VIVA LA SCONFITTA DELLA POLITICA

 

Per capirci meglio

Il momento più alto della storica seduta di Montecitorio del 12 novembre è scoccato quando Domenico Scilipoti si è alzato per pronunciare l’omaggio funebre a Silvio Berlusconi (forse) politicamente deceduto e una sferzante condanna dei vili che l’hanno tradito. A molti i suoi nobili e appassionati accenti avranno senza dubbio ricordato quelli attribuiti da Shakespeare a Marcantonio nell’orazione in onore di Cesare assassinato. Questo per quanto riguarda l’aspetto soprattutto emotivo della conclamata fine di un’era.

Sotto il profilo storico-politico spicca invece un altro Leit-motiv. Anche l’eminente statista e anestesista calabrese si è unito al coro di quanti, nelle file di quello che resta (forse) il partito di maggioranza relativa, hanno denunciato a gran voce la sconfitta della politica in cui si sarebbero tradotte le forzate (dallo spread e dalla magistratura, da Sarkozy e dai comunisti, dai poteri forti e, in ultima analisi, da “questo paese di merda”, oltre naturalmente ai traditori) dimissioni del Cavaliere e la sua sostituzione con un governo tecnico senza attendere l’indispensabile investitura popolare.

Basta a suffragare una simile versione delle cose il fatto che la denuncia abbia riscosso l’adesione perfino di Romano Prodi? Rincresce di dover rispondere di no.

Da premettere, innanzitutto, che i governi nascono giuridicamente in parlamento, secondo la vigente Costituzione, anche se sulla base politica di un voto popolare. E muoiono sempre in parlamento, normalmente per una perdita anche solo parziale (in una delle due camere) della maggioranza, come è avvenuto o stava avvenendo in questo caso, oppure per effetto di sconfitte politiche confessate, risentite o comunque evidenti in quanto tali.

Neanche in questo caso l’evidenza si può negare. Ma ammettiamo pure che la svolta dei giorni scorsi sia avvenuta in modo alquanto contrastante con il meccanismo introdotto di fatto dopo il crollo della cosiddetta prima repubblica. Il contrasto non può impedire di vedere che proprio la politica deve intervenire con ogni suo mezzo lecito disponibile per rimediare alle suddette sconfitte specialmente in situazioni di emergenza come quella attuale.

Se l’intervento riesce con qualche speranza di successo si tratta di una vittoria e non di una sconfitta della politica, o al massimo della sconfitta di un certo disegno o programma politico (nella fattispecie, l’instaurazione del bipolarismo e la consacrazione dell’elezione popolare diretta o semi-diretta del presidente del Consiglio), fallito per una determinata combinazione di motivi politici come in politica è sempre possibile.

A tutto ciò va aggiunto che, nell’Italia degli ultimi due decenni, i governi tecnici o comunque di emergenza si sono distinti per la loro salutare efficienza certo più di quelli cosiddetti politici. Amato e Ciampi salvarono il paese dalla minaccia di bancarotta e reso possibile l’adesione all’euro, con buona pace di chi oggi avversa la moneta comune. Dini varò una riforma pensionistica che sarebbe stata sufficiente a far quadrare i conti pubblici se non fosse sopraggiunta la crisi planetaria e i governi politici l’avessero fronteggiata meglio.

Una riforma, tra l’altro, cui il centro-destra fece seguire una brusca impennata dell’età pensionabile con lo scalone Maroni, che il centro-sinistra si affrettò a cancellare e la parte avversa evitò, poi, di ripristinare. Oggi, in piena emergenza, la Lega nord ostile al governo Monti si oppone in modo intransigente a qualsiasi elevazione dell’età pensionabile, anche minima rispetto a quella disposta dal suo stesso ministro. Dio ci salvi, dunque, almeno per il momento, dai governi politici, e viva le sconfitte della politica se proprio vogliamo classificare così quella avvenuta il 12 novembre.

Nemesio Morlacchi

MARIO MONTI E’ SPRECATO

…se non gli si danno pieni poteri

Per ciò che mi capitò di imparare avvicinandolo molti anni fa, Monti è l’unico rispettabile tra i figuri della Seconda Repubblica, forse finita forse no. Imparai per esempio che a uno come lui era possibile essere importante, riverito e al tempo stesso assai più cortese di quanto fosse indispensabile nel rapporto con un cronista. Io ero il cronista che lo intervistava su temi economici abbastanza irti da suggerire che gli mostrassi il mio testo per accertare che avessi capito il suo pensiero. Mario Monti mi chiese di ‘permettergli di apportare alcune correzioni’, con una  gentilezza che sono certo mi avrebbe negato l’ultimo dei suoi assistenti volontari,  l’ultimo dei funzionari delle grandi imprese, la Commerciale e la Fiat, di cui era alto consigliere.

Oggi, conoscendo intera la  sua biografia, non posso che considerarlo il meglio assoluto della nostra nomenklatura, oltre che l’esatto contrario  di colui cui succede. Ma la politica dello Stivale non merita questo salvatore, e non saprà nemmeno profittarne. Se Monti non fosse esistito, sarebbe stato meglio. Certo c’è lo spread, c’è l’imminenza della bancarotta. Tuttavia non è incoraggiante la prospettiva che l’ipercapitalismo e il regime vengano salvati prima di emendarsi e prima di espiare. Mario Monti potrà allontanare il default, rendere sostenibile il servizio del debito, razionalizzare questo o quell’aspetto. Però non potrà rovesciare e sfasciare il tavolo come occorrerebbe. Il tavolo sono i partiti, la Casta, le elezioni.

Se anche, per assurdo, Monti volesse farsi Cromwell o de Gaulle, il suo rispetto della legalità e la malevolenza delle istituzioni lo bloccherebbero. La meno nobile tra queste istituzioni, il parlamento, saboterà ogni grande opera tentata da un governante molto qualificato ma quasi certamente timido di fronte al ‘Mob’ che avrà di fronte. Il significato n° 3 di ‘mob’ nel Webster Dictionary è ‘criminal gang’. Contro la gang che nel 1945 si impadronì della Polis Mario Monti sarà inerme. Nella migliore delle ipotesi otterrà che il Mob delinqua meno. Senza sovvertire   l’assetto vigente, il più onorevole dei governanti possibili raggiungerà forse gli obiettivi congiunturali ma mancherà quelli storici. Ci farà restare in Europa, però come parenti di mala reputazione.

Divenuto improvvisamente nouveau riche, lo Stivale non sente il bisogno di moralizzarsi. Volterà le spalle a un Mario Monti eventuale operatore del bene duraturo, peggio di come la Francia rinnegò Charles De Gaulle quando, fatta fallire la comica rivoluzione del Sessantotto, il Generale chiese ai francesi di approvare il preliminare della sua opera maggiore, la costruzione della Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Per abbattere significativamente un debito di quasi duemila miliardi Monti dovrà imporre la patrimoniale; ma per poter aggredire i grossi patrimoni dovrà lambire anche i piccoli. Il ricatto delle urne (v.in questo Internauta “Gramellini: peggiocrazia ad esaurimento) non  permetterà questo lambire;  i grossi patrimoni saranno tassati poco, laddove Monti sa che per entrare nella storia dovrebbe invece smantellarli.

Nel 1868 il Giappone conobbe quell’autentica rivoluzione dall’alto che abbatté il regime dello shogunato (durava dal 1603, sembrava invincibile) e restaurò il pieno potere imperiale. L’imperatore Mutsuhito (Meiji Tenno) si fece riformatore globale dello Stato e della società, creatore del Giappone moderno. Una delle condizioni che consentirono la colossale svolta e l’industrializzazione fu la confisca delle immense proprietà dello shogunato e l’abolizione dei feudi (1871). Trent’anni dopo il Giappone era sbalorditiva potenza militare ed economica, annientatrice di flotte e di armate dell’impero zarista. Con Monti non potremmo sognare qualcosa di simile noi che sottostiamo al più basso degli shogunati, la Casta dei politici e dei padroni dell’economia finanziaria?

Volesse ispirarsi a Meiji Tenno (che non era un brutale despota, anch’egli come altri gran signori scriveva delicate poesie), Monti dovrebbe assalire non solo gli immobili e gli investimenti della fascia alta: anche le automobili, le barche, ogni consumo di lusso. Se i porticcioli da diporto e i campi da golf si sono moltiplicati oscenamente, se sulle autostrade sembrano andare solo macchine oltre i 150 cavalli, persino 400, è segno che gravare una tantum di tremila euro ogni veicolo di gamma medio-alta, oppure di una tassa di possesso quadrupla dell’attuale, sarebbe sostenibile, frutterebbe parecchio, aiuterebbe l’ambiente, darebbe l’annuncio di tempi nuovi.

Se invece Mario Monti esordirà con liberalizzazioni guardinghe,  privatizzazioni marginali (p,.es. salvando la Rai della Casta), e provvidenze simboliche, egli risulterà sprecato. Sono tempi da economia di guerra,  da requisizioni ed avocazioni, non di semplici riordini e di accordature impercettibili. Misura, ragionevolezza, riserbo, rigore, le altre qualità che hanno propulso Monti a salvatore della patria, forse lo perderanno.

E poi: non ci sono salvatori della patria senza poteri eccezionali. La Camera degli Imputati, il Senato dei Mariuoli, altre soi-disantes istituzioni andrebbero messe fuori gioco, impedite di nuocere. Col nemico alle porte, la virtuosa Repubblica dei Quiriti farebbe ‘dictator’ Monti, così come fece con Lucio Quinzio Cincinnato, dittatore per 16 giorni poi tornato ad arare, poi ancora dittatore a ottant’anni. I Quiriti concentravano in un uomo solo i poteri di tutte le magistrature. Il dictator faceva grandi cose perchè ogni altra istituzione era sospesa. Furono dittatori Garibaldi in Sicilia e Luigi Carlo Farini in Emilia.

Monti suscita troppe aspettative per fare solo il Paolo Boselli del 1916, persino il V.E.Orlando di dopo Caporetto.

Antonio Massimo Calderazzi