ROBERTO VACCA – INDIA E BLACKOUT

Seicento milioni di indiani senza energia elettrica per due giorni: un disastro che ha causato distruzioni di ricchezza e di derrate, tragedie personali, ritardi, scomodità, disorganizzazioni a cascata, crollo di reputazioni.

Però è anche grave che questa emergenza sia stata capita solo da pochi esperti. I giornali hanno parlato di ritardi nel realizzare infrastrutture, squilibri fra domanda e offerta, siccità. Questa ha causato mancanza d’acqua di raffreddamento alle centrali di produzione che si sono fermate (vero) e consumi aumentati delle pompe per irrigazione. Si è parlato di consumi eccessivi da parte di utenti che avrebbero dovuto obbedire a severi razionamenti. Si è parlato di guasti inspiegati, ma un blackout gigante non è causato solo da conduttori interrotti o apparecchiature difettose. Taluno ha sostenuto che la rete indiana è troppo grossa: “Se ne avessero avute tante piccole tutto sarebbe andato bene.” Queste spiegazioni sono parziali e inadeguate. Per capire che cosa sia successo, guardiamo i numeri e ragioniamo su struttura e funzioni delle reti elettriche.

 

La rete dell’energia elettrica indiana non è gigantesca. I dati in Tabella 1 mostrano che la rete europea e quella nord-americana la superano di un ordine di grandezza. Conviene realizzare reti molto grandi perché sono in grado di soddisfare la domanda di elettricità ovunque si manifesti e ovunque venga generata l’energia per soddisfarla. Un grande sistema strutturato a rete è una ricchezza enorme – come la rete stradale estesa su oltre 100.000 km che connetteva ogni regione e città dell’Impero Romano.

Conviene molto che la rete sia a corrente alternata – che varia secondo un diagramma sinusoidale da un massimo positivo a un massimo negativo 50 volte al secondo in Europa, nella metà orientale del Giappone e in India (60 volte/secondo in Nord America e nella metà occidentale del Giappone). Il vantaggio è che il  voltaggio si può alzare e abbassare – mediante trasformatori.

Gli alternatori (mossi da motori idraulici o termici) producono energia elettrica alla tensione di circa 10.000 Volt (10 kV). Questa è troppo alta per essere usata nelle industrie. In casa usiamo 220 Volt e stiamo bene attenti a non toccare fili in tensione. Se il tuo corpo è attraversato da una corrente maggiore di 0,1 Ampere, puoi morire. [E’ la stessa intensità di corrente che passa in una lampadina a incandescenza da 25 Watt].

L’energia elettrica va fornita anche a utenti molto lontani. Quando passa in un cavo elettrico di rame, sviluppa calore e, quindi, si perde energia. Questo spreco è proporzionale al quadrato della corrente moltiplicato per la resistenza del conduttore in cui fluisce. Per limitarlo nelle linee di trasporto di energia a grande distanza, si innalza il voltaggio (detto anche “tensione”) e,quindi, si abbassa la corrente. [La potenza elettrica è uguale al prodotto tensione per corrente]. Le linee elettriche di trasporto funzionano a 60, 220, 380, 780 kV [780.000 Volt]. Alimentano trasformatori che gradatamente abbassano la tensione a valori utilizzabili con basso rischio.

Tutti gli alternatori, che generano elettricità (in centrali idroelettriche, termoelettriche, nucleari) sono interconnessi in parallelo sulla rete. Questo si ottiene sincronizzandoli esattamente con le precisione di 1/50 di secondo. Vanno tutti “al passo” dalla Spagna alla Svezia, dall’Olanda alla Sicilia. Come già accennato, questa assoluta compatibilità di frequenza consente alla domanda, ovunque richiesta, di essere soddisfatta utilizzando energia ovunque prodotta. Le quantità scambiate sono registrate automaticamente e pagate ai fornitori: le tariffe dipendono da domanda e offerta. Il funzionamento globale è semiautomatico. La frequenza è mantenuta rigorosamente costante. Se la domanda di energia tende a diventare eccessiva rispetto alle quantità producibili, gli operatori potranno escludere alcune grosse utenze (creando blackout programmati) o, in alternativa, abbassare leggermente la tensione su tutta una regione diminuendo la potenza erogata (il provvedimento si chiama “brown-out”). Dunque, i vantaggi dell’uso della corrente alternata sono notevoli.

Il comportamento delle grandi reti è complesso. Eventi che si verifichino in una parte della rete (interruzioni di circuiti, messe a terra accidentali,  sovratensioni, fulmini, etc.) producono perturbazioni che si trasmettono ad altre parti della rete. I conduttori della rete hanno una loro resistenza (misurata in Ohm), ma anche induttanza e capacità. Non approfondisco (questo non è un testo di elettrotecnica), ma questi parametri possono causare la generazione di onde di tensione e corrente sulle linee. Se nelle reti ci fossero solo resistenze, corrente e tensione sarebbero sempre in fase. Con capacità e induttanza la corrente è sfasata rispetto alla tensione e si producono fenomeni di oscillazione L’elettricità alla frequenza di 50 periodi/secondo (o Hertz) ha una lunghezza d’onda di 6000 km. Su linee di trasporto dell’energia molto lunghe (centinaia o migliaia di km) si possono creare perturbazioni che viaggiano, si riflettono, producono dissesti e squilibri. Questi fenomeni sono più gravi se la rete è più estesa – ma la grande estensione è proprio la caratteristica che la rende più utile..

Un’onda di sovratensione, passando; danneggia apparecchiature di controllo, generatori, trasformatori, isolatori. Mette fuori servizio parti della rete, mentre gli apparati di controllo e protezione distaccano altre parti (danneggiate o no). Si perde il parallelo, gli alternatori si fermano – la rete non funziona più. È arduo farla ripartire. Ri-sincronizzare è processo delicato (reso difficile  dai guasti dovuti al blackout): può richiedere giorni mentre gli utenti restano al buio.

L’immane blackout indiano, come anche quello famoso del 1965 in USA, è stato causato da gravi fenomeni di instabilità. Le cause non sono state solo scarsità di energia tali da non poter soddisfare domande eccessive, né guasti accidentali che abbiano interrotto i circuiti.

Per evitare instabilità delle reti si usano condensatori che modificano la fase della corrente. Non si tratta di armature separate da dielettrico (come avviene per piccoli elementi), ma di grosse macchine rotanti che producono correnti sfasate di 90° rispetto alla tensione. Si chiamano condensatori rotanti: le cui potenza e localizzazione devono essere progettate con cura per assicurarne la stabilità. La progettazione delle reti non esige solo che la potenza installata sia adeguata anche per soddisfare domanda futura. Vanno anche previsti i modi citati di rifasare i carichi e la disponibilità di generatori di riserva in grado di entrare rapidamente in funzione.

 

Quando grandi potenze vengono trasmesse su grandi distanze (molte centinaia o migliaia di km) conviene trasformare l’energia da corrente alternata in continua ad altissima tensione. che non ha problemi di stabilità. La corrente alternata ad alta tensione viene trasformata in continua mediante tiristor, poi viene trasportata su linee aeree in cavo, anche sottomarino, e all’arrivo trasformata di nuovo in alternata la cui tensione viene abbassata. Sulle linee a corrente continua le perdite di energia sono anche più basse perché ad altissime tensioni l’intensità del campo elettrostatico è talmente elevata che l’aria stessa diventa un conduttore dissipando energia (effetto “corona”). Tale dissipazione è più alta per le linee in alternata perché il valore massimo (da cui dipende l’effetto corona) raggiunto due volte ad ogni ciclo è del 40% più alto del valore efficace.

Le linee in continua ad altissima tensione sono diffuse in tutto il mondo. In India ce ne sono 3 alla tensione di 500 kV. Sembra, dunque, che la tecnologia indiana sia abbastanza avanzata, anche se non è stata applicata adeguatamente ai problemi di stabilità. Anche la rete della nostra penisola è connessa con linee in continua a Corsica e Sardegna e a Est con la Grecia.

 

Gravi guasti e disfunzioni di grandi reti elettriche che servono interi continenti si possono verificare non solo in conseguenza di instabilità. Un rischio raro, ma grave può essere costituito da una tempesta di protoni solari. Nel gennaio 2012 corremmo questo rischio che poi non si materializzò. In Appendice riporto l’articolo che scrissi sull’argomento nel Marzo scorso.

 

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Regione India Italia N.America Europa Asia+Oceania Resto del.mondo
Potenza

elettrica

 

140 GW

 

35GW

 

1.200 GW

 

910 GW

 

1.630 GW

 

850 GW

Tabella 1 – Potenza elettrica totale installata per regione (2010)

Dati in Giga Watt (GW = miliardi di Watt)

 

 

Fonte: carbone petrolio gas idroelettrico nucleare
Consumo annuo

energia  MTEP

278 156   62   25     5
Consumo in %   52%   30%   12%     5%     1%

Tabella 2 – India – consumi energia annui per fonte di produzione  (2010)

MTEP = Milioni tonnellate equivalenti di petrolio

 

 

Altri dati sull’energia elettrica in India

La popolazione dell’India è di un miliardo e 210 milioni. Il 34% della popolazione non ha accesso a elettricità. Il consumo annuo di energia pro capite: India  0,43  TEP  –  Italia  2,86 TEP.  L’India ha una popolazione più che doppia di quella europea e genera potenza elettrica pari al 15% di quella europea. Il consumo medio annuo pro capite di un indiano è di 755 kWh, quello di un italiano è di 5.000 kWh.

 

Nota etimologica

Il termine “blackout” era usato ai primi del ‘900 nei teatri per lo spegnimento di ogni luce sul palcoscenico. Poi denotò il segnale, che spegne il raggio catodico di oscillografi e televisori, mentre torna indietro dalla fine di una riga all’inizio della successiva. Dagli anni Trenta il termine indicava l’oscuramento in tempo di guerra di tutte le luci durante la notte per non dare riferimenti agli aerei nemici.

“Blackout” si usa sia in inglese, sia in italiano per indicare una improvvisa mancanza di memoria. Indica anche l’oscuramento del campo visivo di piloti di aereo nella ripresa da un picchiata soggetti ad accelerazioni di alcune volte maggiori dell’accelerazione di gravità, che oscurano il campo visivo (il pilota “vede nero”). Accade d’estate a persone che si alzino in piedi all’improvviso dopo essere state sedute o sdraiate.

Negli anni Sessanta il termine fu usato per indicare la mancanza di energia elettrica in una vasta zona o regione. Il caso più clamoroso fu quello del grande blackout della costa atlantica degli Stati Uniti: il 9 Novembre 1965 lasciò senza elettricità per oltre due giorni più di 30 milioni di americani e canadesi. Lo descrissi 5 anni dopo nel mio saggio “Il Medioevo Prossimo Venturo” (si può scaricare dal sito  www.printandread.com ).

 

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APPENDICE

 

Tempesta solare scampata: e la prossima? di Roberto Vacca, 5/3/2012

L’abbiamo scampata. Il 23/1/2012 satelliti e stazioni a terra segnalarono in arrivo dal sole una tempesta di protoni: quelli con alta energia sono passati da 10 a 7500  per cm2 e per secondo [vedi diagramma]. Poi il flusso di protoni si è affievolito. Se fosse cresciuto molto, avremmo avuto disastri. Anche in Italia il cielo notturno si sarebbe colorato di verde, viola e rosso: aurore boreali che si vedono vicino ai poli. Poi sarebbe diventato rosso sangue. Grossi blackout ci avrebbero tolto l’elettricità. Le linee telefoniche e telegrafiche fuori uso avrebbero impedito gli interventi di emergenza. Ferrovie, gasdotti e oleodotti avrebbero subito danni gravi. Il blocco di reti e tecnologia nelle società più avanzate, prive di energia, potrebbe causare vittime a milioni.

Sono eventi, a decine di anni uno dall’altro, causati dal vento di protoni emessi dal sole: vanno a velocità fino a 7 milioni di km/h e arrivano a noi in circa 20 ore. Queste tempeste si chiamano CME: Coronal Mass Ejection: espulsione di massa dalla corona solare e proiettano miliardi di tonnellate di protoni. Non è fantascienza: SPECTRUM (la rivista degli ingegneri elettrici USA) questo mese dedica all’argomento un lungo articolo.

I protoni seguono traiettorie elicoidali. Le CME più intense producono campi magnetici giganti interagenti con la magnetosfera terrestre. Quindi correnti elettriche molto intense fluiscono nell’aria della stratosfera che a 50 km di quota è un buon conduttore. La tempesta geomagnetica induce sulla superficie terrestre forti correnti elettriche che passano nel terreno, nelle reti elettriche ad alta tensione, nelle tubazioni, nelle rotaie, nei cavi sottomarini. In conseguenza le reti vanno fuori servizio. Sono più a rischio le centrali elettronucleari: senza energia elettrica dalla rete non possono raffreddare i nuclei che possono fondere. In Europa, USA, Cina si potrebbero avere decine di disastri tipo Fukushima.

È meno tragico, ma molto spiacevole, il rischio di fusione degli avvolgimenti dei grandi trasformatori ad altissima tensione (765 kV in USA, 1000 kV in Cina). Ogni unità pesa 200 tonnellate e costa più di 10 milioni di euro. Non sono tenuti a magazzino e la produzione richiede molti mesi. Anche i terroristi potrebbero farne saltare alcuni, ma un CME ne distruggerebbe decine bloccando per anni l’energia di continenti. I trasformatori si possono proteggere installando condensatori sulla messa a terra del neutro e bypassandoli con tubi elettronici per scaricare a terra le sovracorrenti alternate. Queste tecniche, però, non sono state sperimentate in pratica. I CME sono rari. Nel 1859 il più grave, negli Stati Uniti fu preceduto da aurore boreali e cielo rosso a basse latitudini. A quel tempo non esistevano reti elettriche, ma andarono distrutte molte linee telegrafiche.

Un altro CME nel 1921 bloccò telefoni e telegrafi in Svezia e negli Stati Uniti e mise fuori servizio i sistemi di scambi e segnali della Ferrovia Centrale di New York. Le reti elettriche di energia, poco estese all’epoca, non subirono danni gravi. Nel 1989 i cieli colorati da un CME furono interpretati come lo scoppio di una guerra nucleare, ma in Canada ci fu un blackout di un giorno che lasciò senza energia elettrica tutto il Quebec.

Qualche giorno fa Pete Riley  della Predictive Science di San Diego (un centro di ricerca sponsorizzato dalla NASA e dalla National Science Foundation – vedi: www.predscience.com/portal/home.php/) ha pubblicato suoi calcoli secondo i quali ci sarebbe una probabilità del 12,5 % che entro il 2020 si verifichi  una Coronal Mass Ejection. L’affermazione sembra azzardata – ma il centro di Riley sembra affidabile.

Giornali, televisioni, politici e politologi  non parlano dei rischi dovuti agli arsenali nucleari, né di questi – meno letali, ma significativi. Dovrebbero farlo.

Roberto Vacca

NEW ACTORS ON THE AFGHAN SCENE

It seems that India is building the world’s biggest nuclear plant, in addition to its first nuclear submarine. No comment on the relevance of the latter program from the viewpoint of efforts to improve the lot of the Indian paupers, who did not disappear. However, the Indian economic might being now an established factor, it’s likely that the giant former possession of Britain will play a much larger role in the general area which includes the Indian Ocean on one hand, Afghanistan on the other.

In the latter country (which borders Pakistan rather than India) New Delhi has been a prudent player for a number of years. It is helping the Afghanis with programs such as road building and in less ambitious plans which are prevalently financed by the United States. Indian companies are involved in construction works for the new seat of the Afghan parliament. Of course such Indian activism arouses the resentment of the perennial rival, Pakistan.

American diplomatic sources believe that Islamabad will as a reply to India strengthen its ties with the Talibans and the Moslem militants in Kashmir. Recently Yusuf Raza Gilani, Pakistan’s prime minister, declared that New Delhi must reduce her role in Afghanistan and in the Pakistani province of Baluchistan if she wants to improve relations with Islamabad. The Indian involvement in the Afghan act may or may not grow larger; right now it’s not really heavy. One of the likely aims of New Delhi is contributing to  some improvement of the situation, as the country theoretically controlled by Kabul will be vital for getting natural gas from Central Asia.

While New Delhi seems currently reinforcing her ties with the United States, Pakistan is engaged in a rather bitter feud with Washington over the war missions of the American Predator (unmanned) drones on the tribal areas of Pakistan which border on Afghanistan. A recent report of the Pakistan’s Human Rights Commission states that in 2010 the drones  killed 957 civilians. A few days ago the head of Islamabad’s Intelligence met Leon Panetta, director of the American CIA, and allegedly stated that his government will restrict cooperation with the U.S. against terrorism if there will be no reduction in the drone attacks on Waziristan. As recently as April 13 one or more Predators killed six persons in South Waziristan. Of course the American drone attacks violate the sovereignty of Pakistan, in addition to killing human beings, many of whom are not involved in Taliban activities. The Islamabad minister of foreign affairs has strongly protested against the American war operations in Pakistan, which belie lofty professions.

On the other hand the American side does not conceal some resentment because of those Islamabad’s nuclear and defense programs which are supported by China. Such programs are said to include building two Chasma reactors in Pakistan and a joint JF17 attack plane. China too is supposed to be interested in a larger role in Afghanistan. A few days ago Yusuf Raza Gilani, Pakistan’s premier,  flew to Kabul on the invitation of president Karzai.

A.C.

OVEROPTIMISM DOES NOT SUIT INDIA

It’s excessive or faulty that Brazil and India are now currently described as vibrant, surging economies and societies. Two affluent friends, here in Milan, are busy every day collecting small donations in favor od Brazilian meninhos : abandoned, orphaned or very destitute children who do not eat regularly. The expectations about the sudden modernization of Brazil are too high. The same applies to India, where efforts to lift up the very poor cannot claim enough successes.

The most extreme forms of discontent ravage several provinces. Some areas of Central India must be described as insurrected: armed rebellion is intermittently the winner. The rebellion, started in the district of Chhattisgarh in 1967 and apparently invincible, is a local version of revolutionary Maoism. The insurgents, here called Naxals, do not dominate more than 4,000 sq.kms. (total India is 3.3 million sq.kms), but the local geography (terrain, forests) and popular support, both willing and forced by terror, are such that a few thousand guerrillas are able to disrupt, often cancel, the government operations. Somewhat less than half a century of military efforts did not eradicate rebellion.

Territorially isolated as they are, Naxals can only wage a primitive warfare. They even implement their weapons with bows and arrows. The explosives they use are prevalently obtained by attacking police and security forces. Their operation is too far from foreign sorces of supplies. They are described as Maoists, even as China has not been exporting subversion any more. Still, a few months ago the Delhi government was forced to allocate funds for new battalions of armed militia, for additional helicopters and counterinsurgency training centers.

India is a giant well accostumed to take tough measures against her enemies, but past efforts against Naxals did not succeed. Recently prime minister Manmohan Singh described those rebels “the single biggest internal security challenge ever faced by India”. But he also admitted “the chronic poverty, mass ignorance and desease”. In the last four years a thousand people died each year violently
India is seen abroad as a nation on the move, however the durability of the insurgence is bewildering. In addition to general factors, the tribal conditions of many Central Indian villages easily explain poverty. Minerals have been found, but the new jobs are few and low-paid. Terrorism in one third of the Indian districts discourages investments.

At the root of the political problem is the failure of the democratic institutions to operate in conformity with the lofty ideals and easy promises. Once upon a time India appeared a young nation which would conform to the noble precepts of Mahatma Gandhi, thanks among other things to the collective enthusiasm of hundred millions voting citizens. Reality is different. The governing classes were soon spending on aircraft carriers, nuclear weapons and Rolls-Royces for ambassadors, well in advance of present economic development, rather than on adequate social programs. Today huge wealth is being created in some segments, but it doesn’t reach the low classes. Gandhian idealism has been operating only nominally and sporadically, while graft and egoism have increased.

A.M.C., Daily Babel

MICRO-CREDIT IN BOMBAY

In our “western” universities our development-economists-to-be are taught everything about micro-finance. They study Mohammed Yunus’s life step by step. They are supposed to read “the Banker of the Poor” as if it was a holy script, they all should be familiar with those revolutionary (from the economical point of view) ideas that are the funding ground of the Grameen bank. Our students get an idea of how micro-credit should work, how a self-help group should be led, what a micro-finance institution is supposed to be.

Enthusiastic students will line up to get selected for an internship/volunteering program in one of the countless organizations inspired by the Grameen Bank, mostly working in the Bengale area. They will fill their backpacks with few clothes, mosquito spray, medicine, and huge expectations.

By going there, they will end up discovering that their ideas were both romantic and too rational. Romantic, as no group of poor women living in the most remote villages in the world will actually gain their economical independence this way. The women taking loans from a MFI (micro-finance institution) will not start their own business, but more simply they will put money into their husband’s businesses, or use that money to cultivate their family land. No romantic idea of a poor women emancipating herself all the way up to entrepreneurship.

At the same time, our ideas of micro-finance is based on a rationalist model, that fails to recognize one simple question: is the theoretical way actually better? Indeed, from a theoretical point of view, micro-finanace doesn’t work: as we just said, only a small fraction of all women receiving loans actually starts a business, thus the ultimate scope of micro-finance seems not to be achieved. The loan is not used for the purpose it was granted. No rise of the poorest of the poor straight to the highest level of the national production. The economy of the poor stays unnoticed.

This negative perception of micro-credit, though, comes form a GDP biased logic. To state that micro-credit betrayed its primary scope is a confession of blindness. As the primary objective of micro-finance is to better living conditions of the poor, by giving them the means for escaping from their poverty. Micro-finance should allow them not to die from hunger if, for example, their crops were devastated by the rain. It should teach them how to save, first, in order not to borrow again. It should contribute to increase their life expectancy, or allow their children to get an education (thus really permanently escaping from poverty). Of course, micro-credit alone cannot do all this. Of course, micro-credit needs a network of government of non-government organization building hospitals, schools, and roads.

Thus, a micro-finance institution should not only be concerned with granting loans to the poor. Its mission should be to educate the poor. On how to use their money, how to plan a family, how to marry their children, how to run their small activities, and cultivate their lands. Micro-credit cannot be separated from its social mission.

The loan disbursement and collection has to be seen as the last stage of a really long process. Such a process starts with few NGO’s workers visiting a village, in order to have a preliminary meeting with all the “respectable people” of that village. First stage of micro-credit it’s really a lot about talking. As it is not possible to create any self-help group without permission of the local landlords. Second step is to talk to village people, the women and their husband, and explain the benefits of being part of a self-help group. Women have to be interested, though husband have to be convinced too. In fact, without the husband’s permission, a woman cannot participate to the group-meeting. So micro-finance is much more fragile, and complicated than what we think from our efficient and organized countries. Specifically, micro-finance in the South-East Asian area is built on personal relationship. Indeed, almost everything in Asia requires personal relationship. Nobody would do anything if they don’t know the person they are dealing with. On the contrary, nothing is really impossible if the two of them are able to build a trust relationship.

Thus, the most fragile part of micro-finance is the establishment of this trust relationship.

An organization with no link to the local reality, which is not interested into the human consequences of what it is doing, will just behave as a new landlord, coming to tax the villagers. To make micro-finance mission accessible to the majority of people living in those areas, it cannot be just a matter of business establishment.

That’s why our academic ideas are at the same time romantic and too rational. And that’s why micro-finance is really working, despite a new generation of women entrepreneurs coming from the Darkness is not yet formed.

Micro-finance is not solving the problem, though contributing to solve it. It can better lives in areas where the government is nothing more than a mere phantom, people still struggle to get water to their houses, roads are often too bad for any car to arrive there, houses are still built by mud and rifles, and electricity is an optional. In those places, women burn themselves to death for fear of being unfertile, the majority of people cannot read and write, and it is not that uncommon for a child to die of malnutrition.

Even by granting a minimum level of social security, by providing basic services such as health-care and education, things can start to get better. By meeting every week, women get the opportunity to compare their experiences with those of the other members. They can get advise from the Community Officers (he intermediaries between the women and the organization), about every subject matter, form hygiene to dietary needs, together with loans and savings. They will start to build a network of mutual support within the village, beyond religion and cast differences. Those women will be allowed by their husbands to meet outside of the house. They are offered a place where to deposit their own money, instead of financing their husband’s liquor. Those are small, yet basic changes.

On the other side of the coin, micro-finance is faced with a future challenge. Repayment are constants and punctual, default rate is low. Micro-lending is working, and service charged can be paid out of this loan. For this reason, more and more for-profit MFI have been created in the last few years.

This leads to two major problems: the loss of micro-finance primary social mission. Indeed, those institutions act as normal commercial banks, though on smaller scale. Second, competition in the field is dramatically increased, making difficult to find enough “market share” (such a sad definition if we think we are referring to the rural village mothers). More and more often, not-for-profit NGOs already operating in the field for a decade now are forced to struggle in order not to let any newcomer spoil what they created through years of work.

From a certain point of view, it may be a good sign, as it means that micro-finance is now going to increase substantially those countries’ GDP, creating job opportunities and economic growth.

God of Wealth finally blessed the area. Goddess of Competition will take care of the rest. Holy Market Laws will grant an happy ending to everyone.

No more need for any social NGOs.

Of course, my conclusion is purposely exaggerated. Though, my question is still valid: is this way actually better?

I can’t help seeing dangers where GDP measures predict Success.

Marianna Galantucci
(Post-Grad student in Development Economics,
and past volunteer for IIMC Micro-Finance Project, Kolkata.)