Chi vuol togliere a Saturnia Tellus, il più panico dei poeti

Capitatomi di sedere a fianco d’una docente d’italiano in uno dei non pochi atenei dello Stivale, le chiesi che corsi stava tenendo. Rispose elencando alcuni dei cognomi festeggiati soprattutto d’estate dalle pagine culturali dei giornali. L’estate, stagione di spiagge, assegna vari premi letterari e dunque promuove meglio all’immortalità i vari Pontiggia Baricco Ferrante Carofiglio Saviano Piperno Maraini et al. E io, esercitando il diritto di sorvolare sui titani proclamati dai bagnanti: “Ma una volta non dovresti tenere un corso, metti, su Gabriele d’Annunzio?” Credevo che anche lui fosse un letterato italiano.

Per poco la docente non mi incenerì con lo zolfo infiammato del disprezzo, alquanto mitigato dalla compassione. Sillabò parole all’arsenico, non so se rivolte più a me o più al Vate e Comandante fiumano. Non potetti replicare, il concertista era riapparso sul palcoscenico. Avevo inteso provocare con d’Annunzio perché conoscevo il fideismo d’appartenenza democratica della docente. Ma non mi aspettavo reagisse come avessi stuprato un bambino o defecato in piazza.

Volli allora risalire a uno dei Rasputin cui la Nostra doveva tanto settarismo. Scelsi l’autorevole Luigi Russo, rettore o direttore alla Normale di Pisa per un paio d’anni, rimasto Magnifico assai meno di Miguel de Unamuno, che Salamanca volle rettore a vita. Per due euro comprai del Russo un libro ancora intonso, pubblicato da Laterza nel 1957: “Carducci senza retorica”. D’Annunzio non poteva mancare.

Infatti: “La fatturazione dello spirito italiano attraverso il D’Annunzio è stata così forte che nessuno vi ha resistito. Lo stesso Carducci si lasciò investire per l’ufficio di poeta della romanità dalle parole ruffianesche del suo sedicente scolaro d’Annunzio:

Ed anche tu, tu vate solare, assunto sarai nel concilio

Dei numi indìgeti, o Enotrio.”

Aggrava il biasimo Luigi Russo: ”D’Annunzio in verità non voleva che candidarsi successore del Carducci come vate della patria. Il Carducci ebbe il più grave colpo alla sua fama dalla menzognera glorificazione del d’Annunzio”.

Profferita la severa condanna di una delle ambizioni del Gabriele della Pescara –ma che c’era di male? Forse che qualcuno tra i nemici di d’Annunzio non avrebbe ambito alla gloria di vate democratico, fosse stato più dotato? – la pag. 87 precipita in un inatteso ridicolo: rivendica che anche Giosue Carducci, non solo Gabriele d’Annunzio, conobbe (sia pure in piccolo) gli amori di dame aristocratiche: “Ebbe una relazione con la Carolina Piva, moglie di un colonnello garibaldino, tra il novembre 1871 e il marzo 1881”. Ma le dame aristocratiche non erano la nequizia, anche poetica, e l’arrivismo del provinciale puttaniere d’Annunzio? Perché invocarne una, o anche due, contro la lunga teoria di prede del Comandante?

“Ahimé -lamenta il Russo- l’aura di diffidenza e di ironia, seminata dal d’A. e dai suoi discepoli doveva influire molto sfavorevolmente sui giudizi letterari intorno alla poesia carducciana” (…) Il d’A. continuò a drogare l’atmosfera letteraria italiana fino al 1915, e la nostra generazione di dolorosi combattenti carsici dovette subire l’onta di costellare sanguinosi sacrifici con frasi dannunziane bruttissime, anche se scolpite in ornato stile. Si potrebbe documentare che fino a pochi anni fa di moduli dannunziani era intessuta particolarmente la prosa degli illetterati”.

Un tempo, notiamo noi, si lodava quella arte che era capace di attrarre persino gli illetterati. Ad ogni modo il professore si indigna davvero sull’ambizione attribuita a Gabriele –ma gli serviva davvero?- di succedere a Carducci: “La figura del vate era stata impiantata dal Vico e dall’Alfieri; dopo la morte del Carducci tentarono di ereditarne l’ufficio d’Annunzio e Pascoli. Dopo i balbettamenti del Pascoli e il cattivo gusto di pervertito del d’Annunzio, la figura del poeta-vate scompare dall’immaginazione e dai sentimenti degli italiani; e credo con soddisfazione generale degli italiani, anche i più ritardatari”.

“Il più rovinoso di cotesti poeti vati è stato naturalmente Gabriele d’Annunzio; coi suoi vaticinii illibidinì l’Italia e l’accompagnò verso il disastro, ma forse la guarì energicamente, come per un’operazione chirurgica. E’ proprio vero che un mito, sia pure nobilissimo come quello del poeta-vate, si liquidò nelle menti e negli animi con la stessa torpidezza di vanità e di sensazioni che vi immisero alcuni cantori. Il d’A. ha se non altro il merito di averlo esasperato fino alla più ridicola corruttela”.

Se, come riconosce il nostro professore, il mito del poeta-vate risale alla mitologia vichiana, cara anche al Foscolo, esso professore avrebbe dovuto distinguere tra i vaticinii funesti e quelli vivificanti del vate che invecchiò tra i cimeli guerreschi del Vittoriale, uno dei quali era un’incongrua prua di corvetta adagiata tra i lauri e i cipressi del Garda. I vaticinii che funsero come proposte di ipernazionalismo e di foga bellicista furono oggettivamente malefici. Gli altri, quelli che fecero irraggiungibile il poeta de “Il verso è tutto”, furono inni, anzi laudi, a quei numi che in un passato di favola predilessero su altre contrade la Penisola saturnia, al punto di farla molte volte sublime. Questo specifico d’Annunzio poetò come un Virgilio candidamente posseduto dalla fede nella divinità dei destini italici.

Allora al cattedratico di Pisa spettava di discernere tra la funzione letteraria-professionale e quella profetica e d’utopia di alcuni conduttori di anime. Io che qui scrivo detesto lo sciovinista che nel maggio 1915, guadagnato dal denaro francese, capeggiò con successo il nostro sinistro interventismo. Che plagiò a suicidarsi sul Carso schiere di sottotenenti che lo avevano letto. Tuttavia so, io che qui scrivo, che G. d’A. fu pressoché solo, tra i poeti guerrafondai, a cantare l’eroismo nella lingua insuperata di ‘Alcyone’. Solo a stregare senza rimedio menti ardue come quel Claude Debussy che mise nelle mani di d’Annunzio ‘Le martyr de Saint Sébastien’.

Si prenda una qualsiasi storia della letteratura che sia stata compilata fuori delle risse tra chierici versificanti di casa nostra. Difficilmente quella storia negherà l’immensa maestria, l’eccezionale musicalità e la potenza suggestiva del poeta della ‘Pioggia nel pineto’ e di ‘Maia’. Dell’artista che seppe trasformare in un dio apicale un mezzo capro ruminante come il Pan degli Elleni. Si legge p. es. nella “Lincoln Library of Essential Information”, scrupoloso manuale per studenti di college, che d’Annunzio “ when picturing the former glories of Italy, rose to the level of a great classic writer.”

La verità è che la poièsi, il momento creatore dell’Abruzzese (cui offrirono invano la cattedra a Bologna che era stata di Carducci: egli declinò) era perfettamente inaccessibile ai poeti “seri” e democratici che piacevano a Luigi Russo: incluso il Nobel Montale, scabro capofila di letterati e di giornalisti talmente anti-eroici da risultare più volte noiosi agli Dei come ai mortali. Io sono certo:

il poeta di “Laus Vitae” che a suo tempo incontrerò nei Campi Elisi, avrà fatto felice l’intero popolo di quel paradiso!

Invece Luigi Russo si accanì contro l’innocua candidatura a successore di Enotrio poeta nazionale. Russo: “Quando G. d’A. si impossessò della parola vate, la parola vate era già tutta corrotta e consunta, distante dal suo remoto significato. Il poeta d’Abruzzo continuò a drogare l’atmosfera letteraria italiana fino al 1915”. Già, ma il Pontifex capo della Normale pisana riconosce che erano “memorabili” le pagine delle “Vergini delle Rocce” che “deprecavano un re democratico, fedele impiegato della Costituzione”. E non era da deprecare tale sovrano adepto al parlamentarismo demo- cleptocratico? Vivesse ancora, Luigi Russo, non è detto che amerebbe la repubblica di Mattarella e Boldrini.

Concludendo. Non sono meno di 20 le pagine di un libro su Carducci in cui Luigi Russo deride, tenta di demolire o semplicemente insulta G. d’A. Il Comandante fiumano meritò largamente le rampogne per vari suoi cedimenti alla maniera. Ancora di più meritò le denunce, perfino le condanne spietate, per aver contribuito a far precipitare il Paese nella Grande Guerra. Essa fu il più grave delitto politico dell’intera storia aperta dal Homo Erectus quando prese a usare la clava contro un altro ex-primate come lui. E se la Grande Guerra – addebitabile anche ad opinion makers come d’Annunzio- fu un crimine tanto orribile in quanto esigette un Secondo Conflitto mondiale che forse spense 50 milioni di vite. Il d’Annunzio bellicista non ha diritto a perdono. Ma altre sue colpe, quella di fare il vate per dirne una, furono veniali. Vaticinare fu tutt’uno che cantare la Saturnia Tellus come e meglio di Virgilio.

Detto questo, i grossi bonzi alla Luigi Russo tradiscono la loro missione, sono pessimi maestri, negando la grandezza del poeta di Pescara solo perché non piaceva alla loro fazione. E hanno inebetito allievi inconsapevoli come la docente di cui al nostro incipit: al punto di avviticchiarsi ai vincitori dei premi democratici d’estate.

Antonio Massimo Calderazzi

La salvezza, solo metapolitica

“In Europa il livello di spesa degli Stati è insostenibile. A un certo punto arriverà il crollo”.

Cercheremo di mostrare, per esempio, come gli USA guidano sì le economie di mercato in una crociata antistatalista, ma le guidano verso la sconfitta. Il successo è impossibile. Valga una fosca previsione dell’olandese Jan Timmer, al tempo capo del colosso elettronico Philips: “Il futuro del nostro continente quale entità industriale fa paura”.

La malattia europea dell’assistenzialismo è così grave che già vent’anni fa un belga poteva teoricamente percepire cinquecento euro al mese come disoccupato, e questo dalla maggiore età al momento della pensione;  che un po’ dovunque gli studenti trovano inammissibili lavori manuali estivi molto ambiti dai coetanei americani; che i lavoratori non qualificati lasciano agli extracomunitari quelle mansioni umili che i loro padri accettavano pienamente; che i contribuenti mantengono i milioni di lavoratori delle aziende che producono merci rifiutate dal mercato.

Sempre un po’ dovunque le pensioni, le vacanze generose, le casse integrazione, le attività ricreative e circenses sostenute dalla mano pubblica, le burocrazie troppo vaste mettono a repentaglio la tenuta delle gestioni statali. Il Welfare va alla deriva: tuttavia è inattaccabile. Si invocano tagli, ma nessuno prevede che saranno drastici. L’ offensiva contro l’ipertrofia della spesa è destinata a spegnersi, più o meno presto. Nei contesti politici più diversi si conclude che la solidarietà è un valore irrinunciabile e un alibi perfetto; che il dissesto dei conti è un costo della democrazia avanzata.

In altre parole. La spesa sociale si può persino devastare in circostanze straordinarie, una guerra per esempio; non si può riformare. A ciò il processo politico tradizionale e la finanza ordinaria sono impotenti. Il Welfare ipertrofico lo si contiene solo nel quadro di un assalto ‘barbaro’ al treno di vita cui ci siamo avvezzi. Solo se si accetta una ragionevole regressione nella povertà. A quel punto la massa dei cittadini manterrà le coperture e i diritti per i bisogni essenziali, ma rinunzierà al di più. Per non fallire l’imprenditore svenderà la villa. Per pagarsi le stupide terme l’operaio urbano rinuncerà alla bici da corsa, ai guanti e ai caschi tecnologici che costano quanto la bici da corsa. Queste cose i sindacati gliele avevano elargite con ‘le lotte’.  Risultato, il pubblico che ragiona compra cinese.

La sola razionalizzazione possibile della spesa ha contorni comunemente giudicati irrazionali.  Esige una specie di ‘guerra santa’, né laica né garantista, su quasi tutti i fronti: contro le combutte,  gli sprechi a giustificazione sociale, le spese per il prestigio all’estero, gli obblighi da trattato, i malaffari delle campagne elettorali, la legalità della Costituzione megera imposta dai partiti tutti defunti (Pci Dc Psi Pri Democrazia del lavoro, etc),  contro la concertazione e contro il consenso.

Mancando l’emergenza spaventosa, il riformismo non ha speranze: le ha solo la brutalità, solo l’attitudine a osare l’inosabile: tagliare il 10% non si può, occorre tentare di tagliare il 50%.  Al prezzo di rinnegare i valori condivisi, la Costituzione, la modernità. Al prezzo di cambiare la vita, di tornare agli onesti stenti dei nostri nonni. Il pane quotidiano dei miseri verrebbe dagli espropri a carico delle fortune ereditate; e tutti stringeremmo la cinta, visto che molti capitali fuggirebbero e diremmo addio alla prosperità. Quando era cancelliere Helmuth Kohl infuriò i sindacati rimbrottando: “I tedeschi credono di poter vivere in un Luna Park”. Ma mettere giudizio, voltare le spalle al Luna Park, non sarebbe sufficiente. Gli USA, per esempio, dovrebbero declassarsi da superpotenza planetaria; altrimenti farebbero risparmi irrisori, oppure nessun risparmio.  Qualcosa otterrebbero sventrando il ruolo dello Stato: prospettiva ritenuta sacrilega.

Anche l’Italia, non riuscendo a fare le cose relativamente indolori, dovrebbe affrontare quelle enormi. Dovrebbe vendere il Quirinale al miglior offerente straniero, garantendogli licenza per farne un bed&breakfast da centomila letti. Dovrebbe chiudere le ambasciate e le missioni militari nel mondo, rinunciare alla flotta e all’arma aerea, sostituire i cannoni con gli idranti antisommossa e con le brande per i senzatetto. Dovrebbe miniaturizzare i costi della politica, tra l’altro sostituendo le elezioni col sorteggio e il parlamentarismo con la democrazia elettronica. Insomma bisognerebbe azzerare a centinaia i programmi che fanno il nostro orgoglio di ‘grande paese’. A quel punto si riuscirebbe a limare secondo saggezza i programmi impossibili da obliterare.

In conclusione. Si possono concepire i cataclismi, non le riforme. La spesa pubblica andrebbe abbattuta dovunque, ma le probabilità che ciò avvenga in circostanze normali sono nulle. I processi politici tradizionali non offrono alcuna soluzione, comunque si chiami il partito al potere. Occorrerebbero situazioni eccezionali quali nessuna delle formazioni e delle ideologie attuali sa o vuole determinare. Essendo arte del possibile, la politica è fuori gioco: abbassare la spesa pubblica è l’Impossibile. E la democrazia è una solfatara spenta da troppo tempo.

Non resta che l’ipotesi teorica di uno sconvolgimento delle coscienze provocato dal sorgere di una personalità ‘universale’ capace di deviare la storia ben al di là della politica. Dal sorgere di un nuovo Maometto, o Lutero, o almeno Savonarola, demiurgo metapolitico, portatore di un messaggio totale. Però Egli farebbe trionfare il fideismo, non l’agognata razionalità. Meno che mai la laicità.

L’Occidente vivrebbe un’esperienza in qualche misura analoga al fondamentalismo; ma forse la sua storia, il suo umanismo, le sconfitte stesse della modernità, della permissività e del cinismo mitigherebbero le ferocie estreme del fanatismo. Inevitabilmente fanatici sarebbero i fautori più ardenti del Demiurgo: non alcun politico ma una Grande Guida, operatrice di opere sovrumane. Sovrumano sarebbe disamorare le maggioranze dal benessere, anzi dalla crapula. Sovrumano sarebbe strappare le masse all’idolatria della ricchezza. Sovrumano farle vergognare delle cupidigie animalesche: denaro, edonismo, sport, moda, Tv, altri cascami, altre carie o lebbre dell’anima.

Questi o altri sconvolgimenti sono improbabili, dunque l’Occidente e le parti di mondo che esso ha contagiato cancellando l’aspirazione a svolte metapolitiche si terranno la spesa pubblica impazzita, assieme agli altri mali incurabili.

Tuttavia non è impossibile che le società laiche, moderne, liberaldemocratiche, fatte momentaneamente ricchissime dall’esplosione dei consumi, siano un giorno rovinate dalla globalizzazione. Come escludere in assoluto che l’intero sistema della modernità possa decadere come l’Inghilterra dell’età di Vittoria?  Com’è noto, nulla è impossibile agli Dei. Specie a quelli ancora da nascere.

Antonio Massimo Calderazzi

Senza la pazzia della guerra, secolare longevità del Regime e dell’Impero

Il 13 giugno 1940 capovolse la Storia. In quel terzo giorno dal nostro ingresso nel Secondo conflitto mondiale un Putsch a palazzo Venezia risultò nella cattura del Duce e nel suo momentaneo internamento in un istituto psichiatrico segreto. Il colpo fu compiuto da ufficiali dei corpi d’élite -paracadutisti, assaltatori dei ‘maiali’, piloti da caccia – capeggiati da Luigi Durand de la Penne e da Junio Valerio Borghese. In un breve ma violento scontro con pugnali e altre armi bianche caddero la maggior parte dei Moschettieri del Duce. Il vuoto di potere fu provvisoriamente riempito, sotto la nominale presidenza di Donna Rachele Mussolini, da un energico maresciallo Pietro Badoglio, allora non investito da accuse per la rotta di Caporetto.

La maggiore decisione fu la revoca immediata dello stato di guerra con Francia e Gran Bretagna, seguito da un trattato d’amicizia perpetua. Il Reich minacciò di invadere la Valle Padana, ma subito prevalse il sollievo per la rinuncia italiana a combattere. L’Alto Comando germanico convinse il Führer che l’Italia era più utile come fornitrice di vettovaglie d’eccellenza: anche se le partite sarebbero andate anche agli Alleati.

La terapia psichiatrica al Duce, diretta dal magiaro Pal Attila Haitx-Equord, massimo frenologo d’Ungheria, fece miracoli: venti giorni dopo Benito Mussolini lasciò la clinica segreta completamente guarito dalle pulsioni belliciste e invece deciso a imitare l’accorta e proficua ‘non belligeranza’ del Caudillo spagnolo, Francisco Franco.

Ripreso il suo posto a palazzo Venezia il Duce espresse il suo vivo elogio (“Avete guarito me e fatto felice l’Italia”) ai congiurati del maresciallo Badoglio (dietro il quale era stato in realtà il Re e Imperatore, Vittorio Emanuele III). Solo allora la Nazione apprese l’accaduto, perciò l’ammirazione e il caldo affetto per il Duce, intensissimi dal tempo della conquista dell’Etiopia, superarono ogni livello immaginabile. Gli osservatori e gli statisti furono pressoché unanimi nel prevedere che, avendo scelto la pace, il Regime avrebbe raggiunto e agevolmente superato il secolo. L’ingresso nel secondo conflitto mondiale era -ed è- la sola colpa grave addossata dagli italiani al Fascismo.

Questo spiega che il Regime abbia già oltrepassato i novantacinque anni e che giorni fa abbia annunciato l’istituzione del ministero Millenario. Missione, celebrare nel 2022 il primo secolo dalla Marcia su Roma.

La peculiare diarchia italiana -coesistenza Dittatura del Littorio/Monarchia- vige più che mai, peraltro avendo acquistato caratteristiche innovative. Lo smisurato merito acquistato da Sua Maestà il Re Imperatore nel rovesciare il 13 giugno 1940 la storia dello Stivale si è tradotto nell’attribuzione alla Dinastia di Umberto Biancamano della facoltà di revocare lo Statuto Albertino, octroyé nel 1848 da Carlo Alberto. Inoltre tutti i maschi di Casa Savoia hanno acquisito il diritto di sposare una Mussolini di Predappio, quello di sedere nel Gran Consiglio del Fascismo; quello di capeggiare, se desiderato, i ranghi previdenziali e ricreativi del PNF. Dal canto loro i massimi gerarchi del regime sono autorizzati a istituire ordini cavallereschi parificati a quello di Malta. Altri aggiornamenti sono intervenuti nella diarchia Corona-Fasci. Saranno prossimamente passati in rassegna da Internauta.

L’uscita fulminea dell’Italia dal secondo conflitto mondiale produsse effetti portentosi. Le nostre città non furono distrutte. Mantenemmo l’Impero, Dodecanneso compreso, e lo allargammo al Kenya (lo comprammo a comode rate dal Regno Unito, ormai rassegnato a perderlo nonostante la prode resistenza della Raf contro la Luftwaffe). La nostra flotta e la nostra Aeronautica risultarono talmente superflue che ne mettemmo all’asta i tre quarti (in larga misura prenotati dalla Catalogna che intendeva fermamente dominare il Mare Nostrum), mantenendo il restante per le parate nei genetliaci dei principi del sangue e del podestà di Predappio. Il petrolio, il gas e l’uranio scoperti nelle colonie fecero dell’Italia un colosso degli idrocarburi e d’ altro. I nostri giovani trovarono eccellenti jobs permanenti nelle colonie di proprietà nazionale. Infine dopo il 13 giugno 1940 facemmo affari lucrosissimi con gli scervellati belligeranti, tutti condannati a destini infausti per non avere imitato l’Italia.

Soprattutto stupefacente il destino politico della Nazione littoria. Cessato, per la metempsicosi pacifista del Duce, il pericolo di coinvolgimenti in altri conflitti, il fascismo si confermò il credo imperituro di tutti gli italiani. Una sparuta minoranza di antifascisti -alcune dozzine di individui- si organizzò in una compagnia di comici che batté le piazze internazionali, con premi Oscar e straordinari successi di pubblico e di critica. Parte degli incassi delle tournées furono devolute ad opere irrigue nell’Acrocoro etiopico.

Gli italiani, che già avevano dato l’oro alla Patria e avevano praticato la fede fascista nel primo diciottennio del regime, decretarono l’apoteosi a Mussolini, cioè lo divinizzarono. Per la fase aperta dalla miracolosa guarigione pacifista del collega di Jupiter, i filosofi della storia hanno adattato la formula, cara a Friedrich Nietzsche, della “trasfigurazione del Nous creatore”.

Quasi tutti gli intellettuali, che fuori dell’Impero littorio sono prevalentemente di sinistra, nello Stivale & Colonie fanno propria la felice sintesi tra totalitarismo e liberalismo demoplutocratico: il tutto a valle del ripudio definitivo della guerra, anticaglia novecentesca. Gli arbori bellicisti del primo quarantennio del secolo XX si sono placati. Dal 13 giugno 1940 i Fasci non si chiamano più “di combattimento”, bensì “di intrattenimento”.

Porfirio

LE RADICI DELLA REPUBBLICA

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Come molti sanno o dovrebbero sapere, questo è l’incipit della Costituzione della Repubblica italiana (art. 1, 1° comma). Esso offre molti spunti di riflessione ed è stato, nel corso dei decenni successivi all’approvazione della nostra carta costituzionale, al centro di numerosi commenti da parte di una vasta platea di studiosi.

Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti particolari del contenuto di questa norma, così importante per il nostro Stato, tanto da costituirne il principio fondante. Prendo le mosse da quanto disse, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, l’on. Amintore Fanfani (1908-1999), uno dei proponenti[1] della formulazione attuale del primo comma dell’art. 1: “La dizione «fondata sul lavoro» vuol indicare il nuovo carattere che lo Stato italiano, quale noi lo abbiamo immaginato, dovrebbe assumere. Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui, e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, (…) affermazione del dovere d’ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune. L’espressione «fondata sul lavoro» segna quindi l’impegno, il tema di tutta la nostra Costituzione” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 22 marzo 1947, p. 2369).

Da queste osservazioni discendono due principi. Il primo è che lo Stato deve realizzare le condizioni che consentano ad ogni cittadino di contribuire al bene comune attraverso il proprio lavoro. Ciò si ricollega a quanto stabilisce l’art. 3, 2° comma, per cui “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. A tal fine, nel successivo art. 4, 1° comma, si afferma che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”[2].

Da ciò consegue che è compito dello Stato (in tutte le sue articolazioni, sia a livello centrale che locale) agire per combattere ed eliminare la disoccupazione, realizzando uno dei grandi interessi pubblici che dovrebbe perseguire uno “Stato sociale moderno”, come lo intendeva l’economista Giovanni Demaria (1899-1998), ossia uno Stato “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo”, uno Stato la cui funzione sia “di sprone, di eccitamento e di costruzione per attuare un tipo di società sempre più alto” (G. Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 1946, p. 35 e 279).

L’on. Meuccio Ruini (1877-1970), presidente della Commissione per la Costituzione, la cosiddetta Commissione dei 75[3], nella Relazione al progetto di Costituzione precisò che “l’affermazione al diritto al lavoro, e cioè ad una occupazione piena per tutti” rappresenta l’enunciazione “di un diritto potenziale” che la nostra legge fondamentale può indicare “perché il legislatore ne promuova l’attuazione secondo l’impegno che la Repubblica nella Costituzione stessa si assume” (Commissione per la Costituzione, Progetto di Costituzione della Repubblica italiana. Relazione del Presidente della Commissione, presentata all’Assemblea il 6 febbraio 1947, p. 7). Nel medesimo senso si espresse l’on. Gustavo Ghidini (1875-1965), anch’egli membro della Commissione dei 75 e presidente della III sottocommissione, il quale osservò che “Il diritto al lavoro[4] è un diritto potenziale, in base al quale si vuole impegnare vivamente lo Stato ad attuare l’esigenza fondamentale del popolo italiano di lavorare” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 7 maggio 1947, p. 3704).

Pur avendo il richiamo al diritto al lavoro natura potenziale, nondimeno la norma impone allo Stato[5] un preciso impegno programmatico in materia di politica economica. Come scrisse il giurista Costantino Mortati (1891-1985) ciò costituisce un “vero e proprio obbligo giuridico dello Stato”, che presuppone “la convinzione che l’equilibrio nel mercato del lavoro non si possa attendere dallo spontaneo giuoco dei fattori che operano a determinarlo, poiché questi possono in determinate circostanze porsi essi stessi come causa di disoccupazione, e perché in ogni caso l’esperienza mostra come la riequilibrazione successiva alle crisi si effettui lentamente, lasciando per lunghi periodi di tempo vaste masse di cittadini privi di lavoro” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Roma, Camera dei deputati, 1953, vol. IV, t. I, pp. 85-86).

Quanto scrive Mortati riecheggia le affermazioni dell’economista Federico Caffè (1914 – ?), che fu chiamato a collaborare con la Commissione economica, istituita presso il Ministero della Costituente nel 1945, e presieduta da Demaria[6]: “le decisioni economiche rilevanti non sono il risultato dell’azione non concordata delle innumerevoli unità economiche operanti nel mercato, ma del consapevole operato di gruppi strategici in grado di limitare l’offerta ed influire sulla domanda, orientandola a loro piacimento. Il mercato è tanto onesto nel riflettere le decisioni dei singoli quanto può esserlo una votazione in cui alcuni elettori abbiano una sola scheda e altri ne abbiano più d’una” (Federico Caffè, “‘Bilancio economico’ e ‘Contabilità sociale’ nell’economia britannica”, in Id., Annotazioni sulla politica economica britannica in ‘un anno di ansia’, Tecnica Grafica, Roma, 1948). “La forza contaminante del denaro e del potere – scriveva alcuni anni dopo il grande studioso di economia – non crea meramente problemi di «imperfezioni» del mercato, ma ne influenza l’intero funzionamento. Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[7] (F. Caffè, “Problemi controversi sull’intervento pubblico nell’economia”, in Id., L’economia contemporanea. I protagonisti e altri saggi, Ed. Studium, Roma, 2013, p. 166).

Sulla base di queste considerazioni, l’intervento statale non può essere improvvisato, ma deve “formare il contenuto di una vera e propria politica dell’occupazione, di una predisposizione di mezzi di azione da inserire come parte costitutiva nella politica generale e con essa armonizzata” (C. Mortati, cit., p. 86)[8]. La logica conclusione del ragionamento è che “una politica che non si indirizzasse verso il pieno impiego si porrebbe (…) in contrasto con l’esigenza fondamentale della costituzione, si risolverebbe in un disconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo che l’art. 2 impone alla Repubblica di garantire, dell’essenza più intima che anima questi diritti: la libertà e dignità della persona” (C. Mortati, cit., pp. 132-133).

Il secondo principio che si desume dall’enunciato dell’art. 4, e che fa da contraltare al primo, è espresso nel comma 2, nel quale si stabilisce come “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Con questa previsione si realizza “la sintesi fra il principio personalistico (che implica la pretesa all’esercizio di un’attività lavorativa) e quello solidarista (che conferisce a tale attività carattere doveroso)” (C. Mortati, “Art. 1”, in Giuseppe Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi Fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna-Roma, 1975, p. 12). Assume così rilievo la dimensione etica del lavoro: se da una parte lo Stato si deve impegnare per rendere effettivo, attraverso gli strumenti della politica economica, il diritto al lavoro, e assicurare diritti e servizi ai cittadini, dall’altra il singolo col proprio lavoro deve contribuire al progresso della comunità sociale. In tal modo il lavoro costituisce, sempre secondo Mortati, “un valore da assumere come fattore necessario alla ricostituzione di una nuova unità spirituale, richiedente un processo di progressiva omogeneizzazione della base sociale, presupposto pel sorgere di una corrispondente struttura organizzativa, di un nuovo collegamento fra comunità e Stato” (C. Mortati., “Art. 1”, cit., p. 10), per approdare, avrebbe aggiunto Demaria, ad una sempre maggiore “affezione” dei cittadini a quest’ultimo, in modo che essi ne “vadano superbi e alteri” (Demaria, cit., p. 279), tanto da immolarsi in suo nome.

Sebbene quest’ultimo punto possa sembrare esagerato, la storia della nostra Repubblica è costellata da esempi di uomini e donne per i quali la dimensione etica del lavoro ha assunto le forme del sacrificio estremo per lo Stato. Tali sono tutti i magistrati, i politici, i componenti delle forze dell’ordine e i privati cittadini, che non venendo meno ai loro compiti, in nome dei principi affermati nella nostra Costituzione, hanno perso la vita nella lotta contro le organizzazioni criminali e terroristiche, che hanno tentato e tentano tuttora di sovvertire il nostro ordinamento. Ma non bisogna dimenticare tutti quei lavoratori, sia nel settore pubblico che in quello privato, e imprenditori, che ogni giorno combattono per svolgere la loro attività lavorativa, per affermare attraverso di essa i principi di libertà ed eguaglianza di cui si sostanzia la nostra democrazia.

Lo Stato, pertanto, che per sua intima natura si fonda sul lavoro, è vincolato ad attuare una politica economica in grado non solo di tutelare chi è già occupato, ma di promuovere al massimo grado la creazione di nuovi posti di lavoro[9]. Le strutture pubbliche devono essere capaci di mettere il cittadino in condizione di poter trovare occasioni di impiego, di incrementare la propria professionalità, di aiutarlo in caso di perdita del posto di lavoro a trovarne un altro adeguato alle capacità possedute. Questi compiti non possono essere demandati in toto ai privati, lo Stato si deve impegnare in prima persona per adempiere ad uno dei suoi più alti fini.

Parafrasando una dichiarazione di Federico Caffè, a settant’anni precisi dalla firma della carta costituzionale, ci si può chiedere se i responsabili della politica economica, nelle loro scelte quotidiane, abbiano imparato a ricordare che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”[10], anche nell’ambito degli interventi riguardanti il mondo del lavoro.

La risposta è che, negli ultimi decenni, i governi italiani si sono dati da fare davvero poco su questo fronte[11], svilendo quanto la Costituzione prescrive, tradendo i fini che i costituenti vollero assegnare alla Repubblica, e non onorando la memoria e l’impegno di tutti coloro che hanno ottemperato al dovere al lavoro talvolta fino al sacrificio della propria vita. Come scriveva ancora una volta Mortati “ciò che tiene unite le varie fila in cui si snodano le statuizioni costituzionali è uno stesso spirito informatore. Spirito consacrato nell’art. 1 che, come si è detto, esprime l’accoglimento di una concezione generale della vita secondo la quale deve vedersi nel lavoro la più efficace affermazione della personalità sociale dell’uomo, il suo valore più comprensivo e significativo perché nel lavoro ciascuno riesce ad esprimere la potenza creativa in lui racchiusa, ed a trovare nella disciplina e nello sforzo che esso impone, insieme allo stimolo per l’adempimento del proprio compito terreno di perfezione, il mezzo necessario per soddisfare al suo debito verso la società con la partecipazione all’opera costitutiva della collettività in cui vive” (C. Mortati, “Il lavoro nella Costituzione”, in Il diritto del lavoro, 1954, p. 152). Sono queste le radici della nostra Repubblica.

Giuseppe Prestia

 

[1] Gli altri proponenti furono i democristiani Aldo Moro (1916-1978), Egidio Tosato (1902-1984), Pietro Bulloni (1895-1950), Giovanni Ponti (1896-1961) ed Edoardo Clerici (1898-1975) e Giuseppe Grassi (1883-1950) dell’Unione Democratica Nazionale.

[2] La stretta connessione tra l’art. 3, comma 2, e l’art. 4, comma 1, è ben sottolineata dal giurista Alberto Predieri (1921-2001), il quale scrive: “Si constata che di fatto ostacoli di ordine sociale, pertinenti alla società così com’è, impediscono lo sviluppo della personalità umana e ai cittadini che lavorano l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale. In conseguenza, la Repubblica esige dai cittadini l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, prende l’impegno di rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale, riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo il diritto, onde tutti i cittadini possano rivendicare l’effettiva partecipazione all’organizzazione sociale” (A. Predieri, Pianificazione e Costituzione, Edizioni di Comunità, Milano, 1963, p. 193).

[3] La Commissione per la Costituzione, composta da 75 deputati (e quindi detta “Commissione dei 75”), fu creata allo scopo di redigere un progetto di Costituzione da sottoporre all’esame dell’Assemblea Costituente. Presieduta da Meuccio Ruini, era suddivisa in 3 sottocommissioni: Diritti e doveri dei cittadini (I sc.), Ordinamento costituzionale della Repubblica (II sc.), Diritti e doveri economico-sociali (III sc.).

[4] Lo stesso Ghidini definì il diritto al lavoro come “quel diritto che splende, direi, nella nostra Costituzione come una stella fulgidissima” (Atti dell’Assemblea Costituente, p. 3704).

[5] Molti hanno sostenuto che alcune norme della Costituzione, tra cui quella dell’art. 4, avrebbero solo uno scopo programmatico e sarebbero quindi prive di carattere vincolante. Contro questo indirizzo si espresse, già negli anni ’50, Vezio Crisafulli (1910-1986), il quale notava che “tutte le (…) disposizioni di principio formulate nella Costituzione vigente pongono vere e proprie norme giuridiche” (La Costituzione e le sue disposizioni di principio, Giuffrè, Milano, 1952, p. 37). Costantino Mortati da parte sua osservava che “la ragion d’essere delle costituzioni sta proprio nell’esigenza di mantenere un dato ordinamento dei pubblici poteri fedele, sia pure con i necessari adattamenti alle varie situazioni concrete, ad un fine generale e quindi impegnare i futuri detentori della sovranità al suo rispetto” e in riferimento all’art. 4 specificava che l’efficacia ne era anzi potenziata dalla sua inclusione tra i principi fondamentali, “fra quelli cioè che sono intesi a caratterizzare il tipo di Stato, ad esprimere quello che si suol chiamare «lo spirito del sistema»” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Camera dei deputati, Roma, 1953, vol. IV, t. I, p. 128 e 132).

[6] La Commissione economica iniziò i suoi lavori il 29 ottobre 1945 ed era suddivisa in 5 sottocommissioni. Caffè era membro della sottocommissione “Problemi monetari e commercio estero”, per la quale stese una relazione intitolata “Risanamento monetario”, inserita come Cap. I del rapporto della Commissione economica all’Assemblea Costituente (Ministero per la Costituente, Rapporto della Commissione economica, III, Problemi monetari e Commercio estero. I-Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, pp. 5-57). Collaborò strettamente anche con Meuccio Ruini, presidente della già ricordata Commissione dei 75 e prima ancora Ministro dei Lavori Pubblici e poi della Ricostruzione nei governi Bonomi e Parri (1944-45), e con Giuseppe Dossetti (1913-1996) e il gruppo che a lui faceva capo in seno alla Democrazia Cristiana (molti contributi di Caffè furono pubblicati sulla rivista dossettiana Cronache sociali).

[7] Il corsivo è dell’autore.

[8] Un altro eminente giurista, Giuseppe Federico Mancini (1927-1999), qualifica il diritto al lavoro come un “diritto sociale”, in quanto ad esso corrisponde la “pretesa dei cittadini a un comportamento dei pubblici poteri che, svolgendo il programma previsto dalla norma, realizzi condizioni di pieno impiego” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna – Roma, 1975, p. 209). Tale pretesa si sarebbe dovuta tradurre “da un canto, in una serie di misure intese a realizzare un efficiente servizio di collocamento e a migliorare la formazione professionale della manodopera (…); dall’altro, secondo la classica ricetta keynesiana, nell’adozione di un programma di spesa in investimenti sociali idonei a espandere la domanda aggregata” (G. F. Mancini, cit., p. 220). L’autore non concorda invece nel far rientrare il diritto al lavoro nell’ambito dei diritti di libertà che come “tutti sanno (…) hanno di mira la determinazione di una sfera entro cui l’individuo possa operare autonomamente; da ogni altro soggetto essi esigono un atteggiamento di astensione e, se richiedono un facere della pubblica autorità, questo consiste in definitiva nell’imporre obblighi di non facere e nel reprimerne l’inadempimento” (G. F. Mancini, cit., p. 209).

[9] Già G. F. Mancini sottolineava come “con risolutezza, con incisività e con una ragionevole misura di successo lo Stato ha agito (…) soprattutto a tutela degli occupati. (…) Questa attitudine dello Stato, energico nella difesa dell’occupazione, debole nell’attacco della disoccupazione, questa tendenza a privilegiare la garanzia anziché l’incremento dei posti di lavoro, costituiscono un fenomeno di grande rilievo” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca, Commentario alla Costituzione, cit., p. 230. I corsivi sono dell’autore).

[10] La frase originale era la seguente “A trenta anni precisi dalla firma della carta costituzionale si può chiedere ai responsabili della politica economica che, nelle loro scelte quotidiane, ricordino più spesso (in verità imparino a ricordare) che è ‘compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini’ ”, in Lettere di Fabbrica e Stato, Cendes, n. 14-17, ottobre-novembre 1977.

[11] Da ultimo occorre ricordare i recenti interventi normativi, adottati in seguito all’approvazione della legge 10 dicembre 2014 n. 183 (il cosiddetto Jobs Act), che hanno modificato anche il sistema di collocamento (già profondamente cambiato dalla revisione legislativa del 1997) e di tutele per i disoccupati. Si tenga presente che i decreti delegati approvati in base alla legge 183/2014 in molti punti prevedono, per la loro concreta applicazione, l’emanazione di ulteriori decreti ministeriali o interministeriali, per cui non è ancora possibile una valutazione precisa degli effetti di tale riordino del mercato del lavoro.

Quando ci convinceremo che siamo troppi e c’è quasi niente da fare?

Alcuni fiumiciattoli, il Rio Maggiore il Bisagno ed altri, esondano o fanno saltare le condotte in cui furono intubati, e la devastazione non colpisce solo i quartieri bassi e le case seminterrate. Colpisce anche il senso della realtà e delle proporzioni. La community dei giornalisti, dei candidati alle elezioni e dei frequentatori dei bar tabacchi impazzisce letteralmente. Laureati in lettere antiche emettono referti idrogeologici. Suadenti columnists sospendono lo scandaglio delle intenzioni di Bersani, posticipano  l’interpretazione degli scherni dalemiani all’indirizzo di Pisapia, per pronunciarsi sul calcestruzzo dei manufatti pubblici. Mezzi milioni di semplici abbonati alla Tv storicizzano secoli di errori edilizi. Turbe di pensionati escogitano e prezzano interventi risolutivi. Il coro del Web dà per tassative le più grandi opere, che siano senza badare a spese.

Ben pochi portano il ragionamento fino in fondo: che siamo in troppi, mica solo in Italia: dunque ci terremo  quasi tutte le esondazioni e le calamità, terremoti compresi. Molti progetti risulteranno irrealizzabili o titanicamente costosi. Lo Stivale ha spazio e ricchezza adeguati per 20 milioni di humans. Ne ospita il triplo, e quest’anno ha registrato con giusto giubilo 48 milioni di presenze turistiche.

E’ vero, Singapore e Hong Kong sono più antropizzate di noi e sembrano smentire i pessimismi. Ma la Saturnia Tellus è popolata da un’etnia a sé, meglio non stabilire raffronti. Provate a spiegare all’Etnia che per mantenere a regola d’arte i tombini e per azzerare le perdite d’acqua potabile le IMU andrebbero trentuplicate, le piacevolezze dell’edonismo cancellate, le Audi e le Bmw demolite, gli stili di vita dimenticati. Il nostro è benessere troppo recente perché possiamo permetterci plurimi mutui casa e al tempo stesso sanare il dissesto idrogeologico, nonché mettere in sicurezza il costruito. Ci sono arditi pensatori che esigono di bonificare il patrimonio dalle architetture che sanno di fascismo. Se si comminasse una frustata a chi propone programmi senza indicare risorse sicure, cioè senza quantificare la moltiplicazione delle tasse, il comparto della produzione di fruste risulterebbe deficitario.

In altre parole: chi vuole prevenire ogni crollo da sisma, chi ricostruirebbe sagrati e bargelli com’erano, chi intende restituire il futuro ai giovani, chi crede a portata di mano un aiuto agli africani che non intacchi i nostri livelli di vita, chi affronterebbe cento altre opere di progresso e di giustizia, senta l’obbligo di dettagliare con quali risorse: pena l’iscrizione nel casellario dei pagliacci, iscrizione comportante l’accessorio raddoppio di tasse e accise. Oppure ammetta che non siamo nell’isola di Utopia.

Neanche tale ammissione ci sarà mai, la nostra essendo un Narrenschiff, un vascello fantasma di soli begli spiriti, di soli commedianti di farse, fescennini e cachinni. Noi non sappiamo se gli studi di Cinecittà sono sempre la superba location delle produzioni cinematografiche e affini. Se sì, lì dovremmo trasferire dai palazzi maestosi le somme istituzioni e i vertici del potere effettivo. A Repubblica precaria, sedi di prefabbricato e di materiali leggeri. Come giorni fa scriveva Aldo Cazzullo, uno tra gli opinionisti più pervasi di fierezza nazionale, la Patria da cui ci attendiamo nuove risorgenze e nuovi saltelli in avanti è assalita “dalla crisi economica, dal disagio sociale, dalla guerra tra poveri accesa da un’immigrazione fuori controllo, dal discredito delle classi dirigenti, dalla scomparsa dei partiti tradizionali”.

Francamente non arriviamo a comprendere quest’ultimo rimpianto, che non ci siano più i partiti di una volta. Sono esse, le leadership della Fase Costituente, le mamme e le nonne della Più bella delle Carte, che hanno plasmato la realtà dei nostri giorni, realtà che non piace nemmeno a Cazzullo, il Bardo del 150° dell’Unità.

Una Polis così, sgradevole persino al Bardo, potrà disfrenare l’impetuoso Nuovo Miracolo italiano, riscossa idrogeologica e vendetta antisismica comprese, senza ricorrere alla rivoluzione culturale di Pol Pot? Senza almeno riconoscere che siamo in troppi e che non c’è posto per nuovi venuti, nemmeno uno?

 

a.m.calderazzi

SETTANTA 25 APRILE: SEMPRE PIU’ MALAREPUBBLICA

Intonare Bellaciao è un adempimento di regime, come a Napoli la liquefazione del sangue del Santo. Entrambi i riti non sono esenti da rischi. A volte la liquefazione non avviene, tanto è vero che i fedeli esultano quando avviene. Bellaciao suscita sempre più avversione. Risultano intrepidi, dunque, i gerarchi i prelati i sagrestani della vigente Cleptocrazia a non sorvolare quando il calendario segna 25 Aprile. Più ancora, a non implorare da Mattarella un motuproprio che chiuda Aprile al 24.

Il rischio della brutta figura -sono sempre meno coloro che si curano dell’epopea partigiana- è fatto serio da una circostanza bizzarra: i più testardi tra i celebratori della Liberazione hanno l’impudenza di salmodiare che è alla Resistenza che dobbiamo ciò che abbiamo e che siamo. Scervellati, anzi cretini: dimenticano che abbiamo il peggio dell’Occidente: più tangenti in assoluto e l’anima più cariata.

Siamo certamente più benestanti e comodi che nel 1945. Ma è merito di settant’anni di pace, della ricchezza capitalista, della globalizzazione, dei galoppi delle tecnologie, dei voli low cost, dell’allentamento dei costumi, delle nozze same sex, di altri fattori innumerevoli. Non dell’eroismo e degli assassinii dei partigiani, produttori di rappresaglie efferate. Sono meglio messi i tedeschi, che non ebbero la fortuna di una sollevazione antifascista e di una epopea bellaciao.

Lo scrittore partigiano forever -mitra sempre a portata di mano- Giorgio Bocca fa lo straordinario annuncio che “la Resistenza ci ha dato la nostra Religione civile” (qualcosa di più importante del “Mito fondativo” di cui parla Gustavo Zagrebelski). Alla buonora, ecco cancellati grazie al giornalista mitragliere i dubbi sulla trascendenza e sull’aldilà! Ora sappiamo perché siamo nati e dove andremo! La religione civile non ci dice il nome del Creatore: è improponibile il nome di Stalin, secondo Aristotele il ‘motore immobile’ della Resistenza. Tuttavia essa religione ci ha fatto conoscere i suoi arcangeli e pontefici: Walter Audisio alias colonnello Valerio, Cino Moscatelli, Pertini che vantò d’avere personalmente ordinato l’esecuzione di Mussolini, Giorgio Amendola che volle via Rasella, etc.

Bocca dovrebbe farci sapere come e dove la Religione Civile agisce, ispira le nostre esistenze. Sono decenni che gli italiani sanno: la repubblica nata dalla Resistenza è il peggiore contesto collettivo del mondo avanzato, gestito da una classe di politici professionisti quasi tutti più o meno farabutti. I quali rubano anche quando non sono indagati accusati sospettati; rubano per il solo fatto d’essere troppi e troppo turpi, di costare caro, di addossare sul contribuente parenti compari e correi. Tutti i sondaggi e le

ricerche -si veda l’ultimo rapporto di Ilvo Diamanti- attestano infima la stima dell’opinione pubblica in ciò che abbiamo.

Il nostro è un autentico Stato-canaglia, “forte coi deboli” con quel che segue, perennemente senza risorse quando si tratta di mettere in sicurezza le scuole e di ridurre l’affollamento delle carceri, spudoratamente fermo nel non tagliare le spese per il prestigio (vedi le molte infamie della reggia del Quirinale, delle ambasciate principali, di tutti i palazzi Spada di tutte le somme Istituzioni). Lo Stato fondato dai mitra partigiani è pronto a chiudere i reparti di oncologia infantile, lentissimo anzi immoto a ridurre i compensi di boiardi e superburocrati (il capo di Poste Italiane, 1,2 milioni).

La nostra è la Repubblica delle Tangenti e l’Everest della Corruzione. Si susseguono i 25 Aprile delle menzogne, si inventano insegnamenti e retaggi della lotta partigiana, si esaltano le prodezze e si tacciono i crimini delle bande. Si insulta la memoria degli infoibati: tutti fascisti, tutti meritevoli di quanto hanno avuto. Massacrati 12 mila di soli “domobrauci” sloveni (lo ha scritto il 22 aprile su ‘Repubblica’ Boris Pahor). Si denigra persino il rimpianto dei molti sinistristi che lamentano il ‘tradimento della Resistenza’. C’è forse stato il “totale rivolgimento politico-istituzionale” (si legga l’Alberto Asor Rosa di giorni fa), oppure i ricchi imperversano più di un secolo fa? La corruzione non è alla metastasi avanzata? Allora dove e quando funziona la Religione Civile?

Il presidente della Repubblica e della Casta va dicendo che la Resistenza fu soprattutto rivolta morale contro il fascismo. Ebbene Mattarella sappia che si trova al Quirinale, e che i Proci banchettano sicuri, in quanto non è ancora cominciata la rivolta morale contro il regime suo e loro, sorto nel ’45. Essa comincerà quando il popolo -lo stesso che inneggiava al Duce fondatore dell’Impero- scoprirà che il Ventennio non fu peggiore del Settantennio.

A.M.C.

CINE e SPETTACOLO: anni ’60 a Ferrara

Alla fine degli anni ’60 a Ferrara i cinema erano numerosi. Vi erano gli storici Apollo ed Apollino in Via Porta Reno, mentre il Nuovo troneggiava sul Listone, dotato di una vistosa cupola, che alla fine degli spettacolo si apriva per fare uscire i cumulo nembi di fumo di sigaretta che allora aleggiava sugli spettatori. C’erano poi l’antico Ristori in Via Cortevecchia seguito dall’innovativo Rivoli. In zona più defilata infine vi era il cinema Corso in Porta Po.

Questi erano i cinema “bene”, dove si andava a vedere film di certa caratura artistica oppure di avventuroso avanzato: il Nuovo fu il primo a presentare “007”. Ferrara era equipaggiata anche con cinema di categoria meno elevata, quali il Diana in Via San Romano, il Manzoni in Via Mortara e il Mignon in Porta San Pietro. I cinema di serie B condividevano la caratteristica del doppio spettacolo, che incominciava rigorosamente alle ore 14:00 e lì potevi tirare fino a cena. Tempi lunghi necessitavano anche di sostegno alimentare, per cui davanti all’entrata vi erano tricicli con venditori che fornivano mistocca (castagnaccio) e caldarroste mentre nella stagione estiva andavano brostolini (semi di zucca salati), ceci, carrube ed altri prodotti di modesta qualità erano i top seller. I doppi spettacoli erano anche sedi di incontro di maschi di non eccelsa virilità, di cui si diceva anche che ponessero insidie ai bambini giovani ed inesperti.

Un ruolo a parte l’aveva il Teatro Verdi, da sempre specializzato in avanspettacolo. Per chi non ha la sfortuna di avere una certa età il termine non indica nulla, invece per gli attivi negli anni ’60 avanspettacolo significava una azione corale con attori maschi (pochi) narranti storielle di indubbio cattivo gusto, accompagnate dallo spettacolo con esibizione di ballerine. Le ballerine di quegli anni erano robuste ragazze, di fianco opimo e di profondissimi decolté su materiale non sempre in solido sostegno. Infine veniva la stella, la Wanda Osiris dei poveri, che era in genere giunonicamente alta, sicuramente con qualche misura in più di petto e dotata anche di un significativo numero di chili. La stella interveniva pochissimo durante lo spettacolo e dispensava la sua apparizione alla scena finale, dove scendeva da una scalinata e cominciava a togliersi pezzo su pezzo del già succinto abbigliamento di partenza.

La popolazione che andava al Teatro Verdi aveva una precisa stratificazione sociale, che si rifletteva anche nella collocazione spaziale interna. La platea era costituita in genere da coppie famigliari che consideravano lo spettacolo sicuramente divertente per la cultura del tempo. Il loro segno di apprezzamento era costituito da un sorriso o al massimo riso marcato, sempre comunque nei limiti di un sano divertimento. I palchi invece ospitavano persone che li avevano ereditati per tradizione sociale, quando faceva status symbol andare al Verdi. All’interno dei palchi c’era una ulteriore suddivisione sociale con le famiglie più preminenti (cioè più ricche) poste quasi sul palcoscenico.

Il lumpen proletariat ferrarese condivideva con gli studenti universitari l’intero Loggione, in quanto era l’accesso a più buon prezzo in assoluto.

Avanspettacolo sì, ma sempre di teatro si parlava e quindi era necessario andarci vestiti bene. Negli anni ’60 si era nella coda di quel lungo modo di considerare le vestimenta di due tipi, delle feste e di tutti i giorni. Il grande miglioramento economico che aveva coinciso con il centenario dell’Unità d’Italia aveva portato a cambi epocali anche nei modi di vestire, in genere l’ultima delle preoccupazioni in una economia basata in precedenza su ristrettezze e risparmio. Però le abitudini sono lunghe a morire in provincia, e quindi i primi soldi in più furono impiegati a variare l’abbigliamento di tutti i giorni. Il vestito delle feste invece era rimasto una divisa quasi immutata e tarata da un uso multifunzionale. Il vestito delle feste aveva la variante povera (di gran lunga la più diffusa), in genere basata sull’abito del matrimonio, oculatamente scelto per tenere tutte le stagioni. Accanto a questa vi era la versione più fine, adottata invece dalla selezionata popolazione di persone che si dividevano tra il Bar Boni e l’Europa.

Si partiva dalla giacca, rigorosamente blu e oggetto di attenzioni maniacali da parte del sarto Guiorci. Vicino alla Scuola Aldo Costa, in Via Mentessi, Guiorci aveva la sua bottega, che aveva messo in piedi con una vita di sacrifici lavorando come ragazzo della mitica sartoria Tubi. Per lui che veniva dalla campagna, il lavoro in sartoria era una passeggiata e ne approfittò per carpire tutti i segreti dell’atelier, per conoscere le persone in città che facevano tendenza ed anche per capire i tessuti, la loro provenienza e dove trovarli. Si mise in proprio e il suo studio sartoriale ebbe un rapido successo, testimoniato da un crescente numero di persone importanti che si servivano da lui. Non è dato sapere se le liste di clienti di una sartoria rientrino nell’ambito del segreto professionale, ma Guiorci ne faceva ampio uso e citazione a scopo amplificatorio della sua clientela.

La giacca blu si distingueva per dettagli che facevano la differenza, oppure testimoniavano l’età del portatore. Partendo dal davanti, chi aveva una carta di identità con date sfavorevoli tendeva a mantenere un rigoroso tre bottoni. La jeunesse dorée invece aveva discusso in serate interminabili ai bar storici o alla Cadorina se il doppio bottone non conferisse un look più giovane e soprattutto non consentisse una miglior spazio visivo alla cravatta. La parte posteriore della giacca era stata anch’essa oggetto di seminari con speaker invitati da fuori per sapere come era il trend che andava in quel momento a Bologna o a Milano. Si poteva passare da una giacca chiusa posteriormente oppure con l’antico spacco centrale. Fece tendenza l’arrivo delle prime giacche a due spacchi, dapprima oggetto di forti ironie in quanto consentiva una specie di finestra sul sedere, ma poi accettata rapidamente anche per comodità d’uso.

Seguiva poi il pantalone, di vigogna fatta venire dai più lontani opifici inglesi. Anche questo apparentemente semplice capo di abbigliamento era stato oggetto di prove, sperimentazioni ed anche prove sul campo. La vigogna è tessuto estremamente morbido, caldo, piacevole al tatto, ma riluttante a mantenere la piega.

I punti oggetto di attenzioni riguardavano la cintura, l’apertura, la piega e infine i risvolti.

Le cinture di quei tempi erano note per la bellezza, per le pelli adottate e per la lavorazione, mentre la fibbia era generalmente di similoro: il tutto comunque di dimensioni limitate in altezze. Questo si vedeva dal tipo di passanti adottati, mai eccedenti di 2.5 cm. Variazioni cominciarono ad essere introdotte con cinture più alte (un indotto dell’uso dei primi jeans) che fece innalzare l’altezza dei passanti con piccolo squilibrio generale, soprattutto per persone più basse.

L’apertura del pantalone aveva subito sviluppi. Ancora una volta interveniva il fattore età, ove i più anziani (che si compiacevano di definirsi più classici) intendevano mantenere la bottoniera, un primitivo sistema di chiusura basato su bottoni e che spesso dava origine ad imbarazzanti disallineamenti o fuoriuscite non volute dei “pizzi” della camicia. Ancorché classica, la bottoniera era comunque di sicuro impedimento nelle situazioni che richiedevano chiusure rapide, agilità di movimenti e soprattutto di abbandono di posti o letti dove la presenza non era certificata.

Forse per questa ragione, i clienti più giovani di Guiorci puntavano alla nuova svolta rappresentata dalla chiusura lampo. La chiusura aveva il pregio di una dinamica superiore ed in più era molto apprezzata dai clienti più ricchi in adipe, in quanto “sfilava”. L’unico inconveniente era rappresentato da interazioni non volute con i componenti della sala giochi, soprattutto nei citati casi emergenziali.

Il problema del bordo inferiore del pantalone riguardava la scelta tra la variante con e senza risvolti. Anche qui l’età faceva la differenza, con una popolazione giovanile decisamente orientata ad abolire i risvolti, per ragioni che saranno chiarite più avanti.

Sotto la giacca stavano camicie ed eventualmente pullover a V, mentre il gilet aveva una assoluta proibizione di impiego. La camicia era oggetto di altrettante discussioni pur nella sua apparente semplicità. L’aumentato benessere di quegli anni aveva portato una esponenziale disponibilità di camicie pre-confezionate, belle, comode e con tutte le opzioni possibili. Nello stesso periodo si era notato un aumento (anche se non così importante) del un numero di sarte autonominatesi camiciaie, in quanto la clientela maschile era più ricca e apparentemente meno complicata da accontentare delle donne di famiglia.

La camicia bianca rimaneva d’obbligo per matrimoni, cresime e funerali, ma la smaccata emulazione dei modelli americani aveva introdotto l’azzurro nelle camicie. A meno che uno non volesse andare in variabili misture contenenti rayon, i tessuti venivano comprati da Felloni. Tuttavia i più esigenti si servivano a Bologna, dove c’erano già tessuti inglesi di impalpabile sofficità e bellezza ed anche i primi oxford.

Questi tessuti di qualità necessitavano di fattura superiore. Le camiciaie locali dovevano incominciare a vedersela con la gestione del colletto, l’abolizione delle stecche e l’assenza dei polsi rivoltati, in cui infilare i polsini.

Il problema della cravatta era molto più semplice. Dody Vento aveva già aperto Tombstone, la prima boutique per maschi, ove le cravatte Holliday & Brown inglesi avevano sfondato alla grande, i prezzi esorbitanti nemmeno considerati. Cravatte del genere e con sete pesanti necessitavano di adeguato nodo che doveva esitare in una piega interna. Totalmente bandito il nodo scapino.

Come discusso, la scelta del risvolto finale del pantalone era dettata dalla necessità di dare enfasi al complesso calza e scarpa.  Anche le calze risentirono del cambio indotto dal miglioramento delle condizioni di vita. Lo standard di una calza corta rimase dominante, nelle varianti che sfruttavano colore scuro invernale e chiaro estivo oppure più vezzosi operati, missonati antesignani. Come materiali valeva il principio del cotone per l’estate e della lana per l’inverno, come dettato anche minori comfort di temperature ambientali.

Complici le prime esperienze di viaggi in Italia e all’estero, cominciarono a giungere anche a Ferrara le calze lunghe, che avevano il non trascurabile pregio di celare peli, varici o altre sgradevolezze delle gambe che da sempre facevano capolino nella zona franca fra il pantalone e la calza corta dei maschi. Le calze venivano prese da Pesaro in Via Bersaglieri del Po, a prezzi significativi. La tecnologia di allora era però carente nel ramo dell’elastico, per cui anche i più raffinati ed innovativi indossatori del modello lungo si trovavano con imbarazzanti ricadute per un tessuto che non stava a posto (“elastico sbambolato”). Intervenne allora una esclusiva boutique di Bologna, Schostal, che lanciò la giarrettiera maschile. Si trattava di uno strumento di sostegno basato su un anello elastico circolare, su cui veniva ancorato il bordo superiore della calza in modo stabile. Come di consueto, una innovazione del genere fu seguita da vistosi lazzi e pesanti allusioni alla virilità del portatore, di cui anzi si invitava l’iscrizione onoraria allo storico Club Ciclistico “Pedale Ferrarese”.

Chi fu così determinato a resistere fino all’arrivo di più efficienti sistemi elastici invece ne trasse giovamento ed entrò nel ristretto club di coloro che facevano tendenza. Anzi, da allora si cercò di ostentare, con studiato accavallamento di gamba, la presenza della calza lunga e al tempo stesso dell’elitario sistema di sospensione.

Magli Calzature aveva già aperto il suo negozio in Corso Giovecca, ma si capiva subito che erano scarpe sì belle, ma industriali. Si andava allora dal calzolaio Preti (probabilmente ex-chirurgo dell’Arcispedale), il quale aveva come suoi cavalli di battaglia la scarpa liscia nera con lacci, seguito da un più giovanile mocassino, di colore nero, marrone o “pelle”. Nonostante i prezzi stellari, per accedere al calzolaio era necessaria una raccomandazione del Vescovo per superare la lista d’attesa. Lo stesso negozio portò in città i primi zoccoli Dr. Scholl, “un mai più senza” in Ospedale da parte dei giovani medici rampanti. Una rivoluzione nella centenaria produzione di Preti fu dettata dalla improvvisa moda della moto, nulla di nuovo per una Regione dove il “motore” era di casa. Di diverso stavolta c’era che si trattava di moto più che altro da bar e da pesca di signorine più che da passione da centauro. Lo stivale da moto era troppo impegnativo (veniva comunque fatto venire dalla Lewis di Londra), ma l’astuzia commerciale di Preti gli suggerì il lancio delle polacchine, vezzosi stivaletti con incrocio di cinturini, di sicura attrazione femminile. I primi leasing in città furono fatti per pagare i polacchini.

Giungeva infine il complemento per l’inverno, quando ormai gli spinati cappotti tipo ritirata di Russia, oppure gli ultimi rifacimenti di coperte militari erano quasi scomparsi. Ormai la popolazione portava cappotti più agili, sciancrati e con notevole miglioramento dei tessuti e delle fodere. Tutti comunque mantenevano lo spacco centrale e la possibilità di ancorare i due lembi posteriori all’automatico posto sotto la tasca, per consentire l’uso della bici e al tempo stesso per evitare intrusioni nei raggi della ruota posteriore.

L’altra metà del mondo allora felice invece usava il Loden. Per Loden intendesi cappotto tirolese, di origine contadina e fatto di un tessuto detto a prova d’acqua. Il cappotto era dominantemente verde, seguito da varianti blu e marrone. Altre caratteristiche peculiari del vestimento erano un grande piegone posteriore, mentre le convenzionali tasche erano affiancate da due fessure che consentivano il passaggio ai pantaloni, utilizzate originariamente a fini scaramantici. Il Loden era anche strumento di lavoro sfruttato per scopi distanti dall’abbigliamento e dalla protezione degli agenti atmosferici. Infatti non era infrequente in cinema anche riscaldati vedere uomini e donne con il cappotto indossato, che consentiva operazioni interne celate alla vista.

Il Loden doveva essere preso non in Italia, ma in Austria. Si assistettero allora a cortei di auto diretti ad Innsbruck, ove veniva fatta incetta dei verdi più pallidi e diafani, indispensabili strumenti di plastiche ostensioni nella “vasca” di Ferrara.

Queste sintetiche premesse sono necessarie per intendere bene l’aria che circolava all’interno del Teatro Verdi nei momenti dell’avanspettacolo. Come detto, le persone andavano a teatro vestite bene e cercando di “fare bella figura”. Questo provocava anche delle attendibili stratificazioni visive, con le persone in platea diverse da quelle che stavano nei palchi, a loro volta decisamente distinguibili da quelle visibili nel Loggione.

Interessante sociologicamente era la popolazione dei palchi, che andava dalle famiglie della nobiltà nera o bianca ad altre invece che si erano arricchite con la guerra o nel dopoguerra e che necessitavano di mostrare il nuovo status symbol. Il primo palco sulla destra entrando nel teatro era della famiglia S., antica nobiltà terriera. La giovane Contessa I. era brillante, divertente, democratica e amava circondarsi di persone con queste caratteristiche. Essere invitati nel palco era anche un segno di riconoscimento sociale o di miglioramento dalle precedenti condizioni non floride. Chi andava lì desiderava “essere visto”, e quindi si appalesava con gli ammennicoli di abbigliamento appena descritti. Si assisteva però a significativi cali di stile quando molti degli invitati si presentavano con binocoli da marina, che nulla avrebbero aggiunto ad un bersaglio distante appena 3-4 metri.

Il normale andamento degli spettacoli era quello di una paciosa manifestazione divertente e divertita, anche se il numero di poliziotti e pompieri poteva suggerire rischi di sommosse popolari o di incendi. Nulla di tutto ciò: il servizio al Verdi era uno dei più ambiti e si sa di agenti disposti a rinunciare allo straordinario pur di vedere da vicino le stelle dell’avanspettacolo e magari sbirciarle in momenti di intimità. Non furono mai segnalate minacce o incendi all’interno del teatro, grazie allo spiegamento in forze di PS e VVFF.

L’avanspettacolo iniziava con l’attor giovane che introduceva storie pruriginose, con un crescendo di allusioni che rendevano in genere divertita la platea. I palchi avevano un approccio più conservatore e rimpiangevano un passato, di cui in genere avevano assai poca nozione. Il Loggione invece era costituito da persone che provenivano in genere dal contado e che erano anche facili al riscaldo. Questo veniva anche accentuato dal fatto che in Via Carlo Mayer c’erano un paio di bar e osterie che servivano libagioni euforizzanti.

Vi fu una sola eccezione in questa ordinata sequenza. Le ballerine avevano fatto il loro dovere e la passerella aveva visto uno schieramento di signorine in grande forma e in abiti succinti sotto i cumuli delle paillettes. L’applauso arrivò caldo dalla platea, più signorilmente contenuto dai palchi e decisamente entusiastico dal Loggione.

Infine scese la stella o regina, più alta e più ricca in tutto rispetto alle altre ballerine e avvolta in mantelli dorati. Dopo un piccolo accenno di danza sul palcoscenico, la regina cominciava a lasciare cadere con leganza il mantello e a fare apparire la prima pelle scoperta. Seguivano altri studiati movimenti nel percorso dal palco alla passerella, con lancio di ulteriori preziosi vestiti nella platea. Pochi passi, ma sufficienti alla regina a rimanere con un limitato numero di centimetri quadrati di pelle strategicamente coperti da appositi tessuti adesivi. La regina accennava poche mosse sulla passerella, fornendo ampia visione di sé sia agli specializzati osservatori con binocoli (questi venivano addirittura rovesciati per rendere visibili i selezionati dettagli carnali) che alla platea, che si accontentava invece di uno spettacolo più tranquillo. Gli ospiti del Loggione invece partecipavano alla grande allo spettacolo e alla immagine della regina nella sua voluttuosa apparizione, un quadro ben diverso da quello che avrebbero trovato tornando a casa. In genere la partecipazione era significata da qualche fischio di approvazione riguardo alla regina o da sommessi propositi di che cosa avrebbero fatto con lei.

Solo una sera avvenne una rottura di questo magico equilibrio. Uno spettatore arrivato in motorino dal Bivio di Medelana trovò le grazie esposte della regina particolarmente interessanti, ma – secondo lui – necessitanti di una più approfondita ispezione e valutazione. Era arrivato presto per riuscire a trovare un posto centrale in Loggione. Dal centro ove era, si alzò in piedi e lanciò un vigoroso richiamo alla regina chiedendo una variante:”Dibensù, bela, cavat via cal Loden”.

Seguì grande confusione per la novità, la Forza Pubblica impegnata in sguardi lubrichi si risvegliò e si lanciò sul maleducato spettatore che aveva osato richiedere lo spostamento di un numero micrometrico di centimetri quadrati di tessuto. La confusione coinvolse anche il corpo di ballo, che cercò di proteggere la regina, la meno preoccupata di tutto e già pronta a togliere il Loden come da richiesta.

Questo spiacque a tutti gli altri spettatori, che avrebbero apprezzato una variante pepata alla convenzionale rivista. Dopo quella sera, il corpo di ballo non fu più invitato a Ferrara, in quanto ritenuto dotato di atteggiamenti troppo provocatori.

Fabio Malavasi

IL BELLO (l’Italia), IL BRUTTO (Monti), IL CATTIVO (la politica)

UN’ALTRA ITALIA è POSSIBILE?

 

Pasqua è ancor lontana, eppure questi sono già giorni di “Passione” per la nostra seconda Repubblica: partita di slancio, vent’anni or sono, col suo carico di promesse (una nuova etica pubblica, un rinnovamento della classe politica, riforme strutturali…), è rimasta praticamente ferma ai nastri di partenza.

Miracolosamente recitano ancora sul palco del teatrino politico italiano personaggi “evergreen”, quali Berlusconi, Fini, Casini, Bersani: se un paziente, caduto in coma nel ’94, si risvegliasse solo oggi, sarebbe assai difficile convincerlo che sono trascorsi invano diciotto anni!

La seconda Repubblica ha offerto solo il peggio di sé. Eppure rimpiangere la prima, come in voga tra i nostalgici, è un’operazione “ai limiti dell’irragionevolezza”: come dimenticare che la prima Repubblica è miseramente crollata travolta da un’ondata di corruzione e monetine? E come nascondere che quel fardello -chiamato debito pubblico- che gli italiani si caricano sulle spalle è stato riempito dalla politica clientelare ed affarista di quei favolosi anni ‘80?!

 

Nell’anno trascorso, il Capo dello Stato, affidando ad un tecnico il compito di traghettare l’Italia tra le onde burrascose della speculazione finanziaria, ha agito da “curatore fallimentare” della seconda Repubblica, non più fidandosi dei vari “Schettino” della politica nostrana. Ma dove dirigere, adesso, la nave Italia?

Tornare indietro non è più possibile, così come proseguire sulla rotta tracciata dal bipolarismo malato di questi anni. Occorre guardare avanti e far rotta verso una terza Repubblica, completando finalmente quella traversata perigliosa iniziata nel ’94.

In che modo? Seguendo tre direttrici:

◆ in primis, una riforma strutturale dell’assetto istituzionale del Paese (attuando un vero federalismo, abolendo le Province, riparando i guasti di un’affrettata riforma del Titolo V della Costituzione ed introducendo l’elezione diretta del Capo dello Stato);

◆ in secundis, un rinnovamento radicale della classe politica italiana (introducendo il limite di due mandati per ogni carica elettiva ed imponendo ai partiti per legge le primarie);

◆ in tertiis, il ripristino sostanziale di una “democrazia rappresentativa” (restituendo ai cittadini -ancora detentori della sovranità- la facoltà d’incidere sulle scelte della politica, abolendo il Porcellum, rivitalizzando l’istituto referendario con l’abolizione del quorum ed introducendo i referendum propositivi).

Via maestra per conseguire un traguardo così ambizioso sarebbe l’elezione di una nuova Costituente. Sarà mai il nostro Paese pronto ad una simile “prova di maturità”?

 

 

UN’ALTRA POLITICA è POSSIBILE?

 

Il Natale ha portato in dono agli italiani una campagna elettorale: non certo il regalo più ambito (c’è da scommettere che i più avrebbero preferito un meteorite su Montecitorio!). A cinquanta giorni dal voto, il quadro politico appare ancora confuso, indecifrabile: citando indegnamente Zarathustra, da questo “caos” non verrà certo fuori una “stella danzante”, per lo più un’Italia decadente!

 

Il centrosinistra, ancora una volta, ha cambiato contenitore pur di non cambiar contenuto: dopo i Progressisti, l’Ulivo e l’Unione, è arrivato il turno dell’“Italia Bene Comune”.

Questa coalizione parte favorita ai nastri di partenza, ma la probabile vittoria del Pd non dovrebbe entusiasmare più di tanto un partito che si conferma incapace da un lato di andar oltre quel 30% del suo massimo consenso storico (nonostante il “vuoto politico” lasciato dagli avversari), dall’altro di sciogliere il nodo della propria identità politica (fra i democratici, c’è persino chi si vergogna d’apparire Keynesiano!).

La vittoria del centrosinistra, inoltre, rischia di rivelarsi una “vittoria di Pirro” nel caso in cui non disponesse di una maggioranza assoluta al Senato. In quest’ipotesi, l’unico errore da non commettere sarebbe “porgere l’altra guancia” a Casini, offrendogli un’alleanze di legislatura. La via maestra, piuttosto, sarebbe battezzare un “governo di transizione” con un mandato di scopo: consentire al Parlamento di varare una nuova legge elettorale, con la quale ripresentarsi alle urne entro l’estate 2013.

 

Nel centrodestra Berlusconi sembra muoversi a ritmo di valzer, alternando passi “avanti” (l’annuncio della sua sesta ridiscesa in campo), poi “indietro” (la disponibilità a cedere il passo prima a Monti, poi ad un altro premier gradito alla Lega), poi ancora “laterali” (l’indicazione del fido Angelino alla successione).

Che il Cavaliere sia tornato dalle vacanze Keniote con idee più confuse che mai lo dimostrano le sue mosse: prima l’avallo delle primarie (con tanto di candidature e raccolta firme), poi la loro cancellazione; prima la sfiducia a Mario Monti, poi l’indicazione dello stesso come federatore dei moderati (in una colazione inclusiva della Lega e con al primo punto del programma l’abolizione dell’Imu!).

A tal punto, o il centrodestra avrà il coraggio di compiere il “regicidio” oppure rischia di lasciarsi trascinare inesorabilmente a fondo dal suo stesso fondatore!

 

La Lega, schiacciata dalla vergogna di dover giustificare i diamanti di Belsito, gli investimenti in Tanzania del partito e le “miracolose” lauree albanesi del Trota, ha oggi una sola priorità: non più entrare a Palazzo Chigi, quanto superare la fatidica soglia di sbarramento al Parlamento. Probabilmente Maroni e Tosi, i “barbari sognanti” del nord-est, riusciranno nell’impresa di rianimare un movimento indipendentista e legalitario scopertosi centralista e ladrone. Il dubbio è se il tempo sia oramai troppo stretto da qui alle prossime elezioni…

 

Il centro “naviga a vista”, sperando solo in capitan Monti, finalmente decisosi a prendere in mano il timone dei moderati. Anche se la nave del Pdl sembra guidata da capitan Schettino e quella del Pd non mostra segnali di ostilità, in acqua vi sono altre presenze ingombrati: i pirati grillini ed i rivoluzionari di Ingroia. Se non si ricostituisse l’asse Pdl-Lega, al Pd si aprirebbe lo spiraglio giusto per vincere anche in Lombardia e Piemonte, con tanto di “adieu” alle ambizioni centriste di porsi come ago della bilancia in un futuro Parlamento balcanizzato! Per la prima volta, così, Casini rischierebbe d’aver fatto i conti senza l’oste: il grande centro potrebbe rivelarsi solo un grande fiasco!

 

A Sinistra del centrosinistra si è affacciata una nuova formazione politica: “Rivoluzione Civile”, la lista guidata da Ingroia, sostenuta dai sindaci De Magistris ed Orlando. Le chance di successo (ovvero di superare la soglia di sbarramento) di questo nuovo soggetto politico dipenderanno da un solo fattore: la capacità di aprirsi alla società civile ed imporre ai partiti che lo sostengono (Idv, Prci, Pdci e Verdi) un profondo rinnovamento.

I primi segnali sono incoraggianti (i partiti hanno rinunciato al loro simbolo ed i loro segretari al ruolo di capolista). Vedremo se alle belle parole seguiranno fatti concreti: se si tratterà di tracciare un nuovo percorso per una Sinistra finalmente progressista e di governo oppure di un cartello elettorale: l’ennesimo “maquillage politico”!

Che dire? Se son rose… saran rosse!

 

In questo marasma, l’unica certezza è l’ingresso di una folta schiera di “grillini” nel prossimo Parlamento. Il Movimento Cinque Stelle è sbalorditivamente cresciuto puntando tutto sulla protesta: sullo smascheramento dell’ipocrisia di chi siede in Parlamento e sulla denuncia degli odiosi privilegi di un’intera classe politica. Ma le famose “Cinque Stelle” (acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo, connettività ed ambiente) non saranno certo sufficienti per una proposta seria di governo del Paese.

Tanti gli interrogativi irrisolti:

◆ quali posizioni assumerà il Movimento sulle più disparate questioni di politica nazionale fin ora non discusse? Chi detterà la linea? Grillo o qualche organismo collegiale rappresentativo della base?

◆ Il ruolo dei parlamentari grillini sarà quello di meri “portavoce” del Capo, il cui massimo grado d’autonomia sarà apporre un “Mi piace” ai suo post? Quale ruolo si ritaglierà Grillo? Quello di “padre nobile” del Movimento o di “padre padrone” dell’ennesimo partito personale?

A molte di queste domande credo nemmeno Grillo possa ancora dar risposta…

 

 

UN ALTRO MONTI (BIS)? NON E’ POSSIBILE!

 

In qualsiasi democrazia, chiunque miri alla più alta carica di governo può percorrere una sola strada: candidarsi alle elezioni ed ottenere “un voto in più” del proprio avversario. Non è concepibile, dopo la breve parentesi del governo tecnico, immaginare “un’altra eccezione” a questa basilare regola democratica! Mario Monti ha tutto il diritto di ambire alla premiership, ad una condizione: dimostrare di disporre di un’ampia legittimazione popolare. Fino a prova contraria, difatti, la sovranità appartiene ancora al popolo!

 

Senza voler apparire “portatore di sventura”, per una volta l’Economista della Bocconi potrebbe aver fatto male i conti: la sua scelta di “salire in politica” potrebbe rivelarsi un inaspettato boomerang!

Fino a pochi giorni fa, Mario Monti si presentava al Paese come un “deus ex machina”: un salvatore della Patria, capace di far uscire l’Italia da una situazione apparentemente senza più via d’uscita. Di contro, l’unica via d’uscita dalla sua esperienza di governo portava dritto al Quirinale (in qualità di successore di Napolitano) o di nuovo a Palazzo Chigi (in qualità di premier “super partes” indicato dai partiti) o in Europa (magari in veste di successore del presidente Barroso).

Una volta che il Professore si è tirato in mezzo all’agone politico, il quadro è profondamente cambiato: alle prossime elezioni, la coalizione Monti rischia di porsi come terzo, forse quarto polo del Paese (dato Bersani per favorito, Berlusconi e Grillo hanno le carte in regola per ambire a prendere un voto in più di Fini e Casini!).

A tal punto, a che titolo Mario Monti potrebbe contendere il posto a Bersani, ragionevolmente leader del primo partito d’Italia, per di più legittimato dalle primarie?

Se “è tanto più facile ricambiare un’offesa che un beneficio” (P.C.Tacito), perché mai il Cavaliere, dopo aver ricevuto il gran rifiuto dal Senatore, dovrebbe appoggiare una sua corsa al Quirinale? Se “non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico” (C. Pavese), perché mai Berlusconi, dopo esser stato ridicolizzato dall’ironia british del Professore, non dovrebbe preferire al suo posto persino la Finocchiaro al Colle?

 

 

UN ALTRO PAESE, Più SEMPLICEMENTE “NORMALE”, è POSSIBILE?

 

Nel 2008, in piena campagna elettorale, Walter Veltroni pronunciò queste parole: “L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa”. In tutta onestà, come credere al mito degli “Italiani brava gente” o alla favola per cui il Paese reale sia fatto di tutt’altra pasta rispetto a chi lo governa?

Se gente come Raffaele Lombardo, Marcello Dell’Utri, Cesare Previti ed i vari Scilipoti di turno e De Gregorio d’Italia hanno assunto ruoli di responsabilità pubblica è perché non pochi italiani hanno riposto in loro la loro fiducia!

Si dirà che il Porcellum ha estromesso gli elettori della facoltà di scelta dei candidati. Ma nel Lazio, dove alle elezioni regionali sono previste le preferenze, Fiorito -meglio noto come “er Batman”- non è forse risultato il consigliere più votato?

Alle parlamentarie del Pd gli elettori non hanno forse candidato a furor di popolo anche personaggi condannati o indagati, quali Genovese, Crisafulli e Papania in Sicilia?

L’ex assessore regionale Zambetti pare aver “comprato” 4.000 preferenze dalla ‘ndrangheta per assicurarsi l’ingresso al Pirellone. Ma, dietro ad ogni voto comprato, non vi è forse un elettore “venduto”?

Totò Cuffaro, all’epoca già condannato in primo grado per favoreggiamento mafioso, è stato candidato dall’Udc al Senato. Gli elettori siciliani non l’hanno forse premiato con un consenso plebiscitario? Qualcuno ha interpretato la massiccia astensione dell’elettorato siciliano alle ultime regionali come la prova del disgusto nei confronti di un certo modo di fare politica. Ma non è più probabile che molti, essendo consapevoli di non poter più ottenere “nulla in cambio” dalla politica di questi tempi, abbiano preferito risparmiare il proprio voto, aspettando “nuovi acquirenti”?!

Il “vaccino del berlusconismo” -per citare Montanelli- è stato iniettato ripetutamente agli italiani, pur producendo pesanti “effetti collaterali” (colossali conflitti d’interessi, ripetute leggi “ad personam” -dal decreto “salva ladri” del ’94 alla legge sul legittimo impedimento del 2010-, soppressione delle voci dell’informazione sgradite al potere -ricordate l’editto bulgaro?-, cancellazione della facoltà degli elettori di scegliere i parlamentari -si veda il “Porcellum”-, abuso del ricorso alla fiducia ed alla decretazione d’urgenza…). Eppure gli elettori non hanno forse atteso la “sesta” ridiscesa in campo del Cavaliere prima di iniziare a provare qualche “intimo prurito”?!

Come poter credere, allora, che gli italiani siano davvero migliori della “Casta” che li governa?

di Gaspare Sera

Blog “Panta Rei

L’ITALIA DALL’UNITA’ ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Ancora sul bilancio del 150°

Un mese fa (vedi Internauta di aprile) ho cercato di dimostrare che la nascita dello Stato nazionale in un’Italia indipendente e unificata fu, contrariamente a quanto alcuni o molti e forse sempre più numerosi pensano, un evento positivo, legittimato a tutti gli effetti dalla storia, dalle condizioni e dalle prospettive del paese, e che quindi la celebrazione del centocinquantenario era ed è pienamente giustificata. Mi ero però affrettato a precisare che il Risorgimento così coronato fu, e rimane in retrospettiva, uno dei pochi se non l’unico momento di grazia degli ultimi quattro-cinque secoli di storia nazionale, il che già implica che ben diversa è la valutazione che si può dare dei suoi seguiti, ovvero del bilancio di questi centocinquant’anni, anche senza cedere alle tentazioni, dalle nostre parti fin troppo facili, del pessimismo e del disfattismo. Forse neppure il grande Benedetto Croce, se fosse ancora vivo, riuscirebbe a conservare in proposito l’ottimismo che continuava ad animarlo in piena era fascista.

Secondo molti gli insuccessi e le delusioni, i fallimenti e i veri e propri disastri di un secolo e mezzo erano già scritti nei vari aspetti tortuosi, rocamboleschi e fortuiti che contraddistinsero l’epopea risorgimentale, nei contrasti spesso aspri e mai del tutto sopiti tra i suoi maggiori protagonisti, nei molteplici errori commessi al raggiungimento di un obiettivo fondamentalmente comune e all’indomani di esso. Tra gli errori oggi soprattutto si indica la mancata scelta di uno Stato federale anziché unitario, in realtà dovuta, probabilmente, non tanto ad un inflessibile centralismo sabaudo o alla scarsa grinta con cui Marco Minghetti difese il suo progetto di sei grandi regioni autonome, quanto al venir meno di adeguate istanze pluralistiche e rappresentanze territoriali dopo l’effimera convergenza tra i vecchi Stati nel 1848 e al perdurante prestigio del modello francese coniato dal primo Napoleone e rinverdito dal terzo.

Prima che dallo statista bolognese, del resto, una soluzione federale o confederale era stata inizialmente vagheggiata dallo stesso Cavour suo predecessore, e qui va semmai messa naturalmente nel conto generale la sfortuna che ebbe il nuovo Stato nazionale di perdere sul nascere la capacità di visione e il talento politico del suo principale artefice. Il peso delle singole personalità nei percorsi della storia non va mai sopravvalutato; un altro grande Stato ancor più giovane, la Germania guglielmina, incappò nel suo primo disastro nazionale, la sconfitta del 1918 e il crollo dell’impero, parecchi anni dopo la giubilazione del suo fondatore, Bismarck, che però era rimasto al potere molto più a lungo di Cavour. E tuttavia, se l’unificazione italiana fu davvero un evento pressocchè miracoloso, la sua duratura fruttificazione avrebbe richiesto, in alternativa ad ulteriori miracoli, l’impegno altrettanto illuminato e lungimirante degli altri suoi artefici e dei loro eredi, accompagnato da circostanze anche esterne sufficientemente propizie. Due requisiti, questi, che non sempre, anzi di rado, vennero soddisfatti.

In realtà sulla brutta piega che presero ben presto le vicende italiane pesarono soprattutto, e non è un paradosso, quelle stesse ragioni oggettive che avevano reso necessarie l’unificazione e l’indipendenza nazionali. A cominciare, ovviamente, dalla relativa e generale arretratezza e debolezza economica al di là delle differenze regionali, rivelatesi peraltro solo dopo il 1861, e anzi non subito, in tutta la loro entità. In una breve storia dell’economia italiana coordinata da uno studioso autorevole come Carlo M. Cipolla si legge che “i protagonisti del Risorgimento erano ben consapevoli del fatto che il nuovo paese sarebbe stato poco omogeneo sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista sociale”. Risulta invece che non lo fossero per nulla, per quanto incredibile ciò possa sembrare ai giorni nostri, pur ricordando che Cavour non si spinse mai più a sud di Firenze (come del resto il ben più longevo Alessandro Manzoni, cui peraltro premeva solo sciacquare i panni nell’Arno a fini linguistici) e persino Giolitti, morto nel 1928, conosceva il Mezzogiorno quasi solo attraverso i rapporti dei prefetti.

Quintino Sella, il ministro piemontese che conseguì il pareggio del bilancio mediante la famigerata imposta sul macinato, definiva infatti “eccezionalmente cospicuo” quel Meridione che per il lombardo Agostino Depretis, a lungo capo del governo e uomo di sinistra, era “il più bello, il più fertile paese d’Europa”, mentre Minghetti esaltava le “inesauribili occulte miniere delle nostre fortune nelle campagne dell’Italia meridionale”. Aveva forse ragione il rivoluzionario e storico napoletano Vincenzo Cuoco quando, esule a Milano, scriveva molti decenni prima che “niente di più comune hanno gl’ Italiani quanto la tendenza ad ignorare se stessi e le cose proprie”? In questo caso, comunque, i politici sembravano in perfetta sintonia con i poeti, primi a decantare in generale un’immaginaria magna parens frugum e quindi ad alimentare il diffuso pregiudizio che l’Italia unita, in quanto grande potenza agricola, potesse anche fare a meno di uno sviluppo industriale.

Proprio il Meridione, invece, era il punto più debole dell’agricoltura oltre che dell’economia nazionale nel suo complesso, a causa sia di condizioni naturali sfavorevoli alle colture più importanti sia di un’arretratezza strutturale e infrastrutturale (il predominio del latifondo, in primo luogo) perdurante da secoli. Ne testimoniava ad esempio il fatto che nel Regno delle due Sicilie, nel 1860 (quando la sola Lombardia contava oltre la metà delle strade pubbliche italiane), quasi il 90% dei villaggi erano privi di collegamenti stradali. Quanto poi a quelli più moderni, è vero che lo Stato borbonico era stato il primo in Italia a costruire una ferrovia, la famosa Napoli-Portici (1839), che, però, sembra servisse più che altro per le escursioni della corte. Una ventina d’anni più tardi, comunque, le strade ferrate del regno non arrivavano al centinaio di chilometri, contro gli oltre 900 del Piemonte su un totale italiano intorno ai duemila. In campo industriale, non mancava nel Sud qualche eccellenza, come si dice oggi, ma le poche manifatture maggiori vivevano di sovvenzioni statali.

Nei primi due decenni della storia unitaria anche il Mezzogiorno trasse vantaggio dalla scomparsa delle frontiere e dalla liberalizzazione dei traffici. Lo sviluppo della sua agricoltura fu rigoglioso e le infrastrutture crebbero, benchè non così rapidamente da rimediare subito a quella carenza di vie di comunicazione e trasporto che, d’altronde, consentì ad una parte dell’industria meridionale di sopravvivere alla concorrenza del Nord. Progressi rilevanti fece altresì l’istruzione di base, mentre una metropoli europea come Napoli, tanto ricca di fasto e tesori culturali quanto afflitta da plurisecolare degrado e indigenza di massa, si avviava verso una modernizzazione che l’avrebbe resa irriconoscibile, alla fine degli anni ’80, agli occhi di William Gladstone, lo stesso uomo politico inglese che ne aveva denunciato lo stato deplorevole sotto il regime borbonico, confermando il quadro tracciato in precedenza da un altro illustre viaggiatore, letterato ma anche lui uomo di governo, quale il tedesco Goethe.

Ma c’era anche l’altra faccia della medaglia: lo sconvolgimento e deterioramento sotto vari aspetti della situazione economico-sociale non solo nel Sud del paese, la delusione di più o meno mirabolanti aspettative (Garibaldi in Sicilia era stato osannato come un santo dalle anime semplici), il malcontento provocato dallo spietato rigore fiscale imposto indiscriminatamente per risanare il bilancio statale e più in generale dagli errori e incomprensioni di un’amministrazione centralizzata, culminati nella drastica e spesso feroce repressione militare di ogni protesta e disordine e in particolare del vero o presunto brigantaggio inscenato o fomentato da nostalgici del vecchio regime. Sta di fatto che nella Palermo invasa e quasi conquistata da rivoltosi di ogni tipo nel 1866 echeggiarono grida inneggianti a Francesco II, alla religione e (in odio alla nuova monarchia) alla repubblica nonché invettive contro la “banda di ladri che ha governato l’Italia per sei anni”, mentre in Emilia e Romagna, insieme all’“abbasso il macinato”, risuonarono gli evviva all’Austria e al papa-re.

Nel frattempo il completamento o quasi dell’unità nazionale con l’annessione del Veneto e poi di Roma rappresentava ovviamente un ambito successo del giovane Stato mettendone però a nudo la debolezza militare. Nel primo caso l’alleanza con la Prussia vittoriosa sull’Austria consentiva ciò che sarebbe stato altrimenti precluso dalle pesanti sconfitte sul campo a Custoza, ancora una volta, e a Lissa sul mare, subite per vistose manchevolezze organizzative e di comando. Le doti che condottieri di nazionalità italiana (da Piccolomini a Montecuccoli, da Eugenio di Savoia allo stesso Bonaparte, prima di Garibaldi) avevano esibito anche nei secoli della decadenza al servizio di potenze straniere cominciavano così a latitare proprio nella fase risorgimentale, e se ne sarebbe avuta presto la conferma nel corso delle guerre coloniali.

Anche per l’incorporazione della Città eterna decisiva fu la vittoria prussiana sulla Francia che privò il pontefice del vitale sostegno di Napoleone III. E qui invece la pur fortunata conclusione della vicenda mise in luce la goffaggine della sua conduzione politico-diplomatica da parte del governo Rattazzi e di Vittorio Emanuele II. Il tutto preceduto dai penosi contrasti interni che avevano accompagnato l’intervento dell’esercito regio per bloccare all’Aspromonte il primo tentativo di Garibaldi di marciare per conto suo sulla futura capitale, cosicché re e governo furono poi ben contenti che a sventare il suo secondo tentativo provvedessero, a Mentana, le truppe francesi. Il seguito più rilevante dell’evento fu comunque l’inasprimento del conflitto già in atto tra Stato e Chiesa, destinato a durare almeno finchè visse l’irriducibile Pio IX contribuendo non poco a complicare la problematica interna del paese malgrado gli sforzi distensivi del governo ormai definitivamente traslocato a Roma.

Tra i problemi più scottanti spiccava naturalmente quello della crescita economica, ad arrestare bruscamente la quale sopravvenne al termine degli anni ’70 un’ondata protezionistica che investì l’intera Europa sfociando tra l’altro in una guerra commerciale tra Italia e Francia. Se ne fu avvantaggiata l’industria del nord, subì duri colpi l’agricoltura e in particolare quella meridionale. Ne conseguì una massiccia emigrazione, diretta soprattutto verso le Americhe, che proseguì del resto anche quando, verso la fine del secolo, vari mutamenti sul piano internazionale consentirono una ripresa di cui beneficiarono un po’ tutti i settori economici. La produzione industriale praticamente raddoppiò nel giro di un decennio (1899-1910) e il valore di quella agricola (compresa la quota del sud grazie anche alla realizzazione dell’acquedotto pugliese e ad altre migliorie) aumentò da 3 a 8 miliardi di lire nel quarto di secolo che precedette la grande guerra.

Tutto ciò non bastò ad impedire che i problemi sociali rimanessero acuti o addirittura conoscessero periodiche esasperazioni come i moti operai di Milano sanguinosamente stroncati dalle cannonate del generale Bava Beccaris. Della necessità di affrontare con adeguato impegno tali problemi si era però presa largamente coscienza prima ancora che a sollevarli in termini di energica contestazione politico-ideologica intervenisse un movimento socialista. Forze ed ambienti conservatori ne furono inevitabilmente allarmati, ma prevalse in definitiva, grazie anche alle divisioni che ben presto si produssero all’interno di questo movimento, un incontro tendenzialmente costruttivo tra le sue componenti moderate e quelle più aperte del vecchio liberalismo. Queste trovarono il loro maggiore esponente in Giovanni Giolitti, la cui strategia, dando spazio anche al movimento cattolico formatosi per rispondere alla sfida socialista in chiave progressista facendo uscire dall’isolamento ampie masse popolari rimaste fedeli alla Chiesa, riuscì a portare avanti un processo di democratizzazione già avviato dalla vecchia sinistra promuovendo i primi passi in direzione di un suffragio universale ancora lontano ma non più chimerico.

Il nuovo secolo iniziava quindi con prospettive apparentemente promettenti su almeno due punti fondamentali, crescita economica e progresso politico-sociale, nonostante le periodiche crisi, altri punti invece oscuri e molti aspetti senz’altro negativi del quadro generale. Dei quali dovremo comunque riparlare perché si tratta delle stesse cause che provocarono dopo pochi anni il tracollo di una certa Italia nata dal Risorgimento e perdutasi nel ciclone scatenato dalla prima guerra mondiale.

Franco Soglian

CORRUZIONE, NOI E GLI ALTRI

Correre ai ripari o cercare alibi?

Il parlamento russo dovrebbe approvare entro il corrente mese una legge anticorruzione reclamata a gran voce dall’opinione pubblica, qualificata e non, in quanto urgente per combattere un morbo largamente diffuso in ogni settore dell’apparato statale (vedi l’”Internauta” di ottobre 2010) e gravemente dannoso per l’economia del paese. L’invocazione pressocchè corale di pene durissime per pubblici funzionari e altri dipendenti incontenibilmente venali ha trovato echi anche tra i rappresentanti del popolo, che non hanno mancato di prendere in considerazione esperienze e modelli stranieri di ogni tipo compresi quelli più drasticamente giustizialisti.

Il progetto di legge finale è rimasto tuttavia lontano da casi estremi come la Cina, dove chi estorce o accetta somme superiori all’equivalente di 150 mila dollari viene punito con la fucilazione (subita da oltre 10 mila trasgressori negli ultimi anni), la confisca dei beni e accollando ai congiunti il costo delle pallottole. O come Singapore, dove la durezza e la certezza delle pene comminate hanno spinto al suicidio un ministro che aveva intascato indebitamente 400 mila dollari.

I populisti della Duma capeggiati dal rinomato Zhirinovskij, sistematicamente intemperante benché in sostanza allineato con Putin, si erano spinti fino a proporre un castigo medievale come il marchio di infamia. La maggioranza ha invece preferito seguire all’incirca il più moderno esempio americano, comunque tutt’altro che improntato ad indulgenza verso chi sgarra. Si è optato infatti per una scala di penalità comprese tra un minimo di 3 anni di carcere, in alternativa al pagamento di una somma superiore di 25-50 volte a quella intascata, per mazzette inferiori a 25 mila rubli, e un massimo di 8-15 anni o moltiplicazione per 80-100 volte di somme superiori ad un milione di rubli.

Ma se la Russia è afflitta da livelli di corruzione tra i più elevati nel mondo, si sta muovendo nella stessa direzione anche un paese come la Gran Bretagna, che non sarà dei più esemplarmente virtuosi ma nelle relative graduatorie annuali di Transparency International occupa posti non disonorevoli. L’iniziativa per l’adozione di una normativa più severa ed aggiornata era stata assunta nel 2008 dall’allora governo laburista, con l’appoggio però dei conservatori e dei liberal-democratici che dopo l’avvento al potere della loro coalizione, un anno fa, hanno semmai accelerato un iter legislativo che dovrebbe concludersi all’inizio del prossimo luglio.

Pur concedendo qualcosa alla pressione frenante del mondo degli affari con in testa la locale Confindustria, anche a Londra si è riusciti a concordare un sensibile inasprimento delle pene detentive (fino a 10 anni di reclusione) e pecuniarie per infrazioni comprendenti quelle commesse nei rapporti commerciali e finanziari con l’estero, un settore particolarmente esposto, nel caso britannico, a pratiche corruttive.

E da noi? L’Italia, come ben si sa, è messa molto peggio del Regno Unito benché non così in basso come la Russia post-comunista. Anche a Roma si era finalmente risposto a crescenti denunce di uno stato di cose in continuo deterioramento e sollecitazioni di adeguate contromisure con il preannuncio da parte del governo, lo scorso anno, di un progetto di legge del quale, tuttavia, non si è poi sentito più parlare. Che si sia data la precedenza ad altre urgenze ed emergenze è possibile, benché non facilmente giustificabile. Sembra lecito però sospettare qualcosa di peggio.

Si parla infatti, da qualche tempo, di una funzione propulsiva che la corruzione svolgerebbe oggettivamente, al di là di qualsiasi valutazione morale, nei confronti delle attività economiche e della crescita in generale, e quanto meno si ventila il timore che uno sforzo per arginarla e scoraggiarla metta a repentaglio il già malcerto processo di ripresa dalla crisi degli ultimi anni. Sono discorsi che non hanno mancato di suscitare confutazioni abbastanza serrate ancorché insufficienti, pare, a tacitarli. C’è naturalmente da augurarsi che rimangano isolati come è accaduto in passato, almeno a livello di pubblico dibattito, alla sortita di quel ministro della Repubblica che aveva prospettato l’opportunità di convivere con le mafie. E che non siano invece indirettamente incoraggiati e alimentati anche dalla campagna governativa contro i magistrati (o sia pure solo contro “una parte” di essi), istituzionalmente chiamati a svolgere un ruolo di punta in una rinnovata offensiva contro il malaffare. D’altra parte, se questa offensiva sfumasse per renitenza del potere politico, sarebbe forse più temerario insistere a stigmatizzare la “supplenza” della magistratura nei suoi confronti.

Licio Serafini

UNITA’ NAZIONALE NELLA STORIA E OGGI

Un’altra riflessione sul 150°

“Ahi serva Italia di dolore ostello
Nave senza nocchiero in gran tempesta
Non donna di provincia ma bordello”

Colgo al volo l’invito di Gianni Fodella (Internauta di marzo) a riflettere ancora per un momento sul 150° dell’unità d’Italia prendendo spunto proprio dalle sue stimolanti “note a margine”. Delle quali mi suona senz’altro condivisibile l’affermazione che una nazione italiana esiste almeno da un paio di millenni e non certo dalla nascita appena commemorata del relativo Stato. Fodella si spinge però ben oltre, sostenendo che questa nascita non sarebbe stata affatto un lieto evento bensì una iattura, perché gravida di conseguenze soltanto (pare di capire) negative che tuttora si scontano e alle quali urge rimediare con drastiche misure. 

Alla sua citazione iniziale di un celebre verso di Francesco Petrarca comincio a replicare premettendo a mia volta tre versi un tempo celeberrimi di Dante e chissà da quanti conosciuti ancora oggi. Essi non esprimono solo un comune sentire di appartenenza ad un’entità nazionale fondata su basi storiche, culturali, linguistiche (nonostante il prevalente uso di dialetti spesso assai diversi fino a tempi relativamente recenti) ed anche religiose, come molti adesso sottolineano, fino ad un certo punto giustamente. Sono, anzi, soprattutto un’accorata denuncia della soggezione del paese a potenze straniere e della carenza di una guida capace di unificarlo ed emanciparlo (anche da una condizione postribolare forse ancora più difficile da sradicare; ma non è il caso di approfondire qui questo aspetto).

Lo stesso Petrarca, che oltre a poetare faceva l’ambasciatore, dunque almeno un po’ il politico, non è facilmente riconoscibile nell’immagine riduttiva attribuitagli da Sergio Romano (Corriere della sera del 17 marzo) in quanto portavoce di un’Italia “unita soprattutto dalla sua fede, dalla presenza del pontefice, dall’orgoglioso ricordo del suo ruolo centrale nell’Impero romano”. In quella che è viene generalmente annoverata come la sua canzone politica per eccellenza (“Italia mia, ben che ‘l parlar sia indarno”) egli lancia infatti ai principi connazionali un vibrante appello a desistere dalle loro risse fratricide e a rivolgere piuttosto le armi un tempo invincibili contro i barbari invasori  e in particolare la “tedesca rabbia”.

All’epoca di Dante e Petrarca, peraltro, la già ingombrante presenza straniera era controbilanciata dalla vitalità anche politica dei comuni, principali artefici di un primato nazionale in vari campi destinato poi ad offuscarsi se non a svanire del tutto.  Tanto più si comprende, quindi, come i loro accenti sdegnati quanto dolenti abbiano potuto ispirare a distanza di secoli i cantori sette-ottocenteschi del risorgimento nazionale in chiave non puramente culturale e morale bensì anche politico-istituzionale.  Tra i successivi precursori di Alfieri e Foscolo, Leopardi e  Manzoni, ecc. spicca Niccolò Machiavelli, statista fiorentino e padre fondatore della moderna scienza politica, non poeta, che sollecitava uno dei Medici a farsi redentore della patria confidando che nessun italiano si sarebbe rifiutato di seguirlo perché “a ognuno puzza questo barbaro dominio”.  

Ma anche questo appello era destinato a restare vano, dopo il fallimento, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, del tentativo di Lorenzo il magnifico di costruire un’unità politica sulla base di momentanee sintonie tra le signorie di Firenze, Milano, Venezia, Roma e Napoli e quello della Lega santa creata da papa Giulio II all’insegna del motto “Fuori i barbari”. Già la precedente calata in Italia di Carlo VIII, atto iniziale del rapido processo di instaurazione della dominazione straniera, aveva fatto registrare il prevalere delle voci italiane esultanti per l’arrivo del sovrano francese rispetto alle nuove grida di dolore per la sorte della patria. Quella, ad esempio, del poeta emiliano Matteo Maria Boiardo, che insieme al napoletano Jacopo Sannazzaro era stato uno dei primi ad adottare il toscano come lingua italiana. A causa di quell’evento funesto, vedendo “Italia tutta a fiamma e a foco”, l’autore dell’ “Orlando innamorato” non riuscì più a riprendere la penna e morì poco dopo.

Degli Stati italiani sostanzialmente indipendenti sarebbero ben presto sopravvissuti, senza contare il caso peculiare di quello pontificio, soltanto il Piemonte e la Repubblica veneta. Ma mentre la Serenissima, dopo secoli di multiforme gloria, si avviava verso un declino pur lento e ancora punteggiato da residui fasti, e lo smalto ritrovato dalla signorìa medicea sotto Cosimo I si rivelava effimero, il ducato di Savoia riusciva (talvolta miracolosamente) a non farsi schiacciare dalla morsa prima franco-spagnola e poi franco-austriaca, anzi a rafforzarsi e ad espandersi diventando un attore via via più importante sulla scena nazionale.

Il casato sabaudo era di origine francese, ma il suo esponente che pose le basi per la crescita di un ducato destinato a trasformarsi in regno, Emanuele Filiberto, si proclamava principe italiano, chiamava il Piemonte bastione d’Italia e cercò di stringere alleanza proprio con Venezia per salvare quanto rimaneva dell’ indipendenza nazionale. Di lui un ambasciatore veneto scrisse: “Gli Spagnoli sel credono Spagnolo; i Francesi francese; ma tutti s’ingannano, perché egli è nato italiano, e tale vuole la ragione e vuole lui che sia tenuto”. Semianalfabeta pur parlando quattro lingue, promotore di cultura, scienze e arti, volle che atti giudiziari e notarili e i nuovi statuti del ducato fossero scritti in italiano. Capo militare di grande talento, ebbe tra i suoi discendenti un condottiero ancora più illustre, che conseguì vittorie epocali al servizio degli Asburgo ma si firmava Eugenio von Savoie, in quanto principe di nazionalità italiana, cittadinanza austriaca e cultura francese.

Fatte salve queste eccezioni, la deriva della nazione politica coincise, certo non casualmente, non solo con la decadenza economica e civile della penisola nel suo insieme ma anche con la perdita del suo primato culturale. Parlare qui di declino in assoluto sarebbe forse inesatto, tenuto conto che in alcuni campi (musica, arti figurative, filosofia) la creatività italiana continuò a brillare e in quello scientifico persino crebbe come aveva vaticinato Galileo nella prefazione al suo capolavoro: “Spero che da queste considerazioni il mondo conoscerà che se le altre Nazioni hanno navigato di più, noi non abbiamo speculato meno”. Secondo il recente commento di Giulio Giorello ad uno scritto del genio di Arcetri, se nel Seicento anche a causa di una crisi morale il paese “era davvero poco più di un’espressione geografica”, sarebbe stata “la scienza a plasmare la nuova fisionomia dell’Italia non meno che le lettere e le arti”.   

Quella che nonostante la frammentazione politica e l’invadenza straniera può essere vista come la seconda età dell’oro nazionale dopo l’epoca romana era comunque giunta a termine. I poli di sviluppo e progresso su scala generale si erano ormai trasferiti o stavano crescendo altrove, di pari passo con il consolidamento dei grandi Stati nazionali o multinazionali. Come immaginare, sul piano logico innanzitutto, che l’Italia potesse risollevarsi senza imboccare la stessa strada e senza quindi che l’obiettivo dell’emancipazione e dell’unificazione statale venisse prima o poi rilanciato come scelta obbligata nel contesto entro il quale il paese si trovava?

La domanda sembra consentire una sola risposta, pur mettendo nel conto che le dominazioni straniere non meritano di essere denigrate oltre misura. Persino la gestione spagnola del ducato di Milano, a lungo simboleggiata dalle grida manzoniane, è stata alquanto rivalutata da studi recenti. Non vi è dubbio che quella austriaca del Lombardo-Veneto, come del resto della Toscana, sia stata illuminata e costruttiva sotto vari aspetti prima ancora che il vento in Europa cambiasse per impulso dei filosofi francesi e che l’epopea napoleonica minasse le fondamenta dei vecchi regimi. Ritorcendosi, poi, contro lo stesso potere di Vienna, se è vero, come è stato autorevolmente suggerito, che le Cinque giornate di Milano e le Dieci di Brescia videro una partecipazione popolare spiegabile anche con l’introduzione dell’istruzione elementare obbligatoria nel 1818, una primizia nel paese. La risposta resta tuttavia quella implicita nell’affermazione dello storico inglese Mack Smith che il “relativo torpore” in cui l’Italia era scivolata nel 16° secolo, perdendo il suo primato commerciale e culturale, “fu dovuto almeno in parte alla sua incapacità di costituirsi in Stato nazionale come la Francia e la Spagna”.

E’ sicuramente vero, d’altro canto, che il successo della causa risorgimentale non possa essere ascritto alla consapevole adesione ad essa di una maggioranza numerica delle popolazioni coinvolte. Molti furono, come si sa, i picciotti siculi che accorsero ad ingrossare le file dei Mille, ma la rapida conquista garibaldina della Trinacria e dell’intero regno meridionale, grande solo per le sue dimensioni e la pompa della sua corte, fu evidentemente agevolata soprattutto dalla fragilità e dalle molteplici carenze dello Stato borbonico; con un contributo popolare, quindi, semmai di tipo passivo. Anche altrove le masse rimasero per lo più spettatrici del rivolgimento in corso, spesso attonite come quel pastore dell’Appennino che Garibaldi cercava di smuovere dalla sua atavica diffidenza nel 1849: “Di che hai paura? Parliamo forse tedesco? Noi combattiamo per te; siamo del tuo paese!”

Ma come poteva essere altrimenti? L’Italia a metà dell’Ottocento era un paese a schiacciante maggioranza contadina, e tale sarebbe rimasta ancora a lungo. Gli abitanti delle campagne costituivano da sempre, non solo in Italia, una categoria sociale emarginata e sfruttata, vessata e comunque più o meno deliberatamente mantenuta in condizioni di inferiorità anche dopo l’emancipazione dallo stato servile. Ridotta, quindi, a oggetto anziché soggetto della storia, fatta eccezione per le sue periodiche rivolte, spesso assai violente quanto vane, contro un potere estraneo se non fondamentalmente nemico.

Un’evoluzione era in atto anche a questo riguardo, nell’orientamento delle classi dirigenti e soprattutto delle élites intellettuali, sotto la spinta sia del pensiero illuminista sia delle ideologie nazionaliste. In concreto, tuttavia, ancora poco stava cambiando rispetto a quando il cardinale Richelieu, uomo di Chiesa prima  che di Stato, paragonava i contadini a muli che “essendo avvezzi a portare fardelli, sono più danneggiati da un lungo riposo che dal lavoro”, e gli faceva eco Giuseppe Maria Galanti, economista partenopeo suo contemporaneo, definendoli “bestie da soma”, mentre in Polonia si discuteva se fossero da considerare parte della nazione, ferma restando di fatto la loro esclusione dalla “nazione politica”, tradizionale monopolio dei nobili e solo moderatamente aperta alla borghesia cittadina. Con la conseguenza, secondo alcuni, che l’insurrezione polacca del 1830 forse non sarebbe stata sconfitta dalle truppe zariste se i suoi capi avessero abolito la servitù della gleba.                                            

Malgrado la progressiva introduzione dell’obbligo scolastico, l’analfabetismo in Italia era ancora superiore al 70% nel 1861, vicino al 90% nelle regioni meridionali e pressocchè totale nelle campagne. Culturalmente sprovveduta, la popolazione rurale era altresì soggetta ad un’influenza particolarmente forte da parte della Chiesa che alimentava ulteriormente il suo istintivo conservatorismo, ispirato per secolare esperienza da sfiducia nel nuovo e timore di un peggio sempre possibile. Non diversamente, appunto, dalla Chiesa, per quanto storicamente più duttile nel sapersi adeguare sia pure con ritardi più o meno ampi ai mutamenti inizialmente osteggiati pur di mantenere le sue posizioni di potere ovvero, a seconda dei punti di vista, di poter continuare la propria missione pastorale.

Parliamo, nella fattispecie ma non solo, soprattutto della Chiesa al suo vertice, perché nel basso clero non mancarono come si sa gli appoggi alla causa risorgimentale e cattolici di grande statura e di sicura fede, benché talvolta un po’ in odore di eresia come Alessandro Manzoni e Vincenzo Gioberti, in un modo o nell’altro la sostennero. La stessa Chiesa ufficiale, d’altronde, finì col beneficiare dell’unificazione italiana in quanto premessa indispensabile del processo evolutivo che portò al graduale inserimento nella “nazione politica” di masse popolari esposte a suggestioni di segno opposto alle prescrizioni religiose. E portò altresì, ancor prima, alla liquidazione del potere temporale dei papi, fieramente combattuta e condannata da Pio IX ma riconosciuta vantaggiosa per il papato e la Chiesa in generale da Paolo VI un secolo più tardi.

Oggi la Santa Sede ribadisce tale riconoscimento e partecipa quasi ostentatamente alle celebrazioni del centocinquantenario. Il suo esempio sembra però ignorato da vari studiosi e politici anche cattolici che insistono a denunciare o addirittura riscoprono per l’occasione l’asserito carattere non democratico dell’unificazione, contestandole una legittimità certo non conferitale dai famigerati plebisciti ma  derivante dalla storia nazionale; dall’impegno o dal consenso dell’unica parte della popolazione culturalmente attrezzata e politicamente rilevante, ancorché minoritaria quanto si voglia; e, infine, dalla sua portata oggettivamente progressista, agli effetti sia della problematica nazionale sia di quella europea e mondiale, indipendentemente dai successivi sbandamenti, inadempienze e misfatti della nuova compagine statale.

Una contestazione incomprensibile, dunque, se non rispondesse, quanto meno nella maggioranza dei casi, al trasparente bisogno di strumentalizzare una certa versione della storia per promuovere interessi particolaristici attuali e al limite assecondare disegni o comportamenti disintegrativi della formazione statale nata nel 1861. La storia, insomma, politicizzata all’estremo e, diciamolo pure, irresponsabilmente, perché disfare è sempre più pericoloso che costruire e il salto nel buio sarebbe tanto più insensato in quanto si tratterebbe di operazioni in stridente contrasto con la spinta all’integrazione sovranazionale tuttora in atto nel continente europeo malgrado periodiche crisi o battute d’arresto e apparenti inversioni di tendenza.

Il che non significa, naturalmente, ostracizzare il cosiddetto federalismo come tale ovvero la causa di un decentramento equo e solidale e di autonomie regionali anche molto ampie, e neppure negare pregiudizialmente che se l’Italia fosse nata federale o confederale anziché unitaria le cose sarebbero forse andate meglio. Giova peraltro ricordare, in proposito, che l’illustre federalista Carlo Cattaneo era un patriota italiano almeno quanto devoto alla piccola patria lombarda. La storia, comunque, si può anche disfare ma non rifare, mentre tutto questo discorso riguarda soltanto la genesi e le ragioni dell’unificazione nazionale, la cui ineluttabilità, multiforme legittimità e sostanziale positività sono proclamabili senza minimamente pregiudicare un altro discorso sul dopo, ossia sul bilancio di un secolo e mezzo di vita nazionale unitaria che può anche risultare di tutt’altro segno.

Qui Fodella (che ad ogni buon conto mi guardo bene dall’accusare di voler contribuire al disfacimento dell’Italia) ha gioco fin troppo facile ad indicare alcune voci ed aspetti fra i più negativi, riconducibili o meno che siano all’evento  celebrato il mese scorso. E fa altresì benissimo a proporre drastici rimedi per le conseguenze che tuttora se ne soffrono. Ma sarà il caso di riparlarne.

Franco Soglian

L’ITALIA NON HA 150 ANNI

Note a margine di un anniversario sul quale riflettere

………………… il bel paese

Ch’ Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe.

Così Francesco Petrarca definiva l’Italia sette secoli fa. Ha senso celebrare l’unità della nazione (unità comunque parziale, dato che la nazione italiana sta in parte anche in Corsica, nel Canton Ticino, in Slovenia, in Croazia, ecc.) il 17 marzo 2011?

Ma il 150° anniversario della proclamazione a Torino del Regno d’Italia non va confuso con la celebrazione dell’Unità d’Italia, dato che la nazione italiana esiste da molto più tempo e la sua unità (nonché la sua unicità) in termini di cultura, sia pure nelle sue molteplici sfaccettature, prescinde dalle forme di governo che l’hanno dominata o che può avere assunto nel corso dei molti secoli della sua storia millenaria.

Un piccolo libro pubblicato nel 2004 – Fabrizio Coppola, Breve storia del nome Italia dall’antichità al Risorgimento, Istituto Scientia (69 pagine in http://italia.onwww.net/italia/testocompleto.htm) – ci ricorda che il nome Italia venne usato già nel VI secolo a.C. (anche se riferito alla Calabria); nel V secolo a.C. Antioco di Siracusa scrisse un saggio sull’Italia che ne comprendeva tutte le regioni meridionali; nel III secolo a.C. il nome Italia comprendeva l’intera penisola e nel II a.C. anche le regioni del Nord; nel 90 a.C. venne coniata dagli alleati della confederazione antiromana nell’attuale Corfinio (Abruzzo) una moneta dove la parola ITALIA appariva in caratteri lapidari romani; Publio Virgilio Marone (Mantova 70-Brindisi 19 a.C.) celebrava l’Italia nel poema Eneide che tanta influenza avrà su Dante, Petrarca, Boccaccio e poi su Tasso e Leopardi. Nel 27 a.C. l’Italia, territorio metropolitano di Roma, è divisa in 11 regioni che non comprendono ancora Sicilia, Sardegna e Corsica (province esterne fino al III secolo d.C.).

Da queste epoche remote in poi l’Italia (anche al tempo del crollo dell’impero romano, del dominio longobardo, del sacro romano impero, dei liberi comuni e delle repubbliche marinare) non ha mai cessato di esistere nel comune sentire delle popolazioni che ne hanno abitato i territori come imprescindibile e centrale per la civiltà fiorita sulle sponde del Mediterraneo, indipendentemente da chi vi esercitasse il dominio politico, e presso tutti coloro che sono venuti in contatto con la cultura italiana.
Non si può dimenticare che la prima scuola poetica in lingua italiana nasce nel XIII secolo a Palermo, alla corte di Federico II di Svevia, luogo di incontro tra le culture greca, latina e araba. Tra il 1300 e il 1500 l’italiano comincia a sostituire il latino come lingua ufficiale dei vari stati italiani e non vi è persona colta in Europa che non sia in grado di comprendere e di esprimersi nella lingua di Dante, e anche per la musica l’italiano è da sempre la lingua di espressione ovunque nel mondo
L’enorme influenza esercitata dall’Italia su poeti, scrittori, artisti di ogni campo è testimoniata da troppi autori di tutta Europa per poterli elencare. Basterà citare l’ammirazione per l’Italia di Montaigne (1533-1592) e il debito contratto da Shakespeare (1564-1616) che non a caso ha ambientato in Italia e in altri paesi mediterranei la maggior parte dei suoi più grandi lavori, commedie o tragedie che fossero, e ha dato spesso ai personaggi creati dalla sua fantasia nomi e caratteri italiani.

Quando l’Italia era frammentata in piccole unità politicamente divise, o parte di grandi imperi, i suoi figli hanno dato il meglio di sé. Non così quando, seguendo le tendenze promosse da Illuminismo e Romanticismo, il malinteso amor di patria, e cioè il desiderio di rinchiudersi entro confini dai quali escludere tutti coloro che parlavano lingue o professavano religioni diverse, ha assunto i connotati odiosi del nazionalismo (da non confondersi con il vero amor di patria, che si può esercitare anche nei confronti del proprio villaggio) e poi della xenofobia e del razzismo.

Non ha giovato all’Italia porsi nella scia di paesi come Spagna, Francia, Inghilterra dai quali non aveva nulla da imparare. Questi paesi unificati da tempo, e quindi potenti e aggressivi al di fuori dei loro confini, e prevaricatori al loro interno, avevano represso le differenze locali di ogni genere, ignorando che la varietà è ricchezza culturale, oltre che fonte di bellezza e di pensiero.

Anche l’Italia è divenuta così un paese coloniale e dispotico che ha causato lutti e rovine a popoli vicini e lontani, oltre che al proprio.

L’ideale dello stato-nazione è stato perseguito senza osservare la realtà che stava sotto gli occhi di tutti: gli stati-nazione hanno dato vita all’imperialismo colonialista, al razzismo, al nazionalsocialismo, al fascismo, al socialismo reale dominato dall’egemonia grande-russa, alle pulizie etniche reciproche tra serbi e croati, tra tutsi e hutu, ecc. Ciò che sta avvenendo in Palestina e in Israele ricalca lo stesso copione: fare posto a NOI a scapito degli ALTRI, mentre nel Mediterraneo popoli di tradizioni, lingue, religioni e stili di vita diversi hanno sempre convissuto.

Gli imperi invece, a differenza degli stati nazionali – idealisti nei propositi e autoritari e repressivi nei fatti – sono sempre stati più realisti e i loro comportamenti sono stati i più diversi oscillando tra la repressione più bieca e la tolleranza più aperta e generosa. Anche l’Unione Europea ha la struttura e i propositi di un impero e a questo è in qualche modo assimilabile. Le sue incertezze, che la rendono debole come capacità d’imperio, sono il suo pregio perché si traducono in azioni che non uccidono e reprimono come fanno altri imperi che sopravvivono: quello russo o quello americano, che invece mostrano ogni giorno ancora oggi il volto odioso del nazionalismo anche quando vorrebbero mascherarne i connotati con ideali che hanno cessato da un pezzo di essere nobili.

Sarebbe quindi insensato celebrare i simboli nazionali e gli anniversari di eventi che hanno portato, dopo la creazione del Regno d’Italia, il nostro Paese sul malsano esempio di altri stati nazione ad attaccare popoli inermi per colonizzarli e ad essere parte attiva nello scatenamento delle due guerre mondiali. A ben vedere l’Italia unita degli ultimi 150 anni ha ben poco di cui gloriarsi. Tuttavia, i tempi potrebbero essere maturi per una riflessione che portasse a un vero decentramento amministrativo dove le funzioni di governo a tutti i livelli non dovrebbero essere svolte da professionisti del potere, ma da semplici cittadini scelti dalla sorte e non dalla finzione che chiamiamo “volontà popolare” e che oggi si traduce in un voto dato agli attori che recitano meglio la loro parte e che dispongono dei finanziamenti e dei mezzi in grado di influenzare gli incauti che li voteranno.

Gianni Fodella

STILI DI VITA MEDITERRANEI

Si può prescindere dal petrolio?

Le genti che popolano i paesi del Mediterraneo hanno soprattutto a che fare con le terre che da esso sono bagnate. I paesi sono da millenni arroccati sui monti, difesi dalla natura e dalle mura. Un bel giorno (o forse brutto) in queste terre e in queste strette strade hanno cominciato ad arrivare le automobili: una grande comodità per i privilegiati che le possedevano e potevano usarle, una grande curiosità e un po’ di invidia per (quasi) tutti gli altri. Pochi coloro che, come i veneziani, potevano ignorare questa innovazione avendo un sistema per muovere persone e cose semplicemente perfetto e quindi soltanto peggiorabile, come è avvenuto con la motorizzazione della navigazione e la quasi scomparsa dai canali di un gioiello tecnologico insuperato come la gondola.

Quando le auto sono diventate numerose, sempre più numerose, e infine troppo numerose, facendo cambiare gli stili di vita (accade oggi che si accompagni persino il feretro di una persona cara alla sepoltura usando l’automobile …), una parte di noi ha cominciato a chiedersi se avere la macchina era stato davvero un desiderabile privilegio. Mentre ci chiedevamo se ne fosse valsa veramente la pena i negozi familiari e le botteghe artigiane hanno cominciato a chiudere e a scomparire. Si è dovuto cercare il lavoro più lontano da casa e anche la spesa ha cominciato ad essere fatta nei supermercati e nei centri commerciali costruiti fuori dal tradizionale centro abitato e raggiungibili soprattutto con l’automobile. Più cresceva il numero degli automobilisti e meno frequenti diventavano le corse dei mezzi di trasporto pubblici. Così, gradualmente, per schiere sempre più nutrite l’automobile è divenuto un indispensabile strumento di lavoro e di vita, una spesa obbligatoria e tutt’altro che modesta per produrre il reddito necessario a vivere. Molti hanno cominciato a rendersi conto che il cambiamento era stato in peggio, ma che si poteva ormai fare?

Nel frattempo quasi ovunque nei piccoli centri abitati una voce positiva per il reddito familiare veniva gradatamente meno: i prodotti degli orti e degli alberi da frutto dei negozianti o dei contadini loro fornitori non hanno più avuto acquirenti. Così, mentre nelle campagne la frutta marciva sugli alberi e gli orti divenivano incolti o si limitavano alla produzione per la famiglia del proprietario, si era costretti a consumare la frutta e la verdura venduta dai supermercati, che proveniva dai mercati generali e che arrivava da paesi sempre più lontani; ottenuta da un numero limitato di specie vegetali e preparata per il viaggio e per l’intervallo che separa la raccolta di frutta e verdura dal consumo con additivi che, insieme ai residui e ai derivati degli idrocarburi, una volta entrati nella catena dell’alimentazione umana, hanno contribuito a determinare la caduta delle barriere immunitarie e l’insorgere di allergie e neoplasie di ogni tipo.

Questa importante parte della nutrizione umana è da tempo totalmente dipendente dal petrolio: la petrolchimica fornisce gli oli minerali e i carburanti per far funzionare le macchine agricole, i fertilizzanti, i diserbanti, gli anticrittogamici che vengono sparsi nei campi con mezzi meccanici dopo essere stati trasportati in contenitori fatti di sostanze plastiche create dall’uomo e non biodegradabili, i cui residui polverizzati finiamo per inalare quando attraversiamo la campagna. L’aria che respiriamo in città ha un analogo contenuto di derivati del petrolio, cambia soltanto la composizione degli ingredienti: più residui di gomma e asfalto e meno residui di prodotti chimici impiegati nei campi coltivati. Tuttavia, le sostanze usate per combattere i parassiti degli alberi in parchi e giardini, i prodotti per il diserbo chimico delle aree urbanizzate e anche quelli usati nei vasi sulle terrazze mantengono comunque intollerabilmente alto il livello delle sostanze ingerite e inalate dai nostri figli semplicemente vivendo, in campagna o in città. Si salvano dall’inquinamento ambientale, almeno in parte, ormai soltanto gli abitanti delle montagne, dove sarebbe inutilmente dispendioso, e quindi economicamente poco razionale, usare queste sostanze velenose su piccola scala. Perché, a quanto pare, la razionalità soltanto a questo serve: a vedere se i conti tornano dal punto di vista economico, non a indirizzare la nostra esistenza verso abitudini più consone alla vita e alla salute.

Mentre tutti sappiamo che il petrolio (una materia prima di origine organica formatasi nel corso di milioni di anni) presto o tardi finirà, il prezzo del petrolio in termini di qualsiasi merce ha continuato a diminuire grazie all’aumento dell’offerta consentita dalla scoperta di sempre nuovi giacimenti e alle tecnologie di prospezione e coltivazione mineraria sempre più perfezionate e sempre più pericolose per gli uomini e per l’ambiente. Ma a queste tecnologie sofisticate non ha fatto riscontro un maggiore discernimento nelle scelte di fondo fatte dai rappresentanti del popolo e dai membri del governo per indirizzare i cittadini verso stili di vita sani e lungimiranti. Al contrario sono stati privilegiati i miopi interessi di pochi a scapito dei più. L’industria automobilistica è stata al centro dell’attenzione di ciascun governo in ogni paese, e non soltanto in quei paesi a bassa densità demografica come le ex-colonie di popolamento dell’Europa (Stati Uniti in testa) ma anche di quei paesi densamente popolati dell’Europa e dell’Estasia come Italia, Inghilterra, Germania, Francia, Giappone, Corea, Cina, Vietnam, che non avrebbero avuto ragioni per promuovere la motorizzazione di massa, ma che al contrario, avrebbero avuto ogni motivo per ostacolarla potendone fare tranquillamente a meno e risparmiando in tal modo ai loro cittadini dolori e delusioni, oltre che elevatissimi costi economici. Così, nel corso degli anni, il giocattolo che tutti volevano si è pian piano trasformato in un accessorio imprescindibile della vita moderna e quel mammifero predatore gregario che è l’uomo ha accentuato grazie all’uso dell’automobile le sue caratteristiche negative rivelate quotidianamente da comportamenti abituali sempre meno “civili” e che mostrano un sostanziale disprezzo per la vita, propria e altrui.

Per tutte queste ragioni confusamente sentite serpeggia un clima di crescente insofferenza per l’automobile, che si accompagna però al senso di ineluttabilità della sua sempre più massiccia presenza. La natura dell’automobile come “status symbol” è destinata a cambiare? Forse. Se non altro già oggi i meno sprovveduti si rendono conto di quanto “avere la macchina” – lungi dall’essere una condizione di privilegio come accadeva ormai molti anni fa – sia fonte di tensioni e preoccupazioni che purtroppo non si possono evitare qualora non si abiti in una zona ben servita dai mezzi pubblici di una grande città. Chiunque abbia riflettuto sull’utilità dell’auto propria sa quanto sia meno oneroso usare taxi, sistemi di car-sharing o auto di noleggio quando occorra anziché la propria auto. NON avere la macchina sarà forse presto un desiderabile “status symbol” lasciando a chi vive isolato, oltre che ai parvenus e agli incolti, la prerogativa di viaggiare in auto: con rammarico se si è costretti, con orgoglio e pericolosamente per tutti se si hanno turbe psichiche e si è quindi felici in una “cassa” (poco importa se da vivo o da morto) con 4 ruote motrici adatte al deserto e alle catene montuose per intimidire i poveri travet motorizzati che non possono permettersi il SUV di cui è ormai infestato ogni paese e non soltanto l’Italia.

Ma se l’enorme numero di vittime (morti, invalidi permanenti e feriti) e i costi spropositati in termini di sofferenza che le si accompagnano, uniti alla consapevolezza dell’impoverimento economico causato dall’automobile si faranno strada nelle menti dei cittadini, vi sono poche aree del mondo più adatte del Mediterraneo per arrestare questa corsa insana e trarre dall’automobile ciò che ha di buono abbandonando le aberrazioni che ne hanno fatto uno strumento di dolore e di inciviltà.

Nei paesi del Mediterraneo le strutture urbane sono molto antiche, le cosiddette “new towns” quasi non esistono, le città sono nate per i pedoni e per questo la presenza dell’automobile le ha snaturate, sconvolte, imbruttite. Le parti nuove che sono state costruite sotto la spinta della motorizzazione sono generalmente brutte e spesso fonte di degrado sociale. Se scomparissero non verrebbero rimpiante. Non è troppo tardi per ripensare a un ruolo diverso per l’automobile e in quasi nessun’altra parte del mondo avviare questo ripensamento può essere più indolore che nei paesi del Mediterraneo. Qui inoltre il clima è generalmente clemente, con inverni miti, estati asciutte, mezze stagioni particolarmente gradevoli per la specie alla quale apparteniamo, il genere umano. Il sole splende ovunque per molte ore all’anno. Il riscaldamento delle abitazioni può contare su combustibili locali come la legna da ardere e sui pannelli solari che producono acqua calda. La geotermia, troppo trascurata, potrebbe dare una mano. Nei paesi del Mediterraneo non occorre l’aria condizionata prodotta con grande dispendio di energia elettrica. Tutti questi paesi hanno l’aria “incondizionata” che è disponibile quasi ovunque e che oltretutto è gratuita. Le tecniche costruttive tradizionali del Mediterraneo, soprattutto quelle di origine araba, unite alle moderne tecniche di costruzione degli edifici energy-conscious, sono comunque in grado di rendere confortevole in qualsiasi stagione ogni abitazione opportunamente progettata e di adattare in modo appropriato buona parte, se non tutte, quelle esistenti la cui ristrutturazione non potrebbe che essere fatta da imprese piccole e medie che darebbero lavoro a molti che ne hanno bisogno.

Per l’industria meccanica ed elettromeccanica si aprirebbero nuovi orizzonti non soltanto nel cominciare a progettare autobus, camion, furgoni, autoambulanze, taxi e autovetture tutti dotati di motori elettrici, ma anche nelle nuove apparecchiature energetiche ormai ben sperimentate in Paesi meno dotati di ore di insolazione e suscettibili di perfezionamenti incrementali che aprirebbero alle imprese nuovi mercati: può essere l’avvio di una nuova era, mentre anche le costruzioni ferroviarie e tranviarie conoscerebbero un nuovo impulso.

Se l’auto cessasse di essere una imprescindibile necessità e se ne potesse fare a meno perché il posto di lavoro potrebbe essere più vicino oppure meglio servito dai mezzi pubblici di trasporto, si avrebbe un vantaggio apparentemente di natura non monetaria, ma che nella sostanza si tradurrebbe in un maggior potere d’acquisto del proprio reddito. Per i redditi minori non sarebbe azzardata l’ipotesi di un raddoppio del potere d’acquisto del proprio reddito, o della crescita di almeno un terzo. Il reddito non destinato all’auto e ai costi da essa indotti potrebbe divenire un motore di crescita economica tutt’altro che indifferente e indirizzarsi all’acquisto dell’abitazione o alla sua trasformazione e miglioramento sotto vari profili incluso quello energetico, foriero di ulteriori risparmi per la famiglia e per il Paese. L’industria automobilistica dovrebbe mirare a prodotti diversi dagli attuali. Dai costosi giocattoli inutilmente veloci e voraci consumatori di carburante proposti ad automobilisti sempre più indisciplinati e inadeguati a una guida sicura perché soggetti a turbe psichiche, con tendenza all’alcolismo e all’uso di droghe, si dovrebbe passare a mezzi di trasporto elettrici a bassa velocità pensati per il trasporto pubblico urbano. Per le medie distanze e fino a un migliaio di chilometri le esigenze di trasporto di persone e cose dovrebbero essere soddisfatte dalle ferrovie, il mezzo di trasporto più sicuro e affidabile, almeno fino a qualche decennio fa quando erano ovunque in Europa e nel Mediterraneo gestite dalla mano pubblica.

Nelle città meravigliose di Roma, Napoli, Palermo, Siena, Vicenza, Il Cairo, Istanbul, Beirut, Marsiglia, Barcellona e mille altre del Mediterraneo, anche se non sempre baciate da un sole sfolgorante, non occorre ripararsi nelle automobili dalle intemperie, non occorre il petrolio per la trazione e il riscaldamento.

Chissà che questi sparsi pensieri, che frullano ormai nelle teste di molti, con la spontanea diffusione di queste considerazioni, non ci portino a desiderare stili di vita più sani dove l’auto, almeno nei paesi del Mediterraneo, torni ad essere al servizio dell’uomo e il petrolio una sostanza puzzolente da usarsi con parsimonia e un po’ di ribrezzo …

Gianni Fodella

SIAMO I PIU’ RICCHI, MA ALLORA…

Per capirci meglio

Non so se qualche economista abbia commentato ed eventualmente confutato la notizia apparsa sul “Corriere della sera” il 12 febbraio scorso sotto il sensazionale titolo “Il Nord? Più ricco della Svezia”. Si tratterebbe del Norditalia, o meglio dell’Italia senza il Meridione il cui PIL pro capite in parità di potere d’acquisto (PIL-PPA) sarebbe di pochissimo inferiore a quello del maggiore paese scandinavo e addirittura superiore ad esso, non si capisce bene in virtù di quale magìa statistica, per il Nord-Ovest e il Nord-Est presi singolarmente. Ancor più indietro rispetto all’insospettato Bengodi si troverebbero naturalmente Gran Bretagna, Germania e Francia, il cui distacco aumenterebbe ulteriormente conteggiando il PIL pro capite tout court.

E’ il caso di brindare a questo ennesimo miracolo nazionale benché stavolta solo regionale? Non proprio, perché, appunto, viene confermato il divario tra Nord e Sud, anche se nonostante l’handicap di quest’ultimo il PIL-PPA dell’Italia nel suo complesso (25. 800 euro) risulterebbe non troppo lontano da quello della Francia (27 mila euro). C’è comunque di che sobbalzare e sgranare gli occhi, i nostri occhi abituati a vedere realtà diverse da ciò che dicono le suddette cifre così come le orecchie sentono da sempre ben altra musica.

Come credere, oltre a tutto, che ci avvantaggi in modo particolare il PIL-PPA quando si sa (lo si ripete continuamente) che le nostre retribuzioni sono tra le più basse in Europa ovvero la metà di quelle tedesche mentre in Germania le abitazioni costano parecchio di meno e in Francia si mangia più a buon mercato? E come si spiegherebbe, se le suddette cifre dicessero la pura verità, che gli italiani sia pure in generale risultano tra i meno soddisfatti del proprio paese? Secondo un sondaggio pubblicato sempre dal “Corriere” in dicembre, infatti, lo sarebbe solo il 16% della popolazione, oltre la metà meno dei tedeschi e nettamente meno di francesi e spagnoli.

Eppure, sembrerebbe garantita l’attendibilità di cifre Eurostat (l’Ufficio statistico della Commissione europea) analizzate da Marco Fortis della Fondazione Edison e assunte come base del piano di crescita che il ministro Tremonti presenterà alla UE in aprile. Cifre che, semmai, potrebbero essere persino inferiori al vero se si tiene conto della larga parte nera o comunque sommersa dell’economia nazionale, della conseguente, massiccia evasione fiscale e della scarsissima attendibilità, questa sì, delle dichiarazioni dei redditi di numerose categorie di contribuenti prese per buone dal fisco e dalle statistiche ufficiali.

Tanto più allora, la conclusione potrebbe essere una sola, tenendo altresì conto che la ricca Lombardia, ad esempio, presenta svariati aspetti (trasporti pubblici, nettezza urbana, condizioni delle strade e delle scuole, stato di certe periferie, ecc.) più facilmente rintracciabili nel terzo mondo che in Svezia, Svizzera o Ile de France. La ricchezza, assoluta o relativa, cioè, sarà anche grande, ma viene malissimo utilizzata quanto meno a livello pubblico (senza dimenticare peraltro le responsabilità anche private) per colpa di una classe dirigente e di apparati amministrativi inetti e/o corrotti. Si rimedierà col “federalismo”? Tocchiamo ferro.

Nemesio Morlacchi

Sono gli Stati nazionali i colpevoli del silenzio della UE

Secondo una legge non scritta della politica internazionale, all’aumentare del numero dei negoziatori, aumenta il tempo necessario per prendere una decisione, e diminuisce la forza della decisione stessa.
Di fronte al deprimente balbettio dell’Unione europea riguardo all’onda rivoluzionaria che attraversa il Nord Africa, c’è da chiedersi se ventisette Stati membri di un unico soggetto di politica estera non siano troppi.

Come ovvio gli Stati dell’Unione si dividono tra chi ha interessi in un senso, chi nell’altro e chi non ne ha. Già sarebbe arduo mettere d’accordo, almeno in tempi utili, tre Stati collocati su queste diverse posizioni. Pensare di farlo con ventisette è utopia.

Allora non ha senso prendersela con l’Unione europea e con la baronessa Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune e, di fatto, poco più che nullafacente. I veri colpevoli di questa situazione sono gli Stati nazionali, in particolare i grandi Stati nazionali d’Europa: Germania, Francia, Inghilterra e Italia.

Dipende dalla loro volontà politica e dalla loro iniziativa l’attuazione di quella che è già stata chiamata “Europa a diverse velocità” o “Europa a cerchi concentrici”. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il primo dicembre 2009, consente la frammentazione del gruppo di Stati membri in avanguardie e retroguardie, su singole materie. In particolare nella materia della politica estera agli Stati membri è data facoltà di creare una Cooperazione Strutturata Permanente, con una procedura ancor più snella di quella normalmente prescritta per le Cooperazioni Rafforzate, con il compito di agire unitariamente sullo scenario internazionale.

A fronte degli straordinari cambiamenti che stanno avvenendo ai confini dell’Europa, è oggi più che mai necessario che i grandi Stati nazionali europei prendano l’iniziativa di costruire una forza comune che parli con una sola voce e agisca con un solo corpo nell’ambito della politica estera. Pensare di procedere tutti e ventisette affiancati è irrealistico. Deve essere una avanguardia di pochi Stati, in grado di prendere decisioni velocemente ed efficacemente, a guidare il processo. Se poi si vorranno aggiungere altri soggetti tanto meglio, ma senza che questo possa mai compromettere la rapidità di intervento dell’Europa.

Nuove speranze per la democrazia dal basso vengono in queste settimane da popoli lungamente sottoposti a dittatura e ladrocinio, ma quegli stessi popoli potrebbero domani diventare fonte di gravi problemi per il mondo. Si pensi, per fare un esempio di un problema non particolarmente grave, alla recente ripresa degli sbarchi in Sicilia. Un’Europa che parli ai suoi interlocutori con una sola posizione, e che stanzi l’intera propria forza politica ed economica, potrebbe avere sicuramente risultati migliori che non gli Stati membri che agiscono in ordine sparso.

Insomma, un Europa che guardi e non favelli, e tanto meno intervenga, non può essere utile né ai Paesi arabi né a se stessa.

Tommaso Canetta

LAVORO E’ IL NOME DELLA VITA

L’Egitto e la Tunisia configurano e rappresentano forse il futuro dell’Italia?

Non è escluso, se si tiene conto che il sommovimento (in inglese shaking off, in arabo intifada) che scuote oggi questi paesi trova la sua base soprattutto in un dato, essenziale per il genere umano: la mancanza di lavoro e quindi di reddito.

In Italia la situazione non è arrivata al punto di rottura per tre importanti ragioni: livelli di reddito, sistema pensionistico, dinamiche demografiche.

Non soltanto il tenore di vita medio è qui molto più elevato, ma la previdenza sociale garantisce oggi agli anziani pensioni sufficienti ad aiutare economicamente figli e nipoti. Per questo in Italia non ci rendiamo ancora conto di quanto grave sia la situazione di pericolo che sovrasta il nostro Paese. Se i figli tra i 40 e i 50 anni perdono il lavoro, o ne hanno uno precario e sottopagato, i genitori possono ancora aiutarli, e su questo aiuto possono contare anche i nipoti tra i 20 e i 30 anni. Ma fino a quando? Ancora non per molto, dato che abbiamo dato vita alla previdenza sociale quando eravamo poveri e, ora che siamo ricchi (forse ancora per poco), la stiamo smantellando dicendoci che costa troppo.

E veniamo alla terza ragione, quella demografica. Nel 1963 la popolazione italiana (52,2 milioni) era quasi pari a quella delle popolazioni di Egitto (27,3 milioni) e Turchia (27,8 milioni) messe insieme. La situazione in questi decenni è radicalmente mutata: le popolazioni di Egitto (78) e Turchia (73) messe insieme contano oggi per oltre due volte e mezza la popolazione dell’Italia (60). Si tratta di una massa di persone nel fiore degli anni alla quale non è bastata l’emigrazione per alleviare il carico della disoccupazione in patria. La previdenza sociale inesistente o scarsa e i redditi medi modesti non permettono agli anziani, che sono comunque una
minoranza, di aiutare i giovani. Questi si trovano senza lavoro e non hanno modo di gettare le basi per una vita dignitosa delle loro famiglie. Eppure hanno spesso studiato, con grandi sacrifici loro e delle famiglie di origine, e questo accresce il rancore verso i pochi privilegiati.

Hanno pazientato fin troppo per sfogare la loro rabbia nei confronti di chi li ha governati, e mal governati per giunta. Ma la democrazia, parola che sono costretto mio malgrado ad usare (non ostante abbia ormai perso ogni significato proprio poiché ogni forma di governo si arroga il diritto di dirsi democratica), non basta ad affrontare il vero problema che sta alla base del desiderio in atto di scrollarsi via, di sbarazzarsi (shaking off, intifada) di ciò che non si sopporta più. Ma purtroppo non basta cambiare il governo, dar vita a un altro meno oppressivo per risolvere il problema della mancanza di lavoro.

Nel 1944 W. H. Beveridge definiva l’obiettivo del pieno impiego come “having always more vacant jobs than unemployed men, not slightly fewer jobs” e da qualche decennio i governi hanno di fronte il ben più serio
problema della disoccupazione strutturale di massa. Tuttavia nessun governo ha avanzato serie proposte per farvi fronte, men che meno per risolverlo.

Nel frattempo, avviata silenziosamente ma apertamente da alcuni decenni, la diffusione della microelettronica nella produzione di beni e servizi ha cambiato radicalmente il quadro sociale.

Oggi la ripresa dell’occupazione non può avvenire come in passato grazie ad investimenti adeguati; e se nuovi investimenti vi saranno l’occupazione non potrà che soffrirne, e non invece tornare a crescere come dicono di sperare i nostri politici e come vorremmo credere noi cittadini.

Si incoraggiano i giovani a studiare nelle istituzioni scolastiche fino ai gradi più elevati e molti di noi (quasi tutti) pensano che occorrerà maggiore istruzione per trovare più facilmente lavoro, per essere più
produttivi e quindi meglio remunerati come lavoratori. Il risultato di queste credenze e di questa spinta a privilegiare l’istruzione formale è non soltanto la scomparsa dei mestieri artigiani (una strada segnata
da un lungo e faticoso apprendistato di cui i giovani percepiscono la durezza e che perciò rifuggono) ma anche la formazione di schiere di giovani frustrati nelle loro illusioni di promozione sociale.

La scolarizzazione di base di massa – quella che ha portato la quasi generalità degli abitanti dell’Europa a saper leggere, scrivere e far di conto – è divenuta oggi l’istruzione universitaria di massa. Ma questo vasto e generalizzato consumo di istruzione fino ai livelli più alti non ha portato i benefici sperati. La trasmissione di ogni tipo di conoscenza, fatta in modo che chi la riceve sia poi in grado di applicarla nella sua vita di lavoro, avviene sempre attraverso un apprendistato che può essere più o meno severo. La società di oggi sembra chiedere di meno anche al medico, all’ingegnere, all’architetto, al tecnico di qualsiasi settore. Tutte queste figure possono contare, oggi molto più di prima dell’avvento della microelettronica, su prassi sempre più consolidate che non richiedono scelte individuali, e sull’aiuto di macchine che sembrano in grado di fare tutto da sole. Sembra essere una situazione migliore di quella di prima, dato che richiede molto meno impegno. Tuttavia, l’altro lato della medaglia è rappresentato dallo scarso utilizzo di quelle doti di creatività insite in ogni essere umano e dalla frustrazione che ne consegue.

Che fare? Occorre in primo luogo analizzare seriamente e a fondo la realtà del mondo del lavoro di oggi, che accomuna tutti i sistemi economici, ricchi e poveri. Dobbiamo rassegnarci all’evidenza che mostra come sarà necessario sempre meno lavoro umano per produrre i beni e i servizi che le macchine sfornano, ma vi sono i servizi alla persona di cui vi è un crescente bisogno e che le macchine non possono soddisfare.
Accettare che la formazione non sia delegata alle sole istituzioni scolastiche. Riconoscere apertamente e con i fatti che l’era del mestiere che condiziona per la vita chi lo pratica non ha più ragione di essere e rivedere quindi come complementari i ruoli della formazione scolastica, del tirocinio e del lavoro.

Se la normale giornata di lavoro fosse di 4 ore anziché di 8, la quasi totalità dei posti di lavoro sarebbe alla portata anche dei giovanissimi e delle casalinghe, che potrebbero così contribuire al reddito della famiglia, alleviando nel contempo le responsabilità del capofamiglia, la figura tradizionale intorno alla quale ha sempre orbitato il mondo del lavoro. Si aprirebbero così nuovi orizzonti che permetterebbero agli individui di apprendere e praticare mestieri che non ne condizionerebbero la collocazione nella gerarchia sociale. Tutti potrebbero studiare e lavorare allo stesso tempo, creando così le basi per rendere ciascuno padrone della propria vita e del proprio destino, realizzando così ciò che, con linguaggio non più consono ai tempi, veniva chiamata una vera DEMOCRAZIA.

I popoli del Mediterraneo, per la civiltà di cui si sono nutriti e che hanno donato a una parte rilevante del mondo, per le sofferenze che hanno patito, per le esperienze che hanno accumulato nei millenni, dovrebbero – spinti dalla necessità ma anche dalla volontà – essere i primi a indicare una nuova strada che non si trova nel programma politico di alcun partito ma che i popoli che hanno dato al mondo (e cito soltanto alcune delle arti e delle scienze) l’architettura egizia, la filosofia greca, la matematica e l’astronomia arabe, la musica, la cucina e l’urbanistica italiane sono in grado di percorrere con la tenacia e la determinazione che l’urgenza del problema richiede.

Gianni Fodella
docente
Università degli studi di Milano

La rabbia e la rassegnazione

Siamo giovani e proviamo rabbia. Non siamo pochi ma non siamo maggioranza. Vogliamo che vengano fatti i cambiamenti giusti, necessari, quelli che non piacciono alla maggioranza. Vogliamo che le decisioni non vengano prese solo pensando all’oggi o al domani, ma al dopodomani. Vogliamo che chi prende le decisioni lo possa fare senza il ricatto del consenso, e assumendosi completamente le proprie responsabilità.

Vogliamo uno Stato e un’impresa che facciano ricerca. Vogliamo una scuola pubblica laica e funzionante. Vogliamo infrastrutture nuove per il Paese. Vogliamo un’informazione libera. Vogliamo uno Stato laico, dove le libertà degli uni non possano essere azzoppate dalla fede degli altri. Vogliamo investimenti per il turismo e per la cultura. Vogliamo la legalizzazione della prostituzione e delle droghe leggere. Vogliamo che i fondi per le riforme si trovino per l’interesse di tutti a discapito di cricche e corporazioni. Vogliamo che la crescita non sia un astratto numero apparso sul Sole 24 ore, ma un benessere diffuso nella società. Vogliamo la fine dei privilegi delle lobby. Vogliamo una politica estera pacifica ed europeista. Vogliamo più Europa.

Pensiamo che così non si possa più andare avanti. Pensiamo che la democrazia rappresentativa fondata sul suffragio universale non sia sostenibile in eterno. Pensiamo che nel futuro la mancanza di decisioni lungimiranti porterà ad un deterioramento tale della società, dell’economia, dell’uomo, da prefigurare ritorni autoritari.

Abbiamo timore per il futuro. Vediamo le idee giuste che non vengono portate a termine. Vediamo la lentezza e l’inefficienza del sistema attuale. Siamo rassegnati. Siamo ingabbiati nel sistema più giusto di quelli possibili che marcia verso il disastro. Sappiamo che il prezzo di eventuali cambiamenti è troppo alto. Non lo vogliamo pagare. Non vogliamo che lo paghino gli altri. Possiamo solo stare a guardare. Un domani qualcuno dirà che avevamo ragione. Se gli uomini del futuro riusciranno a vedere il pericolo prima che si concretizzi, speriamo che vogliano tentare nuove vie di democrazia, e non abdicare al potere autoritario.

Oggi proviamo rabbia e rassegnazione. Siamo ancora troppo pochi. Oggi. Domani…

T.C.

DESTRA O SINISTRA: IL DOVERE DELL’INDIFFERENZA

Un quinquennio di governo della destra ha disgustato quanti da essa si attendevano un corso variamente ispirato a Quintino Sella, alla Thatcher, a Ronald Reagan, a Tony Blair persino: tagli alla spesa; riduzione dei dipendenti, parassiti e rapinatori pubblici; abbattimento dei costi della politica; più libertà economica; più privatizzazioni; più contrasto all’illegalità; qualche contenimento all’immigrazione clandestina; quanche rallentamento alle avanzate trasgressive; e così via. Non è accaduto nulla. Peggio: L’affarismo incarnato da Berlusconi, Previti, i loro legali miliardari, i recordmen della finanziarizzazione, gli inquinatori dell’ambiente e di molto altro, ha conseguito trionfi.

Ma chi nel 2006 ha votato per l’Unione, non si aspetti quasi nulla di buono. Sperava in una politica estera nuova? Sbagliava. Prodi, D’Alema, Fassino, Rutelli, Bertinotti hanno già mostrato coi fatti che l’azione internazionale resterà bipartisan. Le differenze rispetto all’era Berlusconi riguarderanno le posture, i modi di porgere, non la sostanza. Di fatto la consegna resta “continuità”.

L’Italia resterà atlantica e stretta agli Stati Uniti a tempo indeterminato, con buona pace di sessant’anni di antiamericanismo progressista. Dal crollo dell’Urss Washington pratica un imperialismo scoperto, cominciando coll’annessione diplomatico-militare della maggior parte degli ex-satelliti di Mosca. I nuovi membri est-europei della UE sono ora clientes del Dipartimento di Stato e del Pentagono, sabotatori attivi dell’integrazione e dell’indipendenza del Vecchio Continente. Gli USA hanno installato basi di guerra in varie repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, qua e là dilatandosi in altre direzioni. Hanno creduto di conquistare l’Afghanistan e l’Irak, mai astenendosi dal colpire i civili e mai fissando limiti alle devastazioni. Ad intermittenza minacciano di muovere guerra all’Iran, alla Siria, alla Corea del Nord, in teoria ad ogni nazione contro cui una guerra preventiva possa conseguire interessi statunitensi.

Ma l’Italia di Prodi, d’Alema , Bertinotti eccetera resterà alleata degli Stati Uniti: senza mai denunciare la fola secondo cui l’Occidente esporta la democrazia. Anzi, senza mai ammettere che la democrazia non merita d’essere esportata, neanche con le buone, se consiste in ciò che l’Occidente si trova ad avere: un’oligarchia plutocratica/partitocratica mimetizzata nel progressismo.

Questo hanno prodotto i 100 giorni fondativi dell’Unione: la promessa di anticipare di qualche settimana, rispetto al calendario di Berlusconi, il ritiro del contingente militare dall’Irak. In cambio allargheremo l’impegno nella ricostruzione della Mesopotamia e dell’Afghanistan, come se fossimo corresponsabili della loro distruzione.

Anzi nell’Afghanistan accresceremo il coinvolgimento bellico, visto che il cosiddetto trionfo dell’Iperpotenza Planetaria rischia d’essere azzerato dalla resistenza talebana. I Cento Giorni hanno visto anche la visita d’omaggio di Massimo D’Alema a Washington, così carica di simbolo. Hanno mostrato l’uomo forte del governo romano quasi balbettare la riconoscenza per essere stato ricevuto dal Segretario di Stato –non dal Presidente, che pure riceve tanti- e pure perdonato per il proposito di accorciare impercettibilmente il calendario del ritiro dall’Irak: ritiro dichiaratamente lento e ‘concordato con gli alleati’. Pochi giorni dopo il capo del governo di Tokyo annunzierà senza complimenti un disimpegno nipponico dall’Irak a termine ravvicinato, entro luglio. Per contrasto, nell’ufficio del Segretario di Stato il presidente dei Ds si è detto ‘onorato’ di una benignità della Rice: “Call me Condoleezza”. Come quando il principe di Bismarck poggiò sulle spalle di un Francesco Crispi adorante il proprio superbo pastrano.

Queste cose accadono quando l’avvento della Sinistra avrebbe potuto comportare la fine della sudditanza agli Usa della repubblica ‘nata dalla resistenza’. Perché no, l’uscita dal Patto Atlantico. Nell’era della Sinistra, la mannaia avrebbe dovuto cadere su tutte le spese militari e di rappresentanza, cominciando colla cancellazione di tutte le esibizioni e parate, comprese quelle domestiche. Si poteva ipotizzare che un governo rosso-rosa dimezzasse i costi delle velleità.

Per millenni si è contrapposto al fasto e agli sprechi delle monarchie la virtuosa semplicità repubblicana. Dopo sessant’anni di infedeltà agli ideali i gestori rossastri delle istituzioni sorte sul cosiddetto eroismo partigiano non accennano più a ricordarsi dei propositi di un tempo lontano. Il nostro apparato istituzionale è straordinariamente oneroso. Il Quirinale è senza confronto più sfarzoso di altre sedi di vertice. La presidenza italiana ha un migliaio di dipendenti contro i 160 di quella germanica. La Casa Bianca non ha nulla di altrettanto costoso e ridicolo quanto i nostri corazzieri. I ricevimenti mondani delle nostre sedi diplomatiche sono chic per definizione, e lo chic costa, oltre a corrompere.

I Cento Giorni di Prodi e Padoa Schioppa annunciano stangate, ma non alcun taglio agli emolumenti e privilegi di mezzo milione di eletti, cooptati, consulenti, faccendieri.

E’ irragionevole sperare che sia la sinistra, non avendolo fatto la destra, a licenziare un milione di dipendenti pubblici; ad abolire le province; a smettere di sussidiare le produzioni non richieste dal mercato; a cancellare ogni capacità offensiva delle forze armate, convertendo a funzioni di polizia la massima parte del residuo di apparato militare che si sia costretti a conservare; a mettere fine ai soprusi del sindacalismo, agli eccessi di immigrazione illegale, ad altre infamie.

La destra non ha indebolito l’oligarchia partitica. Perché dovrebbe farlo la sinistra, per la quale i partiti sono gli organi di comando della Repubblica?

In conclusione. Se le anime belle preferiscono la sinistra alla destra è perché paragonano le realtà della seconda con gli ideali della prima. L’errore è evidente: le cose hanno sempre smentito gli elevati imperativi della sinistra. Che questi ultimi siano idealmente superiori non conta: non operano mai. Per questo di fronte ai due campi non possiamo non essere indifferenti. Nella democrazia elettorale il buongoverno è semplicemente impossibile.

A.M.C.

Lo spettacolo deprimente dell’opposizione italiana

Al netto di quelli che lo votano, gli italiani di Berlusconi non ne possono più. Stanchi di andare all’estero ad essere derisi per un presidente puttaniere. Stanchi degli sproloqui suoi e dei suoi scherani pennivendoli. Stanchi del suo giovanilismo superomistico catto-cazzaro. Stanchi dei danni, più o meno gravi, inferti al Paese.

Ma ci sono alcuni di problemi che impediscono di sbarazzarsene. Uno è l’ostinazione con cui Berlusconi vince elezioni e sfide parlamentari. Un altro è il fatto che gli italiani che lo votano sono tanti, per lo più persone anziane e con un grado di istruzione medio o basso. E l’Italia straripa di vecchi e di ignoranti. Un altro ancora è il suo impero economico e mediatico.

Il problema più grave però è costituito da chi fa opposizione a Berlusconi, posto che qualcuno che faccia opposizione ci sia. Di Pietro urla e strepita, ma la sua stessa esistenza politica è legata alla sopravvivenza di Berlusconi, e al momento decisivo sono stati due suoi parlamentari a far sopravvivere il Governo. Vendola, per quanto si sforzi, è confinato nella ridotta della sinistra, che pare aver scritto nel proprio dna il destino di Cassandra, nella migliore delle ipotesi. Il Partito Democratico è una pasticca per il malditesta, maldipancia e maldiculo, tutto in un unico prodotto. Non solo è diviso al proprio interno tra amici del segretario, amici dell’ex segretario, amici di chi vorrebbe fare il segretario e di chi vorrebbe fare il candidato premier sì, ma il segretario no. E’ anche diviso all’interno delle sue stesse fazioni. Il caso fiat spacca la fazione del segretario e dei rottamatori, il testamento biologico spacca i modem, il Pd in definitiva spacca le palle al suo stesso elettorato. Il 25% di cui è accreditato pare essere composto, oltre dalle eterne truppe cammellate e da qualche anima pia che ancora ci crede, da elettori rassegnati, scontenti dell’estremismo (o dal passato, o dalle tendenze sessuali) di Vendola, o disgustati dal giustizialismo (o dall’ignoranza) di Di Pietro. Nel recinto dell’opposizione sono poi entrati da poco l’Udc di Casini, e da pochissimo il Fli di Fini. Contro Berlusconi è schierato praticamente l’intero arco parlamentare della Prima Repubblica, dal Msi al Pci. E dunque che fare?

A voler ascoltare il ronzio di sottofondo prodotto dall’opposizione, niente. La sola proposta astrattamente-potenzialmente vincente (sia chiaro, solo in sede elettorale) è quella del tutti contro uno, ma basta menzionarla per scatenare il tutti contro tutti. E allora niente.

Se è vero che questa Seconda Repubblica finirà con Berlusconi, non resta che augurarsi che finisca in modo drastico e fortemente autocritico. Speriamo poi che la Terza si fondi su presupposti completamente nuovi, magari un po’ più improntati alla responsabilità ed alla selezione di eletti ed elettori.

Tommaso Canetta

LA BORSA DI STUDIO COMPORTERA’ QUELLA DI SOPRAVVIVENZA

Image courtesy of liberareggio.com

L’esplosione demografica degli atenei dovrebbe terrorizzare quanto quella delle bidonvilles africane. Attorno alle nostre università le strade e le piazze formicolano di studenti, i più visibilmente venuti dalle periferie proletarie. Lezioni, per esempio di diritto, che richiedono non aule, ma grossi cine-teatri, con impianti d’amplificazione acustica di tutto rispetto.

Mi viene in mente quella volta, in un tempo lontano, che m’ero seduto per fatti miei nel banco più basso di un anfiteatro universitario perfettamente vuoto. Invece arriva il cattedratico, mi prende per un suo uditore e avvia la lezione solo per me. Che gli studenti fossero pochi era normale. La lezione dovetti sentirla tutta: il cattedratico tenne entrambe le mani sulle mie spalle: un po’ per bonarietà, un po’ perché l’uditore non sparisse.

Quell’anfiteatro contenente solo me accidentale è l’opposto metafisico dei maxi cine-teatri d’oggi, straripanti di moltitudini. Bene così. Giusto sia finita l’iniquità degli atenei per i piccoli numeri espressi dai licei, ehm, elitari. Oggi pochi proletari rinunciano ai figli universitari. Ma poi viene il vuoto. Chi ha fatto la fatica di prendere una laurea, magari triennale e persino on-line, cercherà di non lavorare in fonderia. Aborrirà la zappa. Al massimo dell’umiltà guiderà un taxi o farà il concorso per vigile urbano. Ma i vigili saranno pochi, forse diminuiranno. La competizione tra leve incalzanti di candidati alle professioni liberali e ai posti da tavolino o da tuta bianca si farà più feroce. Ciascun candidato sarà tentato di farsi caino di un altro. Gli studi e le posizioni esistenti, quelli che spettano ai figli e ai nipoti dei professionisti affermati, o appena sbarcanti il lunario, si terranno tutti i clienti e gli stipendi. Di che camperanno le turbe laureate?

Veniamo così alla conseguenza ineluttabile. Saremo costretti ad essere coerenti con la filosofia egualitaria che ha voluto il trasloco delle lezioni nei cine-teatri. Dovremo fare il passo successivo, quello che sarà accettato solo da una società parasocialista. Il conferimento di una laurea comporterà l’assegnazione di una borsa pluriennale, non più di studio ma di (magra) sussistenza. I dottori in possesso dei requisiti x e y saranno mantenuti (come Dio vuole) se dimostreranno d’essere disoccupati con figli o madri vedove a carico.

Il costo di questa coerenza essendo proibitivo, si abbasserà la saracinesca su varie botteghe della società organizzata sui beni, sul mercato, sulla libera iniziativa, sulla sacertà del diritto, sulla competizione, sulla vittoria dei più forti, persino sul dovere di lavorare. Dovrà vivere anche chi non lavorerà. Andranno distrutte le vecchie icone: produttività, progresso, pensioni generose agli anziani, visibilio d’ammirazione per gli operai-padroncini che in Veneto domano le esondazioni, per i finanzieri di piazzetta Cuccia e per le ‘grida’ della Borsa, cuore, polmone e cistifelia della modernità.

I conati di sinistrismo sono meritatamente falliti ovunque, ma ovunque occorrerà tornare agli sforzi di un secolo fa per umanizzare il vivere collettivo. Scopriremo di avere sbagliato a ripudiare gli ideali sociali solo perché gli esperimenti di socialismo hanno premiato i peggiori e incanaglito il costume pubblico. Guidati dai puri di cuore e non dai politici ed intellettuali ‘democratici’, ci convinceremo che sempre più le nostre società saranno contesti di senza lavoro e di precari. L’ultimo numero di Newsweek afferma che Obama entrerà nella storia solo se dirà all’America “la catastrofe economica che la attende”.

Solo la scelta di programmi parasocialisti di solidarietà austera mitigherà la sofferenza degli svantaggiati. Le tasse saliranno, il Pil scenderà, gli investitori e i redditieri fuggiranno, il benessere degli Ottanta resterà un ricordo. Ricordo non bello: i laureati senza lavoro sono una delle battaglie perse, una delle brutture da cancellare.

L’Ussita

A MEDITERRANEAN RESURRECTION

Are the countries on the southern shores of the vast sea the Romans called Mare Nostrum going to rise again? For centuries those countries have stayed demoted to semicolonial status, subjected to Turkey first, to Spain France Britain Italy later. Today portents of revival are multiplying. Tunisia’s and Morocco’s economies are developing in a way resembling the Italian one in the wonder years of the ’50s, when Italy started growing at a relentless speed. The performance of the Maghreb agro-industry is seriously menacing the market positions of the southern regions of Italy, France, Spain and Greece. A few years ago, a leading exponent of the Sicilian fruit industry remarked recently, a man who owned a 4-hectare (10-acre) citrus orchard was a prosperous farmer. Today, because of the Moroccon (and Spanish) competition, he is struggling and may go bankrupt.

In the eastern reaches of the Mediterranean Sea Turkey is going back to the giant status of three centuries ago. Over a quinquennium she has been developing 6% a year. An omen of a strong future is the fact that the Ankara government opened 30 new embassies in Africa and Latin America over a dozen months.

It’s the phenomenon of a neo-Ottomanism which does not rely on military conquests but on economic, diplomatic, cultural, religious ones. A few months ago a pact was signed by Turkey, Syria and Lebanon to create a free-trade zone. The nation that was the brain, heart and powerful arm of an empire stretching from the outskirts of Vienna to the Atlantic Ocean and to the Persian Gulf is now conscious as never was in the last two centuries that the imperial heritage of the Ottomans is a large asset in modern geopolitical terms.

Possibly the lines of expansionist assertion are not predominantly oriented toward the Maghreb; rather to the East and beyond the Black Sea, toward the regions whose populations share a Turki, or Turkic, language- the Osmanlis in Europe, the Seljuks, Uzbeks, Turkomans, Tatars and Uigurs in Asia. Central Asia is the ancestral homeland of the Turks. But the southern, formerly Ottoman shores of Mare Nostrum, too have important prospects. They are nearer to and more connected with Europe, so possibly will play an increasing role in the dilatation of Ankara’s sphere, even should Turkey miss admission to the European Union.
I have mentioned the present growth of Tunisia and Morocco, but no reason exists why Algeria and Egypt should not acquire additional weight. Syria, bordering Turkey to the south, adds to her own national potential the outlook of reclaiming the vocation as the maritime component of a Mediterranean-Mesopotamian-Persian context.

Once upon a time Turkey was ‘the sick man of Europe’ and Anatolia was backward. Today the country which Kemal Ataturk modernized is a powerhouse. It’s not totally sure that the future of Turkey will look much better than today if or when she will be accepted into Europe. Other, perhaps more gratifying, options and horizons are open to the heirs of the Ottomans. The Mediterranean promises are richer than those of the comparatively irrelevant Baltic or North Seas. It’s not without significance the astonishing success of the Islamist-religious-cultural Gulen movement started a few years ago by Fethullah Gulen, a Turkish imam. The Gulen-affiliated schools are approximately one thousand in 100 countries, offering a mix of faith, Western education and Turkish pride.

A.M.C., Daily Babel

DISPREZZO SE L’OPPOSIZIONE NON FERMERA’ L’F35

Non ce la prendiamo abbastanza con la mentalità che tempo fa si espresse in un editorialino, insolitamente dozzinale nell’argomentazione bellicista, del “Sole24 Ore”. Diceva: ”Dissentiamo dal sen. U. Veronesi. Ridurre del 5% le spese militari nella UE a 27 porterebbe sì 4 miliardi nelle casse dei governi. Ma meno spesa militare significa meno sicurezza di chi -come i nostri soldati in Afghanistan- è in missione all’estero nel quadro di alleanze a cui non sarebbe realistico né sensato rinunciare. E perché da sempre l’industria militare traccia la strada a quella civile. E quanto si studia e si sperimenta sulla frontiera della difesa finisce sovente per essere utile negli ospedali e nelle nostre stesse case”.

Non ce la prendiamo abbastanza per le trombette dell’ipercapitalismo e della soggezione a Washington (in questo caso, più disonorevole, al Pentagono). Le grandi firme dell’atlantismo sono il Mario Appelius (era il massimo commentatore dell’Eiar) collettivo del nostro tempo. Ma gli Appelius del Ventennio avevano alcune attenuanti. Le sciagurate guerre che acclamavano non erano più colpevoli negli intenti di quella di Giolitti per acquistare Libia e Dodecanneso, e lo furono assai meno di quella di Salandra Sonnino d’Annunzio e re Vittorio: entrambe imprese di ultimi arrivati che volevano ‘un posto al sole’. Gli Appelius del 2010 hanno zero attenuanti: fanno le persone di servizio della più obesa superpotenza della storia. Sono resi più spregevoli dal fatto d’essere inebetiti da quella loro droga che è il Pil. Chissà, forse il Mario Appelius originale avrebbe vergogna della ricchezza di morte che si promette al circondario di Cameri (Novara) se produrrà ali per il Joint Strike Fighter F35, gioiello della Lockheed Martin ( ha ucciso meno o più della Luftwaffe?) in joint venture con la Alenia/Finmeccanica del benemerito Guarguaglini.

Il “Sole 240re” ha alzato il gagliardetto della vittoria: “Un nuovo stabilimento su 124 mila mq., 21 fabbricati, 1816 addetti, 24 cacciabombardieri F35 l’anno”. Ammirazione estatica per il proclama del sottosegretario Crosetto (Difesa): “Raccogliamo i frutti di un percorso iniziato quasi 20 anni fa. Il primo stabilimento per produrre fuori degli USA un aereo americano. Portiamo in casa le tecnologie più avanzate del mondo. Si tratta di un investimento cui non si poteva rinunciare, neanche in una fase critica per la finanza pubblica come quella attuale”.

Apprendiamo che il contratto siglato tra il ministero della Difesa e Lockheed/Alenia prevede solo per l’allestimento del sito un preventivo di circa 800 milioni; che l’Italia è intenzionata a comprare 131 JSF a circa 100 milioni l’uno; e che a Torino l’Alenia produce l’Eurofighter e il C27 (quanti stipendi e dividendi, chiediamo noi, fruttarono il fosgene nella Grande Guerra e il Ziclon-B nel Lager di sterminio?).

Fin qui la reincarnazione di Mario Appelius. Ma il senatore Umberto Veronesi, che chiede lo stop all’F35, perché così timido? Rimarca solo che se l’Italia si limiterà a comprare cinquanta F35 spenderà 5 miliardi di dollari, coi quali si costruirebbero 50 ospedali e oltre 5 mila asili nido. Perché Veronesi non esige di sventrare della metà, almeno, il bilancio della Difesa? E’ un divo della chirurgia. È stato ministro. Lasci ad altri il nucleare, si metta alla testa di una campagna veramente impetuosa contro l’F35 e a favore di programmi non criminali. Se riuscisse a trascinare l’opposizione, forse la riporterebbe al potere, con la consegna di ripudiare l’atlantismo. In particolare il PD si riscatterebbe di avere, per colpa del trio Prodi D’Alema Parisi, all’incirca le stesse responsabilità di Berlusconi per l’attuale deriva militarista, senza la quale il programma JSF e l’impegno crescente nella guerra afghana sarebbero inconcepibili.

Se ancora una volta l’opposizione la darà vinta al bellicismo -ricordiamoci dell’oscena base americana a Vicenza- si meriterà un disprezzo più grave di quello che le spetta oggi. Conclamerà il diritto a governare delle destre, con o senza Berlusconi.

J.J.J.

PARLAMENTO IN VACANZA

Per capirci meglio.

Un coro di proteste indignate e scandalizzate si è levato alla notizia che il parlamento sarebbe andato in vacanza in attesa del fatidico voto di fiducia o sfiducia del 14 dicembre, che poi magari non ci sarà (stiamo scrivendo con qualche giorno di anticipo su quella data). Proteste sacrosante, per un verso. Si tratta infatti dell’ennesima e ormai non più stupefacente prova di insensibilità della classe politica, comunemente nota come casta, nei confronti di una comunità nazionale che forse confidava in qualche segno di resipiscenza almeno in un momento così cruciale.

Deputati e senatori lautamente stipendiati e spesso assenteisti in vacanza straordinaria quando buona parte del paese soffre per la crisi e per una sequela inarrestabile di emergenze come quella di Napoli? Quando si lamenta (almeno da qualche parte) che le crisi attuali come tante altre pregresse si snodano e si dibattono ovunque salvo che in quella che dovrebbe essere la sede naturale, ossia appunto in parlamento? Quando si denuncia l’arenamento di vari processi decisionali su questioni particolarmente scottanti e urgenti con conseguente pericolo di gravi danni economici, come nel caso di opere finanziate con fondi UE?

Ebbene sì, proprio in vacanza, per di più prenatalizia e, come se non bastasse, non senza il sospetto che una delle sue finalità, forse la principale, fosse quella di lasciare più libero spazio ad un inedito mercatino di fine d’anno quale la compravendita di voti in vista della fatidica scadenza di cui sopra. Nel qual caso i mercanti avrebbero avuto almeno la delicatezza di sgombrare volontariamente e sia pure solo temporaneamente il tempio. Non conviene però stracciarsi soverchiamente le vesti perché non tutto il male viene per nuocere. Forse gli stessi mercanti hanno inteso rendere un servizio al paese essendo verosimilmente consapevoli di come stanno le cose almeno per quanto riguarda la funzione istituzionale primaria del parlamento: la legiferazione.

Qui il punto è stato appena fatto, in modo icastico, dal rapporto annuale del Censis, che non ha mai peccato di pessimismo sulle sorti nazionali. Il nostro, secondo l’istituto presieduto da Giuseppe De Rita, sarebbe infatti un paese “senza regole né sogni, che non ha più desideri”, e questo anche perchè “con troppe leggi dove però la legge conta sempre meno”. Proprio come le grida manzoniane, insomma. Se ricordiamo bene, il numero di leggi vigenti in Italia sta in un rapporto di circa 100 a 5 con quelle vigenti in Germania, la quale non sembra languire sotto il peso di una simile inferiorità. Non risulta, d’altra parte, che lo sfoltimento legislativo intrapreso da un eminente statista come Roberto Calderoli abbia dato finora frutti molto apprezzabili. La vacanza parlamentare, dunque, ci può stare, e potrebbe persino definirsi salutare.

Nemesio Morlacchi