IMPORTANTE SCRITTO DI ABRAVANEL: IL CONSERVATORISMO DELLA SINISTRA ITALIANA FA CRESCERE LE DISEGUAGLIANZE

Difficilmente si poteva argomentare meglio di come ha fatto il 10 novembre Roger Abravanel (nel blog Meritocrazia.corriere.it) che la disuguaglianza sociale è un’apartheid;  che nei fatti la sinistra rinuncia a combatterla; che non riuscendo a superare certi propri tabù si può dire sia un’alleata della destra “per creare il Paese più disuguale del mondo occidentale”. Scrive Abravanel: “E’ da 20 anni che la disuguaglianza cresce, ma un conto è arricchirsi meno degli altri quando l’economia va bene, un altro è diventare più poveri mentre i ricchi accrescono il loro benessere. Da sempre l’indice Gini in Italia (misura il divario tra i più ricchi e i più poveri) è tra i maggiori d’Europa: è al  livello della iperliberista Inghilterra, è vicino a quello degli Stati Uniti, è molto più alto di quello di altri paesi europei, come  la Germania o i paesi scandinavi. Anche la mobilità sociale, ovvero la possibilità per i figli di genitori poveri di raggiungere un reddito alto, in Italia è basso. Siamo a livello degli Usa, con caratteristiche diverse”.

La diversità è soprattutto nel fatto che in America il gruppo dei super-ricchi (il famigerato One per cent) consegue  redditi top grazie alle scuole elitarie che i super-ricchi frequentano. Da noi i figli dei ricchi ereditano l’azienda e le proprietà dei genitori. E i nostri poveri non hanno accesso alle ricche borse di studio che in America aprono le porte delle migliori università. “Peraltro il nostro welfare non è certo costato poco: è a livelli scandinavi. In Scandinavia hanno trasformato negli anni lo stato assistenziale in un welfare in grado di creare opportunità per ogni cittadino, senza falsare le regole di mercato per sostenere la crescita dell’economia”.

Per Abravanel in Italia si parla poco del ‘problema enorme’ della disuguaglianza, ma è soprattutto sorprendente il disinteresse delle sinistre. “Il nostro welfare non protegge i più poveri, i giovani e le donne: difende piuttosto i capofamiglia maschi, ai quali garantisce il posto di lavoro e la pensione prima di tutti gli altri paesi”. E’ un’impostazione conservatrice e anticapitalista, dice il Nostro,  che pone la sinistra italiana su un pianeta ideologico arretrato. La disuguaglianza viene affrontata “basandosi su principi quasi feudali: non è l’impresa che crea benessere, ma il lavoro”. Abravanel cita beffardamente l’art.1 della Costituzione, che solo il guitto Benigni, benestante come D’Alema, giudica ‘bellissima’ (contro congruo compenso), laddove il resto della plebe Italia, ubriacata dal populismo, la apprezza solo come riserva di carta per incartare la frutta , dovessero scioperare i cartari.

Dice Abravanel, sempre beffardamente: “Il lavoro esiste indipendentemente dal capitale, dall’impresa, dal consumo. Interessa poco il fatto che senza imprese e consumatori che comprano i loro prodotti non ci sono lavoratori (…) Lavori in miniera nel Sulcis? Un altro diritto che va difeso, anche se per difenderlo costa  dieci volte il tuo stipendio. E’ lo stesso atteggiamento del sindacato di fronte a occupati e disoccupati. E’ così che si crea l’apartheid di cui parla Pietro Ichino tra i dodici milioni di intoccabili e i nove milioni di precari e dipendenti di piccole imprese”.

La morale di Abravanel è diamantina: “Se il centrodestra è sempre stato il protettore dei grandi privilegi, la sinistra si è trasformata in protettrice di quelli piccoli. La soluzione per ridurre la disuguaglianza è quella che serve anche a fare ripartire la crescita: rule of law e una vera meritocrazia: intesa come ricerca della competizione, non come semplice riduzione delle raccomandazioni”.

Come si potrebbe non essere d’accordo con Roger Abravanel? Lo scrivente, che non riesce a non essere d’accordo, rivendica però il diritto a un tot di incredulità. Crede poco che Scandinavia sia il paradiso dei piccoli, incredibilmente coccolati dai rampolli dei padroni delle ferriere. E crede poco che, nei frangenti in cui viviamo, il Nostro capitalismo sia così bravo a produrre crescita. Lo era prima della globalizzazione.

In conclusione: condividere le tesi di Abravanel, ma con giudizio. Confutare le scemenze di sinistra è facile e giusto. Non respingere quelle di destra sarebbe diabolico.

l’Ussita

MAI PIU’ SALVATAGGI DI INDUSTRIE FINTE

L’11 settembre, sui problemi di Alcoa e simili, ‘La Stampa’ ha pubblicato un articolo di pure verità, ‘la Repubblica’ un articolo di pure falsità. Il primo ha un titolo che dice tutto: “Perché da noi il salvataggio è impossibile”. Ha scritto l’autore, Luca Ricolfi: “Che cosa si può fare? Mi spiace essere crudo, ma la sola risposta è: niente. O meglio: molto di assistenziale, poco di industriale. Siamo in Europa e gli operai che perdono il lavoro hanno diritto a qualche forma di sostegno del reddito. Ma non raccontiamo la fiaba che spingere un’azienda straniera a produrre in perdita sul nostro suolo sia ‘politica industriale’, o sia una scelta razionale. La realtà è che produrre in Europa è sempre meno conveniente”.

Da quando Internauta esiste, alcuni di noi non fanno che dire queste cose, dire che dobbiamo accettare il ritorno alla povertà e riprogettare una vita con poco reddito, niente mutuo casa e bassi consumi. Dirlo dalla sponda opposta a quella del ‘Wall Street Journal’ e del ‘Liberista’; dirle dalla sponda del “New Collectivism”, del “Guild Socialism” e de ‘Il Confronto’, la testata milanese di cui Internauta è figlio e che tra il 1965 e il ’70 invocò -anche con la voce di Roger Garaudy, allora il maggiore teorico del PCF, e di alcuni altri grandi della sinistra umanista- un comunismo che si ribellasse a Mosca e al togliattismo, un comunismo che scegliesse la libertà. Da quando esiste Internauta  rifiuta, tra le categorie del sinistrismo tradizionale e insincero, la solidarietà meccanica alle lotte sindacal-politiche.

L’articolo di ‘Repubblica’ ha un titolo che dice ‘tutto’ e, per un altro verso, meno che niente: “I doveri di un governo”. Ecco alcuni concetti dell’autrice, Chiara Saraceno: “Nessuno, tanto meno chi governa, può permettersi di dire che non c’è nulla da fare. Il governo non può tirarsi fuori dalle proprie responsabilità di fronte a migliaia di lavoratori e lavoratrici e delle loro famiglie. Occorre, per questi operai, preparare occasioni di lavoro sostenibili. Invece di ripeterci che il lavoro non è un diritto esigibile e che il governo non può garantire il lavoro a tutti, il governo dovrebbe ricordare l’art.4 della Costituzione. Meglio se contestualmente investe e fa investire nella produzione di beni collettivi. Se non ora, quando?”

Non una di queste parole è degna di rispetto. Al contrario: la mano pubblica non dovrà fare più nulla, dopo l’orgia di elargizioni  a colpi di indebitamento, a favore di alcuna impresa rifiutata dai mercati.  Quell’impresa chiuda, qualunque il numero dei licenziamenti. La legge della caccia ai voti non consente tanta nettezza, ma è una legge putrida. Un giorno le urne elettorali andranno chiuse for good e i decisori saranno scelti dal sorteggio tra persone competenti. Tutte le vittime dei licenziamenti, anche dell’indotto, meritano un assegno di (pura) sopravvivenza, uguale per tutti; e questo è l’unico serio tra ‘i doveri del governo’ enunciati dalla Saraceno.

La più stolta delle cui asserzioni è “occorre preparare occasioni di lavoro sostenibili”. Che vuol dire ‘preparare’ se non trovare miliardi ora inesistenti per la resurrezione, vietata dall’Europa, di imprese artificiali, produttrici di merci invendibili, oppure per lavori pubblici superflui? Se trovati, non sarebbero miliardi a carico dei contribuenti, maestranze sarde comprese? E’ capace, la prof.Saraceno, di far pagare il solo ‘One per Cent’, come dicono negli USA? La Nostra deplora il governo perché ripete che il lavoro non è un diritto esigibile, e che non può garantire il  lavoro a tutti;  addita l’art.4 della Costituzione. Orbene quest’ultimo è, di una Carta lardellata di gassosità e di menzogne, uno dei precetti più vuoti, bugiardi e perfettamente ignorati. Infatti per “promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro” la Repubblica può solo finanziare imprese senza senso, cioè non-imprese. Invece questo non deve farlo più. Può distribuire pane e latte, non stipendi, e meno che mai quanto serve per il mutuo e le altre voci della condizione sotto-borghese. Impagabile il botto finale della pirotecnia di ‘Repubblica’: “Meglio se contestualmente (il governo) investe e fa investire nella produzione di beni collettivi. Se non ora quando?”. A questa domanda, che in realtà è uno sciocco slogan delle lotte femministe, va risposto ‘Mai’.

Le cose affermate dalla Saraceno sono sufficientemente fallaci. Ancora più colpevoli sono le omissioni: Non ha scritto che il lavoro sarebbe un diritto se la nostra fosse una società collettivista e protesa al bene (alcuni di Internauta la amerebbero), invece che edonista-consumista? Perché Saraceno con convince il suo editore miliardario a propugnare il passaggio al collettivismo idealista del kibbuz? Né ha scritto che per  tassare i soli ricchi, compresi gli intellettuali di Capalbio, occorrerebbe quel maremoto politico che terrorizzerebbe il miliardario editore e lei stessa. E’ pronta a sborsare a favore di Sulcis Alcoa Fincantieri Irisbus Termini Imerese?

A.M.Calderazzi