IMITANDO DISRAELI E CERTI GRANDI TORIES MONTI AIUTI I POVERI. A SINISTRA NON LO FARANNO

Giorni fa un economista ha osservato che, oltre a un popolo di lavoratori precari, c’è un popolo di aziende precarie; e che queste ultime, messe in pericolo a tempo indeterminabile, rilutteranno a dare lavoro anche quando il peggio sarà passato.

Dunque la questione sociale si farà seria: già ora centinaia di migliaia di dipendenti pubblici minacciati  dalla scadenza dei contratti a termine, un alto numero di aziende in crisi, da quelle grandi -le Ilva, Fiat, Sulcis, Alcoa, Irisbus- ai negozietti da una commessa, che hanno chiuso o farebbero bene a chiudere. A parte l’ipotetica ripresa, la questione sociale quale si pone oggi non ha che una soluzione, una svolta solidaristica e redistributiva. Per ora l’Agenda Monti non la prevede, se non minima. Ancora meno c’è da attendersi da un governo del Pd, se Bersani manterrà la rotta tradizionale, se cioè dipenderà dai Vendoli/Fassini/Landini, i quali mai avranno forza per redistribuire. L’Agenda Monti, se sarà applicata, apporterà questa o quella razionalizzazione semplificazione modernizzazione. Nessuna svolta.

Intanto la disoccupazione sale, il non-lavoro giovanile batte ogni record e non ha toccato il fondo. Ci viene detto che i pilastri dell’Agenda Monti sono il consolidamento dei conti e la crescita: niente novità grosse.  Ci si dice che la morsa del rigore potrebbe a tempo debito essere allentata, sempre che lo spread si stabilizzi in basso. Potrebbero essere addolciti gli scaglioni dell’Irpef, potrebbero arrivare vantaggi fiscali per le imprese che fanno innovazione e si internazionalizzano (e i negozietti da una commessa?). Il più ambizioso dei capitoli dell’Agenda è quello delle liberalizzazioni ideate da Passera: professioni, servizi, energia, gas, trasporti, utilities. Se anche tutte si realizzassero, allevierebbero le difficoltà del momento, ma non ridurrebbero un indebitamento patologico.

La spesa pubblica potrà un giorno ridursi, con la lesina tradizionale,  di un ventesimo, da circa 800 a 760 miliardi. Ma ove si dovessero garantire mediamente sei-settecento euro al mese a 4 milioni di famiglie senza reddito, la spesa sociale diretta crescerebbe di una trentina di miliardi all’anno: quasi niente andrebbe ad abbassare l’indebitamento. Conseguenza: a volere dimezzare quest’ultimo entro un decennio, la lesina tradizionale non basterà mai. Occorrerà lo sventramento rivoluzionario dei conti. In aggiunta al mantenimento dei prelievi straordinari quali l’Imu, si imporranno le avocazioni dei redditi più alti, gli espropri a carico delle grandi fortune e di quanti esporteranno illegalmente i capitali, l’esilio dei nemici più accaniti del nuovo corso. Né un ipotetico Pd tutto guadagnato al sinistrismo, né un futuro Fronte popolare più assertivo di quelli francese e spagnolo degli anni Trenta saprebbero fare tali avocazioni, espropri ed esilii, costituendo questi ultimi una rivoluzione non violenta. Nello stantio gioco della democrazia elettorale perderebbero presto il potere.

Le sinistre tradizionali non tenteranno mai la rivoluzione non violenta. Faranno come Léon Blum e Mitterrand in Francia, Azagna e Zapatero in Spagna: novità nelle sole mode e nei soli linguaggi della politica, ribaltamento dei costumi, dilatazione dei diritti e dei contesti più o meno innocui, ma quasi nessun livellamento delle condizioni. Peraltro il probabile naufragio dei conati sinistristi e l’ennesima controffensiva del mercato non vorranno dire il ritorno al benessere edonistico e agli alti consumi. Le condizioni per questo ritorno non ci saranno, vietate dalla globalizzazione.

Resta invece la teorica possibilità che, in tempi molto difficili, un nuovo Disraeli o un nuovo Giolitti, di nome Monti, politicamente più fortunato del Monti del 2012, riesca da destra a scompaginare i vecchi giochi. Se rimediasse agli errori ed omissioni del 2012, Mario Monti sarebbe certamente in grado di farsi Disraeli o Giolitti, dal Luigi Facta che appariva al momento delle dimissioni indotte dal malanimo berlusconiano. Benjamin Disraeli, da premier come da capo dell’opposizione di Sua Maestà come da romanziere, operò coerentemente per fare più aperto e più provvido il conservatorismo britannico. In questo lavoro di correzione riuscì solo in parte, ma mostrò la strada a vari successori, p.es. ai tre autorevoli tories da Birmingham: Joseph Chamberlain e i suoi figli Austen e Neville seppero parlare ai popolani. Seppero ottenerne abbastanza consensi da attestarsi ai vertici del governo. Vent’anni prima di diventare primo ministro, Neville realizzò la costruzione di quasi un milione di case popolari. Harold Macmillan figlio di un grande editore, genero del duca del Devonshire governatore generale del Canada, infine primo ministro dopo Anthony Eden, governò sei anni da prudente ‘riformatore sociale’: “Non siete mai stati così bene” poteva dire ai proletari. Quanto a Giovanni Giolitti, sappiamo tutti che se i massimalisti pappagalli di Marx&Engels non avessero vietato, egli avrebbe allargato la sua larga maggioranza ai socialisti di Turati. Forse non avremmo avuto il fascismo e le guerre.

Mario Monti dovrebbe imitare i Disraeli d’ogni tempo e nazione, dimenticando Goldman Sachs e altri operatori di iniquità. Dovrebbe farsi paterno, all’occorrenza paternalistico, coi poveri cui le sinistre non sapranno dare nulla di importante. Se il Bocconiano non avrà voluto accettare la particolare lezione del torismo britannico, altri farà al suo posto. Forse sarà un grande uomo di religione (o di tensione ideale, che è la stessa cosa).

Anthony Cobeinsy

LA CASTA STA TRIONFANDO: CONVINCIAMOCI A ODIARE QUESTA DEMOCRAZIA

Non poteva andare peggio a noi millenaristi imbecilli, a noi messianici ebeti che abbiamo preso sul serio gli opinionisti dei grandi media, soci in affari degli oligarchi. Per uno sforzo di umiltà avevamo anteposto al nostro il loro giudizio: più che sbagliato, truffaldino. Scrivevano sapendo di mentire. Soprattutto agli inizi del 2012 annunciavano che la partitocrazia e il malaffare nati dalla Resistenza erano spacciati, che la Seconda Repubblica moriva e con essi quasi un settantennio della nostra storia, prevalentemente dominato dalle malazioni. Fingevano di credere che la peggiore classe politica e le peggiori istituzioni del mondo occidentale fossero condannate dal disprezzo del Paese. Noi imbecilli abbiamo dato credito ed ora ci constatiamo frodati. La confederazione dei ladri impostori si è rialzata di colpo, così come un pugile al tappeto ritrova miracolosamente le forze.

La Terza repubblica comincia uguale alla Seconda e alla Prima. Tutto il potere torna ai partiti  delinquenziali. Più che mai i grandi media pendono dalle labbra dei segretari, portavoce e capigruppo. Niente tagli ai costi della politica, niente paletti contro i reati, niente crepuscolo degli Dei. Business as usual. Il prossimo 25 febbraio mille gaglioffi  si insedieranno e passeranno alla cassa per percepire la quota legale del bottino; per quella illegale daranno tempo al tempo. Nessuno dei vecchi ceffi sparirà, nessun ladrocinio sarà fermato, gli elettori non si ammutineranno. Al ristorante gli opinionisti delle grandi testate sghignazzeranno di soddisfazione coi segretari, portavoce, capigruppo.

Dalla sventura impariamo almeno una lezione. Il regime resiste, catafratto. I nostri connazionali sono lemmings spensierati: programmati a obbedire agli istinti, enzimi ed ormoni, non si fanno domande, accettano tutto, votano. Questo vuol dire una cosa sola: il sistema sorto nel 1945 e difeso dalla peggiore tra le Cartestracce costituzioniali non è risanabile. Un giorno un manipolo di militari giustizialisti, guidato da un uomo di fegato, dovrà abbatterlo come fecero gli ufficiali portoghesi del 1974. Imprescindibile il possesso delle armi, ma da noi basterà la minaccia delle armi. Quasi nessuno si leverà a difesa di una legalità data in appalto ai fuori legge.

Il 2012 dimostra che l’esperimento di un governo tecnico insediato anche perché ripristinasse la razionalità non ha neanche scalfito la politica delinquenziale. Nulla mai migliorerà finché le Istituzioni non saranno messe fuori gioco, visto che questa legalità difende i saccheggiatori. Anche se era prevedibile, è drammatico che un governante emergenziale come Monti abbia visto fallire o decomporsi ogni tentativo di risanamento (ma le regole d’ingaggio ricevute dal Colle -salvare la partitocrazia- non gli lasciavano scampo). Se non ci resta che sperare in un manipolo di congiurati giustizialisti è perché  verosimilmente la minaccia della forza taglierà il nodo che ci imprigiona.

La democrazia delle urne non vale niente. Chi sa immaginare una prospettiva non eversiva? Una volta che reparti d’elite, carabinieri paracadutisti eccetera, avranno fisicamente chiuso i portoni delle Camere, delle assemblee, delle istituzioni, degli uffici che erogano i fondi a centomila gerarchi, il regime non troverà seguaci e i giustizieri/demolitori avvieranno la Seconda Ricostruzione.

Il governo dell’eccezione militare sarà breve: il tempo di radere al suolo gli assetti sciagurati e di aprire una fase costituente gestita in compartecipazione con la gente: gli strumenti ora ci sono, collaudati e credibili. L’ideale, verosimile, sarebbe andare verso l’instaurazione di una delle varie formule di democrazia diretta selettiva. Ma sarebbe pur sempre una bonifica salutare se, dopo la parentesi di governo riformatore armato, si riaprissero i giochi convenzionali, però drasticamente risanati, amputati, asportati quanto basti. Il parlamento potrebbe diventare monocamerale, perdere l’ottanta per cento dei membri, essere in parte reclutato col sorteggio. Le Regioni e ogni altro organismo elettivo verrebbero risanati e ridotti a tutti i livelli. Cento altre riforme sarebbero varate dai militari. I consulenti, meglio stranieri. Esclusi tutti i politici professionisti e invece inclusi i cittadini individuati dal sorteggio. Prima di rientrare nelle caserme i reggitori giustizialisti dovrebbero almeno impostare le draconiane riforme di struttura richiedenti tempi più lunghi. Mancherebbero di sofisticazione costituzionale, ma meglio così. La più imperativa delle misure sarebbe rendere meno immorali e costose tutte le istituzioni e le funzioni pubbliche.

Questo e altro farebbe la gestione dei bonificatori militari, grazie alla minaccia delle armi di cui sono detentori unici, e grazie all’appoggio di settori sociali votati al cambiamento vero, non quello dei cartelloni elettorali. Nulla di rispettabile verrà mai dalla casta dei politici.

A.M.C.

IL BELLO (l’Italia), IL BRUTTO (Monti), IL CATTIVO (la politica)

UN’ALTRA ITALIA è POSSIBILE?

 

Pasqua è ancor lontana, eppure questi sono già giorni di “Passione” per la nostra seconda Repubblica: partita di slancio, vent’anni or sono, col suo carico di promesse (una nuova etica pubblica, un rinnovamento della classe politica, riforme strutturali…), è rimasta praticamente ferma ai nastri di partenza.

Miracolosamente recitano ancora sul palco del teatrino politico italiano personaggi “evergreen”, quali Berlusconi, Fini, Casini, Bersani: se un paziente, caduto in coma nel ’94, si risvegliasse solo oggi, sarebbe assai difficile convincerlo che sono trascorsi invano diciotto anni!

La seconda Repubblica ha offerto solo il peggio di sé. Eppure rimpiangere la prima, come in voga tra i nostalgici, è un’operazione “ai limiti dell’irragionevolezza”: come dimenticare che la prima Repubblica è miseramente crollata travolta da un’ondata di corruzione e monetine? E come nascondere che quel fardello -chiamato debito pubblico- che gli italiani si caricano sulle spalle è stato riempito dalla politica clientelare ed affarista di quei favolosi anni ‘80?!

 

Nell’anno trascorso, il Capo dello Stato, affidando ad un tecnico il compito di traghettare l’Italia tra le onde burrascose della speculazione finanziaria, ha agito da “curatore fallimentare” della seconda Repubblica, non più fidandosi dei vari “Schettino” della politica nostrana. Ma dove dirigere, adesso, la nave Italia?

Tornare indietro non è più possibile, così come proseguire sulla rotta tracciata dal bipolarismo malato di questi anni. Occorre guardare avanti e far rotta verso una terza Repubblica, completando finalmente quella traversata perigliosa iniziata nel ’94.

In che modo? Seguendo tre direttrici:

◆ in primis, una riforma strutturale dell’assetto istituzionale del Paese (attuando un vero federalismo, abolendo le Province, riparando i guasti di un’affrettata riforma del Titolo V della Costituzione ed introducendo l’elezione diretta del Capo dello Stato);

◆ in secundis, un rinnovamento radicale della classe politica italiana (introducendo il limite di due mandati per ogni carica elettiva ed imponendo ai partiti per legge le primarie);

◆ in tertiis, il ripristino sostanziale di una “democrazia rappresentativa” (restituendo ai cittadini -ancora detentori della sovranità- la facoltà d’incidere sulle scelte della politica, abolendo il Porcellum, rivitalizzando l’istituto referendario con l’abolizione del quorum ed introducendo i referendum propositivi).

Via maestra per conseguire un traguardo così ambizioso sarebbe l’elezione di una nuova Costituente. Sarà mai il nostro Paese pronto ad una simile “prova di maturità”?

 

 

UN’ALTRA POLITICA è POSSIBILE?

 

Il Natale ha portato in dono agli italiani una campagna elettorale: non certo il regalo più ambito (c’è da scommettere che i più avrebbero preferito un meteorite su Montecitorio!). A cinquanta giorni dal voto, il quadro politico appare ancora confuso, indecifrabile: citando indegnamente Zarathustra, da questo “caos” non verrà certo fuori una “stella danzante”, per lo più un’Italia decadente!

 

Il centrosinistra, ancora una volta, ha cambiato contenitore pur di non cambiar contenuto: dopo i Progressisti, l’Ulivo e l’Unione, è arrivato il turno dell’“Italia Bene Comune”.

Questa coalizione parte favorita ai nastri di partenza, ma la probabile vittoria del Pd non dovrebbe entusiasmare più di tanto un partito che si conferma incapace da un lato di andar oltre quel 30% del suo massimo consenso storico (nonostante il “vuoto politico” lasciato dagli avversari), dall’altro di sciogliere il nodo della propria identità politica (fra i democratici, c’è persino chi si vergogna d’apparire Keynesiano!).

La vittoria del centrosinistra, inoltre, rischia di rivelarsi una “vittoria di Pirro” nel caso in cui non disponesse di una maggioranza assoluta al Senato. In quest’ipotesi, l’unico errore da non commettere sarebbe “porgere l’altra guancia” a Casini, offrendogli un’alleanze di legislatura. La via maestra, piuttosto, sarebbe battezzare un “governo di transizione” con un mandato di scopo: consentire al Parlamento di varare una nuova legge elettorale, con la quale ripresentarsi alle urne entro l’estate 2013.

 

Nel centrodestra Berlusconi sembra muoversi a ritmo di valzer, alternando passi “avanti” (l’annuncio della sua sesta ridiscesa in campo), poi “indietro” (la disponibilità a cedere il passo prima a Monti, poi ad un altro premier gradito alla Lega), poi ancora “laterali” (l’indicazione del fido Angelino alla successione).

Che il Cavaliere sia tornato dalle vacanze Keniote con idee più confuse che mai lo dimostrano le sue mosse: prima l’avallo delle primarie (con tanto di candidature e raccolta firme), poi la loro cancellazione; prima la sfiducia a Mario Monti, poi l’indicazione dello stesso come federatore dei moderati (in una colazione inclusiva della Lega e con al primo punto del programma l’abolizione dell’Imu!).

A tal punto, o il centrodestra avrà il coraggio di compiere il “regicidio” oppure rischia di lasciarsi trascinare inesorabilmente a fondo dal suo stesso fondatore!

 

La Lega, schiacciata dalla vergogna di dover giustificare i diamanti di Belsito, gli investimenti in Tanzania del partito e le “miracolose” lauree albanesi del Trota, ha oggi una sola priorità: non più entrare a Palazzo Chigi, quanto superare la fatidica soglia di sbarramento al Parlamento. Probabilmente Maroni e Tosi, i “barbari sognanti” del nord-est, riusciranno nell’impresa di rianimare un movimento indipendentista e legalitario scopertosi centralista e ladrone. Il dubbio è se il tempo sia oramai troppo stretto da qui alle prossime elezioni…

 

Il centro “naviga a vista”, sperando solo in capitan Monti, finalmente decisosi a prendere in mano il timone dei moderati. Anche se la nave del Pdl sembra guidata da capitan Schettino e quella del Pd non mostra segnali di ostilità, in acqua vi sono altre presenze ingombrati: i pirati grillini ed i rivoluzionari di Ingroia. Se non si ricostituisse l’asse Pdl-Lega, al Pd si aprirebbe lo spiraglio giusto per vincere anche in Lombardia e Piemonte, con tanto di “adieu” alle ambizioni centriste di porsi come ago della bilancia in un futuro Parlamento balcanizzato! Per la prima volta, così, Casini rischierebbe d’aver fatto i conti senza l’oste: il grande centro potrebbe rivelarsi solo un grande fiasco!

 

A Sinistra del centrosinistra si è affacciata una nuova formazione politica: “Rivoluzione Civile”, la lista guidata da Ingroia, sostenuta dai sindaci De Magistris ed Orlando. Le chance di successo (ovvero di superare la soglia di sbarramento) di questo nuovo soggetto politico dipenderanno da un solo fattore: la capacità di aprirsi alla società civile ed imporre ai partiti che lo sostengono (Idv, Prci, Pdci e Verdi) un profondo rinnovamento.

I primi segnali sono incoraggianti (i partiti hanno rinunciato al loro simbolo ed i loro segretari al ruolo di capolista). Vedremo se alle belle parole seguiranno fatti concreti: se si tratterà di tracciare un nuovo percorso per una Sinistra finalmente progressista e di governo oppure di un cartello elettorale: l’ennesimo “maquillage politico”!

Che dire? Se son rose… saran rosse!

 

In questo marasma, l’unica certezza è l’ingresso di una folta schiera di “grillini” nel prossimo Parlamento. Il Movimento Cinque Stelle è sbalorditivamente cresciuto puntando tutto sulla protesta: sullo smascheramento dell’ipocrisia di chi siede in Parlamento e sulla denuncia degli odiosi privilegi di un’intera classe politica. Ma le famose “Cinque Stelle” (acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo, connettività ed ambiente) non saranno certo sufficienti per una proposta seria di governo del Paese.

Tanti gli interrogativi irrisolti:

◆ quali posizioni assumerà il Movimento sulle più disparate questioni di politica nazionale fin ora non discusse? Chi detterà la linea? Grillo o qualche organismo collegiale rappresentativo della base?

◆ Il ruolo dei parlamentari grillini sarà quello di meri “portavoce” del Capo, il cui massimo grado d’autonomia sarà apporre un “Mi piace” ai suo post? Quale ruolo si ritaglierà Grillo? Quello di “padre nobile” del Movimento o di “padre padrone” dell’ennesimo partito personale?

A molte di queste domande credo nemmeno Grillo possa ancora dar risposta…

 

 

UN ALTRO MONTI (BIS)? NON E’ POSSIBILE!

 

In qualsiasi democrazia, chiunque miri alla più alta carica di governo può percorrere una sola strada: candidarsi alle elezioni ed ottenere “un voto in più” del proprio avversario. Non è concepibile, dopo la breve parentesi del governo tecnico, immaginare “un’altra eccezione” a questa basilare regola democratica! Mario Monti ha tutto il diritto di ambire alla premiership, ad una condizione: dimostrare di disporre di un’ampia legittimazione popolare. Fino a prova contraria, difatti, la sovranità appartiene ancora al popolo!

 

Senza voler apparire “portatore di sventura”, per una volta l’Economista della Bocconi potrebbe aver fatto male i conti: la sua scelta di “salire in politica” potrebbe rivelarsi un inaspettato boomerang!

Fino a pochi giorni fa, Mario Monti si presentava al Paese come un “deus ex machina”: un salvatore della Patria, capace di far uscire l’Italia da una situazione apparentemente senza più via d’uscita. Di contro, l’unica via d’uscita dalla sua esperienza di governo portava dritto al Quirinale (in qualità di successore di Napolitano) o di nuovo a Palazzo Chigi (in qualità di premier “super partes” indicato dai partiti) o in Europa (magari in veste di successore del presidente Barroso).

Una volta che il Professore si è tirato in mezzo all’agone politico, il quadro è profondamente cambiato: alle prossime elezioni, la coalizione Monti rischia di porsi come terzo, forse quarto polo del Paese (dato Bersani per favorito, Berlusconi e Grillo hanno le carte in regola per ambire a prendere un voto in più di Fini e Casini!).

A tal punto, a che titolo Mario Monti potrebbe contendere il posto a Bersani, ragionevolmente leader del primo partito d’Italia, per di più legittimato dalle primarie?

Se “è tanto più facile ricambiare un’offesa che un beneficio” (P.C.Tacito), perché mai il Cavaliere, dopo aver ricevuto il gran rifiuto dal Senatore, dovrebbe appoggiare una sua corsa al Quirinale? Se “non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico” (C. Pavese), perché mai Berlusconi, dopo esser stato ridicolizzato dall’ironia british del Professore, non dovrebbe preferire al suo posto persino la Finocchiaro al Colle?

 

 

UN ALTRO PAESE, Più SEMPLICEMENTE “NORMALE”, è POSSIBILE?

 

Nel 2008, in piena campagna elettorale, Walter Veltroni pronunciò queste parole: “L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa”. In tutta onestà, come credere al mito degli “Italiani brava gente” o alla favola per cui il Paese reale sia fatto di tutt’altra pasta rispetto a chi lo governa?

Se gente come Raffaele Lombardo, Marcello Dell’Utri, Cesare Previti ed i vari Scilipoti di turno e De Gregorio d’Italia hanno assunto ruoli di responsabilità pubblica è perché non pochi italiani hanno riposto in loro la loro fiducia!

Si dirà che il Porcellum ha estromesso gli elettori della facoltà di scelta dei candidati. Ma nel Lazio, dove alle elezioni regionali sono previste le preferenze, Fiorito -meglio noto come “er Batman”- non è forse risultato il consigliere più votato?

Alle parlamentarie del Pd gli elettori non hanno forse candidato a furor di popolo anche personaggi condannati o indagati, quali Genovese, Crisafulli e Papania in Sicilia?

L’ex assessore regionale Zambetti pare aver “comprato” 4.000 preferenze dalla ‘ndrangheta per assicurarsi l’ingresso al Pirellone. Ma, dietro ad ogni voto comprato, non vi è forse un elettore “venduto”?

Totò Cuffaro, all’epoca già condannato in primo grado per favoreggiamento mafioso, è stato candidato dall’Udc al Senato. Gli elettori siciliani non l’hanno forse premiato con un consenso plebiscitario? Qualcuno ha interpretato la massiccia astensione dell’elettorato siciliano alle ultime regionali come la prova del disgusto nei confronti di un certo modo di fare politica. Ma non è più probabile che molti, essendo consapevoli di non poter più ottenere “nulla in cambio” dalla politica di questi tempi, abbiano preferito risparmiare il proprio voto, aspettando “nuovi acquirenti”?!

Il “vaccino del berlusconismo” -per citare Montanelli- è stato iniettato ripetutamente agli italiani, pur producendo pesanti “effetti collaterali” (colossali conflitti d’interessi, ripetute leggi “ad personam” -dal decreto “salva ladri” del ’94 alla legge sul legittimo impedimento del 2010-, soppressione delle voci dell’informazione sgradite al potere -ricordate l’editto bulgaro?-, cancellazione della facoltà degli elettori di scegliere i parlamentari -si veda il “Porcellum”-, abuso del ricorso alla fiducia ed alla decretazione d’urgenza…). Eppure gli elettori non hanno forse atteso la “sesta” ridiscesa in campo del Cavaliere prima di iniziare a provare qualche “intimo prurito”?!

Come poter credere, allora, che gli italiani siano davvero migliori della “Casta” che li governa?

di Gaspare Sera

Blog “Panta Rei

DESTINO MEROVINGIO PER MARIO MONTI

Lo sanno tutti che la prima grande dinastia franca, i Merovingi, fondata da re Clodoveo nel 481, non finì bene: abbastanza presto ridotta dal potere dei maestri di palazzo al ruolo di rois fainéants. L’ultimo sovrano merovingio, Childerico III, fu deposto da Pipino il Breve padre di Carlo Magno. Nei suoi tredici mesi Mario Monti ha fatto il merovingio, menomato dall’arroganza dei partiti, camuffata da senso di responsabilità. Al di là delle rivalità intestine, i partiti erano e sono strettamente confederati in un ‘maestro di palazzo collettivo’ capeggiato  da una specie di Pipino il Breve chiamato Giorgio Napolitano. Il collettivo ingiungeva, il Merovingio applicava.

Nel novembre 2011, insediandosi a palazzo Chigi, il Nostro cinse la corona di Clodoveo -dell’antenato primo, Meroveo, si sa poco- nel migliore dei modi. Annunciò che, oltre a scongiurare il default, pericolo supremo, avrebbe ucciso il drago della malapolitica. Ne avrebbe tagliato in grande i costi e i ranghi, abolito o diradato le province e le prefetture, avocato i redditi dei superburocrati e dei boiardi oltre il livello del più alto dei magistrati, incoraggiato il passaggio al parlamento unicamerale, avviato le grandi dismissioni; e parecchio altro. Soprattutto avrebbe fatto avanzare in modo simultaneo austerità ed equità, spirito imprenditoriale e socialità. Equità avrebbe voluto che il dovizioso One per Cent dello Stivale soffrisse, p.es. per l’Imu, tanto quanto soffrirono gli abitatori di bilocali più servizi. Perché la sofferenza fosse eguale, se i bilocali pagarono mille, i più ricchi di tutti avrebbero dovuto pagare cinquecentomila: questo essendo all’incirca il divario tra le condizioni.

Nulla di simile è avvenuto. Nell’anno di Monti l’incremento della progressività del prelievo fiscale è stato infimo. In realtà l’aggressione straordinaria sugli spiantati inermi avrebbe dovuto essere accompagnata da un’autentica patrimoniale sulle grandi fortune. Se all’espatrio illegale dei capitali si fosse risposto con espropri di beni non espatriabili e coll’esilio dei possessori nemici della collettività, ben pochi capitali avrebbero abbandonato il suolo patrio. All’asserzione, fatta anche dal Merovingio, che la patrimoniale avrebbe disincentivato gli investimenti stranieri, è agevole opporre che sarebbe stato facile esentare da prelievi eccezionali per ‘x’ decenni i nuovi investimenti dimostrabilmente stranieri.

Nessun gioiello nazionale è stato messo in vendita: cominciando dal Quirinale offensivamente costoso e sfarzoso. L’azione contro i costi e le prevaricazioni della politica, tutta delinquenziale, non è mai cominciata. Se un giorno sarà intrapresa, avverrà sotto un altro consolato. Inoltre appariva naturale, coerente con la logica bonificatrice del governo tecnico, che imitassimo i numerosi paesi che hanno ridotto le spese militari e chiuso le spedizioni all’estero. Incomprensibilmente, nel 2012 lo zelo atlantista e l’offerta a Washington di contributi a nostre spese sono cresciuti invece di ridursi. Per comprare super-armi di ultima generazione, Monti ha tagliato il Welfare. Invece nessuno può censurare il Fiduciario della partitocrazia per non avere preso misure in pro della crescita: primo perchè nessuna di tali misure era possibile nel 2012, secondo perché la crescita non dovrà più essere perseguita come lo è stata nell’ingannevole passato. Va sì perseguita la fraternità verso chi resta senza reddito. Gli alti consumi di massa non sono una priorità.

A credito del Merovingio devono certamente andare le parziali migliorie nei conti dello Stato e l’indubbio incremento della nostra reputazione internazionale rispetto al ludibrio in cui era affondata. Però: chi si sente di fare previsioni su quando e come dimezzeremo il debito sovrano, ove non cesserà la protezione ai privilegi della  nascita, della ricchezza e delle caste? Dovesse Monti diventare capo dello Stato, il suo volto sarebbe cento volte preferibile a quello di qualsiasi altro avanzo delle repubbliche trapassate.  Però il potere vero sarà dei partiti: il collettivo dei maestri di palazzo i cui capostipiti si chiamano De Gasperi Nenni Togliatti invece che Pipino il Breve Pipino di Herstal  Carlo Martello.

Ad ogni modo, non finirono molto bene nemmeno i vincitori carolingi. Il loro impero non fu millenario. Né durerà per sempre l’usurpazione dei partiti che soggiogarono Monti.

A.M.C.

LE CHANCES DI GLORIA CHE ANCORA RESTANO A MARIO MONTI

Se l’Uomo del Loden riuscirà a diventare capo dello Stato -salvando il paese da questo o quell’avanzo delle nostre due-tre repubbliche in liquidazione amministrativa- è probabile faccia cose grosse. Più grosse, è ovvio, di quelle fatte a palazzo Chigi, che non sono state grosse (le migliori furono solo abbozzate, o annunciate). Se non riuscirà, ma resterà a sforzarsi di fare lo statista, non è escluso che faccia il nostro bene in altro ruolo, per esempio quello di rilanciare l’edificazione dell’Europa: e in tal caso gioverà alla patria comune del Continente persino più che al paese di provenienza. Se invece tornerà alla Bocconi, o alla Goldman Sachs, o a qualsiasi altro polo di produzione di denaro col denaro (o polo di speculazioni e perdite), il suo fallimento come governante sarà tra i più gravi.

Grave per esempio quanto quello di Giovanni Giolitti, che nel maggio 1915 si fece battere da Gabriele d’Annunzio, dagli studenti patriottardi e dall’abominevole duo Salandra-Sonnino; risultato, 600 mila morti. Oppure grave quanto quello del suo luogotenente Luigi Facta, il presidente del

Consiglio che nell’ottobre 1922 credette di fermare il fascismo, un movimento grosso, con uno strumento piccolo: un decreto di stato d’assedio che il re V.E.III poté agevolmente rifiutare di firmare. A voler elencare altri capi di governo alla fine sconfitti o umiliati, non si avrebbe che l’imbarazzo della scelta. C’è Georges Clemenceau, il Tigre che “trionfando” a Versailles nel 1919 rese inevitabile il secondo conflitto mondiale, implicante in primis la distruzione di Cecoslovacchia, Polonia e Jugoslavia (da lui e da Woodrow Wilson inventate quali “potenze”) e l’annientamento militare della Francia stessa, “trionfatrice” abbiamo detto della conferenza della Vittoria a Versailles. Provò a diventare presidente della repubblica, e non riuscì. Anche il presidente Wilson finì male, però aveva varato l’imperialismo planetario armato degli USA. Un giovanotto aristocratico di nome F.D.Roosevelt, sottosegretario alla Marina nell’amministrazione Wilson, rilancerà in grande l’imperialismo armato. Messa così, Wilson fallì solo in parte.

Se il destino vorrà che Mario Monti finisca semplice bocconiano in chief, oppure uno dei marescialli della macrofinanza, egli Monti si consoli. Non avrebbe potuto essere più completo il fallimento del semidio dei libri di storia, Winston S. Churchill, grazie al cui belluino bellicismo la Gran Bretagna passò dalla superpotenza pentacontinentale del 1939 all’odierno status di commissionaria di borsa e  albergatrice specializzata in ex-sudditi coloniali. Altre débacles disonorevoli, quelle di Manuel Azagna (da dominus della Spagna repubblicana a fuggiasco nel 1939) o di Pierre Mendès-France speranza parigina; quest’ultimo associato nella sconfitta a tutti indistintamente i capi di governo della Quarta repubblica francese. A non voler parlare di Paul Reynaud, ultimo president du conseil della Repubblica precedente alla Quarta, quella abbattuta dalla Wehrmacht nel 1940.

Abbiamo fatto pochi esempi per consolare Mario Monti, ove davvero si rintanerà alla Bocconi, o a Yale, o in qualsiasi ipercapitale finanziaria asiatica. Se invece sarà innalzato a Primo Cittadino, potrà riscattarsi alla grande. In fondo entrerà nei manuali di storia il suo predecessore immediato, un signore che non era stato abbastanza importante nemmeno a Botteghe Oscure, però depose Berlusconi e si fece impresario di Monti. Quante opere grandi potrebbe ancora compiere quest’ultimo da Primo Cittadino! Intanto sorvegliare e correggere Bersani, o qualunque altro naufrago dell’estinta  repubblica. Poi prestare  fideiussione a favore del nostro debito sovrano. Poi imporre il più possibile della sua Agenda, cominciando magari dalle Grandi Invisibili, Equità e Frugalità, proclamate invano un anno fa.

Nel campo di diretta competenza del Comandante supremo delle forze armate, Monti potrebbe forzare la miniaturizzazione di queste ultime e la vendita, non l’acquisto, di cacciabombardieri, drones e superarmi spaziali. Potrebbe cancellare le missioni all’estero, o almeno fatturarle al Pentagono invece che a voi e a me. Potrebbe razionalizzare trentine di sottobilanci della Difesa, p.es. abolendo i Tribunali militari, che ancora esistono e costano. Se poi da Monti venissero, a reti unificate, inputs quali “servono carceri civili” oppure “non costruiamo Tav”, chi dice che sarebbero  inutili?

Infine l’opera più meritoria di tutte: non insediarsi nella reggia dei papi-re; per le modeste necessità degli uffici della presidenza usare solo un quarto del Palazzo infame; vendere o dare in affitto il resto. Meglio ancora sarebbe se il Monti settennale chiudesse del tutto il Quirinale, riducendo di nove decimi consiglieri corazzieri palafrenieri lacché, e cacciando i quirinalisti di tutte le testate. Il ricavato della vendita all’asta di mobili arazzi corazze cavalli e livree. destinarlo alle famiglie dei carcerati, ai reparti di oncologia pediatrica e simili. Se ciò farà, dedicheremo a Monti tutte le vie/piazze/corsi/viali Cadorna Diaz persino Mazzini.

Basilio

LE MANI PIU’ FORTI DI UN ALTRO MONTI. SE NO, ATATURK

Al suo avvento, Mario Monti avrebbe dovuto fare le cose grandi e aspre di un’economia e di una società in guerra. Sei mesi dopo, contabilizziamo cose piccole e facili, appropriate non al Demiurgo

che molti, anche fuori d’Italia, invocavano; ma ad uno dei successori dorotei di Mariano Rumor; un successore più esperto degli altri nelle dottrine economiche e nei vertici decisivi/innocui in lingua inglese. Un’economia di guerra non può non esigere dagli alti redditi sacrifici straordinari quanto straordinari sono i frangenti. Monti si è erto a difesa degli alti redditi. Una patrimoniale era il minimo che dovesse imporre loro, al posto dell’esproprio. Una patrimoniale che in un colpo solo tagliasse l’indebitamento di 500 miliardi. Invece l’ha imposta a tutti, inevitabilmente leggera. Gli alti redditi, come i politici ladri, l’hanno scampata. Ringraziano Monti e il Metternich che, dal Colle, ha fissato le regole d’ingaggio.

Il professore che ha preso gusto al Palazzo e alla tribuna delle autorità non la racconta giusta, quando sostiene che una patrimoniale dura avrebbe fatto fuggire i capitali. Lo Stato che ha varato la tracciabilità e i blitz di Befera è tecnicamente in grado di intercettare la fuga, con un basso margine d’errore. E’ in grado di punirne gli autori coll’espulsione loro e delle famiglie, nonché con la confisca dei beni che non riescono ad esportare. Questo si chiama esilio. Era in onore ad Atene e a Firenze: va riscoperto in grande, trascurando la Costituzione (da cestinare) e la sua Corte (da chiudere).

Un’economia di guerra avrebbe imposto tagli draconiani sulla spesa pubblica improduttiva. Più ancora su quella imperdonabile: lo sfarzo per tenere alto il prestigio, le convenzioni, il protocollo, le parate, le insulsaggini diplomatiche, le canagliate della spesa militare imposta da Washington, la protezione del fatturato e del monte stipendi di Finmeccanica. Qualsiasi altro successore di Mariano Rumor avrebbe fatto come Monti: non tagli ma nuove commesse all’industria bellica. A volere tenere alte le spese militari, bisognava ottenere che se le addossasse il Pentagono che le esige.

Di dismissioni di beni pubblici, nemmeno l’ombra, col pretesto che si sarebbero sviliti se fossero stati messi sul mercato sul serio: come se chi è sul punto del fallimento può pretendere di vendere ai livelli più alti del mercato. Alcune centinaia di caserme, di quando eravamo 8 milioni di baionette, sono lì a richiedere manutenzione. L’abolizione delle province e di ‘n’ enti inutili resta una fata Morgana. L’aggressione ai costi, ai furti e alle frodi della politica è vietata dai partiti, la pensata di Napolitano essendo consistita proprio in questo: un Mario Monti che scongiura il crollo del sistema, però è sostenuto e ricattato dai partiti. L’uomo del Colle non perde occasione per ululare che i partiti sono indispensabili, fingendo di dimenticare che i partiti sono amati da un italiano su 50. Monti era atteso dal compito storico di sfasciare, non puntellare, la partitocrazia. Se il Colle si opponeva, dirlo al Paese, non temere il conflitto tra istituzioni. Quando un assetto è pessimo, va smontato.

Il gesto più clamoroso, perciò più efficace, avrebbe dovuto essere tagliare di nove decimi il bilancio della presidenza della  Repubblica, la più ipertrofica delle strutture, il peggiore dei cattivi esempi. Licenziare quasi tutti i cortigiani, i ciambellani, i lacché, i giardinieri, gli stallieri delle residenze presidenziali. Mandare i corazzieri a dirigere il traffico, meglio a farsi fotografare dalle turiste. In breve, chiudere e vendere il Quirinale  sapendo che Pechino, Seul o Mosca pagherebbero bene una reggia papale/sabauda dove alloggiare in licenza premio, a migliaia alla volta, i rispettivi lavoratori e gerarchetti. Per gli uffici del capo dello Stato bastano 25 stanze e 23 milioni invece di 230. Applicando trattamenti ruvidi a tutti gli organi della cosa pubblica, l’elettroshock sarebbe salutare, il risparmio mastodontico.

Tutto ciò potrebbe ancora farsi, visto che la crisi peggiorerà. Però esigerebbe da Monti il coraggio, la volontà scardinatrice, la consapevolezza che, come sul ‘Corriere’ ha scritto Gian Arturo Ferrari “le mandibole della crisi frantumano perbenismi, buone intenzioni, fedeltà, appartenenze, speranze, dignità, ideali”; e che “nel 1928, un anno prima della Grande Crisi, il partito di Hitler valeva il 2,6%; nel settembre 1930 balzò al 18,3%; nel luglio 1932 raggiunse il 37,4”. Il superministro Passera ha calcolato che “sono colpiti dalla crisi metà degli italiani, 28 milioni”, e ha confidato a tutti “mi chiedo ogni giorno con ansia cosa fare per la crescita”. Se Passera, un astro del management, non sa cosa fare, vuol dire che il perbenismo di Monti ha poche chances. Occorre un Imperioso, non un Prudente.  L’emergenza ci costringerà ad una nuova e ferma disciplina da kibbuz. Dimenticheremo la venerazione della libertà, della proprietà e dei diritti acquisiti o, peggio, ereditati.

Come sappiamo, Monti una scusante grossa ce l’ha. Ha ricevuto dal Colle il mandato di non cambiare un bel nulla di importante.  Sarebbe un mandato da denunciare apertamente: ma lui Monti è un supergestore, non un demolitore/ricostruttore. Saranno le “mandibole  della crisi” a trovare quest’ultimo. Oppure a snaturare Monti, da così a così.

A.M.Calderazzi

DIALOGO TRA PREMIER (FALLITI) AL CAPEZZALE DI MONTI

Personaggi: Romano Prodi-Luigi Facta-Mario Monti

Prodi– Vi ho convocato, qui nella sede amica del velo-club “Pedale serio e democrazia ginnica”, per scambiare esperienze di governo e al contempo consigliare al collega designato dalla Bocconi le vie per scongiurare il default del governo e suo personale. Muoviamo da ispirazioni ideali diverse, ma siamo accomunati dalla devozione alla serietà, sobrietà e fedeltà alle istituzioni. Io, non lo nascondo, incarno l’assistenzialismo consociativo e le istanze dei boiardi di Stato, al fine di conciliare l’atlantismo con la linea guerrigliera del subcomandante Fausto. Voi, che incarnate?

Monti– Io la sobrietà, incardinata nella philosophy dello Stock Exchange of London in materia di derivati e peraltro non insensibile, detta sobrietà, al grido di dolore dei commessi del Senato, assaliti da frequenti e scortesi proposte di abolizione del medesimo, proprio allorquando ne sono diventato membro vitalizio. Il mio governo sente di condividere la preoccupazione dei benemeriti lacché parlamentari: prestano la loro opera gratuitamente, e in occasione di disdicevoli alterchi, gesti col dito medio ed espettorazioni di aggettivi sconci, ristabiliscono con garbo e fermezza il prestigio dell’Istituzione, pur scalfito dalla deprecabile vicepresidenza Rosi Mauro. Sono stato chiamato al governo per ridurre lo spread, senza obbligo di successo. Non mi piacerebbe trovarmi, dopo il 2013, membro a vita di una Camera Alta depotenziata ad areopago delle utilities municipalizzate, oppure a centrale di ridondanza. Right or wrong, my country.

Facta– Sono ancora scosso dalla sinistra esperienza del 28 ottobre 1922, quando Sua Maestà mi negò lo stato d’assedio con cui volevo fermare la Marcia su Roma e invece accettò dalle mani del Duce l’Italia di Vittorio Veneto. A me dettero dell’eunuco. Compilando detto decreto credevo di portare avanti la linea social-liberale di Giolitti di cui ero scudiero. Invece il Capo, che il ‘Corriere della sera’ definì ‘bolscevico’ ma che nel 1921 aveva presieduto un governo di unità nazionale, non bandì la crociata antifascista. Non avevo capito che il repertorio liberal-parlamentare non tirava più, cosi come oggi la Costituzione lascia indifferenti e inclini al pernacchio quasi tutti. Lo stesso serio errore stai commettendo tu, commendevole sen. prof. Monti. Vai avanti a sviolinare la sovranità delle Camere, cioè dei partiti, quando il paese al 96% ha concluso che i partiti sono bande di ladri che, oltre a rubare, si installano per sempre, vitto e alloggio, nella casa del derubato. Non ti accorgi che gli italiani agognano ad una brusca svolta antipolitica e, se questa è la democrazia, antidemocratica. Il Parlamento piace al paese come la cipolla al cane. Non fallire come me, Mario.

Monti– Scusami Facta, queste cose le so meglio di te, che il lezzo della Repubblica nata dalla Resistenza lo conosci solo per sentito dire. Io sono praticamente gemello della Repubblica, la conosco a fondo. So che i partiti sono i padroni e non posso che sviolinare, altrimenti mi sfiduciano e addio SalvaItalia.

Prodi -Per un realismo tipo il tuo, Mario, io ho pagato caro. Mi fossi sbarazzato dei cespugli sinistristi, forse sarei ancora a palazzo Chigi invece che columnist del ‘Messaggero’. Però ammetto che non avrei dovuto dare al Pentagono la base di Vicenza, calpestando la volontà del popolo. E non avrei dovuto preparare con D’Alema, sai il Velista Rosso, le condizioni per il mega-ordine degli F35. SuperMario mio, non cancellando l’ordine degli F35 rischi molto. Lascia che te lo dica, aggiungere all’Aeronautica il top del meglio in fatto di capacità offensiva è una belinata. Non parlo certo di offesa alla Costituzione, visto che della Costituzione gli italiani se ne fregano altamente. Parlo di criminosa inutilità della spesa. Con qualche milione di famiglie senza reddito e duecento suicidi economici l’anno, potresti farti bello cancellando l’ordine. Spendere per i cacciabombardieri è da mascalzone, non da Mario Monti.

Facta -Fossi ancora deputato di Pinerolo, invece che trapassato dal 1930, stenderei per conto di Giolitti un decreto da proporre a Sua Maestà: impeachment per chiunque ordini F35 invece che la carta igienica per le scuole.

Prodi -Guarda Monti che a rifiutarti alla lobby delle armi avresti tutto da guadagnare. Hai rinunciato a domare la Camusso e Fiomlandini, e pagherai per questo. Ora hai paura a scontentare l’Aeronautica littoria? Gli italiani sono figli di puttana, abituati ad obbedire, ma cretini non sono. Arrivano ad amare chi li libera da un oppressore, in questo caso dalla lobby del bellicismo. Io e il collega D’Alema, oggi non potuto essere con noi per una regata velica a Gabicce Mare, siamo stati puniti per Vicenza. Tu ti giochi tutto per l’irrisorio Pil che l’F35 produrrà a Cameri per manutenzioni. In ogni caso per farti ricattare dalla Trimurti Alfano Bersani Casini.

Monti –Disregarding i mercati dei derivati da cui dipendo non rientra nella mia mission, come diciamo nel mio ateneo.

Facta -Se il sen. prof. Monti mi consente, egli rischia di fallire come me, come il collega Prodi e come questo collega D’Alema (non l’ho presente, morto come sono dal 1930). Giolitti ci insegna che la maggioranza sociologica non va scontentata. Ciò spiega che riuscì a fare il dittatore parlamentare per trent’anni.

Monti -Ma fu disapprovato da chi lo definì ministro della malavita. Io sono entitled a passare alla storia come ministro della sobrietà e come indossatore di loden.

Prodi e Facta, all’unisono -Ti hanno dato alla testa gli elogi dei primi 100 giorni. Ti avvii ad essere un altro Facta/ un altro Prodi/ un altro D’Alema. Rischi di mancare l’occasione grossa come la mancò un altro fallito importante, Manuel Fraga Iribarne, che rispetto agli altri aspiranti diadochi di Franco era un astore tra i fringuelli. Fraga si perdette adeguandosi al pensiero unico, scimmiottando la democrazia. Tu SuperMario credendo di dover fare come Fraga, rinunciando al colpo di forza sul Senato dei Gaglioffi e sulla Camera degli Imputati, stai autoaffondandoti. Tu e Fraga avreste dovuto contrapporvi, non adeguarvi. La vostra ‘mission’ avrebbe dovuto essere demolire, non puntellare. Ci siamo spiegati, collega?

Porfirio

MONTI SI ISPIRI ALL’ALBA MEIJI DELLA GRANDEZZA NIPPONICA

First things first. Per il momento Mario Monti deve riuscire a scongiurare l’insolvenza. Ma quando ci sarà riuscito, allunghi lo sguardo e il tiro. Se vorrà attuare la Ricostruzione che ha annunciato, ripensi la gigantesca impresa di 143 anni fa, quando un pugno di statisti aristocratici cui egli potrebbe assomigliare inventarono il Giappone moderno, un fatto più miracoloso che la riedificazione dalle macerie del 1945 e che la successiva conquista di molti primati assoluti. 143 anni fa, 1868, pochi ottimati attorno a un imperatore di sedici anni -Mutsuhito, poi assurto alla gloria come Meiji Tenno, abbatterono un regime ‘merovingio’, cioè inetto e nocivo, che durava ininterrotto dal 1603, ma la cui tradizione risaliva all’ultimo decennio del XII secolo d.C.

Sette secoli prima la sovranità era passata dal Mikado, l’imperatore, allo Shogun, capo militare e in realtà detentore unico del potere esecutivo. L’imperatore, come discendente degli dei che regnarono sulla nazione preistorica, restò fino al 1868 un simbolo, un sommo sacerdote, inaccessibile, incarnazione della patria e della storia, ma del tutto impotente. Il vero monarca era lo shogun ereditario, dal 1603 un membro della casata Tokugawa. Un regime immutabile e intoccabile, che aveva mummificato l’impero del Sol Levante. Nel 1868, quando l’Occidente trionfava come assieme di società avanzate, il Giappone era un paese rurale, di poco cambiato rispetto al medioevo, retto da princìpi e strutture medievali, tradizionalmente dilaniato dalle guerre intestine: i potenti daimyo, grandi feudatari che regnavano su principati quasi sovrani, si affrontavano frequentemente in battaglie campali degli eserciti di samurai loro vassalli. La stessa restaurazione imperiale Meiji venne dopo una guerra civile.

Dopo tanti secoli di immobilismo il paese era rimasto primitivo. Sotto la casta dei feudatari la massa contadina era fatta in pratica di servi della gleba; anche gli artigiani e i commercianti erano prigionieri di uno status di soggezione. I mali dell’arretratezza segnavano la normalità.

La Restaurazione del 1868 si identifica col nome di Mutsuhito. Come già accennato, la pattuglia di consiglieri capeggiata dall’imperatore sedicenne “instaurò” la modernità nel nome di princìpi che sembrano quelli della Ricostruzione annunciata da Mario Monti: collaborazione tra le classi e le sezioni del paese; abbandono delle “antiche, assurde usanze”; consolidamento dell’impero “ricercando la saggezza in ogni parte del mondo”; innovazioni molto audaci.

Le opere seguirono immediatamente: esproprio delle vaste proprietà terriere dello shogun e dei feudatari. Modernizzazione del fisco. I samurai privati del ruolo di guerrieri e ridotti a pensionati dello Stato. Istruzione elementare per tutti (1872). Coscrizione obbligatoria. Svecchiamento generale delle strutture. Furono ingaggiati esperti nei paesi più avanzati (p.es. in Gran Bretagna per la marina,  in Germania per l’esercito, negli Stati Uniti per le materie economiche). I giovani più promettenti furono mandati all’estero per imparare. Nacquero le ferrovie, i telegrafi, le strade carrozzabili, le comunicazioni in generale, le banche. Grandi industrie furono finanziate dalla mano pubblica. Sorse uno Stato nuovo, incredibilmente dinamico, destinato anche a cancellare di colpo la passata soggezione quasi-coloniale alle potenze occidentali, solo in parte meno grave della soggezione della Cina dopo la sconfitta nella guerra dell’oppio. Nel 1854, a Yokoyama, i minacciosi cannoni americani del commodoro Perry avevano costretto il Giappone ad aprirsi agli occidentali e questo aveva esasperato il nazionalismo nipponico.

I risultati arrivarono fulminei. Nel 1876 si apre la conquista della Corea. Nel 1895 il Giappone sconfigge duramente l’impero cinese. Dieci anni dopo consegue strepitose vittorie sulla Russia zarista, fino a quel momento considerata possente. Al largo di Tsushima la flotta dell’ammiraglio Togo sbaraglia completamente la squadra russa, accorsa dal  Baltico, circumnavigando l’Europa e il Continente nero, per tentare di fermare un Giappone ormai molto temibile. Gli ultimi sviluppi fanno acquistare Mukden, Formosa, le Pescadores, parte dell’isola di Sakhalin, mentre si rafforza la presa sulla Corea. Sia pure con qualche apporto dall’estero, le navi e le armi sono state costruite in Giappone. Il mondo assiste stupefatto all’improvvisa trasfigurazione, da paese di contadini e di pescatori a grande Stato industriale e militare, capace di misurarsi con le massime nazioni del mondo.

Se è straordinario il fenomeno della fulminea acquisizione delle conquiste tecnologiche che in Europa ed in America avevano richiesto più di un secolo e in Cina erano allora impossibili, ancora più sorprendente è che un paese arretrato, povero di materie prime, abbia trovato le risorse finanziarie per il balzo in avanti più clamoroso della storia moderna. La spiegazione: la Restaurazione, cioè un team di vibranti decisori aristocratici (Ito, Inuye e pochi altri attorno al giovanissimo imperatore), ha tolto  allo shogun ed ai feudatari la terra, allora massima ricchezza del Giappone, e ne ha fatto il capitale di un tumultuoso sviluppo. Un fatto rivoluzionario, attuato fulmineamente dall’alto dal vertice di un sistema di destra.

E’ qui la lezione e la sfida per un Mario Monti statista e ‘ricostruttore’ invece che gestore e potenziale politico: operare il più possibile come i sodali di Meiji Tenno. Avere la temerarietà di fare dall’alto e da destra -in modi irrituali e alleandosi con la nazione invece che coi partiti- l’energica demolizione di un assetto che nel futuro ha soprattutto il declino, ideale più ancora che economico.

E’ facile sghignazzare di queste ubbie. Ma ubbia apparve ai benpensanti misoneisti l’eruzione di energia nipponica nei pochi anni tra il 1868 e l’apoteosi di Tsushima.

A.M.Calderazzi