La Terra, Il Sangue, le Parole: intervista con il Generale Pietro Pistolese sulla situazione in Israele e Palestina

Internauta intervista il Generale di corpo d’Armata dei Carabinieri Pietro Pistolese, autorevole voce per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, ultimamente di nuovo oggetto di preoccupazione da parte della comunita’ internazionale. Il generale Pistolese ha guidato diverse missioni di pace in Isaele e Palestina: a Hebron e’ stato due volte vicecomandante della Temporary International Presence in Hebron (TIPH) e ha concluso la sua carriera come comandante della Missione di pace per conto dell’Unione Europea (EUBAM) al valico di Rafah (Gaza) fra il 2005 e il 2008.

Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, Commendatore della Repubblica Italiana, é membro dell’Istituto di Diritto Internazionale Umanitario di San Remo e del Consiglio Direttivo della Società di Letture e Conversazioni Scientifiche di Genova. Ha pubblicato numerosi articoli sulla situazione internazionale e il libro Il Forte di S. Giuliano edito da ECIG nel 1995. Recentemente ha pubblicato, a quattro mani con il Professor Petermann, La Terra, il Sangue e le Parole, edito da Termanini, sulla sua personale esperienza in Israele. Un libro documentato, vivo e concreto che riesce a rimanere neutrale sul conflitto israelo-palestinese, forse il più complesso della storia moderna, dando al lettore una chiara, a tratti scioccante testimonianza della difficolta’ sul campo che incontrano Israeliani e Palestinesi nella loro vita quotidiana e dei numerosi, imprevedibili ostacoli al processo di pace nell’ultimo ventennio.

Il libro bene rende la complessità del problema israelo-palestinese dove psicologia, storia, demografia e religione si intrecciano in un contesto in cui lo Stato sembra solo uno degli attori, spesso incapace di controllare i propri cittadini. Questa terza intifada ne e’ un’ ulteriore conferma. Ecco la nostra intervista al Generale Pistolese.

1. Generale, un articolo pubblicato dal Jerusalem Post il 31 marzo 2007, quando Lei era a capo della missione EUBAM, la definiva un ottimista: ancora credeva che la pace fosse possibile. Il vostro libro invece da una conclusione piuttosto pessimista. La pace in Israele e Palestina viene paragonata ad un “Sisifo felice”. Cosa e’ cambiato dal 2007 ad oggi? Cosa pensa di questa terza intifada?

Mai nella storia uno stato di guerra è rimasto tale per sempre. Inevitabilmente si arriverà ad una soluzione. Rimango perciò sempre ottimista, come nel 2007. Ho usato nella conclusione del libro il mito di Sisifo, condannato per l’eternità a spingere fino alla cima di un monte un masso che raggiunta la vetta rotola inesorabilmente a valle, come similitudine con il processo di pace. Con questo mi sono voluto riferire ad un passato in cui tutte le volte che era sembrato poter agguantare la pace, inevitabilmente si era verificato un evento che, azzerati i progressi raggiunti, faceva tornare indietro il negoziato.

Esiste però un presente e un futuro. L’operazione militare del luglio 2014, Margine di Protezione, (pag. 260) ha inflitto ad entrambi i contendenti pesanti perdite senza risolvere nulla. Israeliani e palestinesi ora sanno che ripetere azioni consimili non migliorerà la situazione anzi, la devastazione siriana e la presenza di un nuovo elemento, l’ISIS, nello scacchiere mediorientale, alle frontiere settentrionali d’Israele, dovrà comportare maggiore cautela. La via del negoziato che potrebbe essere promossa dal Quartetto (ONU, UE, USA e Russia), ancora una volta, si presenta come l’unica praticabile.

2. Generale, Lei hai guidato delle missioni in Israele e Gaza per conto dell’Unione Europea ed ha una conoscenza concreta dell’organizzazione e efficacia degli interventi occidentali nella regione.

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua in un’intervista su La Stampa ha definito recentemente le politiche degli Stati Uniti nella zona «criminali», inutili anzi dannose per favorire davvero la pace e ha detto che l’Europa é “una delusione”. Cosa ne pensa lei? Quanto sarebbe auspicabile ed efficace oggi l’intervento dell’occidente per guidare delle eventuali trattative di pace? Quanto invece potrebbero essere le potenze regionali, penso per esempio, oltre a Israele, a Egitto e Giordania a guidare il processo di pace?

Non credo che il processo di pace possa essere guidato da alcuno tranne che dagli stessi israeliani e dai palestinesi. Il Quartetto, e nel suo ambito gli europei, possono favorire il dialogo, finanziarne le iniziative (la ricostruzione dell’aeroporto e il famoso porto a Gaza) ma soltanto le due parti possono decidere quando e come riavviare il processo. Nel frattempo la situazione di stallo e i clamori del conflitto nella confinante Siria e in Iraq favoriscono autonome spinte estremiste e terroristiche. Netanyahu dovrebbe comprenderlo e, di conseguenza, assumere iniziative politicamente valide. L’attuale situazione di stallo non favorisce Israele e i palestinesi non si rassegneranno mai a non avere un loro stato indipendente. La storia ce lo insegna: noi stessi, italiani, quando abbiamo deciso di essere uno stato unitario abbiamo combattuto quattro guerre d’indipendenza contro uno dei più forti imperi del mondo, l’Austria – Ungheria, ma alla fine abbiamo vinto.

Il vero problema è la mancanza di una vera leadership nell’ambito delle due parti e la totale sfiducia tra di loro.

Per quanto riguarda un possibile maggiore ruolo delle potenze regionali, Egitto e Giordania, che verrebbero così a costituire il cosiddetto “Quartetto allargato”, ritengo che possa essere un’opzione meritevole di essere esplorata malgrado le difficoltà presenti.

3. Netanyahu sembra rifiutare la soluzione dei due stati e Israele sta diventando, per molti osservatori, sempre più simile ad uno stato di apartheid. In Cisgiordania ci sono tre zone di cui una, la zona C, completamente sotto il controllo di Israele, eppure i palestinesi ivi residenti non hanno diritto di cittadinanza. Netanyahu ha recentemente rifiutato gli osservatori internazionali in Israele e ha accusato il gran Muftì di Gerusalemme di essere stato la vera mente dell’Olocausto. Sarà possibile una pace duratura con Netanyahu al potere?

Se non si attuerà la soluzione di due stati per i due popoli dovrà adottarsi quella di uno stato solo per israeliani e palestinesi. In tal caso, come ha così bene evidenziato l’esperto demografico e statistico israeliano, Sergio Della Pergola (pag. 173), l’incremento demografico palestinese, più dinamico di quello israeliano, finirà per mettere questi ultimi in minoranza. Nell’ambito di un unico stato i palestinesi non potranno restare troppo a lungo privi di diritti civili e chiusi nell’apartheid dei loro territori. Alla fine prevarrà il principio dell’uguaglianza. E’ una storia già vista di recente in Sud Africa. Forse allora chi verrà al posto di Netanyahu dovrà chiedere di gran fretta l’intervento degli osservatori internazionali e la manipolazione di antiche quanto inutili rievocazioni storiche, come quello del Gran Muftì palestinese che avrebbe suggerito a Hitler di sterminare gli ebrei, non sarà certo d’aiuto. Quanto all’Europa non possiamo farci illusioni: un’Europa cosiffatta non sarà mai in grado di esprimere una politica estera e neanche di difesa accettabili. Forse tra qualche generazione gli europei riusciranno a fare quello che è stato realizzato per la moneta unica alla quale, comunque, non tutti i ventotto hanno aderito.

4. La Russia sta tornando protagonista nella scena globale ed ha scelto il Medio Oriente come porta privilegiata. La Russia é l’unica potenza che può vantare un saldo amicizia con Israele, Iran, Egitto, Giordania Siria e Iraq allo stesso tempo mentre si sta riavvicinando all’Arabia Saudita. Gli Stati Uniti invece, dopo anni di attivismo, si dimostrano sempre più incerti nelle scelte da fare nella regione. Potrebbe, secondo Lei, la Russia cominciare a giocare un ruolo chiave nel processo di pace israelo-palestinese e sostituire magari l’Occidente?

La Russia è una potenza di gran lunga ridimensionata rispetto alla dissolta URSS. Vuole tuttavia mantenere la base navale di Tartus ed aerea di Hmeymim (Latakia) per cui continua a sostenere l’alleato siriano Bashar al Assad. Si è dunque inserita nel gioco mediorientale contro l’ISIS preoccupata anche delle influenze che quest’ultimo potrebbe suscitare sugli oltre 16 milioni di musulmani russi in particolare nel Caucaso e nell’Asia centrale.

A mio parere, dunque, non si tratta di un rientro sulla scena politica internazionale globale ma soltanto di una riaffermazione dei suoi interessi regionali. In tale prospettiva la Russia é in buoni rapporti con Israele, ma anche con i suoi nemici, Siria e Iran. E questo è fondamentale per Mosca se vorrà essere tra coloro che decideranno il futuro assetto della regione, per questo ha bisogno di allacciare forti e buone relazioni con Israele. Quest’ultima, d’altro canto ha accolto oltre un milione e mezzo di ebrei russi. In Israele ci sono reti televisive e giornali in lingua russa, spesso si notano insegne di negozi scritte in russo e la presenza di questi nuovi cittadini che continuano a esprimersi in russo è più che evidente. E’ questa una fase politica molto intrigante, i russi la chiamano pluridirezionale: avere molte controparti con cui parlare e proporsi come mediatore nei conflitti. Dopo le primavere arabe, però, anche i russi si sono dovuti schierare prevedendo un irrobustimento dell’islam radicale e dunque un aumento dell’instabilità. E’ per questo che la Russia ha scelto un campo: si è schierata con gli sciiti contro i sunniti.

Quanto agli Stati Uniti, la cui supremazia non appare in discussione, dopo molte incertezze sembrano ormai convinti ad avviare anche operazioni terrestri con forze limitate per combattere l’ISIS ed abbattere Assad al quale il sostegno russo sembra cominci a vacillare.

In tale contesto non va dimenticato l’Iran che in virtù dell’accordo recentemente sottoscritto con il “5+1” (USA, Francia, Regno Unito, Germania, Cina e Russia) sul nucleare ha rinforzato le sue ambizioni di potenza regionale, leader dei paesi musulmani di confessione sciita.

5. Nel libro emergono aspetti molto affascinanti legati alle percezioni psicologiche delle due parti che si mescolano a fattori religiosi e storici. E possibile una dialogo “laico” fra Israele e Palestina e un dibattito soltanto su concreti interessi strategici?

In Israele la componente religiosa è attualmente molto forte e dunque condizionante per la politica dell’intero stato. Non a caso nell’attuale governo, uscito dalle elezioni dello scorso marzo e dopo 42 giorni di trattative condotte da Benjamin Netanyahu, figurano i partiti religiosi schierati più a destra come i religiosi dello “Shas” e della “’Unione per il Giudaismo nella Torà”. Ma Netanyahu ha potuto raggiungere alla Knesset la tanto sospirata quanto risicata maggioranza di 61 seggi su 120 solo grazie all’intesa con Naftali Bennett, leader della destra nazionalista dei coloni del partito “Bayt Hayehudi” ( Focolare Ebraico ).

E’ evidente che un Primo Ministro che ha condotto una campagna elettorale all’insegna della minaccia alla sicurezza dello stato ebraico rappresentata dal programma nucleare iraniano e dall’avanzata dello jihadismo di Isis e delle altre sigle del terrorismo islamico e che si poggia su una maggioranza siffatta, non potrà mai allacciare un dialogo puramente “laico”.

Questa ipotesi potrebbe verificarsi soltanto se un futuro leader israeliano fosse capace di raggiungere una forte maggioranza con il “Fronte Sionista” ( partito laburista di Isaac Herzog ), che ora ha raggiunto solo 24 seggi, i centristi di Yar Lapid (11 deputati, sensibilmente diminuiti rispetto ai 19 di due anni fa), il “Kuluna”, movimento centrista, fondato lo scorso novembre da Moshe Khalon, con 10 seggi, il partito “Meretz” ( 4 seggi) e, forse, con l’appoggio esterno della lista dei “Partiti Arabi Uniti” (raggruppa gli arabi-israeliani) che ha raggiunto ben 14 seggi e potrebbe essere l’ago della bilancia. Naturalmente gli israeliani dovrebbero conferire a ciascuna formazione politica, in una futura ipotetica elezione, un numero maggiore di voti.

Da parte palestinese il perdurare del dualismo Fatah – Hamas malgrado la conclamata riconciliazione e l’atteggiamento fortemente ostile del regime di Haniye nella Striscia di Gaza non consentono alcun passo avanti nel processo di pace da tempo interrotto.

I commenti da parte palestinese sul nuovo governo Netanyahu sono stati molto negativi. Il segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Abed Rabbo ha detto con durezza: “Israele ha scelto la via dell’occupazione e della colonizzazione e non del negoziato e della collaborazione”. Gli Hamas molto spicciamente si sono così espressi per bocca di Izzat al-Rishq: “Terroristi Netanyahu e chi lo ha votato”.

Pare infine che il capo negoziatore dell’Autorità Nazionale Palestinese, Saeeb Erekat, avrebbe intenzione di tentare di ottenere dall’ONU il riconoscimento unilaterale dello stato palestinese. Non solo ma avrebbe accennato alla possibilità di procedere alla denunzia di Israele al tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra.

Raimondo Lanza di Trabia

Per la lettura: La Terra, Il Sangue, le Parole di Pistolese, P. e Petermann, S. ed. Termanini 2015 p.302

SOGNO E LAVORO: DAL KIBBUTZ AL COMPUTER

Terza rassegna di cinema israeliano indipendente

dal 27 al 30 Settembre
al Teatro Franco Parenti
SALA A COME A
via Pier Lombardo 14

www.teatrofrancoparenti.it

a cura di Marta Teitelbaum e Marco Sabella

 

Cinematov, terza edizione della rassegna di cinema israeliano contemporaneo indipendente – a cura di Marta Teitelbaum e Marco Sabella – propone una programmazione di undici film che hanno come filo conduttore l’idea e il ruolo del lavoro nella società israeliana. Sullo sfondo ci sono secoli di storia del popolo ebraico in Europa, con la proibizione di svolgere i mestieri “normali”, a cominciare da quelli dell’agricoltura. La discriminazione nel campo del lavoro è stata il primo tra i “ghetti”. Di qui l’importanza storica e identitaria del lavoro per gli ebrei israeliani.

L’obiettivo di “liberare il lavoro” (liberarlo dai vecchi condizionamenti e anche dallo “sfruttamento capitalistico”) è stato al centro della corrente del “sionismo socialista”, che associava al ritorno in terra d’Israele il sogno di una società più giusta ed egualitaria. Emblema di questa scommessa era, e in parte è ancora, il kibbutz. Prima idealizzato e poi diventato un sogno infranto, il kibbutz è stato a lungo uno dei temi preferiti dal cinema israeliano.

E’ questo il sogno delle cinque pioniere, protagoniste del documentario del 2013, Halutzot (Le Pioniere), di Michal Aviad (in programma sabato 27 alle ore 22:30). All’inizio del XX secolo, queste donne giungono dalla Russia in Palestina per fondare una nuova società, giusta ed egualitaria. Co-fondatrici del kibbutz Ein Harod, dovranno prendere atto delle difficoltà che si presentano loro durante un aspro cammino.

Sottolineiamo il film d’apertura,  Avodà (Lavoro) del 1935 (Sabato 27, alle 19:00), realizzato dal fotografo e regista cinematografico Helmar Lerski, uno dei più importanti della sua epoca. Lerski, vicino all’espressionismo tedesco, influenzato dalla scuola del découpage dei formalisti russi e maestro del ritratto, ha vissuto per un lungo periodo in Palestina, dove ha girato diversi film, che raccontavano l’ideologia dei pionieri attraverso la sinfonia delle sue immagini. Ha lavorato con registi del calibro di Fritz Lang, per Metropolis, Il gabinetto delle figure di cera di Paul Leni e La montagna dell’amore di Arnold Fanck.

Esisteva però, già negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, un altro Israele: quello delle piccole e sperdute cittadine d’immigrati, dove il diritto al lavoro è sempre stato una lotta quotidiana come nel film, che ha ottenuto il Prix Italia della Rai, Lehem (Pane) del 1986 (Lunedì 29 alle 20:30) di Ram Loewy. Al tempo stesso il sogno del “lavoro liberato”, di cui erano portatori soprattutto gli ebrei giunti dall’Europa, ha messo in luce la divisione tra le diverse comunità alla base della popolazione israeliana.

Irrompe come un carnevale con i suoi colori, nella giornata dedicata a una maratona di documentari (Domenica 28), Bubot Nyar (Bambole di Carta) del 2006. Questo film di Tomer Heymann, segue le vicende di sei “trans” filippini che durante la settimana lavorano come badanti prendendosi cura di persone anziane e nel weekend, a Tel-Aviv, una delle città più moderne e con maggior concentrazione di giovani in Israele, si esibiscono in spettacoli di ‘drag queen’. Dopo la proiezione (alle 17:45) il regista parteciperà a una tavola rotonda con Asher Salah, docente all’Accademia di Belle Arti Bezalel di Gerusalemme.

Domenica 28, alle ore 20:30, segnaliamo la proiezione del pluripremiato Beith-lehem (Betlemme) di Yuval Adler (6 Ophir, i premi dell’Accademia israeliana di cinema, il premio per il miglior film nei “Tre giorni di Venezia” 2013). Leitmotiv tristemente fertile per i cineasti israeliani, il conflitto israelo-palestinese, fa da sfondo alla storia di un agente dei servizi israeliani di sicurezza e un adolescente palestinese, suo malgrado informatore di quello; tra i due nasce fiducia e affetto ma la dura realtà avrà la meglio sui sentimenti. Nel film partecipano attori  palestinesi e israeliani.

Questi sono solo alcuni degli spaccati di vita che ruotano attorno alla sfera tematica del lavoro che potrete ritrovare nel ricco percorso proposto dalla rassegna. Gli spunti di riflessione intavolati dai film, rendono particolarmente evidente gli aspetti umani, direttamente o indirettamente riguardanti la dimensione del lavoro o più semplicemente il luogo del lavoro come microcosmo nel quale si palesano amori, odi conflitti familiari, sogni e delusioni.

Si segnala inoltre che nella giornata di Sabato 27, di seguito ai film, il regista e fotografo Ruggero Gabbai condurrà il dibattito. Dopo il film No’ar (Gioventù) di Tom Shoval (ore 20:15), ci sarà un intervento del giornalista e critico cinematografico Giancarlo Grossini. A partire da Domenica 28, il discorso critico sarà animato dal docente all’Accademia di Belle Arti Bezalel, Asher Salah, direttamente da Gerusalemme a Milano per l’evento.

Per maggiori informazioni contattare:

Marta Teitelbaum: +33612186110,  associazionekaleidoscopio@gmail.com

Marco Sabella: 3474346958

Davide Maria Esposito: +33788217007,  davidemaria.esposito@gmail.com

KIBBUTZ: UN’OPZIONE NUOVA PER I DISOCCUPATI DEFINITIVI

UNA VIA DI SALVEZZA IV

Nella sua ovvietà, è stata paradigmatica il 21 settembre la puntata di “Tutta la città ne parla”,  3° programma Rai. Tema, la chiusura della Irisbus a Valle Ufita in Irpinia. La fabbrica, del gruppo Fiat, conta 681 dipendenti, in cassa integrazione; poi ci sono i lavoratori dell’indotto. Oggi Irisbus non ha clienti, in pratica. Per l’export non ha quasi mai lavorato; il suo mercato era italiano. Le regioni e i governi locali, cui i tagli hanno tolto risorse, non hanno la capacità di ordinare autobus.

Secondo i sindacalisti, la Irisbus è l’unica azienda italiana che può produrre questi veicoli. Teorizzano, testualmente: ”Siamo nati per fornire l’Italia; spetta all’Italia tenerci in vita”. Nessun accenno al diritto/dovere dell’Italia di comprare autobus, quando potrà, da chi li fa pagare meno. Altra argomentazione/apodissi, avanzata in splendida assolutezza, senza riferimenti al problema delle risorse: “Il parco autobus italiano è vecchio, va aggiornato”. Risorse a parte, questo è vero solo in una logica di consumismo ultra-esigente. I bus in circolazione sono abbastanza moderni da  restare operativi per anni. Le motivazioni per sostituirli sono occupazionali, non tecnico-economiche.

Questi i termini di una situazione che vale anche per molte decine di imprese medio-grandi italiane, per qualche migliaia di imprese medio-grandi dell’Occidente intero. Sappiamo, da prima della nanizzazione dei mercati, che la Cina ed altre realtà economiche nuove possono produrre “tutto” per il pianeta, a prezzi e a livelli di qualità che espelleranno dal mercato molte fabbriche dei paesi di vecchia industrializzazione. “Tutta la città ne parla” ha dato la misura dell’inesistenza, magari momentanea, di alternative che non siano i salvataggi industriali a spese del contribuente.   Una parte delle manifatture italiane, europee, americane, persino giapponesi, resteranno aperte solo se riceveranno commesse assistenziali, le quali dilateranno l’invenduto. Altrimenti chiuderanno. Siamo alla crisi grave di sovraproduzione e non uno tra gli imprenditori, i governanti, i guru sembra in grado di indicare rimedi diversi dalla filantropia pubblica.

Sono decenni, in qualche caso secoli, che certe industrie esistono soltanto per gli ordinativi e i sussidi del Principe. L’argomento principale a favore di questa prassi è che un paese industriale non può deindustrializzare, non può privarsi dei suoi ‘gioielli’ e delle collegate ricerche, università, etc. In più, in caso di guerra, si troverebbe sguarnito di opifici e arsenali. La risposta a quest’ultimo argomento è che, nel Terzo Millennio, è imperativo fare in modo di non trovarsi in guerra. Quanto all’indispensabilità dei ‘gioielli’, il denaro pubblico non può pagare per sempre il prezzo  di produrre beni invendibili.

E’ categorica l’esigenza che la collettività (l’impresa no) non abbandoni alla miseria i lavoratori ridondanti. Ma se per dare a ciascuno di essi 1500 euro  occorre spendere il doppio, è evidente che la collettività preferirà pagare 700 per un sussidio piuttosto che 3000 per un salario improduttivo. Sono assai poche le fabbriche senza commesse le quali meritano d’essere salvate. Le fabbriche esistono per produrre merci, non salari. Per il soccorso esistono altre vie.

Molti di quanti perderanno il lavoro, non ne troveranno un altro. Le industrie senza mercato vanno lasciate fallire e i licenziati riceveranno solo un sussidio poco più che alimentare. Di più, la difesa del reddito piccolo-borghese è impossibile. Forse arriva la Seconda Depressione. Le banche potranno o no recuperare in borsa, ma oggi 23 settembre i tre massimi istituti della Francia hanno perso metà del loro valore. Ci sono titoli borsistici che quotano un decimo di pochi mesi fa. Gli Stati Uniti, finora additati come possente centrale di produttività e di ricchezza, hanno più disoccupati di noi: oltre il 9%. Giorni fa il loro Census Bureau ha accertato la povertà più alta sui 52 anni di questa specifica rilevazione: il 15% degli americani vivono al di sotto della poverty line. Ha concluso la columnist Rana Foroohar di ‘Time’: “The American Dream is increasingly becoming a myth”.

A non voler chiudere le frontiere, a non riparare in un’autarchia la quale pure distruggerebbe lavoro, non resterà che accettare l’arretramento del benessere, il ritorno alla parsimonia, la vita semplice e persino povera.

 

Invece che la disperazione, mettersi insieme

Ecco un esempio delle cose che i senza lavoro definitivi dovrebbero fare nella nostra, come in ogni  altra Irisbus del mondo. Invece che scalare gru, piantare nelle piazze tende indignate, incatenarsi ai cancelli, esibire ai cameramen cartelli perfettamente insulsi “Irisbus non si tocca Lavoro è Dignità”, invece di pretendere la difesa di posti parassitari,  gruppi affini (a vario titolo) di licenziati, operai e laureati, farebbero bene a costituirsi in kibbuz o gilde socializzanti, aggregazioni per il lavoro e per la vita (v. in questo numero  “Guild Socialism contro le disfatte moderne dell’equità”).  Metterebbero in comune gli assegni di liquidazione e di disoccupazione, gli sforzi per inventare lavori sostitutivi, più ancora iniziative radicalmente nuove che abbassino i costi del vivere. Trenta famiglie che si mettano insieme e scelgano la vita semplice spenderanno molto meno che la somma di trenta bilanci individuali tiranneggiati dagli standard consumistici e sempre più precari.

Vendano gli alloggi per spegnere i mutui proibitivi, disdicano gli affitti, realizzino un edificio comunitario, magari su un angolo del perimetro industriale o in un capannone dismesso. La casa comune sarebbe progettata in modo da salvaguardare una parte delle autonomie e privacies tradizionali: cucina e refettorio comuni ma anche microangoli di cottura individuali; non tanti soggiorni, cantinette e locali giochi quante famiglie, ma pochi grandi spazi di socializzazione articolata e flessibile. Non 30 0 50 auto ma 3 o 4 da usare a turno, e in più convenzioni con aziende di noleggio e tour operator. Niente garage, niente o quasi acquisti, vacanze e altri programmi dell’individualismo consumistico o dell’indipendenza sofferta e costosa. Per non pagare asili e nidi, una/uno del kibbuz tenga a turno i bambini. Insomma derogare dagli standard, ripudiare abitudini e convenzioni, sia per necessità (cavarsela bene con redditi ridotti), sia per vivere meglio. Ci si liberi del superfluo!

Grazie alle esenzioni spettanti a chi compia rinunce e imbocchi sentieri nuovi, i carichi fiscali della comunità saranno una frazione della somma delle tasse individuali. E il kibbuz sarà premiato in vari modi se avvierà attività produttive o socialmente utili: manutenzioni, riparazioni, confezioni artigianali, servizi professionali, assistenza e ospitalità calmierate agli anziani, compiti specifici per i giovani, etc. Il settore solidale e semisocialista che nascesse nell’economia e nella società sarebbe all’inizio assai modesto, ma il suo esempio trascinerebbe per le sperimentazioni e gratificazioni di un vivere migliore.

E’ certo: il grosso dei senza lavoro di una cento mille Irisbus continuerà a declamare patetici slogan di combattimento e/o accattonaggio. Alla fine si rassegnerà alla miseria, senza le speranze e anche le certezze offerte da una vita diversa. Vincerà l’acume dei cartelli “Irisbus non si tocca”.

l’Ussita