E’ ANDATO A INSEGNARE A HARVARD IL SUPERUOMO NIETZSCHIANO

Non sentivo l’urgenza di leggere un articolo di Fortune firmato Michael Porter: forse perché annunciato in copertina, messianicamente, “How to Fix America”. Ma un pezzo di presentazione così descriveva l’autore: “He has influenced more executives, and more nations, than any other business professor on earth. Now he and an all-star team aim to rescue the U.S. economy”; nonché come “the most famous and influential business professor who has ever lived”. Questo non bastando, anche come “the all-time greatest strategy guru. Businesspeople aren’t  the only ones who speak Porter’s language. Leaders of nations, regions and cities use his ‘diamond model’ to frame their plans for becoming more competitive. Environmental policymakers apply the Porter hypothesis. Health care reformers study his work on transforming that broken industry. Now Porter aims to change the conversation on another vast topic: American competitiveness”.

Legittimamente Fortune additava anche i profili prodigiosi dell’ascesa di Michael Porter: “Eight years after graduating from high school he was teaching at the world No.1 business school. He holds a University Professorship at Harvard, the highest honor the school can bestow, held by about 1% of the faculty; it means he isn’t tethered to any particular school within Harvard, but can roam across the entire university, wherever his interests lead him”. Manco a dirlo in un paese anglosassone, “sports were the center of his existence as a kid, and at Monmouth Regional High School in New Jersey he was an all-state football and baseball player. At Princeton, where he majored in aeronautical engineering, he made the NCAA All-America golf team and graduated first in his class”. Infine, “at 65 Porter looks 55 and has more energy than the average 35-year old”.

A questo punto, coronata la grandezza accademica del Nostro coll’eccellenza del palmares nel football, baseball e golf, a tutto disdoro di Pico della Mirandola, non era istintivo chiedermi se Fortune annunciava il Prof. Porter e non piuttosto il Superuomo di Nietzsche, oppure Prometeo, oppure direttamente Jupiter padre e re degli Dei? O magari piuttosto l’Eroe (curiosamente denominato Il Lavoratore, oppure l’Operaio) concepito dalla geniale teogonia di Ernst Junger? Non era obbligatorio che leggessi l’epocale articolo di Michael Porter?

L’ho letto e, per cominciare, ho appreso da così alta autorità che gli americani “have a tremendous goodwill and influence. People listen, and we have to take advantage of that”. Un importante, parrebbe, capitale d’avviamento. Ora, tutti sappiamo che gli USA non vanno presi sottogamba, però da qualche tempo, magari dai mishaps  della guerra d’Indocina, o se si preferisce dalle prodezze industriali dell’Asia, Giappone prima, Corea, Cina Indonesia Malaysia Vietnam dopo, ci eravamo disabituati dal delirare per gli Stati Uniti. Il franco rilancio nazionalista del prof. Porter non può non sorprendere per originalità e coraggio. Ulteriore ragione perché anche voi vi tuffiate nel pensiero di Porter.

Una delle cui strutture portanti è il concetto, nelle parole del Nostro, che “every firm draws on the business environment in the community where it operates. When a firm improves the community, it  often boosts its own profitability, while also advancing the prospects of other U.S.-based businesses”. Altra idea-forza: ” The U.S. is competitive to the extent that firms operating here can compete successfully in the global economy while supporting high and rising living standards for the average American”. La mission che il nietzschiano di Harvard assegna alle aziende statunitensi promana dallo stesso, costruttivo patriottismo: “Some companies are getting far more pro-active. They’re partnering with educational institutions and providing curricular guidance, so school produce workers these companies would love to hire. Now sophisticated companies are finding innovative ways to upgrade their U.S. supplier networks (…) Innovation accounts for a large fraction of growth in national productivity, and the knowledge gained by one firm frequently spills over the others”.

Il famoso scritto, degno di Mosé, va avanti di questo passo. Però gli ultimi tre paragrafi presentano qualche interesse in più:

“We’re at a turning point for American business and for America. Our competitiveness is declining while trust in business erodes. Those developments are not independent. With companies moving operations abroad as the business environment weakens, and reporting strong profits even as opportunities for Americans diminish, a dangerous dynamics emerges that shows itself in America’s dysfunctional political discourse. Trust in business declines, U.S. policies turn against business, companies leave America, and trust erodes further. Business has contributed to the problem. In failing to revitalize their U.S.-based operations and communities, companies are undermining their own opportunities for productivity and growth. It’s time for business to lead in restoring U.S. competitiveness rather than wait for Washington. As business steps up to this broader role, it will turn the tide of cynicism that threatens the very core of America’s prosperity.”

Veniamo a noi. Ingaggiare il Nietzschiano di Harvard difficilmente fornirebbe al vincitore del 25 febbraio idee operative per rilanciare la nostra competitiveness. C’è il pericolo che Fortune, proiettando Porter come un arcidemiurgo, abbia fatto come Hollywood e i grandi media USA, per i quali i Marines e i Navy Seals sono i soldati più vittoriosi al mondo (benché a volte intralciati da vietcong e talebani). Il soverchio magnificare ha i suoi rischi.

Anthony Cobeinsy

NAZIONALISTI AMERICANI IN GUARDIA, RICORDATEVI DI CLEMENCEAU

Nella fase in cui il presidente Obama -che a confronto con G.W.Bush era stato creduto amante della pace- prende tempo per metter fine all’impresa afghana, e in cui ogni tanto si fanno ancora sentire i bellicisti spinti quali Dick Cheney, ha senso ricordare che ci fu un capo di governo che volle allungare la Grande Guerra di un anno, prendendo sulla coscienza un’infinità di lutti in più. Parliamo del francese Georges Clemenceau. Pochi anni prima non era stato un guerrafondaio. Aveva appoggiato il trattato che nel 1911 scongiurò un conflitto armato con la Germania a seguito dell’episodio di Agadir, trattato che fece sperare in un accomodamento duraturo tra Parigi e Berlino.

Due anni dopo Clemenceau diventa ‘le veillard sanguinaire’, ‘le vieux Tartare’, il Tigre invasato dell’eccidio che, tornato al potere nel 1917 per imposizione del capo dello Stato Raymond Poincaré, fa naufragare gli sforzi internazionali per mettere fine alla strage, perseguita gli esponenti francesi che si erano uniti ai tentativi di pace, incarcera per alto tradimento il più importante tra loro, Joseph Cailleaux, che sei anni prima aveva firmato l’accordo con Berlino. Perché il Nostro diventa feroce?

La risposta non è in alcuna degenerazione umana dell’uomo e dei molti che lo seguono. E’ nel patriottismo nazionalista, malabestia della storia d’Europa. Scrive Poincaré, uno dei protagonisti che più fortemente vollero il primo conflitto mondiale, che Clemenceau ha in grado più alto “la fibre nationale. Il est patriote comme le Jacobin de 1793”. Coll’autorità d’essere stato capo del governo (1906-09) contribuisce, ancora in tempo di pace, all’allungamento della leva a tre anni; comincia la campagna contro ‘les ravages du pacifisme’ e contro la Gran Bretagna che non istituisce l’obbligo del servizio militare; auspica che il Giappone mandi divisioni per rafforzare la Francia; esalta lo ‘spectacle de sublime grandeur’ che offre la sfilata militare di Longchamp. Ha un suo quotidiano, letto quasi solo dai professionisti della politica ma importante perché egli è ‘le tombeur de ministères’, e quando viene la guerra vi scrive quasi quotidianamente, all’insegna di “nous voulons etre des vainquers’. Clemenceau è per definizione ‘l’homme de la Victoire’, il capo che la Germania (e non solo) ‘invidia alla Francia’. Per attirare nel conflitto l’Italia imposta un negoziato parallelo, nel quale ci offre Tunisi.

Agli inizi del 1917 i belligeranti sono spossati ma Clemenceau esige a Parigi “un gouvernement d’acier, indéfectible, armature inflexible d’une des plus nobles races de l’histoire”. Si offre come nuovo Gambetta, visita trincee di prima linea ‘pour flairer le Boche’, inneggia alla “magnifique unanimité et volonté supérieure à toutes chances de fléchissement”, soprattutto grida che “la France a besoin pour vivre que ses enfants donnent leur vie”. Il Tigre proclama che “la razza, la storia e la tradizione fanno guerriero ogni francese”. L’esaltazione e il disprezzo per l’uomo individuo raggiungono vette quali “mourir n’est rien, il faut vaincre”. N”est rien.

Quando, il 22 gennaio 1917, Woodrow Wilson propone ai belligeranti una ‘pace senza vittoria’ Clemenceau si scatena nell’insulto: ”Il presidente americano pensa sublime, perde lo sguardo nell’abisso delle ere, al di là del tempo e dello spazio, plana nel vuoto al di sopra delle cose che hanno il difetto d’essere reali”. Immensi elogi invece quando nell’aprile Wilson decide l’intervento USA.

Non mancano nel parossismo gli aspetti quasi comici. Rimprovera ancora al Giappone di anteporre i suoi disegni asiatici al soccorso alla Francia. Quando la Rivoluzione russa abbatte lo zarismo il giacobino Clemenceau annuncia che “l’insigne beauté du drame révolutionnaire est une première et décisive victoire sur l’Allemagne”. Per dieci giorni descrive come ‘successi’ le sporadiche operazioni militari di Kerensky. Ma l’impegno supremo è altro: martella che il pacifismo è tradimento; che la propria missione è ‘la guerre, rien que la guerre”; che “un giorno applaudiremo le nostre bandiere vittoriose, bagnate nel sangue e nelle lacrime, squarciate dagli obici, magnifica apparizione dei nostri grandi morti. Ce jour, le plus beau de notre race”.

Quando alla fine la Germania, rimasta senza munizioni e senza viveri, si dà per vinta il Nostro tenta di stravincere. Cerca non solo di ottenere riparazioni ancora più inverosimili ma di staccare dalla Germania la Renania e la Baviera per farne satelliti della Francia. Alla conferenza di Versailles ottiene una serie di successi diplomatici, tra cui l’artificiale grandezza di nazioni fino ad allora inesistenti (Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia), o minori (Romania), legate a Parigi.

Il resto della storia è noto: i trionfi dello sciovinismo parigino (tra i quali l’occupazione della Ruhr) danno la Germania a Hitler e sette anni dopo Hitler annienta in due settimane la Francia, allora accreditata del primo esercito di terra al mondo. Questa ‘parabola di Clemenceau’ non dovrebbe insegnare qualcosa agli ipernazionalisti, negli Stati Uniti e altrove?

Porfirio