RAMIRO DE MAEZTU, MINIERA DEL CORAGGIO CHE CI MANCA

Gli europei che lamentano, quasi tutti quelli pensanti, la morte delle ideologie anzi delle idee, e il deserto dei grandi programmi, non dovrebbero ostinarsi a cercare i pensieri nuovi nelle contrade della modernità che produssero i pensieri vecchi: Francia Germania Gran Bretagna America Russia Italia. Dovrebbero cercarli là dove non c’è la tradizione di esplorare. In Spagna anzitutto, che visse più autenticamente l’urto delle dottrine e delle passioni, fino al punto della guerra fratricida. Oggi la Spagna appare ancora ammutolita dai drammi degli anni Venti e Trenta. Ma ha molto da insegnarci, perché ha provato nella carne e nell’anima tutti gli slanci e le lacerazioni di due secoli, a partire dalla lotta di liberazione contro Napoleone e dalla Costituzione di Cadice, quella che nel 1812 inventò il liberalismo progressista.

La Spagna ha tentato strade che non erano di tutto l’Occidente. In particolare le sciagure nazionali di fine Ottocento ispirarono un manipolo di pensatori ripiegati sì sui destini della loro patria, ma in realtà volti ad additare vie che non si aprivano solo agli spagnoli. La ricerca avviata dopo il Desastre del 1898 da Joaquìn Costa, Angel Ganivet, Ramiro de Maeztu, Miguel de Unamuno, José Ortega y Gasset contengono un’intelligenza che l’Occidente ignora o conosce poco. Persino Manuel Azagna (v.in questo Internauta “La nemesi di Zapatero”), nel suo tempo uno degli statisti più promettenti ma anche dei più falliti, praticò approcci di qualche merito universale.

Si usa ripetere che Cervantes, a ragione piena o parziale, è il testimone nazionale di Spagna, visto che nel passato ogni spagnolo credette di identificarsi almeno un po’ nel suo eroe, il cavaliere della Mancia e dell’Illusione. La testimonianza di Ramiro de Maeztu, spezzata il 29 ottobre 1936 dai miliziani che ammazzarono lui ed altri prigionieri politici del carcere di Las Ventas, ha il particolare valore di venire da un uomo che imboccò molte strade ed elaborò, da combattente non da accademico, idee dentro e fuori degli schemi pensati in Occidente. Qualcuna delle sue intuizioni e contraddizioni potrebbero aiutarci nell’afasia che viviamo.

Nella prima giovinezza il Nostro visse le angosce del patriottismo sfortunato, che lo spinsero a farsi volontario nella rovinosa guerra del 1898 contro gli USA aggressori. Poi vennero gli ardori e le suggestioni del Regeneracionismo, che muovevano dal messaggio di riscatto di Joaquìn Costa e suo stesso. A Londra dove, figlio di una inglese, era riparato dopo avere a Madrid mandato all’ospedale un denigratore dello scrittore e suo amico Valle-Inclàn, fu presto riconosciuto come guida del gruppo intellettuale di ‘New Age’, che offriva una formula di libero socialismo, semi-utopica alternativa al movimento Fabiano. Le formule di Maeztu si contrapponevano alle linee del Labour, destinate a degenerare nel burocratismo e nella soggezione al mercato. Il Nostro si dichiarava “escritor socialista”. Venne poi il tempo, piuttosto breve, della deificazione dell’America e del primato degli ‘anglosajones’ moltiplicatori di ricchezza.

In realtà Maeztu cercava in territori per lui nuovi una sintesi tra retaggi conservatori e riorganizzazione sociale secondo modernità e giustizia. Ed ecco, prima e dopo il colpo di stato di Miguel Primo de Rivera (1923) che sbaragliò il notabilato conservatore e fece avanzare la condizione proletaria, il suo Guild Socialism: superamento del sinistrismo classista e del conflittismo sindacale, nella prospettiva di una società libera e solidale, di un’economia regolata insieme dal mercato e dalla comunità. Maeztu predisse con sicurezza il finale fallimento del comunismo. “Muy pronto -ha riferito uno storico- dictaminò el securo fracaso. La economia planificada y estatalizada no es capaz de producir riqueza. Es o pobreza o pillage (saccheggio), cuando no las dos cosas a la vez”. Fu messo a morte come uomo di destra ma l’impegno della vita intera era stato di cercare una verità più vera e più giusta di quella scritta sugli striscioni del frontismo. Sapeva i rischi di muoversi fuori degli schemi: “Yo soy un leproso” confidò a un ammiratore; “se espera (si aspetta) que nos fusilen”.

Essere un ‘libre-socialista’ appariva una sintesi improbabile, implicando anche il diritto ad alleanze ‘disdicevoli’; ma era la correzione sia del liberismo (‘manchesteriano’ si diceva allora), sia dell’ideologismo marxista-stalinista, oppure radical-laicista. Era proporre produzione e pure redistribuzione della ricchezza, in modi non dettati da questa o quella dottrina. Era favore all’imprenditorialità ma anche più previdenza sociale e più interventi dello Stato. Così, quando Miguel Primo de Rivera si fece dittatore filosocialista, detestato dagli intellettuali sofistici ma approvato senza riserve, per cinque o sei anni su sette, dalla maggioranza degli spagnoli, Maeztu colse subito il significato di quel particolare potere militare: paternalistico e teoricamente scorretto, ma nei fatti amico dei lavoratori: “Esa era la mision che el propio Dictador se habìa asignado”.  Mugugnavano solo i ricchi e gli aspiranti ricchi che frequentavano i salotti letterari e i negozi dei librai.

Il generale Primo nominò Maeztu ambasciatore in Argentina; ma il Nostro non si consegnò alle convenzioni e alle insulse alterigie della diplomazia. Bramoso di rotture e di rivelazioni, dovette ingannarsi sui rovesci del capitalismo nella Depressione apertasi nel 1929. Due anni dopo venne la  Repubblica di Spagna e Maeztu ne previde con largo anticipo la rovina: “Al cabo de pocos annos -scrisse otto mesi prima della ribellione militare- se producirà en el paìs un levantamiento armado de caràcter tradicionalista, o una crìtica profunda y extensa de la ideologìa liberal, en caso de no ser posible el levantamiento en armas”.

L’ex-ambasciatore a Buenos Aires viene incarcerato, brevemente, una prima volta nel 1932, subito dopo il  ‘levantamiento armado’ del generale Sanjurjo (agosto 1932). Da quel momento non smette più di contrapporsi all’alleanza liberalradicali-socialisti-stalinisti capeggiata da Manuel Azagna, suo ex-compagno di lotte intellettuali. Anche quando le destre sembrano preferire ancora i confronti elettorali e i compromessi parlamentari alla lotta frontale in difesa della religione e della monarchia -quest’ultima, come sappiamo, destinata a rioccupare il futuro della Spagna- Maeztu moltiplica le posizioni combattive e mortalmente pericolose. Nei primi mesi del terribile 1936 grida sempre più alta la sua fede; tuttavia al tempo stesso non rinuncia a sperare che la feroce dialettica degli odii generi qualche esito positivo: “Con todo, me parecen mejores estos tiempos, no porque no sean, como son, horrorosos, sino porque contienen la promesa de un mondo mejor (…) Las nuevas generaciones tienen gran suerte al (hanno la fortuna di)  tener que eligir entre la fe y el escepticismo, en vez de perderse, como la nuestra, en verdades a medias (a metà) e ideales truncos (mozzi)”. Ancora poche settimane e il pensatore di Alava entrerà nel carcere della morte.

Tutta la vita aveva guardato a verità fuori delle dottrine rispettate. Gli spiriti inquieti di oggi dovrebbero cercare ispirazione in questo prode combattente. I peggio disposti, i più condizionati dal pensiero unico che trionfò nel secondo dopoguerra, dovrebbero quanto meno rispettare de Maeztu in quanto esploratore ardimentoso, ulissiaco, intollerante degli steccati del pensiero maggioritario. Allo stesso modo che sono arrivati, o dovrebbero arrivare, a rispettare la passione e la dignità di un Ezra Pound  ‘americano  maledetto’. La destra e la sinistra tradizionali non hanno quasi più niente da dirci. Le rispettive coerenze hanno solo collezionato fallimenti. E’ tempo di volgerci a chi si fece vituperare da destra e da sinistra; da quest’ultima si fece addirittura uccidere: non nascondendosi, non mimetizzandosi. Fu ammazzato quale reazionario, ma reazionario non fu mai.

Conosciamo la falsità di tutte le posizioni nette e inconcusse del passato. “El antìdoto -la verità che Maeztu opponeva ai faziosi e ai puri- era “anticatolico y antilibrepensador, antirrepublicano e antimonarchico, anticonservador y antiliberal, antitradicionalista y antidemòcrata”. Gli ideologi tutti d’un pezzo del passato ci apparvero autorevoli, ma i loro insegnamenti sono finiti in nulla. E i coerenti odierni sono clamorosamente senza idee.

A.M.Calderazzi

UNAMUNO NON PARLA ALLA SPAGNA D’OGGI. MA A QUELLA DI DOMANI?

Un secolo fa Miguel de Unamuno fu il maggiore tra gli intellettuali di Spagna, la voce più dolorosa e lirica di quella Generazione del ’98 il cui sorgere dal Desastre di quell’anno – disfatta totale di fronte agli Stati Uniti, perdita dell’impero oceanico- testimoniò che la nazione non moriva, che esprimeva l’intenso pensiero del Regeneracionismo. La cultura spagnola non avrebbe più raggiunto le altezze di Joaquìn Costa, di Ganivet, di Ortega y Gasset e, soprattutto, di Unamuno: filosofo e poeta, anzi profeta, nel senso di sacerdote dello spirito del Paese. Come ha scritto Carlo Bo, il Nostro, “maestro del parlare tragico” e “uomo agonico” non smise mai la meditazione sul passaggio dell’uomo sulla terra e il dialogo col Dio ignoto.

Ma diversamente da Pirandello e da William Blake, cui fu spesso accostato da critici e da storici, Unamuno fu il bardo di una patria prostrata e gloriosa, l’incarnazione del sentimento nazionale. Tale era stato riconosciuto sin da giovanissimo: chiamato a 27 anni alla cattedra di letteratura greca a Salamanca, rettore a 36, un seguito proclamato rettore a vita della più illustre delle università nazionali.

Troppo poeta e troppo romantico per cogliere il potenziale progressista e umanitario del colpo di Stato militare di Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 abbatté il morente parlamentarismo dei notabili e dei latifondisti, Unamuno si mise alla testa dell’opposizione intellettuale con tale foga che nel 1924 fu mandato al confino nelle Canarie. Pur veementemente socialista, non aveva intuito che il Dittatore avrebbe governato da amico del popolo e in collaborazione coi socialisti, a quel tempo un partito di onesti. Primo de Rivera non solo non lo sciolse, ma fu sul punto di costituirlo partito unico di regime. Suo alto consigliere fu il capo sindacale Francisco Largo Caballero, futuro capo del governo repubblicano e ‘Lenin spagnolo’. Tali erano il prestigio del rettore e la bonarietà del dittatore che a Unamuno fu permesso di ‘evadere’ in Francia, e fu anche offerta l’amnistia, che rifiutò. Va precisato che, almeno nel primo quinquennio del regime militare, gli oppositori erano un’esigua minoranza. Il colpo di stato contro i partiti e i politici aveva suscitato un consenso assai vasto. Venne meno verso il 1929, quando gli effetti, in Spagna pur non troppo violenti, della Depressione internazionale e gli oneri del grosso debito provocato dalle opere pubbliche e delle provvidenze a favore dei proletari, misero in difficoltà la Dittatura. Primo si dimise spontaneamente.

Unamuno incarnava il paese del suo tempo, povero e, nei suoi intellettuali, nobilmente allucinato. Certo non avrebbe voluto convivere con la Spagna odierna della modernità spinta, dell’omogeneizzazione capitalista,  della bolla immobiliare. E’ altrettanto certo che gli spagnoli d’oggi non possono/vogliono riconoscersi nell’uomo che aveva scritto “Del sentimiento tràgico de la vida” e “Agonìa del cristianismo’. Ma l’Unamuno del Regeneracionismo esaltante, fino a che punto aveva ripudiato i miti antichi della Spagna ‘inmortal’, i miti di Calderon e di Cervantes, che sembravano avere staccato il Paese dall’Europa?

José Luis Varela, della madrilena Universidad Complutense, provò a rispondere a questo interrogativo col saggio ‘Unamuno y la Tradiciòn espagnola’. Non dette una risposta univoca; infatti l’incipit del saggio recitava: “En 1906, todavìa inmerso Unamuno en el reino de las negaciones, considera que nada es mas engagnoso que el concepto de tradiciòn”, e che “con la voz tradiciòn puede entenderse todo, hasta la vuelta al paganismo”. Per Varela è decisivo in proposito il primo dei libri di Unamuno ‘En torno al casticismo’, del 1902 (in italiano rendiamo ‘casticismo’ come tradizionalismo; ‘casta’, a sud dei Pirenei, è la stirpe in purezza): opera che il saggista definiva “excesiva, de mocedad (prima giovinezza) beligerante”, ma in ogni modo situata “a la cabeza del ensayo moderno sobre Espagna”, venuta prima dei Ganìvet, dei Costa e dei Maeztu. In più Varela precisava anche che l’oggetto del ‘combate civil’ di Unamuno era, specificamente, il ‘narcisismo casticista’. Ma aggiungeva, a dissipare l’aspettativa di una risposta netta, che in Unamuno c’è “una palinodìa, que va de la negaciòn rotunda y global a la defensa, cautelosa y condicionada, de la grandeza pasada”. E d’altra parte il rettore di Salamanca “de entrada se declara antinacionalista, ya que sòlo el aire de fuera regenera nuestros pulmones”.

Nei 37 anni trascorsi dalla morte di Franco la Spagna ne ha respirata, di ‘aire de fuera’, persino troppa. Anzi cominciò a respirarne  negli anni Cinquanta. Fatta la scelta dell’alleanza americana, poi dell’apertura al turismo, del capitalismo liberista e della tecnocrazia, cominciò allora, per la conversione del Caudillo e anche per la spinta di Fraga Iribarne, la agognata saldatura all’Europa e al mondo. Risultati, dite voi.

La ‘palinodìa’ che Velarde attribuisce al grande bilbaino non è fatta per coinvolgere i connazionali di Rajoy e Zapatero, ostaggi dell’ipercapitalismo, della prosperità idolatrata e oggi rimpianta, della dissacrazione. Ma forse gli spagnoli di domani avranno anch’essi la loro palinodìa. per tedio della modernità. Potranno riscoprire qualche contenuto casticista, vergognarsi d’essersi troppo vergognati dei lunghi secoli di povertà gloriosa. Uno spagnolo ricco è ributtante, aveva scritto Ganìvet. Gli spagnoli di domani, a valle di una crisi purificante, potranno guardare con simpatia al fervido triennio socialista (1894-97) di Unamuno. Velarde sottolinea che il socialismo, benché ‘experiencia fugaz y juvenil, no fue superficial y literaria(…) Unamuno concibe al socialismo como una nueva religiòn, como superaciòn del egoìsmo de las clases poseedoras”.

Oggi ‘socialismo’ è parola da non pronunciare a tavola, anche in Spagna. Eppure forse il domani è di un neo-socialismo spiritualista, totalmente rigenerato, diametralmente opposto sia alla ferocia assassina del comunismo, sia alla corruzione del craxismo e del felipismo (di battesimo si chiamava Felipe, Felipe Gonzales, il primo governante socialista del post-franchismo). Ramiro de Maeztu, compagno di ‘combate civil’ di Unamuno, propose -da destra-  il Guild Socialism, un comunitarismo che oggi chiameremmo dei kibbuz invece che delle gilde.

Quello che conta, e che resterà per sempre, è l’invocazione del Rettore a favore del popolo spagnolo: “Que le dejen (lascino) vivir en paz y en gracia de Dios. Que no le sacrifiquen al progreso, por Dios, que no le sacrifiquen al progreso!”.

Antonio Massimo Calderazzi