Il PCI uccise la rivista “Il Confronto” perche’ gli additava come sopravvivere

Affermo che l’autodistruzione del maggiore partito comunista d’Occidente – destinato a prendere (precariamente) il governo e presto condannato ad annullarsi- cominciò all’incirca quando, nel 1970, Botteghe Oscure decise di respingere in toto le proposte di linea del mensile Il Confronto, che facevo a Milano con altri, a partire dal 1965.  Avevo presentato tali proposte direttamente a Giorgio Amendola, dopo contatti preliminari con Gianni Cervetti, uno dei suoi luogotenenti in Lombardia. Erano proposte di linea ingenuamente temerarie: però i fatti le dimostrarono profetiche. Verosimilmente il possente PCI non sarebbe finito se avesse dato ascolto a un piccolo manipolo di indipendenti.

La rivista Il Confronto era nata nel 1965 in quanto dieci ricercatori o collaboratori dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, palazzo Clerici, Milano) si erano tassati per diecimila lire mensili a testa per pagare il tipografo. Tutti scrivevano gratis. L’editore barese e amico Diego De Donato, che cominciava ad affermarsi con collane di elevato livello, offriva un sostegno laterale prezioso.

Dietro di me, che con le proposte di cui sopra esigevo tanto -lo vedremo più avanti- c’era poco. Una laurea in storia a vent’anni; una modesta intrinsichezza con Aldo Moro, allora mio professore di Filosofia del diritto; l’appartenenza, come ricercatore stabilizzato, all’ISPI. Una borsa del governo americano mi aveva dato modo di frequentare la University of California. Va detto che allora l’ISPI era un’istituzione rispettata, ma non godeva come oggi della reputazione di think tank di prima grandezza.

Le proposte: il Partito comunista italiano doveva uscire dal campo marxista-leninista, liquidando anche l’operaismo e la fissazione rivoluzionaria di Gramsci; rinnegando il settarismo di Togliatti e dei suoi. Doveva rompere con Mosca dichiarando un vero scisma umanista e liberale. Doveva cercare l’alleanza con partiti non comunisti e con il dissenso cattolico, seppellendo in particolare il proprio ateismo. In un paio di incontri Giorgio Amendola rispose sì che le mie proposte non avevano fondamento e andavano  attenuate, accettando la guida e gli indirizzi dei responsabili del Partito. Una rottura aperta coll’Unione Sovietica era assurda, pur non essendo inconcepibile sulla distanza.

Per altro nell’immediato poteva aprirsi la collaborazione di esponenti nazionali del Pci alla rivista “Il Confronto”, collaborazione che avrebbe comportato il coinvolgimento di altri partiti di sinistra e di minoranze cattoliche.

Non ricordo se i contatti con Giorgio Amendola furono preceduti o seguiti da due brevi contatti, a Milano e a Roma, con Giorgio Napolitano, il futuro presidente, allora leader con Amendola dell’ala migliorista del Pci. Uno degli incontri con Napolitano avvenne a un tavolino all’aperto del caffè Zucca, o altro bar della via Orefici a Milano.
Napolitano mi aveva convocato attraverso Gianni Cervetti, anch’egli presente al caffé. Mentre scandiva le sue direttive, l’onorevole partenopeo, lanciato giovanissimo da Palmiro Togliatti, non cessava di ammirarsi in un’ampia specchiera esterna del caffè. Il coinvolgimento del Pci nella rivista che mandavo avanti si confermò attraverso contatti con lo scrittore Davide Lajolo (Ulisse nella Resistenza), con Elio Quercioli, direttore della”Unità” e con Aldo Tortorella, responsabile del Pci in Lombardia. Nel gennaio 1969 Lajolo aveva illustrato nella rivista un principio ispiratore, cui i leader miglioristi dicevano di guardare con interesse: “Chi sta al centro di ogni conquista socialista deve essere l’uomo. Questo l’interesse superiore, l’unico. Non ve ne possono essere altri che lo sovrastino: né quelli del partito, né quelli della classe”.

Nel Confronto dell’ottobre 1968 io insistevo sull’imperativo della rottura con Mosca: “La repressione a Praga ha distrutto la funzione di guida dell’Urss. Oggi abbiamo la nostra Caporetto, senza nostra colpa, noi impotenti di fronte alle rozze scelte dei depositari ufficiali del retaggio leninista…
Nel nome ormai falso della dittatura del proletariato, Mosca rifiuta di chiudere l’età ferrea del comunismo, quella leninista-stalinista; rifiuta di introdurre nel suo sistema il pluralismo. Convinciamoci: fondare la libertà sulla dittatura del proletariato, cioè sul regime, è impossibile. Per salvare il comunismo va ripudiato il regime, nonché quasi intera l’ortodossia marxista. E’ necessaria una svolta clamorosa, drammatica: Il Pci (e il Pc francese) devono portare alle conseguenze estreme la via di Dubcek: fare né più né meno che lo scisma del comunismo umanistico e liberale.
Una secessione per cambiare tutto: il comunismo non dovrà restare quello di prima. Dovrà convertirsi alla libertà, cambiare teorie, metodi, linguaggio simboli. Dovrà liberarsi di chi non accetterà il Nuovo Comunismo.

Dopo mezzo secolo di illusioni, decidiamo di imboccare un’altra strada.
Il comunismo di  Lenin, Stalin, Brezhnev, Gomulka andrà bene per una parte dei militanti – una parte, non tutti – ,  non va bene per la gente, che è la maggioranza della società.
Pur di non avere quel comunismo essa accetta tutto: il capitalismo, De Gaulle, la Fiat, il Vietnam, Humphrey. Poiché la gente non possiamo trasformarla con la forza -è più forte di noi, ricordiamocelo- è il comunismo che deve trasformarsi.  Per non restare minoranza, mero gruppo di pressione”.

Nella primavera del 1969 Il Confronto pubblicò una propria “Piattaforma programmatica per la Nuova Sinistra”, le cui proposte ruotavano attorno a concetti spregiudicati quali p.es. “Le soluzioni puramente interne all’assetto vigente, più o meno si equivalgono; le formule tradizionali della sinistra sono sterili”. Oppure: “Il rispetto letterale della Costituzione può essere un impedimento. Attuare la Costituzione è ormai ilvecchio, non basta più”.

Io persistetti per anni ad additare nello Scisma da Mosca la necessità ineludibile per il Pci. Invece i responsabili del Partito andarono perseguendo l’adesione a un Confronto da loro controllato di settori del PSI e della sinistra della DC. Verso la fine del 1969 gli esponenti del migliorismo precisarono il loro aperto interesse acché un Confronto da essi gestito si qualificasse come “una prova di collaborazione operante tra gruppi marxisti e cattolici, senza escludere elementi di altra estrazione”. 
Pertanto offrirono di sostenere i costi tipografici del Confronto, a valle della dichiarata immissione nella rivista di personalità del Pci, del Psi e della sinistra democristiana. Il nuovo corso si aprì dunque coll’ingresso nella compagine di controllo di una ventina di dirigenti di primo piano dei partiti suddetti e della corrente democristiana capeggiata a Milano dal deputato Granelli. 

Per conto del Pci figuravano innanzitutto Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano il futuro capo dello Stato, Elio Quercioli, Davide Lajolo, Aldo Tortorella responsabile lombardo del Pci, nonché Orazio Pizzigoni, ex corrispondente dell’Unità da Praga (le cui autorità lo avevano dichiarato non gradito). Nell’aprile 1945 Pizzigoni, partigiano adolescente, era stato ferito in modo grave da un veterano germanico della campagna di Russia. Per il Psi partecipavano, tra gli altri, Beniamino Finocchiaro presidente della Rai; Michele Achilli futuro sottosegretario o ministro; più di in futuro ministro socialista.

I pochi numeri pubblicati dal “nuovo” Confronto furono prevalentemente redatti o controllati da dirigenti comunisti, in particolare da Elio Quercioli.  Presto quest’ultimo mi impose di cancellare  la dicitura “Nuova Sinistra”, sin dall’origine esplicitata sotto la testata. Io, rimasto proforma direttore responsabile, temporaneamente mi sottomisi, in vista del rilievo nazionale che il Pci conferiva al Confronto, nato come piccolo periodico indipendente e autofinanziato.

Ma presto arrivò il momento di decidere se ai contenuti editoriali e politici dettati dalle gerarchie partitiche potevano aggiungersi, marginalmente, gli scritti di esponenti del dissenso comunista. Proponevo in particolare quelli offerti dal filosofo Roger Garaudy, conosciuto a livello internazionale come il maggiore teorico marxista di Francia. Lo avevo incontrato a Parigi e lo avevo convitato a casa mia a Milano. Garaudy aveva già inviato alcuni testi. Stranamente mi aveva (o avrebbe a giorni) inviato una lunga lettera politica, manoscritta, a torto ipotizzando che avessi tali entrature nel vertice del Pci da poter trasmettere a Enrico Berlinguer alcune  formulazioni proprie contro  l’osservanza tardo-stalinista del partito comunista francese.

Quando comunicai a Quercioli che intendevo pubblicare, oltre a un articolo di Garaudy, anche quello di uno storico austriaco che era stato ministro nell’abortita repubblica ‘dei soviet’ sorta a Vienna al crollo dell’Impero asburgico, il veto di Quercioli fu totale. Seguì un’aspra discussione a tre nell’ufficio di Aldo Tortorella, capo del Partito in Lombardia. Come direttore responsabile del periodico e come animatore del comitato proprietario della testata comunicai alla fine che senza  alcune testimonianze del dissenso da Mosca e dalla continuità stalinista, cioè senza qualche manifestazione di pluralismo, Il Confronto non sarebbe più uscito.

Alla sudditanza completa preferimmo che Il Confronto morisse. Il Partito si concesse così un ulteriore allungamento del conformismo togliattista.
Ma questo, nel piccolo, aggravò le sue patologie. Enrico Berlinguer era già al comando del Partito dal momento dell’ictus del segretario generale, l’ultrastalinista Luigi Longo. La decisione di catturare il piccolo Confronto, cancellando gli ognimargine di libertà, non attestò certo alcun influsso benefico sui gerarchi milanesi da parte di Enrico Berlinguer.

Più tardi quest’ultimo assurse alla gloria quale artefice di un”eurocomunismo” quasi liberaleggiante. La gloria si dilatò quando anche Berlinguer fu ucciso dall’ictus. Il Confronto non ebbe occasione di accorgersi che il successore di Luigi Longo rappresentava, con la sua facies disantità laica, l’opposto della durezza “bolscevica” di Luigi Longo, conclamata dalle spietatezze da lui compiute o ordinate nella guerra di Spagna e, più ancora, nella Resistenza italiana.

Forse, se Berlinguer fosse vissuto più a lungo, il Pci avrebbe provato a cambiare, a redimersi dagli istinti che risalivano ai misfatti del bolscevismo, dello stalinismo, del Maquis comunista e di quello italiano; perché no, del togliattismo. A me resta, da qualche parte, una laconica lettera di Berlinguer in risposta a un mio appello: “Caro Calderazzi, Ti informo che abbiamo delegato ai compagni Tortorella e Quercioli ogni questione relativa a Il Confronto”.

Il Confronto non dové nulla a Enrico Berlinguer. Il Partito impose la sua logica burocratico-autoritaria. Il risultato del suo monolitismo sistematico lo conosciamo: dopo essersi camuffato da ‘Democratico’, non esiste più. 
E’ morto nel disonore, e lo rimpiange solo la borghesia di gamma alta.
Nella sua modestia, aveva ragione “Il Confronto”.

Antonio Massimo Calderazzi

SVOLTA AUTORITARIA IN UNGHERIA

Una storia con poca democrazia

Fino a ieri si diceva, a ragione o a torto, che nell’Europa liberata dal giogo rosso sopravviveva una sola dittatura: quella di Aleksandr Lukascenko nell’ex repubblica federata sovietica di Bielorussia, ovvero Belarus nell’idioma locale. Adesso si comincia a paventare che questa sorella minore della grande Russia possa uscire dalla sua scomoda solitudine grazie ad un’eventuale e alquanto inopinata new entry nel club dei regimi autoritari. Si tratta dell’Ungheria, il cui caso solleva tanto più scalpore e interrogativi vari perché il varo a Budapest di una legge che addomestica i media e penalizza la libertà di opinione coincide con l’assunzione da parte magiara della presidenza a rotazione semestrale dell’Unione europea a partire dal l° gennaio.

Sarebbe in realtà fuori luogo prevedere gravi ripercussioni sulle pur già tribolate sorti della comunità continentale, che oltre a tutto possiede da poco anche una presidenza meno effimera nella persona dell’ex premier belga Van Rompuy, inizialmente considerato un po’ troppo grigio ma che pare avviato a smentire gli scettici. La presidenza semestrale affidata ai singoli paesi membri, che col tempo potrebbe forse venire abolita, comporta comunque competenze e responsabilità politicamente quasi irrilevanti, tant’è vero che di recente ha potuto essere esercitata senza particolari fasti ma anche senza seri inconvenienti da un titolare di minimo peso come la Slovenia.

La duplice novità richiama semmai l’attenzione su un’evoluzione, ovvero involuzione, in corso sulla scena politica di tutta l’Europa, orientale e occidentale, che premia partiti e movimenti di ispirazione sciovinistica o xenofoba, inclini a trattare i problemi di minoranze con approcci tali da renderne più ardua la soluzione e da turbare i rapporti interstatali e quelli con la UE. L’ultima impennata magiara è stata preceduta dall’avanzata di una formazione di estrema destra oscurata poi dal trionfo elettorale e dal ritorno al potere, nello scorso aprile, del centro-destra (partito Fidesz). Il quale, però, ne ha recepito almeno in parte le posizioni concedendo la cittadinanza ungherese alle centinaia di migliaia di connazionali viventi in Romania, Slovacchia e Serbia (con conseguenti reazioni negative di questi vicini), infierendo sui rom domestici (in sfida alle direttive comunitarie) e non disdegnando accenti antisemiti altrettanto riecheggianti un disdicevole passato.

Per il momento, comunque, spicca e persino sorprende l’apparente strappo verificatosi nel sistema politico magiaro con l’adozione di norme liberticide e repressive, la collocazione di fiduciari del nuovo governo anche alla testa di organi statali che dovrebbero essere di controllo e garanzia, il depotenziamento punitivo della Corte costituzionale e così via. Il tutto sotto la guida grintosa, per usare un eufemismo, di Viktor Orban, ancor giovane tribuno già dissidente nel periodo comunista e, dopo il ribaltone, acceso contestatore dei nuovi partiti maggiori, liberal-conservatori o socialisti che fossero, rei di non distanziarsi a sufficienza dal passato regime. Abbinata ad un irruente populismo, questa linea gli ha consentito di far crescere via via l’inizialmente piccola Fidesz, portarla una prima volta al potere dal 1998 al 2002 e condurla infine, lo scorso anno, a conquistare la maggioranza assoluta dei voti e due terzi dei seggi in parlamento, spodestando i socialisti screditati da otto anni di governo all’insegna della litigiosità, inefficienza e scandali.

In realtà il PS magiaro aveva cambiato di parecchio volto e anima rispetto al partito di ex comunisti che potevano vantare il merito di avere preparato l’Ungheria ancora sotto egemonia sovietica alla svolta del 1989 meglio di qualsiasi altro paese “satellite” in campo sia economico sia politico. Come tutti ricorderanno, fu proprio il governo di Budapest a spianare la strada anche alla riunificazione tedesca aprendo la frontiera, ossia il proprio tratto della “cortina di ferro”, all’esodo dei tedeschi orientali verso la Repubblica federale. A ben guardare, proprio la seconda fase del periodo comunista, quella successiva alla repressione dell’insurrezione del 1956 contro il regime sanguinario di Rakosi e improntata alla ricerca di una versione umanizzata e più funzionale del “socialismo reale” coronata infine, sempre sotto la popolare direzione di Janos Kadar, dai primi passi verso la democratizzazione e liberalizzazione economica, è stata forse la stagione migliore nella storia moderna del paese, complessivamente povera di momenti di grazia nonostante l’ammirazione suscitata dagli emblematici eroismi del 1848-49, gli anni dell’altra rivolta (soffocata già allora dall’intervento russo) contro la soggezione all’Austria.

Quando infatti Budapest ottenne più tardi la condivisione con Vienna della gestione dell’impero asburgico trasformato in Duplice monarchia, fece cattivo uso di questo recupero del prestigio nazionale se non proprio della potenza e delle glorie dell’antico regno medievale e rinascimentale. Il paese rimase per vari aspetti arretrato e il duro trattamento delle numerose minoranze etniche al suo interno (romeni, slovacchi, croati), in spregio ai precetti del fondatore di quel regno, Santo Stefano, che considerava la multinazionalità una ricchezza e un punto di forza, contribuì a provocare il crollo del vecchio impero e la rovina della stessa Ungheria, ridotta a Stato pienamente indipendente sì, ma di dimensioni molto modeste per effetto delle fin troppo drastiche amputazioni territoriali subite dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale.

La conseguente umiliazione e frustrazione favorirono, dopo la breve esperienza di un regime bolscevico abbattuto da truppe francesi e romene, l’avvento della reggenza conservatrice-autoritaria dell’ammiraglio Horthy e l’affidamento al legame con l’Italia fascista e la Germania nazista, sfociato a sua volta in una disastrosa partecipazione al loro fianco al secondo conflitto mondiale e nella successiva caduta sotto l’indiretto dominio sovietico. Come si vede, non si può dire che nella tradizione nazionale brillasse una robusta vocazione democratica, peraltro difficile da coltivare nelle circostanze degli ultimi due secoli come pure, del resto, una felice convivenza con altri popoli.

Si deve invece considerare ingiustificata, alla luce dei precedenti, ogni sorpresa per l’impennata autoritaria di fine 2010, e prevedere semmai la conferma e il consolidamento di una nuova svolta che potrebbe anche assomigliare ad una ricaduta? Favorita, magari, da una più generale tendenza ad una sorta di “putinizzazione” che l’”Economist” crede di scorgere nell’Europa orientale? Nulla, per fortuna, è scontato in anticipo, sia perché ad ogni azione segue una reazione, sia perché le tradizioni che mancano o sono fragili possono sempre nascere o irrobustirsi.

Da rilevare, più specificamente, che il colpo di testa di Orban si colloca nel contesto di una crisi economica che in Ungheria ha infuriato come in pochi altri paesi minacciando di provocarne la bancarotta ed è stata tamponata solo con il massiccio soccorso finanziario del Fondo monetario e dell’Unione europea. Le cifre di base, per la verità, non sono particolarmente impressionanti (debito pubblico al 70% del PIL, deficit di bilancio al 3,8%, disoccupazione al 10%), per cui ha sollevato qualche scetticismo e persino sospetto, nella scorsa estate, il grido d’allarme per un asserito rischio di insolvenza lanciato da un alto esponente governativo.

Quali che siano lo stato dei conti pubblici e le prospettive dell’economia reale, Orban e i suoi collaboratori hanno ritenuto indispensabile adottare misure assai drastiche per promuovere crescita e occupazione. Al fine di creare in 10 anni un milione di nuovi posti di lavoro, molti per una popolazione di 10 milioni, si punta sulla riduzione delle imposte ma anche a spremere risorse dalle banche (comprese quelle straniere, predominanti), con le quali è stata ingaggiata una dura prova di forza, e dai redditi più elevati, senza risparmiare quelli del personale politico. Oltre a ridurre, infatti, il numero dei parlamentari da 386 a 200, sfoltendo altresì le assemblee degli enti locali, sono stati fissati tetti retributivi validi per tutti a partire dal presidente della Repubblica. Portando lo stipendio massimo a 2 milioni di fiorini, pari a circa 10 mila dollari, quello del presidente della Banca nazionale, ad esempio, è stato tagliato dell’80%.

Di regola, simili imposizioni incontrano forti resistenze capaci di provocare contraccolpi destabilizzanti. Non è perciò da scartare l’ipotesi che Orban abbia ritenuto opportuno cautelarsi disarmando le opposizioni, magari in via temporanea. Ma naturalmente il gioco sarebbe comunque pericoloso, e si sa d’altronde che le cattive abitudini attecchiscono più facilmente di quelle buone.

Franco Soglian