LE COSE GROSSE CHE RENZI NON FARA’ LE FARA’ SOLO UN EVERSORE VERO

Uno che credette in un Matteo Renzi unico potenziale demolitore e ricostruttore del nostro sistema politico, deve riconoscere d’avere sbagliato. Un anno e mezzo di governo è la prova che Egli non può e non vuole cambiare le cose grosse. Centinaia di propositi minori, qualche provvedimento apprezzabile, ma quasi tutto resta come prima, con in più la vulnerabilità del benessere consumistico. La pessima tra le Costituzioni moderne grava sempre su di noi, intatta, a organare il più intoccabile dei cattivi assetti collettivi dell’Occidente.

A valle del trionfo del Rottamatore abbiamo un capo dello Stato che incarna, come nessuno potrebbe meglio, la continuità e invincibilità del Vecchio Ordine. Abbiamo un debito schiacciante e un spesa reale che crescono invece di diminuire. La Ragioneria dello Stato sta rivedendo al rialzo le previsioni di spesa di quasi tutti i ministeri. Beninteso le maggiori uscite che si annunciano non sono richieste se non marginalmente da erogazioni virtuose, p.es. per soccorrere i veri profughi di guerra, o per investire in quelle regioni semi-desertiche dell’Africa dove in due anni è piovuto una sola volta e non sopravvivono gli uomini e il bestiame di cui campavano. Nessun programma nuovo e meritevole, invece sì il mantenimento di andazzi e di disvalori.

Fatto p.es. un piccolo taglio (25 milioni) alla vergognosa spesa per le nostre ambasciate, esse costeranno ancora, da sole, 629 milioni. Un Renzi avrebbe dovuto amputare di mezzo miliardo questo capitolo, il capitolo della vanagloria parvenue delle sedi diplomatiche tra le più chic, fatue e inutili del pianeta. Al confronto è quasi rispettabile -è tutto dire- l’incremento (450 milioni) del bilancio della Difesa; bilancio che dovrebbe essere addossato quasi per intero a quelli del Pentagono/della Nato.

Non è stato né chiuso e venduto al migliore offerente, né interamente convertito nel maggiore museo del mondo, il palazzo del Quirinale, eccessiva reggia di un caponotabile, monumento della ferocia anticristiana di alcuni papi del Rinascimento, poi dell’egoismo di quattro monarchi sabaudi. Il solo bilancio corrente della reggia, per non parlare del suo valore immobiliare, basterebbe a finanziare gli impianti solari o eolici per estrarre acqua dagli strati profondissimi di alcune terre subsahariane; o per dissalare un po’ di mare. La durezza di cuore dei nostri governanti, dal primo all’ultimo imbellettati di socialità, stupisce gli osservatori più malevoli.

Matteo Renzi non ha fatto e non farà niente per contenere l’invasione dei migranti economici, nell’unico modo che è possibile: un gigantesco, doloroso per i contribuenti, piano Marshall contro la miseria nel mondo. Troppo legato, Renzi, al concetto tradizionale secondo cui uno Stato non ha obblighi etici fuori dei propri confini. I miserabili crepino; gli elettori possidenti siano sgravati di tasse, laddove dovrebbero essere convinti/costretti ad accettare di impoverirsi.

Matteo Renzi non è nemmeno certo di riuscire a depotenziare un Senato grottescamente dannoso. In realtà esso non va depotenziato, va abolito: contestualmente alla riduzione a un terzo del numero, del costo e della nocività dei deputati (come di tutti gli altri gerarchi espressi dalle urne).

Quali siano stati nel settantennio post-fascista gli uomini e i partiti del potere, noi non abbiamo un ordine democratico, non uno preferibile ai regimi rozzamente autoritari. Abbiamo un ordine plutocratico-parlamentare nel quale gli elettori bassi sono in tutto impotenti, la ricchezza e le collusioni restano decisive, i divari sociali si allargano invece di ridursi, la corruzione e il cinismo di massa dilagano.

Sia chiaro: le grandi opere che Renzi non farà, nessun altro le farà. La nostra classe di potere è una scadente consorteria di reucci-proci, i principali tra i quali -i Prodi, i Berlusconi, i D’Alema. i Bersani, i Letta, gli improvvisati che tentano di sostituirli- hanno dimostrato ad abundantiam la loro nullità quali conduttori del Paese. Questo dà la certezza che quando Renzi cadrà, le prospettive saranno persino peggiori. La Repubblica, nata malata di partitismo ladro, non può essere riformata. Non può guarire. Va abbattuta con le sue Istituzioni da un soprassalto di consapevolezza e di vitalità.

Bisogna ripudiare la nostra legalità. E’ la legalità di uno Stato-canaglia, fondato e malversato dai peggiori tra noi.

A.M.C.

SULLE DUE SPONDE DEL TEVERE PARALLELISMI, AFFINITA’ E RINUNCE

Un anno di Renzi, più o meno come un biennio di Bergoglio. Ininterrotti ribadimenti; volitività senza confini; realizzazioni e opere che deviano la storia, poche. In molti ci attendevamo dal Papa una mezza rivoluzione, quella svolta per cui nulla o poco di importante restasse come prima. Nessuna montagna si è mossa. Dal Premier forse era realistico aspettarci di meno: la politica è l’arte del possibile, possibile nel quale non c’è posto per l’ideale e il top del massimalismo è aspirare al meno peggio.

I conati di riforma di Renzi sono il meno peggio, confrontati alle alternative esistenti. La prima di esse è il berlusconismo. Nel quotidiano della politica come nell’anima della nazione il berlusconismo è la dipendenza di una parte del popolo e di una masnada della Casta da un personaggio ormai insopportabilmente simile nell’aspetto fisico all’Al Capone di prima di Alcatraz, o di Sing Sing o di altro sacrosanto penitenziario. Nella sfera spirituale la dipendenza di troppi nostri compaesani è dal più lubrico dei personaggi del genere fescennino. Che avrebbe pagato, secoli dopo, il poeta Decimo Giunio Giovenale per averlo creato lui come incarnazione di corruttela, licenziosità e sostanziale negazione ad essere statista! Eppure egli Cav ancora impartisce direttive, resta fuori dalle Case Circondariali, vince battaglie giudiziarie, arricchisce smisuratamente principi del foro, cocotte e semplici olgettine, mantiene lo ‘affetto’ di plotoni di deputati.

Le altre alternative: 1) il grillismo, ossia la strumentalizzazione un po’ scervellata degli istinti giovanili di rinnovamento; si è materializzata in conati di parlamentarismo fuori tempo massimo, dunque deteriore. Ripudiata, inevitabilmente, la santa utopia della democrazia diretta; 2) Matteo Salvini o l’ingentilimento del bossismo da bar-tabacchi; 3) il nulla integrale della Gauche degli intellettuali (sort of ) da terrazza romana o da trattoria pugliese specialità orecchiette. A nome della Gauche del Nulla, Stefano Rodotà e altre prèfiche della democrazia effondono lacrime sulla deriva autoritaria rappresentata da Renzi.

E invece Renzi fa benissimo a far rigare il parlamento e le camere. L’uno e le altre meriterebbero ben altra frusta e ben altra ramazza. Le prèfiche si aggrappano alla Costituzione che vuole il parlamento bicamerale spinto. E’ uno dei molti motivi per detestare deridere cestinare la Costituzione.

In presenza delle suddette alternative, è umano che molti nella Penisola abbiano sperato in Renzi: per essere ripagati soprattutto da enunciazioni, promesse, formule. Un anno dopo il ciclone Matteo, il paesaggio italiano presenta poche devastazioni: gli sconquassi, tutti da venire. Come avesse governato un anno Giovanni Goria, il compianto politico astigiano la cui memoria resta imperitura solo grazie all’abnegazione degli storici volontari di Wikipedia.

Questo Matteo, che si era presentato come emulo di Eracle (il figlio di Zeus & Alcmena) come operatore di fatiche più che umane e come generatore di almeno 70 figli, questo Matteo non deve temere alcun impeachment come perturbatore effettivo dei costumi e degli andazzi della Cleptocrazia. E’ vero, per la dira Camussa (la quarta Erinni dopo Aletto, Tisifone e Megera), il premier ha violato l’ordine naturale di cui esse Furie sono severe e vindici protettrici. Ma Camussa esagera. La Casta è in buona salute, e così pure quel suo comparto che sono i sindacati.

Il milione di persone che vivono di sola politica, cioè di sola rapina del denaro pubblico, resteranno al loro posto, quali che siano le smanie riformatrici del Fiorentino. Se questi brandirà l’arma delle elezioni anticipate, arriverà il veto/usbergo del Colle, la vetta più alta della Casta. Se le Province saranno davvero abolite, il nostro Pubblico Impiego non perderà il suo posto, così onorevole, nella classifica dei paesi industriali più burocratizzati. Gli alti papaveri che affittano a bassa pigione appartamenti di proprietà pubblica se li compreranno a poco. Dovesse il parlamento perdere la bicameralità piena dopo la parentesi similducesca (secondo le lagne di Rodotà, beninteso) di Matteo, risulterebbe sesquicamerale (una camera e mezza), con costi invariati. Inappagata resterà l’aspirazione degli ingenui a un Paese rovesciato sottosopra.

Delusi resteranno coloro che, passati 72 anni dall’armistizio di Cassibile (Siracusa) dove i generali G.Castellano e W.Bedell Smith stipularono la nostra resa incondizionata, credevano che lo Stivale potesse aspirare all’indipendenza dagli USA, quindi non essere più coartato a comprare F35, sommergibili d’attacco e missili così sofisticati che se il nemico non esisterà lo creeranno by default.

Direte, ma Bergoglio è un’altra cosa. Sarà. Ciascuno a modo suo ha rinunciato all’occasione assoluta di spezzare la continuità e rifiutare le logiche istituzionali.

Porfirio

ISTITUZIONI-CANAGLIA A NORMA DI LEGGE

Sui sessanta milioni di abitatori dello Stivale, non più di cinque-settecentomila persone -meno di quelle che  vivono di sola politica-, più i parenti e le compagne, si indignano se si dice loro che si fanno mantenere da uno Stato canaglia, le cui Istituzioni sono tra le peggio gestite d’Occidente. Tutti gli altri Stivalioti non si indignano, perché sanno.

Dodici anni dopo Mani Pulite il malaffare è cresciuto.  Il centro storico di Napoli ha migliaia di edifici privati bisognosi di manutenzione, ma le istituzioni non sono in grado di sussidiare. Esse esistono per  perpetuare i furti e gli sprechi, i peggiori dei quali ultimi sono i loro, quelli ‘istituzionali’. Poco male se un calcinaccio ha ucciso un adolescente in via Toledo. Le istituzioni non hanno risorse per mettere in sicurezza migliaia di case e di scuole.

I poteri pubblici  spendono in modo irresponsabile o ladro forse un terzo dei bilanci. Primo tra gli sprechi-simbolo, il Quirinale esige il decuplo di quanto sarebbe giusto per alloggiare il capo dello Stato e i suoi dipendenti veramente necessari ( quasi tutti i  mandarini quirinalizi potrebbero essere prestati dai ministeri); questo allorquando alcuni milioni di  italiani non hanno alcun reddito. Se un padre di famiglia spendesse per il proprio abbigliamento una parte esorbitante di quel che guadagna, sarebbe passibile di interdizione, e peggio. Le spese voluttuarie dello Stato sono, tra l’altro, i palazzi principeschi e cardinalizi, le ambasciate sfarzose e inutili, le Forze armate da grande potenza, il trattamento da corte zarista degli alti burocrati. L’ultimo Zar fece in modo da farsi trucidare, con la famiglia allargata e la monarchia, dalla Rivoluzione. Da noi, nessuna speranza.

Prendiamo una delle istituzioni, la Camera: ha non solo 635 deputati quando ne basterebbero 150, ma anche 1475 dipendenti, col livello di spreco che tutti conosciamo. Il sito ufficiale della Camera ha la sfrontatezza di scrivere: ”Per mantenere il potere d’acquisto della dotazione del 2008, sarebbe necessario aumentare la dotazione attuale”, . Se Pol Pot non fosse troppo terribilmente sanguinario, a lui andrebbe affidata la bonifica  della Camera.

Dal sito ufficiale apprendiamo che le pensioni  dei dipendenti assorbono oltre un quarto del bilancio. Alla voce Cerimoniale figurano euro 740 mila. Per Affitto palazzi Marino, 41,4 milioni nel 2014, 42,06 milioni l’anno prossimo. Per Rimborso viaggi deputati cessati,

800 mila. Per Spese di trasferimento, 715 mila. Per Spese di mobilità da e per la Camera,1,3 milioni. Corsi di informatica e lingue straniere per deputati, 400 mila. ‘Corsi di formazione dei  dipendenti, 700 mila. Pubblicazioni della Camera, 334 mila. ‘Iniziative di comunicazione istituzionale’ (ruberie più grosse del solito), 345 mila. Abbonamenti a giornali, 313 mila. Abbonamenti a fonti d’informazione giornalistica, 2.850.000. Manutenzione degli arredi,  945 mila.

E’ palmare: deputati e dipendenti dovrebbero essere un quarto, le retribuzioni degli uni e degli altri andrebbero dimezzate, i vitalizi cancellati (previa abolizione generale  di tutti quei ‘diritti acquisiti’ che costano troppo).  Le pensioni dei dipendenti vanno falcidiate, gli uffici dei deputati e dei funzionari nanizzati, i rimborsi  viaggi ‘ai deputati cessati’ – essendo un insulto- dovrebbero sparire fino all’ultimo euro, così come le spese di mobilità da e per la Camera (bastano le biciclette: così fanno i  Lords).  I corsi dovrebbero pagarseli i beneficiari. E così per quasi tutto.

La seconda Camera va cancellata.  I palazzi -Madama prima, Montecitorio al più presto- andrebbero venduti ai migliori offerenti, anche stranieri; per il parlamento futuro basterebbe un solo edificio, ben più modesto e semiperiferico. Tutti i bilanci delle istituzioni dovrebbero dimezzarsi nelle voci attuali, al contrario ingrossarsi per voci nuove: assegni di sopravvivenza, contributi alla manutenzione degli edifici privati, aiuti ai miseri delle nazioni povere (distribuiti direttamente dai bersaglieri, non consegnati alle autorità  locali, la cui sovranità merita noncuranza).

Ma è stolto attendersi alcunché dalle Istituzioni-canaglia. Forse Matteo Renzi farà qualcosa,  di modesto: alla fine sarà sconfitto, o sedato con concessioni secondarie. Le Istituzioni-canaglia e i Proci della politica permetteranno solo i cambiamenti esigui. Quando re Giorgio abdicherà, la Casta che presiede si consoliderà in un Establishment un po’ meno disgustoso; i poteri forti si faranno imbattibili; i divari sociali si allargheranno. La cleptocrazia vittoriosa vanterà di garantire il progresso senza avventure. Tagliando qua e là le tasse, i Proci banchetteranno più spensierati sulla ricchezza pubblica: più protetti dalla nostra Costituzione camorristica.

A meno che. A meno che qualcosa di grosso e di aspro, l’azione di duri congiurati, non abbatta le Istituzioni-canaglia.

A.M.C.

ANCHE L’AMERICA EBBE IL SUO RENZI. ATTENTO MATTEO: ALLA FINE LO RIPUDIO’

A giudizio di non pochi storici, Theodore Roosevelt resta, con Lincoln, il più amato dei presidenti degli Stati Uniti. Citiamo solo l’opinione di Hermann Hagedorn: “It can be said of Washington that he founded the American nation, and of Lincoln that he preserved it; it can be said that Roosevelt revitalized it”. Per molti versi il primo Roosevelt fu il Matteo Renzi, il Rottamatore di una parte delle prassi e delle idee politiche, della nazione americana a un secolo e un quarto dalla sua nascita. Ingigantendosi il paese, i Robber Barons e il grande capitale in genere stavano non solo impadronendosi della realtà materiale, anche spegnendo le “virtù” che fino allora avevano contrapposto il Nuovo Continente al Vecchio.

Arrivò Roosevelt e caricò a testa bassa i professionisti della politica come malversazione e rapina. Lo spirito comunitario, cioè civico, dei Padri Pellegrini e dei pionieri andava consumandosi; egli contrappose gli interessi della nazione a quelli degli schieramenti e dei gruppi. Si affermò e governò come repubblicano. Ma, primo dei tre presidenti ‘progressisti’, non fece proprie le tradizionali posizioni di sinistra: asserì il cambiamento, l’interesse collettivo, la necessità di riforme, non il sinistrismo.

Sono alcune delle affinità con Renzi. Prime tra le altre, l’età giovane, il carisma, l’ascesa fenomenale. Eletto a 23 anni nell’Assemblea ad Albany dello Stato di New York, sei settimane dopo si rivela con una clamorosa mozione per l’impeachment di un alto magistrato che si era dimostrato amico di quella che definisce “the wealthy criminal class”

(egli appartiene al wealthy ma non criminal patriziato olandese che fondò la Nuova Amsterdam). Tre anni dopo Roosevelt è il candidato repubblicano per la presidenza dell’Assemlea; soprattutto capeggia un gruppo di giovani politici che vogliono “a new spirit”, cioè rifiutano i vecchi equilibri.

Theodore non  ha fatto il boy scout come Renzi, ma si spinge molto più avanti nel vivere la natura: nel 1884 va ad allevare mandrie bovine nel ranch che ha fatto sorgere nelle Bad Lands del Dakota occidentale, sul Little Missouri River. Per tre anni fa l’ardua vita del cowboy, e tra l’altro si inizia a quella caccia dei selvatici grossi che lo caratterizzerà in prosieguo. Il partito che nel 1912 lancerà dopo essersi contrapposto al repubblicanesimo conservatore di William H.Taft, suo successore alla Casa Bianca, sarà contraddistinto come Bull Moose (alce maschio) Party. La vocazione del Nostro per l’outdoor e per l’ambiente  quintuplicherà negli anni della Casa Bianca i parchi naturali di proprietà federale.  Nel Dakota capeggia, con la stella di deputy sheriff, una lega di allevatori armati contro i fuorilegge che rubano bestiame. E nella guerra contro la Spagna (1898) guida alla carica un proprio reggimento di cavalleggeri volontari, i Rough Riders.

Messo a capo a 37 anni del Police Board di New York, il successo contro la corruzione è tale da diventare subito il politico più importante della Grande Mela e dello Stato. A 40 anni è governatore, poco dopo vicepresidente degli Stati Uniti. Assassinato nel 1901 il presidente McKinley, gli succede alla Casa Bianca. A 43 anni non compiuti, Th. Roosevelt è il più giovane presidente degli Stati Uniti fino a quel momento.

Il primo atto importante dalla Casa Bianca è di attaccare il Big Business: ottiene dalla Corte Suprema lo scioglimento della Northern Securities Company dei miliardari J.P.Morgan, Edward H.Harriman e J.J.Hill. Quando lo scontro finisce, alcuni anni dopo, si osserva

che “gli Stati Uniti appaiono vicini a una rivoluzione sociale”. Ormai la Casa Bianca assalta frontalmente legigantesche concentrazioni di potere economico: la U.S.Steel, la Standard Oil, la American Sugar Refining, le ferrovie, i grandi produttori di cereali e di carne. Nel 1904 Roosevelt viene confermato alla Casa Bianca col maggior numero di voti mai registrato in precedenza.

Seguono grosse iniziative all’estero, tra cui l’acquisto della Zona del Canale di Panama, l’impulso alla realizzazione del Canale stesso, la mediazione tra Russia e Giappone che mette fine al violento conflitto vinto dai nipponici. A Roosevelt va il premio Nobel per la pace. Egli non è in nulla pacifista, anzi si muove nel contesto programmaticamente imperialista dell’epoca. Tuttavia, pur guadagnato dagli impulsi di gloria  diplomatica e militare, il primo Roosevelt non mira agli acquisti territoriali. E un acceso nazionalista, persino un jingoist;  ma nei suoi anni i territori del West non sono ancora popolati, e nemmeno esplorati, interamente. Le conquiste oltremare non sono necessarie.

L’energia, la capacità di comunicare e di dominare, l’assertività, la volontà di innovare sono dunque tratti comuni a Theodore come a Matteo. Con le differenze dovute: l’imperativo di Renzi, in un paese che declina, è di svecchiare, sburocratizzare, rottamare. Quello del trentasettenne prodigio che aggredì la corruzione nella polizia newyorkese è di combattere i trust e le superfetazioni del capitalismo. Nel suo mandato presidenziale Roosevelt porta in giudizio, soprattutto per violazioni dello Sherman Act, 44 monopoli; infatti prendono a chiamarlo Trustbuster. Non è un uomo di sinistra come non lo è, o lo è poco, Matteo Renzi; però crede fino in fondo che l’America perda la sua specificità giovane e creativa se si rassegna all’egemonia del grande capitale.

Peraltro, come Renzi non si sente legato a schemi ideologici. Anch’egli, alla pari del Fiorentino, mette al centro della politica, e al di sopra delle logiche del parlamentarismo, il ruolo dell’Esecutivo. Anch’egli non sopporta gli schemi del sindacalismo. Nel grande sciopero dei minatori l’uomo della Casa Bianca costringe i padroni a rinunciare all’intransigenza -chiedevano la repressione militare- però non appoggia il riconoscimento delle Unions e l’obbligo delle imprese di assumere prioritariamente i lavoratori sindacalizzati.

La straordinaria capacità di vincere è comune ai due personaggi. Eppure, forse la sconfitta risulterà il destino di entrambi. Roosevelt, che ha respinto le sollecitazioni a farsi rieleggere nel 1908, viene battuto nel 1912 quando tenta di tornare alla Casa Bianca come capo di un partito nuovo, il Progressista o Bull Moose. Alle primarie repubblicane  ha vinto 278 delegati contro i 48 del presidente uscente, il conservatore Taft. Ma i sostenitori di quest’ultimo controllano l’apparato repubblicano, quindi la candidatura va a Taft. La Casa Bianca passa al democratico Woodrow Wilson,  regista nel 1919 della conferenza di Versailles, edificatore di repubbliche fallite -la Cecoslovacchia! la Jugoslavia!- inventore della geniale Società delle Nazioni. Il Bull Moose non ottiene che nove seggi alla Camera dei Rappresentanti, uno solo al Senato. Passate le elezioni la maggior parte degli Alci Maschi rientrano nelle file del partito democratico. Le forze, gli istinti, le abitudini della conservazione prevalgono su 17 anni di entusiasmo dell’America per il Trustbuster.

Roosevelt dedica alla scrittura, i malevoli dicono anche alle consolazioni del whisky, gli ultimi sette anni di vita: morirà a 61 anni (due anni meno longevo del cugino Franklin Delano).

Potrà essere uguale, con una disfatta, la fine politica di Matteo Renzi. Se il Roosevelt italiano andrà avanti con le vittorie a metà o a un quinto, e con gli insuccessi abbelliti -lo smantellamento timido della burocrazia e delle province (licenziamenti zero); il mantenimento di un Senato che invece è da abolire o da trasformare in Camera dei Sorteggiati; la rinuncia ad azzerare lo spreco di Stato; il vero e proprio reato di non chiudere la reggia di Napolitano, più decine di altri palazzi dello sfarzo pontificio, cardinalizio e sabaudo; se il Roosevelt fiorentino continuerà a ignorare la catastrofe dell’immigrazione di massa; se in altri cento modi farà risultare che nulla può a termini  legali la collettività contro i suoi mali; se così andrà, perché il prodigio Renzi non dovrebbe spegnersi come il prodigio Th.Roosevelt si spense centodue anni fa?

Anthony Cobeinsy

SE FINIRA’ PERDENTE, RENZI NON MOLLI CHIAMI IL POPOLO CAMBI DEMOCRAZIA

E’ eccellente che il Premier fiorentino tenti di abbattere i bastioni del passatismo. Che aspiri a deviare il fiume della nostra storia, dal declino al rifiorire. Però il sistema, il vecchiume, il contesto, la corrente del fiume saranno più forti di lui, alla fine, se vorrà agire solo entro le regole e le prassi della Costituzione. In ultima analisi la legalità è dalla parte dei nemici suoi e nostri.

Un esempio marginale: il presidente del Consiglio dice di voler muovere guerra ai mandarini inamovibili e detentori di troppo potere; più in generale, guerra alla burocrazia deteriore. Ma assicura che sarà guerra “rispettando i diritti acquisiti”. Ebbene, se non cancellerà i diritti acquisiti -in barba alla Consulta, ai Tar, alle corporazioni, alle lobbies, più ancora in barba al Codice civile, il presidente del Consiglio potrà solo esonerare i burocrati grossi e piccoli mantenendo loro paghe, privilegi, possibilità di sabotare. Che guerra sarà?

Il presidente del Consiglio annuncia riforme e iniziative immediate, da un centinaio di miliardi. Ma non le compirà senza rotture aspre, tutt’altro che condivise: aggressioni ai grandi patrimoni e ai redditi superiori, sconsacrazione e vendita di pagode della Repubblica: cominciando dalla Reggia pontificia-sabauda, dalle ambasciate e perché no, trasferendo in periferia i sommi palazzi, Chigi compreso. Attendono Matteo Renzi le dodici fatiche d’Ercole, ma egli non è il figlio di Zeus, che quand’era in fasce strozzò due serpenti mandati contro di lui da una dea gelosa. E’ solo un politico della Malarepubblica, dieci volte più brillante, cento volte meno spregevole degli altri.

Lo stato presente dell’Italia è più o meno quello, grave, della Germania 1923, schiacciata dalle Riparazioni di Versailles e soccorsa alquanto dall’americano Piano Dawes; quello agonico della Spagna (dilaniata dal conflitto sociale, dagli omicidi politici, dal coma del parlamentarismo dei notabili) alla vigilia della salvifica dittatura di Miguel Primo de Rivera; del Portogallo nell’imminenza del golpe militare e dell’ascesa di Salazar; della Grecia sconfitta e umiliata da Ataturk.

La compagine di Renzi farà quello che potrà, ma le condizioni generali dell’organismo Italia resteranno tali da frustrare perlomeno i programmi più ambiziosi. A quel punto, elezioni o no, puniti o no coloro che avranno contrastato i conati di rinnovamento, Renzi sarebbe supposto di ritirarsi a favore di un federatore della vecchia politica.

Oppure… Oppure dovrà mettere da parte gli scrupoli legali e le maniere educate. Dovrà impiegare con ancora più crudezza le tecniche che in tre mesi stupefacenti gli hanno dato prima il suo partito, poi il governo. Dovrà forzare o ripudiare le regole del gioco che da un settantennio la danno vinta all’usurpazione partitico-cleptocratica.

Tornare al regime che ci ha portato dove siamo è inconcepibile. Saranno le famiglie senza pane, i giovani senza speranza, le legioni dell’antipolitica a insorgere contro tale ritorno. L’insurrezione cruenta non sarà l’unico ricorso. Potranno prevalere senza violenza quelle forze antisistema che promettano di operare le rotture cui Matteo Renzi non sarà riuscito. La legalità non merita di prevalere ad ogni costo: solo se è capace di soluzioni positive. Senza eversione è impossibile innovare.

Oggi Renzi appare l’ultima cartuccia del sistema sorto nel 1945 e codificato dalla Carta di tre anni dopo, sistema evidentemente non imperituro. Eppure potrà essere lui stesso, ipoteticamente fatto naufragare dalla vecchia politica, a inventare i modi per liquidare la democrazia rappresentativa, a galvanizzare il popolo contro l’oppressione dei peggiori. Per l’uomo che ha saputo ascendere come nessuno in Europa, galvanizzare non sarà troppo arduo.

Oppure sarà altri, portato sugli scudi e reso irresistibile dall’esasperazione collettiva, a condurre le masse. Condurle nel passaggio da una democrazia rappresentativa che agonizza, a questa o a quella formula di democrazia randomcratica e digitale, senza urne, senza politici di professione, con partiti ridotti da “forze” a “non entities”.

Siamo entrati nel Terzo Millennio, i fideismi di un tempo meritano di spegnersi.

Antonio Massimo Calderazzi

MATTEO RENZI SARA’ IL SUAREZ ITALIANO?

Se al dinamico Fiorentino (precisiamo: del gennaio 2014) le cose continueranno a riuscirgli, il destino potrà portarlo a grandi cose. Per esempio a diventare l’Adolfo Suarez dello Stivale. Se i più giovani chiederanno “Suarez chi?” sbaglieranno.

Suarez non fu un titano, ma tra il 1976 e l’81 fu il più brillante tra i politici iberici, alcuni dei quali molto più autorevoli di lui. Morto Francisco Franco c’era il Regime da smantellare, e Suarez fu alla testa dell’opera. Fu l’artefice principale della Transicion alla democrazia (diverso, da fare a parte, il discorso se la democrazia importata, di matrice italiana, è oppure no il meglio che poteva capitare agli spagnoli).

Scomparso Franco, nessuno tra i suoi Grandi, cominciando da Manuel Fraga Iribarne, riuscì a imporsi per il ruolo di capo dell’esecutivo. Per qualche mese il presidente del Governo Arias Navarro, fedelissimo del Caudillo, provò a gestire un suo passaggio a una democrazia semifranchista. Poi il re giovane Juan Carlos, sempre più deciso ad allineare la politica spagnola a quelle dell’Occidente e forte dell’appoggio dell’opinione pubblica, licenziò Arias Navarro. A Fraga Iribarne e agli altri aspiranti diadochi preferì un Suarez, suo coetaneo e amico ma ai più sconosciuto. “Tiene caracter” spiegò ai confidenti il sovrano fresco di vernice. Sembra chiaro che anche Matteo Renzi tiene caracter.

In un contesto ancora condizionato dalla tragedia della Guerra civile, Suarez aveva una carta importante, era centrista, quanto ci voleva per facilitare la riconciliazione tra le estreme che nel 1936 si erano contrapposte crudelmente. In più era giovane, garantiva discontinuità. Sapeva piacere, prima di tutto al Re (in privato gli dava del tu); aveva radici cattoliche; appariva capace di decisioni rapide; non era inceppato da ideologie. Tratti che ricordano Renzi o no?

Suarez non fu una meteora: un quinquennio al potere. In una lunga prima fase riuscì in quasi tutte le opere che gli competevano. Occorreva convertire alla libertà i duri del franchismo,  ne fu capace anche perché era stato alto gerarca franchista (prima direttore della radio-televisione, poi ministro del Movimiento). Occorreva ammansire quei guerrieri dell’antifascismo che credevano arrivata l’ora della vendetta: Suarez addomesticò anche loro. Così in breve tempo si innalzò l’edificio parlamentare e partitico, con una Costituzione (1978) che codificava un assetto all’italiana (anche quanto a corruzione dei politici e dei potenti: oggi c’è persino un’Infanta sotto processo) però più stabile. Successi spettacolari, altro che Suarez chi?

Tuttavia: poco dopo aver vinto le elezioni  generali del 1979, la stella del presidente Suarez tramontò altrettanto velocemente quanto era ascesa. Naturale usura del potere e, più ancora, le “limitaciones” dell’uomo. Come insiste lo storico Javier Tusell, egli “non poteva stare all’altezza della cultura e dell’intelligenza di un Fraga Iribarne”, come di altri personaggi che liberalizzarono il regime vivo il Caudillo. Suarez si dimise improvvisamente il 29 gennaio 1981. Gli succedette Leopoldo Calvo Sotelo, figlio di un fratello del “Protomàrtir de la Guerra civil”. I generali si sollevarono cinque giorni dopo l’assassinio di José Calvo Sotelo ad opera non del solito anarchico, ma di una squadra di poliziotti sinistristi della Repubblica.

Come la maggior parte dei primi ministri dei Borboni, Suarez fu fatto duca e Grande di Spagna (il suo successore, per brevità della carica ed esilità dei meriti, divenne solo marchese; marchese come Arias Navarro e come Joaquin Rodrigo, lo struggente, inimitabile musicista cieco). Alla fine, anno 2003, la fortuna voltò le spalle a Suarez: Alzheimer.

Le notizie qui alla svelta riferite danno un’idea delle somiglianze tra il Renzi degli esordi fulminanti e Suarez.  Se il Fiorentino farà tesoro degli insegnamenti del Nostro, Fortuna permettendo ascenderà come lui. Quasi inevitabilmente, anche tramonterà.

Anthony Cobeinsy

CUPERLO “BELLO DEMOCRATICO” E IMBALSAMATORE

Quando l’ultimo capo della FGCI, la gioventù comunista per bene, azzanna Renzi per aver voluto una definitiva Leopolda senza alcun simbolo o icona del Pd; quando chiede minaccioso “che partito ha in mente Matteo?”, fa una schermaglia di corrente, anzi di fazione, ovviamente legittima, ma esiziale se prevalesse. Valgano le sue parole d’ordine: “Le bandiere sono importanti. Fidiamoci della nostra gente. Il popolo che ama la Costituzione deve restare unito. La Costituzione è la Bibbia laica. Sua bellezza e luminosità. Senza sinistra il Pd non esiste. Vivere la passione politica (la militanza di partito). Voler bene ai simboli. Riscoprire l’appartenenza. Assomigliare un po’ più a ciò che i Padri Costituenti avevano immaginato  di noi”.

Bravo questo trascinatore di tesserati e di inattivi anagrafici, che un delizioso slogan della macchina dalemiana ‘vintage’ ha proiettato nelle pre-primarie come “bello e democratico”!

Tuttavia Cuperlo è tecnicamente perseguibile per apologia di reato, reato di partitismo. Egli si ammanta di tuniche e scialli partitici, ma sa benissimo che i partiti sono stati e restano la nostra sciagura. Sono stati e restano il Mob di gangster che negli anni Venti spadroneggiò a Chicago. Egli sa benissimo che tutte le ‘forze politiche” sono sfacciatamente usurpatrici e ladre; che l’antipolitica è un ciclone in avvicinamento; che Renzi è diventato grande per essersi presentato -quanto sinceramente si vedrà- come antagonista della politica e degli schieramenti. Per aver fatto  sperare che demolirà le rocche del partitismo.

E’ di questi giorni la milionesima conferma dell’ininterrotto saccheggio  operato dall’Arco costituzionale. Secondo i magistrati inquirenti, all’Atac di Roma, con 12.000 dipendenti forse la maggiore impresa europea di trasporti urbani, la combutta degli amministratori di partito,  sinistra o destra non importa, rubava sfacciatamente e in grande. Si parla di 70 milioni l’anno, un terzo forse del ricavato complessivo della vendita di documenti di viaggio. I 70 milioni sarebbero stati ottenuti vendendo a beneficio degli amministratori e dei loro partiti biglietti clonati, cioè falsi, e non mettendone a bilancio il ricavato. A suo tempo sapremo se gli inquirenti hanno ragione. Sulla scala italiana si tratta di un episodio minore: un nonnulla rispetto alla grassazione permanente cominciata il giorno che i partiti democratici subentrarono, a bandiere costituzionali spiegate, a quello fascista.

Gianni Cuperlo, designato dall’apparato gerontocratico, ripropone alla lettera -con più garbo- l’antica minaccia di D’Alema allo Stivale: “Non ti libererai mai di noi”. E invece l’antipolitica e l’ammutinamento contro i partiti sono la grande novità dell’avvio del Terzo Millennio. Ogni giorno i media recano le prove di un odio all’oppressione dei politici professionali che nel mezzo secolo precedente covava, cresceva ma non si manifestava.

Matteo Renzi, quale che sia la sua sincerità, quali che siano le carenze della sua proposta (v. Internauta “Forse Renzi spianerà la via” ), mostra di avere ascoltato il grido di dolore degli italiani. Non solo ha annunciato che rottamerà i pluridecennali gestori della ditta di sinistra. Ha pure lanciato il rifiuto al patriottismo di partito, anche perché esso condanna le schiere del rinnovamento a restare minoranza. Non conta, dice Renzi, recuperare i sinistri delusi, conta guadagnare i non sinistri. Dovesse il Pd darla vinta al delfino di D’Alema Bersani Finocchiaro e Bindi, Matteo dovrebbe voltare le spalle alla fabbrica della sclerosi e rivolgersi alla gente, alla maggioranza sociologica. Tra l’altro liberarsi dei nostalgici sarebbe l’occasione di mettere in moto davvero l’annunciato caterpillar delle novità. Proclami subito, non dopo matura riflessione, le svolte grosse che sente necessarie. Il continuismo cuperlista è una tecnica di imbalsamazione.

A.M.C.

DUE PUGNALATORI DELLA DEMOCRAZIA

Se per una bizzarria della natura mi trovassi fratello o cognato dei 100 maggiori statisti della Repubblica -compresi quelli seduti nelle poltrone istituzionali più eccelse- l’unico della cui parentela non mi vergognerei sarebbe il presente gonfaloniere di Firenze, Matteo Renzi. Magari sbaglierei, magari è un cattivo soggetto, un congiurato, un Catilina dei nostri giorni. Ma i miei orecchi l’hanno sentito scandire quelle parole piene di destino ( benché blasfeme all’indirizzo della smisurata sapienza dei Padri Costituenti, i quali ci dettero la migliore delle Carte fondamentali della Via Lattea): “Il Parlamento -ha bestemmiato il sinistro Fiorentino- funzionerebbe benissimo con metà dei membri, e pagandoli la metà. Lo stesso valga per le assemblee regionali”. Il Gonfaloniere ha osato l’inosabile: “La legge assegnerebbe al Comune di Firenze 15 assessori. Noi li abbiamo limitati a 10. E il vitalizio dei consiglieri regionali andrebbe abolito. Piccole cose, ma insieme ad altre farebbero risparmiare”.

Che Renzi sia un provocatore, un eversore, uno spregiatore delle Istituzioni nate dalla resistenza e concimate dalle tangenti? Che dimentichi il fervore delle primarie pugliesi e bolognesi? Che cavalchi un’antipolitica corrosiva della compattezza nazionale, il mese stesso dell’Anniversario sesquisecolare?

Può darsi. Forse un giorno Renzi, alla testa di sediziosi con gagliardetti, irromperà mitra alla mano nei Passi Perduti di Montecitorio, nell’affollata buvette , nell’Ufficio Stipendi e Rimborsi, in altri luoghi cari al cuore e all’intelligenza di tutti noi. Attaccando le Istituzioni darà dispiaceri ai risorgimentali precursori del regime Bindi-Bocchino-Bondi: cioè a Silvio Pellico, a Mazzini, Carlo Pisacane, Amatore Sciesa, a tanti altri eroi che (a salutare eccezione degli attentatori di via Rasella) si sono sacrificati per la nostra libertà. Sono emuli di detti martiri, ai nostri giorni, ben mille parlamentari e centomila altri operatori del bene. In caso di necessità, Dio ce li conservi, i discepoli di Cesare Battisti offriranno i loro petti per salvare noi, come fecero il carabiniere d’Acquisto e padre Massimiliano Kolbe. Il vituperevole Renzi sarà tormentato dal rimorso d’aver cercato di gettare sul lastrico parecchi dei migliori tra noi. Lo sa il Bieco che l’onorata milizia parlamentare di vari politici si misura a mezzi secoli? E vuole rottamare i più insigni, coloro che hanno lottato di più!

Se un’altra anomalia della natura facesse di me un veterano di tante battaglie a Montemadama, so che promuoverei l’istituzione dell’Ordine dei Parlamentari ed altri Eletti (nel senso dei Riusciti a farsi eleggere). Nato l’Ordine, farei votare la radiazione di Renzi. Così Firenze imparerebbe a dare ascolto ai delatori, ai Tersiti che sotto Troia sparlavano dei generali achei, oggi diffamano gli zeloti della libertà. Giorni fa la Uil ha avuto l’infamia di insozzare i professionisti così indispensabili alla democrazia: i suoi uffici studi hanno propalato che sulla politica dello Stivale campano in totale, dal presidente in chief al più adolescente dei portaborse, 1,3 milioni di idealisti & idealiste, per un costo di 24,7 miliardi, non più del 2% del Pil e del 12,6% del gettito Irpef. Dice la torva ricerca Uil che in 10 anni i costi della politica, denunciati in linea ideale da moltitudini di politici e ingenuamente stigmatizzati da un referendum, sono lievitati del 40%. Un primato che i politicanti di mezzo mondo invidiano ai nostri: la vogliamo o no una democrazia avanzata?

Abominevole Angeletti pugnalatore alla gola, come quel Fabrizio Maramaldo che a Gavinana (1530) uccise l’Uomo morto Francesco Ferrucci. Canaglia di un caporione Uil, non solo ha retto il sacco a Marchionne per Pomigliano e Mirafiori, ma ha insinuato nei sinceri democratici ( darebbero il sangue per la Costituzione) il dubbio che 1,3 milioni di politicanti siano troppi, i più numerosi dell’Occidente in rapporto agli abitanti. Che costino troppo. Che abbiano l’anima meno bianca della neve.

Tuttavia mi resta il dubbio. I €24,7 miliardi stimati dai maramaldi di via Lucullo comprendono o no le tangenti, i prelievi sulla sanità e sui Trivulzi, le affittopoli, i rimborsi, le autoblu, le missioni di studio ai Caribi e altre n forme di rapina del contribuente? Se sì, quei miliardi non sono poi tanti. Applichiamo una scala mobile, sennò sfruttiamo i difensori del popolo.

In conclusione. Che fare dei sicofanti Renzi e Angeletti, visto che sconsideratamente abolimmo la pena capitale? Risposta. Diamoli in affido alla consigliera Minetti, e congiuntamente agli onorevoli e poeti Fini, Previti, Cicchitto e Finocchiaro, perché col supplizio della ruota li convincano ad emendarsi. Virtù repubblicana la trionferà!

JJJ