AIUTI ALLO SVILUPPO NON STANZIAMENTI BELLICI FRONTEGGERANNO LA MINACCIA ISLAMICA

Per la sfida del terrorismo odierno, assai più estesa e più minacciosa che prima delle possenti spedizioni crociate di G W Bush, “esiste una sola soluzione definitiva. Se si destineranno agli aiuti per lo sviluppo buona parte delle spese militari del mondo industrializzato, i popoli poveri ripudieranno l’estremismo, ameranno gli americani e i loro scudieri”. Questa soluzione additata da Internauta sotto il titolo La guerra obbligatoria non esiste più potrà apparire apodittica.

Allora la dimostrazione dialettica cerchiamola in uno scritto di Emanuele Severino (Corriere della Sera, “Ma l’Occidente non ha perso”, 10 gennaio): “Al centro dei fenomeni del nostro tempo c’è la fame. Fortemente cresciuta rispetto al passato: sia per il modo in cui viene distribuita la ricchezza prodotta, sia per la crescita smisurata della popolazione mondiale. Inevitabile quindi la pressione degli affamati su chi riesce a sopravvivere. Inevitabile, anche, che si facciano avanti le forze che progettano di sfruttare a proprio vantaggio la volontà degli affamati di godere anch’essi dei beni esistenti sulla terra. Ieri la maggiore di queste forze era l’Unione Sovietica. Quel progetto è stato ereditato dall’Islam, che vede nel capitalismo e nella cultura dell’Occidente il male assoluto”.

Se il nostro filosofo ha ragione, se al centro di tutto c’è la fame, ecco argomentata la tesi di Internauta: non le guerre di G W Bush e di Obama, né quelle da ridere della ministra Pinotti, ci difenderanno dalla minaccia terroristica. E qui avanziamo un’altra asserzione apodittica: la crociata vagheggiata dalla politicante ligure (una ‘signora delle tessere’ che l’Imperioso fiorentino ha voluto al comando delle nostre temibili armate) sarebbe non più ma meno ridicola da quella che i giornalisti d’attacco esigerebbero da Obama. Infatti le guerre irakene e afghane hanno mostrato che l’Iperpotenza planetaria può fare sciocchezze tali da riabilitare un po’ una colonnella del Pd. La Casa Bianca, pur avendo ben altre responsabilità e ben altri doveri che la Pinotti, e pur avendo assai più da perdere, non fa che sbagliare dal tempo della guerra di Corea, 65 anni fa, quando cominciò a fidarsi troppo dei suoi arsenali bellici. Oggi le spedizioni di conquista USA, disumanità a parte, fanno ridere come la Pinotti non riuscirebbe.

Gli oneri, innanzitutto economici, di contrastare il terrorismo erede del ruolo antagonistico che fu dell’Urss, sono incalcolabili. I costi di capovolgere la nostra strategia, di spendere in assistenza allo sviluppo invece che in cannoni, sono invece facilmente calcolabili. Vanno conteggiati algebricamente, al netto dei lutti, dei rimorsi e degli spasmodici apprestamenti difensivi che l’Occidente ricerca di continuo, sempre più futilmente.

I combattenti fondamentalisti sono spesso feroci e anche, a volte, sprezzanti della loro stessa vita. Quanti di loro direbbero no non solo a un reddito pacifico, anche alla soddisfazione di avere costretto l’Occidente a ripudiare le Crociate?

Le migliaia di miliardi che si distogliessero dai nuovi armamenti farebbero, grazie alle tecnologie più avanzate, verdeggiare i deserti che predominano nei paesi africani ed asiatici, i paesi dell’Islam. Chi di noi saprebbe dimostrare che gli attuali nostri arsenali bellici -già costruiti, già pagati, sempre utilizzabili- sarebbero inadeguati a difenderci dai più allucinati tra gli estremisti, pratici di coltellacci e di semplici mitra, non di grandi armamenti che esigano contro-panoplie atlantiche o statunitensi sempre più costose?

A.M.C.

PARIGI: LA FIERA DELLE VELLEITA’

La manifestazione monstre -un paio di milioni di parigini, capeggiati da una cinquantina di statisti- è stato un evento storico? Sì, ove si faccia finta di non aver sentito e letto un alto numero di insulsaggini. Che la Francia, colpita  al cuore, s’é desta. Che siamo in guerra e combatteremo. Che la redazione di una testata satirica era un tempio della libertà e che questo tempio è stato profanato. Che i cinquanta statisti rappresentavano un’umanità che vuole lottare per l’ideale: come se obiettivo prioritario dei liberticidi di al Qaeda e di Boko Aram fosse dare una lezione a Diderot e a Condorcet,  non di regolare i conti con il colonialismo e con le crociate. Non è facile immaginare che i tagliagole del Califfato si curino davvero di istituire processi a tesi filosofiche affiorate quasi tre secoli fa.

Doveva accadere ed è accaduto: patrioti senza numero e senza paura hanno giurato in place de la Concorde a Marianne, graziosa deità laico-repubblicana in berretto frigio, che non arretreranno,  non tradiranno le conquiste della presa della Bastiglia. Però la Bastiglia non c’entra. In un certo senso non c’entra  la Francia.

Coll’attacco alle Twin Towers, il terrorismo dichiarò guerra all’egemonia planetaria degli USA, non alla Francia. Sono passati anni e la contrapposizione di valori e di civiltà è solo apparente. Lo sgozzamento di ostaggi e di prigionieri non è più ripugnante della noncuranza americana di fronte alla morte dei civili (collateral damages). C’è un’alleanza di plebi africane ed asiatiche che tentano di scalzare l’egemonia occidentale. Che esse lo facciano nel nome di Allah è quasi irrilevante. Quello che conta è la vastità geografica della sollevazione di genti prima sottomesse, oggi prigioniere della povertà, soprattutto quando vivono nelle banlieus francesi. G.W.Bush credette di poter rispondere all’ammutinamento coi metodi tradizionali dell’imperialismo: muovendo una guerra nell’Irak, poi in Afghanistan, entrambe perdute in un disonore  che prolunga quello delle spedizioni coloniali d’Indocina, prima francesi, poi americane. Preso atto delle sconfitte, oggi gli USA si arroccano nella Fortress America, e finora sono riusciti a scongiurare l’umiliazione di altre Twin Towers. Quanto al “socialista” che governa la Francia, egli è caduto nella trappola di credere di poter ereditare impunemente una parte dell’eredità americana: conduce spedizioni in Africa, capeggia operazioni convenzionali nel Vicino Oriente. Lo scontro di civiltà coll’Islam c’è ma è marginale.

Quando i milioni di manifestanti di place de la Concorde fanno mostra di volere affrontare i nemici della libertà, dei valori francesi, di Diderot, fanno del velleitarismo. La Francia potrà riuscire a proteggersi meglio contro gli assalti del terrorismo  ma sarà impotente ad agire fuori casa. Dunque i propositi bellicosi di quanti maledicono chi respinge le avventure militari, in realtà coprono la loro impotenza. Non saranno in grado  di compiere spedizioni importanti.

La Francia e l’Europa (a parte l’appendice britannica degli Stati Uniti) hanno in realtà una sola grande opzione: staccarsi dall’America,  destinare ad aiuti economici ( con occhiuti controlli, perchè non finanzino i tagliagole) le risorse finora assorbite dalle spese militari, e rispettare il diritto delle società islamiche ad evolversi in autonomia dal pensiero unico occidentale. Non è scritto che la modernità arrogante debba trionfare dovunque sull’orbe terracqueo. Dove Washington ha tentato di imporla, ha fallito. Fallirebbero la Francia e l’Europa.

I propositi manifestati a Parigi sono velleitari. E più che mai velleitari sono i piani di riscossa dell’Illuminismo: si lasci perdere Voltaire. I  gridi di battaglia levati  sotto il monumento a Marianna -fermeremo, debelleremo, i nostri valori sono più forti delle loro minacce-sono esibizioni da Luna Park. Per dirla con più delicatezza, fanno pensare a Vanity Fair. Nel Pilgrim Progress, geniale allegoria seicentesca di John Bunyan (“What Shakespeare is to English dramatists, what Milton is to English epic poets, that Bunyan is to writers of English allegory” c’è una città che si chiama Vanity. Vi si tiene una fiera che non chiude mai e dove “vanity and ostentation obtain” (si veda la sfilata degli statisti quasi tutti bugiardi). Alla fiera di Vanity si compra e si vende di tutto, tutto l’anno: le cose serie e utili come i capricci della moda (infatti oggi un’importante testata di moda si chiama Vanity Fair). A Vanity si vendono anche piani strategici per il sicuro successo della riscossa illuminista. Per il Trionfo di Marianna. Per i grandi destini dei valori républicains.

Valori necessariamente superiori : sperando che pochi ricordino. L’8 maggio 1945, mentre le piazze e le balere di Francia festeggiavano perdutamente la vittoria “francese” su Hitler, i cacciabombardieri e i cannoni francesi fecero oltre 15.000 vittime, soprattutto morti, tra gli algerini di Costantina e dintorni, che cominciavano a chiedere l’indipendenza. Anche allora, da una parte sola, si inneggiò a Marianna.

A.M.C.

PERCHE’ L’ANTISLAMISMO E’ ANIMALESCO

Tutte le volte che sappiamo di eccidi tra musulmani, specialmente ma non solo tra sunniti e sciiti; e tutte le volte che veniamo incitati ad odiare gli islamici quali nemici ereditari ed eterni del cristianesimo, dunque dell’ebraismo, e dell’Occidente, dovremmo sentire il bisogno di uscire un po’ più dall’ignoranza della storia dell’Islam. Una storia non di compattezze, ma di frequenti conflitti tra credenti seguaci dello stesso Profeta. Scrive Ibn Al-Athir (1160-1233), il più celebrato di tre fratelli d’una famiglia intellettuale mesopotamica: “I Franchi si installarono da padroni in alcune terre dell’Islam allorché gli eserciti e i sovrani islamici si combattevano l’un l’altro”. Ne conseguirono coalizioni franco-musulmane che combattevano altre coalizioni franco-musulmane.

Le divisioni nel campo anticristiano agevolarono ai Crociati la conquista, anche se pure gli iniziali vincitori si scontrarono spesso: grandi condottieri come Baldovino di Edessa e Tancredi di Antiochia non esitarono a partecipare ai conflitti tra emiri rivali. Ed ecco, narra Al-Athir, “Kawasìl, un armeno signore di varie rocche a nord di Aleppo, che aveva con sé una quantità di rinnegati dell’Islam, aiutare in guerra uno dei maggiori conti cristiani”. Poco dopo un gran numero di musulmani cercarono rifugio presso Baldovino e Jocelin, i quali li trattarono benignamente, curarono i feriti, rivestirono gli ignudi e li avviarono ai loro paesi”.

Inutile dire che le cronache della Crociata e dell’Anticrociata sono fitte di stragi efferate, le quali contrastano e smentiscono gli episodi cavallereschi. Lo scontro tra Cristianesimo e Islamismo avvenne tra due civiltà, in quel momento fondate su principi sostanzialmente uguali eppure contrapposte fanaticamente. Oggi, un millennio dopo, le contrapposizioni sono cadute, salvo che per pochi lunatici. Anzi, constatava 55 anni fa l’illustre arabista Francesco Gabrieli, “è divenuto quasi di moda, da parte cristiana e cattolica, un atteggiamento comprensivo e conciliante, appunto, verso l’Islam”. Gabrieli sottolineava che le Crociate colpirono l’Islam in un momento critico della sua storia, “quando l’ondata araba si era arrestata, o rifluiva, e quella turca si andava ancora affermando. L’attacco in forze dell’Occidente latino colse di sorpresa una società musulmana politicamente divisa.

Verso la metà del sec-XII la resistenza musulmana si è irrigidita. L’arabismo come forza politica è ormai passato in seconda linea e sono turche le dinastie che conducono la lotta. Il grande Saladino, curdo di stirpe, muove dall’Egitto (da lui riportato all’ortodossia) per abbattere il regno latino di Gerusalemme. La cancellazione degli Stati cristiani che resistevano sulla costa sarà l’opera dei sultani mamelucchi, che alla metà del sec.XIII si insediano in Egitto soppiantando gli ultimi Ayyubiti. I rozzi soldati mamelucchi rafforzano il feudalesimo militare già introdotto dai Selgiuchidi, respingono verso il 1260 l’invasione dei Mongoli e liquidano le Crociate. Il papato, che aveva deviato le crociate contro i battezzati Albigesi e Svevi, deve rassegnarsi alla definitiva riscossa islamica”. Da parte musulmana, insegna ancora Gabrieli, non si parla di pace con i cristiani, ma solo di momentanea tregua. Molti islamici contrastarono la più famosa delle tregue tra i due campi, quella del 1192 tra il Saladino, sultano di Egitto e Siria, e Riccardo Cuor di Leone, molto prode ma non poco meno nobile e generoso del suo grande avversario, “l’optimus princeps dei musulmani, ricco di slanci più pietistici che cavallereschi”. Peraltro furono frequenti le “empie alleanze” tra credenti di fedi opposte contro nemici di entrambe le fedi.

I contrasti interni all’Islam cominciarono negli anni a ridosso del Profeta: lo scisma sciita risale al suo cugino e genero Alì ibn Abi Talib. E nei tempi che seguirono le divisioni anche atrocemente sanguinose tra credenti sia in Cristo, sia nel Profeta confermano crudamente l’impotenza delle fedi di fronte ai contrasti di interessi, agli odi politici e nazionalistici, ai particolarismi tra detentori del potere, ai materialismi, agli edonismi. Eppre mai come in questo avvio del terzo millennio d.C. le fedi -tutte- hanno il potenziale di esprimere direttrici e conduttori per società che hanno perso sia la maggior parte dei valori tradizionali, sia le guide ideologiche che sembravano reggere la modernità. Erano soprattutto le guide laiciste: capitalismo, liberalismo, comunismo. Tutte finite o morenti. Nei paesi più direttamente riferiti alle grandi religioni, le dottrine laiciste hanno dimostrato di non possedere più capacità propulsiva. Di qui nei paesi islamici la prevalenza, anche nelle prove elettorali, dei partiti e movimenti di ispirazione religiosa. Le fedi, che non hanno mai saputo impedire odii, guerre e sciagure, risultano in quanto ideologie terrene ben più vive ed efficaci delle idee laiche che, almeno in Occidente, dominarono l’Ottocento e il Novecento.

l’Ussita

L’ISLAM IDEOLOGIA DI GIUSTIZIA

La crociata contro la Libia o l’uccisione di Osama bin Laden (coi comici cori di giubilo intonati nei tinelli americani) non devono distrarre dalle terribili realtà dei popoli troppo numerosi e troppo poveri. In questo senso sono da meditare le riflessioni di P.G. Donini, accreditato studioso dell’Islam: “Il fallimento dei modelli tutti di genesi straniera, tutti elaborati da intellettuali reduci da scuole dell’Occidente, lasciava automaticamente spazio all’unica alternativa rimasta: l’Islam come ideologia di giustizia e modello d’organizzazione delle società”. In un libro Il mondo islamico pubblicato da Laterza nel 2003, Donini chiamava per nome tali modelli tutti stranieri, tutti falliti: “Illuminismo, liberalismo, marxismo, lotta di classe, gestione della risorsa petrolio, American way of life”. E precisava: “L’eclissi di partiti, movimenti e modelli laici a vantaggio di un’interpretazione islamica del mondo e della storia è all’origine del proliferare di movimenti chiamati in Occidente integralisti e fondamentalisti. Sarebbe più giusto definirli di islamizzazione o re-islamizzazione”.

Concetti come questo aiutano a capire perché nell’autorevole libro che citiamo ci sia poco spazio per gli imperativi di democrazia, libertà e diritti umani, che crediamo di assegnare alla rivoluzione araba. Il Donini spiega la rimonta dell’Islam con la centralità della questione sociale: nessuna delle nostre ideologie, non in particolare il marxismo e il capitalismo, sa dare pane e giustizia a centinaia di milioni di credenti o semicredenti. Invece, all’atto pratico e nonostante secoli di inosservanza e di tradimenti, è più credibile uno dei pilastri dell’Islam, l’elemosina: “non un atto volontario di carità ma un vero e proprio obbligo giuridico (…) il riconoscimento di un diritto che i poveri hanno sui beni di chi sta meglio di loro. (…) Il ripristino totale del dovere dell’elemosina, più spesso violato che rispettato dai ricchi e dai potenti, è tra le rivendicazioni dei movimenti di militanza islamica”.

Ancora: “Se il cristianesimo si può definire la religione dell’amore per il prossimo, l’Islam va considerato la religione della giustizia”. Se, argomenta Donini, i Fratelli Musulmani negli anni Venti del Novecento rappresentarono una svolta, e oggi grandeggiano nelle prospettive, è perché alle parole d’ordine del nazionalismo sostituirono quelle di natura islamica, espresse dai bisogni reali del popolo. Contro l’inefficace riformismo dei ceti alti e degli occidentalizzanti i Fratelli Musulmani predicarono i valori tradizionali, che la rivoluzione araba di oggi verosimilmente riscopre. Forse che le masse dellì’esplosione demografica possono curarsi di Adam Smith e di Marx? Il fondamentalismo ha allargato il fossato tra le classi medio-alte, che aspirano all’ occidentalizzazione, e le masse sulle quali l’estremismo religioso esercita una presa crescente.

Altro giudizio: l’unica alternativa ai Fratelli Musulmani è stata spazzata via, “sconfitta più dagli errori commessi a Mosca e nelle segreterie dei vari partiti comunisti dei paesi arabi che dalla vittoria degli Stati Uniti nella guerra fredda”.

Logico per Donini il collegamento con situazioni specifiche come quella dell’Algeria. Lì le tensioni cruente che l’hanno attraversata a partire dall’ottobre 1988 vennero classificate come fanatismo religioso. E invece sono state la risposta del popolo alla mancanza di lavoro, alla corruzione imperante nel partito di regime, “autolegittimatosi come protagonista della lotta di liberazione” . La rivolta del 1988 “scoppiò un’estate che interi quartieri rimasero senz’acqua, mentre i rampolli della nomenklatura sguazzavano nelle piscine dei quartieri alti. Non furono gli strateghi e i tattici del Fronte islamico di salvezza a far esplodere la protesta. Esplose spontanea”.

A questo punto, rileva il Donini, “L’esperimento tentato in Iran intendeva dimostrare che esiste una via islamico allo sviluppo (…) Khomeini si proponeva di costruire una società più egualitaria, più amica dei diseredati, capace di moderare i consumi, combattere gli sprechi e ripartire più equamente le risorse, in particolare attraverso l’elemosina canonica (…) L’Iran continua a rappresentare per la maggior parte dei musulmani un esempio esaltante”. Laddove, constatiamo noi (ma di fatto anche Donini), l’Occidente crede di poter condannare il khomeinismo come pura e semplice aberrazione.

I gruppi al potere nei paesi arabi derivavano la loro legittimità dalle antiche vittorie contro il colonialismo. Oggi hanno perduto tale legittimità, visto che ai loro popoli hanno dato troppo poco: hanno dato gli orpelli del prestigio nazionale, il vuoto vanto della sovranità e molti altri falsi conseguimenti: Oggi che la sfida è il pane, o se si preferisce un principio di benessere, falsi risultano i traguardi additati salla mentalità occidentale: libere elezioni, democrazia, diritti, svilimento dei valori antichi, progresso, trasgressione. E’ certamente centrata l’obiezione dell’esecrato ayatollah Khomeini: “E’ forse mandando in parlamento quattro donne che si consegue il progresso?”

Donini: ”Al contrario di quanto si pensa in Occidente, l’Islam è profondamente democratico, ma è anche profondamente restio ad occuparsi di politica (…) Più che affermare che al mondo islamico questa materia “sfugge” affermerei “non interessa”. All’Islam interessa una sola categoria: praticare l’Islam. Come sappiamo, l’Islam non è solo fede religiosa. La fine delle ideologie occidentali ha dato una rilevanza inedita ai fattori etnico-religiosi”.

l’Ussita

DEMOCRACY DOES NOT PROVIDE DAILY BREAD

“Libya doesn’t matter as much as finding jobs for the young protesters in Egypt. The violence in Libya swept the far more consequential Egyptian revolution out of the news. There are times, as in the case of Libya, when gunfire obscures more important news. What happens in Libya stays there. What happens in Egypt affects the entire region”. This is the core of Joe Klein‘s reasoning (TIME, March 28, 2011). “The revolution in Egypt isn’t over. It has barely begun. What happens three months from now when life hasn’t changed in any  way for the hundreds of thousands of young people who took to the streets in Cairo?”.

Such Klein doctrine supports the unorthodox belief we tried to enunciate in the ‘Daily Babel’ at the beginning of the Tunisian (and Islamic) insurrection: that the Moslem youth’s crave for democracy, free elections, human rights, parliamentary rites is a fable the West invented; that wealth inequality is the central and deadly problem; that the demise of dictators does not create jobs nor announces any attack to social injustice. Joe Klein is right in singling Egypt out, so the attention of his readers will concentrate better. But of course Syria, Bahrain, Yemen, Jordan, Sudan and, why not, the whole of Maghreb (Tunisia, Algeria, Morocco), not to say a word of other, much larger Islamic countries, share the same giant problem of poverty of the proletarians.

In grappling the question whether the U.S. can do something serious to alleviate overbearing destitution, Klein strongly denounces “the prospect of spending billions on (yet another) military campaign in an Islamic country, which would have far less lasting impact than spending those same billions on a well-planned development program for the countries in the region with the largest influence and population, starting with Egypt”.

Klein should have added that America will firmly resist diverting billions from warfare and  war chest. The addiction to arms (which began in Frontier times and inflamed in the Democratic presidencies of Wilson, F.D.Roosevelt, Kennedy and Johnson) is the Nemesis of such a great nation, better, civilization. Weapons are enormously expensive, and the malady of bellicism compels to perpetually spend for more powerful arms even when no war menaces, or when available weaponry is more than adequate for overkill. So the development programs that many invoke will never be adequate without substantial American contributions.

On the other hand, how could Washington fund civilian projects in the Mediterranean, when she lacks the money to heal, for example, the wounds of Detroit, Toledo and other decayed or moribund areas of Old Manufacturing America? Military supremacy is depriving the United States of the capability for effective leadership on a planetary scale. Apart from waging war, America is pennyless. Her people should hate, rather than be proud of, the easy victories, territorial acquisitions, even Manifest Destiny, of the 19th century. They infected Americans with the national obsession -arms, armies, fleets.

Back to Klein: “Is there anything that can be done, and quickly, to put young people in Tahrir Square, and elsewhere in the region, to work? The Obama Administration is constrained by a lack of foreign aid money and the lugubrious reality of economic reform”. Here comes the Klein proposal: “a Middle East Infrastructure Bank -pushed hard by the U.S. and funded by the lush sovereign wealth funds run by oil-rich countries in the region, as well as China and Europe- to move quickly toward paving roads and building housing, followed by larger projects like power plants. The cost to the U.S. might be about the same as two weeks of the Afghan war for the next ten years. But something must be done and soon, lest Tahrir Square fill again, six months from now, with protesters who are far less peaceful – and their radicalism catch fire across the Middle East”.

To paving roads and building housing it should be added, in my opinion, pumping water from extremely deep aquifers, so to irrigate arid land. Before going so dry North Africa used to be the granary of imperial Rome. At normal energy prices, such pumping would be prohibitively expensive. But if abundant sun and wind power is developed, and with no or low costs for transporting power, such deep pumping may be affordable locally. The right thing is the oil-rich Arab countries investing in gigantic projects in Arab lands. But Arab solidarity is historically weak.

If America wants to stay prominent, also to compete with China and others, she cannot escape contributing not only with arm-twisting and friendly advice, but with a lot of money. It can only come from huge cuts on monstruous Pentagon budgets.

Anthony Cobeinsy

WILL AN AFRICAN TSUNAMI OVERTHROW ITALY’S REGIME?

As modern republics go, the Italian one is almost longevous. 65 years is no small feat if compared with the Fourth republic of France, which only lived a dozen years before being wound up in 1958 by general De Gaulle, the founder of the present Fifth republic. The so called Weimar republic of Germany was short-lived too: proclaimed in November 1918, died January 1933, when Adolf Hitler transformed it into the Third Reich: Modern Spain only knew unlucky republics. The  First one lasted three years (1873-76). The Second (the leftist one), born in 1931, was practically dead in the last days of 1938. In 1936 had lost one half of its territory.

Before 1946 a republican government of the whole of Italy never existed (in past centuries a  number of republics flourished in parts of the peninsula; one of them became a glorious empire). Present Italian republic looks poised to stay. However in late March a futile commotion in the House of Deputies, compounded with several political difficulties, so frightened the Italian observers that some of them sort of anticipated a possible demise of the national political system. Newspaper headlines sounded very pessimistic -too many ills, too much turbulence among parties and politicians, an increasing deterioration of the atmosphere.

My opinion is that only a major trauma will jeopardize our cleptocratic regime. The traditional consensus is that an economic catastrophe would be the only logical agent of a constitutional disruption. I believe that a large invasion of migrants from the South of the world could also break the political order.

The encroachment from the Mediterranean can be somewhat managed if it stays in present numbers. Should the prophesies of much larger transfers of populations, the consequences to Italy would be most serious. Our peninsula is overpopulated at 60 millions. Should, say, three millions be added from outside, grave unrests would be likely.

True, Italian employers are perennially eager to import persons from poor countries, as they make inexpensive labor. Since a few years even low-income families are able to employ cheap ‘badanti’ (personal assistants to old people) and housemaids. Janitors and low-grade laborers are predominantly foreign-born. Most menial jobs are currently refused by locals.

In other words: confronted with the moral duty to help the paupers of the world where they live, the Italians (the same as all the rich nations of the planet) answer no. They offer poorly paid jobs to those paupers who succeed in becoming illegal immigrants. Rather than accepting sacrifices (higher taxes), rich people aim to satisfy their own needs at bargain prices. The sufferings and the dangers, problems of the paupers. On April 6 another boat of  African migrants sank in the Mediterranean. 53 survived. 250 (children and women included) lost their life. Such is the ethos of modern advanced societies, the ones who love to teach sermons against backwardness.

But economic circumstances could worsen in Italy. In such a case large segments of the population might no longer afford servants; humble jobs would have to be accepted by formerly fastidious young persons. The general prospects of employment are not encouraging. Italy’s competitive strength is waning. The remedy that many were looking for with expectation -nuclear generation that would lower the energy costs- has disappeared after the Fukushima disaster. The Rome government announced the indefinite postponement of programs to build one or more nuclear plants. As oil will probably become scarcer and more expensive, Italy’s prosperity is due to lessen- an additional reason why Italians will hire less migrants.

The physical features of the Italian peninsula, with a lot of mountains and steep hills, are such that   very little room is available for additional population. Theoretically Italy should shed, say, a million citizens before admitting a million destitute foreigners. This being unconceivable, any large inflow of immigrants will probably provoke a political turmoil serious enough as to pull the republican institutions down.

It would be what Germany, France and Spain did, for different reasons, more than once in modern history.

Anthony Cobeinsy                                                                                        

da Daily Babel

INSURGENT ISLAM

With flames of revolution raising high in the skies of the Arab (or Moslem?) universe, we can only contemn the interpretation “populations are struggling for democracy and civil/human rights”. Those populations hate their despicable despots, yes. They will enjoy ‘liberation’ (whatever liberation will mean), of course.

But too many millions have no prospect of work. They know too many facts of corruption, oppression and illegality in public life. They are conscious of too much distance from the lot of the proletarians and the one of the priviledged, including the siblings of people in authority. Probably the majority of revolutionaries would go back to docility, should they be offered a job. Democracy alone promises nothing to them.

But do we risk overestimating the importance of the Islamist factor? We do, in part. Perhaps a great many protesters would not expect to get an income, should fundamentalism triumph. So let’s be cautious in searching for religious motivations. On the other hand, Islam is not religion only. It is a cultural identity and a civilization, is a vast and proud ‘nation’, is the memory of an empire and the longing for revenge. In addition, fundamentalists have historically demonstrated their capacity to meet the basic needs of common people, in many ways. While the prospect of more democracy, more parties, more robber politicians will not impel to rebellion, a great many hungry people will expect something for them from ‘a call to arms’ of their religious leaders or propagandists. A tenet of their faith is social justice, while secularism and modernization announces almost nothing in terms of real, weighty solidarity with the proletarians.

In such a sense any fundamentalist mobilization is, or can be, more relevant than all efforts to conquer minds and hearts to the precepts of the Western political science -free elections. decent parliaments, the approbation of Western diplomats, presidents and media. Daily bread, not democracy or modernity, is the paramount aspiration of most Egyptians, Tunisians, Syrians, Sudaneses, Saudi Arabians, Yemenites, Afghanis and other Moslems.

The clash between secularism and fundamentalism is long a reality of the modern Islam, even in non Arab (or not entirely Arab) contexts as Nigeria or Sudan.The panislamist drive was born in the XIX century as a counteroffensive against the Western colonialism that had subjugated most Moslem countries. Such counteroffensive had several prophets, theorists and leaders. They advanced a variety of doctrines and battle cries. In the Arabian peninsula Muhammad Ibn Abd al-Wahhb (1703-92) preached a very strict adherence to the traditional faith, a one which the Saudi dinasty later adopted. In Afghanistan an intellectual/politician who acquired a large following under the name Jamal al-Din Afghani (but he was born in Persia) became the champion of a Moslem revenge. Egypt is the cradle of the Moslem Brotherhood. Its founder was Hassan ibn Ahmad al- Banna. Born in 1906, he was killed in 1949. A disciple of his, Sayyid Qutb, wrote in a book that social justice had to be the basis and essence of any future Moslem nation. The Nasserist regime executed Qutb for subversive acts (but he was no terrorist). Presently the Brotherwood is the single well organized movement in Egypt. In 1981 an Islamic extremist killed the Egyptian president Anwar es-Sadat, who had signed a peace agreement with Israel.

In eastern Sudan sheikh Muhammad Ahmed proclaimed himself the Mahdi (savior), organized a state and an army that in 1885 defeated the British troops, killed their commander, general Charles George Gordon, and conquered Khartum. Movements and efforts somewhat connected with religious revival, also several jihads, arose in several countries of Africa and the Middle East. In Asia of course large nations such Pakistan and Iran were the products of the Islamic fundamentalism. Today the haters of Islamism are afraid that Egypt will become another theocratic Iran.

We have seen that Moslem thinkers and leaders have consistently emphasized that social justice is the basis and the heart of the faith. Therefore we can expect that fundamentalism will succeed in amalgamating with the revolutionary waves of today. By promising new, untried ways to better the condition of the vast masses of poor believers, fundamentalism might win the political victories that proved impossible in the past three centuries. Such eventual victories will probably be the result of a combination of forces -political, social, cultural, religious ones. Given the right circumstances, Islamism could even join its arch-enemy, westernization/modernization. Reactionary elements are not absent in pan-islamism, but even they may combine with adversaries in order to demolish or weaken the present structure of most Moslem societies.

A.M.Calderazzi

UNKNOWN ARABIA

Recently the Saudi government in Riyad placed an order for planes, helicopters and other weapons which possibly was the largest single war contract in peacetime. A shame indeed, when the Saudi armed forces are already well equipped for killing purposes beyond any probable need. That government has enemies, yes, beginning with Al Qaeda. But the latter are enemies that conventional warfare does not destroy nor deter. Certainly you and I would think of different, more civilized ways to spend the dollars coming from oilfields which represent 25% of all known reserves of the planet.

Anyway our present theme is not moralizing about the ethical choices of Riyad. Our theme is some strangely unknown features of the Arabian modern reality. We now find it natural that the Arab monarchies are very rich. But as recently as the Thirties of last century the major wealth of the Saudi economy was fishing natural pearls; and the largest receipt of the Riyad treasury was the taxes pilgrims paid to enter Mecca and Medina. Pearl fishing was cruel- most persons engaged in it died younger because of the stress of diving for natural pearls. Today the Saudi king collects enormous royalties and fees from the oil/gas industry.

The predominantly arid peninsula is now inhabited by more than 60 million people. Qatar, 1,4 millions, numbered 30,000 sixty years ago. This means that oil and a thunderous modernization has attracted so many immigrants as to provoke imbalances and distortions. Gulf emirates whose populations were tiny, today may have non-native majorities. Societies have formed where at bottom Indians and Sri Lankans are house servants and manual laborers; above them a middle class of educated Indians and Arabs works in offices and technical jobs. The top stratum of foreigners is made of Palestinians, Lebaneses and Western expatriates. The native Arabs share the oil bonanza in a number of ways: they do not pay taxes, are compensated by foreigners to act as their partners or legal ‘sponsors’ -foreigners are not allowed to own firms and houses. In addition there are jobs, state loans and outright gifts which can only go to natives. Many young Arabs do not feel compelled to find employment.

The sudden wealth and some over-ambitious modernization programs have generated mistakes. In Dubai, formerly a small gulf port, oilfields are now empty, so the emirate had converted into a giant financial and tourist center. In 2009 the international crisis and the consequences of a property bubble forced Dubai to ask the help of Abu Dhabi, where modernization had been wiser.

Oil was discovered in Saudi Arabia in 1932, the year when the kingdom came into existance. We know that before oil the Arab peninsula was poor. It wasn’t always so in the remote past. Kingdoms and principalities of the South were the legendary producers of spices: aromatic, very valued vegetable productions used in religious rites, cookery, medicine. In the south-western hill country native plants grow whose resins give frankincense and myrrh. The local princes (one of them was the Queen of Sheba of the Bible) also monopolized the trade from India and other Asian spice-producing countries to the Mediterranean.

Out of the three historical great sections of the 3 million sq.km. Peninsula -Arabia Petrea to the North, Desert Arabia in the center, Arabia Felix in the South- the third one was (comparatively) green and fertile in spices. Now divided in two states, Yemen ( including Hadramouth) and Oman, Arabia Felix saw around 500 a.C. an episode of Christian domination (of the Abyssinians from Axum) and another one of Hebrew influence. Central Arabia was of course the origin and nucleus of Islam: from there Mohammed preached and acted to create a world faith and a great empire. Internecine conflict soon erupted between factions, so the highest authority of Islam abandoned Mecca, the birthplace of Mohammed. The caliphs of Damascus and Bagdhad plus other leaders competed to guide Islam. In 1517 the whole of Arabia fell to the Ottomans. Three centuries later Great Britain conquered Aden and most coastal territories; only Yemen remained independent.

Today the king in Riyad, while remaining a feudal sovereign, is the foremost protagonist both in the modernization of the peninsular society and in repelling the political/terrorist attack of adversaries such as Al Qaeda. The latter is said to maintain an operational basis in Yemen.

Why have we dealt with Arabia, a small ‘continent’ which is usually ignored when oil is not involved? Because long depressed Arabia might find a role in the geopolitics and, more importantly, in the future evolution of wide sections of the globe. An experiment is going on in the peninsula, one that may both fail and succeed: grafting an almost futuristic modernity into a very old tree. Some traits of modernization are frightful, such as the golden sanitaries and precious plumbings of the seven star hotel in Dubai, the yachts as big as ships, other marks of unbridled consumerism of many former dromedary and goat shepherds.

However, who can say? With her northern shores on the Mediterranean, Arabia is the homeland of the entire race of the descendants of Shem, now chiefly represented by Jews and Arabs, but in ancient times including the Babylonians, Assyrians, Phoenicians, et cet. Arabia generated, in addition to three world religions and unsurpassed civilizations, a large empire. Notwithstanding present deformed, adulterated cultural circumstances, Arabia could possibly go back to enriching the Family of Man.

A.M.C., Daily Babel

ISLAM IN CRISIS: THE MULTICULTURAL LITMUS TEST

Germany has been rocked in recent weeks by questions about its “multicultural” society, and in particular about whether it will ever be able to integrate its 4 million Muslims, mostly of Turkish origin. Chancellor Angela Merkel’s recent addition to the controversy, saying that “multiculturalism has utterly failed,” while undoubtedly a political move to win over some of the 66% of voters who are disenchanted with Germany’s Turkish Muslims, merely ratchets up the heat without providing much light on the subject. But there is an irony here that no one seems to have seen: Islam is itself monocultural, with very few exceptions. There’s the Islamic way and no other way. Islam, so Muslims believe, is not a world religion but the world’s one true religion. Everyone else is an “infidel,” even so-called brothers of “The Book”, Jews and Christians.

In Turkey the irony of its Muslims being upset with Germany’s disenchantment with multiculturalism is even greater: in 1900, in Istanbul, there were over 500,000 Christians (500 years earlier, of course, its many millions were all Christians, as Constantinople (modern day Istanbul) was the Christian Church’s Eastern center). Now, however, only a few Christians remain (and these are mostly “religious”), the rest having been oppressed, persecuted, killed, or taxed out of existence. And let us also not forget, less than 100 years ago Turkey committed the first modern holocaust, against a million and a half Armenian Christians, men, women, and children—which ethnic and religious “cleansing” Turkey to this day refuses to accept responsibility for! Indeed, even to mention it in Turkey is a crime against the state! (This holocaust, incidentally, would later give Hitler the idea of doing something similar to the Jews of Germany and Europe.)

This, then, is a parable of how Islam treats non-Islamic cultures. To say that Islam is against multiculturalism is but to speak in gross understatement. Non-Muslims are not, and perhaps never will be integrated into Muslim societies. Even today, for example, it is not safe to be an open Christian in most Islamic countries, and one may not proselytize one’s Christian faith, on pain of death—and to convert from Islam to Christianity brings an automatic repudiation by one’s family and, in many Islamic countries, an automatic death sentence as well! So much for Islamic tolerance and “multiculturalism.”

The crisis in Islam, then, is precisely this: How can it continue to complain about western countries’ treatment of Muslims while it itself oppresses and persecutes, and refuses to integrate and accept its own non-Muslims? Indeed, Islam even persecutes, and kills, its fellow Muslims if they are members of a different Islamic sect! The hypocrisy of Muslims, then, complaining about non-tolerance of its own religion in western countries is both irrational and truly maddening.

Indeed, even after 1400 years, since the rise of Islam, Muslims have yet to allow non-Muslims to be fully integrated into their society, or even to live normal lives. For example, as recently as the 1967 Arab-Israeli war, Christian churches in Muslim-controlled Palestine were not permitted to be renovated! Only after Israel had won the war, and taken control of part of the territory, could Christians carry out long-needed repairs to their churches. (But the persecution of Christians in Muslim-controlled Palestine has continued unabated, with some towns, like Bethlehem, losing almost all of its Christians.) And in all Muslim lands, the building of new churches is either strictly forbidden or sharply curtailed. And there are few signs of anything changing in the long term, much less the short term.

Westerners—including Germans—aren’t blind. They see these things, and it worries them. For once a population of Muslims achieves a certain degree of numerical power, as in Lebanon, then Christianity (or any other non-Muslim religion) is forced onto the defensive, since Islam is strictly “monocultural.” There is simply no such thing as Islamic tolerance, let alone full, complete and permanent acceptance, equality, and integration of non-Muslims. No Muslim country, for example, has a “bill of rights”(both de jure and de facto) to protect its non-Muslims and to guarantee them full equality and acceptance; and no Muslim country is multicultural in the same way that almost all Western countries are. This rightfully worries countries with growing Muslim populations.

Moreover, It is not even certain that most Muslims wish to be fully integrated since there are so many professions Muslims refuse to enter, and academic subjects they refuse to study, let alone obtain a degree in—fields such as world history, philosophy, world religions, the philosophy of religion, Christian theology, a history of the Church, biblical studies (not to mention Judaic, Hindu, Buddhist, Confucian, Taoist studies, or the study of primitive and prehistoric religions ), inter alia, let alone verboten subjects like the fine arts. When I was studying in Germany, in my classes I met and befriended a Turkish lawyer and his lawyer wife. They spent almost every weekend for several months meeting with young Turks in Berlin, trying to persuade them to study, stay in school, integrate, become part of their new society. But they were unsuccessful in their appeals—and this was nearly 10 years ago. Evidently little has changed since then.

Should we ourselves in the West, then, be multicultural? Should we accept Muslims since they in their own countries don’t accept us? By all means. That’s what’s so important about the Judaeo-Christian western culture: from Christ comes the commandment to love and to serve others—Muslims included! These commandments are what make western culture so vital, open, flexible, dynamic, and creative. But on the other hand, Muslims who “become westernized”—i.e., those who come to the West to live—must then adopt their host country’s laws, due process, constitutional rights, and western ways of approaching life—which many still refuse to do. (“Honor” killings, the treatment of women and children, and bigamy are but three examples of their refusal to adapt to their new country’s different laws and mores.)

If Muslims wish to be fully integrated, then the challenge is for them, too, to be open and tolerant and accepting in their own cultures—i.e., to be “multicultural” even as they expect the same treatment from western countries. But this must mean, first and foremost, to lay aside permanently their eternal war with so-called “infidels,” including those people they deem to have been disrespectful of Allah or Mohammed, and therefore must be “punished.” Not to do so opens them to the crippling charge of hypocrisy, and puts at risk their lasting acceptance, and final integration, into Western societies, to which they have come voluntarily seeking a better, more open, more dynamic, and more secure way of life.

We in the West have no stomach for their religious fratricide or wars against “infidels” (ours ended for the most part well over 200 years ago—and was in any event a negation, not an affirmation, of Christianity!). The beauty and wisdom of Christianity lies precisely in its counsels to love, to serve, and to forgive—and to seek genuine and lasting peace among all men.

We do not wish, as a culture, to give up these precious ideals, and to substitute for them instead endless warfare with and hatred of “infidels”. History has moved on—in the West—beyond such insanity and sacrilege; there can be no going back now to that earlier, barbaric, less tolerant way of life without also destroying everything good that we presently enjoy in western culture.

Islam, then, is in crisis: It may stay where it is and risk rejection from the West—or it can adopt tolerance and acceptance as its twin modes of being, and be at peace with both itself and the world—and therewith become a vital, vibrant and contributing part of the world community. Let us hope it has enough wisdom to choose the right path—for its own sake, as well as for the peace, security, and happiness of the whole world.

Len Sive, Daily Babel

C’É DEL MARCIO A NEW YORK

C’è del marcio a New York. E il furore intorno alla moschea di Ground Zero è solo la punta dell’iceberg. La vicenda che ha rimesso la Grande Mela al centro del dibattito nazionale e internazionale, infatti, è solo la punta dell’iceberg di un crescente scontro culturale che avvolge l’America fin dal 2001, ovvero dai giorni dell’Operazione Enduring Freedom e dell’imporsi all’attenzione pubblica del concetto di ‘Islamofascismo’. Uno scontro culturale che si propaga senza sosta in lungo e in largo per gli Stati Uniti, proprio come un rapido contagio, infiammando l’opinione pubblica in un periodo di grande scontento generale.

Arrivati a questo punto, la questione riguardo il diritto o meno all’esistenza della moschea prevista al Park51 dovrebbe già essere stata risolta. Nella decisione non dovrebbe essere determinante l’evidenza che negli immediati dintorni di Ground Zero ci siano già altre due moschee, la Majid Manhattan e la Masjid al-Farah: la vera risposta, supportata dalla Costituzione Americana, è che la moschea Park51 – molto semplicemente – ha diritto di sorgere lì. Ma ciò non ha placato il temperamento di persone come Pamela Geller e Robert Spencer, che tramite la loro associazione ‘Stop Islamization of America’ (SIOA) hanno dichiarato guerra totale a quella che definiscono la ‘Moschea della Supremazia Islamica’. Un’associazione che, stando al loro sito, difende la ‘libertà religiosa’:

Ricordate: siamo in guerra. Stiamo combattendo per la nostra nazione, per i nostri valori e per i principi costituzionali di libertà che hanno reso grande l’America. Siamo in guerra per la libertà di parola, l’uguaglianza dei diritti delle donne, e per la libertà di coscienza – tutte cose negate dalla legge islamica.

Le incongruenze sono visibili a occhio nudo. Se la SIOA combatte per la difesa dei valori americani, non dovrebbe essere a favore della costruzione di una moschea guidata da un imam moderato? Non dovrebbe, la SIOA, essere dalla parte dei musulmani americani che sono morti nell’attacco dell’11 Settembre, e di quelli che – ancora oggi – combattono in Afghanistan e in Iraq? E, soprattutto, contro chi stanno combattendo i ‘patrioti’ americani della SIOA? Dando una rapida occhiata ai confini americani, non mi sembra di vedere orde di barbari che si riuniscono con aria sediziosa preparandosi alla presa della Casa Bianca.

Ma i sostenitori della filosofia della SIOA (che è poi quello dei Tea Parties, e dunque di Glenn Beck e Sarah Palin) non sono particolarmente preoccupati delle incongruenze. Il loro è un mantra di supremazia etno-religiosa, e la loro islamofobia si sta rapidamente trasformando in una nuova e rabbiosa forma di razzismo. La SIOA ha programmato un raduno per il prossimo 11 Settembre e uno degli ospiti invitati a parlare sarà l’estremista politico olandese Geert Wilders, che in un’intervista ha affermato che ‘l’Islam non è una religione, ma un’ideologia: l’ideologia di una cultura ritardata’. Quello che preoccupa è la constatazione che questo sentimento, una volta relegato nella marginalità di subculture sotterranee e minoritarie, stia ora lentamente uscendo allo scoperto, fino a diventare mainstream.

Movimenti contrari alla costruzione di questa e altre moschee stanno fiorendo in varie parti d’America. A Temecula, in California, gruppi di manifestanti si sono riuniti brandendo cartelloni con la scritta ‘No Allah Law Here’, in aperta ostilità con il Centro Islamico di Temecula Valley, che vorrebbe costruire una moschea di oltre 2.000 metri quadrati su alcuni terreni inutilizzati di cui è già entrato in possesso. Un Centro Islamico a Florence, Kentucky, è apertamente attaccato da un website anonimo (‘Stop the Mosque’), e inoltre vi sono state diverse segnalazioni di un anonimo oppositore – soprannominato ‘il vigilante’ – che va in giro appendendo volantini che intimano l’immediato stop dei lavori di costruzione della moschea. E poteva forse mancare un bel rogo di libri? Terry Jones, il pastore del Dove World Outreach Center di Gainesville, in Florida, sta programmando una giornata internazionale dedicata a bruciare il Corano (International Burn a Quran Day), ovviamente per il prossimo 11 Settembre. Lo scopo dichiarato è quello di inviare ‘un messaggio molto chiaro, e radicale, ai musulmani: la legge della Sharia non è la benvenuta in America’.

L’islamofobia ha trovato risonanza anche fra i politici di professione. Il New York Times riporta che il repubblicano Allen West ha definito l’Islam ‘un nemico pericoloso’, mentre un suo compagno di partito, il candidato al Congresso Ron McNeil, ha attaccato l’Islam definendolo una minaccia ‘al nostro modo di vivere’. E come se tutto ciò non fosse abbastanza, alcune frange stanno convertendo in chiare manifestazioni di violenza questi discorsi di stampo intollerante. Il 25 Agosto, a New York City, il tassista Ahmed Sharif è stato brutalmente accoltellato da uno squilibrato che poco prima gli aveva chiesto se era musulmano. E il giorno dopo, nel Queens, un uomo è piombato nella Moschea Imam ad Astoria e ha urinato sul tappeto delle preghiere.

E’ ormai evidente quello che sta succedendo: vaghe e infondate dichiarazioni di intolleranza, basate su razzismo e odio etno-religioso, stanno trovando discepoli volenterosi. Ma ancora più evidente è la mutazione di questo programma estremista: da filosofia spicciola e minoritaria, intrisa d’ignoranza, a fenomeno politico e sociale.

Un recente sondaggio del Pew Research Center for the People and the Press ha rilevato che un numero sempre crescente di americani (ora il 18%) crede che il Presidente Barack Obama sia musulmano. Questo risultato, chiaramente, è da mettere in relazione al generale malcontento della Middle Class americana, ma non può sfuggire che evidenzia anche la presenza di una volontà mistificatoria nei confronti del Presidente. “I dati del Pew hanno evidenziato che fra Repubblicani e Conservatori – ovvero i gruppi che non amano Obama – raccoglie sempre più adesioni la credenza che Obama sia musulmano”, scrive David P. Redlawsk, direttore dell’Eagleton Center per i Sondaggi di Interesse Pubblico.

Ma, chi sono questi islamofobi? Da dove viene la loro rabbia? E ancora, qual è l’elemento unificante dei loro – variegati – sentimenti ostili? E’ forse l’Islam in quanto tale? La disoccupazione? La mancanza di fiducia verso i politici di Washington? O magari la sfiducia, più in generale, nella democrazia? Dichiararsi sostenitori dei valori americani di libertà è un’affermazione senza dubbio vaga (non siamo forse una società pluralista in cui convivono molti, e diversi, concetti e principi di libertà?), ma la formulazione di un mantra aggressivo, basato su concetti ideologici e astratti, è chiaramente il fondamento di un pericoloso populismo.

Con i dati sull’occupazione praticamente immobili, e con quelli legati all’economia che promettono generazioni perdute invece che una riedizione dei bei tempi d’oro, la rabbia che sentono gli americani potrebbe essere – a volerle dare un nome più preciso – quella della perdita di opportunità. L’America, da sempre, è la terra del sogno; oggi, tuttavia, sembra offrire soprattutto pignoramenti e code di disoccupati. Arianna Huffington dell’Huffington Post ha perfino cominciato a definire il paese ‘un’America del Terzo Mondo’. Ma la ricerca di un’anima vera per questo paese confuso, e magari anche del vocabolario adeguato per esprimere la sua rabbia, andrebbe condotta prima che l’epoca di Obama si tramuti – suo malgrado – in una Repubblica di Weimar a stelle e strisce; prima che i discorsi improntati all’odio e alla diffamazione possano essere catalogati come cupo antipasto di un clima di vera e propria violenza islamofobica.

Il rischio è che i musulmani americani si ritrovino, loro malgrado, a essere i capri espiatori di una lista di problemi più ampi. Le pene degli americani di oggi, siano esse di natura politica o economica, appartengono a tutti, dai banchieri di Wall Street ai deputati del Congresso, per finire ai comuni cittadini elettori.

Alla fine dei conti, se c’è qualcosa che possiamo imparare da questo polverone e dalle grida che si sono alzate intorno a parole quali ‘valori’ e ‘libertà’, è che non c’è niente di più anti-americano che prendersela con un gruppo di individui per una crisi che appartiene all’intera collettività.

Andrew Z. Giacalone
traduzione di Leonardo Staglianò

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