PARTITO COMUNISTA BRITANNICO: QUASI UN SECOLO DI DISFATTE DA SETTARISMO

Nessuno ovviamente si cura dei comunisti inglesi, nati nel 1920 (un anno prima di quelli italiani) come aspiranti bolscevichi e mai aggiornati. Se ne parliamo è perchè la stessa fine hanno fatto  i comunisti italiani, che pure al loro confronto sono stati dei trionfatori. Muovendo dagli eroismi partigiani e dagli assassinii gappisti, i nostri raggiunsero tutti i possibili vertici del potere, pagando però i prezzi del successo, compresa l’abiura dei suoi capi, compreso l’asservimento alla Nato. Oggi sono una ‘Ditta’ fallita, gestita nella sua grossa componente prospera, da ex democristiani.

Nella guerra civile di Spagna i comunisti britannici dettero l’impressione di fare quasi tutto loro. Nel 1920 era stato fiducioso il giudizio di Mosca sulle possibilità d’azione del marxismo in Gran Bretagna, allora il capofila mondiale del capitalismo imperialista. Nell’estate di quell’anno il primo ministro Lloyd George si diceva preparato ad affrontare nel suo paese conati di rivoluzione. Ministro della Guerra era il giovane Winston Churchill, regista e condottiero dell’intervento alleato contro i bolscevichi. Egli non faceva mistero dei suoi calcoli: si augurava che l’estrema sinistra inglese uscisse allo scoperto, così i suoi reggimenti avrebbero dissolto le illusioni di Lenin.

Se molti nelle classi dirigenti inglesi si disponevano a sostenere l’assalto sovversivo, nessuno dubitava che esso sarebbe stato respinto dal fermo consenso degli inglesi sull’assetto della loro società. Non si dimentichi che l’Impero era intatto, anzi la vittoria del 1918 l’aveva appena ingrossato con le prede coloniali strappate alla Germania e alla Turchia. In questo senso l’Establishment conosceva gli inglesi ben meglio del geniale Lenin.

E’ vero, la vittoria  era stata presto seguita da disoccupazione in massa e da recessione;  già nel 1917 si erano manifestati scoramento, segni di disfattismo, episodiche rivolte nell’Esercito, agitazioni violente nei cantieri navali della Clyde, persino uno sciopero nazionale della polizia. Un morto durante gli scontri di Liverpool aveva fatto un’impressione che non si capirebbe se non si tenesse conto dell’eccezionale violenza politica del momento. Nel 1919 si era ritenuto opportuno inviare alcune cannoniere nell’estuario della Mersey. Lì era più forte il risentimento dei lavoratori di sinistra per la campagna di Churchill in Russia: sia perché diretta contro i compagni bolscevichi, sia perché prolungava una guerra atroce.

In questa fase di attesa rivoluzionaria i gruppi marxisti britannici si strinsero in unità per passare all’azione. Il I° agosto 1920 la convenzione comunista di Londra votò all’unanimità il programma massimo di instaurare in Gran Bretagna il sistema dei Soviet (dittatura del proletariato e collettivizzazioni). Scontata l’adesione alla Terza Internazionale, c’era da decidere il passo successivo:  agire nell’ambito del congegno parlamentare, a fianco del Labour opportunista e contagiato dalla democrazia borghese, oppure intraprendere il cammino della violenza. In proposito Lenin si era pronunciato con la celebre direttiva: sostenere il Labour “come la corda sostiene l’impiccato”. Col senno di poi va detto che il leader della rivoluzione mondiale non era infallibile se considerava il riformismo condannato e gli inglesi guadagnabili alla rivoluzione. In quel momento i comunisti britannici non potevano trovare facile seguire le direttive di Lenin. Egli era sì un grandissimo leader, però stava in Russia.

Un delegato alla Convenzione presentò una mozione significativa del clima che viveva l’estrema sinistra: impegnarsi nella tattica parlamentare non aveva senso, era troppo vicina la rivoluzione. Ma prevalsero punti di vista meno sconsiderati. Si ammise che abbattere il capitalismo nella sua fortezza britannica richiedeva alquanto più tempo e sforzo. Comunque la risoluzione finale della Convenzione impegnò l’esecutivo del movimento a nominare subito commissari per i viveri, gli alloggi e i combustibili nella fase rivoluzionaria.

Con scarse conseguenze. Bastarono tre mesi per dimostrare che la Gran Bretagna non era pronta per la rivoluzione. Forse, secondo una congettura fatta mezzo secolo dopo da Robin Page Arnot, uno dei leader del movimento, ‘si era perso l’autobus’. Il partito avrebbe dovuto passare all’azione immediatamente dopo l’Armistizio. Per parte sua il Labour rifiutò la parte dell’impiccato assegnatagli da Lenin. Non accettò l’affiliazione dei comunisti, e questi ultimi, impossibilitati dall’esiguità dei loro numeri ad avviare una propria azione legale, intrapresero attività più o meno clandestine che procurarono loro processi, repressioni poliziesche e la corale ostilità di stampa e opinione pubblica. I comunisti inglesi si caratterizzarono per sempre -come del resto volevano- agenti di Mosca e fautori della sovversione invece che delle riforme.

Quattro anni dopo, il governo minoritario del laburista Ramsey MacDonald perdette l’appoggio dei liberali; cadde per non avere perseguito con sufficiente rigore J.R.Campbell, direttore del foglio comunista ‘Workers’ Weekly’,  che aveva incitato i soldati a volgere le armi contro i capitalisti. La crisi portò alle elezioni generali. Quattro giorni prima del voto il quotidiano ‘Daily Mail’ pubblicò la cosiddetta ‘lettera Zinoviev’: il capo del Comintern istruiva i comunisti inglesi su come insorgere. La lettera era quasi certamente apocrifa, ma il momento era estremamente teso. I candidati comunisti furono sconfitti, a parte il seggio ai Comuni che un facoltoso oriundo indiano, Shapurji Saklatvala, riuscì a conservare ai Comuni.

Fu anche la disfatta del Labour, sospettato di indulgenza verso i rossi. Il partito conservatore andò al potere e già nell’autunno 1925 colpì duro sui comunisti, arrestandone un migliaio e sfasciandone la struttura direttiva. Tutti i candidati comunisti furono sconfitti alle elezioni politiche del 1929. Fu rafforzato il divieto di affiliazione al Labour.

Aderendo sempre più strettamente alla linea del Comintern, ormai di Stalin, i comunisti inglesi si volsero contro i “socialfascisti” del Labour. Negli anni Trenta, soprattutto dopo l’avvento di Hitler e lo scoppio della Guerra civile in Spagna, si infittirono le adesioni di manipoli intellettuali e operai; però la linea restò settaria e astratta, come settarie e astratte erano le posizioni dell’antifascismo iberico. Nessun tentativo di parlare all’uomo della strada, di assecondarlo in qualcosa pur di guadagnarlo. Alcuni decenni dopo i comunismi si sono estinti in Europa e quasi ovunque, per l’illusione d’essere migliori e più etici di tutti gli altri, più congeniali a gusti e vezzi degli intellettuali, della gente dello spettacolo, degli operai e pensionati sindacalizzati, degli studenti.

I comunisti britannici mantennero il controllo dei connazionali che combattevano in Spagna e non risulta si opponessero alle liquidazioni operate dai commissari politici. Nemmeno si dissociarono dalle purghe che in Urss decimarono i capi bolscevichi della prima ora. I due leader del Pc britannico, l’ex operaio Harry Pollitt e l’intellettuale Rajani Palme Dutt, figlio di un medico indiano e di una ricca svedese, plaudirono senza riserve ai processi e alle esecuzioni di Stalin. Tutto ciò non attenuò l’ostilità dei britannici verso un partito fanatico e asservito all’Urss. Nelle elezioni generali del 1945, nonostante la guerra vinta a fianco dei sovietici, i comunisti non ottennero che due deputati. Li persero nel voto di cinque  anni dopo.

Così accanito era lo stalinismo dei dirigenti del Pc britannico che né le rivelazioni di Krusciov al XX congresso del Pcus, né i fatti d’Ungheria determinarono un esame di coscienza. Sarà necessaria l’invasione della Cecoslovacchia perché un congresso del Pc britannico condannasse un’azione compiuta dai sovietici.

Ormai era tardi. Partiti nel 1920 nella maniera più sbagliata possibile -come movimento filobolscevico in un contesto troppo lontano da quello russo- negli anni successivi i comunisti inglesi si fecero dominare in tutto dall’Urss e persero ogni ruolo. Se qualche volta hanno potuto far sentire una propria assai fioca voce a Westminster, è stato grazie all’ereditarietà dei Lords. Lì qualche raro, eccentrico aristocratico, membro per nascita della Camera Alta, ha potuto rappresentarvi il ‘partito delle grandi masse’.

A.M.Calderazzi

RAMIRO DE MAEZTU, PROFETA DEL NOSTRO DOMANI

Quasi ai piedi di Cristo il turbocapitalismo delle Borse e quello dei capannoni. Morte tutte le formule di socialismo e di comunismo. Mai come oggi è stato il tempo di riscoprire le idee grosse che nel passato non ebbero fortuna, e  invece sono il futuro. Prima tra tutte il Guild Socialism, o neocorporativismo antiautoritario, di Maeztu.

Maeztu è senza dubbio l’intelligenza più costruttiva tra quante la Spagna produsse nella prima metà del Novecento”.  Manuel Fraga Iribarne –  il  principale tra i liberalizzatori del regime,  preconizzato successore di Franco, ma anche importante cattedratico- traccia il profilo di uno spagnolo ‘fiorito’ a Londra come Karl Popper. Affermatosi all’inizio come liberale crociano, Maeztu divenne in Gran Bretagna la guida del movimento del Guild Socialism’, avviato da una rivista finanziata da G.B.Shaw. Nel momento di massima forza dell’impero britannico Maeztu ammonì che esso ‘moriva’ per eccesso di conservatorismo e per ‘orrore del pensare’.

Soprattutto de Maeztu intuì che il capitalismo plutocratico puro e il socialismo collettivistico non avevano futuro. Propose una via mediana basata sul coinvolgimento e sulla responsabilità dei lavoratori ( Germania docet- N.d.R.) in un quadro vigorosamente etico, senza illusioni consumistiche. Se in Gran Bretagna la vittoria politica fu del Labour, il tempo, conclude Fraga Iribarne, ha dato ragione a Maeztu. Logicamente questo intellettuale tra i più animosi di tutti fu tra i primi a cadere davanti ai plotoni d’esecuzione della Guerra Civile.

Ramiro de Maeztu cresce in quella Bilbao che alla fine dell’Ottocento è un polo di modernizzazione. Dalla madre inglese riceve influenze britanniche e protestanti. Quando arriva a Madrid diventa subito uno degli uomini più rappresentativi di quella ‘generazione del 1898′ che è la risposta autentica della Spagna alle umiliazioni di Cuba, alla disfatta per mano statunitense. A Londra, dove rimane quindici anni, entra in contatto con H.G.Wells, G.B.Shaw e gli altri della Fabian Society, con teologi, col principe Kropotkin attorno al quale volge un secolo di pensiero letterario. Un legame speciale nasce col movimento dei grandi cattolici Chesterton, Belloc e Baring. Come vedremo, il rapporto si farà intenso col gruppo della rivista “New Age”.  Maeztu ammira la capacità britannica di mettere ordine nelle cose umane, un ordine beninteso relativo e dunque flessibile. Lo impressiona la profonda eticità della vicenda sociale, così come l’attitudine del legislatore a migliorare con formule semplici la condizione degli umili.

Ma proprio il fatto d’andare a fondo dei problemi impedisce al Nostro di diventare quel che si dice un anglofilo. Vede il paese materno poco incline a pensare e troppo rispettoso dell’Establishment. Conclude che “il governo è caduto nelle mani di un’oligarchia plutocratica, indifferente ad  ogni ideale che non sia la conservazione del potere”. E’ il momento in cui Maeztu cessa d’essere liberale e di cercare nel liberalismo la spiegazione della superiorità anglosassone. Nel 1912 scriverà: ” In questi giorni sono definitivamente morti niente meno che il liberalismo e l’empirismo, i due grandi principi dell’Inghilterra moderna”. Maeztu punta a quel ‘libero socialismo’ che è il suo aspetto più interessante; egli non rinuncerà mai all’ideale della giustizia sociale. Un suo articolo su ‘ABC’ il 9 luglio 1936 rimprovererà alla destra spagnola di restare paralizzata dallo spirito classista e da un conservatorismo ingeneroso.

Nel decennio più significativo della vita Maeztu fa una scelta fondamentale. Al di là del liberalismo ‘nichilista’ (cioè povero di soluzioni per le società moderne), al di là del socialismo burocratico e dittatoriale, Maeztu cerca con impegno un’altra cosa. La trova in un gruppo intellettuale britannico del quale diventerà capo e maestro: il movimento conosciuto come ‘guild socialism’ o socialsindacalismo. Si esprime nella rivista “New Age”, sorta nel 1907 con un capitale per metà sottoscritto da George Bernard Shaw. E’ il foglio di sinistra per eccellenza, però respinge i facili dogmatismi e si stacca dal laburismo ufficiale, che va diventando collettivista e burocratico, per elaborare la teoria del socialsindacalismo. Il circolo di “New Age” è profondamente religioso, lontano dunque dal positivismo spenceriano e dal materialismo dialettico. I termini puramente economico-sociali del problema politico confluiscono in una concezione più generale dell’uomo e della cultura.

Gli uomini di “New  Age” respingevano la filosofia individualista, nonché il Rinascimento, la Riforma e l’Illuminismo, antecessori del liberalismo. Ma da tale ripudio non traevano conseguenze reazionarie: troppo intelligenti per proporre restaurazioni impossibili. Avevano sì guardato al Medioevo, alle sue corporazioni come alla sua temperie, ma per imparare a costruire il mondo contemporaneo. Ripudiato il socialismo di Stato e naturalmente il marxismo, svilupparono la concezione di una società organica, pluralista, funzionalista, giusta. Il loro ‘guild socialism’ era contro il liberalismo e contro il progressismo, ma al tempo stesso era pluralista e antiautoritario. Un anticapitalismo, inoltre, che era critica di una società basata sul puro potere del denaro; ricerca di forme più giuste di distribuzione della ricchezza (in quegli anni Belloc e Chesterton parlano di ‘distributismo’ come alternativa al capitalismo e al marxismo) e un funzionalismo, o ‘principio funzionale’, per il quale a ciascun individuo o organizzazione si deve dare libertà e autorità in proporzione al contributo che dà al tutto sociale.

Il socialsindacalismo voleva dare ai lavoratori non solo più condivisione della ricchezza, ma più partecipazione e più responsabilità. La vittoria politica andò ai Fabiani cioè agli ispiratori del Labour, ma la vittoria intellettuale spetta ai Guild Socialists, perché il tempo ha dato ragione a loro: il socialismo di Stato non ha risolto i problemi sociali e il sindacalismo tradizionale, agendo senza responsabilità, sta distruggendo in molti paesi l’ordine economico, sociale e giuridico. I Guild Socialists, che raggiunsero il massimo di influenza negli anni 1915-18, proponevano un socialismo più umano e meno collettivista. Insistevano sulla partecipazione dei sindacati alla gestione dell’impresa. Desideravano un’autentica decentralizzazione sociale, l’allegria del lavoro, la partecipazione.

Nel movimento Ramiro de Maeztu fu l’uomo che si impegnò su una formulazione generale, su una sintesi organica. Lo riconoscono tutti gli studiosi del Guild Socialism. La sua dottrina  politico-sociale è una delle  piu complete e interessanti del secolo. Senza dubbio in quegli anni il mondo spagnolo non ne esprime una migliore. E’ innegabile la sua superiorità su quanto produssero in Inghilterra sia i liberali, sia i socialisti. Le cose hanno dimostrato che Maeztu ha ragione quando sostiene che né il liberalismo, né il marxismo  risolvono i problemi delle società moderne. Per esempio, “non c’è alcuna ragione perché il capo di una grande industria o banca debba essere particolarmente ricco. Deve ricevere denaro per le necessità dell’impresa, non per i vestiti della moglie o per i vizi dei figli”.

Piuttosto che di libertà, il Nostro preferisce parlare di partecipazione al governo. “E’ il concetto romano, non quello liberale, della libertà”. Altrove sostiene che sono importanti ‘istituzioni che obbligano a pensare’, più che il mero diritto di pensare. Detto questo, Maeztu è fautore aperto dell’organizzazione democratica. All’obiezione che è il regime dell’incompetenza risponde che “gli uomini non impareranno mai a governarsi se non avranno l’occasione di farlo, di sbagliare e di correggersi”; e poi “la competenza non è collegata ad alcuna forma specifica di governo”. Per Maeztu sono storicamente falliti sia il principio autoritario, sia quello liberale: “Russia e Spagna sono esempi di ciò che costa il primo; i paesi anglosassoni, delle carenze del secondo”.

E’ fondamentale la questione della proprietà del capitale: “E’ male che gli strumenti di produzione siano monopolio dei proprietari. La maggior parte dei lavoratori dovrebbero partecipare alla proprietà”. Ma naturalmente Maeztu respinge il socialismo di Stato. In definitiva mira ad una società libera dal potere corruttore del denaro, cioè sottoposta al controllo sociale. La vuole austera, persino spartana, perché non crede al mito della ricchezza per tutti. (“la povertà del povero sparirà solo con la ricchezza del ricco: sono la stessa cosa”). Non crede che la riforma generale possa venire senza il conflitto. Se ritiene indispensabile un sistema di socialismo neocorporativo è in quanto “non si è inventato altro mezzo per ottenere che il lavoro cessi d’essere una mercanzia a disposizione dei ricchi, e per consentire ai lavoratori una partecipazione al governo della produzione”. L’essenza del suo congegno è “l’unificazione di capitale, direzione e lavoro nella gestione dell’impresa”. Il libro che enuncia queste idee, “La crisi del Humanismo” è uno dei saggi più importanti del nostro secolo sui problemi di una vera democrazia e di un socialismo umano,

Quando torna in Spagna Maeztu mantiene totale coerenza coi suoi principi. In piena dittatura del generale Primo de Rivera si professa ‘uomo di centro’, spiegando in un famoso articolo del 1924 che sia negli uomini di destra, sia in quelli di sinistra “metà dell’anima è addormentata”. Abbastanza presto lascia il paese per fare l’ambasciatore in Argentina. Nel 1933 si dichiara ‘non fascista e ‘internazionalista’; respinge Mussolini e Hitler. Insiste fino all’ultimo nell’auspicare un movimento politico in cui destra e sinistra si risolvano.

Manuel Fraga Iribarne

Chiosa

Chi edificherà la Quarta Repubblica -la Terza, degenerazione delle Prime Due, si decompone già- dovrebbe fare suoi, uno per uno, tutti i punti del neocorporativismo di Maeztu: l’odio all’oligarchia conservatrice, il distacco finale dal liberalismo ‘nichilista’ e dal progressismo inconcludente e truffaldino, la negazione del consuetudinario omaggio al Rinascimento e all’Illuminismo laicista. In un altro angolo di INTERNAUTA (“Presente amaro”) uno di noi propone, vista la vacuità del presente, di tornare ad alcune idee-forza del passato. Ramiro de Maeztu ne addita alcune, con ben altra autorità e forza profetica.

Oggi che si considerano ipotizzabili la bancarotta degli Stati Uniti e il crollo della capacità competitiva delle economie occidentali; oggi che non si vedono rimedi al baratro tra ricchi e poveri, alle retribuzioni forsennate degli alti manager, alle ruberie dei politici e a cento altre patologie, le formule enunciate un secolo fa da Maeztu promettono la resurrezione della socialità nei termini del III millennio. Perché la promettono?

Perché tolgono l’appalto della giustizia sociale alle sinistre disoneste e buone a niente e obbligano i cittadini qualificati ‘a pensare e a governare’.

A.M.C.

 

STEFANIA CRAXI E L’EREDITA’ DEL PADRE

Socialismo italiano e quello degli altri

Cosa sia il socialismo non è mai stato facile dire. Oggi lo è forse meno che mai, dopo il decesso di quello “reale” che se non altro era visibile e tangibile. E la difficoltà diventa addirittura di sesto grado in Italia, paese la cui politica è sempre stata un vero rompicapo per gli stranieri, almeno dopo la scomparsa di Mussolini, che peraltro era stato inizialmente socialista anche lui e dopo la prima caduta si riciclò alla testa di una repubblica “sociale”, finita però presto e male. A rigore sulla scena nazionale il socialismo non esiste quasi più, dopo che il partito più grosso o meno mingherlino che lo professava venne spazzato via, secondo i suoi orfani, dalla perfidia di Mani pulite.

Gli orfani riconoscibili o dichiarati si sono infatti dispersi all’interno degli opposti schieramenti mentre gli ex- o post- comunisti, che sembravano destinati secondo logica a raccogliere l’eredità del vecchio e più o meno glorioso nome, non possono usarlo in alcun modo all’interno dell’attuale PD perché inviso agli ex- o post-democristiani più o meno di sinistra compresa persino la pasionaria Rosy Bindi. Una residua bandiera socialista viene innalzata dalla porzione più moderata e più consistente dell’estrema sinistra capeggiata da Nichi Vendola, in attesa anch’essa, però, di rientrare in parlamento dopo la disfatta elettorale del 2008 e dimostrarsi comunque non effimera.

Su questo sfondo, la complessità e la nebulosità della questione acquistano adesso aspetti addirittura grotteschi. In un’intervista al Corriere della sera l’ex ministro Antonio Martino, alfiere del liberalismo più ferreo, denuncia un’asserita deriva socialista del governo Berlusconi. Gli replica Stefania Craxi, sottosegretaria agli Esteri, protestando per l’offesa all’ “onoratissima parola socialismo” e lanciandosi in una distinzione e una teorizzazione decisamente ardite. A suo dire, infatti, il socialismo di matrice ottocentesca, dopo i successi ottenuti con l’emancipazione di interi popoli e categorie sociali, sarebbe entrato in crisi negli anni Settanta quando, “conquistato il welfare state, non trovò più alcuna meta da additare”.

Missione compiuta, insomma. Fine della storia, allora? No, perchè ci pensò Craxi padre a prolungarla. Sarebbe stato infatti lui a “capire per primo che i nuovi traguardi andavano cercati nella valorizzazione della persona e nell’ampliamento delle libertà”, trovando una folta schiera di imitatori in tutta Europa compresi Tony Blair, i tedeschi della SPD, Zapatero e dirigenti vari della nuova Europa dell’est. Peccato che i traguardi additati dal defunto Bettino, per quanto nobilissimi, fossero perseguiti già da qualche secolo, sia pure con periodici sbandamenti e distrazioni, dagli antagonisti storici del socialismo senza che si sentisse il bisogno di rinforzi proprio dalla sua parte.

Peccato, inoltre, che Martino non sia certo isolato nel rimproverare a Berlusconi e soci la perdita strada facendo dello slancio liberalizzatore ostentato in partenza, senza che ciò impedisse alla Craxi figlia di continuare a trovarsi a suo agio nella Casa delle libertà e di manifestare invece qualche disagio soltanto ora che altri ex socialisti passati al centro-destra, a cominciare da Tremonti, danno segni di ripensamento sull’indiscutibilità del liberismo ad oltranza e della globalizzazione. Stefania peraltro esclude che il collega rischi ricadute nel socialismo e attribuisce piuttosto al “bossismo” l’assenza di tagli ai costi della politica nella manovra da 79 miliardi, che sembra deplorare. Ma non era stato suo padre a proclamare in parlamento, per discolparsi chiamando tutti gli altri a correi, che la politica, in democrazia, aveva i suoi sacrosanti costi?

Peccato, infine, che i suddetti ripensamenti siano nati dalla grande crisi ancora e più che mai aperta dell’economia e della finanza occidentali con conseguenti ripercussioni sul welfare state, che lungi dal confermarsi una conquista definitivamente acquisita è entrato a sua volta in sofferenza. Col concorso di altri fattori anche di politica estera, ne è scaturita una virata a sinistra dei maggiori partiti europei di tipo socialista, dalla SPD ai laburisti inglesi, passati sotto la guida di nuovi dirigenti apparentemente dimentichi degli insegnamenti di Bettino Craxi. E ciò mentre persino Obama, in America, viene accusato dalla destra di inclinazioni bolsceviche. Cose, queste, che la fiera Stefania, benché sottosegretario agli Esteri, sembrerebbe ignorare ovvero non tenere in alcuna considerazione.

Mevio Squinzia