MARCO VITALE: APPELLO PER AMBROSOLI

Milano, 21 febbraio 2013

A TUTTI COLORO CHE HANNO ADERITO E SEGUITO LA CAMPAGNA PER UMBERTO AMBROSOLI, PRESIDENTE ALLA REGIONE LOMBARDIA

 

“Non usate Dio per ragioni di potere”

Papa Ratzinger

 

Sembra che la possibilità di salvare la nostra cara Lombardia dall’ignominia leghista, alleata organica del corrotto formigonismo, e dal dannoso ed inquietante equivoco del montismo, rappresentato in Lombardia da Albertini, l’anziano sindaco berlusconiano di Milano quello dei parcheggi  e dei grattacieli selvaggi, sia in vista.

Comunque vada a finire si ê trattato di un grande impegno morale e intellettuale che ha coinvolto gran parte del popolo lombardo contro il tentativo di umiliarne e soffocarne gli spiriti vitali, e la sua grande vocazione libera ed europea. Questo impegno non andrà comunque perduto e darà buoni frutti, ben oltre le prossime elezioni.

Ci tengo a esprimere a tutti coloro che hanno partecipato a questo impegno la mia più viva gratitudine e i miei più profondi ringraziamenti.

Lo faccio inviando i miei ultimi due contributi (uno scritto per Arcipelago e l’altro per l’Eco di Bergamo), nei quali mi sforzo di guardare oltre le elezioni.

In  Lombardia  può  nascere  una  nuova  politica  economica  insieme  ad  un  rinnovato  spirito democratico, che riaccendano la speranza per tutto il Paese.

Da questa vicenda emerge comunque una lezione fondamentale valida per tutti: non possiamo interessarci dei nostri problemi comuni e di chi ci amministra solo in occasione delle elezioni. Non possiamo affidare iI nostro futuro e la nostra Regione solo a professionisti della politica, molti dei quali profondamente corrotti.

Facciamo allora an ultimo grande sforzo per portare alla presidenza della nostra Regione un giovane presidente, certo poco esperto di politica ma integro e bandiera di una generazione di amministratori per bene non abituati a servirsi delle istituzioni ma a servirle.

Grazie a tutti

Marco Vitale

www.marcovitale.it

MARCO VITALE – L’ERRORE DI MONTI

Un amico, professore al Politecnico di Milano, mi ha chiesto di scrivere un pezzo da inserire in un libro di disegni di studenti della scuola di design e nuova accademia di Belle Arti di Milano  dedicati al tema: PER. L’anno scorso, analogo libro era stato dedicato a : BASTA, cioè alla critica, all’indignazione, alla ribellione contro il malgoverno. Quello di quest’anno è dedicato a: PER, cioè alle proposte, ai progetti, alla speranza, alla parte costruttiva, al buon governo.

Ho accettato con gioia perché il mio cuore e la mia mente sono colmi di: PER. Ma accingendomi a scrivere il pezzo mi sono accorto che è impossibile scindere i PER dal BASTA, si tratta di due facce della stessa medaglia.

La fase in cui ci troviamo è la più difficile e pericolosa dall’inizio della crisi, sia sul piano internazionale che nazionale. Nella pubblicistica internazionale sta emergendo un filone revisionista che, più o meno dice: abbiamo sbagliato ad adottare e cavalcare il neocapitalismo selvaggio che ha dominato  negli ultimi 30 anni. Facciamo una correzione di rotta di qualche grado e tutto andrà a posto: un po’ di economia sociale di mercato (ma non si capisce come questa si concili con la politica europea della Merkel e dell’establishment tedesco), un po’ di liberalismo sociale (viva Hollande), un po’ più di sussidiarietà come vuole Formigoni, un po’ più di solidarietà (come vogliono i preti), un po’ più di sviluppo, anzi di crescita (come vuole la Marcegaglia e insieme la Camusso), un po’ più di licenziamenti (come vuole la Fornero).

Quando sulla  linea dell’economia sociale di mercato troviamo studiosi seri, come Alberto Quadrio Curzio, che l’ha sempre sostenuta, va bene. Quando la vediamo fatta propria da studiosi che sono stati megafoni del neocapitalismo selvaggio, dobbiamo diventare sospettosi e dire che forse c’è qualcosa che non va. Quello che non va è che non si tratta solo di rettificare alcune idee sbagliate e di fare un po’ di maquillage, ma di ingaggiare battaglie politiche  e concettuali durissime contro chi ha condotto il mondo ed il paese a questo punto e che vuole continuare così. Non c’è un PER senza un’aspra lotta per il BASTA. E si tratta di una lotta di idee ma soprattutto di interessi.

Sul piano internazionale è ormai chiaro anche ai ciechi che la speranza di mettere qualche freno responsabile alla finanza speculativa è svanita. Il fallimento di Obama e del G20 è stato clamoroso. Per cui ci siamo incamminati lungo le stesse strade che ci hanno portato al 2008. I padroni della finanza e dell’economia mondiale restano loro, i grandi finanzieri, i  grandi petrolieri, la casta feudale dei grandi manager. Ma con una differenza: gli Stati superindebitati non hanno più risorse per operare i salvataggi che hanno realizzato nel 2008-2010, salvando simultaneamente il sistema ed i suoi killer. Il secondo fattore fortemente negativo sul piano internazionale è che l’Europa, alla quale la storia aveva offerto un’occasione straordinaria per ritornare a pesare nell’assetto mondiale, non ha accettato la sfida. Si è rinchiusa come una lumaca nel suo guscio, anzi nei suoi tanti gusci, ed ha, così facendo, favorito la rinascita di approcci nazionalistici. Il fatto più minaccioso è il cambio di politica della Germania.

Nel marzo 1946 all’Università di Colonia, si alzò la voce di un grande vecchio antifascista, un settantenne, un grande europeo, un grande cattolico, che si erse, contestualmente, contro il mito dello Stato- Nazione e contro il centralismo marxista. Fu il primo discorso pubblico, dopo il nazismo, di Konrad Adenauer, ed è stato giustamente definito dallo storico inglese Paul Johnson, uno dei discorsi più importanti del dopoguerra, quello che segnò l’inizio della nuova Germania ma anche della nuova Europa Occidentale. Adenauer disse: “siamo prima persone, cittadini, europei e poi tedeschi. Ma più lo Stato-Nazione, mai più lo Stato etico. Una Germania federale per un’Europa federale”. Questa impostazione: prima europei e poi tedeschi, è stata una costante della politica tedesca sino al cancellierato di Kohl. Poi, prima con Schroeder e, ancor più, con la Merkel, questo principio è stato ribaltato. La Germania di oggi è ritornata a pensare: prima tedeschi e poi europei. E’ una svolta storica, che si realizza dopo 60 anni, ed è una pessima notizia. Se la Germania è, per la sua importanza in Europa, la frontiera più preoccupante, il ritorno ad approcci nazionalistici è sempre più evidente in molti altri paesi, anche non europei. Non è senza significato che molti organismi bancari internazionali stiano smantellando le loro strutture internazionali e stiano ritornando a strutturarsi su base prevalentemente nazionale.

L’unica notizia positiva su questo fronte è che, per la prima volta, al centro della competizione elettorale in Francia e Grecia vi è stata proprio la politica europea.

In questo mondo sempre più difficile e competitivo, l’Italia si muove con una rinnovata dignità, ma con dei pesantissimi pesi legati alle caviglie.

Sintetizzo, brevemente, quelli che sembrano a me i più grevi, in ordine di priorità(…).

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L’ECONOMIA E’ PER GENTE PER BENE

La lezione dei Fratelli Panini

L’Europa discute su come ricapitalizzare le sue banche, stremate dalle conseguenze del debito di Atene e di mille speculazioni azzardate. Lo spettacolo non è esaltante, ma di tanto in tanto un sorriso puo’ rimpiazzare il pianto da tragedia greca. Ascolto una radio francese (per la cronaca si tratta del canale pubblico France Info) e scopro che l’Europa sta celebrando in pompa magna un anniversario di eccezionale importanza : il mezzo secolo trascorso dalla nascita delle mitiche e magiche « figurine Panini ».

Le figurine hanno cinquant’anni, ma i loro fondatori Giuseppe, Benito, Umberto e Franco (ovviamente tutti di cognome Panini) non immaginavano che avrebbero cambiato la storia europea e mondiale, commercializzando nel 1961 il primo album di fotografie dei calciatori. Io avevo allora tredici anni e come i miei coetanei cominciai ad appassionarmi per le immagini dei giocatori. Possedere la figurina era quasi come parlare con l’idolo dei propri sogni. Completare una pagina consentiva in un certo senso di sentirsi azionisti di una squadra. Terminare l’album, cosa assai complessa e difficile, era un’impresa “storica”. Si andava a scuola, ma buona parte delle cose che veramente si apprendevano (e che si tenevano a memoria) venivano dalle magiche figurine, sfornate dalla benemerita società Fratelli Panini di Modena. A scuola si imparava l’aritmetica, base del commercio. Pero’ il commercio vero, quello destinato a contare per tutta la vita, lo si imparava comprando e soprattutto negoziando le magiche figurine dei calciatori. Per comprarle bisognava risparmiare: prima lezione di economia. Per scambiarle occorreva conoscerne il valore di mercato. Seconda fondamentale lezione. Chi più era abile nel far salire i prezzi delle proprie figurine doppie (da cedere) e nel mascherare i propri appetiti per le figurine mancanti era nelle migliori condizioni per avanzare con l’album. Lezione numero tre.

Il successo italiano consenti’ mezzo secolo fa ai fratelli modenesi di espandersi in Europa, continente in cui il calcio fa battere i cuori e sognare le menti. Solo che li’ è successo l’imprevisto dalle conseguenze devastanti. La generazione di ragazzini-negoziatori di figurine è andata avanti con gli anni. Come dire “Piccoli Panini crescono”. I ragazzini di ieri sono andati a lavorare in banca e la loro propensione allo scambio li ha portati davanti al computer come traders di Société Générale, di UBS e via dicendo. Hanno scambiato allegramente i miliardi di (nostri) euro o si sono dilettati ad acquistare “subprime” americani, CDS (i certificati d’assicurazione sull’ipotetico fallimento degli Stati, di cui oggi nessuno conosce la quantità circolante nel mondo e di cui temo si parlerà molto nei prossimi mesi) e altri prodotti finanziari più o meno sofisticati. Invece di barattare Nils Liedholm con Cudicini padre, hanno pagato miliardi di dollari per strani certificati il cui valore reale è talvolta inferiore a quello delle figurine. Le cifre passavano sul loro computer e non c’era neppure bisogno di discutere all’uscita di scuola, come facevamo noi nell’improvvisata Borsa, sotto i portici, davanti alle Medie di Galliate, ridente e operoso borgo sulla riva piemontese del Ticino.

Il trader Jérôme Kerviel, della banca francese Société Générale, ha perso tra il 2007 e il 2008 la bella cifra di cinque miliardi di euro (ovviamente non suoi). Il mese scorso Kweku Adoboli, trader del gruppo UBS (Unione di Banca Svizzera) è finito in carcere a Londra per aver perso due miliardi di dollari giocherellando al computer con l’acquisto e la vendita di prodotti finanziari neppure troppo sofisticati. Come dire che il vertice della banca avrebbe potuto perfettamente controllare la sua azione e ha scelto di chiudere gli occhi (anche se adesso declina ogni responsabilità).

Cari Fratelli Panini, vedete dove siamo arrivati? Voi avete illuso generazioni di giovani europei sul fatto che l’economia fosse una cosa da ragazzi, ma avete dimenticato di spiegarci che dovrebbe essere soprattutto una cosa da gente per bene. Le cose sono ancora peggiorate dopo l’epoca aurea delle vostre figurine. Gli undicenni della generazione nata negli anni Settanta hanno perso la testa per il “game boy” invece che per l’album dei calciatori. Passavano ore ed ore su quella macchinetta pigiando un tasto dietro l’altro: proprio la stessa cosa che fanno oggi sui computers delle banche, cercando di pescare l’attimo fuggente in cui i derivati sugli affitti delle case di Hong Kong si rivalutano rispetto ai prodotti finanziari scaturiti dal commercio dell’immagine di Biancaneve a Eurodisney. I Sette nani stanno a guardare. Chiacchierano in allegria tra una birra e l’altra. Pare che la loro riunione porti il nome di G7.

Alberto Toscano

IL PARTITO DEGLI IMPRENDITORI? CI È BASTATO BERLUSCONI

Ci vorranno cento anni per smaltire i veleni e i danni iniettati nel Paese dal berlusconismo. Ecco perché diciamo di no ai segnali lanciati da alcuni imprenditori che bramano di scendere nell’arena politica. Gli imprenditori, che devono anche farsi perdonare di avere sostenuto così a lungo, così acriticamente, così ciecamente, così appassionatamente, così collusivamente, Berlusconi, pensino invece a rifondare un’economia seria, pulita, produttiva..

Quando lanciammo un sondaggio tra i nostri lettori, chiedendo quanto tempo sarebbero durati i veleni ed i danni iniettati nel Paese dal berlusconismo, la maggioranza rispose: dieci anni. Ora il vescovo di Mazara del Vallo – dichiarazione che pubblichiamo a parte – parla di quaranta anni. Chi scrive pensa che l’unità di misura corretta sia quella del secolo. Anche se la forbice dell’indicazione quantitativa può essere molto ampia, esistono ormai pochi dubbi, nella maggioranza dei cittadini, compresi molti dei suoi servi più fedeli, che i danni causati al Paese dall’imprenditore Berlusconi sono altissimi, e che il peso della c.d. tassa Berlusconi è più elevato di qualsiasi possibile imposta patrimoniale si sia mai vista sulla faccia della terra.
Una parte di questa gigantesca imposta è riconducibile al genio, in un certo senso, unico di Berlusconi. Ma un’altra parte, non piccola, è direttamente legata proprio al suo essere imprenditore, ed è su questo aspetto che vogliamo riflettere.

Se ci sforziamo di ricordare la figura di qualche imprenditore che abbia svolto, con successo duraturo, una importante funzione di guida politica, ben pochi o nessuno ci viene alla mente nella storia moderna di tutti i paesi. Certo non furono gli imprenditori a guidare la ricostruzione europea dopo la seconda guerra mondiale, i cui artefici si chiamavano Churchill, Adenauer, Schuman, De Gasperi. Né furono gli imprenditori a guidare la ricostruzione degli USA dopo la grande crisi degli anni Trenta, quando la leadership fu assunta da Roosevelt. Né furono gli imprenditori a guidare il processo di unificazione italiana i cui alfieri si chiamavano Cavour, Garibaldi, Mazzini. Né furono gli imprenditori a svolgere una funzione guida nel processo di unificazione europea, al quale, anzi, molti di loro si opposero a lungo.

Ogni tanto troviamo qualche imprenditore che assunse la responsabilità di ministro. Alcuni svolsero, in questa veste, un’azione politica rilevante. Tra tutti, in primo luogo, Walther Rathenau (1867-1922), imprenditore, dirigente industriale (era figlio di Emil il fondatore della AEG) ma anche statista, filosofo sociale, scrittore, pioniere degli studi sulla responsabilità sociale d’impresa, ministro della Ricostruzione nel 1921 e poi ministro degli Esteri dal gennaio 1922 sino a quando fu assassinato da appartenenti alle formazioni giovanili di destra. Un personaggio poliedrico, colto, eminente. Eccellente ministro delle Finanze fu, nel 1925, l’imprenditore e finanziere Giuseppe Volpi, nominato dal fascismo Conte di Misurata (per i meriti acquisiti come governatore della Tripolitania), la cui politica del debito pubblico e delle riforme fiscali andrebbe, ancora oggi, studiata a fondo. Ma molto più numerose sono le figure di imprenditori o alti dirigenti d’impresa che, come ministri, fecero molto male. Come McNamara, grande ed ottimo dirigente industriale, che fu un pessimo ministro della Difesa di Kennedy, come Hank Paulson, grande dirigente bancario, uno degli uomini più ricchi d’America e catastrofico ministro del Tesoro del presidente Bush; come il nostro Lunardi, disastroso ministro dei Lavori pubblici di Berlusconi, il teorico della convivenza con la mafia.

Perché dunque è così difficile che un, pur bravo, imprenditore sia anche un buon politico? Lo spiegarono, con formula assai concisa, i veneziani nel 1534, quando, riferendosi ad Alvise Gritti, dissero criticamente: “Ille vult esse dominus et simul vult esse mercator; esse autem dominus et mercator impossible est”. Il tema è stato analizzato da Ludwig von Mises nel 1922 nel suo libro “Socialismo”, uno dei libri fondamentali del ‘900, che ha spiegato, con un anticipo di 70 anni, perché le economie centralizzate non potevano funzionare: “L’intero scopo dell’imprenditore è di adattarsi alle contingenze economiche del momento. Il suo scopo non è di combattere il socialismo, ma di adattarsi alle condizioni create da una politica che tende alla socializzazione. Non ci si deve attendere che gli imprenditori o qualsiasi altro gruppo nella società debbano, al di là del proprio interesse, fare dei principi generali di benessere la massima della loro propria azione. Le necessità della vita li spingono a trarre il massimo da ogni circostanza data. Non è affare degli imprenditori dirigere la lotta politica contro il socialismo; tutto quel che li riguarda è adattarsi nei confronti della socializzazione, in modo da trarre il massimo profitto possibile nelle condizioni in cui si trovano”.

Lo ha sostenuto, sin dal 1954, Peter Drucker, il massimo cantore dell’impresa e della responsabilità imprenditoriale:

“Solo a questo punto si può affrontare il problema delle responsabilità che la classe dirigente industriale dovrebbe assumersi, essendo uno dei gruppi-guida della società moderna, responsabilità che trascendono quelle di natura puramente aziendale. Non passa giorno, senza che un portavoce dell’industria non affermi l’esistenza di una qualche responsabilità nuova di questo genere. Si è sentito dire che l’industria, e per essa i suoi dirigenti, dovrebbero essere responsabili della sopravvivenza degli studi classici nelle università, della istruzione economica dei lavoratori, della tolleranza religiosa, della libertà di stampa, del rafforzamento o della abolizione delle Nazioni Unite, e della “cultura” nel senso più ampio e della protezione delle varie arti.

Non c’è alcun dubbio che l’essere un gruppo guida comporti delle gravi responsabilità e che nulla è più distruttivo che l’evitare tale responsabilità. Del pari, però, nulla è altrettanto distruttivo quanto rivendicare delle responsabilità che un gruppo non ha; nulla è più pericoloso che l’usurpare delle responsabilità. Il modo con cui la classe dirigente industriale d’oggi ha affrontato il problema, tende a commettere ambedue questi errori, a evitare, cioè, delle responsabilità reali e a usurpare delle responsabilità che non esistono e non devono esistere.

Infatti, chiunque parli di “responsabilità”, afferma implicitamente anche l’esistenza di una “autorità”. Affermare che la classe dirigente industriale ha delle responsabilità in un determinato campo, significa anche affidarle un’autorità in quel campo. C’è, forse, una qualche ragione per credere che in una libera società, una classe dirigente dovrebbe avere autorità in campo universitario, artistico, educativo o in merito alla libertà di stampa o in politica estera? Sollevare il problema significa dargli l’unica soluzione possibile: un’autorità del genere sarebbe inammissibile. Affermazioni del genere non dovrebbero essere concesse neppure alla foga oratoria dei discorsi di apertura dei “picnic” che le aziende, per antica abitudine, tengono ogni anno.

Le responsabilità pubbliche della classe dirigente industriale dovrebbero quindi essere limitate a quelle aree, in cui essa può, legittimamente, invocare autorità”.

Infine la dimostrazione definitiva dell’incompatibilità tra la mentalità, la cultura, la metodologia dell’imprenditore e quelle dell’uomo politico, ci è stata offerta proprio da Berlusconi, la cui azione (a prescindere da tutte le valutazioni di carattere morale) si è dimostrata una delle più inefficienti, inefficaci ed inconcludenti della storia italiana, proprio perché “Ille vult esse dominus et simul vult essere mercator; esse autem dominus et mercator impossibile est”.

Anche chi scrive è stato ed è da una vita un cantore dell’impresa, dello spirito imprenditoriale e della responsabilità imprenditoriale e pensa che il ruolo che lo spirito d’impresa può e deve avere per la decisiva partita in corso per salvare e ricostruire il Paese dai disastri del berlusconismo e della Lega congiunti, sia molto importante. Ma ognuno nel proprio ruolo, facendo le cose che sa fare, assolvendo bene alla sua missione.

Per questo guardo con crescente e doppia inquietudine ai segnali che vedono alcuni imprenditori bramosi di scendere nell’arena politica. Parlo di doppia inquietudine, perché il rischio che corriamo di un’azione di questo tipo è doppio. Rischiamo di avere nuovi governanti pessimi, come sono, salve rarissime eccezioni, gli imprenditori quando scendono (non si dice mai: quando salgono) in politica. Rischiamo di avere nuove forme di conflitti di interesse e di confusioni di ruolo che tolgono alla categoria imprenditoriale, nel suo insieme, quella credibilità necessaria per pesare, come corpo imprenditoriale, nel processo di disinquinamento e ricostruzione del Paese. Un ruolo molto importante spetta agli imprenditori associati nella battaglia per la rifondazione di un’economia seria, pulita, produttiva. Ma proprio per questo dobbiamo dire no al partito o ai partiti degli imprenditori. Qui abbiamo già dato e gli imprenditori devono anche farsi perdonare di avere sostenuto così a lungo, così acriticamente, così ciecamente, così appassionatamente, così collusivamente, Berlusconi. È giusto perdonarli. Ma che non “scendano”in politica, ma piuttosto “salgano” come responsabilità pubblica. Per gli imprenditori in politica abbiamo già dato. E ad occhio e croce, per un centinaio di anni dovrebbe bastare.

Marco Vitale

da www.allarmemilano-speranzamilano.it

UN PAESE CHE RESISTE

“Milano, una città da amare”. Quando lessi questa frase del cardinale Dionigi Tettamanzi, ne fui colpito ed indotto a riflettere su me stesso e sul mio rapporto con la città. Si può amare una città? Cosa vuol dire: amare una città? Quali insegnamenti sono contenuti nella frase del cardinale? Ed io, la amo sufficientemente o vivo qui solo perché il destino mi ha portato a vivere qui?

Io ho molto amato Milano. L’ho amata sin da ragazzino, prima di conoscerla. Per me era, sin da allora, una categoria dello spirito. Non conoscevo il detto che, anni dopo, mi affascinerà: “Milan dis, Milan fa”; ma già allora questa era esattamente la mia lettura della città. La prima volta venni a Milano con mio padre (abitavamo a Brescia) da ragazzino, per il concerto di riapertura della Scala dopo la ricostruzione, diretto da Toscanini. Fu un’emozione indimenticabile. La seconda volta fu una gita scolastica ginnasiale per una visita alla Fiera Campionaria. Fu la scoperta della grande vitalità produttiva della nuova Italia, con epicentro allora a Milano, alla quale, per fortuna, noi, giovani, ci sentivamo partecipi. La terza volta fu per accompagnare mia sorella maggiore ad iscriversi all’università, e fu allora che scoprii la Basilica di Sant’Ambrogio, con le sue linee semplici e purissime e quella sua atmosfera di ovattata penombra (in parte oggi, purtroppo, perduta) che invitava alla preghiera. Fu grande amore a prima vista e da allora per me “la Chiesa” è Sant’Ambrogio. Fin dal ginnasio avevo deciso che sarei venuto a vivere e lavorare a Milano, proprio perché era “una città da amare” ed io la amavo. Così, a 28 anni, misi casa a Milano, mi sposai e qui nacquero i miei figli.

Ho indugiato in questi ricordi personali perché ho voluto spiegare come il mio legame con Milano sia profondo e genuino. Ma negli ultimi decenni, gradualmente, è andato crescendo in me un disamore per Milano, città alla quale mi sentivo sempre più estraneo. Anche i miei figli, per molti anni orgogliosi di essere milanesi, se ne sono psicologicamente allontanati, ed il maggiore ha addirittura cambiato città.

Ho odiato la Milano da bere dei socialisti; sono rimasto profondamente turbato da Tangentopoli; ho avuto ed ho paura del totalitarismo, settarismo, affarismo di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere; ho avuto ribrezzo per lo squadrismo leghista; mi sono sentito soffocato da quella farsa pornografica della Signoria che è il berlusconismo; mi sono sentito umiliato come cittadino dalla volgarità di certe prime alla Scala; ho sofferto per una città la cui politica cittadina veniva, quasi esclusivamente, fatta da e per immobiliaristi e commercianti.

Marco Vitale

da http://www.allarmemilano-speranzamilano.it/


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