesto, mostrerà di voler condividere i sacrifici e gli sgomenti dei suoi elettori. Si limerà alquanto gli introiti, i privilegi, i fringe benefits, i vitalizi in tempo reale. Sergio Rizzo, sommo esperto con G.A.Stella del saccheggio dei politici, stima a 3 miliardi il costo del Parlamento +Quirinale. Tutta la politica, 23 miliardi secondo la ricerca UIL.

Invece zero. Anzi hanno accettato senza riluttare gli ulteriori incrementi retributivi imposti ex lege dalle scale mobili più amiche -dei presidenti di cassazione, dei contrammiragli, dei protonotari, degli arciciambellani. Anche volendo, hanno spiegato, non potremmo rifiutare. Accettare era, e sarà, atto dovuto.

Né io scrivente fesso né voi intelligentoni ci aspettavamo leader e Mosé così sfrontati. Credevamo avrebbero destinato uno zero virgola % ad opere di carità: orfani degli annegati nel Mediterraneo, vittime di Fukushima o semplicemente carta igienica per i nostri asili. No. Zero. Forse che Al Capone si autoriduceva gli incassi?

Ciò è OK in termini di legge. Però non si lamentino, gli Al Caponi che siedono nei centomila seggi e poltrone della repubblica sorta dal sangue dei partigiani+fascisti e dallo stress degli avvisi di garanzia, se in ogni contrada dello Stivale sorgeranno piccoli Catilini ad odiare le Istituzioni e i loro gerarchi. Lucio Sergio Catilina fu sconfitto e ucciso in battaglia dalle parti di Pistoia. I molti Catilini sentiranno di vendicarlo sognando per i loro politici -quando verrà il Giustiziere, ed essi tripudieranno- campi di lavoro, fili spinati e ranci disgustosi. Con confisca dei beni, quasi tutti profitti e furti di regime.

Catilina jr