SERGIO SI CONTRAPPONGA AI PREDECESSORI. NESSUNO ESCLUSO

“Presidente, ora apra il Quirinale”. E’ un giornalista fortunato, oltre che importante, G.A.Stella, visto che Il Corriere resta al suo fianco senza vacillare in merito al destino del Quirinale. L’11 febbraio gli ha affidato ancora il primo degli editoriali, ribadendo con quell’Apra il Quirinale di disapprovare la scelta del Primo Cittadino di insediarsi nella reggia dei papi sbagliati e dei Savoia. Disapprovazione che ovviamente è anche la nostra (v.Internauta online, “Il misfatto di metter casa al Quirinale”).

Da giornalista di talento, il Nostro esordisce additando un modello concreto e virtuoso: “Nel solo 2014 il Palazzo reale di Madrid ha avuto 1,2 milioni di visitatori, mostre temporanee e dipendenze escluse. Quanti il Quirinale in tutti gli anni di Napolitano. Il confronto dice tutto. E potrebbe spingere Mattarella a chiedersi: può essere sufficiente, come gira voce, aprire qualche sala in più, per qualche ora in più la domenica, prolungando fino alle otto di sera le visite previste ora soltanto la mattina? Può essere vantato come un grande successo l’ingresso nella “casa degli italiani”, nel 2014, di 15.400 alunni e insegnanti, pari a 42 al giorno, cioè poco più di quanti studenti visitano quotidianamente la redazione del Corriere?”

Quale membro, il più importante, della Casta, Sergio Mattarella ha certo titolo a dire no a Stella, al Corriere e ad ogni altro Internauta. La repubblica di De Gasperi, Togliatti & Partigiani si rivelò presto, ed è rimasta, uno Stato-canaglia nel quale ogni usurpazione e ruberia resta impunita se abbastanza sfrontata. L’Italia miserabile uscita dalla guerra non aveva il diritto -oltre a tutto essendosi proclamata una repubblica semiproletaria fondata sul lavoro- di alloggiare il proprio capobonzo nella reggia più sfarzosa al mondo. Non doveva permetterselo. Fu una malazione, un reato. Un giorno i responsabili della scelta, tutti coloro che hanno abitato il palazzo e tutti gli eredi degli uni e degli altri andrebbero processati da un tribunale straordinario e vendicativo; andrebbero condannati a indennizzare il Paese per un settantennio e più di abusi e di oneri. Il presidente della Casta, dicevamo, è legittimato a far male come i suoi predecessori. E un eventuale Giustiziere, un giorno, avrà il diritto a farla pagare, a lui come ai vertici della Casta. In Grecia, forse, gli oligarchi saranno improvvisamente chiamati a rispondere.

Non basterà affatto aprire sale quirinalizie a visite guidate, col probabile risultato che i suoi gestori riusciranno a farsi aumentare il bilancio. Occorrerà ripudiare in toto la reggia per il male che rappresenta da quasi mezzo millennio. E’ un simbolo di vituperio, e i simboli sono macigni. Deve smettere di costare più di ogni altra residenza di vertice sulla Terra. Deve passare a produrre un reddito adeguato alla sua importanza di reggia malfamata.

Se eretta in supermuseo, potrà risultare primo sul pianeta, col decuplo dei visitatori del palazzo reale di Madrid. Infatti occorrerà promuoverlo più e meglio di qualsiasi Expo. Occorreranno vaste campagne di lancio per fare edotto il pianeta di una risorsa senza paragoni, in una città unica al mondo. E dove vivono e scroccanooltre milleseicento cortigiani, corazzieri e lacchè, dormano altrettanti turisti paganti.

“Sono in tanti ormai, argomenta G.A.Stella, a invocare la trasformazione del Quirinale. Certo, rovesciare di colpo le scelte dei predecessori non è facile. I presidenti nei decenni hanno privilegiato il palazzo come luogo simbolo dell’eccellenza e del prestigio. C’era un senso nel vivere il Quirinale come una sorta di reggia laica. Ma oggi? Anche Francesco, scegliendo di vivere in un bilocale, aveva lo stesso problema: non sarebbe suonata, quella decisione, come una presa di distanza dai pontefici precedenti? Ha deciso la svolta. Dio sa quanto il gesto sia stato apprezzato dai fedeli”.

Neghiamo categoricamente che Mattarella debba curarsi della disapprovazione di quanti l’hanno preceduto, tutt’altro che meritevoli. Come notavamo più sopra, hanno fatto i sommi dignitari di uno stato malfattore, nel quale i cattivi comportamenti sono regola. Il Primo Cittadino, lungi dall’attenersi ai predecessori, se ne differenzi più che può. Se vuole la svolta, rinneghi in toto la reggia edificata dai papi-anticristo col denaro tolto ai poveri. Ne esca scuotendo la polvere dai calzari, come gli comanda il Vangelo. Metta fine allo sconcio del fasto anticristiano. Il presidente sembra voler imparare la lezione di Bergoglio: ebbene faccia il contrario dei predecessori.

Nessuno escluso.

A.M.C.

COME EVOLVERA’ LA MONARCOREPUBBLICA FONDATA DA RE GIORGIO&RENZI

La ‘cronaca dell’imminente’ che qui segue riprende la narrazione, sempre di Porfirio, “Il regime boccheggiava ma lo salvano re Giorgio&Renzi”. Vi si riferiva dell’idea concepita da Quei Due per scongiurare la morte del regime: lo Stivale non ne può più della repubblica partitica e ladra, facciamola evolvere in monarco-repubblica a impianto semidinastico. Non più la brusca cesura del 2 giugno 1946, non più il baratro tra la livida repubblica dei mitra partigiani e un passato non indegno che fece l’Unità. Bensì una Regia Repubblica capace di mondarsi degli errori e così ricacciare l’ondata antipolitica, tanto intrisa di populismo e di invidia sociale.

A questo Grande Disegno che dà vita alla Quinta Italia (pendant  cisalpino della gollista Cinquème  republique, però ingentilito dal recupero dei Troni) l’irresistibile Matteo apporta l’eccezionale talento di rottamare tutto senza actually  cambiare niente. L’anziano monarca partenopeo conferisce la sua biografia di multa passus. Iperprofessionista della politica politicienne, le ha passate tutte, dallo stalinismo al fermo impegno nord-atlantico circonfuso di gloria afghana e coronato di droni, dalla milizia proletaria a quella liberista baciata dalla caduta del Muro).

Per riassumere: la Repubblica dei ladri ha esasperato il popolo, allora abbelliamola con un controllato recupero del retaggio monarchico, quando la classe di governo era ricca di suo e rubava meno. La propedeutica di questo recupero è stata appunto il senso dell’ultimo biennio di Giorgio. E Renzi è confluito.

La transizione alla Monarcorepubblica comincia con chi succede a re Giorgio (e ha  accettato le regole d’ingaggio). Essa transizione troverà pieno compimento allorché il dominus di palazzo Chigi subentrerà al successore -uomo, donna o in between che sia- di re Giorgio. In omaggio al dettato costituzionale che al Quirinale esige un almeno cinquantenne, l’ascesa al trono di Matteo non potrà avvenire all’esatto termine del Settennato che seguirà al Novennato mergellino; bensì tre anni dopo. Quest’ultima difficoltà sarà agevolmente aggirata: a) implorando l’Uscente di restare per i tre anni che mancheranno al Fiorentino, oppure b) accorciando il mandato di chi seguirà al successore che conosceremo a giorni, accorciandolo attraverso dimissioni spontanee o incoraggiate; in alternativa, ricorrendo ad uno dei mezzi innumerevoli volte impiegati nel Rinascimento nostra gloria (veleno o pugnale).

Insediandosi sul Colle, re Matteo sarà il quarto della dinastia dei Giorgidi (terzo se non contiamo il fondatore, il consorte di Clio). E tuttavia: nella nuova legittimità istituzionale e storica sarà ingiusto e contraddittorio, date le note finalità, escludere le case regnanti ante- 1860. Pertanto lo schema Renzo&re Giorgio prevede di affiancare a ciascun  futuro capo dello Stato un vice capo-coronato espresso dalle dinastie pre-unitarie. Un Savoia innanzitutto: non lo screditato ramo Carignano di Vittorio Emanuele IV, bensì uno collaterale, un Aosta, un Savoia-Genova, un Savoia-Abruzzi dell’Esploratore polare.

Più delicato catapultare al vice-Quirinale uno dei Visconti, Sforza o Gonzaga che pullulano nel Nord assieme ai rampolli della nobiltà dogale di Venezia e di Genova. Un posto è assolutamente da garantire a un Asburgo-Lorena, a un Asburgo-Este e soprattutto a un Borbone (regnarono in Toscana, a Modena-Reggio e, tutt’altro che least, a Napoli).

Volendo affiancare ad ogni futuro presidente un portatore di legittimismo, con mandati di sette anni ciascuno le possibilità di rotazione sarebbero esigue. Il rimedio sarà di nanizzare il mandato del vicepresidente dinastico.

Soluzione migliore sarà di riservare alle dinastie cessate i governi locali. Fioriscono i progetti che rimaneggerebbero Regioni e Province: cosa di più naturale che far rivivere gli Stati principeschi anteriori alle usurpazioni dei plebisciti 1860? Restituendo Mantova a un Gonzaga, Bologna a un Bentivoglio, la Romagna al cardinale legato, le Due Sicilie a un Borbone, il distacco tra popolo e Istituzioni si ridurrebbe a poca cosa.

Un caso a sé sarebbe la Sicilia. I Borboni di Napoli non si identificarono abbastanza con la Trinacria. Forse andrebbe fatto un sorteggio tra le grandi case isolane. Potrebbe così avere una chance il nostro Raimondo Lanza di Trabia, da poco corrispondente di ‘Internauta’ da San Pietroburgo. Volendo una donna, ci sarebbe la nostra Monica Amari: non solo è nipote di Michele, senatore, ministro e  massimo storico degli Arabi di Sicilia, ma alla lontana è saracena di rango essa stessa.

Porfirio

IL REGIME BOCCHEGGIAVA MA LO SALVA LA PENSATA DI RE GIORGIO&RENZI

Per un tot di settimane e mesi, magari anni, il marasma preagonico del sistema risulterà fermato, persino mai cominciato. Trovato a giorni il Novello Sire, i giornaloni alla testa di tutti i media intoneranno Te Deum esultanti. Sembravamo perduti, invece abbiamo imboccato la strada della salvezza. Ce l’ha aperta un’idea di Quei Due: la repubblica ha tediato, semi-restauriamo il Regno.  Saldiamo il ciclo repubblicano a quello sabaudo della nostra storia; amalgamiamo la Più Bella delle costituzioni allo Statuto Albertino. Si fa una continuità ragguardevole, 167 anni. Il Risorgimento idolatrato dai nostri nonni più la belluina audacia della Resistenza, più le conquiste dei cassintegrati. 167 anni unificati sotto il bianco Stellone d’Italia.

Sorto monarchico (J’attends mon astre  fu antica divisa sabauda), lo Stellone -ricordiamolo- è nello stemma della Repubblica. Quest’ultimo non dovremo nemmeno cambiarlo, salvo ritocchi, se ufficialmente torneremo a Carlo Alberto (‘Anch’egli è morto, Dio, per l’Italia’  poetòCarducci). Di Statuti albertini ne avemmo addirittura due: il primo,  che Carlo Alberto  aveva octroyé da reggente di Sardegna, fu cancellato con sdegno da re Carlo Felice. Internauta ne celebrerà il bicentenario nel 2021.

Nessuna torsione eversiva in questa ricostruzione della nostra vicenda nazionale. Semplicemente Re Giorgio&Renzi profittano della lungimiranza dei padri e nonni Costituenti. Quelli avevano previsto che dopo settant’anni  lo Stivale non ne avrebbe potuto più dei partiti usurpatori e ladri della Casta; pertanto i loro giuristi scrissero una Costituzione manomorta, immodificabile, immarcescibile, ma pensata in modo da non farci correre il rischio di qualche correzione e novità. La Carta manomorta ha questo di provvidenziale: il popolo non sopporta più i politici che elegge (peggio per lui che li elegge, sapendoli farabutti e Proci), ma il congegno consente che essi governino senza consenso, contro il popolo.

Tale congegno, quasi il top della stabilità/governabilità, è stato testato con risultati lusinghieri nel biennio finale di Napolitano: al Paese, alla Plebe inferocita, si sono dati in pasto tre governi-kamikaze (Silvio-Monti-Letta) per poi insediarne un quarto senza confronti più gradevole, elettrizzante per chi volesse novità e rassicurante per chi le rifiutasse. Un’operazione degna del ‘connubio’ Cavour-Rattazzi (1853), premessa e anticamera  dell’Unità.

Renzi è lo statista occidentale che ha fatto più strada quasi senza  muoversi di un passo. Riforme una più clamorosa dell’altra, però impercettibili. Bizzeffe di innovazioni virtuali senza toccare una virgola della Costituzione; piuttosto valorizzando le prerogative monarchiche del Quirinale. Che c’è di strano o di male? Nel 1789 alcuni Fondatori cercarono sul serio di proclamare George Washington re degli Stati Uniti.

Tra un certo numero di giorni il connubio Renzi-re Giorgio verrà hopefully  allungato di sette anni. Colui/colei che salirà al trono sarà proclamato Risorsa della Patria, e per un po’ il Paese si calmerà. I media descriveranno la Risorsa come il compendio di quasi tutte le virtù, tempra, sapienza, calore umano, congenialità agli intonachisti come alle élites. Molti italiani patriottici alla Aldo Cazzullo riscopriranno lo Stellone ingiustamente dimenticato, così come nella limitrofa Francia è tornata di moda Marianna, giovane dea repubblicana, patrona tra l’altro dei vignettisti blasfemi e dei transgender del globo.

Il presupposto di sviluppi così costruttivi: la Casta si è ricompattata, superando le sue divisioni. La mano ferma e la moral suasion  le ha messe re Giorgio, il resto l’ha conferito Renzi. Minacciando di smantellare non tutto ma molto, poi non smantellando niente, Renzi ha rafforzato gli ormeggi e riparato le falle del traghetto “La Casta”. Ora galleggia bene, non minaccia più di affondare. Resterà quanto basta in cantiere, poi riprenderà il mare, più superbo di prima. L’unità dei politici di professione fa la forza.

Il colpo di genio è stato  far risultare che una componente monarchica fa bene alla repubblica. I partiti maneggiano e rubano, i politici peggio, ma nella Reggia sul Colle c’è  con la sua corte un dinasta che vigila e corregge. Perché correre l’avventura di istituzioni nuove, perchè rinunciare alle dolci certezze e magagne delle urne? Perché fare a meno delle prassi, delle tradizioni, convenzioni e concertazioni, degli andazzi persino? Le scarpe sformate sono le più comode.

Niente salti nel buio. Renzi ha dimostrato possibile di galvanizzare gli animi senza cambiare nulla: non un super o mini burocrate licenziato, non un vitalizio negato, non un

gioiello venduto, non un reato da carcere duro in meno. Questo l’apporto di Matteo; re Giorgio ha dato fideiussione di correttezza istituzionale. In compenso molti tratti stilistici sono cambiati: fresche Veneri capeggiano dicasteri e diplomazie  con guance tirabaci e glutei da paradiso delle urì, dunque nessuno sostenga che non accade nulla. Le riforme di Renzi, sempre integrali anzi micidiali, sempre rassicuranti, cambiano tutto senza cambiare nulla. Se arriverà il Quantitative Easing, cioè la Ripresa, il gioco sarà fatto.

La repubblica ‘alla monarchica’ di Adolphe Thiers dette alla Francia, sorella latina, un settantennio di Belle Epoque e prosperità. Se il nostro settantennio repubblicano si salderà

al Regno dei Savoia e al sesquimillennio di governo pontificio, sfuggiremo alle incognite delle novità grosse, terrorizzanti: in primis quella scelleratezza della democrazia diretta, senza urne, senza politici ladri e a vita!

Porfirio

UN PRIMO CITTADINO A TURNO E NO QUIRINALE AL POSTO DEI MONARCHI DA STRAPAZZO

C’è un altro ruolo da rottamare, quello del presidente della repubblica. Lo derivammo, così spropositatamente lungo – sette anni, laddove consoli da 12 mesi fecero grande Roma e ad Atene c’erano arconti da un giorno- dalla Costituzione francese del 1875. Era stata votata da una maggioranza parlamentare monarchica, e monarchico dichiarato fu il secondo presidente della Troisième République, Mac-Mahon. L’ultimo monarca di Francia era stato Napoleone III, nipote del Grande. Eletto presidente della Seconda repubblica nel l848, si era trasformato in imperatore quattro anni dopo. Non aveva regnato male: capiva i proletari e, pur amando di più la borghesia che industrializzava il paese, li aveva qua e là sostenuti. Ebbe la sventura di farsi coartare a muovere guerra alla Prussia (in pratica alla Germania prossima ad unificarsi e a diventare possente). Fu sconfitto rovinosamente.

La repubblica che era seguita alla disfatta e alla Comune parigina si rialzò in fretta: ricca di capitali, divenne il secondo più vasto impero coloniale al mondo. Seguirono due guerre mondiali (la seconda apportatrice di una sconfitta definitiva) e venne una Quarta Repubblica con i difetti più gravi della Terza, in primis il parlamentarismo estremo. Alla fine la Francia fu salvata, per mano di un generale, da una Quinta repubblica mondata delle lebbre della Quarta e della Terza.

I Costituenti italiani del 1947, più sconsiderati di quelli domati da de Gaulle. vollero un capo dello stato apparentemente forte -in realtà comandavano i partiti prevaricatori- e per un mandato troppo lungo, laddove nel 2002 la carica del presidente francese sarà opportunamente accorciata a 5 anni. Eletto dal popolo e largamente responsabilizzato, il presidente francese è uno statista migliore del nostro, eletto dalla Casta nella più completa irrilevanza dei cittadini. Fino alla crisi del 2007-08 il nostro presidente è stato un vaso di coccio tra  ferrei vasi partitici. Fu il fallimento del governo Berlusconi a trasformare Napolitano in un decisore forte e persino arbitrario: re Giorgio.

Oggi la Casta si trova di fronte alla scelta di un capo di stato che,  secondo come evolverà la crisi dell’economia e del regime, potrà risultare o no qualcuno; oltre a tutto dipenderà dal fattore forse nuovo, forse no, rappresentato da Matteo Renzi. Il successore di Napolitano sarà probabilmente scelto perchè non intralci il Rottamatore in una fase iniziale. Dopo, potrà accadere di tutto: dalla crisi di regime acuta e duramente rinnovatrice alla ricaduta nei giochi esiziali del partitismo cleptocratico. In un caso come nell’altro il ruolo del capo dello Stato resterà scadente, bisognoso di un ripensamento integrale. L’eventuale continuità col settantennio della Casta sarà micidiale.

In un ordinamento razionale la mezzadria tra due personalità costituzionalmente forti al vertice dello Stato non avrà senso. Piuttosto dovrà rafforzarsi nettamente il capo del governo, trasformato in Cancelliere espresso dal popolo. In tal caso dovranno ridursi sia le prerogative del capo dello Stato, sia quelle del potere legislativo (il parlamentarismo è un fatto degenerativo).

Sarebbe giusto che il presidente della repubblica perdesse quasi tutti i poteri che ricordano quelli del monarca. Gli resterebbero le funzioni cerimoniali e protocollari, quelle che non meritano di impegnare il Cancelliere espresso dal popolo.  Nella regia forte di tale cancelliere, a lui spetteranno quasi tutte le funzioni assegnate al capo dello Stato da una carta statutaria oggettivamente pessima: ha fatto sorgere un ordinamento stimato solo dai farabutti che lo sfruttano. La fiducia nelle Istituzioni volute nel 1947 si è ridotta a percentuali da farsa.

Per la funzione nominale che è opportuno resti al Primo Cittadino non va cercato un protagonista, una personalità con un passato e un’ambizione importanti. Dovrebbe bastare la rotazione annuale tra personaggi degni di onorabilità, scelti per sorteggio in un ruolo di soggetti dotati di determinati requisiti oggettivi, p.es. magistrati o studiosi di alto livello, benemeriti del volontariato e simili. Il Primo  Cittadino non dovrebbe essere rieleggibile né essere prescelto per altri ruoli politici.

Dovrebbero essere imperativi l’abbandono della reggia del Quirinale e la scelta di una sede decorosa ma senza alcuno sfarzo, con un bilancio e un personale non superiori al decimo degli attuali. Tutti i presidenti repubblicani finora eletti andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede in un edificio che è la negazione assoluta della sobrietà e della moralità repubblicane. I loro beni e quelli lasciati agli eredi dovrebbero essere confiscati per indennizzare i contribuenti degli oneri loro imposti dal Quirinale e sue dipendenze. Uguale procedimento dovrebbe avocare gli eccessi di reddito dei professionisti politici -e loro eredi- di carriera pubblica insolitamente lunga. Per esempio il sessantaduennio di parlamento, poi di Quirinale, originariamente imposto per Giorgio Napolitano dal Partito comunista andrebbe sanzionato come un sopruso e un sovraprofitto di regime.

A.M.C.

E’ PIACIUTO A MACHIAVELLI RE BORGIO IL NUOVO PRINCIPE

Questo quasi-monarca che sembra sul punto di abdicare ha avuto il merito grande di deporre Berlusconi, pessimo fra i governanti; poi l’altro merito di non avere sabotato l’ascesa di Matteo Renzi monoculus in orbe caecorum (=il meno peggio tra i Proci della politica). Per il resto, meno male che abdicherà.

Per otto anni ha impersonato buona parte dei mali che materiano la Repubblica. Ha combinato la carica di capo dello Stato col ruolo di presidente della Casta. Ha incarnato l’amoralità di fondo che da molti secoli innerva l’etica italiana. Amoralità cui Niccolò Machiavelli dette il nome, oltre che una sinistra teorizzazione.  Ha scritto uno storico tedesco: “Nei secoli a valle del magistero machiavellico, spentasi per intero la coscienza morale, la scelleratezza si configurò come il modo italiano di vedere le cose”.

A Machiavelli -il  Goebbels o il Loyola del “fare italiano”-  che amò i delitti del Principe per antonomasia Cesare Borgia, non può non essere piaciuta la mutazione di Giorgio Napolitano, da dirigente stalinista a sommo atlantista/militarista e a fautore 24 carati dell’assetto conservatore a gestione consociata capitale-malapolitica-burocrazia-sindacato. Ancor più Machiavelli deve avere prediletto questo ‘Principe’ di nascita napoletana, nella misura in cui assurse militando in campo proletario, poi amò senza riserve né vergogna lo sfarzo e gli stili del Quirinale, voluti dall’infame papato rinascimentale.

Invece questo re Giorgio avrebbe disgustato Machiavelli e Cesare Borgia se avesse fatto come Bergoglio: se avesse scelto la semplicità; se avesse imposto -come ne avrebbe avuto il potere- la chiusura del Quirinale e sue dipendenze, onde riparare argini e scuole, onde continuare a dare refezione scolastica ai bambini dei senza reddito, onde compiere altre buone azioni. Una sede più piccola e sobria, come a Roma abbondano, sarebbe bastata a non scendere sotto il livello delle presidenze germanica e francese. Non sarebbe piaciuto a Machiavelli e al primo Principe, questo re Giorgio, se in coerenza coll’antica milizia comunista avesse contrastato il nostro Afghanistan, gli F35, i sistemi d’arma e il rifiuto ad ogni sacrificio degli alti appannaggi e vitalizi. Se avesse combattuto altre infamie invece di rafforzarle.

Al Nuovo Principe che si è conformato al Segretario fiorentino e al duca Valentino, la ‘più bella delle Costituzioni’ assegna ingenti poteri esclusivi: il comando delle forze armate, la presidenza del  consiglio supremo di difesa, la dichiarazione dello stato di guerra, la ratifica dei trattati, la nomina dei senatori a vita e di alcuni membri della Corte costituzionale, ed altre prerogative.  In più, il capo dello Stato “rappresenta l’unità nazionale” (altra menzogna della Carta) e lo fa per ben sette anni, persino rinnovabili.

Se gli Dei ci volessero bene ci lascerebbero stracciare questa Costituzione e la corte che le fa da mastino. In particolare: per le necessità di rappresentanza e protocollari basterebbe un Primo Cittadino scelto ogni anno per sorteggio p.es. tra i magistrati più alti, o tra i magnifici rettori con pochi parenti in cattedra nei rispettivi atenei; si potrebbe allargare l’elenco dei sorteggiabili ad altri personaggi di oggettiva qualificazione; si potrebbe prendere random  una persona rispettabile e dotata di qualche qualità.

Quasi tutti i poteri attuali dell’uomo del Colle dovrebbero passare a un capo del governo eletto dai cittadini. Non perché l’elezione diretta sia garanzia di buongoverno: dimostrano il contrario Francia, Stati Uniti e frotte di repubbliche presidenziali. Tra l’altro, uno dei requisiti per entrare nelle varie Case Bianche è poter spendere molto più dei rivali per la campagna elettorale e per comprare voti.  Tuttavia la responsabilizzazione spinta di un premier forte, o meglio Cancelliere, sarebbe una svolta semplicemente razionale. Sarebbe la cosa da fare, prima del passaggio alla democrazia diretta.

Il parlamentarismo quale lo conosciamo ha devastato vari sistemi politici: uccise due repubbliche in Francia, condannò la Germania di Weimar, l’Italia di Facta Turati e Sturzo, la Spagna e il Portogallo dei notabili liberalconservatori (facilmente liquidati dai pronunciamenti militari: a Madrid nel 1923, a Lisbona tre anni dopo). Il parlamentarismo è un assetto immancabilmente negativo. Le  Camere hanno un senso in quanto intralcino gli esecutivi, non in quanto deliberino. Sono gli stati generali delle caste dei politici di carriera. Sono i  frutti velenosi della degenerazione elettoralistica. Se le riforme di Renzi falliranno, sarà perché esiste il parlamento.

Tutti i sistemi occidentali, quali prima quali dopo, evolveranno verso qualche forma di democrazia diretta (anche là dove le istituzioni tradizionali sembreranno sopravvivere). Il parlamento -la Casta- non vorrà mai le riforme rigeneratrici, così come non le vorranno la burocrazia, il malocapitalismo, i malisindacati, gli altri poteri costituiti. I progetti straordinari esigono menti e tempre straordinarie. Esigono uomini d’eccezione: più spesso che no, un uomo solo, superiore a tutti gli altri.

Quando il meccanismo della rappresentanza sarà fermato e le elezioni abolite, quando il popolo si riapproprierà della sovranità, alcuni organismi deliberativi resteranno, ma saranno molto diversi.  Anche il capo dello Stato non assomiglierà in nulla all’attuale, anche perché agirà per mandati brevissimi. Servirà soprattutto per esonerare il Governante dai compiti perditempo (ricevere gli ambasciatori, presenziare alle celebrazioni, inaugurare, commemorare, ammonire a vuoto). Questo arconte cerimoniale non avrà l’obbligo d’essere discepolo di Machiavelli, come lo ha avuto re Giorgio.

Certo meriterà più rispetto.

Porfirio

IL COLLE CONTRO LE PULSIONI ANTIMILITARISTE E ALTRE MOLLUSCHERIE

“Napolitano difende le spese militari”, oppure “ mette il veto ai tagli”. Più o meno così i media hanno interpretato le parole davanti all’Altare della Patria, il 25 aprile, del Comandante supremo. Ancora una volta l’antico ufficiale d’ordinanza di Togliatti si è confermato pontifex maximus del culto delle (vana)glorie marziali. Edonisti e molli come siamo, noi Stivalioti d’oggi abbiamo indole pacifica, magari anche panciafichista, ventre mio riempiti di felicità masticabile. Ma il Supremo non si lascia sfuggire occasione per ricordarci che ci sono brandi da impugnare, missili e siluri da scagliare, droni ‘Obama’ da teleguidare contro il nemico.

Lui sa chi è, dove sta, il nemico (noi no ma non contiamo: democrazia, libertà e ‘diritti’ non si fidano di noi). Occorre essere semper parati in caso i mongoli di Ulan Bator o alcune repubbliche andine si facciano venire brutte intenzioni. Lo stesso dettato costituzionale (ripudio della guerra) è stato scritto per svista o per scherzo. La Carta, ci insegna il Pensiero di Benigni, è la Più Bella ma quandoque bonus dormitat Homerus (cosìceliava Orazio Flacco). Se il Mare è Nostrum, come rinunciare ai sommergibili d’attacco e ai cacciabombardieri con capacità nucleari? Non siamo legati per trattato, e fino alla fine dei tempi, all’Alleanza atlantica?

E’ noto che il 25 aprile la Resistenza ha liberato l’Italia da sola, senza apporti dell’Ottava armata britannica, della Quinta yankee, dell’Urss che sfondava da Est, delle arciflotte alleate. Alcune decine di migliaia di bombardieri che obliterarono il Reich non hanno fatto che assecondare a latere le conquiste partigiane. Di fronte a così grande retaggio di vittorie, da Custoza a Caporetto alla resa senza condizioni di Cassibile (prov. di Siracusa), di fronte a tante panoplie di armi gloriose, i pacifisti imbelli, i molluschi incuranti della Libertà, gli ottusi fautori degli asili-nido e dei dormitori per homeless negano -quei degenerati- che la Repubblica di Benigni necessiti di F35 e di fregate per poter battere i pugni sui tavoli della diplomazia. Non si sono alzate proposte di intervenire in Ucraina onde dare una lezione a Putin? Guai se il Piemonte non avesse stritolato gli zaristi in Crimea. Con non più di duemila morti il Regno sardo poté sedere tra i vincitori e da quel momento cominciò a tempestare di pugni e di spade di Brenno le conferenze internazionali. Chi potrebbe negare che una buona prova a Odessa delle brigate corazzate di Napolitano, appoggiate dagli Eurofighter e dall’unico F35 operativo, moltiplicherebbe N volte il nostro prestigio e l’orgoglio della Farnesina?

Ecco dunque il Marte del Quirinale intimare: “Le FF.AA. vanno certamente razionalizzate, ma sul capitolo delle spese non bisogna indulgere a decisioni sommarie. Esse possono riflettere incomprensioni di fondo e alimentare vecchie e nuove pulsioni antimilitariste”.

Qui vi voleva, voi sozzi antimilitaristi e incomprensori di fondo, il Maresciallo supremo. Vi abbandonate alle pulsioni degeneri -elargire buoni mensa a un milione di senza reddito, prevenire le frane appenniniche, decine di altre carognate- quando le nostre feluche, proverbialmente trionfatrici in tutti i negoziati, specie quelli che culminano in cocktail e sambe, hanno bisogno di argomentazioni di potenza! Il papa poté non avere né divisioni né flotte; le nostre ministre della Difesa e degli Esteri ne hanno bisogno perché la Repubblica di Cassibile sia rispettata anzi temuta.

Che il Clausewitz del Colle ci voglia pronti alla battaglia non deve stupire. Poche settimane fa spiegava ai negatori delle glorie resistenziali che il passaggio alla lotta armata scatenatrice di rappresaglie e stragi fu “obbligato” (non vi spetta sapere obbligato da chi e perché). L’obbligo di procombere sussiste, forever, come assolverlo senza aviogetti di ultima generazione? Persino l’infermiccio Giacomo Leopardi smaniò per morire in battaglia: “Qua l’armi io solo/ Combatterò, procomberò sol io”.

Non crediate che l’assiduo lettore di Leopardi tra gli arazzi del Colle esiga sempre l’ultimo grido in fatto di apparati della guerra elettronica. Sa che nella foresta umida in cui scorre il fiume Limpopo, come pure nelle gole del Caucaso, si combatte alla baionetta. Proprio per questo Egli tiene sempre pronti i corazzieri, che mettano in fuga l’avversario col solo bimetro d’altezza, più le lame delle loro sciabole. E per oggi rinunciamo a vantare il prestigio sartoriale dei nostri generali di tendenza.

Ve lo ricordate l’Elmo di Scipio? Serratevi al mento l’Elmetto di Napolitano, vi porterà alla vittoria. Quanto ai costi in €, non potete negare che armarci contro i nemici immaginari costi meno che fermare gli smottamenti appenninici. Credevate che il Signore della Guerra non cercasse di risparmiare? Abita la reggia più costosa al mondo, però da un paio d’anni taglia su spillatrici, coccoine e garden parties. Perché ha a cuore il contribuente.

Porfirio

PER CACCIARE GLI OLIGARCHI UN CATILINA PIU’ FORTUNATO

Lucio Sergio Catilina tentò invano di portare al potere la fazione popolare; morì in combattimento nel 63 a.C.. Perché invocare lui, quando tanti altri politici si opposero ai governanti con più fortuna?

Risposta: perché le coincidenze col nostro oggi sorprendono. Paragonare la vicenda delle ‘larghe intese’ a quelle della Roma che alla sconfitta e morte di Catilina era già un vasto impero può apparire ridicolo. Eppure sono processi che si assomigliano.

Nel tempo di Catilina la Repubblica moriva: nell’anno 49 Giulio Cesare, varcando il Rubicone, se ne sarebbe fatto sovrano (ma non volle prendere il titolo di ottavo re di Roma). Esplosa da città-stato a grande potenza di territori sterminati e tensioni irriducibili, i suoi assetti aristocratici non reggevano più. Già un ottantennio prima Caio Mario, generale conquistatore di regni, sette volte console, aveva raggiunto il potere di un monarca militare che sfidava tutti gli ottimati messi insieme. Li sfidava sia perché la gestione imperiale esigeva un potere superiore a ogni altro, sia perché erano le masse proletarie e ‘borghesi’ che spingevano i personaggi molto forti  come Mario ad aggredire l’egemonia degli aristocratici, padroni del Senato. Il passaggio dall’oligarchia degli ottimati alla monarchia democratica appoggiata dalla plebe e dai ceti intermedi era fatale. In realtà Lucio Sergio Catilina fu il precursore che spianò i sentieri all’uomo del Destino, Giulio Cesare; anzi fu segretamente mandato avanti da Cesare e da Crasso perché il regime dei senatori ricevesse una spallata forte.

Catilina non era un probo: aristocratico pieno di debiti, spregiudicato, accusato di un delitto, sospettato di altri, la propaganda senatoria ne annerì la fama. Invece non sono mancati gli studiosi e gli artisti che ne hanno additato il ruolo politico e di testimonianza, Il suo giovanile parteggiare per Silla non lo collocò propriamente a fianco dei proletari.

Invece le posizioni qualificanti, quelle che lo portarono alla sollevazione armata, furono dalla parte del popolo. Chiedendo la cancellazione dei debiti avvantaggiava anche i patrizi avventurosi come lui, ma il programma di proscrivere i ricchi e distribuire terre ai nullatenenti era inequivocabilmente anticonservatore.

“Catilina -ha scritto uno storico- fu l’esponente del disagio dell’epoca. Agì significativamente per rompere la cristallizzata situazione della repubblica aristocratica. Che sia stato spinto più da ambizione che da generosità o da lucida visione politica conta meno del fatto che cercò di scuotere l’ordine costituito. Il suo movimento era storicamente giustificato: in un certo senso precorse Cesare. La tradizione lo ha colorato a tinte fosche, sottolineando gli aspetti demagogici. Ma le sue indubbie responsabilità non devono far dimenticare la durezza con cui  l’oligarchia difendeva il proprio monopolio”.

Varie opere drammatiche furono dedicate a Catilina: da Ben Johnson nel 1611; da Crébillion nel 1748; da Voltaire quello stesso anno; da A.Dumas padre esattamente un secolo dopo. Nel 1850 Ibsen fece di Catilina un simbolo della lotta contro il potere socialmente ingiusto.

Catilina agì perché l’assetto repubblicano si spegneva. Anche il nostro sistema è minacciato di morte: da una crisi economica strutturale come dal coma della democrazia rappresentativa-parlamentare e dall’immoralità dei gestori di questa ultima. Dopo un lungo ventennio di malattia grave la nostra classe dirigente, fatta anche di burocrati, boiardi e parassiti di alta gamma, non ha ancora avviato alcuna terapia: nè riforme, né tagli ai costi della politica e delle istituzioni, né lotta alla corruzione. Perdurano persino le forme degenerative più estreme, quali il sacrificare la solidarietà agli handicappati gravi per non toccare le spese di puro sfarzo  -il Quirinale!-, quelle militari e diplomatiche, le rendite e i privilegi delle corporazioni più rapaci. I tempi sono maturi per un eversore: in mancanza di meglio, Catilina.

Impressionano i parallelismi di linee tra il vertice dell’oligarchia combattuta  da Catilina e il vertice dell’oligarchia odierna. Nel 63 il capo del regime senatorio era Marco Tullio Cicerone, e la sua strategia per salvare le istituzioni era la concordia ordinum, cioè la coalizione tra i patrizi e i cavalieri (ceti emergenti, gruppi economici), alleanza successivamente presentata dal console-sommo oratore come consensus omnium bonorum. Chi saprebbe vedere una differenza rispetto alle ‘larghe intese’ volute da Giorgio Napolitano?

La Grosse  Koalition di Cicerone suscitò il tentativo armato di Catilina, seguito dal breve trionfo politico di Cicerone. Non molto dopo questi cadde: esiliato per avere messo illegalmente a morte nel Carcere Mamertino, sotto il Campidoglio, cinque seguaci di Catilina.

Theodor Mommsen, storico e premio Nobel, sottolinea che “il partito popolare a Roma ornava di fiori e corone la tomba di Catilina come un tempo faceva per quelle dei Gracchi. Il popolo si era posto sotto le bandiere di Cesare aspettando da lui ciò che Catilina non era stato capace di dargli”. E ancora: “La sollevazione di Catilina fu simile alle battaglie tra capitalisti e nullatenenti che un secolo prima avevano sconvolto il mondo ellenico”. Secondo Mommsen gli oligarchi, i Pauci, usarono con Catilina metodi altrettanto spregiudicati quanto i suoi. Se il Nostro trovò spazio per la sua rivolta fu perché l’oligarchia era ormai impotente di fronte alle crisi che si ingigantivano.

Il Cicerone della morente nostra Repubblica è Giorgio Napolitano. Egli crede di avere trovato nelle ‘larghe intese’ la formula che farà sopravvivere il regime cleptocratico. Nell’immediato può avere ragione: finché non sorgerà un giustiziere più fortunato di Lucio Sergio. Potrà anche essere un giustiziere collettivo, il popolo della democrazia diretta (selettiva) che forse si ribellerà, ben più energicamente di coloro che votarono M5S o si astennero in massa. I governanti, gli alti burocrati, i carrieristi. i malfattori che oggi usurpano il potere, saranno sottoposti a  processo come a Norimberga.

Per Napolitano l’esito sarà meno crudo di quello che toccò 21 secoli fa al collega della concordia ordinum:: Marco Tullio fu ucciso mentre cercava di mettersi in salvo; accadde non molto dopo le Idi di Marzo che misero a morte Cesare. La futura Norimberga sarà più clemente, per il Processato in chief come per gli altri.

Antonio Massimo Calderazzi

RANTOLA L’ITALIA DELLA COSTITUENTE

Giorni di lutto vive nell’Aldilà la Trimurti usurpatrice De Gasperi/Nenni/Togliatti, cui risale il potere che domina lo Stivale. Qui, sulla Terra, i più credono si avvicini la fine di una fase: la Seconda/ Terza repubblica, il bersanismo, il centrismo, i Democrat grande forza compatta, i ponti verso destra, l’antiberlusconismo che ancora fa la fortuna del Cavaliere, altre parentesi transeunti per definizione. Invece nell’Aldilà la Trimurti sa, con la certezza spettante ad ogni onnisciente divinità, che non una fase o una stagione agonizza, ma l’intero sistema nato tra il 1945 e il ’47. Agonizza la democrazia rappresentativa, posseduta dai Partiti, dagli appaltatori delle urne, dai saccheggiatori della ricchezza nazionale.

Perché la Trimurti la chiamiamo usurpatrice? Perché gli italiani, avendo pagato caro il misfatto della guerra del ’40, speravano che almeno la sconfitta li liberasse dalle turpitudini di regime. Invece i possenti ma sprovveduti vincitori credettero di far bene a consegnare il paese ai furfanti del CLN, improvvisatisi liberatori e statisti. Sessantasei anni da allora hanno dimostrato che l’assetto congegnato dai Costituenti è altrettanto esiziale, in modi diversi, quanto quello che faceva capo a palazzo Venezia. Il Sessantaseiennio non è stato né più virtuoso né più amabile del Ventennio. Nel concreto la realtà dell’oligarchia ladra non è preferibile a quella del Littorio.

In più, i giorni dell’elezione del dodicesimo capobonzo dello Stato ci hanno fatto vivere una kermesse farsesca/grottesca, un festival del fescennino, dell’atellana, della commedia dell’arte. I momenti più esilaranti non sono stati i voti dei più sardonici tra i ‘Grandi’ Elettori a favore di Valeria Marini o di Veronica Lario. Sono state le impagabili imprecazioni bolscevizzanti dei gauchistes furibondi. La più veemente, vocalizzata da un’assaltatrice del Palazzo d’Inverno: “Volete  capirlo o no, Sinistra vuol dire Rivoluzione”. Deliziosa scemenza allorquando a) la Rivoluzione è affidata ai professori Rodotà e Zagrebelski, due pensionati alla fame, aderenti all’anarco-insurrezionalismo,  b) la Rivoluzione è una moneta fuori corso da quasi un secolo,  c) la sanculotta che urla ‘Rivoluzione!’ tacerà immediatamente appena trovato lo stipendio fisso che paghi il mutuo, le rate dell’auto e le vacanze in villaggio turistico.

La commedia dell’arte è divertente, è il nostro retaggio (infatti si prese a chiamare ‘all’italiana’); ma torniamo a noi.  Ci circondano le macerie non di questo o quello stabile crollato ma di una smisurata Cartagine o Gomorra, annichilita dallo sdegno divino. Sta rantolando l’intero sistema eretto dalla Costituente. Non si tratta più di cambiare qua e là, di riformare questa o quella istituzione. La democrazia dei partiti, delle urne e delle bande di saccheggio è un malato terminale. Questa politica non si riformerà mai. I fenomeni tipo Cinquestelle, i tumulti dei Ciompi informatici, i conati di altri Cola di Rienzo non conseguiranno successi definitivi. Probabilmente occorrerà il Grande Eversore che abbatta il parlamentarismo e rifondi la Polis: qualificata, ristretta, ininterrottamente rigenerata dal sorteggio e corroborata dal referendum informatico continuo.

Lo Spirito dei tempi nuovi impedirà la sopravvivenza del Vecchio, cominciando dalle istituzioni geriatriche più riverite. Svolte del genere accadranno anche in altri paesi: lo Stivale che oggi boccheggia aprirà la strada. Nel 1812 non fu la Spagna arretrata a lanciare da Cadice il progressismo liberale e l’ondata delle Costituzioni?

Antonio Massimo Calderazzi

GIORGIO NAPOLITANO, IL BILANCIO DI 7 ANNI

Come giudicare il Settennato che va finendo? Per aver deposto il colpevole del berlusconismo, la nostra riconoscenza verso Giorgio sia eterna. Parecchio meno eterna per aver conferito mandato a Mario Monti di salvare l’assetto partitocratico, invece di abbatterlo. Nella somma algebrica la riconoscenza prevale: il berlusconismo era un vulnus grave. E’ indiscutibile che la scelta della persona di Monti sia stata la migliore in assoluto, per il solo fatto che non appartiene alla Casta dei politici quasi tutti ladri. Peraltro la missione affidata a Monti avrebbe dovuto essere più impegnativa: non solo scongiurare la bancarotta, non solo recuperare per il Paese il sia pur modesto rispetto di un tempo, ma anche sanare la patologia di un sistema politico apparentemente progressivo, in realtà perpetuatore degli equilibri tradizionali. Settant’anni dopo la fine del fascismo l’Italia resta ostaggio della conservazione: conservazione dei privilegi della nascita e della ricchezza, delle usurpazioni dei sindacati, delle lobbies, dei partiti. Le male categorie, i disvalori e i vizi restano uguali. Venendo da un capo dello Stato contraddistinto dal passato comunista, il mandato a Monti avrebbe potuto essere più orientato alla giustizia sociale. D’altra parte, che attenderci da uno che assurse sotto Palmiro    Togliatti? Il comunismo è talmente fallito, talmente esecrato dai popoli, che Giorgio aveva il ‘diritto’ di ripudiarlo, di farsi borghese e satellite degli USA.

Più ancora. E’ imperdonabile che il Presidente si confermi ogni giorno come il Cardinale Protettore ed anzi il pontefice massimo della Casta. Più gli italiani disprezzano la classe politica e più Egli la proclama indispensabile, obbligatoria, una condanna senza scampo. E’ imperdonabile che, dovendo l’attuale posizione alla carriera fatta nel Pci, dunque alla spinta ricevuta dal Pci, Egli si recidivizzi nell’obbedienza agli Stati Uniti.  Si può chiamare diversamente che obbedienza la singolare abitudine -per la verità attenuata negli ultimi mesi- di definire ‘giusta’ l’impresa coloniale nell’Afghanistan, ed ‘eroi’ quei militari di mestiere, ampiamente incentivati in euro a rischiare lì, che ci lasciano la pelle. La compunzione del Presidente di fronte alle bare tricolori è stata deplorevole. Ancora più deprecabile è che un capo dello stato avvezzo a frequenti interventi ed allocuzioni non abbia mai proposto agli italiani di ripudiare il patriottismo/nazionalismo e di desiderare la riduzione delle spese militari. In quasi sette anni hanno ricevuto la firma presidenziale innumerevoli decreti o leggi che, p.es. hanno fatto eccessivo il trattamento di generali e ammiragli, oppure sancito l’acquisto di armi costosissime. Non risulta pubblicamente che Egli spinga per la dismissione di caserme, poligoni di tiro, navi da guerra, ambasciate o altri beni ‘preziosi’, senza i quali la vita si spegnerebbe. Logico: la nostra ineguagliabile Costituzione, statuto del saccheggio dei politici e dei top burocrati, lo vuole comandante in capo delle Forze Armate ed Egli, si sa, stravede per la Costituzione.

Infine. L’uomo pubblico che, prima di diventare il presidente ‘di tutti’, è stato il politico della classe operaia, o meglio del partito detto operaista, non ha sentito il dovere di smantellare il Quirinale quale tempio e rocca dello sfarzo tradizionale, monarchico-pontificio, dunque classista. Sui bilanci quirinalizi ha fatto sforbiciate talmente esigue da contrastare alquanto nuovi incrementi di spesa, non  da operare effettivi tagli. Il Quirinale andrebbe chiuso e venduto al migliore offerente cinese o saudita, attrezzando per le necessità della Presidenza una villa o palazzina, costosa un nono del Quirinale degli arazzi,  dei corazzieri e dei palafrenieri. Poche cose sono più inutili ed offensive dei colossi oltre i due metri che campeggiano in tutte le funzioni presidenziali: va da sé che sarebbero facile prede di qualsiasi sicario del quartiere Scampìa, se volesse molestare il Sommo Inquilino. Peggio: per risparmiare qualcosa quest’anno sulla detestabile parata del 2 giugno -quella dell’anno scorso ebbe un costo enorme- c’è voluta una sollevazione popolare.

L’ex-marxista-leninista che siede nella reggia di Monte Cavallo non ha sentito il dovere di sgombrare di cortigiani, quirinalisti e valletti una parte del Palazzo per destinarla, almeno, a spazi espositivi per le opere d’arte che ammuffiscono nei magazzini dello Stivale. La regina Margherita e suo marito convertirono in ospedale di guerra alcune sale della Reggia. Lo statista che ha fatto il comunista per sessantacinque anni si è guardato bene dal convertire le stesse sale in ostello per i senza casa, o per gli orfani, per gli esodati, per i diseredati. In compenso  ha proclamato che è -a parole- tutto dalla parte dei minatori del Sulcis. Ai quali va fatto ben altro discorso: quello di Luca Ricolfi su ‘La Stampa’ di oggi 11 settembre: sussidi alle famiglie sì, posti di lavoro artificiali no. Il titolo dice tutto: “Il salvataggio è impossibile”.

Peraltro. Nessun predecessore repubblicano al Quirinale ha sentito i doveri ignorati da Giorgio,  oppure ha compiuto altre opere di bene. L’ethos della Costituzione impareggiabile non incoraggia. Giorgio almeno ha cancellato il disonore nazionale del satrapo di villa Certosa. Il quale fra l’altro  ha fatto ministre e parlamentari varie callipigie (=belle di culo), allo stesso modo che Caio Germanico Caligola imperatore, nato quest’anno venti secoli fa, elevò al consolato il suo cavallo.

Porfirio

MEGLIO LA PLUTOCRAZIA AMERICANA DELLA NOSTRA POLITICA

Singhiozzano i piccoli Goebbels e gli altri gerarchi del locale regime: la democrazia corre un rischio mortale. Ma questa che loro chiamano democrazia vale qualcosa, oppure è come il marco di Weimar, ci voleva un miliardo per comprare un chilo di pane? Che male c’è se la democrazia del furto muore?

In Italia la democrazia è l’impostura che consente ai professionisti di rubare tutto il rubabile. Negli USA è l’impostura che consente ai plutocrati, invece che ai capibastone di partito, di decidere coi dollari chi vince le elezioni, compresa quella per la Casa Bianca. Sembra che Obama e Romney abbiano già raccolto insieme quasi un miliardo e mezzo. Che formidabile sfida tra idee!

Al momento il miliardario che sembra fare le puntate politiche più grosse si chiama Joe Ricketts, un operatore finanziario fuorimisura che nel 2008 tentò di diventare senatore per il Nebraska, ma probabilmente non stanziò abbastanza dollari. Ha associato alla presente operazione (a favore del ticket Romney/Ryan, nonché di alcuni conservatori di secondo piano) tre figli, una dei quali si distingue col finanziare anche il movimento delle lesbiche. A sostegno della campagna di Romney i Ricketts hanno destinato $10 milioni; a favore di candidati minori $2 milioni.

La plutodemocrazia statunitense è anche il contesto che ha permesso a John Malone, miliardario dei media, di diventare il massimo proprietario terriero d’America: in nove Stati della Confederazione possiede 2,2 milioni di acri, non molto meno di 900 mila ettari, il triplo del Rhode Island, coi relativi impianti, capi di bestiame e macchinari. Malone è un uomo d’affari oriundo irlandese che ha operato soprattutto nella televisione e nelle telecomunicazioni, al livello dei Ted Turner e Rupert Murdoch. Anche in Nord America il valore della terra ha continuato a crescere: una farm della Sioux County nell’Iowa è stata venduta recentemente a $20.000/acro, un record assoluto considerando che il valore dei terreni agricoli USA oscilla tra meno di mille a un massimo di quindicimila dollari per acro. Pascoli e foreste quotano meno, ma sempre molto più che un tempo. Il patrimonio di Malone è stimato in 5 miliardi.

Ciascuno decida da sé in che senso John Malone è un cittadino come gli altri trecento milioni di iscritti all’anagrafe. E in che senso le urne statunitensi sono un congegno democratico, se per farsi eleggere a qualsiasi livello un cittadino deve o possedere, oppure raccogliere -prendendo impegni politici- fondi mastodontici. E’ vero, candidati come Barack Obama vengono propulsi anche dalle piccole donazioni degli straccioni; ma ciò non smentisce, bensì conferma il ruolo decisivo del denaro nel gioco politico statunitense. I padroni della plutocrazia che esporta istituzioni e truffe ‘democratiche’ su scala planetaria sono i Ricketts, i Malone e le grandi lobbies (che finanziano molto di più), non i latinos, i negri e i poor whites che incoraggiano con $10 ciascuno (meno civico-patriottici, i morti di fame di casa nostra non conferiscono, e sono €7-8 risparmiati; ma poi i politici si rifanno). In ogni caso il congegno americano fu congegnato in modo che i costi delle istituzioni sono modesti rispetto ai nostri; e che scassinare i bilanci pubblici come fa la Casta insediata dalla Resistenza è impossibile.

E’ stata la politologia statunitense a produrre vent’anni fa l’ipotesi di una Polis elettronica quale alternativa neo-ateniese, senza delega ai politici, alla degenerazione che in Occidente sta svuotando il senso della cosa pubblica. E’ l’alternativa della democrazia diretta, in vario modo selettiva, senza l’impostura elettorale. Specialmente a valle delle rivelazioni orribili del 2012 sono sempre meno, sono pressoché scomparsi, gli italiani che si attendono salvezza dal ravvedimento spontaneo dei professionisti delle urne, delle giunte e dei rimborsi. Sperare che questi ultimi smettano di rubare e di insozzare, grazie alla palingenesi invocata da Napolitano, da Ezio Mauro e da un tot di opinionisti democratici (però all’occorrenza disponibili a lasciar perdere la democrazia) è come fare affidamento sul passaggio di tigri, iene e topi di fogna alla dieta vegetariana.

Porfirio 

ERA MALMOSTOSA, ORA STRARIPA DI ORGOGLIO L’ITALIA DI CAZZULLO E DEL COLLE

Noi studiosi del pensiero di Cazzullo e del Colle sapevamo quello che avrebbero enunciato, dopo la vittoria di una nazionale spagnola che, come con virile severità ha deplorato il Primo, “ha infierito” su di noi. Sapevamo che avrebbero alzato i ditirambi patriottici di quando compimmo i 150, un sesquisecolo articolato in quattro fasi luminose: sabauda, fascista, gappista-terrorista, demoplutocleptocratica. Citiamo Cazzullo: “Non divenne Campione d’Europa per caso l’Italia del 1968. Una grande generazione di calciatori era l’immagine dell’Italia uscita dal boom, approdata all’industria e al benessere dopo secoli di ristrettezze rurali. Una partita di calcio non cambia certo il destino (…) ma può segnare uno spartiacque”.

Cazzullo esalta la “gioia dei giorni scorsi, il senso di riscatto, l’orgoglio con cui in tanti stringevamo una bandiera a lungo dimenticata e cantavamo un inno sino a poco fa negletto. Ricorderemo queste notti come il momento in cui l’Italia cambiò umore. In cui un Paese spaventato e malmostoso ritrovò il sorriso e la fiducia in se stesso. E si rese conto che poteva riconquistare un posto tra le nazioni”. Interrompiamo brevemente per precisare: non è il figlioletto cinquenne di Cazzullo che scrive, bensì il Papà. Riprendiamo a riferire: “(E si rese conto) che poteva essere considerato per quello che è: la capitale dell’estro, della fantasia, della creatività. Ricorderemo con tenerezza e rimpianto l’estate del 2012, quando ci rendemmo conto chi siamo davvero e cosa possiamo fare. Gli italiani si riconoscono in questa Nazionale. Abbiamo ritrovato il sorriso e la fiducia in noi stessi”.

Uno che non abbia ritrovato quanto sopra si vergogni. Ma andiamo avanti a impatriottarci: “Certo, i quattro gol della Spagna bruciano. Ma prevalgono i sentimenti espressi dal Quirinale: orgoglio, fiducia in se stessi, senso ritrovato dell’unità. Non è un caso che sia di nuovo la figura di Napolitano a sintetizzare emozioni e valori comuni (…) Il principale merito della Nazionale è stato rappresentare il Paese che le sta dietro, interpretare il momento della storia dell’Italia. Avevamo davvero bisogno di un’iniezione di buonumore, ottimismo, consapevolezza di noi stessi. Ci fa bene ricordare che nel mondo globale non siamo sconfitti in partenza. Anzi la fantasia, l’estro, il genio rappresentano armi formidabili (…) Era inevitabile che da un Europeo carico di simboli uscissero significati validi anche per la nostra vita pubblica e per le nostre vite private. Possiamo andare fieri di noi stessi, di quello che sappiamo e possiamo fare”.

Difatti, diciamo noi, fu questo l’errore di Mussolini: per pervenire alla grandezza puntò su otto milioni di baionette, laddove avrebbe dovuto capitalizzare sulla Nazionale,  arma ben più formidabile delle portaerei nemiche. “Comunque vada la finale” il Bardo torinese assicurò il 29 giugno “usciamo vincitori dall’Europeo”. Precisando, profeticamente: “Nel calcio comandiamo noi”.

 

Se Cazzullo è l’aedo, il rapsodo del patriottismo (se non l’ha già fatto, il Quirinale dovrebbe assumerlo come ghost writer delle allocuzioni chauvinistes, così da alleggerire la fatica dell’insigne 87enne), Giorgio Napolitano fa sintesi più sofisticate. Però anch’egli ha un cuore, anzi è ‘cor cordium’. Secondo un cronista del ‘Corriere’, “al capo dello Stato viene un groppo in gola” nel confessare ai calciatori da lui ricevuti solennemente tra gli arazzi e i lacché “che non ha mai giocato al pallone”. Ma si discolpa: “Ho colto la passione che vi ha guidato, il senso della Nazione, l’amore per l’Italia”. La linea l’aveva tracciata il giorno fatidico che gli Azzurri avevano pareggiato a Danzica: “Nel modo in cui la Nazionale si è impegnata è una conferma dello spirito di dignità e consapevolezza nazionale che io e le istituzioni abbiamo voluto diffondere nel celebrare i 150 dell’unità d’Italia”.

Il Capo dello Stato dixit. Le Roi le veut. I valori calcistici e quelli nazionali si giustappongono, anzi sono tutt’uno. La squadra vince o pareggia, ed è la civiltà italiana che si asserisce e prorompe. La squadra perde,  e l’Italia si stringe ai ragazzi (che si immolano nelle Termopili di questo o quello stadio) e ritrova il senso della missione. Gli Undici, più il CT, le riserve, i massaggiatori e gli inservienti hanno compiuto il miracolo che proietta il Paese nella gloria. Là dove migliaia di menti creative/direttive della Penisola e delle Isole sono state umiliate e sconfitte, riescono 22 polpacci d’oro, 22 ghiandole surrenali e il genio strategico di Prandelli. Fortuna per il generale Bonaparte, poi imperatore di mezza Europa, che la coppa Europea non fosse cominciata. Quante umiliazioni si risparmiò!

Un ultimo punto. Al fischio di fine partita con la Roja i ragazzi di Prandelli non hanno tripudiato d’essere assurti alla gloria sbirciata da Cazzullo, e dunque di avere insaccato d’orgoglio 60 milioni di italiani. Si sono abbandonati ai singhiozzi, le guance rigate di lacrime, le gole strozzate dall’angoscia. Altro che Muro del Pianto! Altro che cordoglio dei nordcoreani alla morte del Caro Leader! I volti e i petti dilaniati dallo strazio hanno of course intenerito Cazzullo: “Non sono cinici miliardari”. Nostra traduzione: benché strapagati dai club, dagli sponsor e dalla pubblicità, i Lohengrin del calcio hanno un’anima, non solo le surrenali. Così non fosse, noi italiani non saremmo egemoni dell’estro, dello slancio e della creatività. Gli aveva dato di volta il cervello a Mario Monti, quando invocava un paio d’anni di sospensione del calcio plurimiliardario? Rischiò di farci cadere in depressione!

Torniamo allo Juvat vivere di Cazzullo. Abbiamo il sistema politico peggiore d’Occidente; l’etica pubblica più cariata al mondo; gli eletti quasi tutti ladri; un contesto che consente al Lubrico da Arcore, il governante più implausibile in assoluto, di “tornare”; abbiamo i corazzieri e i palazzi presidenziali più inutili; neghiamo i fondi all’oncologia pediatrica per non rinunciare agli F35; in definitiva abbiamo quasi tutte le turpitudini. Però il calcio, la dottrina Cazzullo e il Colle ci invasano di orgoglio: ci era mai capitato nei giorni di Augusto e di Nerva?

A.M.Calderazzi

BATTISTI LIBÉRÉ, L’ITALIE “HUMILIÈE”

La décision de la justice brésilienne de libérer l’ancien militant d’extrême-gauche Cesare Battisti a provoqué de nombreuses réactions en Italie, où il a été condamné par contumace à la réclusion à perpétuité pour quatre meurtres et complicité de meurtres commis à la fin des années 1970. Pour leJDD.fr, Alberto Toscano, journaliste et écrivain, explique l’état d’esprit des Italiens.

La libération de Battisti a-t-elle provoqué la colère des Italiens?
Ce n’est pas une réaction de colère ou de vengeance mais de déception. Le fait qu’une décision de justice [sa condamnation à perpétuité par la justice italienne en 1993, ndlr], dans un cas si grave, ne soit pas appliquée est vécu par les Italiens comme une humiliation nationale. Il y a un sentiment d’amertume. Il n’est pas question d’harceler Cesare Battisti pour se venger de quelque chose. Mais tous ceux qui ont vécu la peur à cette époque et la tragédie du terrorisme ont le droit de ne pas être humiliés. Le problème finalement, ce n’est pas que Battisti soit libéré, mais que la magistrature italienne ait été bafouée.

En Italie, comment s’explique-t-on la décision brésilienne de libérer Cesare Battisti?
On se l’explique par des considérations politiques, quoi sont elles-mêmes le fruit de pressions internationales, notamment françaises. Le dernier jour de son mandat, le président Lula a décidé de libérer Battisti. La Cour suprême brésilienne n’a fait que confirmer la décision du président brésilien. Pourtant, elle avait dans un premier temps décidé de l’extrader. Cela voulait bien dire que le dossier juridique était bien ficelé. C’est donc un calcul politique du président Lula.

«Cela étonne les Français qui ont une attitude un peu légère vis-à-vis de l’Italie»

En Italie, la classe politique est unanime pour condamner cette libération…
Oui. Cela étonne les Français qui ont une attitude un peu légère vis-à-vis de l’Italie et qui ne prennent pas la peine d’étudier l’histoire de l’Italie avant de prendre une position politique. Une partie du monde politique français a d’ailleurs manqué de respect à l’Italie au sujet du terrorisme. Or, en Italie, l’ensemble de l’opinion publique considère que Battisti aurait dû être extradé. Mais je le répète, ce n’est pas une question de vengeance. Il s’agit tout simplement de défendre la démocratie italienne et sa dignité.

Le souvenir de ces années de plomb est-il toujours très présent en Italie?
Le souvenir est très présent dans toutes les têtes de ceux qui ont vécu cette période horrible, où les terroristes d’extrême droite et d’extrême gauche ont combattu la démocratie. Ces deux formes différentes de terrorisme voulaient la même chose : la déstabilisation de l’état de droit démocratique. Durant cette période, des centaines de personnes ont été tuées, des actes de violences ont été commis contre des magistrats, des journalistes, des professeurs d’université… A l’époque, tous ceux qui étaient loyaux au principe de l’Etat républicain risquaient leur vie. Je cite toujours cet exemple très symbolique de l’actuelle présidente du parti démocrate italien, Rosy Bindi, qui était à côté d’un professeur d’université au moment où il a été assassiné par les Brigades rouges. Ce souvenir est donc encore très vif parmi les hommes politiques actuellement au pouvoir en Italie.

La page n’est donc pas tournée…
En Italie, on voudrait bien tourner la page mais pour cela, il faut que l’on dise clairement de quel côté était le mal, de quel côté était le bien, pour qu’il n’y ait pas d’ambiguïté. Les victimes du terrorisme sont celles qui se sont battues pour notre démocratie et notre état de droit. La démocratie était du côté de l’écrasante majorité du peuple italien qui a traversé cette période difficile avec courage. Et les Italiens sont fiers d’avoir gagné par des moyens démocratiques la bataille pour la défense de leurs institutions.

Marianne Enault – leJDD.fr
Jeudi 09 Juin 2011

UNA FESTA (ANCHE) DA FESTEGGIARE

Per capirci meglio

Imparare dagli svizzeri? Certo, si può anche in materia di feste. La vicina confederazione è un paese diverso dal nostro e dalla maggior parte degli altri, in quanto formato da tre o quattro gruppi etnici ben distinti. Possiede ciò nonostante un robusto spirito nazionale sostenuto dalla fierezza per un’indipendenza statale che dura da otto secoli e per una prosperità che non ha quasi uguali nel mondo. Soffre anch’esso, come si conviene ad un paese molto progredito, di periodiche turbe psichiche, generalmente superate senza danni; succederà probabilmente anche con il dibattito attualmente in corso su una più o meno cervellotica crisi di identità.

Fino al 2007, comunque, la Svizzera aveva regolarmente celebrato il 1° agosto di ogni anno, sul grande prato del Ruetly presso il lago dei Quattro cantoni, la ricorrenza del patto (secondo qualcuno fantomatico) del 1291 tra Uri, Schwyz e Unterwald che generò la confederazione. Nel 2007, per la prima volta a memoria d’uomo, la solenne e pittoresca cerimonia rischiò di venire soppressa a causa del rifiuto del governo centrale di addossarsi la consueta sua parte delle relative spese, lievitate per esigenze di sicurezza a causa del ripetersi di rumorose contestazioni da parte di giovani neonazisti. Le reazioni furono vivaci, ma la minaccia venne sventata grazie alla risolutezza della presidentessa socialista della confederazione e soprattutto al gesto, patriottico quanto interessato, di due grandi industriali, che elargirono i fondi necessari a far quadrare i conti.
Non solo da noi la Svizzera viene spesso dipinta come una terra di gretti bottegai e cinici banchieri. Ma ecco che Emma Marcegaglia, duce della Confindustria e presumibilmente ignara del precedente elvetico, sfodera per prima la brillante idea di festeggiare sì, il 14 marzo, il 150° dell’unità d’Italia, però continuando a lavorare per non perdere un tot di Pil; cioè, in pratica di non festeggiarlo affatto. La proposta, come sappiamo, ha suscitato l’immancabile parapiglia, con un prevalere, si direbbe, di voci favorevoli su quelle contrarie, benché in Italia l’unità nazionale sembri alquanto in sofferenza diversamente dalla nostra vicina settentrionale.

Da noi, per la verità, il solo a dichiararsi apertamente contrario alla festa tout court è stato il presidente provinciale dell’Alto Adige Durnwalder, e lo si può anche capire. Meno si capisce, invece, il rimprovero rivoltogli da Giorgio Napolitano; come negare che quella terra sia stata annessa all’Italia prefascista obtorto collo e praticamente riannessa a quella postfascista contro la volontà dell’ancora grande maggioranza tedesca della sua popolazione? E’ vero che per tenere quieta quest’ultima Roma finanzia lautamente una provincia larghissimamente autonoma, ma la voglia di festeggiare una realtà subita non sembra poter essere compresa nel prezzo. Semmai, la sovvenzione ad una provincia tutt’altro che indigente andrebbe revocata o almeno ridotta, oggi che il problema del sacro confine è decisamente anacronistico.

Quanto all’improvvisa esplosione della voglia di lavorare sia pure festeggiando o fingendo di festeggiare, diciamo innanzitutto che vi sarebbero cento, mille altri modi di economizzare piuttosto che privare il paese di un’occasione unica e una tantum di riflettere anche criticamente sulla propria storia e quindi anche sul proprio futuro. Un nobile proposito, quello di rinunciare alla popolarità derivante dalla concessione di un giorno di vacanza in più in un anno che ne ha così pochi? Diciamo che aleggia più che altro un sospetto: quello che si miri a compiacere, sulla base di più o meno intuibili calcoli di politica politicante, le forze politiche del nord o del sud più ostili all’unificazione se non all’unità nazionale e potenzialmente secessioniste.

Tanto più se così fosse, non ci resterebbe che tifare senza risparmio per il prode ministro La Russa, unico membro del governo visibilmente espostosi, finora, in antitesi all’ineffabile collega Gelmini la quale, non contenta di sostenere che nelle scuole lasciate aperte il 14 marzo gli insegnanti potrebbero utilmente parlare della storica ricorrenza, ha poi aggiunto con clericale ipocrisia che così, almeno, la festa non festeggiata si distinguerebbe da altre festività qualsiasi. Dopodiché, intendiamoci, l’unità nazionale non va certo difesa soltanto festeggiandola.

Nemesio Morlacchi