MARIO MONTI RIAVREBBE UN SENSO SOLO CONTRO IL SISTEMA

Fino a qualche mese fa si poteva pensare che lo statista più fallito della storia contemporanea d’Europa fosse stato, nella Spagna degli anni Trenta, Manuel Azagna. Non aveva fondato da solo la Seconda Repubblica iberica -la Prima, del 1873, era morta due anni dopo- però arrivò a impersonarla (così come Francisco Franco riuscì in pochi giorni  a farsi egemone della ribellione militare). L’ascesa di Azagna, un saggista con pochi lettori e il leader di un piccolo partito, era stata meteorica. Nemmeno tre mesi dopo essere diventato capo del governo si fece eleggere presidente della Repubblica. Da quel momento, 10 maggio 1936, e per tutta la Guerra civile Manuel Azagna fu una non-presenza. Nel suo campo fecero tutto gli altri: Largo Caballero, Negrin, Dolores Ibarruri, per ultimo Togliatti e altri emissari moscoviti. Alla morte della Repubblica riparò in Francia a piedi, confuso nel mare dei fuggiaschi.

Era pensabile che nessuno avrebbe battuto in negatività il governante che alla vigilia della tragedia aveva così riassunto la terribile vicenda della sua nazione: “La classe lavoratrice spagnola è materiale grezzo per un artista”. E, appena nata la Repubblica: “Brucino tutte le chiese di Spagna piuttosto che si rompa la testa a un repubblicano”.

Ma venendo a noi,  che pensare di Mario Monti? All’avvio della sua azione era apparso il Superuomo, capace di deviare la storia, l’artefice di un’alternativa epocale: i signori del know how al posto dei politici truffaldini. Oggi l’ex-Gran Visir della dottrina e della conduzione, lo statista di rango continentale, risulta miniaturizzato. Ridotto a misura poco più che lillipuziana. Un Luigi Facta (tentò di fermare la Marcia su Roma) di novant’anni dopo. In teoria, un giorno potrà  rivelarsi la grande riserva della nazione (così de Gaulle designava Pompidou), persino dell’Europa. Al presente è come non esistesse. Precipitato dai cieli come Lucifero.

Mario Monti si è letteralmente cancellato per aver creduto che il dilemma italiano avesse solo due corni: bancarotta o salvezza, nella continuità  istituzionale. Invece si offriva una terza strada, la forzatura della legalità nel superiore interesse del Paese. Il Mario Monti del 2011 era da solo un Comité de Salut public, come nel 1793 rivoluzionario. Era il Demiurgo, l’uomo che senza pieni poteri non aveva senso. Insediato a palazzo Chigi dal calcolo volpino di chi temeva, oltre al disastro alla greca, un 25 luglio della partitocrazia, Mario Monti avrebbe dovuto trovare la tempra dei tempi eccezionali: disobbedire alle regole d’ingaggio; superare le limitazioni del potere esecutivo; governare, non riferire alle Camere. In caso di improvvisa sciagura nazionale non avrebbe trascurato le prassi e le regole, non avrebbe sospeso il parlamento e altre istituzioni di manomorta?

La Carta costituzionale avrebbe vietato, ma la cosa non doveva contare. Summum jus summa iniuria. Nell’ora del pericolo le tavole della legge si accantonano. Quando ricorreva al Dictator, la Roma dei Quiriti sospendeva tutte le magistrature. E sono pari a quelli di un sovrano, in caso di necessità, i poteri del presidente USA (alcuni Padri Fondatori lo avrebbero voluto Re, un re da secolo XVIII).

Monti il legalitario credette di poter governare, nella sostanza, contro i partiti padroni delle istituzioni e dei meccanismi, cioè del regime, col sostegno di essi partiti. L’equivoco è durato pochi mesi, dopo di che la cosa pubblica è stata riconsegnata in toto ai suoi devastatori, essi sì fuorilegge e potenziali imputati di Norimberga.

Un aggravamento estremo dell’economia potrà forse richiamare in servizio il generale sconfitto. Ma dovrà rifiutare, se il mandato non sarà opposto a quello che lo condannò alla disfatta.

Antonio Massimo Calderazzi

MARIO MONTI COME JEKILL E HIDE?

Chissà se tra gli indecisi, a quanto pare ancora numerosi, sul voto da dare o non dare in questi giorni, ce ne sono pochi o molti che si domandano chi sia davvero Mario Monti nella sua fresca veste politica. Bisogna dire che lo stesso premier tecnico non ha fatto gran che, durante l’ineffabile campagna elettorale nostrana, per chiarire eventuali dubbi; semmai ha fatto non poco per sollevarne di nuovi. Chi non sembra nutrire alcun dubbio sul suo conto sono, nel loro complesso, i suoi avversari, ossia praticamente tutto il resto dello schieramento politico, a lui più o meno aspramente ostile. E da lui, certo, cordialmente ricambiato nel quadro di un rocambolesco rovesciamento all’incirca dell’80% dei rapporti parlamentari rispetto ai tredici-quattordici mesi precedenti.

Sia quanti già lo avversavano, infatti, sia i molto più numerosi che per tutto quel periodo hanno sostenuto il suo governo, sono adesso largamente concordi, pur con qualche sfumatura, nel dipingerlo come un’entità variabile tra un omuncolo (“non capisce niente di economia”, Berlusconi dixit) e un mostro, un novello dracula capace solo di dissanguare i suoi connazionali o per sadismo o per libidinoso servilismo, secondo tradizione, nei confronti dello straniero di turno. Nel mezzo si colloca una raffigurazione un po’ più benevola che lo descrive come un accademico piuttosto freddo e leggermente ottuso incapace di avventurarsi oltre la mission (italiano moderno, non dialetto veneto) di far quadrare i conti dello Stato (“per forza, è un tecnico e non un politico, non ha la visione”, Giorgia Meloni, tra gli altri visionari e veggenti). Sempre succube, comunque, della prepotenza teutonica.

Che il Professore ci abbia messo del suo, lo ripetiamo, alla creazione di una certa sua immagine, soprattutto più di recente e forse specialmente per effetto perverso di certi suoi sforzi di modificare quella iniziale, sembra evidente e va detto. Ma è fin troppo facile attribuire gli eccessi della vilificazione, denigrazione o demonizzazione del personaggio alla sua discesa o salita in campo, al timore di perdere voti a vantaggio del nuovo competitor (vedi sopra) continuando a tributargli anche solo un minimo di apprezzamento per il suo operato, naturalmente da parte di chi lo faceva. Un timore comprensibile e perfino legittimo, che però ha spinto vecchi e nuovi avversari ad esagerare contando troppo sulla credulità degli elettori e sulla opinabilità dei fatti.

Vale la pena allora di dare un piccolo contributo a chiarire un po’ i termini della questione alla luce non più del vecchio “visto da destra, visto da sinistra”, dato che destra e sinistra nostrane sono nella fattispecie in piena convergenza, bensì di un “visto da sud, visto da nord”. In un articolo intitolato “Il grande malinteso” e pubblicato un mese fa, il settimanale tedesco “Die Zeit” (liberale più di centro-sinistra che di destra) si sofferma sulla divisione dell’Europa in politica economica ricordando innanzitutto come Angela Merkel, parlando al World Economic Forum del 2010, avesse indicato la strada da seguire per rendere il vecchio continente più competitivo.

Tutti dovevano, secondo la cancelliera, imitare l’esempio dei “membri migliori” della UE in tre settori chave: l’Olanda  per le riforme del mercato del lavoro, la Germania per il freno all’indebitamento, la Scandinavia per il sistema scolastico. Lo scorso anno la Merkel ha ribadito la sua filosofia durante un’altra sessione del WEF svoltasi a Roma in ottobre, scontrandosi però con quella dei paesi dell’Europa meridionale, inclusa anche la Francia di Hollande, anelanti sì a rafforzare le loro economie più o meno sofferenti ma usando strumenti diversi, praticamente riassumibili nel “comune sostegno alla congiuntura” ossia, in parole povere, spendendo tutti più soldi per promuovere crescita, innovazione, ecc.

L’autore dell’articolo, presente per l’occasione a Villa Madama, individua proprio in Mario Monti, il padrone di casa, l’esponente più autorevole di questa filosofia meridionale. Nel suo intervento il premier tecnico avrebbe infatti additato come imperativo del momento la promozione della crescita e non il “dibattito quasi teologico sul controllo delle finanza statali”, lanciando così una prima bordata contro i tedeschi, per i quali “la crescita bisogna prima meritarsela”. Una seconda bordata sarebbe seguita raccontando di avere spiegato ad Obama che “per i tedeschi l’economia rientra sempre nella filosofia morale”. Una battuta che avrebbe suscitato l’ilarità del pubblico sudeuropeo ma fatto ridere anche i tedeschi, vittime come altri del malinteso denunciato nel titolo dell’articolo.

Monti avrebbe d’altronde reso altresì omaggio all’economia sociale di mercato, cara alla Merkel erede di Adenauer e di Ludwig Erhard, interpretandola però in modo da far rizzare i capelli in testa alla cancelliera. Ossia contrapponendo al modello anglosassone, che esalta la deregulation come fine a se stessa, un modello europeo fondato su alte tasse destinate al benessere per tutti. Infine, il premier tecnico si sarebbe spinto fino a suggerire alla Merkel di copiare in Germania alcune riforme italiane, lodate dalla stessa cancelliera, delle quali si è dichiarato particolarmente fiero. Evitando tuttavia (sempre secondo l’articolista) di precisare che molte di esse sono rimaste sulla carta e che l’Italia è ancora all’inizio e non alla fine del cambiamento di rotta, come altri italiani avrebbero invece confidato a Villa Madama.

Che dire? Se il resoconto del settimanale amburghese è esatto, il nostro premier uscente ne uscirebbe come un Giano bifronte o un Jekill-Hide, capovolgendo tuttavia il malvezzo nazionale, tradizionale anche per politici e diplomatici, di parlare in un modo in patria e in un altro all’estero e agli interlocutori stranieri, per compiacere rispettivamente i connazionali e questi ultimi. Ma è forse più verosimile che un discorso come quello di Roma Monti lo abbia fatto semplicemente perché riteneva arrivato il momento di correggere la rotta una volta raggiunto l’obiettivo di mettere relativamente al sicuro i conti pubblici e di scendere o salire in campo per gestire in un modo o nell’altro anche una nuova fase di politica economica.

Se invece il discorso riflette almeno in parte una linea seguita fin dall’inizio, il suo tenore non fa che confermare la versione già nota di almeno un paio di occasioni, nel corso del 2012, nelle quali il Professore riuscì a far prevalere le posizioni sudeuropee su quelle nordiche, indipendentemente da più o meno rigide “filosofie” contrapposte. In ogni caso, quali che siano i suoi limiti o infortuni, non meriterebbe le accuse di sistematica acquiescenza nei confronti dei diktat teutonici, specie da parte di chi implorò Bruxelles (di nascosto, a quanto pare) di inviare a Roma prescrizioni scritte di misure anticrisi per non doverne rispondere al cento per cento all’elettorato e riservandosi, un anno e passa dopo il cambio della guardia a Palazzo Chigi, di denunciare una tresca anche internazionale per silurare il governo Berlusconi. Avendo, nel frattempo, fatto fare il lavoro sporco al suo successore con i necessari appoggi parlamentari.

F.S.

MARIO MONTI COME LUIGI FACTA

Nel passato lontano la letteratura e l’iconografia tedesche amavano l’allegoria della Narrenschiff, la nave dei dementi: nocchieri, marinai e passeggeri senza il bene della ragione. E che altro è, se non Narrenschiff,  la vicenda politica italiana vent’anni dopo la fine della Terzultima Repubblica? Le nostre istituzioni, i nostri costumi civili stanno per essere denunciati dall’Onu come canaglieschi e immondi; molte fabbriche vanno chiudendo; l’area della povertà estrema, che non ha di che pagare la bolletta della luce, si allarga rapidamente; si riducono le pensioni di guerra e gli assegni di accompagnamento ai ciechi e agli storpi, ma non le spese militari e quelle delinquenziali; e su che si arrovellano i pensatori del regime? Primarie, furbizie elettorali, passi indietro o di lato di Tizio o di Caio, faide  giostre e tornei nei partiti.

Nella Nave dei Dementi, disalberata e senza timone, nessuno è consapevole del naufragio che verrà. Nelle anticamere e nei WC del potere si cavilla sui teoremi dei costituzionalisti, quando diventa sempre meno implausibile che la Costituzione venga cestinata, le sue istituzioni abbattute, i bonzi gli accoliti e gli inservienti del Tempio demoplutodemocratico mandati a spietrare i monti. Ormai si è accertato che il sacrosanto golpe che depose un Premier da pochade è stato un  respiratore d’ossigeno per un malato terminale; che Mario Monti è un Luigi Facta, non un Giolitti di prima della Grande Guerra, quando innovava; che mai i partiti usurpatori e ladri smetteranno di saccheggiare e  insozzare; che le prove future dell’economia e della socialità saranno troppo ardue per gli attuali gruppi dirigenti; e che non esistono gruppi migliori. Ormai dimostratosi tutto questo, l’imperativo è  concepire l’alternativa assoluta e la svolta di civiltà. Invece si attende la salvezza dai fondi salvaStati, dalla crescita dei fatturati, da nuove pensate dei vecchi marpioni, dalle conversioni e pentimenti dei pregiudicati di Montecitorio e di venti paraparlamenti, dalle virtù terapeutiche dell’astensione dal voto e del sorgere di altri partiti; dallo spontaneo prosciugamento del pus civile.

E’ sicuro che non ci saranno né svolte né redenzioni. Nella migliore delle ipotesi lo spread si contrarrà; ingrossando il debito pubblico si salveranno a breve un tot di salari, consulenze e tangenti; si comprerà l’acquiescenza dei sindacati; si scongiurerà il sangue nelle strade; si riprenderà come prima sotto nuova gestione: dei figli e nipoti dei Proci. Nella migliore delle ipotesi.

Ci aspettano tempi nuovi ed aspri: tempi senza crescita, tempi di solidarietà obbligatoria, senza ripresa, senza liberismo e divinizzazione dell’impresa, senza diritti acquisiti, senza conquiste irreversibili del lavoro, con meno certezze della proprietà e della libertà egoista. Ci aspetta la disciplina egualitaria di un’economia di guerra. Si annuncia una qualche forma di Kibbutzsozialismus, giovanile e libero ma senza trasgressioni. Saranno tempi rivoluzionari senza le rivoluzioni tradizionali. Tutto ciò non sarà compatibile con ciò che abbiamo: una destra e una sinistra entrambe addicted al mercato, al Catasto, ai codici, ai capoversi di una Costituzione perniciosa; un centinaio tra partiti, correnti, lobbies, cosche e altri grumi di potere. Risultato, l’immobilismo.

Il contrario di tutto ciò non sarà né il potere vero alle sinistre (buone a niente, perché insincere: la gente non si fida) né la sollevazione popolare. Sarà un Decisore di ferro, che rovesci tutti i tavoli, chiuda i consessi, sciolga le bande, compia opere di salvezza e di giustizia. Sarà un Decisore amico dei poveri, come non pochi furono, chi più chi meno, nel passato: Miguel Primo de Rivera, Kemal Ataturk, Nasser, Castro. L’opera finale del Decisore sarà di restituire il potere, come liberamente fece Primo de Rivera. Consegnarlo alla democrazia diretta selettiva, un po’ ateniese un po’ elvetica, che avrà urne solo per referendum veramente sovrani e vari gradi di sorteggio per reclutare tra i qualificati -i portatori di meriti oggettivabili- i deliberatori e i reggitori della Nuova Polis. Mai più politici di professione. Lo Stivale, che fu abitato da un popolo dotato, ha diritto al non plus ultra dei ribaltamenti di sistema.

l’Ussita 

ATTILA AMMANSITO

Il Re degli Unni, che campeggia nella saga nibelungica e viene raffigurato dall’Edda  come eroe forte e valoroso, è nella tradizione cristiana il Conquistatore selvaggio, il Flagello di Dio. Solo l’intervento divino permise a papa Leone Magno nel 452 di fermare la sua spietata avanzata e dissuaderlo dal devastare la penisola italiana. Evidente ed eroico il coraggio, leonino appunto, del  pontefice: il sovrano unno avrebbe potuto far divorare dai cani l’indifeso pastore della cristianità; e forse i più antropofagi tra i suoi guerrieri turcomongoli avrebbero conteso ai molossi le povere carni del  santo da Volterra. Purtroppo tre anni dopo Leone Magno non riuscì a scongiurare il sacco di Roma ad opera dei Vandali di Genserico.

Un fosco condottiero ma in fondo ammansibile è l’Unno della Bocconi, il famoso ateneo turcomongolo, reputato a livello di Yale. Minacciava ferocie e sfracelli inauditi contro una spesa pubblica che fa incombere  il concordato preventivo. Annunciava la tabula rasa della realtà italiana, e a poco sarebbero servite le prodezze della Nazionale di Prandelli&Cazzullo. Ma è bastato un Leone Magno per fare quasi  innocuo il capo unno, che mangia la carne cruda come i suoi invincibili arcieri a cavallo, disdegnosi di selle. Attila Monti aveva decretato la devastazione dei bilanci improduttivi o dannosi. Con la sua pesante spada avrebbe decapitato il Parlamento dei Gaglioffi, azzerato le province, cancellato mezzo milione di emolumenti, miriadi di consulenze truffaldine. A molti wishful thinkers dello Stivale aveva fatto sperare che cancellasse l’ordine degli F35, magari passandone la fattura al Pentagono, nel cui esclusivo interesse i servili Prodi Parisi D’Alema Berlusca e La Russa avevano ordinato i possenti cacciabombardieri. L’Unno aveva promesso, oltre a vaste dismissioni di immobili pubblici, un impegno implacabile sul fronte dell’equità (sacrifici sui contribuenti morti di fame ma sacrifici più dolorosi sui privilegiati, addirittura una patrimoniale da levare la pelle). Implicitamente aveva anticipato altre scorrerie nello stile devastatore degli Unni. Le categorie ridotte in miseria dal Salva Italia avevano estratto a sorte un Kamikaze in chief che fermasse Attila o morisse.

Quasi tutte le minacce sono sparite dalla spending review e da altri piani di battaglia dello Stato Maggiore turco-mongolo. Giulio Terzi di Sant’Agata,  raffinato ministro del Devastatore unno,  ha potuto dare ottime notizie sugli F35 ai padroni dell’aerospaziale USA, divenuti suoi amici sui campi da golf della capitale stellata. Gli storici si sono scatenati: chi è stato il Leone Magno che ha affrontato e ammansito Attila? Qualcuno ha banalmente azzardato Squinzi, il capitano d’industria bergamasco che senza peli sulla lingua aveva definito ‘boiata’ la riforma del mercato del lavoro. Qualcuno dà merito al leader dei presidenti di provincia, federatisi in patto di sangue per scongiurare l’abolizione delle loro mangiatoie. Cento e cento altre congetture.

La rivelazione è venuta dallo stesso crudo ma austero condottiero venuto dall’Asia estrema: “Mi sono arreso alle grazie di uno stuolo di olgettine ed escort,  capeggiate dallo stesso Silvio Magno”. Palazzo Grazioli ha confermato: Attila non ha saputo contrastare un’improvvisa pulsione erotica, prontamente sfruttata dall’abilissimo Cavaliere attraverso Lele Mora. Gli F35, le grandi fortune, le comunità montane del Tarantino sono salve. Attila si è ritirato in Pannonia, e di lì proseguirà per i monti Altai.

Porfirio

L’INCUBO DEL DOPO MONTI: MEGLIO IL GOLPE

Monta l’angoscia su ciò che accadrà dopo il governo dei tecnici, discutibile com’è. C’è chi spera che la forza delle cose costringerà a prolungarne l’esistenza, cioè a rinviare le elezioni per motivi di salute pubblica, anzi dello ‘stato di guerra’. Chi assicura già aperti i cantieri per un partito montista, oppure per la ricerca di questa o quella formula di montismo dopo Monti. In questo caso l’apparato partitico fingerebbe di ripudiare se stesso, per portare avanti metodi ed obiettivi fissati nel fatale novembre 2011. Al contrario il fronte legittimista-conservatore, trasversale tra tutte le forze e gli interessi, reclama la fine dell’eccezione e il “ritorno alla democrazia”, cioè la restituzione del Paese ai partiti.

In realtà tale restituzione sgomenta persino chi la esige. Sarebbe certa la bancarotta alla greca e l’insurrezione dei ceti immiseriti. La più grave delle nostre ferite è il debito pubblico: chi ne è responsabile se non il sistema dei partiti? Se il gioco tornerà a loro la catastrofe è certa. Napolitano, sommo esponente del partitismo, dice il contrario, ma sbaglia. Propongono gli ottimisti di regime: i leader principali si impegnino inequivocabilmente a portare comunque avanti la linea Monti, e allora non saranno possibili né le astuzie, né gli scherzi.

Per parte nostra non esistono dubbi: la parola dei capipartito non vale niente, lo dicono 67 anni di potere. Ma le elezioni non potranno che reinsediare le bande partitiche, magari alquanto rimaneggiate da fattori di turbamento quali 5Stelle, oppure deformate da una più micidiale e più sacrosanta vendetta dell’antipolitica. Dunque logica vuole: o niente elezioni, e si ignorino le vestali e le prèfiche della democrazia fraudolenta, oppure elezioni sì, ma niente partiti, bando al professionismo dei politici, divieto delle loro candidature. Si sciolgano i partiti e si vigili attentissimamente perché non si ricostituiscano. Poiché è dimostrato che i partiti e i politici sono nemici del buongoverno e dell’uomo, non c’è niente di male se a) le elezioni vengono rinviate a tempi migliori, meglio sine die, oppure b) incombendo il disastro nazionale i partiti vengono obliterati.

La Costituzione vieterebbe sia queste, sia altre soluzioni appena innovative. La Costituzione è un’esiziale manomorta. Ebbene la Costituzione va disobbedita e sospesa. Quando incombe lo tsunami qualsiasi testo giuridico, per di più congegnato dai partiti, vale zero. Rispettare ancora la Carta sarebbe grottesco. Se, come ha detto Monti, “il percorso di guerra è durissimo”, se anzi incombe la sconfitta, se il prezzo della sopravvivenza è il colpo di Stato, esso va pagato. Peggio per i Costituenti, che ci imprigionarono nella Manomorta.

A.M.C.

GIANNI FODELLA: QUANDO LE CALUNNIE SERVONO LA CAUSA DEI “MERCATI”

Nel commentare un recente articolo del quotidiano Washington Post sulla situazione economica del nostro Paese, Marco Fortis (economista e vicepresidente della Fondazione Edison) in un’intervista del 3 luglio – fattagli da Paolo Vites per “il sussidiario.net”, sottolinea come il fosco quadro dell’economia italiana dipinto dal quotidiano americano sia privo di fondamento quando parla del “crollo di competitività” nei confronti della Germania.

Quanto al nostro “modello culturale” (evasione fiscale e scarso spirito civico) potremmo ribattere discutendo delle ruberie fatte dai banchieri inglesi e americani (speculazione contro la lira, freno a una politica energetica indipendente dalle “7  sorelle”) e non soltanto negli ultimi anni caratterizzati dai titoli tossici e dai mutui subprime che hanno innescato la crisi finanziaria che ha ormai contagiato l’economia reale in quasi tutto il mondo.

In nome di quali principi morali le banche inglesi sono venute a proporre “investimenti” a enti pubblici italiani che la legge inglese proibisce di proporre a enti pubblici inglesi? Per il solito motivo che ha sempre guidato le azioni del governo britannico fin dagli albori: se all’interno del Paese vi sono regole cui attenersi, nel resto del mondo prevale il solo imperativo degli interessi inglesi, a qualunque costo.

Come illustra con dovizia di particolari Il Golpe Inglese di M. J. Cereghino e G. Fasanella pubblicato nel settembre 2011 da Chiarelettere, gli inglesi hanno sempre cercato di mantenere l’Italia nella loro orbita di influenza, mal tollerando che cercasse di svincolarsene e facendo uso della loro stampa (Economist, Financial Times), reputata “seria e indipendente” ma in verità sempre asservita agli interessi finanziari anglosassoni. Del resto la finanza, che quando opera sola è distruttiva dell’economia reale, è rimasta con il commercio quasi la sola fonte di reddito in un Paese che non ha artigianato e piccola impresa, che non ha quasi più industria manifatturiera e che ha condotto la propria agricoltura a generare il morbo della mucca pazza.

Le calunnie del Washington Post non sono un segnale di giornalismo superficiale e disinformato, ma fanno parte di una ben precisa strategia attuata dai più potenti mezzi di disinformazione di massa (quelli di lingua inglese) utile ai “Mercati”. Serve a gettare il discredito sull’Italia, e a far diventare vero ciò che si afferma essere vero, anche quando così non è.

Premesso che – come osserva Marco Fortis, “l’Italia ha oggi il miglior avanzo primario non dell’Europa ma dell’intero mondo avanzato. È un Paese che negli ultimi due anni ha aumentato il debito pubblico di 4 punti di Pil, mentrela Germanialo ha aumentato del doppio ela Gran Bretagnadel triplo. Per non parlare poi degli Usa.”- i titoli del debito pubblico di un Paese sono emessi per raccogliere quei mezzi finanziari che servono gli scopi della mano pubblica e che si rivelerebbero insufficienti se si facesse ricorso alla sola imposizione fiscale.

Se il gettito derivante da imposte e tasse non basta per far fronte alla spesa pubblica che serve i cittadini non vi sono che due vie: aumentare la pressione fiscale o chiedere la collaborazione dei cittadini facendo in modo che sottoscrivano il debito pubblico. Gli interessi che remunerano questi prestiti dei cittadini allo Stato devono essere adeguati, altrimenti i titoli rimarrebbero senza compratori.

Gli italiani hanno sempre sottoscritto per intero il debito pubblico italiano, a differenza di quanto è accaduto in quasi tutti i Paesi che ci vengono oggi additati come esempi da seguire. Questi hanno invece dovuto far ricorso al risparmio estero perché quello nazionale era insufficiente.

Gli italiani poi, quando hanno avuto la possibilità di investire anche all’estero i loro risparmi, lo hanno fatto contribuendo a finanziare il debito pubblico di molti Paesi, anche se spesso con esiti non molto felici per il loro patrimonio privato a causa della disonestà dei Paesi emittenti e dei loro consulenti e intermediari.

I problemi per noi sono nati quando i titoli del debito pubblico italiano sono finiti nei portafogli delle grandi società finanziarie che, lungi dall’accontentarsi degli interessi regolarmente pagati, hanno preso a speculare sempre più avidamente sui corsi di questi titoli pubblici e contro la moneta nella quale erano denominati, l’euro.

Forti del loro enorme potere di mercato, le più potenti banche d’affari come Goldman Sachs (si vedano in proposito http://www.ultimenotizie.we-news.com/politica/estera/6231-goldman-sachs-ha-causato-la-crisi-di-grecia-e-italia-e-ora-impone-la-soluzione e anche http://www.lapennadellacoscienza.it/goldman-sachs-teoria-del-complotto-tra-leggenda-e-verita/) sono state in grado di indirizzare i corsi dove volevano facendo uso delle agenzie di rating, della stampa economica anglosassone e dei loro uomini di ogni nazionalità che ricoprono cariche politiche, economiche e burocratiche nelle più importanti istituzioni internazionali e di ciascun Paese. Così hanno spinto i corsi di questi titoli al ribasso per comprarne quote sempre più ampie e lucrare interessi sempre più elevati.

Ora la posta in gioco è ancora più alta: scompaginare le economie dei paesi che hanno adottato l’euro e impadronirsi per lo meno dei loro patrimoni, se non sarà possibile farli tornare alle valute di origine per completare poi l’opera contro ogni singola valuta.

Per risalire alle origini di tutto ciò si può ricordare che in questi giorni ricorre il XX anniversario di un importante evento: nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato, un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia attraverso le privatizzazioni.

Il 2 giugno 1992 al largo di Civitavecchia, ma in territorio inglese dato che siamo sul Britannia (panfilo della regina Elisabetta scortato dalla nave da guerra Battleaxe) si discute delle privatizzazioni e vengono prese decisioni di grande portata per le sorti economiche dell’Italia. Mario Draghi, Direttore Generale del Tesoro dal 1991, è uno dei convitati e presiederà dal 1993 il Comitato per le Privatizzazioni.

Amato, avvalendosi del decreto Legge 386/1991, e con l’appoggio del Fondo Monetario Internazionale, che spingeva ovunque nel mondo per le privatizzazioni delle imprese pubbliche, trasforma gli enti statali in Società per Azioni in modo tale che l’élite finanziaria anglosassone interessata a comprarsi l’Italia a prezzi convenienti (tra queste le banche d’affari Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers) li possa controllare e poi rilevare.

La svalutazione della nostra moneta avrebbe reso meno costose le acquisizioni derivanti dalle privatizzazioni, e così l’abbassamento dei corsi delle azioni. Nel settembre 1992, a causa di forti pressioni speculative sul mercato dei cambi, la lira esce temporaneamente dal sistema.

La guerra contro la lira e contro la borsa italiana ebbe un protagonista: l’americano di origine ungherese George Soros che con le informazioni ricevute dai Rothschild e da altri banchieri anglo-americani, per tacere della complicità italiana ai massimi livelli, riuscì a far crollare la nostra moneta (nel novembre 1993 la lira perse il 30% del suo potere d’acquisto internazionale) e le azioni di quasi tutte le aziende italiane.

Con la nascita della Banca Centrale Europea non abbiamo più un prestatore di ultima istanza, mentre il nostro istituto di emissione ha cessato di esserlo. L’attuale natura della Banca d’Italia divenuta una SpA (la sola tra i soci della BCE le cui quote sociali sono detenute soltanto da alcuni gruppi bancari e assicurativi privati) è qui delineata.

Ma come è potuto accadere tutto ciò? Dov’erano i nostri politici e i nostri tecnici come Giuliano Amato, Beniamino Andreatta, Piero Barucci, Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Mario Draghi, Mario Monti, Romano Prodi? Proprio tutti complici nel distruggere l’economia del Paese? E l’opinione pubblica dov’era, mentre gli incompetenti – forse prezzolati, forse soltanto stupidi – consegnavano il Paese nelle mani di altri, interessati soltanto a denigrarci e a sfruttarci?

Perché continuiamo a invocare gli investimenti esteri e a implorare gli stranieri perché vengano ad investire in Italia? Quando arrivano, sulla base dell’esperienza fin qui fatta, non si tratta di un buon affare per noi: chiedono facilitazioni, licenziano e alla prima difficoltà (ma soltanto dopo aver incassato i contributi incautamente elargiti loro dalla mano pubblica) se ne vanno lasciando l’inquinamento che ci hanno portato, le famiglie dei dipendenti sul lastrico e tenendosi le quote di mercato di cui nel frattempo si sono impadroniti.

Anche se la capacità di risparmio delle famiglie italiane si è ridotta (perché si sono ridotti i redditi medi) siamo ancora capaci di generare investimenti, se soltanto lo volessimo e se il nostro sistema bancario finanziasse le imprese e le famiglie continuando a funzionare con le regole della Legge Bancaria del 1936, presa ad esempio in tutto il mondo.

Se non abbiamo bisogno che altri vengano a portarci i loro capitali ancora meno ci servono le capacità imprenditoriali altrui. L’Italia ne ha da vendere. Gli strumenti che governano l’economia e la sua gestione contabile hanno avuto origine tutti nel Mediterraneo, la maggior parte nel nostro Paese. Il contributo della finanza anglosassone è stato nullo o negativo, e ne paghiamo da tempo le conseguenze.

Quando impareremo a difenderci? Dobbiamo deciderci a dichiarare a chiare lettere che determinate attività che riducono il potere d’acquisto dei cittadini o che vanificano i loro patrimoni sono attività criminose che vanno perseguite; chi se ne macchia va punito.

Costringere il Tesoro italiano a indebitarsi pagando interessi sei volte superiori rispetto a quelli tedeschi o inglesi è semplicemente criminoso, ma poiché non esiste crimine se non sia giudicato tale dalle legge (nullum crimen sine lege) è ora che i nostri tecnici mostrino il loro valore e chiariscano la natura criminosa di quei comportamenti fraudolenti che sottraggono ai cittadini italiani incolpevoli i frutti del proprio lavoro nella forma di reddito, o di ricchezza lecitamente accumulata.

Gianni Fodella

I TRIUMVIRI DEL LEGITTIMISMO E LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI

E’ più in crisi l’economia o la politica nella Repubblica delle tangenti? Risposta, la seconda. L’economia troverà modo di acconciarsi. La politica no, se non verrà un fatto tellurico di grado alto. Tra un certo numero di mesi torneranno le elezioni e i soliti ceffi. Per impressionanti che siano i segni dello scontento, la stagione venatoria dei partiti si riaprirà, le doppiette dei cleptocrati faranno strage, persino un clamoroso successo della protesta -Cinque Stelle e il resto- sarà frustrato senza un colpo di stato che sospenda le istituzioni e la Carta. Mario Monti avrebbe potuto farsi bonificatore, avendo quasi i numeri di Charles De Gaulle nel 1958. Il generale vinse perché era il più illustre dei francesi e perché aveva un progetto eversore della Quarta (esecrabile) Repubblica.

Mario Monti nel novembre 2012 appariva il più illustre degli italiani, ma non aveva il progetto eversore contro una repubblica peggiore della Quatrième. Monti si contentava di metter fine alla  pochade berlusconiana. Riacquistare il rispetto dei partner europei era essenziale ma non sufficiente. I primi  sette mesi del montismo hanno mostrato che Mario Monti intende razionalizzare, non amputare come necessario. Simbolo e metafora del non-impegno di Mario Monti per entrare nella storia fu, il 2 giugno dei terremoti e della Parata, Mario Monti che per inerzia batteva mani annoiate nella tribuna di Napolitano. Tutto, anche le codse stupide, fuorché liquidare il peggiore regime d’Occidente.

Per ora vince il legittimismo. Vince la Santa Alleanza di Metternich, di Clemente Solaro della Margarita e dell’uomo del Colle. Il quale ultimo è l’antica ordinanza dei similbolscevichi Togliatti e  Longo, diventata incarnazione della continuità patriottica e liberal-liberista. La reggia pontificia e sabauda difende la classe politica allorquando gli italiani non sopportano più i politici.

Sappiamo chi oggi incarna Solaro della Margarita, nel nome del principe Metternich. Ma se ci sono legittimisti di osservanza carlista invece che asburgica, chi hanno come Sire se non D’Alema? Da sempre il machiavelli velista non perde occasione per martellare sull’insostituibilità dei partiti e sull’intoccabilità del professionismo politico (è anche la predicazione del Colle). All’occorrenza D’Alema si farebbe don Carlos Maria Isidro di Borbone: rifiutò un ruolo eccelso alla corte della nipote Isabella, regina a Madrid per l’arbitrio del di lei padre Ferdinando VII, ed aprì  tre guerre ‘carliste’ che dilaniarono la Spagna, pur di non rinunciare al principio della legittimità dinastica.

Preparatevi a vedere il don Carlos da Gallipoli salire con nobile fermezza gli scalini del patibolo, piuttosto che permettere alcun pregiudizio ai diritti della Casta nata dalla Resistenza. Però, se invece di difendere la coerenza con una morte gloriosa don Carlos D’Alema rafforzasse il suo carisma, guai a Matteo Renzi e alle migliaia di sventati che vorrebbero rottamare i settantenni; guai a Beppe Grillo; guai ai milioni di illusi che vagheggiano di demolire il Palazzo tarlato e bieco.

Il Misoneismo ha un terzo ferro di lancia: Giovanni Sartori. La più abominevole delle novità è per lui la democrazia diretta, che schernisce come “direttismo” e che peraltro riconosce come soluzione unica per quando la delega elettorale finirà. L’irascibile professore ha un tale orrore della modernità che invia i suoi  editoriali al quotidiano “Potere Forte”, di via Solferino, dalla cripta dei Cappuccini a Palermo. Lì ha prenotato uno spazio perché, grazie a Dio, le salme indossano abiti secondo la moda del Congresso di Vienna (moda che ama anche in quanto Vienna vanta una Kapuzinergruft gemella). Nella cripta palermitana vorrà congenialmente risiedere per sempre, tra coetanei di due secoli fa. Dalla cripta leverà muto ed intenso il rimprovero ai tanti che bestemmiano all’indirizzo del parlamento.

Dietro i triumviri del legittimismo procedono in processione alcune centinaia di giornalisti e di politologi, più alcuni milioni – decrescenti, però- di idolatri delle urne e  fanatici della Costituzione. Però i triumviri non si fidino troppo dell’esercito misoneista. I giornalisti e i politologi cambieranno prontamente padrone quando il vento girerà. Più ancora si adegueranno i feticisti delle urne, quando saranno una buona volta chiuse.

Porfirio

MONTI IN USA VASSALLO INCANTATORE

Ogni tanto va ripetuto: le cose che si scrivono in Internauta riflettono l’opinione di chi firma, e basta. A volte alcuni amici condividono.

Alla vigilia dell’arrivo a Washington di Monti, governante di uno dei paesi satelliti, Obama si è fatto intervistare dalla “Stampa”; il suo ambasciatore a Roma, David Thorne, ha fatto lo stesso col “Corriere della Sera”. Si usa così. Sugli elogi  all’Italia del primo è da fare una tara in più: Obama aveva degli speciali doveri di cortesia nei confronti  di  chi gli faceva visita di omaggio e in più era universalmente acclamato (la copertina di ‘Time”,  le accoglienze festose dei Vip yankee, ecc.)

Thorne, mezzo ambasciatore e mezzo ‘resident’ (nella tradizione dell’impero britannico i rappresentanti di Londra presso certi Stati semi-indipendenti  p.es. dell’India o della penisola araba si chiamavano residenti), Thorne dicevamo non aveva i doveri presidenziali di cortesia verso un ‘associato’ di grande prestigio. Perciò il linguaggio dell’intervista al  “Corriere” è più asciutto. Thorne ha parlato da ‘resident’: e la più imperiosa delle sue affermazioni è “l’Italia è diventata l’alleato più affidabile degli Stati Uniti in Europa”.   Nel  sommario dell’intervista il “Corriere” ha scritto “il più affidabile sul Continente”; ma va da sé che se Thorne aveva parlato di Europa, intendeva quell’aggregato senza il Regno Unito, chissà forse senza Cekia e senza qualche altro svogliato.

Se Thorne ha potuto caratterizzarci  come i più affidabili non è solo perchè il trio Monti-Terzi di Santagata-ammiraglio Di Paola sia quanto di più identificabile coll’appartenenza alla Nato e alla demoplutocrazia. Pure perché ciò che resta dell’antica sinistra è entrato nell’osservanza americana, cominciando da Napolitano, da D’Alema, da  Romano Prodi conduttore d’una scalognata coalizione dei progressisti, sinistristi lunatici compresi. Se l’ambasciatore di Obama ha potuto annetterci è perché sa che la nostra classe politica, idealista e coerente com’é, ha cancellato l’antiamericanismo. Bastino le insistite affermazioni dell’ex-comunista sul Colle, secondo cui la guerra coloniale in Afghanistan, droni ammazzacivili compresi, è ‘giusta’.

Il residente Thorne ha impegnato la Repubblica nata dalla Resistenza (prevalentemente comunista) su altri punti sui quali si sapeva legittimato anche da Colle/D’Alema/Prodi. Alla timida domanda dell’intervistatore se l’Italia, trovandosi senza soldi, potrebbe comprare meno cacciabombardieri F35, il Residente ha risposto a muso duro: “Forse qualcosa cambierà nei tempi del programma, però non nell’impegno per il programma”. All’altra domanda del timido: “Taglierete la presenza nelle basi in Italia?” , un netto “Non credo ci saranno cambiamenti significativi”.

Il Colle con Monti, D’Alema e Prodi non dovrebbero farsi trovare impreparati nel caso l’Unione Europea si sfaldi un po’ più. Compilino in ogni dettaglio la domanda d’annessione quale Stato libero alla Confederazione stellata. Il posto c’è, quello che Puerto Rico, legalmente ‘Commonwealth/Estado Libre Asociado de Puerto Rico’, ha declinato d’accettare. Così la Repubblica nata dalla Resistenza manterrebbe dignità e indipendenza. Il Commonwealth of Italy potrebbe senza arrossire comprare tutti gli F35, gli elicotteri, le fregate lanciamissili, i droni, i carri pesanti che occorrano. Occorrano per cosa? Per difendere la demoplutocrazia planetaria. Washington arruola mercenari a costo zero, anzi a profitti sulle fatture F35.

A.M.C.

14 ANNI FA PROPONEMMO MARIO MONTI AL QUIRINALE

Per la serie, “l’avevamo detto noi”, emerge dal nostro archivio un articolo (Contrelzeviro )(dal settimanale ‘La Svolta”, 23 maggio 1997 ) che già parlava dell’attuale presidente del consiglio…

Una più desolante dell’altra le previsioni che si fanno per il dopo-Scalfaro. E’ corso il nome di un inquilino della Farnesina, con credenziali quali “al Fondo Monetario Internazionale ha acquisito un ottimo inglese”. Tralasciamo alcuni speranzosi ancora più implausibili, per arrivare all’ipotesi agghiacciante: “Se D’Alema diverrà capo del governo, Prodi potrebbe passare al Quirinale”. Un vaticinio così atroce non è venuto da gente che vuole male all’Italia -nel qual caso si spiegherebbe- bensì dagli inviati di punta di ”Time’, grande testata di un Paese alleato e amico, come si usa dire. La quale testata ha pubblicato di recente uno speciale sullo Stivale. Fortuna, per detti inviati di punta, che negli States non si appassionano alle nostre cronache. Altrimenti, puta caso Prodi si insediasse davvero nella Reggia della Repubblica con la sua bonomia di cobra dalla bocca senza denti, ve li immaginati gli scongiuri sui marciapiedi di Manhattan al passaggio dei giornalisti menagrami di ‘Time’?

Basta deridere i fan newyorkesi di Romano; e basta scherzare sulle cose serie. Potremmo considerare candidature meno esiziali: e qualcuna risulterebbe un ‘godsend’, un regalo degli Dei. Ecco quella avanzata, non per scherzo, da questa rubrica ‘Contrelzeviro’: Mario Monti. Perché nume della Bocconi, sì certo. Perché agisce con dignità nella plancia dell’Unione Europea, unica patria cui votarsi dopo gli scempi di tante guerre, anche. Monti è l’uomo che il 27 aprile 1997 ha detto al ‘Corriere della Sera’ verità misurate ma severe sulla nostra classe di governo: “La vita politica è andata avanti spesso con un afflato etico verso la solidarietà verbale (…) Nella tradizione italiana ci sono molti punti di forza, non il rispetto delle scadenze e delle cifre”. Quando l’intervistatore ha ricordato una definizione di Prodi (“i parametri di Maastricht sono tabelline che si infischiano della realtà”)  Monti ha risposto grave che “questi valori quantitativi hanno un significato di riforma dei comportamenti”. In che sono sbagliati i nostri comportamenti? Monti: “Scarsa affidabilità complessiva. Oggi in Europa sono molto diffusi i dubbi. Solo otto o dieci anni fa tutti gli elementi del modello dell’economia sociale di mercato, che poi è diventato la costituzione di Maastricht, venivano contestati dalla cultura politica italiana (…) L’Italia non ha una tradizione di grande affidabilità nel rispetto degli impegni. In quanto la moneta unica determina una convivenza enormemente più stretta di prima, l’Europa richiede più di prima affidabilità reciproca. Ogni Paese ha bisogno, più di prima, che tutti gli altri rispettino gli impegni”.

Nella nostra interpretazione, sotto il garbo di Mario Monti c’è l’amara denuncia di una disonestà nazionale cui non può che corrispondere, nella classe politica, una ripugnanza istintiva per le leggi dell’etica. Uno che pensa queste cose non è un tipico politico italiano: dunque  a lui andrebbe affidata la prima magistratura. Non solo. Il popolo farebbe bene a dargli pieni poteri per fare piazza pulita di ‘questi politici’. Forse il professor Monti sarebbe troppo civile, e troppo clemente, per liberare a frustate il Tempio dai mercanti. Ma la sfortuna vera è un’altra: i nostri politici potrebbero sì mettere uno come Monti a capo dello Stato o del governo, ma col proposito fermo di legargli mani e piedi.

Antonio Massimo Calderazzi

L’EUROPA E’ IL MEDITERRANEO (CON LE SUE APPENDICI NORDICHE)

In risposta al commento del Prof. Gianni Fodella all’articolo “Monti si ispiri all’alba Meiji…”   

Caro Gianni,

mi inorgoglisco di dare del tu a chi alcuni lustri fa mi insegnò da maestro -maestro è chi conosce ciò che i discepoli ignorano- che in Asia gli sviluppi di prima grandezza possono arrivare senza segni premonitori, o con segni che solo i cognoscentes e gli iniziati colgono. Ti riferivi sorattutto alla Cina: tu sapevi, io no, che la attendeva un futuro portentoso, più vasto che il suo impero smisurato del tempo della gloria piena.

Oggi ti devo un altro riconoscimento: ciò che in Internauta di novembre hai precisato quanto al mio pezzetto sulla Restaurazione Meiji in Giappone e all’insegnamento che Mario Monti dovrebbe trarne per entrare nella storia è integralmente vero: “L’ascesa del Giappone causò lutti e rovine ai paesi vicini, sofferenze ai giapponesi”. Antimilitarista dalle elementari, negatore anche delle guerre patriottiche e ‘giuste’, davo per conclamati i lutti, le rovine, le sofferenze provocate dal ferino espansionismo del Sol  Levante.

Invece ti chiedo: non fu positivo per l’umanità che un paese arretrato si trasformasse di colpo in grande nazione moderna? Dal loro Walhalla, Goethe e Prometeo dovettero ammirare per lo meno il fatto animale, la bravura senza limiti, la fulmineità dell’azione degli scardinatori Meiji. Se nel 1941-42 l’orgoglio imperiale di americani inglesi olandesi francesi fu stracciato dai nipoti dei pescatori, contadini e samurai morti di fame; se Filippine Malesia Singapore Indocina Indonesia caddero ineluttabilmente a conquistatori quasi scalzi; ciò non insegnò molte cose al mondo intero?

All’Asia insegnò che poteva liberarsi della dominazione occidentale. Passata la guerra la vittoria finale andò a quelle nazioni, non agli imperialisti. Se nessuno al mondo poté concepire che americani britannici olandesi francesi sapessero vincere le vittorie dei nipponici, vuol dire che le imprese del Giappone tra il 1868 e il 1942 furono un’eruzione senza precedenti di energia umana e, inevitabilmente, di genio creatore. Nulla di simile è più avvenuto, a parte l’insuperabile vittoria dei vietnamiti sul dinosauro statunitense. Detto questo mi darò vinto se qualcuno  dimostrerà che il Giappone avrebbe potuto farsi una terribile Cartagine capace di umiliare Roma senza battere l’impero degli Zar prima, poi, per un corto biennio, tutte le potenze coloniali di allora.

Ricordo queste cose non per duellare sulle prodezze militari che seguirono alla trasfigurazione Meiji. Al contrario, per condividere il tuo giudizio: “Gli artefici della Restaurazione non fecero ricorso a ideologie o ad esempi del passato, non agirono in funzione di idee preconcette, ma con disincanto e determinazione”. Hai piena ragione quando scrivi che con pari disincanto e determinazione Mario Monti “dovrebbe dichiarare apertamente che l’Italia può fare a meno dell’Europa, mentre l’Europa non potrebbe esistere senza l’Italia”.

E soprattutto ammiro senza riserve la tua definizione dell’Europa: “quella entità geoculturale che  sarebbe meglio chiamare Mediterraneo con le sue appendici nordiche”. Nulla è più coraggioso e perforante, oggi, che rimettere il Mediterraneo al cuore della Storia.

Credimo il tuo

A.M. Calderazzi

 

 

 

 

 

VIVA LA SCONFITTA DELLA POLITICA

 

Per capirci meglio

Il momento più alto della storica seduta di Montecitorio del 12 novembre è scoccato quando Domenico Scilipoti si è alzato per pronunciare l’omaggio funebre a Silvio Berlusconi (forse) politicamente deceduto e una sferzante condanna dei vili che l’hanno tradito. A molti i suoi nobili e appassionati accenti avranno senza dubbio ricordato quelli attribuiti da Shakespeare a Marcantonio nell’orazione in onore di Cesare assassinato. Questo per quanto riguarda l’aspetto soprattutto emotivo della conclamata fine di un’era.

Sotto il profilo storico-politico spicca invece un altro Leit-motiv. Anche l’eminente statista e anestesista calabrese si è unito al coro di quanti, nelle file di quello che resta (forse) il partito di maggioranza relativa, hanno denunciato a gran voce la sconfitta della politica in cui si sarebbero tradotte le forzate (dallo spread e dalla magistratura, da Sarkozy e dai comunisti, dai poteri forti e, in ultima analisi, da “questo paese di merda”, oltre naturalmente ai traditori) dimissioni del Cavaliere e la sua sostituzione con un governo tecnico senza attendere l’indispensabile investitura popolare.

Basta a suffragare una simile versione delle cose il fatto che la denuncia abbia riscosso l’adesione perfino di Romano Prodi? Rincresce di dover rispondere di no.

Da premettere, innanzitutto, che i governi nascono giuridicamente in parlamento, secondo la vigente Costituzione, anche se sulla base politica di un voto popolare. E muoiono sempre in parlamento, normalmente per una perdita anche solo parziale (in una delle due camere) della maggioranza, come è avvenuto o stava avvenendo in questo caso, oppure per effetto di sconfitte politiche confessate, risentite o comunque evidenti in quanto tali.

Neanche in questo caso l’evidenza si può negare. Ma ammettiamo pure che la svolta dei giorni scorsi sia avvenuta in modo alquanto contrastante con il meccanismo introdotto di fatto dopo il crollo della cosiddetta prima repubblica. Il contrasto non può impedire di vedere che proprio la politica deve intervenire con ogni suo mezzo lecito disponibile per rimediare alle suddette sconfitte specialmente in situazioni di emergenza come quella attuale.

Se l’intervento riesce con qualche speranza di successo si tratta di una vittoria e non di una sconfitta della politica, o al massimo della sconfitta di un certo disegno o programma politico (nella fattispecie, l’instaurazione del bipolarismo e la consacrazione dell’elezione popolare diretta o semi-diretta del presidente del Consiglio), fallito per una determinata combinazione di motivi politici come in politica è sempre possibile.

A tutto ciò va aggiunto che, nell’Italia degli ultimi due decenni, i governi tecnici o comunque di emergenza si sono distinti per la loro salutare efficienza certo più di quelli cosiddetti politici. Amato e Ciampi salvarono il paese dalla minaccia di bancarotta e reso possibile l’adesione all’euro, con buona pace di chi oggi avversa la moneta comune. Dini varò una riforma pensionistica che sarebbe stata sufficiente a far quadrare i conti pubblici se non fosse sopraggiunta la crisi planetaria e i governi politici l’avessero fronteggiata meglio.

Una riforma, tra l’altro, cui il centro-destra fece seguire una brusca impennata dell’età pensionabile con lo scalone Maroni, che il centro-sinistra si affrettò a cancellare e la parte avversa evitò, poi, di ripristinare. Oggi, in piena emergenza, la Lega nord ostile al governo Monti si oppone in modo intransigente a qualsiasi elevazione dell’età pensionabile, anche minima rispetto a quella disposta dal suo stesso ministro. Dio ci salvi, dunque, almeno per il momento, dai governi politici, e viva le sconfitte della politica se proprio vogliamo classificare così quella avvenuta il 12 novembre.

Nemesio Morlacchi

MARIO MONTI E’ SPRECATO

…se non gli si danno pieni poteri

Per ciò che mi capitò di imparare avvicinandolo molti anni fa, Monti è l’unico rispettabile tra i figuri della Seconda Repubblica, forse finita forse no. Imparai per esempio che a uno come lui era possibile essere importante, riverito e al tempo stesso assai più cortese di quanto fosse indispensabile nel rapporto con un cronista. Io ero il cronista che lo intervistava su temi economici abbastanza irti da suggerire che gli mostrassi il mio testo per accertare che avessi capito il suo pensiero. Mario Monti mi chiese di ‘permettergli di apportare alcune correzioni’, con una  gentilezza che sono certo mi avrebbe negato l’ultimo dei suoi assistenti volontari,  l’ultimo dei funzionari delle grandi imprese, la Commerciale e la Fiat, di cui era alto consigliere.

Oggi, conoscendo intera la  sua biografia, non posso che considerarlo il meglio assoluto della nostra nomenklatura, oltre che l’esatto contrario  di colui cui succede. Ma la politica dello Stivale non merita questo salvatore, e non saprà nemmeno profittarne. Se Monti non fosse esistito, sarebbe stato meglio. Certo c’è lo spread, c’è l’imminenza della bancarotta. Tuttavia non è incoraggiante la prospettiva che l’ipercapitalismo e il regime vengano salvati prima di emendarsi e prima di espiare. Mario Monti potrà allontanare il default, rendere sostenibile il servizio del debito, razionalizzare questo o quell’aspetto. Però non potrà rovesciare e sfasciare il tavolo come occorrerebbe. Il tavolo sono i partiti, la Casta, le elezioni.

Se anche, per assurdo, Monti volesse farsi Cromwell o de Gaulle, il suo rispetto della legalità e la malevolenza delle istituzioni lo bloccherebbero. La meno nobile tra queste istituzioni, il parlamento, saboterà ogni grande opera tentata da un governante molto qualificato ma quasi certamente timido di fronte al ‘Mob’ che avrà di fronte. Il significato n° 3 di ‘mob’ nel Webster Dictionary è ‘criminal gang’. Contro la gang che nel 1945 si impadronì della Polis Mario Monti sarà inerme. Nella migliore delle ipotesi otterrà che il Mob delinqua meno. Senza sovvertire   l’assetto vigente, il più onorevole dei governanti possibili raggiungerà forse gli obiettivi congiunturali ma mancherà quelli storici. Ci farà restare in Europa, però come parenti di mala reputazione.

Divenuto improvvisamente nouveau riche, lo Stivale non sente il bisogno di moralizzarsi. Volterà le spalle a un Mario Monti eventuale operatore del bene duraturo, peggio di come la Francia rinnegò Charles De Gaulle quando, fatta fallire la comica rivoluzione del Sessantotto, il Generale chiese ai francesi di approvare il preliminare della sua opera maggiore, la costruzione della Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Per abbattere significativamente un debito di quasi duemila miliardi Monti dovrà imporre la patrimoniale; ma per poter aggredire i grossi patrimoni dovrà lambire anche i piccoli. Il ricatto delle urne (v.in questo Internauta “Gramellini: peggiocrazia ad esaurimento) non  permetterà questo lambire;  i grossi patrimoni saranno tassati poco, laddove Monti sa che per entrare nella storia dovrebbe invece smantellarli.

Nel 1868 il Giappone conobbe quell’autentica rivoluzione dall’alto che abbatté il regime dello shogunato (durava dal 1603, sembrava invincibile) e restaurò il pieno potere imperiale. L’imperatore Mutsuhito (Meiji Tenno) si fece riformatore globale dello Stato e della società, creatore del Giappone moderno. Una delle condizioni che consentirono la colossale svolta e l’industrializzazione fu la confisca delle immense proprietà dello shogunato e l’abolizione dei feudi (1871). Trent’anni dopo il Giappone era sbalorditiva potenza militare ed economica, annientatrice di flotte e di armate dell’impero zarista. Con Monti non potremmo sognare qualcosa di simile noi che sottostiamo al più basso degli shogunati, la Casta dei politici e dei padroni dell’economia finanziaria?

Volesse ispirarsi a Meiji Tenno (che non era un brutale despota, anch’egli come altri gran signori scriveva delicate poesie), Monti dovrebbe assalire non solo gli immobili e gli investimenti della fascia alta: anche le automobili, le barche, ogni consumo di lusso. Se i porticcioli da diporto e i campi da golf si sono moltiplicati oscenamente, se sulle autostrade sembrano andare solo macchine oltre i 150 cavalli, persino 400, è segno che gravare una tantum di tremila euro ogni veicolo di gamma medio-alta, oppure di una tassa di possesso quadrupla dell’attuale, sarebbe sostenibile, frutterebbe parecchio, aiuterebbe l’ambiente, darebbe l’annuncio di tempi nuovi.

Se invece Mario Monti esordirà con liberalizzazioni guardinghe,  privatizzazioni marginali (p,.es. salvando la Rai della Casta), e provvidenze simboliche, egli risulterà sprecato. Sono tempi da economia di guerra,  da requisizioni ed avocazioni, non di semplici riordini e di accordature impercettibili. Misura, ragionevolezza, riserbo, rigore, le altre qualità che hanno propulso Monti a salvatore della patria, forse lo perderanno.

E poi: non ci sono salvatori della patria senza poteri eccezionali. La Camera degli Imputati, il Senato dei Mariuoli, altre soi-disantes istituzioni andrebbero messe fuori gioco, impedite di nuocere. Col nemico alle porte, la virtuosa Repubblica dei Quiriti farebbe ‘dictator’ Monti, così come fece con Lucio Quinzio Cincinnato, dittatore per 16 giorni poi tornato ad arare, poi ancora dittatore a ottant’anni. I Quiriti concentravano in un uomo solo i poteri di tutte le magistrature. Il dictator faceva grandi cose perchè ogni altra istituzione era sospesa. Furono dittatori Garibaldi in Sicilia e Luigi Carlo Farini in Emilia.

Monti suscita troppe aspettative per fare solo il Paolo Boselli del 1916, persino il V.E.Orlando di dopo Caporetto.

Antonio Massimo Calderazzi

PIETRO ICHINO, UN RIVOLUZIONARIO DI SINISTRA

 

Pietro Ichino è di estrema sinistra. Potrà sembrare un’affermazione provocatoria, ma non lo è. Da quando è asceso al governo Mario Monti, il Partito Democratico è attraversato da forti tensioni sotterranee tra aree diverse. Da un lato c’è chi, come Ichino e tanti altri, vorrebbe approfittare di questo esecutivo tecnico per far evolvere il partito e l’intero schieramento ad uno stato riformista. Dall’altro si assiepano ex sindacalisti e affini, come Cesare Damiano, che non vogliono alcuna modifica o quasi al diritto del lavoro vigente.

Secondo la vulgata corrente i secondi rappresenterebbero l’ala “sinistra” del partito. La definizione è quantomeno arbitraria. Evitando di addentrarci in una dissertazione su cos’è la destra, cos’è la sinistra, registriamo che sembra comunque più “rivoluzionaria” la proposta di Ichino in materia dei contratti del lavoro (in sintesi: un’unica forma contrattuale a tempo indeterminato che non garantisca l’inamovibilità del lavoratore come quella attuale, e che favorirebbe l’ingresso dei giovani nel mercato) che non la non-proposta dell’ala sindacalista che mira a difendere lo status quo.

Ichino da questo punto di vista, come già detto, è di estrema sinistra. Vuole sovvertire regole in vigore ormai da decenni, mira a far entrare nel mercato forza lavoro finora esclusa o sfruttata, ha come obiettivo la riduzione dei privilegi di una corporazione (peraltro minoritaria) che per difendere la propria situazione impedisce un miglioramento di quella altrui. Chi si schiera contro questi intenti non può essere definito in altro modo che “conservatore”o “reazionario”. Insomma, “di destra”.

Se infatti ci si discosta da una pedissequa osservanza di regole pratiche scritte in un contesto economico completamente differente, pare molto più in linea con l’impeto ideale del socialismo delle origini un pensiero oggi definito “riformista”, che non quello della Fiom o di Rifondazione Comunista (o di Stefano Fassina del Pd).

Certo, per una questione di convenienza politica ed elettorale, Ichino (e non solo lui) non si definirà mai “di estrema sinistra”, visto il significato corrente dell’espressione. Ma chi, sotto sotto, quando sente suonare l’Internazionale un po’ si commuove; chi non riesce a distaccarsi del tutto da quel aspetto utopico e romantico del socialismo; chi prova un’emozione ripensando alle lotte di cento anni fa da parte di chi era escluso dalla società per entrarvi; tutti queste persone “di sinistra” dovrebbero riconoscersi nell’assalto operato da alcuni “riformisti” alle regole consolidate e ormai ingiuste del mercato del lavoro. Non nella strenua difesa di privilegi antistorici messa in atto dai “conservatori”.

Tommaso Canetta

ABOLIZIONE DEGLI ORDINI PROFESSIONALI: ORA C’E’ UN TERMINE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora una data c’è: 13 agosto 2012. Entro questo termine o gli Ordini professionali saranno riformati, o verranno aboliti. Il governo Monti non ha affrontato direttamente le liberalizzazioni nell’ambito delle professioni, ma ha promesso di farlo in tempi brevi. Brevissimi.

Se nei prossimi 252 giorni non si troverà la quadratura del cerchio, gli Ordini saranno aboliti. I rappresentanti delle professioni sanno di avere la pistola alla tempia. Si dovrà trattare su tutto e rapidamente. Questo governo ha dato prova di serietà, rapidità e competenza. Ci si aspetta che non vengano lesinate anche nella seconda tornata di provvedimenti, si auspica più improntati alla riforma che non al taglio.

Attenzione però: non è finita. Le lobby e le corporazioni, portatori di interessi legittimi ma talvolta contrastanti con quello generale, non si arrendereanno facilmente. Sarà compito di tutti vigilare che non si scampi la tagliola del 13 agosto 2012 con qualche escamotage: magari una mini riforma che cambia tutto perchè non cambi niente. Per aiutare il governo a fare bene, sperando che duri, si dovrà restare vigili e affamati.

Tommaso Canetta

da LaStecca