TIME: OBAMA COME BUSH

Il titolo-calembour dell’articolo di Stephen L. Carter (TIME Jan.10, 2011) è “Man of war”. Com’è noto,”man of war” è anche lo strano nome di una fregata d’altri tempi. Recita il catenaccio: How does Barack Obama differ as a commander in chief from his swaggering predecessor? A lot less than you might think. A questo punto s’è capito quasi tutto, leggere l’articolo sarebbe quasi un di più. Invece no, leggiamo alcuni stralci. Nel frenocomio che è il Nord Europa radical-chic non c’è chi ha assegnato al presidente degli Stati Uniti il premio Nobel per la pace? E non siamo attorniati in ogni tram, in ogni bar, più ancora in ogni libreria, da belle anime per le quali il binomio nero e progressista è sicura garanzia di umanitarismo?

L’elezione di Obama, può darsi abbia aperto un’era nuova nella politica estera degli USA: Non però nella condotta delle nostre guerre. Le facciamo sotto Obama all’incirca come le facevamo sotto il suo predecessore. Forse nel 2008 Obama si è proposto come il presidente della pace, ma la prossima volta correrà come presidente della guerra. Le presidenziali del 2012 saranno anche un referendum sul capo delle forze armate più possenti della terra. Semplicemente, abbiamo eletto un presidente nella tradizione delle nostre guerre: un uomo che in ultima analisi sacrificherà l’idealismo nel nome della sicurezza.

Obama ha portato avanti nell’Irak l’approccio di Bush, e lo stesso fa nell’Afghanistan. Ha pienamente applicato la dottrina Bush: siamo decisi ad andare oltremare a combattere i nostri nemici, eliminandoli dovunque possibile, piuttosto che aspettare d’essere attaccati. E’ vero, Obama evita di parlare di vittoria: e questo è sbagliato. Se credi in ciò che fai, meglio vincere che perdere. Se ci sono guerre sbagliate, Obama dovrebbe porvi fine immediatamente, non in qualche data futura. Se sono giuste, dovrebbe dire chiaro che è obbligato a vincere. Anche continuando a torturare i prigionieri. Il modo più veloce per smettere di farlo è vincere la guerra. Se il presidente mettesse tutta la passione di cui è capace nel galvanizzare il paese in appoggio delle sue guerre -oggi sono le guerre sue e di nessun altro- sosterrebbe i suoi combattenti come nessun altro al mondo.

Obama è arrivato a rivendicare la liceità di metodi quali Bush non aveva reclamato -per esempio l’assassinio di cittadini americani, e sembra avere molto allargato le operazioni militari segrete, gli attacchi missilistici a grande distanza e simili. Forse gli avversari più feroci di Bush gli dovrebbero delle scuse.

Gli stralci dall’articolo di Carter -del quale è appena uscito il libro The violence of Peace: America’s Wars in the Age of Obama, Beast Books, 2011- finiscono qui. Una settimana dopo, 17 gennaio, la copertina del successivo numero di TIME reca la foto di un bambino afghano dilaniato (“by coalition aircraft“ dice la didascalia). E’ la regressione a ciò che tormentò il mondo negli anni del Vietnam. Ma anche gli occhi del Marine che porta in braccio gli stracci insanguinati racchiudenti il bambino dicono la tragedia dell’America: l,America ha ucciso la sua leggenda di fidanzata del mondo.. Per le sue dimensioni è diventata la nazione più militarista della storia, incapace di perseguire i suoi fini senza sparare alla cieca. Sta riabilitando Hitler. Riflettano i personaggi ‘democratici’ per i quali l’Irak e il Vietnam no, ma l’Afghanistan è una guerra giusta.

A.M.C.

NON 50 MILIONI I MORTI SE A DOWNING ST CI FOSSE STATO KEYNES

Ha scritto il recensore, Massimo Giannini, di Sono un liberale?, raccolta Adelphi di saggi di John Maynard Keynes (opportunamente presentato come ‘cervello straordinario’ e come il progettista della vera Terza Via tra socialismo e capitalismo) che un presupposto fondante del pensiero di Keynes era .

E’ passato mezzo secolo da quando un’affrettata valutazione di John F.Kennedy, appena eletto ma non ancora insediato alla Casa Bianca, decise il fatidico intervento in Indocina, negazione frontale del pacifismo di Keynes. Il presidente Eisenhower, il generale più vittorioso del mondo, aveva sconsigliato: ma l’irresistibile ex-sottotenente di vascello aveva bisogno di un’impresa bellica per consacrarsi continuatore del bellicismo democratico Wilson-Roosevelt-Truman; ed ebbe il suo glorioso Vietnam. Nei cinquant’anni che sono trascorsi ci siamo riavvezzi a considerare la guerra un fatto ordinario, quasi un male minore. Nazioni oggi pacifiche come la Germania e l’Olanda, paesi poco marziali come lo Stivale (più brillante nelle sfilate di moda, nelle coppe Uefa e nei festival del provolone che nelle dure prove delle armi), hanno mandato combattenti in Afghanistan, e vergogna ad obiettare.

Ho sotto gli occhi le cifre, accettate non da tutti ma da molti, dei morti nella Seconda guerra mondiale: “Persero la vita circa 50 milioni di persone, di cui 30 milioni nella sola Europa (Massimo Salvadori, Storia dell’età contemporanea, Torino, Loescher, 1976). L’Urss soffrì le perdite più gravi, 20 milioni, di cui 13,6 milioni soldati); la Polonia perse il 22% della popolazione (oltre 6 milioni di abitanti); la Germania 5 milioni, gli USA 290 mila, tutti militari”. 50 milioni di morti: come se in qualche momento della storia antica un continente come il nostro fosse rimasto vuoto. Prima di fare pensieri irresponsabili, ma anche comici, tipo “se lasciamo il fronte afghano, perdiamo il prestigio di grande paese” ricordiamo: il Keynes che predicò il rifiuto quasi assoluto della guerra, ‘anche a costo di far passare la Gran Bretagna per un paese debole’, aveva con altri rappresentato alla conferenza di Versailles quella che allora figurava ancora la quintessenza della potenza imperiale.

Primo responsabile del conflitto da 50 milioni di morti fu Hitler. Ma Hitler, la sua guerra, non l’aveva voluta mondiale, sapeva di non poterla vincere. L’aveva voluta limitata a un’Europa centro-orientale da annettere al Reich millenario. Fece varie proposte di pace a Parigi e a Londra. Fossero state accettate, Roosevelt non sarebbe riuscito a gettare nella lotta gli USA. Furono altri, non Hitler, a fare planetario il conflitto, con giustificazioni ideologiche valevoli solo per i macellai di popoli, solo per quanti consideravano scandaloso il rifiuto ‘quasi assoluto’ di Keynes. I condottieri di questo bellicismo furono Churchill, Roosevelt, i guerrafondai nipponici e Stalin per avere riarmato al punto di spingere il Fuehrer ad attaccare per primo. Dietro di loro vennero, molto scervellati, Daladier e quegli altri governanti parigini i quali, a quattro lustri da una mattanza da un milione e mezzo di caduti solo francesi, dichiararono guerra alla Germania ai sensi di un pezzo di carta tra diplomatici che garantiva a Varsavia un soccorso militare (che non ci fu), perché non fossero scalfiti il prestigio Belle Epoque del Quai d’Orsay e quello, appannato da Sedan, dell’ ‘esercito di terra più potente al mondo’.

Visto come andò a finire, ancora più scriteriato e velleitario fu l’intervento della Gran Bretagna. Oggi la Francia mantiene un ruolo da co-leader d’Europa. Invece il Regno Unito ha perso il massimo impero della storia e solo per modo di dire si è rialzato dalla prostrazione del 1945, anno sì delle celebrazioni di vittoria ma anche della quasi bancarotta e, per Churchill, della sconfessione elettorale.

Non aveva ragione Keynes “anche a costo di far passare la Gran Bretagna per un paese debole?” La sua nazione non avrebbe fatto conti più razionali se a Downing Street avesse insediato l’avversario assoluto della guerra piuttosto che il belluino discendente di Marlbrough che nel 1915 credette di conquistare i Dardanelli?

Anthony Cobeinsy

THREE MILLION INDIANS DIED BECAUSE OF CHURCHILL

In recent years I have been trying (in The Daily Babel too) to show with historic evidence that Winston Spencer Churchill, far from having acted as a champion of freedom and civilization, was one of the worst warmongers of the XX century. And that Britons should detest him as the national leader who, while impelling several conflicts and campaigns aimed to uphold the British Empire and Glory, did factually the most to destroy said empire and glory. By the way, a number of bona fide historians did not loose opportunities to stress the uncommon callousness of Sir Winston when confronted with problems of conscience.

It’s well known, for instance, that in 1915 Churchill, then First Lord of the Admiralty, willingly disregarded the human costs of the temerary operation of the Dardanelles. Against the advice of his admirals, the First Lord pushed for the operation: He won, the campaign failed utterly after taking many thousand lives. But the Dardanelles, among the Churchill’s evil deeds, was a comparatively innocent one. Instead nobody pushed the United Kingdom to enter WW2 more than Churchill, the forceful head of the war party in the London Establishment. That is, no Briton more than him acted to transform a regional conflict in Central Europe into the most lethal war in history.

Now an article of TIME (November 29, 2010) indicts the late Premier with a little known crime of sixtyseven years ago. Title: “The Ugly Briton. A scholarly account of Churchill’s shameful role in the Bengal famine leaves his reputation in tatters”. Incipit: <Few statesmen in the 20th century have reputations as outsize as Winston Churchill's. And yet his assidously self-promoted image as what the author Harold Evans called 'the British Lionheart on the ramparts of civilization' rests primarily on his WW2 rhetoric, rather than his actions as the head of a government that ruled the biggest empire the world has ever known. Madhusree Mukerjee's new book, Churchill's Secret War, reveals a side of Churchill largely ignored in the West and considerably tarnishes his heroic sheen,

< In 1943, some 3 million brown-skinned subjects of the Raj died in the Bengal famine, one of history's worst. Mukerjee delves into official documents and oral accounts of survivors to paint a horrifying portrait of how Churchill, as part of the Western war effort, ordered the diversion of food from starving Indians to already well equipped British soldiers and stockpiles in Britain and elsewhere in Europe.

<And he did so with a churlishness that cannot be excused on grounds of policy: Churchill's only response to a telegram from the government in Delhi about people perishing in the famine was to ask why Gandhi hadn't died yet.

<”I hate Indians” he told the Secretary of State for India, Leopold Amery. “They are a beastly people with a beastly religion. The famine was their own fault”, he declared at a war-cabinet meeting, for “breeding like rabbits”. .

The crime of 1943 against Bengal -better, against humanity- draws Churchill a little closer to Stalin, Himmler, Pol Pot and other assassins. Furthermore, it adds weight to the numerous accusations and witnesses raised against the wartime Prime Minister in the 95 years that elapsed since the bloody Dardanelles expedition. For instance, to the allegation that on July 14, 1943 he ordered the shooting down, in the Gibraltar sky, of the British 4-motor bomber who was carrying, in addition to crew and several passengers, general Wladislaw Sikorsky, head of the Polish government in London and of the Polish Army which was fighting Germans on the side of Britain. Cburchill is commonly suspected to have perpetrated this crime in order to please Stalin, the arch-enemy of right-wing Polish, the one who in 1940 ordered the Katyn mass killing of Polish officers, and in late summer of 1944 forbade the Soviet Army to conquer Warsaw, right across the Vistula, so that the Wehrmacht and the SS could exterminate the Polish anticommunist fighters who had insurrected.

The total destruction by the RAF of Dresden, a city of no residual industrial or military value, when the Wehrmacht had practically collapsed, the victorious Red Army was advancing fast and Dresden was teeming with fugitives from the eastern territories, was additional evidence of the Churchillian cruelty. At least 100,000 persons died.

While Indians mourn the millions who perished in 1943 because of Churchill, the whole world should feel revulsion, if it would know the truth behind the iconic image of the so called New Lionheart projected by the war.propaganda machine. However Churchill had something in common with King Richard I. The latter too, the original Lionheart, was fit to ruthlessness: He did not give mercy to the Saracens who had defended Acre. After surrendering, they were slaughtered by a churchillian command of the Lionheart.

On their part, Britons should pity themselves because destiny and their own subservience to the Tory Establishment gave the political power to the top national warmonger. Churchill’s lifetime vocation to war -almost any war- had an enormous consequence: the cancellation of the British Empire and greatness. After Churchill’s war Britain found herself broke and deprived of a world role. Today’s Britain is just the hulk of a wrecked stately ship. Churchill demanded WW2 so that Britain would stay great. The result was the downgrading to a status of irrelevancy.

Antonio Massimo Calderazzi

Una nuova guerra, perché?

Tutte le guerre che occupano le pagine dei nostri libri di storia e che fanno giudicare i periodi di pace niente più che intervalli fra una guerra e l’altra non hanno impedito che la gente continui a pensare che un conflitto armato fra popoli o stati sia un avvenimento eccezionale. “Guerra e Pace” è il titolo di un romanzo famoso. Ma la vera contrapposizione sarebbe – così pensano i più – “Guerra e Mondo”, perché un mondo senza guerre è nei nostri pensieri più che non sia un mondo sempre in guerra; la guerra è l’eccezione, mondo è tutto il resto.

Il mondo, la vita, contengono in sé la conflittualità. Ma il mondo come dovrebbe essere e si vorrebbe che fosse è naturale pensarlo senza crudeltà, violenze e distruzioni. E’ per questo modo di pensare che ogni volta che “scoppia” una guerra le reazioni sono due: 1. Ci si chiede che cosa l’ha fatta succedere; 2. Come si giustificano quelli che l’hanno provocata?

La prima domanda porta alla ricerca di una causa, come si fa con avvenimenti che si ritengono fuori dal comune: ci si chiede perché la superficie del pianeta, normalmente stabile, di tanto in tanto tremi (non ci si chiede perché sta ferma); ci si chiede perché i fiumi “esondano”, come ci si chiede il perché della follia e non della salute mentale; La risposta a queste domande si dice “spiegazione causale” ed è l’indicazione di una causa; se la si rimuove, quando è possibile, sparirà anche l’effetto. Se invece l’avvenimento di cui si tratta è attribuito alla decisione di qualcuno, di uno che se lo può permettere, allora si chiede a questo qualcuno di spiegarci perché ha deciso quello che ha deciso. Si parla anche questa volta di “ spiegazione” e anche di “ perché”; ma il secondo “perché” è legato ad un “affinché”, cioè ad uno scopo, che giustifichi una decisione tanto grave; si chiede una spiegazione che è una “giustificazione” e il “perché” della giustificazione è diverso dal “perché” della spiegazione; è un ricondurre ciò che si fatto a delle ragioni, non a delle cause. Le ragioni sono una faccenda personale, di chi ha deciso, le cause sono una cosa esterna, che si subisce; spiegazione causale e giustificazione razionale son due cose diverse, che quando c’è l’una diventa inutile l’altra. E se vengono attribuite allo stesso avvenimento provocano l’accusa di ridondanza e di ipocrisia. Diciamo che è un ipocrita, un impostore, chi fa passare per causa una sua decisione; si sottrae così al bisogno di dar spiegazioni. Una causa non si giustifica.

Quando ne combina qualcuna di storta, che non saprebbe giustificare, il Buon Dio cambia nome, si fa chiamare “caso”; così sembra abbia detto niente di meno che Voltaire. Non può, questo Dio, presentarsi insieme come buono e come onnipotente. Gli umani, che invece sono sempre benevoli con Lui, hanno escogitato tante soluzioni per questa convivenza impossibile. La più onesta è quella del mistero, la più radicale è il dar ogni volta la colpa a se stessi: “chissà di che cosa l’avremo offeso, e Lui ce lo fa capire con le disgrazie che ci manda, che sono delle punizioni”; ci sono anche quelli che parlano di un Dio che “permette” che certe cose accadano; ma questa volta dovrebbe essere Lui a giustificarsi. Ma poiché questo a Dio non si può chiedere, ci pensa la bonomia popolare: “in quel momento il Signore dormiva, ne ha ben diritto anche Lui”.

Per gli umani si hanno altre esigenze: se subiscono, devono dire che cosa hanno subito, se decidono, per quali ragioni hanno deciso. Fra l’enorme mucchio di guerre che la nostra memoria storica ci permette di recuperare in ogni tempo e in ogni luogo ne abbiamo estratte due che ci sembrano rappresentative della guerra decisa e della guerra subita: le crociate e la prima guerra mondiale.

Le crociate noi le potremmo mettere in relazione con la famosa “jihad” di Maometto. O perfino con le guerre sante dei re assiri. Le più antiche guerre sante, guerre giustificate, di cui si ha notizia si rintracciano nelle iscrizioni assire (1): il re è responsabile delle sue azioni verso gli dèi piuttosto che verso il popolo; “il re è addirittura tenuto ad informare gli dèi degli avvenimenti di guerra e delle loro conclusioni”. Si scrivevano addirittura “lettere agli dèi; missive che avevano lo scopo di riferire agli dèi dell’adempimento della divina missione che era imposta al re” (p. 20)”. E’ difficile non vedervi un precedente dei moderni bollettini di guerra, con i quali si informa il popolo sovrano; ed è anche difficile non chiedersi se qualche volta il re assiro non avrà condito le sue lettere con qualche menzogna o vanteria.

Poi sono venute le “guerre sante” dell’Occidente cristiano. Esse furono “bandite”, decise, dai papi i quali trovavano indecente che i luoghi sacri della cristianità fossero governati da conquistatori di un’altra religione pur essa monoteistica; tanto più che i sovrani di quelle terre si mostravano poco accoglienti e ospitali, sottoponevano i pellegrini che avevano fatto sì lungo viaggio a vessazioni, estorsioni e balzelli. Dapprima i papi si rivolsero ai loro popoli, fra i quali predicavano la necessità di partire spontaneamente; successivamente ai sovrani, con il comando e il ricatto diplomatico. Furono insomma guerre e spedizioni decise e le decisioni erano esplicite e giustificate pubblicamente; quelli che partivano erano capaci di spiegare a stessi e a chiunque “perché” partivano.

Ben al contrario, il conflitto del l915-18 fu iniziato da sovrani e ministri sotto la pressione dei comandi militari dell’Austria-Ungheria e della Germana imperiale. Si basavano sui precedenti di interventi militari poco sanguinosi e distruttivi. Quando ne venne fuori il conflitto più sanguinoso della storia cominciò il palleggio delle responsabilità. Tanto che i vinti, per avere la pace, si videro imporre di assumersi la responsabilità di tutti quei morti ammazzati.

In ogni Paese vi erano state minoranze, perlopiù di intellettuali, che avevano addotto ragioni poco comprensibili ai più: che bisognava far valere la Kultur germanica sulla civilisation francese, che bisognava proteggere gli slavi del sud, i serbi, dalla prepotenza austriaca, più in generale le piccole nazioni, come la Serbia, appunto, o il Belgio, dalle prepotenze degli Imperi centrali; nel caso dell’Italia che bisognava completare il risorgimento, facendo coincidere i confini dello stato italiano con quelli geografici della penisola. Ma queste ragioni sarebbe azzardato dire che ebbero l’efficacia che viene attribuita alle cause; esse non penetrarono mai fra le masse dei combattenti, che si massacrarono senza odiarsi, che combatterono per un dovere che era accompagnato dalla paura; e anche per un orgoglio provocato in loro; non certamente per una fede religiosa, per la voce di un dio. Se ci chiediamo un perché di tanto conflitto dobbiamo indicare della cause, non delle giustificazioni; con l’eccezione dell’intervento degli Stati Uniti d’America.

Cause e giustificazioni sono due cose diverse, come si è detto. Una causa la si subisce; una giustificazione viene da noi stessi. E’ però anch’essa il richiamo ad una forza esterna superiore. Ma accade che ci si giustifichi dicendo che si vuol anticipare una causa, un avvenimento che però è del futuro, di un futuro che si decide di non subire. Così fu per l’intervento militare germanico sul Belgio neutrale, e neutrale per accordi comuni; la giustificazione era che si temevano gli effetti dell’alleanza franco-russa; e quando l’Inghilterra decise di uscire dal proprio tradizionale isolamento la giustificazione fu che si temevano gli effetti dell’occupazione tedesca del Belgio. La miscela che ne esce, in questi casi, è micidiale, perché si compiono azioni scelte sentendosene costretti. E costretti da qualcosa che non si vede, perché non è ancora accaduto. I precedenti sono numerosi nella storia.

Una guerra non è una guerra se non provoca morti, feriti, distruzioni. Chi la decide lo sa bene e molto spesso si può dire che proprio lo voglia. Ma non può dire che lo vuole, che se lo augura e aspetta, e allora dice che ne è costretto; ma da un avvenimento che deve ancora arrivare.

In certe battaglie del rinascimento, soprattutto in Italia, armate mercenarie mostravano l’una all’altra quanti cannoni, quanti cavalli, quanti soldati e come armati ciascuna poteva mostrare, poi su questa base trattavano o si combattevano. Andrea Doria, il famoso ammiraglio genovese del cinquecento, non portò a termine nessuno degli scontri navali che ebbe con turchi, francesi, corsari; interrompeva la battaglia per trattare, e di questo fu rimproverato. Anche Machiavelli rimproverava alle truppe mercenarie di non impegnarsi veramente nel combattimento.

Anche quelli che decisero il conflitto 14-18 volevano vincere ma non distruggere i loro nemici; gli spostamenti di confine furono modesti. L’intenzione era di distruggerne la potenza militare, indebolirli di armamenti e di truppe. Ma la situazione sfuggì al loro controllo, molte di quelle sanguinosissime battaglie furono di puro sterminio.

Ma sterminio di chi? Proprio soltanto delle masse di soldati nemici? Il sospetto viene che anche le proprie masse si volesse sterminare. In tempo di guerra ci si ritiene autorizzati a mentire, molto di più che in tempo di pace. Si mente sui morti e sui vivi, sulle risorse, sulle armi e così via; ma soprattutto si mente sulle intenzioni. Nessuno dice “perché” ha iniziato una guerra e proprio per questo coloro che desiderano sapere qualcosa si sentono autorizzati a ragionare con la loro testa. E il ragionamento è molto semplice: se non mi dici “perché” hai deciso, o se mi dai risposte reticenti, evasive, pretestuose, è che quelle vere non le vuoi dire; forse nemmeno puoi dirmele, tanto ti sembrano sproporzionate alla gravità delle conseguenze; e ne sei spaventato tu stesso.

La prima guerra mondiale interruppe un periodo di pace e di prosperità nei Paesi avanzati. Le testimonianze elogiative della “belle époque” sono infinite. Ricordo soltanto lo scrittore e filosofo russo Vladimir Soloviev (2). In uno scritto “I tre dialoghi” uscito nel 1903, fa discutere fra di loro varie persone su temi di attualità. Fra di essi un politico, il quale magnifica ed esalta la qualità e la fortuna dei tempi in cui è loro toccato di vivere. Fra queste fortune c’è che non si fanno più guerre; almeno in Europa, e quelle che si combattono su altri continenti non sono poi gran che devastanti. La guerra sembra proprio una cosa dei tempi passati, o di luoghi lontani.

Quel politico non poteva immaginare, neanche appena immaginare, quanto sarebbe apparso fuori luogo tanto suo compiacimento. Nel giro di qualche settimana estiva (e viene la tentazione di dar la colpa proprio all’estate) sette Paesi d’Europa (Serbia, Austria-Ungheria, Russia, Germania, Belgio, Francia, Inghilterra) si trovarono ad affrontarsi in sanguinosissime battaglie di distruzione. Il succedersi degli avvenimenti è noto a sufficienza. Lo stupore non è finito ancor oggi. Le spiegazioni che ne diedero allora i singoli governi furono un elenco di “atti dovuti”, come conseguenza di impegni diplomatici e morali non disattendibili. Soltanto i serbi, aggrediti per primi, non diedero spiegazioni. Erano atti dovuti presentati e sentiti come irreversibili. Quindi riconosciuti come cause determinanti.

“L’irreversibilità delle mosse crea nei decisori un senso di costrizione”; così ha scritto lo storico e politologo Gian Enrico Rusconi (3). Ma dopo tanti anni che sono passati, e dopo tante letture di testi molto spesso banali, anche se complicati, noi una risposta ce la dobbiamo ancor dare. E siamo portati a pensare che dietro a questa insufficienza ci sia una insufficienza nel descrivere la situazione in cui la guerra è “scoppiata”. Ci si limitava alle cause politiche, alle rivalità fra gli stati.
Si dimentica che la prestigiosa Europa della “belle époque” poggiava su di un cuscino di paura. Era la paura delle masse che ospitava in sé: contadini, che continuavano il lavoro e la vita delle precedenti società feudali, operai delle grandi fabbriche che vivevano emarginati nelle periferie, così visibilmente diverse dai quartieri borghesi delle grandi città, lavoratori del mare, mendicanti, gente emarginata. Tutti costoro bollivano al confronto delle loro condizioni, di cui li rendevano consapevoli intellettuali socialisti, comunisti, anarchici. E la borghesia, che di loro aveva bisogno, che con loro doveva vivere, non aveva altro discorso che quello dell’attesa; attesa che il benessere proprio arrivasse anche a loro, per naturale espansione secondo le tendenze del mercato, la cui natura era di allargarsi. Che fosse un discorso in buona parte ipocrita lo si vedeva dal fatto che questo mercato tendeva sì ad allargarsi, ma per lo più all’interno delle classi che stavano bene; mentre ogni stato gonfiava il proprio bisogno di sicurezza, che conviveva con l’esigenza, ritenuta legittima, di estendere al resto del mondo la propria efficienza e prosperità. Quando la diplomazia dei partiti interni al sistema si mostrò incapace di risolvere i singoli contrasti che di volta in volta nascevano venne sostituita con le armi dei militari, cresciute in quegli anni di denaro disponibile, forse fuori dal controllo dei militari stessi. E tutto esplose con l’episodio di Sarajevo, ricostruito “sul tempo” come pochi sanno fare da Emil Ludwig (4).
Conviene ricordare che l’uccisione dell’erede al trono dell’Austria-Ungheria avvenne in territorio imperiale, sotto il controllo della polizia imperiale; che non fu mai dimostrata, né al momento, né poi, alcuna responsabilità o coinvolgimento della vicina Serbia; che gli attentatori erano serbi, questo è vero, ma erano serbi cittadini dell’impero; che l’ultimatum austriaco alla Serbia venne accolto quasi per intero; che la risposta serba non venne neppur letta dall’ambasciatore austriaco. Vicende esposte con grande capacità di ricostruire la contingenza da Emil Ludwig nel suo utilissimo libro “Luglio ‘14” (n). In perfetta malafede la Serbia venne invasa militarmente e scattarono gli obblighi internazionali di Russia, Germania, Francia, Inghilterra; era quanto bastava per scatenare un conflitto che si sarebbe esteso.

Sorprendono le somiglianze con quanto accadde dopo la distruzione delle torri gemelle di New York, poco meno di un secolo più tardi. Anche in questo caso si pensò di punire un atto offensivo compiuto su un territorio di propria competenza aggredendo uno stato indipendente, in questo caso lontano, ritenuto corresponsabile. I motivi di questa asserita corresponsabilità sono di natura etnica, religiosa, morale, non giuridica e anche questi nemmeno dichiarati in modo pubblico. Si veda l’interessante piccolo scritto di Giulietto Chiesa “La guerra come menzogna“ (5). Nell’un caso come nell’altro è stato sostenuto, con argomenti molto convincenti, che le aggressioni a questi stati di fuori erano state pensate e preparate già da prima e che si aspettasse l’episodio scatenante. E furono presentate come doverose guerre di rappresaglia aggressioni che avevano ben altre origini e motivazioni.
E’ il caso di recuperare la differenza iniziale fra guerre decise e guerre subite. La prima guerra europea del 15-18 venne presentata da tutti, anche da coloro che spararono i primi colpi di cannone, come guerra necessaria, inevitabile, subita. Senza voler escludere che ci sia qualcosa di vero in questa presentazione, perché anche gli obblighi internazionali hanno una loro forza, rimane tuttavia più che lecito pensare che si trattasse di “atti dovuti” costruiti in anticipo; ovvero, di decisioni nascoste tenute in sospeso. Un bel lavoro per storici, psicologi, economisti, sociologi e quanti altri hanno già cercato di occuparsene creando addirittura una disciplina riservata, la polemologia.

Riflettendo su questa ipotesi delle decisioni nascoste, la prima cosa da pensare è che se questa decisione si appoggiava a qualcosa che non si poteva dire bisognava costruirsi un qualcosa che si potesse dire, che fosse in linea con il pensare comune e facile da spiegare alle masse. Erano di questo tipo l’indipendenza del popolo polacco, diviso fra russi, tedeschi e austriaci e anche gli attriti linguistici e territoriali tra Francia e Germania e pure l’irredentismo italiano; c’era poi l’insoddisfazione degli slavi cui il regime di Francesco Giuseppe si era mostrato incapace di far fronte.

Dietro c’era qualcosa che proprio non si sapeva riconoscere, né all’interno dei circoli di potere né sulle piazze; era la speranza, ahinoi non consapevole, che mobilitando le masse in una guerra fra nazioni si sarebbe potuto evitare quella rivoluzione che incombeva su tutte.

In tutte le nazioni la disciplina e l’autoritarismo dei militari si sovrapposero alle differenze di regime; repressioni interne crudeli che erano pensate per terrorizzare la truppa e raramente corrispondevano ad insubordinazioni o rifiuti di combattere. I comandi militari avevano più a cuore le scorte di carburante, di munizioni, di automezzi che la vita dei loro stessi soldati.

La vita del soldato era considerata una risorsa a costo zero; era di persone senza diritti, o quei facilmente aggirabili; avevano soltanto il dovere dell’obbedienza passiva, di farsi automi (n Gemelli) al richiamo della Patria o dell’Imperatore. Era un dovere senza compensi o rivendicazioni, quindi un passo indietro ai doveri del bracciante, del contadino, dell’operaio, quello che pure erano stati quando non erano militari. Il soldato doveva soltanto “krepieren” come fa dire al maresciallo austriaco Conrad quel tragico burlone dello scrittore ceco Jaroslav Hašek al suo soldato Sc’veik (6).

La morte in battaglia era anonima e non aveva compensi. La guerra individuale, quella degli antichi eroi o cavalieri, era riservata agli assi dell’aviazione, a qualche poeta eroe scomodo o a qualche altro eroe da propaganda; gente che era meglio non tornasse a casa per fare il reduce ribelle o contestatore. Le stesse autorità religiose se c’era un sacerdote un poco riottoso e tormentato da dubbi lo preferivano come cappellano dell’esercito.

La morte in battaglia del soldato conferiva alla gloria dei comandanti e alle speranze di pace sociale ai padroni del futuro. “Sacrificio della borghesia” fu detta la prima guerra mondiale. Fu piuttosto un sacrificio dei popoli ai quali la borghesia non fu capace di sottrarsi. Più ci si allontana da quegli anni e più cadono gli ostacoli al faticoso lavoro di ricostruire la contingenza. Ed emerge l’immagine di una gran confusione della quale si avvidero scrittori come Gadda, Barbusse, Hašek, certamente altri che non conosco; una confusione delle menti penetrata dalla paura per un sommovimento sociale che si temeva più di una sconfitta. E di certo in quella contingenza non erano prevedibili i milioni di morti, di mutilati, di ammalati e l’impoverimento generale. L’Europa perse il suo primato nel mondo. Ma un rimprovero si può fare a chi prese quelle decisioni, di non aver fatto niente per evitarle, di averle vissute come cause determinanti.

Paolo Facchi

Note
1. “War, peace and empire”, justification of war in Assirian Royal Inscriptions, by Bustenny Oded, Wiesbaden, dr. Ludwig Reichert Verlag, 1992.
2. Vladimir Soloviev, “I tre dialoghi”, Marietti 1975.
3. Gian Enrico Rusconi, “Rischio 1914”, Bologna, Il Mulino 1987.
4. Emil Ludwig, “Luglio ‘14”, Milano Mondadori 1930.
5. Giulietto Chiesa, “La guerra come menzogna”, Roma Nottetempo, 2003.
6. Jaroslav Hašek, “Il buon soldato Sc’veik”, Milano Feltrinelli 2010. Si veda anche il mio racconto “Intelligenza con il nemico” in “Racconti filosofici”, Milano, Moretti Honegger, 2005.

AFGHANISTAN: When sepoys die

Every time a non-American Nato warrior is killed in Afghanistan some politicians and/or gurus in the country of the dead rinse their throats with the syllogism (sort of): casualties must be accepted so the crusade for democracy and human rights will triumph. Is it so?

Apart that most crusades in history failed, the truth is that the Nato coalition is not fighting for noble goals. It is waging another colonial conquest war of the United States, a one similar to the wars against Mexico, Spain or Iraq. All empires on Earth were more or less built through colonial wars; but in the past justifications for conquests were not needed. Today it’s different -so Obama and his advisors are in trouble.

It’s a lie, a delusion anyway, that Islamic fundamentalism will be deleted if the West quells Afghanistan. A few thousand caves can be obliterated there by drones, missiles and flamethrowers (with children killed as collateral damages), but a great many more caves exist on the planet. Terrorist can also operate where caves are lacking. Is the Nato coalition going to wage wars in each continent?

If terrorism cannot be cancelled with the tools of the Pentagon, just two justifications remain for the Afghan crusade: a) saving the face of a Nobel prizewinner (for peace!) who is also the supreme warlord on the planet; b) expanding the American possessions in Central Asia. From the colonialist viewpoint, the above justifications are perfectly legitimate. But they involve only the U.S. and those mercenary governments that have been promised tangible gains in payment of their war efforts, casualties and crimes included. Such governments supply, among other things, the sepoys general Petreus needs. The sepoy was a native East Indian employed as a soldier by Britain. Today native Britons are Obama’s best sepoys.

Rome will possibly send additional sepoys (in Italian: ascari) to serve under Petreus. What gains has been assured if Afghanistan is conquered with the help of carabinieri? A share in the government of the world? Of course not. Pentagon contracts and deals are the real prizes for Italy. So highly incongrous are the efforts to throw Italy into mourning when three-color coffins arrive from Afghanistan. The victims of that war were not heroes, as their fatherland was not imperiled. They were professionals seeking career and money. They also died for the sake of jobs and dividends for the national economy.

Italy should drastically cut her military budget, and the same should do all countries of the world, US included. As to Rome, her armed forces should be miniaturized to the size of auxiliaries of the civilian police. Armed forces are immorally expensive and evil.

Recently a traditionalist Italian reader asked former ambassador Sergio Romano, a foremost commentator on international affairs, the following question: the new government of Britain will significantly lower its military budget. Insn’t this going to damage London’s international role? The ambassador’s answer: Britain’s budget deficit is twice the Italian one. Now that the British might has practically disappeared, Premier David Cameron is right in cancelling 20 to 30 per cent of the military expense, and even more right in abandoning the conventional diplomatic strategy of the last 65 years. “The special partnership with Washington forced Britain into two wars which were mistaken”.

An additional appraisal of the former ambassador: “The U.S. have misused their planetary leadership and are responsible for the major crisis, especially the financial ones, of the last decade. The Afghan war has infected Pakistan and the Caucasus. So the American leadership is on the wane.”

The logical inference is that the allies of Washington should stop behaving as Sepoy States.

Jone
da Daily Babel

ROOSEVELT ED ALTRI MACELLAI DI POPOLI

L’impostura della guerra democratica

E’ abbastanza corta la lista comunemente accettata dei guerrafondai “immediati”, cioè che presero le decisioni finali e irreparabili, nel Novecento. Guglielmo II; gli austriaci Berchtold e Conrad von Hoetzendorff, qualche altro ministro o maresciallo; i governanti giapponesi dalle guerre a Corea e Cina a Pearl Harbor; Adolf Hitler; Mussolini. Venti, trenta persone. Cento anni di conflitti fecero forse cento milioni di morti, devastazioni anche spirituali e politiche senza numero, ma gli altri responsabili, quelli non compresi nel breve catalogo di cui sopra, tutti assolti. Amnistiati. “Collocati nelle circostanze”. Legittimati dall’amor di patria che li travolgeva, dai doveri di monarchi o reggitori, dai meriti soverchianti di altre loro opere, dalla ragion di Stato. Chi coronò l’edificazione nazionale, chi respinse l’aggressore, chi costruì il socialismo, chi cercò di tenere insieme un impero, chi abbattè regimi totalitari per far trionfare la democrazia e il capitalismo, chi liquidò il colonialismo. Tutti perdonati. Guerrafondai, secondo la consuetudine, solo i Venti o Trenta: con uno smisurato sovrappiù di biasimo per coloro che vennero sconfitti.

Invece le cose non stanno così. E’ vero, quasi tutti gli statisti della storia fecero guerre, e quelli che conseguirono la gloria ne fecero più degli altri. Non possiamo considerarli tutti macellai di popoli. Solo coloro che misero tutto l’impegno di cui erano capaci, tutta l’intelligenza e l’energia, nel convogliare le masse nella mattanza dei conflitti.

Quando credevamo esistere le “guerre giuste” , esoneravamo da colpe coloro che le muovevano: per difendere la patria, per vendicare torti, per conquistare o riconquistare territori, per espandere commerci e industrie. Addirittura esaltavamo quanti bandivano crociate ideologiche: rivoluzione, conservazione, libertà, fascismo, antifascismo, i sacri destini nazionali, le conquiste proletarie, il resto.

Oggi dobbiamo rinnegare tutto ciò, senza alcuna eccezione. L’uomo individuo deve esercitare come mai in passato il diritto di vivere e di non uccidere. Deve rifiutare non solo di morire, anche di soffrire nelle trincee, per la Patria, per la Libertà, per il Socialismo, per l’Antisocialismo. Se la minaccia delle corti marziali e dei plotoni d’esecuzione continuerà a costringere l’individuo a combattere, sarà criminale sopraffazione dello Stato Moloch, non il nobile esercizio di civismo di cui si parlava in passato. La figura dell’eroe spontaneo resterà entro certi limiti ammirevole. Ma l’eroismo non dovrà più imporlo la bandiera, l’allineamento ideale, la solidarietà di classe, ogni altra impostura. Mandare in guerra chi non sia militare professionale, cioè mercenario, non è più un diritto dei governanti. Chi muoverà guerra ipso facto si macchierà facto di crimini contro l’uomo.

In queste pagine parleremo solo di alcuni tra i tanti guerrafondai inspiegabilmente assolti, nonostante il sangue che fecero scorrere. Raymond Poincaré, nel 1914 presidente della Repubblica ma in realtà dominatore della politica estera della Francia. Sergei Dimitrovic Sazonov, al momento di Sarajevo ministro degli Esteri dello Zar e anch’egli egemone, come Poincaré, delle tragiche decisioni che -nel campo dell’Intesa- fecero esplodere la Grande Guerra (senza di quella, il secondo conflitto mondiale non sarebbe venuto, o sarebbe stato un’altra cosa. Forse la Russia non sarebbe diventata bolscevica, forse l’Italia non sarebbe diventata fascista. Certo senza la sconfitta e senza Versailles mai i tedeschi si sarebbero dati a Hitler, perché Hitler non sarebbe sorto).

Parleremo anche di Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, il quale volle la sua nazione in guerra benché nessun nemico la minacciasse. In realtà volle lanciare l’America come la superpotenza che ancora non era, e in ciò precorse i suoi successori più scopertamente imperialisti, F.D.Roosevelt e Bush junior.

Prima di raccontare il guerrafondaio peggiore e più fortunato di tutti, F.D.Roosevelt appunto, segnaleremo la malazione finale dei capi del comunismo spagnolo. A Franco saldamente insediato al potere coll’irresistibile vittoria del 1939, ritennero di lanciare una “Resistencia armada”, che come movimento guerrigliero non aveva alcuna prospettiva, e infatti non agì, ma fece alcune migliaia di morti nel nome della Rivoluzione. Man mano che lo Stato franchista si dimostrava imbattibile, i contadini e altri proletari aiutarono a sterminare i partigiani.


CLICCA QUI PER SCARICARE IL PDF DELL’OPERA COMPLETA (77pag.)