IL ‘ME DUELE ESPAGNA’ CHE DILANIO’ MIGUEL DE UNAMUNO

Quando nel 1930 Unamuno rimpatriò dal mite esilio inflittogli sei anni prima dal generale Primo de Rivera -un dittatore bonario che governò la Spagna meglio di decine di predecessori e successori- , l’accoglienza che gli fecero le moltitudini degli ammiratori e dei seguaci fu trionfale al punto che molti, specialmente all’estero, presero a considerarlo un Mosè spirituale, o almeno il sommo eccitatore degli spagnoli, incarnazione come nessun altro di visioni e sentimenti iberici, in una fase che già volgeva a tragedia. Miguel de Unamuno visse, scrisse, insegnò fino all’ultimo giorno del 1936. Però non assurse a vero condottiero o pastore della nazione.

Fece impressione quando, mesi prima di morire, si erse in una cerimonia all’università di Salamanca di cui era ‘Rector perpetuo’ contro l’estremismo combattentistico-falangista del generale Millàn Astray. Astray aveva condensato nella formula “Viva la Muerte” la sua fede di grande mutilato guerriero; e aveva aggiunto ‘Mueren los intelectuales’. Unamuno oppose sdegnato le ragioni dell’intelligenza contro quelle dell’eroismo soldatesco: “Avete la forza e vincerete, ma non convincerete”. Lo calmò e protesse donna Carmen Franco, moglie del Caudillo: gli offrì il braccio e lo portò via dalla grande aula magna (Paraninfo) dove la schiera dei legionari di Astray rumoreggiava minacciosamente. Quella volta Unamuno si riaffermò politico e pensatore intransigentemente libero: aveva aderito alla ribellione dei generali, ma contrastò uno dei miti dei futuri vincitori della Guerra Civile. Francisco Franco lo destituì. Cattedratico a 27 anni alla più illustre delle università spagnole, era stato eletto rettore a 36 anni.

Il politico Unamuno fu contraddittorio tutta la vita. Si era imposto nel 1924 come immediato oppositore del colpo di stato di Primo de Rivera.
Il dittatore lo aveva condannato al confino a Fuerteventura.
Lì la sorveglianza poliziesca non fu abbastanza serrata da impedirgli una fuga in Francia, organizzata e finanziata da un editore francese molto interessato alla pubblicità propiziata dalla ‘persecuzione’ dell’oppositore già famoso in Europa. Forse Unamuno era al corrente, forse no, che il Dictador lo aveva già indultato. Il fuggitivo visse e operò prima a Parigi, a contatto con i maggiori intellettuali, poi si installò a Hendaye, città francese unita da un ponte alla città spagnola dello stesso nome. Lì redasse un periodico politico in collaborazione con un altro esule, Ortega y Gasset, fratello del filosofo Josè, uno dei fondatori – presto deluso- della Repubblica.

Poco dopo la neonata Seconda Repubblica assegna riconoscimenti e onori all’accanito oppositore di re Alfonso XIII: è reinstallato rettore a Salamanca; viene eletto alle Cortes (caratteristicamente, egli che si era professato socialista non è collegato ad alcun partito). Ma presto il cielo della Repubblica si fa tempestoso: arriva la Guerra Civile a straziare Unamuno. Eppure aveva o avrebbe sostenuto essere quella civile l’unica guerra degna di combattere. Tutte le altre, imposte da monarchie o da repubbliche o dal patriottismo o da questa o quella Causa, erano indegne: e aveva ragione.

Va rilevato però che la repubblica sognata da Unamuno, da José Ortega y Gasset e da tanti altri era tutt’altra cosa da quella costruita dai gerarchi del nuovo regime. Il maggiore tra questi ultimi, Manuel Azagna prima ministro, poi capo del governo, infine sciagurato capo dello Stato, fece l’errore capitale di attribuire priorità assoluta alle iniziative ed asserzioni laiche e costituzionali, invece che a mitigare la miseria del proletariato e che a soffocare la violenza settaria, fatta soprattutto di assassinii.
Nata il 12 aprile 1931, mesi dopo la Repubblica era già devastata.
Le istituzioni crollarono non solo per i cannoni delle divisioni nazionaliste, anche per la loro sostanziale irrilevanza. Aveva ragione Unamuno a rifiutare le parole d’ordine dei progressisti oltre che gli estremismi dei seguaci di Franco. La gloria dei grandi intellettuali spagnoli nulla poté contro la ferocia delle contrapposizioni. Se il ruolo politico del più famoso degli spagnoli colti fu irrisorio, fallirono tutti gli altri che tentarono di edificare un sistema migliore della monarchia. Novant’anni dopo, la Spagna ha ancora un Re e una Corte di aristocratici. Il bagno di sangue è stato inutile.

Miguel de Unamuno fu poeta, romanziere e filosofo oltre che bardo di una Spagna ideale, anelito e dolore della sua esistenza: “me duele Espagna”. Non spetta a chi scrive accennare alla produzione letteraria (anche se ad essa il Nostro dovette tanta parte della sua fama). Si è parlato di un Unamuno esistenzialista, oppure mistico e irrazionale, di un ‘gemellaggio’ con Antonio Machado, di una matrice romantica. Filiazioni di tale matrice furono in Unamuno l’anti-intellettualismo, la sfiducia nella ragione, nella tecnologia e nella scienza. Egli scandiva spesso ‘mi agonia, mi lucha por el cristianismo, la agonia del cristianismo en mi, su muerte y su resurreccion’. Per tutta la vita diffidò dell’entusiasmo per il progresso, dello scientismo, della scienza stessa ‘fattasi religione per tanti’. Quasi tutti i critici e gli esegeti additano nel Nostro lo stoicismo tragico, l’iperindividualismo, l’intimismo impudico, l’ossessione iberista. Ancora di più additano lo spasimo religioso, l’attrazione della teologia, le imboscate della fede contrapposta alla ragione. Per uno studioso autorevole, José Luis Aranguren, Unamuno anelava ad una ‘civilizaciòn del cristianismo’; meglio ancora, per una ‘ecclesiastizaciòn del pueblo cristiano’.
Per lui l’ateismo è ‘un lusso’ e gli atei ‘vivono parassitariamente nelle società cristiane’. A questo punto si spiega meglio l’adesione del socialista antimonarchico Unamuno all’insurrezione dei generali contro la Repubblica. Non aveva Manuel Azagna asserito “la Spagna ha smesso d’essere cattolica”?

Questi e molti altri moti dell’animo unamunesco non erano fatti per essere apprezzati dalle schiere più “loiche” della cultura spagnola. Il loro capo, José Ortega y Gasset, polemizzò accanitamente con ‘l’energumeno’ e ‘gigantista’ Unamuno. Lo accusava di esprimersi e di agire oltremisura, con spiriti eccessivi, irrazionali, emotivi, persino demoniaci: si veda la famosa esclamazione in favore della guerra civile. C’è da dire che i molti lamenti sul fratricidio rientrano nella più larga meditazione poetica del Nostro su Caino, l’assassino di Abele, e sulla ‘envidia’: “Lo mas del llamato en Espagna tradicionalismo no es sino cainismo”. Ortega mantenne la sua critica persino nel necrologio che scrisse in morte di Unamuno la prima notte del 1937, ‘anno terribile, anno di purificazione, anno di cauterizzazione’. Ortega ricordò che la morte fu “su perenne amiga-enemiga. Toda su vida, toda su filosofia han sido, come las de Spinoza, una ‘meditatio mortis’. Anche nell’occasione luttuosa, Ortega non rinunciò a puntualizzare il ‘feroz dinamismo’, unito al ‘coraggio senza limiti’ del ‘Gran Celtibero, il rettore a vita. E insisté: “Su pretension de ser poeta lo hacia evitar toda doctrina”, allorquando “la mission inescusable de un intelectual es ante todo tener una doctrina taxativa, inequìvoca y, a ser posible, formulada en tesis rigurosas, facilmente inteligibles.
Porque los intelectuales no estamos en el planeta para hacer juegos con las ideas y mostrar a las gentes los bìceps de nuestro talento, sino per encontrar ideas con las cuales puedan los demas hombres vivir. No somos juglares, somos artesanos, como el carpintero, como el albagnil.” Il giudizio di Ortega y Gasset restò dunque severo anche nella chiusa del necrologio sul suo più fortunato competitore per l’amore degli spagnoli e non solo: “La voce di Unamuno ha risuonato senza mai interrompersi per un quarto di secolo. Al suo tacere per sempre temo che vivremo un’era di silenzio atroce”.

Molti titoli delle opere del rettore sono intensi, pregnanti, pieni di destino. Alcuni: ‘Del sentimiento tràgico de la vida.’ La agonìa del cristianismo. ‘En torno al casticismo. ‘Vide de Don Quijote y Sancho. ‘Andanzas y visiones espagnolas. ‘Contra Esto y Aquello. ‘Paisajes del alma. ‘ Paz en la Guerra. ‘ San Manuel Bueno martir.

I fatti della vita di Unamuno impressionano. Nato a Bilbao il 29 settembre 1864, vince la cattedra di greco alla prima università del Paese, Salamanca, a 27 anni; ne diventa rettore a 36. Viene destituito nel 1914, nel 1923, poi almeno altre due volte. Condannato al confino nel 1924, dopo quattro mesi viene indultato ma decide di esiliarsi: prima a Parigi, poi a Hendaye sul confine con la Spagna. Sei anni dopo rimpatria e passa a insegnare Storia della lingua spagnola. Con la nascita della Repubblica riprende il rettorato a Salamanca, presto proclamato rettore a vita e onorato coll’istituzione di una cattedra al suo nome. Scoppiata la Guerra Civile, Unamuno accusa il governo repubblicano di avere “infranto il sogno di una repubblica libera e liberale, di avere consegnato il potere nelle mani dei pistoleros”.
Destituito da rettore a vita, è reintegrato dalle autorità franchiste.
Si oppone clamorosamente al generale Millàn Astray fondatore della Legione. Perde ancora una volta la carica di rettore. Muore l’ultimo giorno del fatale 1936.

Sappiamo che Unamuno fu uomo di antagonismi. Per dirne solo uno, egli basco definì più volte il ‘vascuense’ una lingua “rural y archeologica, incapaz de convertirse en lengua de cultura”. Non riconosceva il ‘diritto’ dei catalani di affrancarsi dalla gloriosa tradizione dello spagnolo; tradizione che si identifica con ciò che nei secoli fece la Castiglia. La Castiglia impose certamente la sua egemonia: non è detto comunque che il grande basco accettasse un giudizio di Carlo V: ‘El idioma castellano ha sido hecho por hablar con Dios’. José Luis Aranguren chiuse un suo saggio “Unamuno y nosotros” esaltando in Lui il pensatore anticonformista che si oppose alle derive del pensiero moderno: “omogeneizzazione, integrazione, adattamento”.

Antonio Massimo Calderazzi

RAMIRO DE MAEZTU, MINIERA DEL CORAGGIO CHE CI MANCA

Gli europei che lamentano, quasi tutti quelli pensanti, la morte delle ideologie anzi delle idee, e il deserto dei grandi programmi, non dovrebbero ostinarsi a cercare i pensieri nuovi nelle contrade della modernità che produssero i pensieri vecchi: Francia Germania Gran Bretagna America Russia Italia. Dovrebbero cercarli là dove non c’è la tradizione di esplorare. In Spagna anzitutto, che visse più autenticamente l’urto delle dottrine e delle passioni, fino al punto della guerra fratricida. Oggi la Spagna appare ancora ammutolita dai drammi degli anni Venti e Trenta. Ma ha molto da insegnarci, perché ha provato nella carne e nell’anima tutti gli slanci e le lacerazioni di due secoli, a partire dalla lotta di liberazione contro Napoleone e dalla Costituzione di Cadice, quella che nel 1812 inventò il liberalismo progressista.

La Spagna ha tentato strade che non erano di tutto l’Occidente. In particolare le sciagure nazionali di fine Ottocento ispirarono un manipolo di pensatori ripiegati sì sui destini della loro patria, ma in realtà volti ad additare vie che non si aprivano solo agli spagnoli. La ricerca avviata dopo il Desastre del 1898 da Joaquìn Costa, Angel Ganivet, Ramiro de Maeztu, Miguel de Unamuno, José Ortega y Gasset contengono un’intelligenza che l’Occidente ignora o conosce poco. Persino Manuel Azagna (v.in questo Internauta “La nemesi di Zapatero”), nel suo tempo uno degli statisti più promettenti ma anche dei più falliti, praticò approcci di qualche merito universale.

Si usa ripetere che Cervantes, a ragione piena o parziale, è il testimone nazionale di Spagna, visto che nel passato ogni spagnolo credette di identificarsi almeno un po’ nel suo eroe, il cavaliere della Mancia e dell’Illusione. La testimonianza di Ramiro de Maeztu, spezzata il 29 ottobre 1936 dai miliziani che ammazzarono lui ed altri prigionieri politici del carcere di Las Ventas, ha il particolare valore di venire da un uomo che imboccò molte strade ed elaborò, da combattente non da accademico, idee dentro e fuori degli schemi pensati in Occidente. Qualcuna delle sue intuizioni e contraddizioni potrebbero aiutarci nell’afasia che viviamo.

Nella prima giovinezza il Nostro visse le angosce del patriottismo sfortunato, che lo spinsero a farsi volontario nella rovinosa guerra del 1898 contro gli USA aggressori. Poi vennero gli ardori e le suggestioni del Regeneracionismo, che muovevano dal messaggio di riscatto di Joaquìn Costa e suo stesso. A Londra dove, figlio di una inglese, era riparato dopo avere a Madrid mandato all’ospedale un denigratore dello scrittore e suo amico Valle-Inclàn, fu presto riconosciuto come guida del gruppo intellettuale di ‘New Age’, che offriva una formula di libero socialismo, semi-utopica alternativa al movimento Fabiano. Le formule di Maeztu si contrapponevano alle linee del Labour, destinate a degenerare nel burocratismo e nella soggezione al mercato. Il Nostro si dichiarava “escritor socialista”. Venne poi il tempo, piuttosto breve, della deificazione dell’America e del primato degli ‘anglosajones’ moltiplicatori di ricchezza.

In realtà Maeztu cercava in territori per lui nuovi una sintesi tra retaggi conservatori e riorganizzazione sociale secondo modernità e giustizia. Ed ecco, prima e dopo il colpo di stato di Miguel Primo de Rivera (1923) che sbaragliò il notabilato conservatore e fece avanzare la condizione proletaria, il suo Guild Socialism: superamento del sinistrismo classista e del conflittismo sindacale, nella prospettiva di una società libera e solidale, di un’economia regolata insieme dal mercato e dalla comunità. Maeztu predisse con sicurezza il finale fallimento del comunismo. “Muy pronto -ha riferito uno storico- dictaminò el securo fracaso. La economia planificada y estatalizada no es capaz de producir riqueza. Es o pobreza o pillage (saccheggio), cuando no las dos cosas a la vez”. Fu messo a morte come uomo di destra ma l’impegno della vita intera era stato di cercare una verità più vera e più giusta di quella scritta sugli striscioni del frontismo. Sapeva i rischi di muoversi fuori degli schemi: “Yo soy un leproso” confidò a un ammiratore; “se espera (si aspetta) que nos fusilen”.

Essere un ‘libre-socialista’ appariva una sintesi improbabile, implicando anche il diritto ad alleanze ‘disdicevoli’; ma era la correzione sia del liberismo (‘manchesteriano’ si diceva allora), sia dell’ideologismo marxista-stalinista, oppure radical-laicista. Era proporre produzione e pure redistribuzione della ricchezza, in modi non dettati da questa o quella dottrina. Era favore all’imprenditorialità ma anche più previdenza sociale e più interventi dello Stato. Così, quando Miguel Primo de Rivera si fece dittatore filosocialista, detestato dagli intellettuali sofistici ma approvato senza riserve, per cinque o sei anni su sette, dalla maggioranza degli spagnoli, Maeztu colse subito il significato di quel particolare potere militare: paternalistico e teoricamente scorretto, ma nei fatti amico dei lavoratori: “Esa era la mision che el propio Dictador se habìa asignado”.  Mugugnavano solo i ricchi e gli aspiranti ricchi che frequentavano i salotti letterari e i negozi dei librai.

Il generale Primo nominò Maeztu ambasciatore in Argentina; ma il Nostro non si consegnò alle convenzioni e alle insulse alterigie della diplomazia. Bramoso di rotture e di rivelazioni, dovette ingannarsi sui rovesci del capitalismo nella Depressione apertasi nel 1929. Due anni dopo venne la  Repubblica di Spagna e Maeztu ne previde con largo anticipo la rovina: “Al cabo de pocos annos -scrisse otto mesi prima della ribellione militare- se producirà en el paìs un levantamiento armado de caràcter tradicionalista, o una crìtica profunda y extensa de la ideologìa liberal, en caso de no ser posible el levantamiento en armas”.

L’ex-ambasciatore a Buenos Aires viene incarcerato, brevemente, una prima volta nel 1932, subito dopo il  ‘levantamiento armado’ del generale Sanjurjo (agosto 1932). Da quel momento non smette più di contrapporsi all’alleanza liberalradicali-socialisti-stalinisti capeggiata da Manuel Azagna, suo ex-compagno di lotte intellettuali. Anche quando le destre sembrano preferire ancora i confronti elettorali e i compromessi parlamentari alla lotta frontale in difesa della religione e della monarchia -quest’ultima, come sappiamo, destinata a rioccupare il futuro della Spagna- Maeztu moltiplica le posizioni combattive e mortalmente pericolose. Nei primi mesi del terribile 1936 grida sempre più alta la sua fede; tuttavia al tempo stesso non rinuncia a sperare che la feroce dialettica degli odii generi qualche esito positivo: “Con todo, me parecen mejores estos tiempos, no porque no sean, como son, horrorosos, sino porque contienen la promesa de un mondo mejor (…) Las nuevas generaciones tienen gran suerte al (hanno la fortuna di)  tener que eligir entre la fe y el escepticismo, en vez de perderse, como la nuestra, en verdades a medias (a metà) e ideales truncos (mozzi)”. Ancora poche settimane e il pensatore di Alava entrerà nel carcere della morte.

Tutta la vita aveva guardato a verità fuori delle dottrine rispettate. Gli spiriti inquieti di oggi dovrebbero cercare ispirazione in questo prode combattente. I peggio disposti, i più condizionati dal pensiero unico che trionfò nel secondo dopoguerra, dovrebbero quanto meno rispettare de Maeztu in quanto esploratore ardimentoso, ulissiaco, intollerante degli steccati del pensiero maggioritario. Allo stesso modo che sono arrivati, o dovrebbero arrivare, a rispettare la passione e la dignità di un Ezra Pound  ‘americano  maledetto’. La destra e la sinistra tradizionali non hanno quasi più niente da dirci. Le rispettive coerenze hanno solo collezionato fallimenti. E’ tempo di volgerci a chi si fece vituperare da destra e da sinistra; da quest’ultima si fece addirittura uccidere: non nascondendosi, non mimetizzandosi. Fu ammazzato quale reazionario, ma reazionario non fu mai.

Conosciamo la falsità di tutte le posizioni nette e inconcusse del passato. “El antìdoto -la verità che Maeztu opponeva ai faziosi e ai puri- era “anticatolico y antilibrepensador, antirrepublicano e antimonarchico, anticonservador y antiliberal, antitradicionalista y antidemòcrata”. Gli ideologi tutti d’un pezzo del passato ci apparvero autorevoli, ma i loro insegnamenti sono finiti in nulla. E i coerenti odierni sono clamorosamente senza idee.

A.M.Calderazzi

UNAMUNO NON PARLA ALLA SPAGNA D’OGGI. MA A QUELLA DI DOMANI?

Un secolo fa Miguel de Unamuno fu il maggiore tra gli intellettuali di Spagna, la voce più dolorosa e lirica di quella Generazione del ’98 il cui sorgere dal Desastre di quell’anno – disfatta totale di fronte agli Stati Uniti, perdita dell’impero oceanico- testimoniò che la nazione non moriva, che esprimeva l’intenso pensiero del Regeneracionismo. La cultura spagnola non avrebbe più raggiunto le altezze di Joaquìn Costa, di Ganivet, di Ortega y Gasset e, soprattutto, di Unamuno: filosofo e poeta, anzi profeta, nel senso di sacerdote dello spirito del Paese. Come ha scritto Carlo Bo, il Nostro, “maestro del parlare tragico” e “uomo agonico” non smise mai la meditazione sul passaggio dell’uomo sulla terra e il dialogo col Dio ignoto.

Ma diversamente da Pirandello e da William Blake, cui fu spesso accostato da critici e da storici, Unamuno fu il bardo di una patria prostrata e gloriosa, l’incarnazione del sentimento nazionale. Tale era stato riconosciuto sin da giovanissimo: chiamato a 27 anni alla cattedra di letteratura greca a Salamanca, rettore a 36, un seguito proclamato rettore a vita della più illustre delle università nazionali.

Troppo poeta e troppo romantico per cogliere il potenziale progressista e umanitario del colpo di Stato militare di Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 abbatté il morente parlamentarismo dei notabili e dei latifondisti, Unamuno si mise alla testa dell’opposizione intellettuale con tale foga che nel 1924 fu mandato al confino nelle Canarie. Pur veementemente socialista, non aveva intuito che il Dittatore avrebbe governato da amico del popolo e in collaborazione coi socialisti, a quel tempo un partito di onesti. Primo de Rivera non solo non lo sciolse, ma fu sul punto di costituirlo partito unico di regime. Suo alto consigliere fu il capo sindacale Francisco Largo Caballero, futuro capo del governo repubblicano e ‘Lenin spagnolo’. Tali erano il prestigio del rettore e la bonarietà del dittatore che a Unamuno fu permesso di ‘evadere’ in Francia, e fu anche offerta l’amnistia, che rifiutò. Va precisato che, almeno nel primo quinquennio del regime militare, gli oppositori erano un’esigua minoranza. Il colpo di stato contro i partiti e i politici aveva suscitato un consenso assai vasto. Venne meno verso il 1929, quando gli effetti, in Spagna pur non troppo violenti, della Depressione internazionale e gli oneri del grosso debito provocato dalle opere pubbliche e delle provvidenze a favore dei proletari, misero in difficoltà la Dittatura. Primo si dimise spontaneamente.

Unamuno incarnava il paese del suo tempo, povero e, nei suoi intellettuali, nobilmente allucinato. Certo non avrebbe voluto convivere con la Spagna odierna della modernità spinta, dell’omogeneizzazione capitalista,  della bolla immobiliare. E’ altrettanto certo che gli spagnoli d’oggi non possono/vogliono riconoscersi nell’uomo che aveva scritto “Del sentimiento tràgico de la vida” e “Agonìa del cristianismo’. Ma l’Unamuno del Regeneracionismo esaltante, fino a che punto aveva ripudiato i miti antichi della Spagna ‘inmortal’, i miti di Calderon e di Cervantes, che sembravano avere staccato il Paese dall’Europa?

José Luis Varela, della madrilena Universidad Complutense, provò a rispondere a questo interrogativo col saggio ‘Unamuno y la Tradiciòn espagnola’. Non dette una risposta univoca; infatti l’incipit del saggio recitava: “En 1906, todavìa inmerso Unamuno en el reino de las negaciones, considera que nada es mas engagnoso que el concepto de tradiciòn”, e che “con la voz tradiciòn puede entenderse todo, hasta la vuelta al paganismo”. Per Varela è decisivo in proposito il primo dei libri di Unamuno ‘En torno al casticismo’, del 1902 (in italiano rendiamo ‘casticismo’ come tradizionalismo; ‘casta’, a sud dei Pirenei, è la stirpe in purezza): opera che il saggista definiva “excesiva, de mocedad (prima giovinezza) beligerante”, ma in ogni modo situata “a la cabeza del ensayo moderno sobre Espagna”, venuta prima dei Ganìvet, dei Costa e dei Maeztu. In più Varela precisava anche che l’oggetto del ‘combate civil’ di Unamuno era, specificamente, il ‘narcisismo casticista’. Ma aggiungeva, a dissipare l’aspettativa di una risposta netta, che in Unamuno c’è “una palinodìa, que va de la negaciòn rotunda y global a la defensa, cautelosa y condicionada, de la grandeza pasada”. E d’altra parte il rettore di Salamanca “de entrada se declara antinacionalista, ya que sòlo el aire de fuera regenera nuestros pulmones”.

Nei 37 anni trascorsi dalla morte di Franco la Spagna ne ha respirata, di ‘aire de fuera’, persino troppa. Anzi cominciò a respirarne  negli anni Cinquanta. Fatta la scelta dell’alleanza americana, poi dell’apertura al turismo, del capitalismo liberista e della tecnocrazia, cominciò allora, per la conversione del Caudillo e anche per la spinta di Fraga Iribarne, la agognata saldatura all’Europa e al mondo. Risultati, dite voi.

La ‘palinodìa’ che Velarde attribuisce al grande bilbaino non è fatta per coinvolgere i connazionali di Rajoy e Zapatero, ostaggi dell’ipercapitalismo, della prosperità idolatrata e oggi rimpianta, della dissacrazione. Ma forse gli spagnoli di domani avranno anch’essi la loro palinodìa. per tedio della modernità. Potranno riscoprire qualche contenuto casticista, vergognarsi d’essersi troppo vergognati dei lunghi secoli di povertà gloriosa. Uno spagnolo ricco è ributtante, aveva scritto Ganìvet. Gli spagnoli di domani, a valle di una crisi purificante, potranno guardare con simpatia al fervido triennio socialista (1894-97) di Unamuno. Velarde sottolinea che il socialismo, benché ‘experiencia fugaz y juvenil, no fue superficial y literaria(…) Unamuno concibe al socialismo como una nueva religiòn, como superaciòn del egoìsmo de las clases poseedoras”.

Oggi ‘socialismo’ è parola da non pronunciare a tavola, anche in Spagna. Eppure forse il domani è di un neo-socialismo spiritualista, totalmente rigenerato, diametralmente opposto sia alla ferocia assassina del comunismo, sia alla corruzione del craxismo e del felipismo (di battesimo si chiamava Felipe, Felipe Gonzales, il primo governante socialista del post-franchismo). Ramiro de Maeztu, compagno di ‘combate civil’ di Unamuno, propose -da destra-  il Guild Socialism, un comunitarismo che oggi chiameremmo dei kibbuz invece che delle gilde.

Quello che conta, e che resterà per sempre, è l’invocazione del Rettore a favore del popolo spagnolo: “Que le dejen (lascino) vivir en paz y en gracia de Dios. Que no le sacrifiquen al progreso, por Dios, que no le sacrifiquen al progreso!”.

Antonio Massimo Calderazzi