SE I RICCHI NON SBORSANO TORNERA’ LA LOTTA DI CLASSE

Così la pensa un liberale tedesco

L’Occidente nel suo complesso è alquanto malmesso e minacciato persino da rivolte di tipo arabo. I moti inglesi, soprattutto, hanno suscitato forte impressione; si crede poco che si tratti di puro teppismo. Il settimanale amburghese “Die Zeit” ha recentemente pubblicato in prima pagina un articolo il cui autore, Uwe Jean Heuser, proclama la propria fede liberale contrapposta all’ideologia e alle ricette tradizionali della sinistra. Avverte tuttavia che sta riaccendendosi una lotta di classe che non ritiene immotivata bensì provocata da errori, eccessi e carenze del moderno capitalismo, ai quali si deve rimediare facendo valere le esigenze di riequilibrio economico e giustizia sociale prima che sia troppo tardi. E raccomanda, in particolare, un’adeguata tassazione dei grandi patrimoni, dei ceti più benestanti e delle transazioni finanziarie. Riportiamo qui il testo pressocchè integrale dell’articolo, per un utile confronto con proposte spesso analoghe ma dai toni ben più blandi avanzate da esponenti e ambienti moderati del nostro paese. Per non parlare, naturalmente, del nostro ineffabile premier, il cui cuore sanguina all’idea di dover chiedere un obolo a chi introita più di 150 mila euro all’anno ma rimane secco davanti ad innalzamenti dell’IVA uguali per tutti, vanificazioni di contributi pagati per uno straccio di pensione e aumenti di quelli a carico dei co.co.co. (me. sq.)

Ritorna la lotta di classe. Dovunque in Occidente la gente vuole sapere chi paga per la crisi. Erogando miliardi per i salvataggi gli Stati hanno difeso i patrimoni dei possidenti. Molti sono ora minacciati di bancarotta, può arrivare una nuova recessione ed è sempre più chiaro quanto costosa sia questa crisi. Dobbiamo ancora astenerci dal toccare i benestanti? No, gridano i poveri e con loro anche molti ricchi. E hanno ben ragione. L’Occidente non può uscire dalla crisi mantenendo inalterato il sistema con il quale vi è precipitato; deve invece correggerlo.

In realtà tutto va sempre peggio. I paesi industriali non sono alla prese soltanto con gli indebitamenti ma devono fronteggiare anche la catastrofe climatica. Collegando le due cose diventa evidente che mai i paesi ricchi erano stati così malmessi come oggi. Il dibattito su chi dovrà dare e quanto per salvare l’euro e il dollaro, per sanare i bilanci e per la svolta energetica, dominerà nelle capitali fino a che i politici non avranno trovato una risposta.

Ne consegue quasi automaticamente una domanda: la sinistra aveva dunque ragione? L’ha posta un conservatore britannico ritrattando la sua fede nel mercato. L’editore della Frankfurter Allgemeine Zeitung l’ha ora estesa alla Germania. Come tutti sanno, quando i conservatori cominciano a dubitare vuol dire che qualcosa sta per accadere. E’ importante perciò dare una risposta alla domanda sulla sinistra, e la risposta è no.
In effetti la sinistra ha ragione solo nella misura in cui ce l’ha chiunque metta in guardia contro gli eccessi. Naturalmente si finisce in rovina quando i banchieri possono fare qualsiasi cosa e i cittadini non ne guadagnano niente. E viene meno la democrazia quando, come in America, i ricchi raddoppiano la loro quota del reddito nazionale.

Non dimentichiamo però che la Germania si è rimessa in piedi solo con l’Agenda 2010 dei liberali e non con la redistribuzione di sinistra. Oggi i lavoratori dell’Occidente devono competere con un miliardo di cinesi, indiani e brasiliani, che un tempo ricavavano dai loro campi solo lo stretto necessario e oggi invece partecipano al mercato mondiale come contadini, operai industriali o addetti ai servizi informatici. Tenere duro su salari elevati e più welfare state porterebbe ben presto alla disoccupazione di massa.

Non abbiamo bisogno della sinistra neppure per capire che nel capitalismo in crisi qualcosa è finito fuori strada. Il senso della decenza e l’aspirazione ad un’economia di mercato funzionante dicono la stessa cosa: non è ammissibile che chi sta in alto giochi d’azzardo e chi sta in basso paghi.

Da tempo si avanzano a Berlino buone idee per più equità. Perché i benestanti pagano la stessa aliquota massima di imposta del 42% come i percettori di redditi medi e perché solo per i più ricchi c’è ancora un supplemento? Estendiamo dunque l’aliquota più elevata all’intera categoria. E’ altresì inspiegabile che in Germania l’imposta di successione sia così bassa rispetto al resto del mondo. Per i grandi patrimoni essa dovrebbe aumentare. E’ ugualmente necessario tassare tutte le operazioni sui mercati finanziari, a carico di chi ha molto e traffica molto. Non mancano neppure i mezzi per alleviare i meno abbienti in sede fiscale e di contributi sociali e migliorare la formazione dei figli dei poveri.

Almeno altrettanto importante è ridistribuire la responsabilità. Due anni fa la Germania ha cominciato a sottoporre ad una rigorosa normativa tutti gli istituti finanziari, ma si è fermata a metà strada. Non serve neppure denaro per mettere in regola quanti mettono in pericolo il nostro benessere e liberare dalle pastoie di legge coloro che lo creano. Occorre solo la volontà di farlo.

Rientra nelle leggi del movimento politico che nei momenti di crisi ci si rivolga ai benestanti. Però non illudiamoci: quando si dice che si batte cassa presso i ricchi, la faccenda riguarda anche il ceto medio. Il che si può giustificare soltanto se anche lo Stato si assume le sue responsabilità e frena la propria vocazione ad indebitarsi.

Dopotutto la Germania si è obbligata per Costituzione a non contrarre praticamente più debiti nel prossimo decennio. L’Europa, come Angela Merkel ha chiesto questa settimana a Parigi, deve seguire l’esempio tedesco. Anche la svolta energetica è un tentativo di mettersi in regola nei confronti del futuro.

Ma chi pagherà? Il paese deve creare un nuovo equilibrio tra denaro e responsabilità, se possibile prima che la grande ondata redistributiva investa l’Occidente; e lo farà. Resta da vedere se sapremo agire con previdenza e promuovendo il benessere oppure ci lasceremo travolgere; se sarà uno Schroeder a dare il là alla risposta oppure un Lafontaine. O, meglio ancora, la signora Merkel.

F.S.

IL CETO MEDIO, LA MANOVRA CHE MERITA

“Tutto nella manovra sembra congiurare contro quel ceto che è così ‘medio’ da non avere alcuna rappresentanza, nessuna ‘Conf” che lo protegga (…) Gente senza nome e senza volto come gli statali, che per decenni si sono tenuti lo Stato come datore di lavoro e ora ne pagano il fio. Perdono il Tfr per due anni e perdono pure i ‘ponti’: i veri poveri i ponti li fanno a casa, i veri ricchi li fanno quando vogliono, ma è il ministeriale che vive sui ponti”.

Insomma per Antonio Polito (Corriere della Sera 14 agosto) la cancellazione dei ponti è ‘la vera grande riforma di questa manovra, se mai sopravviverà all’ira popolare e all’iter parlamentare’. Ha ragione, nel dubitare che la cancellazione dei ponti sopravviverà, e più ancora nel considerarla, a Dio piacendo, la sola vera riforma. Quel ‘ministeriale che vive sui ponti’ è degno di ogni elogio. Sul presupposto di considerare ministeriali, a fini di ponti, quelle altre legioni di bancari e assimilabili -pagati abbastanza ma non troppo, un po’ straccioni come me, ma all’opposto di me consumisti e assidui davanti ai teleschermi- che all’imbocco dei ponti si mettono al volante dei loro camper, coll’aria intensa di chi va incontro al Destino. Il borghese piccolo piccolo dei nostri giorni ha il camper accessoriato, in ogni caso pensa con le categorie del camperista.

Quando si arrabbiava coi francesi, Charles de Gaulle li bollava ‘una nazione di épiciers’, stirpe negata all’epica. Dovremo interrogarci, fino a che punto vogliamo intenerirci sul ceto medio dello Stivale? Ci siamo tutti dentro, certo, ma differenze ci sono. Il grosso del ceto era entusiasta del Duce un tempo, oggi del gruppo Fininvest o del gruppo De Benedetti, copia conforme del primo. Piangeremo sulle sue sventure? Inerte e plagiabile com’è, ha ciò che si merita. Non che lo stesso ceto sia migliore in Gran Bretagna, o in Norvegia con le sue fissazioni monarchiche o macrobiotiche o femministiche. Anche in Gran Bretagna o in Norvegia il borghese piccolo piccolo entra docile nel parco buoi e ci permane appagato.

Dal capitalismo, dal libero mercato, dal furbo progressismo alla Venerdì di ‘Repubblica’ il ceto medio ha ricevuto una felicità dei consumi quale i nostri padri non avrebbero osato sognare. E’ logico ne paghi i costi. Nascesse una schiera di grandi maestri, di Mosé, di guide spirituali, a proporre il ripudio del benessere consumistico, il ceto medio li crucifiggerebbe, inneggiando al Barabba micro-edonistico.

Chi altro incolpare, come ‘utile idiota’ del Male che modella e governa il mondo in cui viviamo -la fame e le troppe nascite degli africani, le spese militari e il lusso in crescita, l’idiozia del tifo calcistico, i redditi sconci dei top manager, l’importazione di badanti e di schiavi da pomodori- se non il ceto medio di tutti i continenti? Sotto i ceti medi ci sono le turbe di tubi digerenti, impossibilitati a pensare ma idonei (qualche volta) ad essere sobillati. Al sopra i ricchi e i dritti, i quali semplicemente esercitano il diritto dei grandi carnivori di mangiare gli erbivori leggeri (i pachidermi no, né i bufali cafri).

Noi, il ceto medio minoritario, dovremmo voler condurre la Polis e il resto dell’ecumene umano. Invece no, lasciamo tutto ai carnivori grandi e piccoli, tra i quali ultimi imperversano i politici di professione. Allora è naturale, nonostante le voci che si levano a nostra difesa, che le leve fiscali siano manovrate in modo da colpire innanzitutto noi. Se ci autogovernassimo, con questo o quel congegno di democrazia diretta, decideremmo noi non i carnivori.

La spesa pubblica sarebbe più leggera -niente spese militari e di prestigio, niente sfarzo, niente sprechi, solidarietà forte solo con gli infelici meritevoli, decimazione dei burocrati, cancellazione dei politici, avocazione dei redditi osceni- e il ceto medio non sarebbe più vittima sacrificale. E non avrebbe più alibi. Il male è che il ceto medio, edonistico come può, agogna alla ricchezza anche quando sa che non l’avrà mai. Fa come gli italiani quando fecero il successo di ‘Quattroruote’: allora non possedevano l’automobile ma la sognavano.

Pereat il ceto medio degli edonisti da strapazzo. Piuttosto: l’interrogativo finale dello scritto di Antonio Polito è: “La manovra d’agosto segna l’inizio di un’era nuova nella politica italiana. Ora che è stato tradito, che farà il ceto medio?” Già, che farà se non avviticchiarsi al camper? Francia o Spagna, purché si edonizzi.

A.M.C.