TERRORISMO: L’UTOPIA DEI PROFETI MEGLIO CHE IL REALISMO DEGLI STATISTI-NULLITA’

Forse non sarebbe questo il momento per fare il Misogallo. Per chi non ha fatto il classico bensì lo scientifico o l’informatico: si intitolò Misogallo lo scritto con cui Vittorio Alfieri esplicitò il suo sdegno per quel che facevano i giacobini francesi nei pochi anni che la Rivoluzione borghese degenerò in quotidianità della ghigliottina. E sì che nelle famiglie piemontesi del suo ceto la Francia era quasi patria. I nobili, se non usavano il dialetto, erano francoparlanti. E lui, il nostro sommo tragico, andò a Firenze non solo per ‘lavare in Arno’ il suo scrivere, anche per prendere assidue lezioni di lingua italiana.

Il qui sottoscritto non è disgustato come l’Alfieri. Però certi recenti casi d’oltralpe gli sembrano rotondamente ridicoli. L’aggressione del terrorismo è cosa troppo seria per legittimare le trasferte patriottiche dei politicanti a Versailles, con obbligate allusioni alle grandi vittorie del Re Sole. Lì la nomenclatura, facce compunte e labbra modellate dai melismi della Marsigliese, ha recitato un copione eroico (con venature comiche): siamo in guerra, nessun compromesso, saremo spietati, orgoglio nazionale, valori laici, République, Liberté, diritti ai concerti rock e alle nozze gay, altri emozionanti gridi di battaglia. La Francia magari si rialzerà, come scrivono gli editorialisti cesarei. Ma è in grado di vincere solo un modico di vittorie di consolazione.

Gli arcicomandi di Hollande hanno fatto salpare la portaerei De Gaulle, e il gesto piace ancora agli épiciers che, a stare al Generale che dà il nome alla superba ammiraglia, fanno il grosso della nazione vittoriosa a Valmy e a Jemappes. Una portaerei fa effetto, avvicina un po’ chi ce l’ha alla Home Fleet e alla U.S.Navy. Però nell’ultima guerra mondiale il compianto guerrafondaio F.D.Roosevelt ne aveva un centinaio di portaerei (di varia stazza). Vinse, e dopo di lui i successori hanno perso tutte le guerre che hanno intrapreso. Non bastano le portaerei.

Per parlar chiaro: il fiammeggiare a Versailles dello spirito militare -quello della Francia ufficiale come quello degli épiciers- ricorda i nostri Otto milioni di baionette e le nostre Otto corazzate. E il presidente Hollande non dimentichi che molti statisti compaesani sono caduti nei trabocchetti della Storia. Per sprovvedutezza.

1870: Emile Ollivier, capo dell’ultimo governo del Second Empire, e l’Alto Comando assicurano Napoleone III che sbaraglierà la Prussia di Bismarck. 1914: il presidente Poincaré, giunto a Pietroburgo sulla maestosa corazzata “France”, accompagnato dall’innocuo primo ministro Viviani, convince lo Zar a dare il via alla Grande Guerra (distruggerà lo Zar, la sua larga famiglia e molti milioni di uomini; darà la Russia ai bolscevichi). 1918: Georges Clemenceau è certo d’avere meritato l’Eliseo in quanto il Tigre de la Victoire; e invece no. 1919: il trattato di Versailles, troppo punitivo per la Germania, crea le premesse per il trionfo di Hitler. 1939. Edouard Daladier entra in guerra per onorare un impegno con Varsavia (che non onorò). L’impegno era stato assunto per comprare la sudditanza di una Polonia fatta artificialmente grande a Versailles. 1940: Paul Reynaud, capofila dei pochi che vogliono la guerra ad oltranza da una colonia africana, deve umiliarsi a guidare in chiesa una delegazione di ministri, tutti atei o ultra-laici, che fingono di implorare Santa Genoveffa perché salvi Parigi dalla Wehrmacht così come la salvò da Attila. 1957: il premier socialista Guy Mollet crede di schiacciare con le armi la rivolta d’Algeria e partecipa alla ‘vittoriosa’ spedizione di Suez.

Insomma Hollande è montato a cavallo, ma è difficile che torni vincitore. Con gli altri condottieri della Francia ha dato al tremendo problema del terrorismo la risposta più banale di tutte; quasi certamente la più inutile, avendo a che fare con un avversario che sembra non scarseggiare mai di kamikaze volontari. Le armi e le coalizioni potrebbero persino sconfiggere momentaneamente l’Isis territoriale. E dopo? L’estremismo esasperato è diffuso nei continenti. Si possono bombardare e conquistare tutti i continenti?

Se la soluzione militare non esiste, meno che mai esiste quella diplomatica. Non resta che l’utopia, ancora una volta più realista del realismo dei generali e degli statisti. L’utopia che sorga un pugno di uomini veramente grandi, grandi come il Nazareno e come Maometto, i quali sciolgano le rispettive Chiese ed eserciti di clero, e fondino l’Ecumene dei credenti. L’utopia, inoltre, che il mondo dei ricchi accetti di impoverirsi, di cambiare stili di vita e di consumi, per condividere ciò che hanno con le masse che oggi sperano nell’Isis.

Questo avvento della Più Grande Pace profetizzò Isaia (19, 18-24): “Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani, ma poi li risanerà. In quel giorno l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria e gli Egiziani renderanno culto insieme con l’Assiria. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra”. Cose troppo immense per i semplici inconcludenti Bergoglio e per una turba di imam, muftì e capirabbini.

Eppure invocare che avvengano promette assai più che confidare negli Hollande e nei Cameron, nei loro marescialli, diplomatici e altri co-protagonisti del Nulla.

Jone

LA STORIA RECENTE DELLA FRANCIA, ANCHE PEGGIO DELLA NOSTRA

Cominciammo, in età moderna, a sentirci sovrastati dalla Francia prima ancora che un generale ventisettenne figlio di toscani vincesse la campagna d’Italia. A Napoli tre patrioti si fecero impiccare nel 1794 per aver tentato di anticipare (di cinque anni) una repubblica giacobina satellite di quella francese. Un ventennio dopo, la dominazione francese finisce con la Waterloo dell’oriundo toscano, ma tra il trattato di Plombières (1858) e la deposizione di Napoleone III l’Italia deve soprattutto a Parigi la propria unificazione. Nel 1870 Vittorio Emanuele II tenta di pagare il debito di riconoscenza accorrendo in aiuto della Francia, ma viene saggiamente impedito da consiglieri e ministri.

Nei quarantacinque anni che seguono, il nostro rapporto con la Francia è quello tra parenti-serpenti. Se nel 1915 entriamo in guerra a fianco di Parigi (e Londra) è per la canagliata stupida di Salandra, Sonnino ed altri (secondo loro i massacri sul Carso ci frutterebbero più che la neutralità; laddove la Spagna fa affari d’oro restando fuori del conflitto). Nel 194O il Duce corona la sua gallofobia pugnalando alla schiena la Francia. Non basterà il Trattato di Roma e la nascita dell’Europa a ridurre il divario di status tra Parigi e Roma.

Oggi facciamo bene a guardare con dovuta riverenza all’Eliseo, dove si insedia un nuovo monarca quinquennale. Sappiamo che per male che vada riuscirà a gestire la Francia, grazie alla liquidazione del parlamentarismo quartarepubblicano attuata da Charles De Gaulle. Tuttavia non dovremmo dimenticare che, mentre abbiamo cento ragioni per arrossire della nostra storia contemporanea, anche i francesi hanno alle spalle un secolo e mezzo di fallimenti e di errori. Lo “Spezzeremo le reni alla Grecia” di Mussolini non fu più velleitario e ridicolo che la dichiarazione di guerra di Parigi alla Prussia di Bismarck, voluta per vanagloria da cortigiani e ministri di Napoleone III, più che dal loro sovrano. La premessa era che la “piccola” Prussia non fosse temibile; e invece le furono sufficienti due giornate campali per azzerare la capacità bellica del Secondo Impero. Seguì una Terza Repubblica sorprendentemente vitale e prospera, ma la vittoria del 1918 esigette prezzi micidiali: non solo un milione e mezzo di morti francesi, ma un’estenuazione complessiva, materiale, morale e demografica, talmente grave che al successivo, fatale confronto bellico, nel 1940, la sconfitta fu fulminea come nel 1870, però più catastrofica. Fu la sconfitta più umiliante della storia.

Lo sfruttamento della vittoria nel 1919 fu il campo su cui l’azione internazionale di Parigi commise gli sbagli più gravi, tali da offuscare durevolmente molte glorie nazionali. Si veda l’oltranzismo alla conferenza di Versailles. La Francia, oltre ad addossare alla Germania tutta le responsabilità -che invece condivideva alla pari- della Grande Guerra, e a pretendere che Berlino pagasse riparazioni spropositate, tentò anche di annettere territori renani, poi di farli secedere dalla Germania perché diventassero un proprio satellite. In più il Quai d’Orsay, assecondato da un bislacco presidente Woodrow Wilson, credette di realizzare il proprio capolavoro inventando o ingigantendo a est-sudest della Germania una collana di Stati funzionalmente antitedeschi -Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Romania- ipoteticamente capaci di impegnare le armate tedesche su campi di battaglia lontani dalla Francia. Al momento della prova ciascuno degli Stati antitedeschi sarà cancellato in pochi giorni. In più, il “trionfo” della Francia a Versailles fu il principale dei fattori che determinarono l’avvento di Hitler, dunque quel secondo conflitto mondiale che annientò la Francia. Tecnicamente le feluche francesi furono, se possibile, più insipienti e fatue delle nostre.

Crollato il Terzo Reich, Parigi credette di ritrovare potenza e prosperità nel suo smisurato impero coloniale, secondo solo a quello britannico; ma si scontrò subito col nazionalismo dei paesi assoggettati. L’8 maggio 1945, quando la Madrepatria festeggiava l’implausibile ‘vittoria’ su Hitler, a Costantina le forze francesi soffocavano il primo tentativo insurrezionale dell’Algeria: 15 mila morti. Cominciava lì la quarta delle guerre sbagliate della Francia (1870, 1914, 1939, 1945), la guerra per tenere l’impero coi cannoni. Nella stessa primavera del ’45 De Gaulle prova a mandare un corpo di spedizione che riprenda Siria e Libano; è costretto a ritirarlo sotto la minaccia dell’VIII armata britannica. Seguono nel 1947-48 la cruda repressione in Madagascar, poi la rovinosa impresa d’Indocina, finita per la Francia col disastro di Dien Bien Phu, per gli USA nella vergogna del Vietnam. Infine venne la tragedia algerina.

Gli italiani, i tedeschi, i giapponesi, i britannici (vincendo nel 1945 si sono ritrovati nazione di second’ordine, satellite diretto di Washington), i sovietici, gli americani (costretti da settant’anni a fare guerre e, tranne quella da essi cercata nel 1941, a perderle) abbiamo tutti una storia di cui vergognarci. Ma anche i francesi hanno proprie onte da lavare, cattivi ricordi da rimuovere. Con la coraggiosa intesa franco-germanica cominciò De Gaulle a redimere la Francia da un ottantennio di umiliazioni ed errori. Forse sarà Hollande a ritrovare, abbandonando certi aspetti della diplomazia sarkosista, la saggezza di quel suo predecessore col kepì, che nel 1958 si fece “re” della Francia, ma seppe, al di là delle apparenze, della force de frappe, del Mirage eccetera, non prendere alla lettera la grandeur.

A.M.Calderazzi

MARCO VITALE – L’ERRORE DI MONTI

Un amico, professore al Politecnico di Milano, mi ha chiesto di scrivere un pezzo da inserire in un libro di disegni di studenti della scuola di design e nuova accademia di Belle Arti di Milano  dedicati al tema: PER. L’anno scorso, analogo libro era stato dedicato a : BASTA, cioè alla critica, all’indignazione, alla ribellione contro il malgoverno. Quello di quest’anno è dedicato a: PER, cioè alle proposte, ai progetti, alla speranza, alla parte costruttiva, al buon governo.

Ho accettato con gioia perché il mio cuore e la mia mente sono colmi di: PER. Ma accingendomi a scrivere il pezzo mi sono accorto che è impossibile scindere i PER dal BASTA, si tratta di due facce della stessa medaglia.

La fase in cui ci troviamo è la più difficile e pericolosa dall’inizio della crisi, sia sul piano internazionale che nazionale. Nella pubblicistica internazionale sta emergendo un filone revisionista che, più o meno dice: abbiamo sbagliato ad adottare e cavalcare il neocapitalismo selvaggio che ha dominato  negli ultimi 30 anni. Facciamo una correzione di rotta di qualche grado e tutto andrà a posto: un po’ di economia sociale di mercato (ma non si capisce come questa si concili con la politica europea della Merkel e dell’establishment tedesco), un po’ di liberalismo sociale (viva Hollande), un po’ più di sussidiarietà come vuole Formigoni, un po’ più di solidarietà (come vogliono i preti), un po’ più di sviluppo, anzi di crescita (come vuole la Marcegaglia e insieme la Camusso), un po’ più di licenziamenti (come vuole la Fornero).

Quando sulla  linea dell’economia sociale di mercato troviamo studiosi seri, come Alberto Quadrio Curzio, che l’ha sempre sostenuta, va bene. Quando la vediamo fatta propria da studiosi che sono stati megafoni del neocapitalismo selvaggio, dobbiamo diventare sospettosi e dire che forse c’è qualcosa che non va. Quello che non va è che non si tratta solo di rettificare alcune idee sbagliate e di fare un po’ di maquillage, ma di ingaggiare battaglie politiche  e concettuali durissime contro chi ha condotto il mondo ed il paese a questo punto e che vuole continuare così. Non c’è un PER senza un’aspra lotta per il BASTA. E si tratta di una lotta di idee ma soprattutto di interessi.

Sul piano internazionale è ormai chiaro anche ai ciechi che la speranza di mettere qualche freno responsabile alla finanza speculativa è svanita. Il fallimento di Obama e del G20 è stato clamoroso. Per cui ci siamo incamminati lungo le stesse strade che ci hanno portato al 2008. I padroni della finanza e dell’economia mondiale restano loro, i grandi finanzieri, i  grandi petrolieri, la casta feudale dei grandi manager. Ma con una differenza: gli Stati superindebitati non hanno più risorse per operare i salvataggi che hanno realizzato nel 2008-2010, salvando simultaneamente il sistema ed i suoi killer. Il secondo fattore fortemente negativo sul piano internazionale è che l’Europa, alla quale la storia aveva offerto un’occasione straordinaria per ritornare a pesare nell’assetto mondiale, non ha accettato la sfida. Si è rinchiusa come una lumaca nel suo guscio, anzi nei suoi tanti gusci, ed ha, così facendo, favorito la rinascita di approcci nazionalistici. Il fatto più minaccioso è il cambio di politica della Germania.

Nel marzo 1946 all’Università di Colonia, si alzò la voce di un grande vecchio antifascista, un settantenne, un grande europeo, un grande cattolico, che si erse, contestualmente, contro il mito dello Stato- Nazione e contro il centralismo marxista. Fu il primo discorso pubblico, dopo il nazismo, di Konrad Adenauer, ed è stato giustamente definito dallo storico inglese Paul Johnson, uno dei discorsi più importanti del dopoguerra, quello che segnò l’inizio della nuova Germania ma anche della nuova Europa Occidentale. Adenauer disse: “siamo prima persone, cittadini, europei e poi tedeschi. Ma più lo Stato-Nazione, mai più lo Stato etico. Una Germania federale per un’Europa federale”. Questa impostazione: prima europei e poi tedeschi, è stata una costante della politica tedesca sino al cancellierato di Kohl. Poi, prima con Schroeder e, ancor più, con la Merkel, questo principio è stato ribaltato. La Germania di oggi è ritornata a pensare: prima tedeschi e poi europei. E’ una svolta storica, che si realizza dopo 60 anni, ed è una pessima notizia. Se la Germania è, per la sua importanza in Europa, la frontiera più preoccupante, il ritorno ad approcci nazionalistici è sempre più evidente in molti altri paesi, anche non europei. Non è senza significato che molti organismi bancari internazionali stiano smantellando le loro strutture internazionali e stiano ritornando a strutturarsi su base prevalentemente nazionale.

L’unica notizia positiva su questo fronte è che, per la prima volta, al centro della competizione elettorale in Francia e Grecia vi è stata proprio la politica europea.

In questo mondo sempre più difficile e competitivo, l’Italia si muove con una rinnovata dignità, ma con dei pesantissimi pesi legati alle caviglie.

Sintetizzo, brevemente, quelli che sembrano a me i più grevi, in ordine di priorità(…).

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HOLLANDE COME JOSPIN, O ANCHE NO

Il 3 giugno 1997 il socialista Lionel Jospin, vincitore delle elezioni legislative, andò all’Eliseo e ricevette dal presidente Chirac la nomina a primo ministro. Nella Quinta Repubblica come la volle de Gaulle il primo ministro non è un vero capo del governo (lo è il presidente della Repubblica). Tuttavia la caduta del primo ministro Alain Juppé, seguace di Chirac, ad opera di un socialista fu un fatto grosso. Oggi che il socialista François Hollande, semplice capo di un apparato partitico, cerca di abbattere non un primo ministro ma il presidente Sarkosy vale la  pena di riandare ad alcune riflessioni di quindici anni fa.

In due secoli e un quarto la Francia ha avuto cinque Repubbliche, due imperi e una Restaurazione. Quest’ultima, durata dal 1814 al 1830 (coll’interruzione dei Cento Giorni  dell’Imperatore piombato dall’Elba) reinsediò i Capetingi, ossia il Vecchio Ordine, fino alla brevissima Seconda Repubblica, presidente Luigi Napoleone (presto imperatore).

Nel 1997 Jospin, un socialista convinto, tentò di deviare la storia liberista cominciata negli anni Settanta nel nome di Thatcher, di Reagan e dei monetaristi di Chicago. Tentò di riproporre una linea di sinistra. Con la Waterloo di Chirac sembrò delinearsi un corso neostatalista, non solo in Francia. In Italia venne la vittoria dell’Ulivo; nell’UK si credette che Blair avrebbe rialzato la socialità; che lo stesso avrebbe fatto la socialdemocrazia tedesca. In Francia la mano di Jospin si fece sentire per un po’, intanto con la settimana di 35 ore, giusta o sbagliata che fosse.

Tuttavia il primo atto di governo di Jospin non fu niente di rosso. Approvò l’invio di altre truppe nel Congo-Brazzaville, cioè confermò la coerenza tardo-colonialista che tre lustri dopo si esprimerà nella campagna libica di Sarkò-Cameron. Nelle stesse prime ore di Jospin a palazzo Matignon la Gendarmerie in pochi minuti mise a tacere i simpatizzanti ipergauchisti dei sans papier, simpatizzanti che nei megafoni ululavano al nuovo premier “mantieni le promesse”. Probabilmente coglieva nel segno una cover story del settimanale  ‘l’Express’: “Da Jaurès a Mitterrand la sinistra francese ha sempre fatto distinzione tra conquista ed esercizio del potere”.

A un trimestre dalle elezioni presidenziali del 22 aprile il candidato Hollande si proietta, o forse no, come il Jospin del nostro tempo. Però formule poco pochissimo giacobine, abbastanza compatibili con le direttive di Bruxelles e con le pretese delle agenzie di rating: “Prometterò solo quanto potrò mantenere”. I mesi della battaglia elettorale potranno stracciare la circospezione di Hollande; dipenderà anche dalle posizioni del suo avversario maggiore (il quale è possibile non sia Sarkò). Al momento Hollande si atteggia come un qualsiasi politico di statura regionale, che però non si fa fotografare in auto blu ma in bicicletta.

Questo, in qualche misura, è uno dei  tratti che richiamano Jospin, il quale  sottolineava: “Sono figlio di una levatrice e di un insegnante. Vengo da un ambiente semplice e non intendo allontanarmene. Entrare nell’élite non mi attira” . Forse fu la consegna ricevuta dai maghi della comunicazione, ma all’inizio funzionò. I primi momenti di Jospin furono magici: persino gli avversari gli tributavano riconoscimenti. Era pervenuto a ministro socialista dell’Istruzione, ma seppe distaccarsi dal potere quando intuì che l’era Mitterrand degenerava nella corruzione. Dunque risultava portatore di istanze morali insolitamente elevate.

Se la Francia si interrogava tanto su un nuovo Premier Ministre era perchè lo scacco inflitto a Chirac faceva presagire una cattiva cohabitation tra un Eliseo conservatore e un Matignon socialista. Secondo Georges Vedel, decano dei costituzionalisti di Francia, la Quinta Repubblica non era finita ma era già un’altra cosa. Si sarebbe dovuto ritoccarne i lineamenti, sosteneva un comitato di politologi capeggiato appunto da Vettel. Il  capo dello Stato, dotato dei poteri pretesi e ottenuti da de Gaulle, avrebbe dovuto dimettersi in caso di rovescio elettorale. Infatti ci fu chi ipotizzò un passo indietro di Chirac. Tutto sarebbe dipeso dalla prudenza di Jospin (peraltro “si pugnace, si viscéralement de gauche”) e dei suoi alleati verdi, comunisti, altri cespugli. In ogni caso, insegnava il giurista Vettel, Chirac avrebbe dovuto comportarsi come un monarca costituzionale o come un capo di stato da  Terza Repubblica, non Quinta.

Contro l’idea che fosse risorto un popolo della sinistra pronto a marciare sulle Tuileries della finanza internazionale, ce n’era un’altra che privilegiava piuttosto la volubilità dei francesi (“impazienti e vendicativi -aveva scritto Jean Daniel su un foglio progressista- hanno bisogno di capri espiatori. Hanno divorato la stessa destra che avevano innalzato due anni fa. Divoreranno anche la sinistra se entro due anni non farà prodigi”).

Nel frattempo Chirac era rimasto senza maggioranza, e di fatto risultava il capo dell’opposizione: lacerata quest’ultima dalle vendette intestine che seguono a tutte le disfatte. Il risentimento più aspro andava all’uomo che aveva convinto Chirac a indire  elezioni che “on ne peut pas perdre”. Dominique de Villepin segretario generale dell’Eliseo, eminenza grigia, anzi per i nemici ‘chouchou’, del presidente, membro del triumvirato che reggeva la Francia (Chirac Juppé de Villepin), in quel momento il quarantatreenne diplomatico perse buona parte di un prestigio persino imbarazzante. Aristocratico nell’aspetto, persino più alto di Chirac, di lui si era detto che il suo carisma intimidisse il capo dello Stato.

Oggi è da anni impegnato in un conflitto personale, anche nelle aule giudiziarie, con Nicolas Sarkosy. Ha improvvisamente annunciato che concorrerà per l’Eliseo come capo di un suo partito République Solidaire, o forse come indipendente ‘al di sopra delle parti’. Ex-primo ministro ed ex-ministro degli Esteri, de Villepin ha dimostrato di essere parecchio più di uno ‘chouchou’.

Oggi come oggi non ci sono elementi per predire veri terremoti, dovesse l’Eliseo cadere a Hollande. Ritocchi allo stile, certamente tanti e vistosi: magari meno missioni dei cacciabombardieri e qualche aggravio sui ricchi. Ma forse i ritocchi ci saranno anche se Sarko sarà rieletto.  Ove sul trono  salisse de Villepin, o Marine Le Pen, potrebbe accadere di tutto. Oppure no.

A.M.C.