NAUFRAGI: RISIBILI OSSIA INUTILI I SINGHIOZZI DELLE GRANDI FIRME

I collateral damages -i civili uccisi dal napalm e dai droni; i fucilati delle Fosse Ardeatine, prezzo dovuto pagare per l’azione “militare” che spezzò le reni alla Wehrmacht; gli arsi vivi nei firestorms di Amburgo; gli immolati innocenti di centomila episodi bellici- i collateral damages dicevamo si usano amnistiare: “dure necessità della lotta”. Ma almeno ribelliamoci ai sottoprodotti inesorabili dei naufragi dei barconi: i singhiozzi dei grandi media. Dopo il rovesciamento del battello dei 900, i direttori di Repubblica e della Stampa, più Claudio Magris e Barbara Spinelli hanno infierito spietatamente, alla testa di altri tenori, tromboni e prèfiche del mondo, coi loro singulti. Sono disperati. Non vogliono più vivere, troppa tanta nequizia degli uomini e degli Dei. Implicitamente rimproverano i lettori che non si taglieranno le vene per lo strazio dei Maestri. Poi passano alla cassa e percepiscono.

E questo potrebbe anche andare bene, se i singhiozzi vedi sopra contribuissero a salvare una sola vita. Invece nulla è più banale e inutile di quanto scrivono le grandi firme quando le ecatombi sono all’altezza dei loro onorari e le lacrime sgorgano più facili. E’ quasi certo: sono meno ovvii e più onesti i temi in classe svolti alle medie su tracce come “I pensieri suscitati in voi dalle grandi sciagure”.

Mai un Ezio Mauro, un Ferruccio De Bortoli, altri gestori di coscienze, invece di far piangere a vuoto e a vanvera, si metteranno alla testa di un movimento “Un decimo del nostro superfluo per dissuadere quelli del Burkina Faso”. Si dice che i disperati del Sub Sahara devono pagare parecchi soldi, correre i rischi del deserto e la ferocia di schiavisti e di altri criminali prima di riuscire a imbarcarsi. Quando non annegano tentano di realizzare il sogno: mendicare a Duesseldorf dove un lontano parente ha trovato da lavare latrine.

Orbene la Natura non condiziona i candidati migranti a suicidarsi come lemmings. E’ sicuro che rifiuterebbero mille euro, o un lavoro a casa loro, contro l’impegno a non imbarcarsi? E’ sicuro che i Grandi della terra, per una volta insieme, non saprebbero finanziare dei progetti di sviluppo quali, p.es., la produzione e l’export di energia di origine solare?

Al peggio: per offrire 1000 euro a 10 milioni di disperati già in marcia occorrerebbero 10 miliardi. Si metterebbero insieme facilmente se gli Stati tagliassero qualcosa sulle spese non essenziali o nocive (prestigio, sport, Expo). E se alcuni milioni di progressisti, di entusiasti dei diritti umani, di zelatori di nobili cause rinunciassero a un abito sartoriale, a

un abbonamento alla palestra del fitness, alle lezioni di cavallo della figlia culacchietta, a una vacanza a quattro stelle. Non contando quanto si metterebbe insieme se i sommi direttori e quanti singhiozzano sui cimiteri marini donassero una tantum un ventesimo del loro reddito. Quando firmeranno un assegno oltre ai loro lirismi?

La verità è che gli opinion leader avranno per sempre il rimorso di non avere enunciato l’obbligo delle società affluenti di accettare rinunce, di impoverirsi alquanto per prendere in carico un po’ di mondo misero. Hanno invece additato la nobiltà e la coolness dell’accoglienza. Hanno propalato la bugia che ci manca manodopera. Hanno tacciato di razzismo, populismo e ignoranza quanti ricordavano che più accoglienza, in pratica, significa più badanti, più colf e più manovali low cost a beneficio degli agiati.

Una scusante dei conduttori dell’opinione è: noi non proponiamo i sacrifici perché la gente non si cura delle nostre prediche. E questo è vero. Per sensibilizzare i grandi numeri ci sarebbe voluto un uomo d’eccezione, un maestro e un Mosè del mondo quasi intero. Avrebbe potuto diventarlo Bergoglio, se avesse voluto -con atti scandalosi e concreti- essere il papa rivoluzionario che si diceva. Non ha voluto, ed ora è un pontefice come gli altri, del tutto incapace di guidare.

Andrà a finire che sarà un ipermiliardario americano o un imperatore cinese a fare per i miserabili della terra quanto non faranno tutti i governanti di Bruxelles e tutti i singhiozzanti dei grandi media? E quando Bergoglio confesserà il delitto della Chiesa di aver difeso l’esplosione demografica, in quanto ‘ogni nascita è un dono’ e in quanto ‘c’è la Provvidenza’ ?

A.M.C.

ACCOGLIENZA INTEGRAZIONE MELTING POT E ALTRE MENZOGNE

Questo avere inflitto alle periferie proletarie la sventura degli insediamenti indesiderati -migranti più o meno clandestini, zingari ed altro- è stato un misfatto grave dei radical chic, tutti domiciliati bene, comunque lontano dalle trincee dell’accoglienza coatta.

L’integrazione è una chimera, da sempre. Lo dimostrano, a dir poco, gli ultimi due secoli. Ma forse che due millenni fa la gente della Suburra romana, specie se venuta dalle colonie, era gradita nei quartieri dei patrizi, dei cavalieri e dei liberti ben messi? Sul pianeta intero non c’è un solo rione benestante dove i pezzenti non lavati e le pelli scure siano graditi. Ciò vale naturalmente anche per i quartieri ‘buoni’ dei paesi che esportano disperati. I prosperi di Lagos e di Dakar -non solo i ricchi, anche i professionisti, impiegati e domestici dei ricchi- non vogliono abitare accanto ai miserabili; a maggior ragione quando gli ultimi assoluti debbano/vogliano campare di reati o di elemosine. Meno che mai si integrano i quartieri degli USA: che il Presidente sia un po’ afro conta zero.

Gli umanitari a carico altrui, quando non mentono e quando non impongono ai connazionali poveri gli obblighi di convivenza cui essi si sottraggono; quando cioè non sono farabutti, dicono perfette stupidaggini. Ecco la cruda verità: l’integrazione razziale e sociale non ci sarà mai, e non ci sarà mai accoglienza spontanea su scala significativa. Le periferie, le semi-periferie, i semi-centri così come i centri storici rifiuteranno sempre gli insediamenti dei poveri e degli etnicamente diversi. Questo dicono sia le banlieus e le favelas, sia i faubourgs e tutti i quartieri normali del mondo.

Un paio d’anni fa G.A.Stella, un giornalista cesareo  incoronato di successi, additò esultante la soluzione di un problema intrattabile: non segregare gli immigrati nelle periferie ma “sparpagliare, sparpagliare!”. Mai fu detta una sciocchezza più grossa: come se, gli immigrati non avendo di che stabilirsi negli indirizzi buoni, il potere potesse e volesse sostituirsi col denaro del contribuente. Ovviamente Stella è l’opposto del cretino, dunque è certo che la pensata dello sparpaglio l’avesse avuto in un episodio di euforia etilica. “Sparpagliare” implicava sistemare i migranti, non nelle case da mille euro/mq, bensì in quelle che valgono dal quadruplo in su.

Le risorse per sparpagliare non esistono. Esiste la possibilità teorica di requisire (=confiscare) le case dei quartieri buoni. Peccato che occorra quella rivoluzione bolscevica d’Ottobre che il noto giornalista non desidera affatto (anche per non trovarsi condomino dei burkinafasesi). Oltre a tutto se i contribuenti si quotassero per comprare a livello decoroso a favore degli ospiti non invitati, i proprietari che vendessero sarebbero perseguitati, forse linciati dai vicini.

Dunque per i migranti non ci sono state che le periferie miserabili. Questa canagliata del buonismo sui locali proletari viene praticata in tutto il mondo. A Tor Sapienza si contano quattro centri d’accoglienza, più un campo nomadi. Però le vendette dei residenti renderanno sempre più arduo insediare gli indesiderati, e col tempo si faranno efferate.

Per alloggiare gli immigrati senza un soldo l’alternativa è una sola: campi di baracche, se necessario di tende, ma non nelle adiacenze delle città bensì lontano, nelle aree meno abitate possibile. Al limite, sulle pendici montane che non abbiano un valore turistico. Questo non potrà che azzerare le fandonie sull’integrazione. Gli ospiti non potranno procurarsi un reddito; andranno mantenuti a termine indefinito, a spartani livelli di sopravvivenza. I loro bambini dovranno contentarsi dei corsi offerti nei campi dal volontariato, ossia dalla carità pubblica. Questa è una prospettiva realistica. Il resto è retorica, mito, menzogna.

Le anime belle troveranno infami i campi di raccolta, perché ignoreranno o fingeranno di ignorare molti fatti della realtà. In una recente, larga intervista Carlo De Benedetti, tycoon progressista numero Uno, ha descritto come la Svizzera durante la guerra ospitava gli ebrei ricchi come lui: “Campi di concentramento, docce con acqua  fredda anche d’inverno, per asciugarsi solo la paglia su cui dormivamo”. Gli ebrei non ricchi venivano respinti oltre frontiera.

Le anime belle ignoreranno, o fingeranno di ignorare, che alla fine della Guerra civile spagnola, ai fuggiaschi della repubblica annientata la Francia, che era stata alleata e che ancora simpatizzava, offrì all’inizio solo recinti di filo spinato, senza baracche né tende. A migliaia morirono di malattie. Per non parlare dei campi di prigionia americani in  Germania: all’aperto. Il bonario comandante supremo Dwight Eisenhower ordinò che i militari germanici espiassero, in barba alle convenzioni internazionali. Anche i molti che erano innocenti delle ferocie naziste.

Al di là delle finzioni e delle menzogne va finalmente detto chiaro che le ondate di immigrati non dovranno attendersi più che i campi di raccolta permanenti. Gli ardimentosi ne usciranno e forse troveranno di meglio. Ma saranno pochi. Meglio non venire, specie se i paesi cui i miserabili aspirano, oltre a chiudere le frontiere, decideranno di aiutarli sul serio in patria: col sacrificio fiscale di tutti, non dei soli cittadini di periferia. Aiutare i miseri del terzo e quarto mondo perché non partano, dissennati eroi della disperazione.

A.M.C.

NULLA PIU’ CHE OGGI SI POTRA’ FARE (NEL MONDO) PER I MIGRANTI

Giorni fa ‘Repubblica’ ha dedicato spazio e copiosa empatia a uno dei tanti calvari abitativi degli immigrati dall’Africa: un palazzo abbandonato a pochi passi dalla stazione Termini, nel cuore di Roma: via Curtatone 3. Era stato la sede di un ente chiamato Ispra; oggi ci bivaccano 450 persone, un multiplo degli impiegati di un tempo. Non c’è luce. Non c’è acqua, quindi niente servizi igienici. Dormono per terra, una cinquantina di bambini compresi. I pavimenti sono popolati da scarafaggi e da topi. Altre Geenne romane hanno nomi leggiadri -Collatino, ponte Mammolo, la Romanina- ma l’abiezione è all’incirca la stessa. Sarebbero partiti, se avessero conosciuto la realtà del loro “sogno di una vita migliore”?

Per nobilitare e fare espressionistico il quadro, ‘Repubblica’ ha dato enfasi al fatto che l’ex-Ispra è “Lampedusa” al centro della superba capitale. Ma, checché abbiano scritto e declamato le anime belle, la fase di soggiorno coatto nell’isola nel Mediterraneo è villeggiatura a confronto delle feci del palazzo conquistato dai 450. Sembra che vigilino a turni di 40 sentinelle per non essere sloggiati.

Mangiare non è un problema: la mensa dei preti è vicina. Tutto il resto è dramma. ‘Repubblica’ parla di ‘ghetto’ della disperazione. Ma i ghetti veri, quelli degli ebrei, erano Parioli e Beverly Hills a confronto. Mercanti, medici e sapienti giudaici vi ci vivevano esistenze accettabili, persino confortevoli. Nel quartiere (anche) giudaico di Siviglia misero casa i re di Castiglia, poi di Spagna. Oggi i Reales Alcàzares attirano i turisti anche per le casette ebree. In molti ghetti del mondo sono andati a vivere gli stilisti e gli avvocati quasi ricchi. A parlare di ghetto invece che di slum fetido ‘Repubblica’ scherzava.

Le anime belle e i naufraghi del gauchisme si torcono le mani per il dolore, tanto grave è la débacle della società multiculturale che vagheggiavano (l’arricchimento spirituale è pari a zero, per noi come per i nuovi venuti). Però non spiegano perché per decenni asserirono che il birth control era una fandonia dell’Occidente colonialista; e perché oggi esigono  che si accolgano vaste masse di africani (prima di tutto), magari scampati alla morte in mare. Reclamano che li si trattino e sistemino bene allorquando sanno, i tardogoscisti, che niente più che oggi, niente più del minimo assoluto, si potrà fare per i migranti. Dovunque essi arrivino, Eldorado scandinavo compreso. Quanto allo Stivale, soldi e disoccupazione a parte, manca lo spazio fisico: siamo 60 milioni di tubi digerenti e la Terra dei Fuochi non è solo in Campania.

Coloro che caldeggiano più arrivi non sono in grado di dire che farebbero  di concreto, se gestissero questo ed altri paesi, per sistemare degnamente gli autoinvitati. Sanno che nessuno, cominciando da loro, vorrà condividere alcunché con ‘quelli di Lampedusa’. L’integrazione vera è una chimera, nelle banlieus francesi come dalle parti di Stoccolma, come negli USA, che pure  hanno un presidente semi-afro.

Le anime belle sanno che oggi nessuno, nemmeno i ferrei bolscevichi della Rivoluzione d’Ottobre, sarebbe capace dell’unica azione che aiuterebbe i miserabili: espropriare i ricchi, sovratassare gli agiati, impoverire le masse per amore di quelli dei gommoni. Roma ha i palazzi, i parchi  e gli arredi più affascinanti del mondo, cominciando dal Quirinale, ma non un soprammobile o non un arazzo sarà messo all’asta per dare una branda ai bambini dell’Ispra, del Collatino, eccetera. Non un ciambellano, non un corazziere, non un lacché di Napolitano sarà licenziato per recuperare risorse.

I giornalisti democratici e i bamba buonisti che li prendono sul serio dovrebbero avere l’onestà di riconoscersi una genìa di bugiardi. Nulla sarà fatto più che oggi: il resto è futile atteggiarsi. Se anche gli italiani, gli europei, i nordamericani, gli arabi del petrolio, i cinesi avessero le risorse e lo spazio, direbbero no. Non per cattiveria né per razzismo, ma per le circostanze oggettive che in eterno non permettono più di un tot di generosità. ‘Accoglienza’ significava qualcosa quando eravamo in meno. Oggi (sette miliardi in crescita inesorabile) è una parola vuota.

Da noi qualcosa potrebbero fare i progressisti: mettere alla gogna, invece che leccarli, i decisori politici, la gentaglia delle Istituzioni, perché risultino ciò che sono:  la nostra sventura; i peggiori nemici della povera gente; egoisti e anticristi come i papi del Rinascimento. Ottengano, gli opinionisti democratici, che si venda qualche trumeau ufficiale, qualche centinaia di livree da lacché, per finanziare, quanto meno, la lotta a scarafaggi e ratti  dei tanti “avamposti di Lampedusa” dello Stivale.

Resterà comunque il brutale caso di coscienza delle ondate a venire. Istituire nuove tasse sulla generalità dei contribuenti (sono ormai proletarizzati anche i ceti piccoloborghesi) è impossibile. Tassare i grossi patrimoni, si può. In modi da economia di guerra, occorrerà d’ora in poi finanziare programmi doverosi e molto costosi:

– campagne di vario genere per distogliere i troppi dal venire: li attendono la mendicità e gli escrementi dell’Ispra;

– incentivi economici per i rimpatri volontari (anticipi subito, saldi a rimpatrii avvenuti; certezza del respingimento o del campo di lavoro forzato per i recidivi);

– interventi diretti per distogliere con aiuti in patria le famiglie tentate di emigrare;

– rimpatrii forzosi dei trasgressori delle leggi;

– incentivi e indennizzi per i paesi mediterranei da cui partono i migranti;

–  investimenti per nuovi e migliori campi di raccolta nazionali; campi da dislocare in aree poco insediate. Agli ospiti si potranno assicurare solo vitto, alloggio, assistenza sanitaria e qualche provvidenza e scuola per i bambini.

Gli immigrati recidivi, i clandestini, i  pregiudicati gravi devono espiare -come espiamo noi-  per i loro reati, ma le carceri scoppiano. Occorrerà, oltre a inventare alternative alla detenzione, allestire a luoghi di custodia vecchie navi o strutture galleggianti da costruire. La Gran Bretagna lo faceva.

Altra ipotesi da considerare è l’invio di reparti armati per la distribuzione diretta di soccorsi  ai più poveri delle nostre antiche colonie: a condizione dunque che gli aiuti non vengano consegnati alle autorità locali.

Non potremo sottrarci all’obbligo di ulteriori programmi umanitari, persino chiamando a sacrifici le grandi masse. Però dovremo condizionarli all’interruzione delle partenze di clandestini e all’incremento del birth control.

Qui, come su altri fronti, potremmo evitare gli atteggiamenti duri. Ma saremmo ipocriti, come i giornalisti democratici.

A.M.C.

LA SFIDA A CONTROEMIGRARE IN ALTRI CONTINENTI

‘Loro’ dicono che le migrazioni in massa dal Sud al Nord del mondo sono inarrestabili, volute dal Fato; non resta che accettare. Mettiamo sia così. Allora è giusto che nel Nord sempre più sovraffollato, inquinato, imbruttito si cominci a pensare a un’emigrazione a rovescio, non di massa ma di nuclei elitari, dal Nord al Sud: dovunque ci sia più spazio che humans.

Le società antiche, dai greci e dai fenici ai vichinghi, emettevano colonie, ossia espellevano gli esuberi, quando la popolazione cresceva più delle risorse. Nell’Italia preromana nacque la pratica del Ver Sacrum: venivano votate agli Dei tutte le nascite della prossima primavera. In età storica i neonati dell’uomo non erano sgozzati come nel fosco passato, ma destinati ad abbandonare la patria al raggiungimento dell’età adulta. Non appartenendo più alla comunità, partivano per fondare altrove una colonia, più o meno affiliata alla terra natale. Anche così, e non solo per conquiste cruente, nacquero l’Ellade,  il commonwealth fenicio, quello romano, quello germanico nel Baltico e nach Osten, quello glorioso inglese e irlandese in tutti gli oltremari.

Quando constateranno d’essere diventati insopportabilmente troppi, forzati a dannarsi per il lavoro, stipati nei tram, nei falansteri e nei pronti soccorsi, una parte magari minima di noi sceglieranno il Ver Sacrum, volontariamente. Piccoli nuclei di insofferenti, di non inseriti, di non prigionieri dell’inerzia, di laureati invano, di esodati, di partigiani della decrescita, di alternativi non drogati né buoni a niente, di artisti, di percettori di entrate anche minime, si aggregheranno per insediarsi dovunque sia possibile vivere senza una collocazione e un reddito tradizionali. Faranno uno spontaneo Ver Sacrum.

Fuori delle aree antropizzate a miliardi, i continenti, comprese Asia Africa e Sud America, offrono vaste regioni dove nuclei dotati di qualche risparmio, pensione o altro possono aprire una nuova esistenza, frugale: purché un minimo di acqua sia presente nell’atmosfera o nel sottosuolo. I pionieri dei kibbuz sopravvissero nel deserto, e lo stesso fanno i beduini. Senza dubbio per il Ver Sacrum occorre disporre di risorse originate in Occidente: modeste però. Dove masse immense vivono coi redditi più infimi della Terra, due-tre mila euro che vengano da lontano durano un anno se i contesti sono da kibbuz e se l’orto, il pollaio e la conigliera contribuiscono alla sopravvivenza.

Quale ambiente di casa nostra può essere meno inquinato, diciamo, della Mongolia esterna, dove la densità demografica è di 1,5  bipede per km quadrato? Sempre che si ripudi l’idolatria della competizione e del consumismo, sempre che si decida di non vivere per pagare bollette, mutui e cartelle esattoriali. Si sia scelto un altopiano spopolato andino o sudafricano, la tecnologia d’oggi e di domani promette felicità impensabili nei millenni scorsi: vedere un film per esempio. Al contrario, quale sarà la qualità della vita quando nelle nostre metropoli i tubi digerenti si moltiplicheranno N volte? Non prosperarono e non crearono civiltà gli estromessi dalle ‘primavere sacre’?

Le nostre società troppo urbane sono minacciate da pericoli sempre più neri. Pochi paesi di nuova industrializzazione produrranno da soli ‘tutto’ ciò che serve al pianeta. Devono prepararsi al peggio non solo le Sardegne improvvisatesi manufatturiere, anche le Brianze e i Nord-Est un tempo iperprosperi, domani costretti a mantenere masse sempre più larghe di bisognosi prolifici.

Chi scrive fece per dieci anni il suo Ver Sacrum sulla sponda canadese del lago Ontario. Yeoman,  cioè proud farmer.

Anthony Cobeinsy