LA BISMARCKATA DI ANGELA MERKEL

Diciamo bismarckata secondo un uso della politica spagnola. Per esempio chiamarono ‘sanjurjada’ il tentativo di pronunciamiento, nel 1932 ( secondo anno della seconda repubblica di Spagna, quella prima rosea poi rossa) fatto dal generale José Sanjurjo. La sanjurjada abortì, il generale fu condannato a morte (condanna non eseguita). Nel 1936, essendo il più alto in grado dei generali africanisti, fu designato a capeggiare la ribellione militare del 18 luglio (Franco non compariva ancora). Ma Sanjurjo morì nella caduta del piccolo aereo che aveva preso per raggiungere le operazioni golpiste. Si disse che il velivolo era appesantito dal baule contenente l’alta uniforme che il Nostro, peraltro corpulento, avrebbe indossato alla sfilata della vittoria.

Dunque la bismarckata della Cancelliera. Avrà sbagliato ad annunciare ‘accogliamo tutti’, cosa impossibile.Ma non avrà creduto di compiere un atto straordinario, degno dell’alto orgoglio di Otto von Bismarck? In particolare, degno dell’irraggiungibile astuzia di quando, nel 1870, provocò la Francia col ‘dispaccio di Ems’ a dichiarare e a perdere la guerra alla Prussia?

Dicono gli storici -però non tutti- che il maestoso predecessore di Angela Merkel dovette il suo maggiore trionfo al fatto di avere manipolato un telegramma da Ems del suo sovrano, Guglielmo I re di Prussia. Il dispaccio respingeva la pretesa di Parigi che re Guglielmo si impegnasse a vietare per sempre al nipote Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaringen di accettare la corona di Spagna ( che per poco più di un anno andò ad Amedeo di Savoia, dopo il quale venne la Prima Repubblica di Spagna).

Quasi certamente è vero che senza la prontezza di riflessi e la furbizia ulissiaca di ritoccare il dispaccio, il Secondo Impero francese non avrebbe mosso il conflitto, per essere sbaragliato e abbattuto in poche settimane. Forse il riluttante Napoleone III era in cattive condizioni di salute quando fu plagiato a ordinare una guerra che peraltro il suo primo ministro e soprattutto lo Stato Maggiore assicuravano già vinta. Non era l’Armée de Terre ‘la più potente al mondo’? Bastarono due battaglie, Reichshoffen e Sedan, e l’imperatore fu sconfitto, fatto prigioniero, deposto. Il Cancelliere poté proclamare il Secondo Reich della nazione germanica.

Teoricamente la svolta della Kanzlerin di aprire la Bundesrepublik a grandi masse potrebbe un giorno risultare un atto politico più fatidico che unificare la Germania nel 1871. Con un fiat ella è sembrata cancellare un secolo di abominio contro il suo paese: cominciando dalle menzogne della propaganda franco-britannica sulle atrocità dell’occupazione germanica del Belgio nel ’14. Per non parlare della più tremenda delle accuse: ‘i tedeschi non potevano non sapere dei forni crematori’. Per qualche giorno le sinistre e i germanofobi del pianeta hanno inneggiato ai tedeschi, forse anche a Tacito che venti secoli fa li aveva detti essenzialmente etici. Questo a Bismarck non era riuscito, pur avendo lanciato il Welfare germanico e dominato la scena europea per un trentennio.

Come tutti sanno, Bismarck cadde (1890) per aver provato ad imporsi a Guglielmo II, divenuto imperatore alla morte del padre Federico III (aveva regnato tre mesi). Qualche storico arriva a congetturare che il Cancelliere avesse concepito di poter trasformare se stesso, il figlio Herbert (suo braccio destro nel governo) e i Bismarck discendenti in una dinastia di quasi-sovrani: come i maestri di palazzo Carolingi che finirono col togliere la corona di Francia ai Merovingi. O come gli shogun nipponici che furono i sovrani di fatto del Giappone per secoli. A tanto la Merkel, nei panni di Bismarck, non sarebbe arrivata.

Il Cancelliere di ferro e principe di Schoenhausen visse i suoi ultimi otto anni da pensionato. Per buonuscita aveva ricevuto il ducato di Lauenburg, che nel lontano passato era stato un piccolo Stato sovrano. Quando nel 1892 andò a Vienna per il matrimonio del figlio Herbert di cui voleva fare un maestro di palazzo carolingio, Berlino proibì che si facessero onori al grande Otto. Il quale si vendicò facendo scrivere sulla propria tomba, sotto il nome, ‘fedele servitore di Guglielmo I’; non del Kaiser regnante. Quando uscirà di scena, forse Angela nutrirà meno rancore, ammantata come sarà nella gloria di aver tentato di “accogliere tutti”.

Molto tragica invece la fine dell’ultima principessa Bismarck a entrare nella storia: nel 1944 si tolse la vita nella sua tenuta est-tedesca, all’arrivo dell’Armata Rossa.

A.M.C.

LEZIONE DI TEDESCO PER GLI STATI UNITI

Ma c’è da imparare per tutti

Negli anni ’70 gli Stati Uniti e la Repubblica federale tedesca erano legati a filo doppio, dal comune timore dei missili sovietici e dall’esistenza di un’altra Germania, comunista e satellite dell’URSS. La posizione comunque subalterna della Germania occidentale non impediva però all’allora cancelliere Helmut Schmidt, socialdemocratico di sicura fede atlantica, di criticare vivacemente la politica economico-finanziaria del grande alleato e in particolare il mantenimento  di alti tassi di interesse per attirare negli USA, in fase critica sotto la presidenza Carter, capitali stranieri a multiforme scapito delle economie europee.

Sopravvennero poi il crollo del “campo socialista”, la riunificazione tedesca e la monopolizzazione americana del ruolo di superpotenza planetaria, per la verità esercitato spesso in modo da evidenziare piuttosto l’impotenza militare oltre che politica degli Stati Uniti, alle prese con un nuovo ordine o meglio disordine mondiale, in ultima analisi meno facilmente padroneggiabile di prima. Sue ulteriori modifiche, altrettanto epocali, sono derivate dall’ascesa di nuove potenze con in testa la Cina, dal profilarsi della minaccia probabilmente sopravvalutata ancorchè plateale dell’estremismo islamico e infine dall’esplosione della peggiore crisi economica-finanziaria del dopoguerra, soprattutto in Occidente e in ogni caso per gli stessi Stati Uniti.

Non sorprende perciò che i legami tedesco-americani si siano allentati facendo posto ad una dialettica non apertamente ostile da alcuna parte ma ugualmente spigolosa e foriera di un crescente allontanamento reciproco, benché la Germania stenti o forse persino esiti ad assumere la prevista guida dell’Unione europea o quanto meno dell’Eurozona. La sua vecchia “economia sociale di mercato” aveva comunque retto alla crisi meglio di tutte le altre (o almeno così sembrava) e ciò spiega sia il rafforzato prestigio del “modello renano”, contrapposto alle ricette anglosassoni degli ultimi decenni, sia l’inclinazione dei suoi gestori a lesinare ancor meno di prima le critiche a queste ultime e ai loro effetti.

Tra gli emuli di Schmidt si distingue oggi una sorta di suo erede, l’ex ministro delle Finanze nella “grande coalizione” berlinese Peer Steinbrueck, uscito personalmente con onore dal recente tracollo elettorale della SPD (che peraltro dà già qualche segno di riscossa) grazie ai meriti acquisiti, un po’ come Giulio Tremonti, nel tenere a bada la crisi e in particolare salvando numerose banche tedesche dall’insolvenza. Forse piccato da certi inviti americani, non solo di parte ultraliberista, agli europei a rivedere il loro “welfare state troppo generoso” (così Joe Klein su “Time” del 10/1/2011) e dalle sollecitazioni di Washington alla Germania a stimolare i consumi interni per aiutare le altre economie sofferenti, Steinbrueck ha replicato con una serie di bordate tali da colpire nel cuore posizioni e orientamenti d’oltre oceano.

Nella sua rubrica fissa sul settimanale “Die Zeit” l’ex ministro ha cominciato, in gennaio, col demolire il mantra americano, in auge dai tempi di Reagan, delle tasse da ridurre per principio contando su un loro preteso effetto di autofinanziamento: secondo lui, una pura chimera priva di basi scientifiche, smentita dalle esperienze concrete ed esiziale per un paese altamente indebitato come gli USA, anche a causa di un’applicazione discriminatoria a favore dei redditi più alti. Un esempio, insomma, che la Germania dovrebbe, a suo avviso, guardarsi bene dall’imitare come vorrebbero alcuni ambienti tedeschi invocanti imposte dirette più basse.

In marzo Steinbrueck ha poi rincarato la dose bollando come suicida l’insistenza americana a combattere l’indebitamento contraendo sempre nuovi debiti invece di sottoporsi ad una pur dolorosa terapia di disintossicazione da una simile droga, mettendo a repentaglio la propria affidabilità finanziaria e rischiando di aggravare la già “enorme dipendenza finanziaria dagli investitori stranieri e in particolare dalla Cina”, che “minaccia di tradursi prima o poi in dipendenza politica”. Miope sarebbe inoltre la Federal Riserve che continua a inondare il paese di liquidità per rianimare un’economia che avrebbe piuttosto bisogno di profonde modifiche strutturali a cominciare dal risollevamento dell’apparato industriale, deperito anche in rapporto al gonfiato settore finanziario, con conseguente perdita di competitività e squilibrio della bilancia commerciale.

Agli USA Steinbrueck raccomanda altresì, oltre che un aumentato anzichè ridotto prelievo fiscale, un’adeguata contrazione della spesa pubblica che, se fosse indispensabile estendere agli impegni sociali, dovrebbe incidere preliminarmente sulla voce armamenti e altre spese militari. E non esclude neppure che un duraturo risanamento possa richiedere drastiche revisioni dell’American way of life con tutti gli sprechi e i danni ambientali che essa comporta. Per non parlare, infine, degli ulteriori danni che il rinvio di terapie efficaci e l’immutato ricorso a rimedi fallaci, come la politica del denaro facile (che l’osservatore tedesco non esita ad affiancare ad un fattore perturbante quale gli attentati dell’11 settembre), arrecherebbero anche al resto del mondo, sotto forma di nuove bolle sui mercati delle materie prime, spinte inflazionistiche e svalutazioni competitive in campo monetario.

L’ex numero tre del primo governo Merkel non manca di tributare l’omaggio di rito a qualità che si attribuiscono agli americani in dose maggiore rispetto agli europei: fiducia in se stessi e capacità di battere nuove strade. A questo motivo quasi residuale di speranza affianca però un non celato pessimismo circa la probabilità che indicazioni come le sue vengano accolte e seguite sia nel breve periodo, dominato dallo scontro fra i partiti e dentro i partiti in vista delle prossime elezioni presidenziali, sia a più lungo termine, specie nell’eventualità tutt’altro che remota di una bocciatura di Obama e di una rivincita repubblicana sotto la prevalente spinta oltranzistica del Tea Party. Il fatto che nel frattempo l’apparente maggioranza del paese bocci ad ogni buon conto una riforma sanitaria sacrosanta ma già annacquata rispetto al progetto originario la dice lunga in proposito.

All’inizio di marzo, prima che Steinbrueck scrivesse quanto sopra, “Time” pubblicava un peana al nuovo miracolo economico di una Germania definita “Cina d’Europa” e “tigre del vecchio mondo”, illustrandone con chiarezza i vari aspetti. Alla domanda di che cosa il suo esempio possa insegnare agli USA rispondeva tuttavia evidenziando un solo punto: l’appoggio statale a quel complesso di imprese piccole o medio-piccole spesso di proprietà familiare che costituirebbero tuttora la spina dorsale dell’industria tedesca e alla cui vitalità, efficienza e immutata specializzazione nelle produzioni manifatturiere tradizionali piuttosto che nelle nuove tecnologie si dovrebbero l’attuale primato di competitività nel mondo sviluppato e il conseguente boom  delle esportazioni.

Un aspetto importante, senza dubbio, oltre che familiare ad orecchie italiane, ma che certo non esaurisce la materia di confronto tra due diversi modelli o meglio esperienze storiche e visioni d’insieme della problematica economica e non solo economica. Le rispettive esperienze, per la verità, sono poi diverse solo in parte, ricordando quella americana del New Deal rooseveltiano, il cui ripudio ideologico risalente agli anni di Reagan sembra tuttavia destinato a sopravvivere anche alla plateale dimostrazione recente che senza il massiccio intervento statale di salvataggio il sistema economico-finanziario USA, lasciato in balìa del liberismo e della deregulation più sfrenati con conseguenti degenerazioni, sarebbe oggi ridotto in macerie.

Stupirsi che sulla sponda repubblicana, quanto meno, si arrivi persino a sostenere che per i singoli Stati dell’Unione, oggi in gran parte a rischio di insolvenza, non vada esclusa una salutare bancarotta, non significa naturalmente auspicare che da questa e dall’altra parte dell’oceano si instauri o rinasca la moda dello Stato imprenditore a tutto campo o impiccione oltre misura. Significa invece, innanzitutto, che sembra doverosa, anzi vitale, la conservazione da parte dei pubblici poteri di una funzione normativa e di controllo adeguata, ossia semmai rafforzata, per prevenire e reprimere pratiche e comportamenti irresponsabili, al limite criminosi e comunque rovinosi per tutti come quelli cui si è assistito o, meglio, che sono stati improvvisamente rivelati negli ultimi anni anche a chi avrebbe dovuto saperne ex officio.

A questo riguardo, sfortunatamente, non si direbbe che il consenso necessario per un’azione risoluta da parte degli Stati, a livello individuale e collettivo, sia facilmente ottenibile. Gli interessi di categoria con relative connivenze si fanno verosimilmente sentire non meno dei pregiudizi ideologici. Desta qualche sospetto anche il fatto che Steinbrueck non tocchi questo argomento nelle sue critiche e sollecitazioni agli Stati Uniti, mentre sta emergendo che le banche tedesche sono state sì meno spensierate di quelle americane nel gestire i propri affari ma avrebbero potuto mostrarsi ancor più avvedute anche dopo l’esplosione della crisi e dovrebbero perciò astenersi oggi dal premere sul governo di Berlino per una difesa ad oltranza dei loro interessi a spese dei soci dell’Eurozona messi in ginocchio dalla crisi stessa.

C’è chi dei micidiali effetti della finanza allegra è più responsabile di altri, e farebbe bene a riconoscerlo apertamente, a pentirsi e a trarne le debite conseguenze. Ma tocca a tutti fare la propria parte a quest’ultimo riguardo per evitare che eventuali ricadute (peraltro già denunciate qua e là) nei peggiori vizi e tentazioni provochino nuovi cataclismi tali da annullare qualsiasi beneficio derivante dalla diffusione di un modello pur rivelatosi per il resto preferibile ad un altro.  

Licio Serafini

LA GERMANIA RITORNA ALL’ETICA ANTICA DI WITTEMBERG

Dopo la caduta di due potenti a Berlino

Le impressionanti dimissioni di Karl-Theodor zu Guttenberg, forse il più brillante dei politici tedeschi d’oggi, pronosticato successore di Angela Merkel, non solo da ministro della Difesa ma anche da deputato al Bundestag, sarebbero meno significative se non fossero seguite di pochi mesi alle dimissioni di Horst Koehler da capo dello Stato germanico.

Tralasciamo che le due dimissioni obbligano a confronti crudeli col costume politico di altri paesi, primo il nostro. Guttenberg ha lasciato una posizione di vertice per aver copiato da altri parte di una propria tesi di dottorato. Non gli è bastato rinunziare pubblicamente, come ha fatto, a una qualificazione accademica parzialmente indebita: il ministro della Difesa ha giudicato di non poter sostenere più a lungo la deplorazione di ambienti quali quello universitario. Soprattutto un caso di coscienza individuale, dunque.

Solo apparentemente politica, in senso tradizionale, l’occasione del ritiro di Koehler. Ha dovuto dimettersi da presidente della Repubblica pochi giorni dopo avere sostenuto, in un discorso ai reparti germanici operanti in Afghanistan, che la Germania è in quel conflitto (nel quale si uccidono anche i bambini) per non pregiudicare i propri interessi di nazione grande esportatrice. La condanna dell’opinione pubblica, immediata e corale, non ha lasciato scampo al Bundespraesident. La storia della Germania moderna è tale da non permettere più che la guerra -una guerra altrui, oltre a tutto- trovi giustificazioni. Troppo atroci i drammi provocati e sofferti dalla Germania.

Lacerante il confronto con l’Italia. Qui pochi mesi fa il capo dello Stato ha potuto affermare che la guerra nell’Afghanistan “è giusta”, e quasi tutti gli italiani hanno lasciato fare. Hanno permesso al nominale rappresentante della nazione, dunque anche di me e di voi, di affermare il contrario della verità. Come fossimo ai tempi infami del machiavellismo quotidiano. Beata Germania, non ha avuto che pochissimo Rinascimento, nessun papa erotomane e quasi nessun Cesare Borgia. I suoi letterati ‘rinascimentali’ sono stati ininfluenti, le sue donne più celebri non furono promosse da troie a dame. La guerra d’Afghanistan non è giusta, ma gli italiani non si curano. Facevano così persino nei tempi gloriosi della repubblica di Mario e Silla.

Koehler e Guttenberg, in quanto politici di carriera, potrebbero avere scheletri nei loro armadi. La pubblica corruzione, pur tanto inferiore alla nostra, non è sconosciuta a Berlino, ossia in un grande contesto economico nel quale ingente è il ruolo dei poteri pubblici. Se un giorno i due importanti dimissionari si riveleranno anch’essi corrotti -non possediamo elementi in tal senso- i molti riferimenti all’etica nazionale che seguono in queste note risulteranno sbagliati. Fino a prova del contrario i due restano testimoni onorevoli di una verità che per secoli prima del nazismo – autentico Golgota dell’anima tedesca- era stata contestata da pochi e con poco fondamento: essere i tedeschi il più etico dei popoli che hanno fatto la grande storia.

Senza risalire a Tacito, la Riforma rivelò la vocazione germanica alla legge morale. Quale che sia stato l’impulso personale di Lutero, fu il contesto tedesco a determinare la rivolta contro le degenerazioni romane (nel piccolo, anche avignonesi cioè francesi). Il destino spirituale della nazione fu segnato per sempre dalle tesi aurorali affisse a Wittenberg da Lutero, frate agostiniano. Fino all’irrompere dell’Illuminismo l’intera vicenda nazionale fu innervata da quella specifica ispirazione religiosa che fu il Pietismo, affiorato agli inizi del Seicento. Ancora nel 1755, in piena asserzione (a livello intellettuale e non popolare) dell’Illuminismo, un dramma sentimentale di Lessing, il maggiore illuminista tedesco, marcava il rifiuto delle componenti libertine e scettiche dell’ideologia dei lumi. Ideologia, peraltro, impegnata più che altrove, attraverso il confronto coll’insegnamento pietistico, a conseguire traguardi essenzialmente morali. La risposta veemente al materialismo razionalistico venne da pensatori tedeschi di formazione luterana. Quando apparve Johann Gottfried Herder, che da Kant aveva derivato spunti anti-illuministici, si delineò più netto l’antagonismo alle suggestioni razionalistiche spinte.

Col farsi più invasivi gli spiriti scettici e mondani che venivano da Parigi, il pontifex maximus Wolfgang Goethe alzò la sua voce per condannare quanto meno quello ‘spirito affaristico del Termidoro’ che allora -oggi no- negava direttamente gli intimi precetti di probità della piccola borghesia colta di Germania, ancora saldamente ancorata ai valori luterani e pietistici. Il Termidoro presente potrebbe vincere la partita ma c’è speranza.

Tornando ai due potenti da poco caduti a Berlino, può valere la pena di ricordare che il dramma Wallenstein di Schiller additò in chiave tragica il crollo che può lacerare il tessuto etico dell’uomo di successo. Sembra marchiare il presidente federale che motivava la guerra per conto terzi con gli imperativi dell’export, quell’altro dramma schilleriano Kabale und Liebe. Condannava duramente uno dei principi tedeschi, il quale vendeva i suoi sudditi per le guerre oltreoceano di un sovrano straniero. Alcuni termini sono cambiati rispetto al 1784 del Kabale, ma la sostanza della denuncia schilleriana è perfettamente attuale duecentoventisei anni dopo, allorquando il potere berlinese per bocca di Koehler attentava alla legge morale nell’interesse di Mammona. Nella fase odierna, in cui la Germania è tentata di identificarsi nella possanza e sapienza della sua macchina produttiva, la logica ultima dell’economicismo è il massimo dei pericoli per l’anima tedesca.

Osservò uno storico della letteratura, Marino Freschi, che tra il Reno e il Baltico il teatro politico è stato per secoli “la denuncia urlata della miseria tedesca”. Oggi la “miseria tedesca” è soprattutto l’oltraggioso benessere che a molti consente di andare all’ufficio con auto da 300, persino 500 cavalli. Nel 1914 il motore del caccia di Richtofen superava di poco i 100 cavalli. E nel 1802 Friedrich Hoelderlin, uno dei massimi lirici dei tempi moderni, viaggiò da Bordeaux al suo domicilio tedesco a piedi. A piedi era andato a Lubecca J.S.Bach per ascoltare il grande organista Buxtehude. I successi materiali della Germania minacciano lo spirito assai più che, altrove, i tagli alla cultura. Adesso come ai giorni di Schiller si profila una scissione micidiale tra i valori del successo e quelli della gente comune che cantava i corali di Lutero.

La legge morale ci riporta ancora a Koehler e a Guttenberg. E’ la legge cui essi sembrano avere obbedito. Così vi obbedirono, nelle circostanze più tragiche in assoluto, i 150 congiurati che pagarono con la vita per aver tentato di abbattere Hitler il 20 luglio 1944. Non sapremo mai quanti di loro avevano davvero sperato di salvarsi; cioè quanti, senza tale speranza, si sarebbero negati alla congiura. Morirono due feldmarescialli, Rommel e von Witzleben, e un grosso manipolo di generali di rango. Gli altri erano tutti esponenti dello strato superiore della società tedesca, l’alta nobiltà in prima linea. Persero la vita uomini e donne per il fatto d’essere parenti stretti di congiurati. I 150 scelsero, invece che la ragione e l’istinto di sopravvivenza, la coerenza coi principi che per oltre quattro secoli dalla ribellione di Lutero erano stati al cuore dell’etica germanica.

Uno di essi si chiamava Ludwig Freiherr zu Guttenberg. Il fatto che nel 2011 un uomo del suo sangue abbia osservato la stessa legge -pur in circostanze che al confronto sono quasi giocose- conferma il nostro assunto iniziale. Forse in terra tedesca la coscienza parla con voce più alta.

Antonio Massimo Calderazzi