Quando Churchill dovette farsi magliaro

Lo statista più menzognero del secolo XX fu Stalin (“Nell’Urss il potere è del popolo”), oppure F.D. Roosevelt (“Il Giappone ha attaccato Pearl Harbour a tradimento” e “Non manderò i ragazzi a combattere oltremare”)? Per più di un motivo è difficile rispondere, e infatti chi scrive si sottrae. Invece furono dette a livello sommo numerose bugie meno mastodontiche: qui uno dei mentitori “per necessità” più sfrontati fu Winston Churchill: con tutta la maestria dello stile con cui spacciava bugie, ossia faceva il magliaro.

Sorprendentemente indegno del suo prestigio fu il falso cui si costrinse nei giorni drammatici del giugno 1940. La Wehrmacht e la Luftwaffe avevano già annientato l’esercito francese, fino a quel momento considerato il più potente del mondo. Sessanta divisioni non esistevano più. Parigi, dichiarata città aperta, era già caduta, le strade della Francia erano invase da milioni di profughi e di militari fuggiaschi che cercavano di mettersi in salvo. A Bordeaux e nei castelli e alberghi, dove il governo e l’alto comando della repubblica morente erano riparati, si tentava febbrilmente di decidere tra la resa e alcuni conati di prosecuzione della lotta -il più temerario, perché inconsistente secondo il comandante supremo Maxime Weygand e il potenziale capo dello stato e del governo Henri Philippe Pétain- era quel trasferimento generale nel Nord Africa francese, l’ultima speranza del presidente del consiglio Paul Reynaud per non accettare la sconfitta finale (infatti la Francia chiese l’armistizio il 18 giugno).

In questa situazione di catastrofe finale il premier britannico faceva coraggiosamente una spola giornaliera da Londra per tentare di dissuadere i governanti alleati dall’abbandonare la lotta, o quanto meno per cercare di ottenere che la flotta francese, ancora intatta, si consegnasse nei porti britannici: nel qual caso Londra avrebbe rinunciato a tenere impegnata la Francia al patto del 28 marzo, che le vietava una pace separata. Nell’ultima delle impossibili missioni presso i vertici dell’alleato sconfitto, il primo ministro Churchill fece ricorso prima a una proposta cervellotica e implausibile, poi alla più spudorata delle menzogne. La proposta: i governi britannico e francese avrebbero dichiarato una “unione indissolubile” tra i loro paesi e i loro imperi. “Ogni cittadino francese avrà immediatamente la cittadinanza della Gran Bretagna; ogni suddito britannico diverrà cittadino francese”. La sensazionale pensata visse poche ore. Ne fu elettrizzato solo Paul Reynaud, rimasto solo a volere la lotta ad oltranza: annunciò emozionato che l’indomani avrebbe incontrato Churchill in un porto bretone per proclamare l’Unione franco-britannica”. Non uno dei ministri del suo governo e dei generali dell’alto comando appoggiò il presidente del Consiglio. Fu concorde il giudizio che l’Albione avrebbe fatto della Francia un vassallo o “un altro Dominion”. Tra l’altro il progetto supponeva fiducia nella finale vittoria del Regno Unito, fiducia che in quel momento era condivisa da pochi. Si pensava che Hitler avrebbe trionfato anche sulla Gran Bretagna. Anni dopo Reynaud confesserà che il rifiuto unanime dell’Unione escogitata da Churchill “fu la più grande delusione della mia vita”.

La menzogna spudorata, sempre per scongiurare l’uscita della Francia dalla guerra: Churchill fece arrivare ai vertici francesi la propria ‘convinzione’ che occorresse tentare di ottenere da Roosevelt un’immediata decisione di intervento nella guerra contro il Reich. Il primo ministro britannico sapeva alla perfezione che il presidente USA non era il Re Sole, non poteva decidere alcuna guerra. Poteva deciderla il Congresso -a determinate condizioni- e sempre che la volesse l’opinione pubblica. Il presidente poteva coll’inganno plagiare il Congresso e la nazione; e infatti questo otterrà a tempo debito Roosevelt: ma gli furono necessari circa 18 mesi, laddove per “salvare” la Francia si disponeva di poche ore. In più, per realizzare l’intervento nel conflitto mondiale il guerrafondaio Roosevelt ebbe bisogno dell’attacco a Pearl Harbour, da lui sistematicamente provocato con un interminabile e finto negoziato col Giappone, consistente nel respingimento di ogni richiesta nipponica. Tokyo lanciò i propri siluranti e bombardieri a Pearl Harbour dopo che Washington aveva bloccato le forniture da cui il Giappone dipendeva quasi totalmente. Per trascinare in guerra gli Stati Uniti Roosevelt ebbe bisogno di un’esplosione di sdegno patriottico del suo popolo, e la ottenne portando all’esasperazione le spinte espansioniste del Giappone.

La frode di Churchill consisté nel tentativo di far credere a Reynaud e agli altri responsabili francesi che la salvezza potesse loro venire da Washington entro le decine di ore che restavano prima del colpo di grazia del Reich. Sembra accertato dagli storici che Reynaud indirizzò al presidente plutodemocratico l’implorazione insinuata da Churchill, pur sapendo che essa nell’immediato era assurda. Com’è noto Roosevelt rispose no, peraltro con un messaggio che non mancava di esaltare “l’eroismo” dei francesi. Reynaud dovette dimettersi e il maresciallo Pétain -nominato suo successore anche col voto del leader socialista Léon Blum- chiese l’armistizio.

A.M.Calderazzi

La guerra, delitto e castigo della Terza Repubblica di Francia

Giorni fa Internauta  (“De Gaulle insegnò: le Costituzioni scritte dai partiti si stracciano”) segnalava le conturbanti affinità tra i dissesti della repubblica di De Gasperi e Benigni e quelli della Quatrième francese (1946-58); e rilevava che se quest’ultima meritò d’essere spenta dall’asserzione ‘monarchica’ di un generale de Gaulle povero di vittorie militari ma ricco di acume, oggi lo Stivale dovrebbe incoraggiare, lungi dal combattere, un leader capace di farsi, a modo suo, de Gaulle. La nostra repubblica è stata finora una specie di Quatrième: e lo Stivale meriterebbe di meglio.

Va tuttavia precisato che se la Quatrième spirò bambina, essa morì dei mali inguaribili della Troisième: parlamentarismo, partitismo, ipertrofia delle prassi rappresentative, onnipotenza delle oligarchie tradizionali, corruzione. Fu un regime abbastanza longevo -dal 1875 all’inferno del 1940; cioè visse il quintuplo della Quatrième- ma in sostanza nei suoi ultimi vent’anni aveva sofferto, anzi rantolato: nonostante le sontuose apparenze della coda della Belle Epoque.

La Terza sorse sulla disfatta di Sédan, che nel 1870 cancellò il Secondo Impero del Napoleone minore. Conseguì rapidamente l’opulenza finanziaria e in più si fece un vasto impero coloniale. Però si suicidò con due guerre mondiali, la seconda ancora più dissennata della prima. In ogni caso, si consegnò a una classe politica tra le più rovinose. All’aprirsi del secolo XX la Francia era un colosso finanziario, ma nel 1914 scelse di puntare tutto su una Revanche e su una dilatazione del prestigio che più non potevano costarle: nel maggio 1940 fu annientata dalla più grave disfatta della storia.

Nei 65 anni della sua esistenza, la Troisième contò 107 governi, quasi due all’anno: fu il parossismo del parlamentarismo. Dell’ultimo dei governi anteriori alla sfida al III Reich, presieduto da Gaston Doumergue ex capo dello Stato, fecero parte sette ex-presidenti del consiglio. Vuol dire che le crisi e gli intrighi di consorteria, dovuti soprattutto all’onnipotenza della Camera dei deputati, furono persino peggiori che nel nostro settantennio repubblicano. Del resto l’instaurazione della Terza repubblica fu approvata (30 gennaio 1875) con la maggioranza di un voto: 353 a 352. Quando il successivo 14 luglio 1886, alla festa della presa della Bastiglia, risultò che il brillante ministro della Guerra il Gen. Georges Boulanger era veramente amato dai francesi, si temette per gli equilibri, i contrappesi e le anchilosi ‘républicains‘.  Il Senato fu sul punto di processarlo costituendosi in Alta Corte; Boulanger riparò in Belgio (dove si suicidò sulla tomba dell’amante, morta di tbc).

Seguirono negli anni i conflitti con la Chiesa, l’affare Dreyfus e una sequela di scandali di ogni genere. Quando (il 16 febbraio 1899) un capo dello Stato morì improvvisamente per attacco cardiaco, si divulgò che ore prima era stato visitato nel suo ufficio dalla giovane e bella moglie di un pittore. Una vicenda personale; però un giornale accusò di omicidio ‘gli ebrei’ (erano i tempi dell’affare Dreyfus). Qualcuno richiese la deportazione di tutti i residenti ebrei. Fu una delle numerose volte che la repubblica apparve in pericolo. Il Senato costituito in corte di giustizia esiliò per dieci anni Paul Déroulède, micidiale oppositore del sistema.

Dalla nascita della Troisième la Francia visse -senza troppi traumi, va detto-  una crisi politica permanente. All’inizio della Grande Guerra c’erano già stati una cinquantina di governi, che erano durati mediamente un anno. Dopo la “vittoria” del 1918 la durata si dimezzò. Le crisi divennero più frequenti; ma i ministri non sparivano quasi mai. Aristide Briand fu membro di 25 gabinetti. Vari altri personaggi furono ministri una ventina di volte. Dall’aprile 1925, quando cadde il Cartel des Gauches di Edouard Herriot, al luglio 1926 il Parlamento rovesciò sette gabinetti (durarono 3 mesi ciascuno).

Se la Francia fu annientata dal Secondo conflitto mondiale, dal Primo restò prostrata. Quasi un milione e mezzo di morti, oltre due milioni di nati in meno, distruzioni di ricchezza per 134 miliardi di franchi oro. Alla conferenza della pace la Francia mancò in pieno di saggezza; col risultato che la pace durò meno di vent’anni. Il dominio di Parigi a Versailles ebbe come risultati diretti l’avvento di Adolf  Hitler e il secondo conflitto mondiale.

La decadenza finale della Terza Repubblica iniziò poco dopo la proclamazione della Victoire. Varie distorsioni strutturali logorarono la Troisième specialmente nel suo ultimo quindicennio. Sempre più numerosi furono i francesi per i quali le istituzioni parlamentari non erano più idonee a governare il paese. Alla caduta (luglio 1926) dell’ottavo governo di Aristide Briand il Tesoro era vuoto. Il Parlamento si affidò a Raymond Poincaré, lo statista che più di ogni altro aveva voluto la Grande Guerra. Da capo dello Stato, nonostante l’esiguità dei suoi poteri costituzionali, era riuscito a realizzare quell’olocausto. Aveva un talento tale che la sua gestione finanziaria, tornato primo ministro, fece miracoli. Si aprì una  ‘prospérité Poincaré’ che ricordava  i fasti della Belle Epoque. Ma era un inganno: la Grande Guerra aveva dissanguato la Francia al di là dei troppi morti e dell’immenso indebitamento.

La Troisième segnò lo zenit delle Duecento Famiglie che “possedevano”  l’economia. Le oligarchie controllarono ‘tutto’. Le politiche pubbliche apparvero concepite per arricchire ulteriormente i ricchi. I panneggi democratico-liberali occultarono i lineamenti reali di una società dominata in politica dai conservatori fino al 1936 (vittoria del Front Populaire). Se questo valeva per tutto l’Occidente, specifico della Francia era il giacobinismo ‘républicain’, guerrafondaio ed espansionistico, che si ispirava a Valmy, alle vittorie militari del 1793 e, beninteso, ai folgoranti trionfi napoleonici. Si aggiungevano le residue spinte Ancien Régime. Così la Troisième controllata dai conservatori volle, subito dopo la disfatta del 1870, la rinascita di un apparato militare molto potente. Poi, con Poincaré, esigette la Grande Guerra. Ma la République del Fronte popolare arrivò a destinare al riarmo l’85% del bilancio 1937.

La Terza repubblica fu anche una successione di scandali: canale di Suez, canale di Panama, Stavisky, Hanau e molti altri, sessuali compresi. Il denaro, pressocché sempre protagonista. Il 6 febbraio 1934, quando il paese apparve sul punto di cadere alle Leghe semifasciste, gli attivisti di destra che tentavano di espugnare le istituzioni lottavano su parole d’ordine quali “abbasso i ladri”. Ottantaquattro anni dopo, noi sappiamo che i politici italiani 1945-2018 sono stati più ladri di quelli francesi.

Altro fallimento della Troisième: possedeva il secondo più grande impero del mondo ma rinunciò a valorizzarne in grande le risorse, sempre per votarsi alla preparazione di una nuova guerra contro la Germania. Parigi dedicò un decennio alla costruzione di una linea Maginot – 7 piani di caverne! – talmente costosa da non essere propriamente alla sua portata. Tutti sanno che l’opera titanica risultò militarmente inutile. Dal momento stesso del trionfo a Versailles, la Francia fu prigioniera dell’ossessione di respingere la prevedibile vendetta germanica. Parigi accettò di farsi docile ausiliaria della diplomazia britannica, pur di poter contare sull’alleanza londinese. Fu un sacrificio inutile.

L’alternativa Caillaux

Un paese meno posseduto dagli imperativi sciovinistici avrebbe colto qualcuna delle opportunità -che esistevano- di arrivare a una composizione duratura del secolare scontro con la Germania. Nel 1911 il breve governo a Parigi di Joseph Caillaux (in precedenza importante leader radicale, di tendenza progressista) dimostrò nel concreto -con un trattato diplomatico e con la cessione a Berlino di una parte del Congo francese, in cambio del riconoscimento tedesco dell’egemonia francese sul Marocco- che le possibilità di pace vera col secondo Reich erano vaste e serie. Per il presidente Caillaux quello doveva essere solo l’inizio di una partnership franco-tedesca anticipatrice di quella che sarà fondata per sempre da de Gaulle e Adenauer.

La Troisième sconfessò nettamente Caillaux per scegliere Poincaré, cioè lo sciovinismo. Seguirono due conflagrazioni mondiali. Se nel 1870 la Francia fu duramente sconfitta, non fu solo perché i suoi governanti e generali furono surclassati dal genio di Bismarck e di Moltke. Fu anche in quanto l’opinione pubblica soccombette alla malattia del patriottismo sciovinista. I patrioti smaniarono per avere la guerra alla Prussia, in un delirio tale che si consentì loro di cantare la Marsigliese (vietata da vari decenni) nelle vaste manifestazioni antitedesche che le autorità parigine favorirono. Si credeva che il glorioso esercito fatto invincibile dal generale Bonaparte fosse non solo possente ma anche pronto a combattere. “Tutto a posto fino all’ultimo bottone delle ghette” aveva assicurato il maresciallo Leboeuf, ministro della guerra. Il duca deGramont, ministro degli esteri, indicò il Lussemburgo come prezzo minimo di evitare il conflitto. Il primo ministro Emile Ollivier dichiarò che affrontava la guerra “a cuore leggero”.

Invece la mobilitazione andò male e lo scontro sul campo assai peggio. Risultato, la guerra, scoppiata il 19 luglio, era già perduta pochi giorni dopo – a Wissenburg, a Fröschwiller e a Metz – prima ancora che a Sédan l’imperatore in persona fosse costretto a capitolare, fosse fatto prigioniero e, il 4 settembre, deposto. Seguirono i terribili due mesi della Comune parigina: centomila morti di cui ventimila passati per le armi. 35 mila processati, 13 mila condannati, di cui 3 mila deportati. Il primo capo provvisorio dello Stato repubblicano, Adolphe Thiers, era stato solo nel parlamento a chiedere ‘un istante di riflessione’ a quanti invocavano il conflitto.

La Troisième, che arricchì largamente la grossa borghesia, dette al paese vaste colonie e una lunga serie di scandali. Quello riferito al canale di Panama -vide 104 imputati che avevano pagato o ricevuto tangenti e rovinò innumerevoli risparmiatori-  non fu che una delle tante manifestazioni del malaffare. E all’occorrenza le conquiste coloniali esigettero l’impiego di mezzi spietati.  Scrive lo storico Marc Ferro (‘Storia della Francia da Vercingetorice a Chirac’): “Intere popolazioni passate a fil di spada o arse vive (Bugeaud in Algeria e anche Gallieni… Nel 1845 il generale Pelissier affumicò un migliaio di arabi nella grotta di Dahra. Il pantheon dei generali conquistatori -Joffre in Sudan, Gallieni in Madagascar, Gouraud in Dahomey, Lyautey in Marocco- compensò i fallimenti politici del sistema.”Fu grottesco che i maggiorenti parigini credettero di poter perpetuare, finita la Seconda guerra mondiale, quel parlamentarismo che aveva fatto degenerare la storia di Francia a partire dal 1870.

La Terza modernizzò il paese e soprattutto lo fece ricco. Tuttavia perdette le grandi sfide, cominciando da quella di rinnegare i foschi retaggi del patriottismo bellicista. Perdette soprattutto la sfida di fare quella pace definitiva con la Germania che era stata la proposta del solitario Joseph Caillaux. La catastrofe che venne nel 1914 fu prevalentemente il crimine del revanscismo ipernazionalista: prostrò la nazione irrimediabilmente e rese certa la ripresa del conflitto mondiale nel 1939.

Messa così, i peccati che nel 1958 uccisero la Quarta repubblica furono quasi veniali rispetto a quelli di una Troisième che non aveva imparato nulla dai fallimenti dei due Napoleoni. La Quarta repubblica trovò in de Gaulle il giustiziere che la abbatté senza sforzo. La repubblica precedente era apparsa trionfare con la vittoria del 1918 e con le sopraffazioni e gli errori di Versaglia: ma trovò il proprio giustiziere atroce in Adolf Hitler settantotto anni fa.

Antonio Massimo Calderazzi

La gloria falsa di Churchill e quella vera di Caillaux pioniere dell’asse franco-tedesco

Farabutti e carnefici, macellai di popoli, furono senza eccezioni i governanti che centoquattro anni fa vollero la Grande Guerra; guerra che riprese nel 1939 dopo una tregua ventennale. Parliamo innanzitutto di Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese nel 1914, nonché dei tanti suoi modesti imitatori e seguaci: per esempio gli italiani Antonio Salandra, presidente del Consiglio (nelle Memorie  lamenterà che la guerra non gli aveva fruttato un titolo nobiliare); per esempio Sidney Sonnino, negoziatore del patto di Londra; più ancora Vittorio Emanuele III, accanito custode delle tradizioni militaresche dei Savoia (i quali, bisogna ammetterlo, erano stati bravi a farsi, da Medii feudatari alpini, sovrani di rango). Di Gabriele d’Annunzio tacciamo. Invocò la mattanza, contribuì a renderla inevitabile ma fece questo in quanto poeta epico-lirico, sfortunatamente preso in parola da tanti aspiranti cadaveri del Carso.

Ma addirittura pazzi furono coloro che, invasati di autodistruzione, vollero l’immane carneficina sapendo o intuendo che essa, oltre a cancellare i loro troni, avrebbe spento se stessi nonché le loro famiglie. Tra le teste coronate il perfetto suicida fu perciò lo zar Nicola II. Le cronache dicono che nel firmare l’ordine di mobilitazione generale contro Austria-Ungheria e Germania scandì parole che attestavano presentimenti luttuosi. Ma firmò, plagiato in particolare da un ministro degli Esteri, Sergjei Dmitrovic Sazonov, che lo dominava.

Lo aveva convinto che l’impero russo non poteva rinunziare a quell’ineguagliabile occasione di raggiungere le estreme mete occidentali: l’egemonia nei Balcani e nell’Est Europa, la leadership panslava, la tradizionale aspirazione al mare caldo. Sazonov – spalleggiato da uno Stato Maggiore umiliato sì di recente dal Giappone ma singolarmente fiducioso di vincere un confronto bellico con gli Imperi Centrali – era un mestatore nel torbido, scellerato in cilindro come i suoi pari del tempo, rotto a qualsiasi canagliata sulle vite di milioni di sudditi, pur di conseguire le spregevoli glorie del mestiere diplomatico. La Russia era talmente immensa da non avere necessità di conseguimenti geopolitici. Nicola firmò, con la mobilitazione, la propria condanna a morte. In piena coerenza i trionfatori bolscevichi passarono per le armi l’intera famiglia dello Zar. L’eccidio fu, con la cancellazione dell’impero, l’esito obbligato della più folle delle imprese belliche dei Romanov. La guerra di Sazonov portò una rivoluzione incapace di misericordia.

Nel 1914 solo la Spagna tra le grandi nazioni europee ebbe la saggezza di rifiutarsi al conflitto mondiale. Presiedeva il governo il conservatore Eduardo Dato, ed egli riuscì a far fallire i conati di alcuni circoli radicaleggianti -includenti il futuro padre della fallita repubblica Manuel Azagna- : invocavano che la Spagna si unisse alla crociata  dell’Intesa in quanto più progressista di quella di Berlino e Vienna. Non era tanto più progressista, e in ogni caso la nazione spagnola non aveva alcun motivo per combattere. La sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti aveva cancellato nel 1898 le ultime ragioni perché la Spagna cercasse di conservare qualcosa dell’antico ruolo planetario.

A Madrid prevalse il senso comune: la neutralità consentì al regno borbonico di fare eccellenti affari vendendo a tutti i belligeranti, e in più di avviare la sua prima industrializzazione. Se oggi la Spagna è nel gruppo di testa delle società moderne, lo deve a non essersi dissanguata nella Grande Guerra.

Assai più sventurato fu l’altro regno iberico, il Portogallo, che partecipò al conflitto dalla parte degli Alleati, degli inglesi in particolare. Fu succube per la sola ragione che le sue vicende politiche non gli consentivano una politica estera autonoma. Nel 1917 il governo che aveva voluto la guerra fu rovesciato, ma il contingente portoghese non fu ritirato dal fronte. Invece nel secondo conflitto mondiale Lisbona riuscì a sottrarsi al destino di fornire carne da cannone.

Pagarono carissimo per i mercanteggiamenti di morte dei loro governanti i paesi minori che non sfuggirono alla sventura di guerreggiare. Ma almeno la Romania conseguì quella volta cospicui vantaggi territoriali (al prezzo di oltre trecentomila morti). I lutti del secondo conflitto mondiale furono nell’assieme ancora più gravi. Comprendendo i vari olocausti si arriva a parlare di cinquanta milioni di morti.

L’aspetto più drammatico fu che la terribile esperienza 1914-18 (ma si continuò a morire per qualche anno, magari di malattie) insegnò quasi niente ai popoli come ai governi. Non erano passati sedici anni da quando gli europei avevano fermato il massacro quando si ebbe la prova che niente era cambiato nel pensiero sulla guerra e sulla pace.

La Germania umiliata da Versailles si era data un dittatore per la vendetta, e nel 1935 il dittatore aveva sfidato il trattato di pace ordinando alle sue truppe di attestarsi in Renania, territorio germanico. Questo scatenò nei circoli nazionalistici francesi, e non solo francesi, un autentico parossismo antigermanico: in pratica si esigeva che i vincitori del 1918 riprendessero subito le armi per stroncare sul nascere il revanscismo tedesco. I vertici francesi e britannici dovevano imporre ai loro popoli un immediato ‘casus belli’. Come se un’intenzione di vendetta, da parte germanica, fosse la stessa cosa di una vendetta effettiva, talmente grave da giustificare una ripresa della strage. Col senno di poi, forse sarebbe stato meglio tentare di soffocare al primo vagito l’espansionismo hitleriano. Ma tanta prontezza nel riaprire una lotta armata straordinariamente atroce, era ragionevole?  Non era piuttosto assurdo dare per scontata la riduzione a zero dell’orgoglio tedesco?

In Francia, i politici che sbraitarono di più nel pretendere risposta fulminea alla rimilitarizzazione della Renania furono Paul Reynaud e Georges Mandel. Oggi quasi nessuno li conosce. Ma Mandel divenne presto ministro ed esponente dei più accaniti tra i fautori dello scontro (finirà assassinato). Quanto a Reynaud, nel 1940 ascese a capo del governo allorquando l’esercito francese, allora considerato il più potente al mondo, fu sbaragliato in poco più di una settimana dalla Wehrmacht e dalla Luftwaffe. Reynaud avrebbe dovuto riflettere prima di assumere le posizioni estreme. Per qualche giorno egli tentò di fare il Churchill francese: annunciò che avrebbe trasferito il governo in Africa per continuare la guerra dall’impero coloniale. Nessuno lo prese sul serio, dovette dimettersi; il maresciallo Petain ottenne i pieni poteri, chiese l’armistizio al vincitore e cancellò la Terza Repubblica. Gli irriducibili parigini mancarono di realismo.

 

Winston Churchill è stato consegnato alla storia come il più glorioso dei lottatori. In effetti nessuno è stato più combattivo di lui, che non aveva mai rinunciato a sperare che il presidente F.D. Roosevelt costringesse il popolo degli Stati Uniti -in maggioranza isolazionista- a entrare nel conflitto per salvare la Gran Bretagna (e per passare l’impero mondiale agli USA). Churchill credette di dover perseguire la vittoria finale senza curarsi dei costi. Costi che furono terribili.

I fatti sono quelli che sono. Churchill fu l’inglese che più di ogni altro volle e condusse il secondo conflitto mondiale. Però nel 1939 il Regno Unito era la maggiore potenza imperiale al mondo. Nel 1945, a guerra vinta, la leadership era sparita -anche dagli oceani-, l’economia era dissanguata, la struttura industriale in pericolo;  la Germania, il Giappone, persino l’Italia si sarebbero rialzati prima e meglio che la superba ex superpotenza. In più si apriva il rapido smantellamento dell’Impero. La fine della grandezza non avrebbe potuto essere più brutale. Si può sostenere che la patria britannica sarebbe stata sommamente fortunata se non fosse stata guidata dal belluino Winston Churchill, assetato di grandi spedizioni aeronavali. Nel 1915 volle quella disastrosa dei Dardanelli, da lui ideata contro il parere degli ammiragli suoi dipendenti. Tentò anche di organizzare una spedizione contro i sovietici, ma questa non gliela permisero, tanto sangue erano costati i gloriosi Dardanelli. Era tale la sua voluttà guerriera che provò a partecipare in persona allo sbarco in Normandia, in divisa di tenente colonnello. Volle comunque, non sappiamo dove, sparare personalmente alcuni colpi di cannone.

Questo vuol dire che non l’epico duello col Reich, bensì una transazione semi-amichevole avrebbe salvato la grandezza britannica. Si è accertato che Hitler non voleva lo scontro frontale con la Gran Bretagna. Nei giorni della trionfale conquista della Francia il Führer spiegò così ai suoi generali la propria decisione di non annientare l’armata britannica a Dunkerque: “Ammiro l’Impero britannico. La sua esistenza è utile al mondo tanto quanto la sua opera di civiltà. Io domanderò alla Gran Bretagna di riconoscere la preminenza della Germania in Europa.  La restituzione delle nostre colonie sarebbe desiderabile, non essenziale…Sono pronto ad offrire all’Inghilterra, se si trovasse in difficoltà, il sostegno del mio esercito. Desidero una pace con la Gran Bretagna su basi compatibili col suo onore”.

Dunque il Führer non mirava ad umiliare il Regno Unito. Voleva mano libera nell’Europa orientale e, senza insistere troppo, voleva una grossa colonia. Da come sono andate le cose, è oggettivo che a Londra sarebbe convenuto addomesticare o placare la belva germanica e quella nipponica, piuttosto che affrontare una guerra disastrosa, piuttosto che accettare la perdita del primato mondiale e del più grande degli imperi.

Anche la Francia del 1939 possedeva un grande impero: e anche alla Francia sarebbe ampiamente convenuto cedere parte di un dominio intercontinentale inutilmente vasto, che Parigi non aveva saputo valorizzare, piuttosto che subire dal Terzo Reich la più grave disfatta militare della storia. Oltre a tutto Parigi si fece imporre la seconda guerra mondiale da un fatto artificioso all’estremo quale un dubbio trattato diplomatico con Varsavia. Versailles aveva innalzato una Polonia gigantesca perchè molestasse da est la Germania. Negli Anni Venti Parigi aveva scopertamente gestito, con un generale francese, il sorgere di un apparato militare satellite polacco, sempre in odio alla Germania. Però la garanzia militare che Francia e Gran Bretagna vollero dare a questa Polonia intesa come ausiliare e sicaria antigermanica era irrealistica. Infatti la Polonia fu annientata in pochi giorni, in totale assenza di soccorsi occidentali; il suo mandante parigino avrebbe avuto un destino terribile pochi mesi dopo. Quasi nessun francese e nessun inglese fu disposto a “morire per Danzica”.

Meglio avrebbe fatto Parigi, già nel momento che Berlino si sottometteva (novembre 1918) a moderare il proprio trionfo, a non infierire sull’avversario sconfitto. Meglio avrebbe fatto Parigi a imboccare la strada dell’intesa duratura con la Germania. La Francia aveva avuto nel 1911 un primo ministro, Joseph Caillaux, che incarnava quella strada. Quell’anno Caillaux aveva scongiurato un conflitto con Berlino a proposito del Marocco (crisi di Agadir); la formula trovata era consistita in uno scambio territoriale nel Congo francese inteso a normalizzare possibilmente per sempre il rapporto col “nemico ereditario”. Ma quello stesso anno un capriccio del catastrofico parlamentarismo Terza Repubblica scalzò dal potere Caillaux e insediò il suo perfetto contrario: Raymond Poincaré, massimo esponente del revanscismo francese, presto elevato a capo dello Stato e a sommo tra i guerrafondai del 1914.

La linea Caillaux -l’intesa di fondo con la Germania guglielmina- fu stroncata duramente. Venne la Grande Guerra. Verso la fine del 1917, col grosso della strage già consumato, con varie divisioni francesi e con alcune unità germaniche prossime all’ammutinamento, e con le Potenze Centrali disposte a cercare con qualche anticipo le vie della pace, l’ex-presidente del Consiglio Caillaux fece qualche passo in Germania in vista di un negoziato che avvicinasse la fine del massacro. Lo scoprì il capo del governo Georges Clemenceau, il “Tigre”, divenuto il terribile demiurgo della guerra ad oltranza. Caillaux fu arrestato coll’accusa d’alto tradimento.

Tenuto in carcere, benché ex-presidente del Consiglio e figlio di un ministro particolarmente autorevole, Caillaux rischiò seriamente la condanna capitale: tale era l’accanimento di Clemenceau contro i “disfattisti” cioè tutti coloro che invocavano o suggerivano la fine dell’eccidio. Nel 1920 l’Alta Corte condannò l’ex primo ministro per  ‘corrispondenza col nemico’  ma non per alto tradimento. Cinque anni dopo il Nostro fu amnistiato. Ma aveva rasentato la fucilazione, o magari la ghigliottina. Fu dunque il martire di una causa -l’amicizia con la Germania- che trionferà quando     Charles De Gaulle e Konrad Adenauer decideranno di capovolgere la storia.

 

In conclusione. Winston Churchill figura ancora ammantato di gloria guerriera. Ma è una gloria non solo sinistra, anche oggettivamente falsa: la guerra di Churchill distrusse la grandezza britannica. Non andò molto meglio dell’impresa dei Dardanelli.  Una gloria ben più vera, voluta dal futuro, spetta a Joseph Caillaux, che anticipò nel concreto l’asse franco-tedesco e, come tale, fu premessa di Europa.

Antonio Massimo Calderazzi

GLI ERRORI TOTALI SU EBREI E URSS NON I CRIMINI PERDETTERO ADOLF HITLER

Non sembra  richiedere dimostrazione l’asserire che non furono i crimini atroci ad abbattere il Führer, furono alcuni errori di fondo. Il primo e, sulla distanza, il più catastrofico, fu di odiare gli ebrei. Dal punto di vista di Hitler l’ebraismo non avrebbe dovuto essere il male assoluto da spegnere, bensì l’avversario da aggiogare al carro del trionfo germanico, poi da utilizzare. Il Faraone, i sovrani assiri e babilonesi, Ciro il fondatore dell’impero persiano, Alessandro Magno, la Roma degli imperatori Tito e Adriano, l’Islam, tutti -salvo Ciro-. oppressero e massacrarono gli israeliti; ma non valutarono di doverli far scomparire. Li assoggettarono e sfruttarono.

I regni antichi della Bibbia, comprese le ‘gloriose’ sovranità di Davide e di Salomone, nonché quella di Erode, furono vassalli di dominatori stranieri. Troppo piccola e debole la nazione degli ebrei. Nei due millenni che seguirono alla dispersione finale per mano di Tito e di Adriano, tutte le aggregazioni di ebrei nel mondo accettarono la sottomissione ai sovrani che le sovrastavano, da quelli orientali a quelli di Spagna, Francia e di ogni altro regno cristiano.

Gli ebrei non furono solo oppressi: anche valorizzati come una delle stirpi più dotate,  creative e ricattabili. Al Andalus, cioè la Spagna maomettana, accordò grande favore a tutti quegli ebrei -erano tanti- che avevano più intelligenza e denaro di altre etnie. Nella Russia meridionale l’intero regno dei Cazari si convertì nel VII secolo alla religione dei giudei. Tutta la storia dell’Occidente è stata segnata dall’oppressione e al tempo stesso dalla valorizzazione e sfruttamento della stirpe ebraica. Quest’ultima, troppo esigua per l’indipendenza, accettava il servaggio e prosperava: nonostante le vessazioni, i pogrom, persino i parziali stermini.

Se Hitler avesse fatto come tutti indistintamente i dominatori della storia, il Terzo Reich sarebbe stato rafforzato e fatto più efficiente dal vassallo ebraico: un vassallo volenteroso, assuefatto a servire. L’ elemento ebraico ai vertici della finanza della Gran Bretagna e degli Stati Uniti (qui molto influente anche in politica) avrebbe persino ostacolato, se il Führer non fosse stato accecato dall’antisemitismo, la crociata antigermanica degli angloamericani. Soprattutto nella Washington di Franklin Delano Roosevelt, tutti i Baruch e i Morgenthau e tutti i tanti intellettuali d’ingegno passati negli USA non avrebbero fomentato il bellicismo antitedesco di Woodrow Wilson e del suo discepolo demoplutocratico, l’impresario del bugiardo New Deal.

Gli ebrei di qualità avrebbero fatto come tutti i loro predecessori della storia: sarebbero stati una delle strutture portanti del Terzo Reich, e avrebbero risparmiato a Hitler l’infamia dei Lager di sterminio.

Il secondo errore assurdo di Hitler è stato, naturalmente, far guerra all’Urss. L’assalto a Cecoslovacchia, Polonia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Francia aveva senso, prometteva d’essere vittorioso. La Francia, unico osso duro, era stata già umiliata dai germanici nel 1870 e agli inizi della Grande Guerra. Gli altri paesi europei erano prede facili del lupo hitleriano. Invece il fango, il gelo e la vastità della Russia avevano abbattuto Napoleone. Qui Hitler sbagliò tutte le valutazioni. Tanto più in quanto sembra accertato che Stalin, mentre disprezzava i suoi futuri, implausibili alleati Churchill e Roosevelt (“Non sono che dei democratici”), ammirava con poche riserve Adolf Hitler. Dicono i libri di storia che il dittatore sovietico riluttasse a credere all’assalto germanico ancora negli ultimi giorni della pace con Berlino. Se l’ammirazione di Stalin era vera, l’Urss avrebbe dovuto essere l’alleata, non la vittima del Reich. Il patto Molotov-Ribbentrop era tutt’altro che insensato per entrambi i dittatori che lo stipularono.

La Russia rovinò il Führer come aveva rovinato Napoleone e il Primo Impero. Se il III Reich non fosse stato tramortito in Russia, è dubbio che Gran Bretagna e Stati Uniti sarebbero riusciti a battere la Germania e i suoi scadenti alleati. La guerra d’Indocina e le imprese belliche americane che ad essa sono seguite hanno distrutto la presunzione di superiorità militare degli USA, e hanno seppellito per sempre il prestigio guerresco del Regno Unito. Senza le vittorie dell’Armata Rossa e quelle del generale Inverno, non è probabile che la Seconda Guerra mondiale sarebbe finita in Europa con la disfatta e il suicidio di Hitler. Logica avrebbe voluto che i due dittatori si saldassero in vera alleanza. Nemmeno è certo che Londra avrebbe voluto la guerra ad oltranza a un Reich amico dell’Urss, ipoteticamente rafforzato dalla cooperazione del giudaismo germanico e dalla non ostilità del giudaismo del mondo.

I quadrimotori angloamericani seppero certo radere al suolo le città e le industrie del Reich. Ma se il Reich non si fosse automutilato in Russia, è dubbio che i quadrimotori l’avrebbero avuta vinta sulla Luftwaffe e sulla contraerea di Hitler.
E’ dubbio persino che la volontà di combattere di Londra sarebbe stata dell’acciaio vantato a guerra vinta. Un compromesso tra la voracità tedesca di conquista e il pragmatismo britannico sarebbe stato nell’ordine delle cose: tanto più in quanto Hitler, già nei giorni trionfali del giugno 1940, aveva dato segni di non mirare all’umiliazione della Gran Bretagna. Infine i vertici britannici non potevano ignorare che nemmeno la rovina dello sfidante germanico avrebbe scongiurato la fine della grandezza e dell’impero britannico.  Dunque una composizione con Berlino non era assurda.

Conclusione. Adolf Hitler firmò la propria condanna quando, fallito il Putsch del 1923, scrisse dalla prigione bavarese il “Mein Kampf”, mettendo l’odio agli ebrei e al comunismo al centro della sua opera. Fu allora che sbagliò le decisioni programmatiche fondamentali. Vendicare l’umiliazione di Versailles, sì. Insignorirsi del continente europeo, sì. Strappare alcune colonie alla Gran Bretagna, magari con un negoziato, sì. Invece lo sterminio degli ebrei, i quali lo avrebbero aiutato a vincere, fu illogico. Altrettanto lo fu la guerra totale all’Urss.

Antonio Massimo Calderazzi

Senza la pazzia della guerra, secolare longevità del Regime e dell’Impero

Il 13 giugno 1940 capovolse la Storia. In quel terzo giorno dal nostro ingresso nel Secondo conflitto mondiale un Putsch a palazzo Venezia risultò nella cattura del Duce e nel suo momentaneo internamento in un istituto psichiatrico segreto. Il colpo fu compiuto da ufficiali dei corpi d’élite -paracadutisti, assaltatori dei ‘maiali’, piloti da caccia – capeggiati da Luigi Durand de la Penne e da Junio Valerio Borghese. In un breve ma violento scontro con pugnali e altre armi bianche caddero la maggior parte dei Moschettieri del Duce. Il vuoto di potere fu provvisoriamente riempito, sotto la nominale presidenza di Donna Rachele Mussolini, da un energico maresciallo Pietro Badoglio, allora non investito da accuse per la rotta di Caporetto.

La maggiore decisione fu la revoca immediata dello stato di guerra con Francia e Gran Bretagna, seguito da un trattato d’amicizia perpetua. Il Reich minacciò di invadere la Valle Padana, ma subito prevalse il sollievo per la rinuncia italiana a combattere. L’Alto Comando germanico convinse il Führer che l’Italia era più utile come fornitrice di vettovaglie d’eccellenza: anche se le partite sarebbero andate anche agli Alleati.

La terapia psichiatrica al Duce, diretta dal magiaro Pal Attila Haitx-Equord, massimo frenologo d’Ungheria, fece miracoli: venti giorni dopo Benito Mussolini lasciò la clinica segreta completamente guarito dalle pulsioni belliciste e invece deciso a imitare l’accorta e proficua ‘non belligeranza’ del Caudillo spagnolo, Francisco Franco.

Ripreso il suo posto a palazzo Venezia il Duce espresse il suo vivo elogio (“Avete guarito me e fatto felice l’Italia”) ai congiurati del maresciallo Badoglio (dietro il quale era stato in realtà il Re e Imperatore, Vittorio Emanuele III). Solo allora la Nazione apprese l’accaduto, perciò l’ammirazione e il caldo affetto per il Duce, intensissimi dal tempo della conquista dell’Etiopia, superarono ogni livello immaginabile. Gli osservatori e gli statisti furono pressoché unanimi nel prevedere che, avendo scelto la pace, il Regime avrebbe raggiunto e agevolmente superato il secolo. L’ingresso nel secondo conflitto mondiale era -ed è- la sola colpa grave addossata dagli italiani al Fascismo.

Questo spiega che il Regime abbia già oltrepassato i novantacinque anni e che giorni fa abbia annunciato l’istituzione del ministero Millenario. Missione, celebrare nel 2022 il primo secolo dalla Marcia su Roma.

La peculiare diarchia italiana -coesistenza Dittatura del Littorio/Monarchia- vige più che mai, peraltro avendo acquistato caratteristiche innovative. Lo smisurato merito acquistato da Sua Maestà il Re Imperatore nel rovesciare il 13 giugno 1940 la storia dello Stivale si è tradotto nell’attribuzione alla Dinastia di Umberto Biancamano della facoltà di revocare lo Statuto Albertino, octroyé nel 1848 da Carlo Alberto. Inoltre tutti i maschi di Casa Savoia hanno acquisito il diritto di sposare una Mussolini di Predappio, quello di sedere nel Gran Consiglio del Fascismo; quello di capeggiare, se desiderato, i ranghi previdenziali e ricreativi del PNF. Dal canto loro i massimi gerarchi del regime sono autorizzati a istituire ordini cavallereschi parificati a quello di Malta. Altri aggiornamenti sono intervenuti nella diarchia Corona-Fasci. Saranno prossimamente passati in rassegna da Internauta.

L’uscita fulminea dell’Italia dal secondo conflitto mondiale produsse effetti portentosi. Le nostre città non furono distrutte. Mantenemmo l’Impero, Dodecanneso compreso, e lo allargammo al Kenya (lo comprammo a comode rate dal Regno Unito, ormai rassegnato a perderlo nonostante la prode resistenza della Raf contro la Luftwaffe). La nostra flotta e la nostra Aeronautica risultarono talmente superflue che ne mettemmo all’asta i tre quarti (in larga misura prenotati dalla Catalogna che intendeva fermamente dominare il Mare Nostrum), mantenendo il restante per le parate nei genetliaci dei principi del sangue e del podestà di Predappio. Il petrolio, il gas e l’uranio scoperti nelle colonie fecero dell’Italia un colosso degli idrocarburi e d’ altro. I nostri giovani trovarono eccellenti jobs permanenti nelle colonie di proprietà nazionale. Infine dopo il 13 giugno 1940 facemmo affari lucrosissimi con gli scervellati belligeranti, tutti condannati a destini infausti per non avere imitato l’Italia.

Soprattutto stupefacente il destino politico della Nazione littoria. Cessato, per la metempsicosi pacifista del Duce, il pericolo di coinvolgimenti in altri conflitti, il fascismo si confermò il credo imperituro di tutti gli italiani. Una sparuta minoranza di antifascisti -alcune dozzine di individui- si organizzò in una compagnia di comici che batté le piazze internazionali, con premi Oscar e straordinari successi di pubblico e di critica. Parte degli incassi delle tournées furono devolute ad opere irrigue nell’Acrocoro etiopico.

Gli italiani, che già avevano dato l’oro alla Patria e avevano praticato la fede fascista nel primo diciottennio del regime, decretarono l’apoteosi a Mussolini, cioè lo divinizzarono. Per la fase aperta dalla miracolosa guarigione pacifista del collega di Jupiter, i filosofi della storia hanno adattato la formula, cara a Friedrich Nietzsche, della “trasfigurazione del Nous creatore”.

Quasi tutti gli intellettuali, che fuori dell’Impero littorio sono prevalentemente di sinistra, nello Stivale & Colonie fanno propria la felice sintesi tra totalitarismo e liberalismo demoplutocratico: il tutto a valle del ripudio definitivo della guerra, anticaglia novecentesca. Gli arbori bellicisti del primo quarantennio del secolo XX si sono placati. Dal 13 giugno 1940 i Fasci non si chiamano più “di combattimento”, bensì “di intrattenimento”.

Porfirio

Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

La Frontiera e il West, sole vittorie degli USA    

L’America che in un tempo lontano fu la Fidanzata del mondo, oggi ripugna per molti suoi lineamenti: cominciando dal bellicismo, al tempo stesso permanente e frustrato. Ambirebbe a impiegare una forza che nella storia non fu mai data altrettanto smisurata. Non può perché precipiterebbe nell’abiezione, si confermerebbe il più canagliesco degli imperi. Ha il pugno proibito, come un pugile professionale.

Peraltro, da qualche anno, si dubita addirittura sia ancora un impero, con tanti fallimenti più o meno gravi. Trionfarono nel 1945; da allora non hanno più vinto un confronto militare. Nel Vietnam, in Cambogia, nel Laos non avrebbero potuto farsi sconfiggere più ignominiosamente. In più pareggiarono spesso la ferocia delle SS e dei boia di Stalin.

Tuttavia chiudere così il bilancio di un’esperienza nazionale che fu grande è una perdita netta per l’umanità. Dallo sbarco dei Pilgrim Fathers l’America visse tre secoli di avanzamenti e conquiste. Poi l’intervento nella Grande Guerra –imposto dal catastrofico Woodrow Wilson a un popolo che voleva restare coerente con se stesso e col retaggio di G. Washington e di Jefferson – dilaniò la giovinezza dell’America. Un ventennio dopo il guerrafondaio F.D.Roosevelt completò la costruzione dell’impero planetario, al tempo stesso ponendo le premesse per l’ignominia e i fallimenti in Cina, in Corea, in Indocina. Non si dimentichi che lo scontro frontale coll’espansionismo nipponico fu giustificato da FDR coll’intento di estendere l’impero alla Cina. Però l’impresa portata a termine a Hiroshima risultò inutile: la Cina passò a Mao. Hanno aggravato la disfatta le spedizioni coloniali in Somalia, Irak, Afghanistan, altrove.

Uno come me che sbarcò la prima volta a New York da uno degli ultimi transatlantici, deve cercare nella memoria lontana per trovare i bei momenti dell’America: il viaggio del Mayflower, la ribellione a Giorgio III, la conquista della Frontiera e del West. Quest’ultima certo implicò lo sterminio dei nativi. Ma non esistono nazioni che siano diventate grandi senza spargere il sangue dei vinti e quello proprio. In più le stirpi più bellicose degli Indiani furono corresponsabili con gli invasori del genocidio che subirono.

La colonizzazione bianca non era incompatibile con la sopravvivenza dei nativi. Quando potettero, le tribù indiane esercitarono ferocie estreme, che attirarono rappresaglie spietate. Le ferocie non erano obbligate; era fatale che popolazioni tanto esigue e arretrate fossero costrette a consegnare il continente agli invasori. In quel passato lontano il Nord America aveva posto anche per i conquistatori bianchi. Le stragi compiute dai pionieri, dai cowboys e dai reggimenti di cavalleria furono all’incirca come quelle delle SS, della Wehrmacht, dei russi nel Caucaso, dei turchi in Armenia: le quali sarebbero state meno atroci se non avessero agito i partigiani, i guerriglieri, gli estremisti del patriottismo. Se questi ultimi non avessero ucciso non ci sarebbero state le rappresaglie odiose, le Oradour, le Fosse Ardeatine, le Sant’Anna di Stazzema. Meglio avrebbero fatto i Sioux, gli Apache, i Comanchi ad essere pacifici.

Nonostante tutto, la conquista del West resta una pagina grandiosa.  Alla ricerca delle fasi ‘buone’ della vicenda americana, scavo nella mia memoria di farmer dodicennale di una contea ontariese confinante coll’Upstate New York – anche per la suggestione degli insegnamenti di Thomas Jefferson faceva il libero ‘yeoman – e trovo un mese da me passato a Austin, capitale del Texas, quando un rodeo era un evento ben più sentito che un’Olimpiade o che un’assemblea generale dell’ONU. Il rodeo celebrava la bravura e il coraggio del cowboy, e il cowboy era un eroe americano assai più autentico che un equipaggio di astronauti.

Nel Nord America, Canada compreso, è archeologia accademica anche lo scavo nel basement di una capanna di minatore dell’Ottocento. All’università di Austin la punta di diamante delle investigazioni storiche più originali e più convinte, è la riflessione sul grande allevamento bovino, sui ranch, sulle cavalcature degli Apache, sui pozzi per abbeverare il bestiame e gli uomini, sul filo spinato, sulle ferrovie, su tematiche affini. Gli storici “western” ancora oggi rievocano il tentativo fatto da Jefferson Davis segretario alla Guerra (il futuro presidente della Confederazione sudista), di introdurre il cammello nel Sud per i trasporti dell’Esercito.

Nel 1931 un cattedratico dell’università del Texas, Walter Prescott Webb, pubblicò un libro di 472 pagine per descrivere nel concreto più dettagliato e quotidiano “la svolta che prese la civiltà americana quando nella sua avanzata verso Ovest essa, civiltà, uscì dalla foresta e popolò le pianure”. Aveva ragione: gli Stati Uniti nacquero dai boschi come Afrodite dal mare di Cipro. Presero ad adulterarsi, a perdere innocenza, quando divennero una nazione di città, inevitabilmente corrotte. Si rigenerarono quando sboccarono nel West.

Per il nostro storico indagare su quella svolta volle dire ripensare la scure, il fucile, il cavallo, la barca, gli altri mezzi coi quali il pioniere e il cowboy conquistarono la Frontiera. Anzi, era essenziale accertare che fu il six-shooter (il revolver Colt) a trionfare nei pascoli del West.

Uno dei molti duri condizionamenti cui i pionieri dovettero adattarsi per sopravvivere furono i venti caldi: almeno una volta i treni della Southern Pacific furono fermati perché il “chinook” aveva distorto le rotaie.

Un detto comune da quelle parti recita che un jackrabbit mangia quanto un cavallo. Questo roditore faceva tanti danni alle colture che ad una delle battute contro esso parteciparono 700 persone, che uccisero o catturarono 20.000 bestie. Tra il 1888 e il 1897 le battute uccisero mezzo milione di grandi lepri. Impressionante il numero dei bisonti. Una mandria particolarmente grossa poteva contare mezzo milione di capi. Nel 1880 gli USA vantavano 40 milioni di bovini. All’Ovest un grande ranch copriva l’area di un migliaio di fattorie contadine.

Nel 1874 fu venduto il primo rotolo di filo spinato. Il filo spinato chiuse l’era della libertà assoluta: pascolare ovunque, non riconoscere diritti altrui, non rispettare leggi, non permettere l’insediamento di contadini stanziali. Condizioni dure ma seducenti, che non potevano durare. I cowboys e i ranchmen erano una genia rozza e affascinante, il cui vigore e spirito d’avventura stregava gli abitanti dell’Est.

In dieci anni una mandria di 100 vacche poteva raggiungere 1428 capi, senza contare i maschi destinati a rifornire di carne le città dell’Est. Si vendettero mandrie e diritti di pascolo a speculatori di buona parte del mondo. Un trafficante si fece ricco collocando diritti di pascolo nel New Mexico sulle sponde del Pecos River. Arrivò a sostenere che sul fiume facevano servizio regolare cinque vapori, e non era vero.

Nel 1885 venne una crisi drammatica: esaurimento dei pascoli, ondate di freddo terribile. Un solo grande ranch del Texas perdette 15 mila capi su 25 mila. Segui un decennio di sciagure, poi i tempi tornarono euforici. Il cowboy divenne una figura leggendaria: coraggio, forza, somma maestria nel cavalcare.

Sono pochi gli storici accademici del West che non abbiano dovuto indagare sugli aspetti più materiali e tecnici dell’espansione verso Occidente: da come cavalcare e come stendere recinzioni, a come costruire mulini a vento per attingere acqua, a come gestire gli ‘stampedes’ (le fughe improvvise di grandi mandrie).

Il West fu l’affermazione dell’Americano primigenio: inglese, scozzese, irlandese. I tedeschi dell’Illinois e dell’Iowa non raggiunsero le Grandi Pianure occidentali, cioè non fecero i cowboys e i ranchmen. Soprattutto nel Sud-Ovest arido si impose il primo ceppo americano – i Jones, i James, gli Smith, i McDonald. I neri non si spinsero oltre il 98° meridiano, gli esteuropei non vollero andare dove non pioveva, i cinesi restarono sulla costa del Pacifico. Gli immigrati di fine Ottocento-primo Novecento si addensarono negli slum sull’Atlantico, dunque non conobbero il West. Messa così non furono veri americani gli italiani, gli esteuropei, i neri, altri.

Theodore Roosevelt fu l’ultimo leader nazionale che, oltre a impersonare la Frontiera vera nell’immaginazione letteraria e politica – pur essendo nato in una famiglia patrizia del New York – si sforzò di difendere la vocazione Western dell’America come l’autentico e il più nobile destino nazionale. Gli succedette Woodrow Wilson, il quale rappresentò un’America catturata dall’Europa, dal suo urbanesimo, dalle sue guerre e trame diplomatiche: tutto ciò che George Washington e Thomas Jefferson avevano respinto nel nome dell’autenticità e dell’innocenza americane. L’intervento nella Grande Guerra, imposto da Wilson e dai circoli guerrafondai, snaturò la logica della Prima America, tutta vocata all’emisfero occidentale.

Wilson, antagonista simbolico di Theodore Wilson e insulso rettore di un college per ragazze ricche, fu anche il liquidatore morale dell’avventura Western, nonché dei suoi valori più alti. Con Franklin Delano Roosevelt, un protetto di Wilson, si aprì l’equivoca era imperiale dell’America, diametralmente opposta ai modelli dei Padri Pellegrini, della Frontiera e del West.

I successori di Wilson, incluso John Fitzgerald Kennedy finto campione di democrazia, in realtà condottiero della plutocrazia, del militarismo, della degenerazione dello Spirito americano, non hanno più conseguito vittorie. Hanno invece aperto l’età del disonore, non solo avviando la turpe guerra d’Indocina ma anche perdendola nella vergogna. Con Kennedy si aprì il declino americano, che mezzo secolo dopo non accenna a chiudersi.

Niente di ciò che l’America consegue oggi è paragonabile alle gesta dei pionieri e dei conquistatori del West. Quella che fu la più giovane, la più vigorosa e “morale” delle nazioni è oggi il più gigantesco degli Stati-canaglia.  Più nessuna gloria e invece odii o malanimi dal pianeta intero.

A.M. Calderazzi

LA BOLDRINI HA DIFETTI, NON QUELLO D’ESSER FIGLIA DI ARRIGO BOLDRINI

Fece bene Laura Boldrini, tempo fa, a respingere d’impeto la bufala secondo cui era figlia dell’omonimo Arrigo. Meritò la solidarietà di tutti. ‘Figlia di un mito della Resistenza’, nome di battaglia Bulow, era troppo anche per una deputata di Vendola. Tutti hanno diritto a non essere associati al capo di quel gappismo che tra l’aprile e il giugno 1945, dopo la ritirata dei tedeschi e la resa degli ultimi fascisti, passò per le armi nella sola località di Cavenigo (Padova) 136 persone: non tutti militi o brigatisti neri, anche civili e parenti.  Cavenigo è una delle pagine più infami della ferocia partigiana, e si inserì in un panorama di atrocità che non sfigura nel confronto con le stragi SS. Nell’intero padovano le esecuzioni successive alla “vittoria” dei killer di Stalin furono molte centinaia.

Il principale capo guerrigliero locale era Arrigo Boldrini: logico che nel contesto di allora venisse assolto dai tribunali. Si usava così. Non lo sappiamo che la nostra Repubblica – un settantennio dopo  riconosciuta in genere come la peggiore d’Occidente – nacque dai mitra gappisti? Allora, nella gloriosa Fase Costituente, agli autori o coordinatori dei fatti antifascisti più crudeli spettavano larghe immunità. In più ricompense, decorazioni, cariche e prove monetarie della riconoscenza di noi contribuenti. Così i responsabili di Dongo e di via Rasella (cioè delle Fosse Ardeatine) sedettero a lungo in parlamento. Così Boldrini\Bulow fu deputato, poi senatore – senza interruzioni – per undici legislature (1945-94, mezzo secolo). Il PCI esercitava i suoi diritti.

E l’interminabile opera legislativa di Nilde Iotti, consorte di Togliatti (eletta 13 volte, complessivi 51 anni), come negare che ad essa dovemmo il Miracolo economico e l’ingresso tra i Grandi del pianeta? L’ex partigiana Nilde fu acclamata tre volte presidente della Camera, un record (per me uno scandalo). Per non far mancare la sua figura all’Assemblea e alla Nazione, si dimise pochi giorni prima di morire alla clinica Luana. Di fatto agonizzava già sull’arcipoltrona presidenziale. Quando Nilde firmò le dimissioni, Giorgio Napolitano si inebriò d’ammirazione: la proclamò “splendida figura”. Anche se il popolo del PCI si era turbato quando Togliatti, per unirsi a lei, lasciò moglie legittima e un figlio. Ma Giorgio, futuro atlantista, futuro estimatore della guerra di Afghanistan pensava sub specie aeternitatis, pensava a come sarebbe stato peggiore il nostro futuro senza le tre presidenze successive e senza il tacito ripudio dello stalinismo.

Ad Arrigo Boldrini riuscì di diventare poco meno che uno statista e un ricostruttore della Patria: per esempio fu vicepresidente della Camera e incarnazione a vita della gloria guerrigliera. Tra pochi giorni nella superba Aula della Regina a Montecitorio celebreranno il centenario della sua nascita le tre somme cariche dello Stato più, per l’antica milizia comune nel nome di Stalin, Giorgio Napolitano. Il centenario, come per Garibaldi, Torquato Tasso e Tazio Nuvolari!

Non solo: decorarono Boldrini con la medaglia d’oro (!) al valor militare. Solo lui avrebbe potuto fare il conto preciso delle raffiche, proprie e altrui, che aveva sulla coscienza. Inutile dire una volta di più che l’idea e il movimento del comunismo sono stati uccisi soprattutto dalla ferocia ‘bolscevica’ del retaggio rosso.

Nell’agiografia di Arrigo Boldrini c’è anche uno spunto di comicità irresistibile. Si enfatizza infatti che il nome di battaglia Bulow se lo dette, o gli fu assegnato, per avere teorizzato la “pianurizzazione”. Che vuol dire? Vuol dire che mise a punto la strategia politico-partigiana della “pianurizzazione”: la guerriglia  poteva|doveva scendere dalle montagne alle campagne e alle città di pianura. Dunque il Nostro divenne Bulow – occorrerebbe un’Umlaut’ o metafonesi, ma la mia tastiera ne manca, oppure sono ciuccio io – e non so se Boldrini usava umlaut – con riferimento ai meriti di stratega del conte Friedrich von Bulow, dalla parte prussiana vincitore sotto Bluecher di Napoleone Bonaparte. Ha scritto il riverente storico Guido Crainz: “La pianurizzazione fu una scelta vincente. Ebbe il merito storico di dare fiducia al mondo contadino”. Ne conseguì che i contadini-assassini di Boldrini abbatterono il Terzo Reich e forzarono il Fuehrer a inghiottìre  il cianuro.

Chissà se invece Boldrini, col suo doppio diploma, di scuola media e di perito agrario, non abbia preso a modello un altro dei von Bulow: il principe Bernhard, cancelliere del Secondo Reich, marito di una principessa italiana e genero di Laura Minghetti; il barone Dietrich, teorico dell’arte tattica; il barone Hans, musicista e marito di Cosima Liszt, successivamente risposata a Richard Wagner; il diplomatico Heinrich, ministro degli Esteri di Prussia; il feldmaresciallo Karl, comandante d’armata nella Grande Guerra; oppure il conte Ludwig, fatto presidente della Slesia nel 1825. Ci avreste mai pensato: un trionfo stalinista in pianura ispirato da una dinastia di grandi prussiani, magari Junker oppure no?

Forse anche per questo Laura, pacifista/progressista intensa, si dissociò dall’Omonimo: non solo medaglia d’oro per meriti di mitra ma anche emulo del pensiero strategico prussiano.

A.M.Calderazzi

 

TERRORISMO: L’UTOPIA DEI PROFETI MEGLIO CHE IL REALISMO DEGLI STATISTI-NULLITA’

Forse non sarebbe questo il momento per fare il Misogallo. Per chi non ha fatto il classico bensì lo scientifico o l’informatico: si intitolò Misogallo lo scritto con cui Vittorio Alfieri esplicitò il suo sdegno per quel che facevano i giacobini francesi nei pochi anni che la Rivoluzione borghese degenerò in quotidianità della ghigliottina. E sì che nelle famiglie piemontesi del suo ceto la Francia era quasi patria. I nobili, se non usavano il dialetto, erano francoparlanti. E lui, il nostro sommo tragico, andò a Firenze non solo per ‘lavare in Arno’ il suo scrivere, anche per prendere assidue lezioni di lingua italiana.

Il qui sottoscritto non è disgustato come l’Alfieri. Però certi recenti casi d’oltralpe gli sembrano rotondamente ridicoli. L’aggressione del terrorismo è cosa troppo seria per legittimare le trasferte patriottiche dei politicanti a Versailles, con obbligate allusioni alle grandi vittorie del Re Sole. Lì la nomenclatura, facce compunte e labbra modellate dai melismi della Marsigliese, ha recitato un copione eroico (con venature comiche): siamo in guerra, nessun compromesso, saremo spietati, orgoglio nazionale, valori laici, République, Liberté, diritti ai concerti rock e alle nozze gay, altri emozionanti gridi di battaglia. La Francia magari si rialzerà, come scrivono gli editorialisti cesarei. Ma è in grado di vincere solo un modico di vittorie di consolazione.

Gli arcicomandi di Hollande hanno fatto salpare la portaerei De Gaulle, e il gesto piace ancora agli épiciers che, a stare al Generale che dà il nome alla superba ammiraglia, fanno il grosso della nazione vittoriosa a Valmy e a Jemappes. Una portaerei fa effetto, avvicina un po’ chi ce l’ha alla Home Fleet e alla U.S.Navy. Però nell’ultima guerra mondiale il compianto guerrafondaio F.D.Roosevelt ne aveva un centinaio di portaerei (di varia stazza). Vinse, e dopo di lui i successori hanno perso tutte le guerre che hanno intrapreso. Non bastano le portaerei.

Per parlar chiaro: il fiammeggiare a Versailles dello spirito militare -quello della Francia ufficiale come quello degli épiciers- ricorda i nostri Otto milioni di baionette e le nostre Otto corazzate. E il presidente Hollande non dimentichi che molti statisti compaesani sono caduti nei trabocchetti della Storia. Per sprovvedutezza.

1870: Emile Ollivier, capo dell’ultimo governo del Second Empire, e l’Alto Comando assicurano Napoleone III che sbaraglierà la Prussia di Bismarck. 1914: il presidente Poincaré, giunto a Pietroburgo sulla maestosa corazzata “France”, accompagnato dall’innocuo primo ministro Viviani, convince lo Zar a dare il via alla Grande Guerra (distruggerà lo Zar, la sua larga famiglia e molti milioni di uomini; darà la Russia ai bolscevichi). 1918: Georges Clemenceau è certo d’avere meritato l’Eliseo in quanto il Tigre de la Victoire; e invece no. 1919: il trattato di Versailles, troppo punitivo per la Germania, crea le premesse per il trionfo di Hitler. 1939. Edouard Daladier entra in guerra per onorare un impegno con Varsavia (che non onorò). L’impegno era stato assunto per comprare la sudditanza di una Polonia fatta artificialmente grande a Versailles. 1940: Paul Reynaud, capofila dei pochi che vogliono la guerra ad oltranza da una colonia africana, deve umiliarsi a guidare in chiesa una delegazione di ministri, tutti atei o ultra-laici, che fingono di implorare Santa Genoveffa perché salvi Parigi dalla Wehrmacht così come la salvò da Attila. 1957: il premier socialista Guy Mollet crede di schiacciare con le armi la rivolta d’Algeria e partecipa alla ‘vittoriosa’ spedizione di Suez.

Insomma Hollande è montato a cavallo, ma è difficile che torni vincitore. Con gli altri condottieri della Francia ha dato al tremendo problema del terrorismo la risposta più banale di tutte; quasi certamente la più inutile, avendo a che fare con un avversario che sembra non scarseggiare mai di kamikaze volontari. Le armi e le coalizioni potrebbero persino sconfiggere momentaneamente l’Isis territoriale. E dopo? L’estremismo esasperato è diffuso nei continenti. Si possono bombardare e conquistare tutti i continenti?

Se la soluzione militare non esiste, meno che mai esiste quella diplomatica. Non resta che l’utopia, ancora una volta più realista del realismo dei generali e degli statisti. L’utopia che sorga un pugno di uomini veramente grandi, grandi come il Nazareno e come Maometto, i quali sciolgano le rispettive Chiese ed eserciti di clero, e fondino l’Ecumene dei credenti. L’utopia, inoltre, che il mondo dei ricchi accetti di impoverirsi, di cambiare stili di vita e di consumi, per condividere ciò che hanno con le masse che oggi sperano nell’Isis.

Questo avvento della Più Grande Pace profetizzò Isaia (19, 18-24): “Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani, ma poi li risanerà. In quel giorno l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria e gli Egiziani renderanno culto insieme con l’Assiria. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra”. Cose troppo immense per i semplici inconcludenti Bergoglio e per una turba di imam, muftì e capirabbini.

Eppure invocare che avvengano promette assai più che confidare negli Hollande e nei Cameron, nei loro marescialli, diplomatici e altri co-protagonisti del Nulla.

Jone

1921: IL GRANDE GIOLITTI BATTUTO DAI LILLIPUZIANI. ACCADRA’ A RENZI, PER L’IDENTICO ERRORE

Quasi opposte come sono le figure politiche e umane di Giovanni Giolitti e di Matteo Renzi, probabilmente le loro parabole storiche risulteranno pressoché uguali. Il secondo è, tra i politici delle due/tre repubbliche dello Stivale unito, il più brillante, il più assertivo, il più rinascimentale; in ogni caso, il solo che abbia provato ad innovare. Giolitti fu il maggiore dei primi ministri del Regno tra Cavour e Mussolini. Aggiornò il sistema liberal-capitalista, scongiurando che restasse un’oligarchia di notabili reazionari e che fosse abbattuto, come altre monarchie, dalla Grande Guerra e dalle ondate rivoluzionarie che seguirono.

Tuttavia, dopo avere imperato sulla politica italiana del primo quindicennio del secolo, lo statista piemontese subì la sua più grave disfatta nel maggio 1915, quando fu soverchiato dall’infatuazione guerresca della piccola borghesia interventista stordita dai lirismi di d’Annunzio, dalle suggestioni progressiste, dal denaro della propaganda franco-britannica. Il ‘dittatore parlamentare’ della Terza Roma non riuscì a difendere la nostra sacrosanta neutralità. Risultato, seicentomila morti, tragedie smisurate, i conati di bolscevismo, dunque il fascismo; poi le sciagure del secondo conflitto mondiale, la caduta del Paese ai partiti rapinatori: masnade dei peggiori professionisti dell’impostura elettorale sulla scala dell’intero Occidente.

Giolitti sembrò rialzarsi e rifulgere con le luminose, dure verità del ‘discorso di Dronero’, il 12 ottobre 1919. Umiliato nel 1915, tornò al potere nel giugno 1920, alla caduta di F.S.Nitti. A Dronero, il suo collegio elettorale, aveva ripreso il suo ruolo di primo tra i governanti italiani pronunciando una dura requisitoria contro i responsabili della tragedia bellica, nonché contro l’aggravamento delle storture del nostro sistema. Così la riassumono gli storici francesi Pierre Milza e Serge Berstein, autori di ‘Le fascisme italien’: “Denunciando i vizi del sistema oligarchico che aveva gettato l’Italia in guerra contro la volontà del popolo, Giolitti formulò a Dronero un programma neo-liberale adatto alla situazione. Bisognava che in futuro, con una modifica dello Statuto albertino, il Parlamento potesse pronunciarsi sui trattati e sulle dichiarazioni di guerra. Bisognava liquidare il passato, aprire una ‘inchiesta solenne’ sulla guerra, sulla condotta delle operazioni, sui grandi contratti di forniture, per far sapere al Paese come erano stati sprecati miliardi. Giolitti proponeva forti tagli alle spese militari, un’imposta progressiva sui redditi e sulle successioni, un prelievo eccezionale sui patrimoni e sui profitti di guerra. Le classi privilegiate che avevano condotto l’umanità al disastro non potevano essere più sole a dirigere il mondo, i cui destini sarebbero stati ormai nelle mani del popolo”.

A destra si levò contro il Nostro l’accusa di sinistrismo: qualcuno parlò di ‘bolscevico dell’Annunziata’ (pedestre riferimento all’Ordine cavalleresco dell’Annunziata che innalzava i pochi insigniti a ‘cugini del Re’). Le elezioni del 16 novembre 1919 dettero ragione a Giolitti: vittoria incontestabile per le forze di sinistra e per gli avversari della guerra. Giolitti sembrò aver salvato la democrazia liberale. Invece fu presto abbattuto dalla vecchia politica: da quel parlamentarismo e partitismo che in passato aveva padroneggiato e fatto docile. Le elezioni del maggio 1921 tradirono in pieno le sue attese: si dimise il 1° luglio. Le divisioni tra le consorterie di notabili menomarono per sempre la fiducia del popolo nelle istituzioni. Inevitabilmente trionfò il fascismo.

Il parallelismo con la parabola di Renzi è impressionante. La logica del sistema generato dal settarismo della Resistenza e della Costituzione partitocratica farà fallire la maggior parte dei grandi progetti del Rottamatore; così come quasi un secolo fa il parlamentarismo disfece lo statista di Mondovì. Giolitti aveva sopravanzato tutti; le sue proposte erano le più idonee ad affrontare la grave crisi sociale, a sventare le minacce del bolscevismo velleitario di Gramsci e dei socialisti massimalisti, a contenere le ben più concrete violenze del fascismo. Ma fece l’errore di continuare a credere nella via legale nelle virtù delle urne, laddove i Parlamenti e il liberalismo erano morenti: non solo in Italia. Poco dopo l’avvento di Mussolini ci furono quello di Salazar in Portogallo, quello di Miguel Primo de Rivera in Spagna, entrambi accolti entusiasticamente dai cittadini. Giolitti non si era accorto di quanto cambiavano i tempi. Cominciava l’agonia di Weimar. Le soluzioni più o meno autoritarie si profilavano o prevalevano altrove: Pilsudski in Polonia, Horthy e il conte Bethlen in Ungheria, Avarescu in Romania, monsignor Seipel a Vienna.

Dunque la fase aperta dalla Grande Guerra era congeniale alle soluzioni anti-demoplutocratiche, antiparlamentari e giustizialiste. Giolitti voleva conciliarle in Italia coi giochi di un parlamentarismo che boccheggiava tra le occupazioni delle fabbriche e delle terre e le sopraffazioni squadristiche. Avrebbe dovuto puntare non su don Sturzo e su Turati, bensì sui metodi spicci dei capi militari, in quel momento circonfusi di prestigio per aver finito col vincere la guerra. Per esempio sul ruvido ligure Enrico Caviglia, che aveva comandato l’Ottava Armata e a cui Giolitti affiderà di liquidare in poche ore la sedizione di d’Annunzio a Fiume. Scelse invece, forse per una precoce senilità di settantottenne, il vecchio strumento del notabilato oligarchico: elezioni anticipate per rafforzare l’esecutivo. Invece le urne frantumarono lo schieramento rinnovatore che vagheggiava. Il ‘Dittatore parlamentare’ che non si fece Dictator vero -quello della Roma repubblicana nei momenti duri- fu annientato da un parlamentarismo che nell’emergenza del 1920-21 egli avrebbe dovuto spazzare via.

Uguale sarà il destino di Matteo Renzi. Ha creduto di poter rottamare la vecchia politica in alleanza con quest’ultima: con Montecitorio, con palazzo Madama, con la Corte costituzionale bastione del partitismo, col Quirinale pinnacolo e vertice della Casta, con le bande della cleptocrazia. Il gattamelatesco Fiorentino sta facendo a 39 anni lo stesso sbaglio del vegliardo che a Dronero era apparso un gigante (e che Georges Sorel, il teorico dello sciopero rivoluzionario, aveva immaginato volesse instaurare e capeggiare una Repubblica).

Matteo Renzi ci fece credere che volesse raddrizzare la vecchia politica. Governando ci ha chiarito che intende fare l’eversore perbene col consenso delle Istituzioni. E’ certo che si illude. Farebbe ancora in tempo a ibernare for good dette istituzioni. Come? Motivando e guidando un pugno di giovani ufficiali giustizialisti: le occasioni non mancheranno perchè, emuli dei capitani portoghesi che nel 1974 rovesciarono senza sparare il regime salazarista, ci liberino della partitocrazia ladra. Poche ore fa i furfanti del parlamento hanno votato per riprendersi un finanziamento pubblico che speravamo abolito. Il sistema non punisce quei ladri di Stato. Lo facciano i centurioni di un Renzi che apra gli occhi. Magari svegliato dalle Afroditi che illegiadriscono il governo.

A.M.C.

GLI AMARI PRESAGI DI A.M.SCHLESINGER JR SUI DESTINI DELL’AMERICA

“Prima che il mio mandato alla Casa Bianca finisca, dovremo fare nuove prove per dimostrare se una nazione organizzata e governata come la nostra potrà durare. Il risultato non è affatto certo”.

John Fitzgerald Kennedy disse queste parole piene di fato nel 1961; e Arthur M. Schlesinger Jr le mise a epigrafe della propria intensa opera “The crisis of confidence -Ideas, power and violence in America” (1967). Questo Schlesinger, figlio di un altro Arthur M. che insegnava storia a Harvard, fu uno dei grandi nomi dell’Amministrazione Kennedy, astro del ‘circolo degli Scipioni’ che attorniava il presidente. Successore nella cattedra del padre a Harvard, consigliere speciale del presidente Kennedy, influenzò la temperie culturale della Nuova Frontiera più o meno come Paolo Diacono monaco longobardo segnò un po’ il regno di Carlo Magno. Qui vogliamo evocare alcuni pensieri di Schlesinger Jr, tratti dall’ edizione italiana (Rizzoli), per mostrare come un intellettuale di vertice presentiva mezzo secolo fa il degenerare delle prospettive anche spirituali dell’America, l’antica ‘fidanzata del mondo’.

“Siamo molto meno ottimisti riguardo a noi e al nostro futuro. Sembra che ormai gli eventi sfuggano al nostro controllo, che non possiamo più difenderci dal corso ineluttabile della storia. Cè motivo di credere che il pessimismo sia radicato come non mai. Le nostre città sono travagliate e in rivolta, c’è una crescente sfiducia e amarezza da parte delle minoranze, c’è un disfacimento dei legami di urbanità sociale, c’è una violenza contagiosa, c’è un moltiplicarsi del fanatismo di destra e di sinistra, c’è la generale tendenza, specie tra gli intellettuali, i giovani e i neri, a ripudiare l’assetto del paese. In cinque anni abbiamo avuto l’assassinio di tre uomini (John e Robert Kennedy, M.Luther King) che con la forza trascinante dei loro ideali avrebbero potuto tenere unita la nazione.

“All’estero l’America suscita sempre maggiore scetticismo e antipatia, i suoi intenti sono fraintesi e calunniati, i suoi sforzi inutili. Il fatto che mezzo milione di soldati americani, coadiuvati da un milione di soldati alleati, impiegando i mezzi della più moderna tecnologia militare, non sono riusciti a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri in pigiama nero ha scosso la nostra fiducia nella potenza dell’America. E le devastazioni che abbiamo compiuto nel perseguire fini da noi ritenuti nobili ha scosso la nostra fiducia nella rettitudine americana. E’ giunto il momento di riesaminare le istituzioni e i valori del nostro paese. I Padri Fondatori concepivano gli Stati Uniti non come un risultato compiuto, ma come un esperimento. Sarà il popolo a rispondere all’interrogativo che si poneva John F.Kennedy quando si chiedeva se una nazione come la nostra potrà durare.

“Alla maggioranza dell’umanità dobbiamo sembrare un popolo orribile, visto che non abbiamo fatto nulla per impedire che l’omicidio divenisse un’importante tecnica di politica interna. Visto che abbiamo assalito un piccolo paese all’altro capo del mondo con una guerra assolutamente sproporzionata ai fini della sicurezza e dell’interesse nazionali. Ma soprattutto visto che le atrocità che commettiamo non hanno scalfito la nostra prosopopea ufficiale, la nostra sicumera di infallibilità morale. Lo zelo con cui ci siamo lanciati in una guerra irrazionale fa pensare che profonde spinte di odio e di violenza improntino tutta la nostra politica estera.

“Non c’è niente di più scoraggiante del vedere che alcuni intellettuali rifiutano gli strumenti della ragione, anzi cominciano essi stessi ad aggredirla. Stanno intensificando l’assalto alla civiltà, affrettano la disgregazione in atto nella società americana. Cosa ha spinto gli intellettuali a rivoltarsi contro la ragione? Buona parte della colpa è da attribuirsi alla guerra nel Vietnam, una guerra che ha indotto il nostro governo a seguire una linea di spaventosa e insensata distruzione. Ma la causa va oltre il Vietnam. Fa presentire una più vasta assurdità, persino una vera malvagità della nostra società ufficiale. Ad alcuni appare addirittura come il risultato fatale di un’irrimediabile corruzione del sistema americano.

“Non posso condividere la convinzione che ci fosse qualcosa di ineluttabile nella guerra nel Vietnam, che la natura della società americana avrebbe costretto qualunque governante a seguire la stessa linea folle. Si capisce però come le contraddizioni della nostra società possano pesare tanto sulle persone sensibili. Hanno prodotto un’ondata di disperazione sulla democrazia. Da quando abbiamo cominciato a bombardare il Nord Vietnam (febbraio 1965) il nostro governo è stato insensibile alle critiche più ponderate. Ha cominciato a farsi strada l’opinione che il sistema stesso della democrazia sia impotente nel nuovo assetto segnato dall’industrialismo economico, militare e intellettuale.

Cresce la convinzione che le politiche di partito siano solo una facciata e una finzione, si rafforza il cinismo nei riguardi delle istituzioni democratiche. Alla fine il senso d’impotenza della democrazia ha dato vita a un credo che si oppone in modo sistematico e violento alla democrazia stessa.

“Con il discorso al paese sul Vietnam, il 31 marzo 1968, il presidente Johnson ha fatto qualcosa di più che fermare l’escalation militare, intensificare i tentativi di negoziato e rinunciare alla rielezione. Ha annunciato il fallimento di una politica, forse anche la fine di un’epoca. La follia del Vietnam, se adeguatamente compresa, forse può salvarci da follie future. Con l’universalismo che ci ha portati nel Vietnam si è andato formando un gruppo di potere insolito per la società americana: una classe di militari interessati a termini di legge a istituzionalizzare e ampliare indefinitamente le politiche di interventi nel mondo intero. Con questa classe guerriera sono nate nuove forme di imperialismo. E’ qui certamente che va cercato uno dei moventi principali della nostra tendenza imperiale: l’incessante pressione dei militari di professione. Il blocco guerriero domanda costantemente più denaro, armamenti sempre più avanzati, sempre più impegni e interventi bellici. “La storia e le nostre conquiste -disse il presidente Johnson il 12 febbraio 1965- hanno imposto a noi la principale responsabilità di proteggere la libertà su tutta la terra”.

“Questo messianismo ci ha fatto perdere il senso dei rapporti tra mezzi e fini. Non penso che il nostro impegno originario nel Vietnam fosse di per sé immorale. Immorale è stato l’impiego di mezzi distruttivi assolutamente sproporzionati a fini razionali.

Il peso totale delle bombe sganciate sui due Vietnam era nell’ottobre 1968 di 2.948.O57 tonnellate. Il peso totale delle bombe sganciate durante la seconda guerra mondiale, sia nel teatro europeo sia in quello del Pacifico è stato di 2.057.244 tonnellate.

“Liberandoci dalle pastoie militariste della nostra politica estera, possiamo cominciare ad opporci. Solo riducendo la nostra presenza militare nel mondo potremo restaurare la nostra influenza. L’esperienza del Vietnam ha mostrato anche che non possiamo condurre due crociate simultanee: gestire una guerra anche piccola contro un paese sottosviluppato e contemporaneamente far fronte ai problemi interni degli USA. La politica di impegno totale nel mondo è incompatibile con la ricostruzione sociale in patria. In futuro il mondo terrà conto dell’America non per la sua forza militare, quanto per la capacità di sanare le divisioni interne e di realizzare le possibilità della società elettronica.

“Quanto alla Vecchia Politica, essa è un mito tenuto in vita dai politici professionisti che sono personalmente interessati a preservarla, e dai giornalisti che passano la maggior parte del loro tempo a intervistare i politici professionisti”.

Profirio

OBAMA E WILSON DUE STRANI PREMI NOBEL

Tutti sanno che l’invenzione del Regno degli Slavi del Sud -primo nome della Jugoslavia, nazione mai esistita prima e condannata ad esplodere- fu, nel 1918-20, uno degli infortuni gravi del presidente Woodrow Wilson, male imboccato dal Quai d’Orsay. Wilson fece a lungo l’astratto accademico (nel 1902 divenne rettore di Princeton) prima di diventare governatore del New Jersey e poi (1912-20) presidente degli Stati Uniti. Volle l’intervento statunitense nella Grande Guerra: e questo gli andò benissimo. Impostò la trasformazione degli USA nella prima potenza del pianeta.

Molti, tra cui l’arguto e sapiente professore Vittorio Mathieu, sostennero che quando intraprese a riformare l’Europa e il mondo Wilson fosse già sull’orlo della pazzia. Ma non era diventato pazzo: aveva sofferto un duro colpo apoplettico nel settembre 1920, quando tentava di piazzare agli americani un trattato di Versailles e una Lega delle Nazioni perfettamente contrari alla tradizione della Dottrina Monroe (=l’emisfero occidentale ai suoi popoli e gli americani a casa loro). Soprattutto gli stati del West erano accanitamente isolazionisti; le tensioni cui il presidente si sottopose nello sforzo di guadagnarli all’internazionalismo gli furono fatali. Wilson portò a termine il suo secondo mandato, ma da invalido. Di fatto governarono la seconda moglie, sposata di recente, e il colonnello Edward House, il più fidato dei confidenti presidenziali.

Parliamo di Wilson perché grazie alla sua guerra ammantata di idealismo sorse l’impero americano, e sorse sotto le apparenze di una gigantesca missione di pace. Apparenze irresistibili: quando la Germania guglielmina decise di arrendersi, nella tarda estate 1918, invocò i Quattordici Punti di Wilson. Il premio Nobel per la pace assegnato al presidente nel l919 fu indubbiamente meno bizzarro di quello elargito (pochi ricordano perché) a un Barack Obama da poco insediato alla Casa Bianca. Predicando incessantemente la fratellanza delle nazioni, in realtà mandando a combattere in Europa 29 divisioni, oltre due milioni di uomini, il celebrato rettore di Princeton avviò l’opera che ventotto anni dopo dette il trionfo al bellicismo di F.D.Roosevelt. Questo sarà ripreso da altri due presidenti democratici, Kennedy e Johnson, infine dai guerrafondai repubblicani di nome Bush.

Gli altri scacchi di Wilson furono il fiasco della Lega delle Nazioni -in seguito corroborato da quello, più grave, delle Nazioni Unite- e, oltre alla frantumazione della Jugoslavia, il naufragio della Cecoslovacchia e l’eccessivo ingrossamento della Polonia 1919. Infine, e soprattutto, fallì Weimar, che non fu una creazione di Wilson ma si raccordò all’assetto wilsoniano dell’Europa.

Si può sostenere che gli insuccessi del Nobel oggi a capo del sistema occidentale sono stati meno eclatanti di quelli di Wilson; e che il politico professionale portato sugli scudi dai neri di Chicago si è dimostrato molto più realista del professore consacrato dalle glorie di Princeton. Tuttavia resta il profondo iato tra i propositi idealistici dei due presidenti progressisti e le loro pratiche di governo.

Il presidente semi-nero dei nostri giorni ha ancora più di un anno per cercare di aggiungere qualche vittoria al suo palmarès. I limiti di Woodrow Wilson furono messi a nudo proprio da quella cessazione della Grande Guerra per la quale si era adoperato. Nel primo dopoguerra gli Stati Uniti si impadronirono del primato mondiale in contemporanea con la dimostrazione della loro immaturità o inanità a esercitare l’egemonia. Le contingenze storiche di un mondo che si fa multipolare stanno negando a Washington le opportunità che le si offrirono invano nel 1919. Le sfide dell’impero sono più ardue per Obama che per Wilson.

Tuttavia gli sbagli di Barack sono stati meno fatali. Egli sta cavandosela, nonostante non abbia saputo far fruttare i talenti a lui affidati. Woodrow Wilson stroncato dall’apoplessia

(e per questo crudamente deriso da d’Annunzio, che a Fiume sfidò l’infatuazione jugoslava del presidente) non poté compiere la sua opera: però il suo paese accelerò la corsa e sotto il guerrafondaio F.D.Roosevelt, discepolo e continuatore dell’uomo di Princeton, la portò al traguardo diciamo così in bellezza.

A.M.Calderazzi

LA GUERRA OBBLIGATORIA NON ESISTE PIU’

A cento anni esatti dai negoziati che ci fecero precipitare nel carnaio del primo conflitto mondiale, abbiamo avuto tre dei quattro governanti teoricamente preposti alla pace e alla guerra -presidente del consiglio, ministro della Difesa, ministro degli Esteri; (il capo dello Stato taceva)- i quali annunciavano che serviva una nostra spedizione in Libia, e che eravamo “pronti a combattere”. I polli rideranno molto a lungo di questo annuncio, presto sconfessato da Renzi. Combattere è una prospettiva su cui finora avevano farneticato solo bislacchi colonnelli in pensione, i piazzisti di Finmeccanica e quelli delle industrie d’armi bresciane, più gli sparuti nostalgici di quando lo Stivale dichiarava lo stato di guerra a intervalli regolari.

Fin qui la cronaca di una ridicola sesta settimana del 2015. Ora potrà seguire sia un immediato rinsavimento dell’opinione pubblica (per un attimo essa era sembrata, grazie ad alcuni giornalisti pagliacci, bisognosa di sangue); sia, in teoria, l’esatto contrario. Non ci sono parole abbastanza sprezzanti per descrivere le enormità cui il paese potrebbe arrivare se gli toccasse quanto capitò ai nostri nonni, cento anni fa. Le città dell’Europa intera impazzirono. Non solo gli studenti e i poeti, anche tutte le altre risme di interventisti reclamarono di procombere per questa o quella causa. Molti milioni di uomini furono accontentati, e un multiplo di loro si trovarono orfani, vedove, madri e padri in pianto.

Tutto ciò, questa follia collettiva, avvenne da noi assai meno che nelle città europee più protagoniste delle nostre del delirio patriottico. Berlinesi e parigini, più controllati i londinesi, più angosciati i viennesi, più rassegnati i pietroburghesi, più pazzoidi e animaleschi i belgradesi, tutti inneggiarono a gloriose vittorie, a superlative asserzioni delle rispettive virtù guerriere. Sappiamo come andò a finire nelle mattanze di Verdun, dell’Ost-Front, del Carso. Chi voleva morire in bellezza, qualche volta riuscì. Tutti gli altri morirono come bestie da macello. E dovettero farlo for King and Country: non solo per la patria, anche per fare contenti sovrani e principessine. Le guerre giuste non esistono, non sono mai esistite: E’ esistito il feticcio King and Country. Sul Carso, nella più tragica delle guerre dello Stivale, vigeva l’insultante obbligo di gridare “Savoia!” nell’andare all’assalto. “W il Duce”, almeno questo, non fu mai obbligatorio per il grosso dei combattenti.

Alla Trimurti bellicista di cui al nostro incipit si sono aggiunti un Berlusconi fuori di testa e un tot di oligarchi ladri e di pennivendoli più patriottici degli altri. Se si cercheranno di imporre gridi di battaglia quali “Costituzione!”, “Diritti”, oppure “Nozze gay and lesbian” è certo che i nostri assalti leonini avverranno in desolato silenzio. Nessuno si avventerà sul nemico inneggiando all’uguaglianza dei sessi, alla modernità, ad altri idola tribus. E se praticamente nessuno vorrà morire a beneficio dei vignettisti blasfemi, ancora meno si vorrà morire per i supermarket kosher o per gli imperativi di Netanyau. Occorre farla finita con le faide assassine. Lo stralunato e tragico 1914 vide un intero continente, allora il continente del dominio sul pianeta, abbandonarsi all’irrazionale. Morirono per primi coloro che si dicevano innamorati della morte. Fu la più grande e la più vera delle tragedie sofferte dall’uomo.

Tuttavia la guerra non si limita a falciare i combattenti. Arriva a farli morire nel ridicolo.

Centoquarantacinque anni fa i ristretti circoli che contavano nel Secondo Impero francese si concessero il lusso di imporre la più fatua delle guerre contro la Prussia, cioè contro la Germania che andava ergendosi unita e possente. Si trattava del trono di Spagna e il candidato prussiano, Leopoldo di Hohenzollern, rinunciò a concorrere di fronte alla veemente opposizione di Parigi (non un sovrano germanico anche a sud dei Pirenei). Ma quando l’ambasciatore francese reiterò la richiesta di una rinuncia diretta del sovrano Guglielmo I°, il cancelliere Bismarck lo fece cadere nella trappola: “Sua Maestà non ha niente da aggiungere agli affidamenti già forniti”. Fu il momento che la Francia cartesiana ma chauviniste perdette il senno: esigette la guerra per difendere il prestigio di grande potenza.

Bastarono due battaglie estive per annientare la Grande Potenza. Parigi assediata soffrì la sanguinosa rivoluzione della Comune. L’imperatore fu deposto e il trattato di pace tolse alla Grande Potenza l’Alsazia e parte della Lorena, stabilendo le premesse per i due peggiori conflitti mondiali della storia dell’uomo. La Francia ha pagato fino in fondo per essersi affidata alle armi nel 1870, nel 1914 e nel 1939. Quanto agli Stati Uniti, dalla guerra di Corea non fanno che pentirsi dello stesso errore: fare guerre per perderle tutte. Oggi la sfida islamista è senza confronti più estesa e più minacciosa che prima delle irresistibili spedizioni di G W Bush.

Per questa sfida esiste una sola soluzione definitiva: se si destineranno ad aiuti per lo sviluppo buona parte delle spese militari occidentali i popoli poveri ripudieranno l’estremismo e ameranno gli americani e i loro scudieri, crociati compresi.

A.M.C.

PARIGI: LA FIERA DELLE VELLEITA’

La manifestazione monstre -un paio di milioni di parigini, capeggiati da una cinquantina di statisti- è stato un evento storico? Sì, ove si faccia finta di non aver sentito e letto un alto numero di insulsaggini. Che la Francia, colpita  al cuore, s’é desta. Che siamo in guerra e combatteremo. Che la redazione di una testata satirica era un tempio della libertà e che questo tempio è stato profanato. Che i cinquanta statisti rappresentavano un’umanità che vuole lottare per l’ideale: come se obiettivo prioritario dei liberticidi di al Qaeda e di Boko Aram fosse dare una lezione a Diderot e a Condorcet,  non di regolare i conti con il colonialismo e con le crociate. Non è facile immaginare che i tagliagole del Califfato si curino davvero di istituire processi a tesi filosofiche affiorate quasi tre secoli fa.

Doveva accadere ed è accaduto: patrioti senza numero e senza paura hanno giurato in place de la Concorde a Marianne, graziosa deità laico-repubblicana in berretto frigio, che non arretreranno,  non tradiranno le conquiste della presa della Bastiglia. Però la Bastiglia non c’entra. In un certo senso non c’entra  la Francia.

Coll’attacco alle Twin Towers, il terrorismo dichiarò guerra all’egemonia planetaria degli USA, non alla Francia. Sono passati anni e la contrapposizione di valori e di civiltà è solo apparente. Lo sgozzamento di ostaggi e di prigionieri non è più ripugnante della noncuranza americana di fronte alla morte dei civili (collateral damages). C’è un’alleanza di plebi africane ed asiatiche che tentano di scalzare l’egemonia occidentale. Che esse lo facciano nel nome di Allah è quasi irrilevante. Quello che conta è la vastità geografica della sollevazione di genti prima sottomesse, oggi prigioniere della povertà, soprattutto quando vivono nelle banlieus francesi. G.W.Bush credette di poter rispondere all’ammutinamento coi metodi tradizionali dell’imperialismo: muovendo una guerra nell’Irak, poi in Afghanistan, entrambe perdute in un disonore  che prolunga quello delle spedizioni coloniali d’Indocina, prima francesi, poi americane. Preso atto delle sconfitte, oggi gli USA si arroccano nella Fortress America, e finora sono riusciti a scongiurare l’umiliazione di altre Twin Towers. Quanto al “socialista” che governa la Francia, egli è caduto nella trappola di credere di poter ereditare impunemente una parte dell’eredità americana: conduce spedizioni in Africa, capeggia operazioni convenzionali nel Vicino Oriente. Lo scontro di civiltà coll’Islam c’è ma è marginale.

Quando i milioni di manifestanti di place de la Concorde fanno mostra di volere affrontare i nemici della libertà, dei valori francesi, di Diderot, fanno del velleitarismo. La Francia potrà riuscire a proteggersi meglio contro gli assalti del terrorismo  ma sarà impotente ad agire fuori casa. Dunque i propositi bellicosi di quanti maledicono chi respinge le avventure militari, in realtà coprono la loro impotenza. Non saranno in grado  di compiere spedizioni importanti.

La Francia e l’Europa (a parte l’appendice britannica degli Stati Uniti) hanno in realtà una sola grande opzione: staccarsi dall’America,  destinare ad aiuti economici ( con occhiuti controlli, perchè non finanzino i tagliagole) le risorse finora assorbite dalle spese militari, e rispettare il diritto delle società islamiche ad evolversi in autonomia dal pensiero unico occidentale. Non è scritto che la modernità arrogante debba trionfare dovunque sull’orbe terracqueo. Dove Washington ha tentato di imporla, ha fallito. Fallirebbero la Francia e l’Europa.

I propositi manifestati a Parigi sono velleitari. E più che mai velleitari sono i piani di riscossa dell’Illuminismo: si lasci perdere Voltaire. I  gridi di battaglia levati  sotto il monumento a Marianna -fermeremo, debelleremo, i nostri valori sono più forti delle loro minacce-sono esibizioni da Luna Park. Per dirla con più delicatezza, fanno pensare a Vanity Fair. Nel Pilgrim Progress, geniale allegoria seicentesca di John Bunyan (“What Shakespeare is to English dramatists, what Milton is to English epic poets, that Bunyan is to writers of English allegory” c’è una città che si chiama Vanity. Vi si tiene una fiera che non chiude mai e dove “vanity and ostentation obtain” (si veda la sfilata degli statisti quasi tutti bugiardi). Alla fiera di Vanity si compra e si vende di tutto, tutto l’anno: le cose serie e utili come i capricci della moda (infatti oggi un’importante testata di moda si chiama Vanity Fair). A Vanity si vendono anche piani strategici per il sicuro successo della riscossa illuminista. Per il Trionfo di Marianna. Per i grandi destini dei valori républicains.

Valori necessariamente superiori : sperando che pochi ricordino. L’8 maggio 1945, mentre le piazze e le balere di Francia festeggiavano perdutamente la vittoria “francese” su Hitler, i cacciabombardieri e i cannoni francesi fecero oltre 15.000 vittime, soprattutto morti, tra gli algerini di Costantina e dintorni, che cominciavano a chiedere l’indipendenza. Anche allora, da una parte sola, si inneggiò a Marianna.

A.M.C.

FALLIRANNO LE CROCIATE CONTRO L’ISLAM, VINCERA’ IL RIPUDIO DEL BELLICISMO USA

Si levano di nuovo gli annunci di mobilitazione contro l’Infedele. Mille anni fa i capostipiti dei banditori crociati furono Pietro di Amiens e papa Urbano II; la loro Prima crociata andò discretamente, e le atrocità non furono eccessive. Seguirono altre sei crociate ufficiali, più alcuni conati minori. Andò tutto abbastanza male.

Da qualche settimana ogni paese occidentale, o simpatizzante, o satellite di Washington, viene esortato a prendere le armi: anche se è certo che esse massacreranno più bambini che tagliagole. I bandi di mobilitazione riguardano prevalentemente il fronte della lotta all’Isis. Però, se obbedissero alla logica, i banditori crociati dovrebbero additare vari altri scacchieri. Non agiscono terroristi un po’ dovunque, dai Boko Haram ai talebani, ai sacrileghi che tentano di prendere le terre del petrolio, agli altri che sobillano i quartieri etnici in Gran Bretagna, in Francia e non solo? Bei tempi quando il nemico era solo in Terrasanta. Oggi è dappertutto; stanarlo imporrà costi schiaccianti: non poche spedizioni  saranno sciolte prima ancora di partire.

A casa nostra l’appello alle armi più recente, 17 novembre 2014, è di Angelo Panebianco. Il suo corrusco editoriale ruota attorno all’intimazione: la minaccia del Califfato ‘isseremo la bandiera nera a Roma’ non è una sbruffonata, non va presa sottogamba. Che fare? Per Panebianco, serve la risposta bellica, con tutto l’arsenale che occorre. Panebianco lo sa, ma non lo dice: il nemico è dovunque sul pianeta, la crociata fallirà.

La soluzione è un’altra. Gli amici degli Stati Uniti, nonché quegli americani che sono dotati di raziocinio invece che devastati dalla ferocia patriottica, costringano la Casa Bianca a ripudiare il bellicismo. Le spedizioni militari, dalla Corea e dall’Indocina ad oggi, i superbombardieri e il napalm, hanno fatto degli USA la nazione più odiata della storia. Forse furono odiati ancora di più Vandali e Unni, però nelle terre dove sterminarono e devastarono. Invece gli USA  sono detestati sul pianeta intero, con intensità variabili.

Il giorno che alla Casa Bianca andrà un presidente dalla mente e dal cuore all’opposto di Roosevelt e di Kennedy, di Johnson e di Obama, egli riconoscerà le colpe e gli errori degli USA e il mondo deporrà gradualmente il sentimento antiamericano. Specialmente se i bilanci ridicolmente mostruosi del Pentagono e della Cia saranno tagliati, onde dare pane alle immense plebi che oggi si aspettano redenzione dal fondamentalismo, e da esso  ricevono provvidenze materiali e la forza di ritrovare l’orgoglio. Prima delle imprese yankee nel Golfo, nell’Irak, nell’Afghanistan  l’antiamericanismo nell’Islam era poca cosa rispetto a oggi. Il ravvedimento e la svolta antimilitarista sono le sole armi dell’Occidente.

L’Ottava crociata bandita da Panebianco e da altri, se partirà, finirà come la Settima.  Mossa da Aigues Mortes nel 1270, la Settima si fermò a Tunisi, perché il condottiero supremo, Luigi IX re di Francia, morì di peste; l’impresa finì. Quel sovrano fatto santo da un papa efferato (Bonifacio VIII) aveva capeggiato la crociata precedente, la Sesta. Sconfitto ad al-Mansura, il re era caduto prigioniero. Liberato dietro riscatto, restò altri quattro anni in Terrasanta a tentare di riorganizzare i resti dell’esercito crociato. Risultato, a suo tempo gli Ottomani espugneranno Costantinopoli e assedieranno Vienna.

Oggi, un sessantennio dalla mezza sconfitta in Corea, dopo l’immensa tragedia del Vietnam e dell’anima americana, dopo gli insuccessi disonorevoli che seguirono, non è verosimile che l’eventuale crociata di Obama e Panebianco abbia un esito migliore. Un tempo gli Stati Uniti si credevano invitti, dunque invincibili. Invece dopo la vittoria del 1945, conseguita non da soli e contro nemici sfiniti dall’inferiorità materiale, gli americani non hanno collezionato che umiliazioni. Anche perché la loro efficienza guerriera è infima: quante bombe sganciarono sul Vietnam, per finire sconfitti nella vergogna?

Avrebbero trionfato -come il capitalismo trionfò sul comunismo- se avessero investito una parte dei loro forsennati bilanci militari nella lotta alla povertà dei popoli che invocano Allah.

E’ ciò cheWashington dovrà fare in un avvenire non troppo lontano: ma costerà molto di più. E il disonore non si cancellerà; il passato non si cancella. L’America era la fidanzata del mondo. Con le sue crociate, tutte scadenti, è diventata un paese accanitamente militarista, il più odiato di tutti.

A.M.C.