I GIORNALISTI DIVINIZZARONO IL DUCE ANCHE A NOME DEI COLLEGHI D’OGGI

“Tra il 1925 e il ’40 gli italiani furono, se non proprio fascisti, quasi tutti mussoliniani. Fu necessaria la tragedia di una guerra perduta per trasformare il Duce d’Italia, fino allora potente come un monarca e infallibile come un papa, nel cav. Benito Mussolini. Non erano le cartoline precetto, come piace lasciar credere oggi, a radunare in piazza le folle oceaniche. Il fascismo e il mussolinismo affondavano le radici in un humus profondo”.

Dino Biondi, professionista di lungo corso della carta stampata, premetteva queste  righe a un suo volume La fabbrica del Duce, ed. Vallecchi, di cui il francese Jean-Francois Revel scrisse: “Non avevo mai letto prima un libro che restituisse così bene il clima eroicomico, un po’ folle, così misteriosamente buffo e grandioso, che ha caratterizzato l’era mussoliniana”. E nella loro Storia del fascismo Salvatorelli e Mira rilevarono che l’esaltazione del Duce “non era tutta finzione e adulazione, ma rispondeva a un’effettiva infatuazione popolare”.

Noi qui cogliamo, dalla vasta congerie di articoli della stampa nazionale raccolta da Biondi, alcune citazioni sintomatiche dell’idolatria mussoliniana. Lo facciamo per ricordare alle grandi firme democratiche d’oggi quello che avrebbero scritto se fossero vissute nell’Era Fascista. E quello che scriveranno il giorno che un altro duce potrà prendere il potere, applaudissimo dalla maggior parte della nazione, stanca fradicia della democleptocrazia. Coll’occasione richiamiamo il fatto che il 29 marzo 1911 il Corriere della Sera, a firma Luigi Einaudi, aveva auspicato “nuovi selvaggi da mettere al posto dell’attuale degenere classe politica”. Più di un secolo dopo, i ‘selvaggi’ non ci servonovolte di più?

In occasione del trasferimento del Duce a palazzo Venezia, il Corriere della Sera così descrisse una giornata del Nume: “Dalle 9 del mattino alle 24 Egli lavora, e porta nel lavoro il fervore della sua fede e il segno del suo genio, che ha messo al servizio della Patria. Il  Duce  legge tutto. Non v’è pubblicazione, italiana o estera, che non conosca; non v’è movimento politico o letterario che non segua; non v’è articolo o semplice notizia di cronaca che gli possa sfuggire. Tutto il mondo gli appare, inquadrato nella potenza irresistibile del suo genio. A un gerarca ha detto: “Non sai che leggo ogni giorno 350 quotidiani?”.

Il 7 novembre 1938 il sommo Corriere della Sera pubblica il reportage di una visita del DUCE (da tempo per Lui meglio usare le maiuscole), firmato Guido Piovene: “Questo è il racconto di un’apparizione di Mussolini, fulminea come tutto quello che è suo. Si pensa con sgomento a Mussolini solo, in un luogo qualunque ignaro della sua presenza, e vede che tutto parla di lui, tutto è storia sua, mito suo. Dai muri gli parla un suo detto, con la sua firma imperiale; lo incita la sua parola di un momento fatale. Credo che il DUCE, vedendo come l’Italia sia piena della sua opera tangibile e porti scritto da lui tutto il proprio futuro, debba provare travaglio più che riposo, quasi sopraffatto dalla propria grandezza”. In un’altra occasione Piovene scriverà che “Mussolini è più prossimo a Pascal che a Mazzarino” e che “la sostanza  dell’uomo e la sua politica sono sempre poesia”.

Il 22 novembre 1942, quando la guerra si mette al peggio, il Corriere della Sera deplora i cuori deboli che si sfilano il distintivo: “Anche in tempi normali il distintivo del Partito Nazionale Fascista va considerato quale segno di ferma opinione politica; ma oggi, in modo particolare, esprime tutti i migliori sentimenti del cittadino italiano e fascista. Eppure v’ha taluno che non sente questo orgoglio e toglie dall’occhiello questa piccola e pur così grande insegna di una fede!”.

Pochi mese dopo arriva il 25 luglio e il popolo compatto, guidato dalla grande stampa e dagli intellettuali alla Piovene (solo un pugno di professori aveva declinato di giurare al Regime) si ricrede sul DUCE. Nel Ventennio quegli intellettuali non hanno smesso un istante di agognare libertà e democrazia. I migliori, capeggiati da Togliatti e in sott’ordine da Giorgio Napolitano, le hanno invocate e ricevute da Giuseppe Stalin.

Porfirio

STEFANIA CRAXI E L’EREDITA’ DEL PADRE

Socialismo italiano e quello degli altri

Cosa sia il socialismo non è mai stato facile dire. Oggi lo è forse meno che mai, dopo il decesso di quello “reale” che se non altro era visibile e tangibile. E la difficoltà diventa addirittura di sesto grado in Italia, paese la cui politica è sempre stata un vero rompicapo per gli stranieri, almeno dopo la scomparsa di Mussolini, che peraltro era stato inizialmente socialista anche lui e dopo la prima caduta si riciclò alla testa di una repubblica “sociale”, finita però presto e male. A rigore sulla scena nazionale il socialismo non esiste quasi più, dopo che il partito più grosso o meno mingherlino che lo professava venne spazzato via, secondo i suoi orfani, dalla perfidia di Mani pulite.

Gli orfani riconoscibili o dichiarati si sono infatti dispersi all’interno degli opposti schieramenti mentre gli ex- o post- comunisti, che sembravano destinati secondo logica a raccogliere l’eredità del vecchio e più o meno glorioso nome, non possono usarlo in alcun modo all’interno dell’attuale PD perché inviso agli ex- o post-democristiani più o meno di sinistra compresa persino la pasionaria Rosy Bindi. Una residua bandiera socialista viene innalzata dalla porzione più moderata e più consistente dell’estrema sinistra capeggiata da Nichi Vendola, in attesa anch’essa, però, di rientrare in parlamento dopo la disfatta elettorale del 2008 e dimostrarsi comunque non effimera.

Su questo sfondo, la complessità e la nebulosità della questione acquistano adesso aspetti addirittura grotteschi. In un’intervista al Corriere della sera l’ex ministro Antonio Martino, alfiere del liberalismo più ferreo, denuncia un’asserita deriva socialista del governo Berlusconi. Gli replica Stefania Craxi, sottosegretaria agli Esteri, protestando per l’offesa all’ “onoratissima parola socialismo” e lanciandosi in una distinzione e una teorizzazione decisamente ardite. A suo dire, infatti, il socialismo di matrice ottocentesca, dopo i successi ottenuti con l’emancipazione di interi popoli e categorie sociali, sarebbe entrato in crisi negli anni Settanta quando, “conquistato il welfare state, non trovò più alcuna meta da additare”.

Missione compiuta, insomma. Fine della storia, allora? No, perchè ci pensò Craxi padre a prolungarla. Sarebbe stato infatti lui a “capire per primo che i nuovi traguardi andavano cercati nella valorizzazione della persona e nell’ampliamento delle libertà”, trovando una folta schiera di imitatori in tutta Europa compresi Tony Blair, i tedeschi della SPD, Zapatero e dirigenti vari della nuova Europa dell’est. Peccato che i traguardi additati dal defunto Bettino, per quanto nobilissimi, fossero perseguiti già da qualche secolo, sia pure con periodici sbandamenti e distrazioni, dagli antagonisti storici del socialismo senza che si sentisse il bisogno di rinforzi proprio dalla sua parte.

Peccato, inoltre, che Martino non sia certo isolato nel rimproverare a Berlusconi e soci la perdita strada facendo dello slancio liberalizzatore ostentato in partenza, senza che ciò impedisse alla Craxi figlia di continuare a trovarsi a suo agio nella Casa delle libertà e di manifestare invece qualche disagio soltanto ora che altri ex socialisti passati al centro-destra, a cominciare da Tremonti, danno segni di ripensamento sull’indiscutibilità del liberismo ad oltranza e della globalizzazione. Stefania peraltro esclude che il collega rischi ricadute nel socialismo e attribuisce piuttosto al “bossismo” l’assenza di tagli ai costi della politica nella manovra da 79 miliardi, che sembra deplorare. Ma non era stato suo padre a proclamare in parlamento, per discolparsi chiamando tutti gli altri a correi, che la politica, in democrazia, aveva i suoi sacrosanti costi?

Peccato, infine, che i suddetti ripensamenti siano nati dalla grande crisi ancora e più che mai aperta dell’economia e della finanza occidentali con conseguenti ripercussioni sul welfare state, che lungi dal confermarsi una conquista definitivamente acquisita è entrato a sua volta in sofferenza. Col concorso di altri fattori anche di politica estera, ne è scaturita una virata a sinistra dei maggiori partiti europei di tipo socialista, dalla SPD ai laburisti inglesi, passati sotto la guida di nuovi dirigenti apparentemente dimentichi degli insegnamenti di Bettino Craxi. E ciò mentre persino Obama, in America, viene accusato dalla destra di inclinazioni bolsceviche. Cose, queste, che la fiera Stefania, benché sottosegretario agli Esteri, sembrerebbe ignorare ovvero non tenere in alcuna considerazione.

Mevio Squinzia

GENERALE DITTATORE FILOSOCIALISTA

Dal saggio di un accademico americano, Colin M.Winston, titolo della traduzione spagnola La clase trabajadora y la derecha en Espana 19OO-36, trascrivo o riassumo i due capitoli dedicati alla politica del lavoro della Dittatura di Miguel Primo de Rivera. Si rileva che il golpe del 13 settembre 1923 “non fu una versione iberica della Marcia su Roma, bensì il classico pronunciamiento spagnolo. Primo de Rivera non evocò Mussolini ma il generale ottocentesco Prim e Joaquin Costa, lo scrittore che aveva invocato un ‘chirurgo di ferro’ perché la Spagna si salvasse. Il pronunciamiento fu il risultato della confluenza di una serie di crisi tra loro legate. I partiti liberali e conservatori avevano funzionato bene nell’assetto corrotto e semioligarchico di fine secolo XIX, ma erano incapaci di adattarsi al carattere più fluido e più democratico del sistema politico evolutosi a partire dal 1900. Nella Spagna del 1923 le Cortes immerse nel caoas e i politici che vi agivano avevano perso qualsiasi prestigio. L’odio viscerale di Primo de Rivera per i giochi del parlamentarismo e il disprezzo in cui teneva los politicastros gli valsero vasti consensi. Persino critici puntigliosi quali Ortega y Gasset si convinsero che il sistema era crollato, impossibilitato a riformarsi. Intellettuali come Ortega non tardarono a perdere le illusioni nella Dittatura, però l’adesione che le dettero all’inizio attesta a che punto era caduto il liberalismo”.

Il nuovo regime agì immediatamente per ristabilire la pace sociale. Il successo fu sorprendente: nel 1923 la Spagna aveva contato 819 attentati; l’anno dopo solo 18. La fase in cui lo scontro politico e sindacale si esprimeva in assassinii si chiuse col 1923. Fu soprattutto merito dell’applicazione rigorosa della legge marziale nei primi due anni del potere di Primo. A Madrid come a Barcellona l’autorità riuscì a disarticolare le formazioni anarchiche senza ricorso a metodi illegali. Rapinatori di banche e pistoleros furono passati per le armi. Le draconiane misure della settimana che seguì al colpo di Stato ebbero effetti immediati sul terrorismo. I pistoleros che non fuggirono si videro obbligati a guadagnarsi da vivere in altro modo. Sette anni di pace industriale imposta con la forza indussero le parti contrapposte a rinunziare alla violenza omicida. Lo sciopero generale proclamato il giorno dopo il golpe fu represso senza difficoltà dai militari.

Primo de Rivera non colpì tutti i sindacati. Il nemico era l’estremismo, non il sindacalismo. Nutriva una vera ammirazione per la centrale sindacale socialista UGT. Le dette un’assoluta libertà d’azione e una posizione privilegiata. La elogiava come una delle forze vitali della Spagna -l’altra era la formazione ufficiale Uniòn Patriotica. Nominò i suoi dirigenti in alcuni organismi pubblici. Invece non ci furono favori al sindacato cattolico, che si era subito dichiarato a favore del golpe.

Il regime Primo puntò a fondo sui comitati d’arbitrato che aveva istituito, composti alla pari di rappresentanti del padronato e dei lavoratori e, a partire dal 1926 coordinati nella importante Organizaciòn Corporativa Nacional, concepita e realizzata dal giovane ministro del Lavoro Eduardo Aunòs. I socialisti, considerati amici al punto che il Dittatore meditò di trasformarli in partito unico del regime, divennero egemoni della struttura nazionale di arbitrato che, liquidati in pratica i conflitti sindacali, componeva le controversie di lavoro.

La Dittatura riconobbe per la prima volta in Spagna la personalità collettiva del proletariato e i sindacati socialisti, guidati da Francisco Largo Caballero (futuro presidente del governo repubblicano, prima di Negrin, nella Guerra civile) cooperarono efficacemente alla creazione del nuovo ordine corporativo. I sindacati meno caratterizzati politicamente apprezzarono la liquidazione dei partiti e dell’elettoralismo, nel quale “todo se compra y se vende”. Vennero meno le differenze ideologiche tra regime e mondo del lavoro, egemonizzato dai socialisti col ribadito favore della Dittatura.

Il ministro del Lavoro Eduardo Aunòs si ispirava direttamente ai teorici del fascismo italiano: Ma altri statisti spegnoli avevano propugnato forme di corporativismo modernizzante, non necessariamente autoritario: sia l’ex primo ministro conservatore Antonio Maura sia Joaquìn Costa avevano formulato progetti per una ristrutturazione corporativa della realtà spagnola. Alcuni teorici anche stranieri hanno affermato a posteriori che il corporativismo non era propriamente importato dall’Italia; che anzi era una forma tipica di organizzazione sociale iberica. Si incontrano idee corporative in quasi tutte le correnti politiche della Spagna nel primo Novecento; finché assunsero la fisionomia di autentica terza via tra capitalismo liberale e collettivismo marxista o anarchico.

JJJ