Quando Churchill dovette farsi magliaro

Lo statista più menzognero del secolo XX fu Stalin (“Nell’Urss il potere è del popolo”), oppure F.D. Roosevelt (“Il Giappone ha attaccato Pearl Harbour a tradimento” e “Non manderò i ragazzi a combattere oltremare”)? Per più di un motivo è difficile rispondere, e infatti chi scrive si sottrae. Invece furono dette a livello sommo numerose bugie meno mastodontiche: qui uno dei mentitori “per necessità” più sfrontati fu Winston Churchill: con tutta la maestria dello stile con cui spacciava bugie, ossia faceva il magliaro.

Sorprendentemente indegno del suo prestigio fu il falso cui si costrinse nei giorni drammatici del giugno 1940. La Wehrmacht e la Luftwaffe avevano già annientato l’esercito francese, fino a quel momento considerato il più potente del mondo. Sessanta divisioni non esistevano più. Parigi, dichiarata città aperta, era già caduta, le strade della Francia erano invase da milioni di profughi e di militari fuggiaschi che cercavano di mettersi in salvo. A Bordeaux e nei castelli e alberghi, dove il governo e l’alto comando della repubblica morente erano riparati, si tentava febbrilmente di decidere tra la resa e alcuni conati di prosecuzione della lotta -il più temerario, perché inconsistente secondo il comandante supremo Maxime Weygand e il potenziale capo dello stato e del governo Henri Philippe Pétain- era quel trasferimento generale nel Nord Africa francese, l’ultima speranza del presidente del consiglio Paul Reynaud per non accettare la sconfitta finale (infatti la Francia chiese l’armistizio il 18 giugno).

In questa situazione di catastrofe finale il premier britannico faceva coraggiosamente una spola giornaliera da Londra per tentare di dissuadere i governanti alleati dall’abbandonare la lotta, o quanto meno per cercare di ottenere che la flotta francese, ancora intatta, si consegnasse nei porti britannici: nel qual caso Londra avrebbe rinunciato a tenere impegnata la Francia al patto del 28 marzo, che le vietava una pace separata. Nell’ultima delle impossibili missioni presso i vertici dell’alleato sconfitto, il primo ministro Churchill fece ricorso prima a una proposta cervellotica e implausibile, poi alla più spudorata delle menzogne. La proposta: i governi britannico e francese avrebbero dichiarato una “unione indissolubile” tra i loro paesi e i loro imperi. “Ogni cittadino francese avrà immediatamente la cittadinanza della Gran Bretagna; ogni suddito britannico diverrà cittadino francese”. La sensazionale pensata visse poche ore. Ne fu elettrizzato solo Paul Reynaud, rimasto solo a volere la lotta ad oltranza: annunciò emozionato che l’indomani avrebbe incontrato Churchill in un porto bretone per proclamare l’Unione franco-britannica”. Non uno dei ministri del suo governo e dei generali dell’alto comando appoggiò il presidente del Consiglio. Fu concorde il giudizio che l’Albione avrebbe fatto della Francia un vassallo o “un altro Dominion”. Tra l’altro il progetto supponeva fiducia nella finale vittoria del Regno Unito, fiducia che in quel momento era condivisa da pochi. Si pensava che Hitler avrebbe trionfato anche sulla Gran Bretagna. Anni dopo Reynaud confesserà che il rifiuto unanime dell’Unione escogitata da Churchill “fu la più grande delusione della mia vita”.

La menzogna spudorata, sempre per scongiurare l’uscita della Francia dalla guerra: Churchill fece arrivare ai vertici francesi la propria ‘convinzione’ che occorresse tentare di ottenere da Roosevelt un’immediata decisione di intervento nella guerra contro il Reich. Il primo ministro britannico sapeva alla perfezione che il presidente USA non era il Re Sole, non poteva decidere alcuna guerra. Poteva deciderla il Congresso -a determinate condizioni- e sempre che la volesse l’opinione pubblica. Il presidente poteva coll’inganno plagiare il Congresso e la nazione; e infatti questo otterrà a tempo debito Roosevelt: ma gli furono necessari circa 18 mesi, laddove per “salvare” la Francia si disponeva di poche ore. In più, per realizzare l’intervento nel conflitto mondiale il guerrafondaio Roosevelt ebbe bisogno dell’attacco a Pearl Harbour, da lui sistematicamente provocato con un interminabile e finto negoziato col Giappone, consistente nel respingimento di ogni richiesta nipponica. Tokyo lanciò i propri siluranti e bombardieri a Pearl Harbour dopo che Washington aveva bloccato le forniture da cui il Giappone dipendeva quasi totalmente. Per trascinare in guerra gli Stati Uniti Roosevelt ebbe bisogno di un’esplosione di sdegno patriottico del suo popolo, e la ottenne portando all’esasperazione le spinte espansioniste del Giappone.

La frode di Churchill consisté nel tentativo di far credere a Reynaud e agli altri responsabili francesi che la salvezza potesse loro venire da Washington entro le decine di ore che restavano prima del colpo di grazia del Reich. Sembra accertato dagli storici che Reynaud indirizzò al presidente plutodemocratico l’implorazione insinuata da Churchill, pur sapendo che essa nell’immediato era assurda. Com’è noto Roosevelt rispose no, peraltro con un messaggio che non mancava di esaltare “l’eroismo” dei francesi. Reynaud dovette dimettersi e il maresciallo Pétain -nominato suo successore anche col voto del leader socialista Léon Blum- chiese l’armistizio.

A.M.Calderazzi

La guerra, delitto e castigo della Terza Repubblica di Francia

Giorni fa Internauta  (“De Gaulle insegnò: le Costituzioni scritte dai partiti si stracciano”) segnalava le conturbanti affinità tra i dissesti della repubblica di De Gasperi e Benigni e quelli della Quatrième francese (1946-58); e rilevava che se quest’ultima meritò d’essere spenta dall’asserzione ‘monarchica’ di un generale de Gaulle povero di vittorie militari ma ricco di acume, oggi lo Stivale dovrebbe incoraggiare, lungi dal combattere, un leader capace di farsi, a modo suo, de Gaulle. La nostra repubblica è stata finora una specie di Quatrième: e lo Stivale meriterebbe di meglio.

Va tuttavia precisato che se la Quatrième spirò bambina, essa morì dei mali inguaribili della Troisième: parlamentarismo, partitismo, ipertrofia delle prassi rappresentative, onnipotenza delle oligarchie tradizionali, corruzione. Fu un regime abbastanza longevo -dal 1875 all’inferno del 1940; cioè visse il quintuplo della Quatrième- ma in sostanza nei suoi ultimi vent’anni aveva sofferto, anzi rantolato: nonostante le sontuose apparenze della coda della Belle Epoque.

La Terza sorse sulla disfatta di Sédan, che nel 1870 cancellò il Secondo Impero del Napoleone minore. Conseguì rapidamente l’opulenza finanziaria e in più si fece un vasto impero coloniale. Però si suicidò con due guerre mondiali, la seconda ancora più dissennata della prima. In ogni caso, si consegnò a una classe politica tra le più rovinose. All’aprirsi del secolo XX la Francia era un colosso finanziario, ma nel 1914 scelse di puntare tutto su una Revanche e su una dilatazione del prestigio che più non potevano costarle: nel maggio 1940 fu annientata dalla più grave disfatta della storia.

Nei 65 anni della sua esistenza, la Troisième contò 107 governi, quasi due all’anno: fu il parossismo del parlamentarismo. Dell’ultimo dei governi anteriori alla sfida al III Reich, presieduto da Gaston Doumergue ex capo dello Stato, fecero parte sette ex-presidenti del consiglio. Vuol dire che le crisi e gli intrighi di consorteria, dovuti soprattutto all’onnipotenza della Camera dei deputati, furono persino peggiori che nel nostro settantennio repubblicano. Del resto l’instaurazione della Terza repubblica fu approvata (30 gennaio 1875) con la maggioranza di un voto: 353 a 352. Quando il successivo 14 luglio 1886, alla festa della presa della Bastiglia, risultò che il brillante ministro della Guerra il Gen. Georges Boulanger era veramente amato dai francesi, si temette per gli equilibri, i contrappesi e le anchilosi ‘républicains‘.  Il Senato fu sul punto di processarlo costituendosi in Alta Corte; Boulanger riparò in Belgio (dove si suicidò sulla tomba dell’amante, morta di tbc).

Seguirono negli anni i conflitti con la Chiesa, l’affare Dreyfus e una sequela di scandali di ogni genere. Quando (il 16 febbraio 1899) un capo dello Stato morì improvvisamente per attacco cardiaco, si divulgò che ore prima era stato visitato nel suo ufficio dalla giovane e bella moglie di un pittore. Una vicenda personale; però un giornale accusò di omicidio ‘gli ebrei’ (erano i tempi dell’affare Dreyfus). Qualcuno richiese la deportazione di tutti i residenti ebrei. Fu una delle numerose volte che la repubblica apparve in pericolo. Il Senato costituito in corte di giustizia esiliò per dieci anni Paul Déroulède, micidiale oppositore del sistema.

Dalla nascita della Troisième la Francia visse -senza troppi traumi, va detto-  una crisi politica permanente. All’inizio della Grande Guerra c’erano già stati una cinquantina di governi, che erano durati mediamente un anno. Dopo la “vittoria” del 1918 la durata si dimezzò. Le crisi divennero più frequenti; ma i ministri non sparivano quasi mai. Aristide Briand fu membro di 25 gabinetti. Vari altri personaggi furono ministri una ventina di volte. Dall’aprile 1925, quando cadde il Cartel des Gauches di Edouard Herriot, al luglio 1926 il Parlamento rovesciò sette gabinetti (durarono 3 mesi ciascuno).

Se la Francia fu annientata dal Secondo conflitto mondiale, dal Primo restò prostrata. Quasi un milione e mezzo di morti, oltre due milioni di nati in meno, distruzioni di ricchezza per 134 miliardi di franchi oro. Alla conferenza della pace la Francia mancò in pieno di saggezza; col risultato che la pace durò meno di vent’anni. Il dominio di Parigi a Versailles ebbe come risultati diretti l’avvento di Adolf  Hitler e il secondo conflitto mondiale.

La decadenza finale della Terza Repubblica iniziò poco dopo la proclamazione della Victoire. Varie distorsioni strutturali logorarono la Troisième specialmente nel suo ultimo quindicennio. Sempre più numerosi furono i francesi per i quali le istituzioni parlamentari non erano più idonee a governare il paese. Alla caduta (luglio 1926) dell’ottavo governo di Aristide Briand il Tesoro era vuoto. Il Parlamento si affidò a Raymond Poincaré, lo statista che più di ogni altro aveva voluto la Grande Guerra. Da capo dello Stato, nonostante l’esiguità dei suoi poteri costituzionali, era riuscito a realizzare quell’olocausto. Aveva un talento tale che la sua gestione finanziaria, tornato primo ministro, fece miracoli. Si aprì una  ‘prospérité Poincaré’ che ricordava  i fasti della Belle Epoque. Ma era un inganno: la Grande Guerra aveva dissanguato la Francia al di là dei troppi morti e dell’immenso indebitamento.

La Troisième segnò lo zenit delle Duecento Famiglie che “possedevano”  l’economia. Le oligarchie controllarono ‘tutto’. Le politiche pubbliche apparvero concepite per arricchire ulteriormente i ricchi. I panneggi democratico-liberali occultarono i lineamenti reali di una società dominata in politica dai conservatori fino al 1936 (vittoria del Front Populaire). Se questo valeva per tutto l’Occidente, specifico della Francia era il giacobinismo ‘républicain’, guerrafondaio ed espansionistico, che si ispirava a Valmy, alle vittorie militari del 1793 e, beninteso, ai folgoranti trionfi napoleonici. Si aggiungevano le residue spinte Ancien Régime. Così la Troisième controllata dai conservatori volle, subito dopo la disfatta del 1870, la rinascita di un apparato militare molto potente. Poi, con Poincaré, esigette la Grande Guerra. Ma la République del Fronte popolare arrivò a destinare al riarmo l’85% del bilancio 1937.

La Terza repubblica fu anche una successione di scandali: canale di Suez, canale di Panama, Stavisky, Hanau e molti altri, sessuali compresi. Il denaro, pressocché sempre protagonista. Il 6 febbraio 1934, quando il paese apparve sul punto di cadere alle Leghe semifasciste, gli attivisti di destra che tentavano di espugnare le istituzioni lottavano su parole d’ordine quali “abbasso i ladri”. Ottantaquattro anni dopo, noi sappiamo che i politici italiani 1945-2018 sono stati più ladri di quelli francesi.

Altro fallimento della Troisième: possedeva il secondo più grande impero del mondo ma rinunciò a valorizzarne in grande le risorse, sempre per votarsi alla preparazione di una nuova guerra contro la Germania. Parigi dedicò un decennio alla costruzione di una linea Maginot – 7 piani di caverne! – talmente costosa da non essere propriamente alla sua portata. Tutti sanno che l’opera titanica risultò militarmente inutile. Dal momento stesso del trionfo a Versailles, la Francia fu prigioniera dell’ossessione di respingere la prevedibile vendetta germanica. Parigi accettò di farsi docile ausiliaria della diplomazia britannica, pur di poter contare sull’alleanza londinese. Fu un sacrificio inutile.

L’alternativa Caillaux

Un paese meno posseduto dagli imperativi sciovinistici avrebbe colto qualcuna delle opportunità -che esistevano- di arrivare a una composizione duratura del secolare scontro con la Germania. Nel 1911 il breve governo a Parigi di Joseph Caillaux (in precedenza importante leader radicale, di tendenza progressista) dimostrò nel concreto -con un trattato diplomatico e con la cessione a Berlino di una parte del Congo francese, in cambio del riconoscimento tedesco dell’egemonia francese sul Marocco- che le possibilità di pace vera col secondo Reich erano vaste e serie. Per il presidente Caillaux quello doveva essere solo l’inizio di una partnership franco-tedesca anticipatrice di quella che sarà fondata per sempre da de Gaulle e Adenauer.

La Troisième sconfessò nettamente Caillaux per scegliere Poincaré, cioè lo sciovinismo. Seguirono due conflagrazioni mondiali. Se nel 1870 la Francia fu duramente sconfitta, non fu solo perché i suoi governanti e generali furono surclassati dal genio di Bismarck e di Moltke. Fu anche in quanto l’opinione pubblica soccombette alla malattia del patriottismo sciovinista. I patrioti smaniarono per avere la guerra alla Prussia, in un delirio tale che si consentì loro di cantare la Marsigliese (vietata da vari decenni) nelle vaste manifestazioni antitedesche che le autorità parigine favorirono. Si credeva che il glorioso esercito fatto invincibile dal generale Bonaparte fosse non solo possente ma anche pronto a combattere. “Tutto a posto fino all’ultimo bottone delle ghette” aveva assicurato il maresciallo Leboeuf, ministro della guerra. Il duca deGramont, ministro degli esteri, indicò il Lussemburgo come prezzo minimo di evitare il conflitto. Il primo ministro Emile Ollivier dichiarò che affrontava la guerra “a cuore leggero”.

Invece la mobilitazione andò male e lo scontro sul campo assai peggio. Risultato, la guerra, scoppiata il 19 luglio, era già perduta pochi giorni dopo – a Wissenburg, a Fröschwiller e a Metz – prima ancora che a Sédan l’imperatore in persona fosse costretto a capitolare, fosse fatto prigioniero e, il 4 settembre, deposto. Seguirono i terribili due mesi della Comune parigina: centomila morti di cui ventimila passati per le armi. 35 mila processati, 13 mila condannati, di cui 3 mila deportati. Il primo capo provvisorio dello Stato repubblicano, Adolphe Thiers, era stato solo nel parlamento a chiedere ‘un istante di riflessione’ a quanti invocavano il conflitto.

La Troisième, che arricchì largamente la grossa borghesia, dette al paese vaste colonie e una lunga serie di scandali. Quello riferito al canale di Panama -vide 104 imputati che avevano pagato o ricevuto tangenti e rovinò innumerevoli risparmiatori-  non fu che una delle tante manifestazioni del malaffare. E all’occorrenza le conquiste coloniali esigettero l’impiego di mezzi spietati.  Scrive lo storico Marc Ferro (‘Storia della Francia da Vercingetorice a Chirac’): “Intere popolazioni passate a fil di spada o arse vive (Bugeaud in Algeria e anche Gallieni… Nel 1845 il generale Pelissier affumicò un migliaio di arabi nella grotta di Dahra. Il pantheon dei generali conquistatori -Joffre in Sudan, Gallieni in Madagascar, Gouraud in Dahomey, Lyautey in Marocco- compensò i fallimenti politici del sistema.”Fu grottesco che i maggiorenti parigini credettero di poter perpetuare, finita la Seconda guerra mondiale, quel parlamentarismo che aveva fatto degenerare la storia di Francia a partire dal 1870.

La Terza modernizzò il paese e soprattutto lo fece ricco. Tuttavia perdette le grandi sfide, cominciando da quella di rinnegare i foschi retaggi del patriottismo bellicista. Perdette soprattutto la sfida di fare quella pace definitiva con la Germania che era stata la proposta del solitario Joseph Caillaux. La catastrofe che venne nel 1914 fu prevalentemente il crimine del revanscismo ipernazionalista: prostrò la nazione irrimediabilmente e rese certa la ripresa del conflitto mondiale nel 1939.

Messa così, i peccati che nel 1958 uccisero la Quarta repubblica furono quasi veniali rispetto a quelli di una Troisième che non aveva imparato nulla dai fallimenti dei due Napoleoni. La Quarta repubblica trovò in de Gaulle il giustiziere che la abbatté senza sforzo. La repubblica precedente era apparsa trionfare con la vittoria del 1918 e con le sopraffazioni e gli errori di Versaglia: ma trovò il proprio giustiziere atroce in Adolf Hitler settantotto anni fa.

Antonio Massimo Calderazzi

La gloria falsa di Churchill e quella vera di Caillaux pioniere dell’asse franco-tedesco

Farabutti e carnefici, macellai di popoli, furono senza eccezioni i governanti che centoquattro anni fa vollero la Grande Guerra; guerra che riprese nel 1939 dopo una tregua ventennale. Parliamo innanzitutto di Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese nel 1914, nonché dei tanti suoi modesti imitatori e seguaci: per esempio gli italiani Antonio Salandra, presidente del Consiglio (nelle Memorie  lamenterà che la guerra non gli aveva fruttato un titolo nobiliare); per esempio Sidney Sonnino, negoziatore del patto di Londra; più ancora Vittorio Emanuele III, accanito custode delle tradizioni militaresche dei Savoia (i quali, bisogna ammetterlo, erano stati bravi a farsi, da Medii feudatari alpini, sovrani di rango). Di Gabriele d’Annunzio tacciamo. Invocò la mattanza, contribuì a renderla inevitabile ma fece questo in quanto poeta epico-lirico, sfortunatamente preso in parola da tanti aspiranti cadaveri del Carso.

Ma addirittura pazzi furono coloro che, invasati di autodistruzione, vollero l’immane carneficina sapendo o intuendo che essa, oltre a cancellare i loro troni, avrebbe spento se stessi nonché le loro famiglie. Tra le teste coronate il perfetto suicida fu perciò lo zar Nicola II. Le cronache dicono che nel firmare l’ordine di mobilitazione generale contro Austria-Ungheria e Germania scandì parole che attestavano presentimenti luttuosi. Ma firmò, plagiato in particolare da un ministro degli Esteri, Sergjei Dmitrovic Sazonov, che lo dominava.

Lo aveva convinto che l’impero russo non poteva rinunziare a quell’ineguagliabile occasione di raggiungere le estreme mete occidentali: l’egemonia nei Balcani e nell’Est Europa, la leadership panslava, la tradizionale aspirazione al mare caldo. Sazonov – spalleggiato da uno Stato Maggiore umiliato sì di recente dal Giappone ma singolarmente fiducioso di vincere un confronto bellico con gli Imperi Centrali – era un mestatore nel torbido, scellerato in cilindro come i suoi pari del tempo, rotto a qualsiasi canagliata sulle vite di milioni di sudditi, pur di conseguire le spregevoli glorie del mestiere diplomatico. La Russia era talmente immensa da non avere necessità di conseguimenti geopolitici. Nicola firmò, con la mobilitazione, la propria condanna a morte. In piena coerenza i trionfatori bolscevichi passarono per le armi l’intera famiglia dello Zar. L’eccidio fu, con la cancellazione dell’impero, l’esito obbligato della più folle delle imprese belliche dei Romanov. La guerra di Sazonov portò una rivoluzione incapace di misericordia.

Nel 1914 solo la Spagna tra le grandi nazioni europee ebbe la saggezza di rifiutarsi al conflitto mondiale. Presiedeva il governo il conservatore Eduardo Dato, ed egli riuscì a far fallire i conati di alcuni circoli radicaleggianti -includenti il futuro padre della fallita repubblica Manuel Azagna- : invocavano che la Spagna si unisse alla crociata  dell’Intesa in quanto più progressista di quella di Berlino e Vienna. Non era tanto più progressista, e in ogni caso la nazione spagnola non aveva alcun motivo per combattere. La sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti aveva cancellato nel 1898 le ultime ragioni perché la Spagna cercasse di conservare qualcosa dell’antico ruolo planetario.

A Madrid prevalse il senso comune: la neutralità consentì al regno borbonico di fare eccellenti affari vendendo a tutti i belligeranti, e in più di avviare la sua prima industrializzazione. Se oggi la Spagna è nel gruppo di testa delle società moderne, lo deve a non essersi dissanguata nella Grande Guerra.

Assai più sventurato fu l’altro regno iberico, il Portogallo, che partecipò al conflitto dalla parte degli Alleati, degli inglesi in particolare. Fu succube per la sola ragione che le sue vicende politiche non gli consentivano una politica estera autonoma. Nel 1917 il governo che aveva voluto la guerra fu rovesciato, ma il contingente portoghese non fu ritirato dal fronte. Invece nel secondo conflitto mondiale Lisbona riuscì a sottrarsi al destino di fornire carne da cannone.

Pagarono carissimo per i mercanteggiamenti di morte dei loro governanti i paesi minori che non sfuggirono alla sventura di guerreggiare. Ma almeno la Romania conseguì quella volta cospicui vantaggi territoriali (al prezzo di oltre trecentomila morti). I lutti del secondo conflitto mondiale furono nell’assieme ancora più gravi. Comprendendo i vari olocausti si arriva a parlare di cinquanta milioni di morti.

L’aspetto più drammatico fu che la terribile esperienza 1914-18 (ma si continuò a morire per qualche anno, magari di malattie) insegnò quasi niente ai popoli come ai governi. Non erano passati sedici anni da quando gli europei avevano fermato il massacro quando si ebbe la prova che niente era cambiato nel pensiero sulla guerra e sulla pace.

La Germania umiliata da Versailles si era data un dittatore per la vendetta, e nel 1935 il dittatore aveva sfidato il trattato di pace ordinando alle sue truppe di attestarsi in Renania, territorio germanico. Questo scatenò nei circoli nazionalistici francesi, e non solo francesi, un autentico parossismo antigermanico: in pratica si esigeva che i vincitori del 1918 riprendessero subito le armi per stroncare sul nascere il revanscismo tedesco. I vertici francesi e britannici dovevano imporre ai loro popoli un immediato ‘casus belli’. Come se un’intenzione di vendetta, da parte germanica, fosse la stessa cosa di una vendetta effettiva, talmente grave da giustificare una ripresa della strage. Col senno di poi, forse sarebbe stato meglio tentare di soffocare al primo vagito l’espansionismo hitleriano. Ma tanta prontezza nel riaprire una lotta armata straordinariamente atroce, era ragionevole?  Non era piuttosto assurdo dare per scontata la riduzione a zero dell’orgoglio tedesco?

In Francia, i politici che sbraitarono di più nel pretendere risposta fulminea alla rimilitarizzazione della Renania furono Paul Reynaud e Georges Mandel. Oggi quasi nessuno li conosce. Ma Mandel divenne presto ministro ed esponente dei più accaniti tra i fautori dello scontro (finirà assassinato). Quanto a Reynaud, nel 1940 ascese a capo del governo allorquando l’esercito francese, allora considerato il più potente al mondo, fu sbaragliato in poco più di una settimana dalla Wehrmacht e dalla Luftwaffe. Reynaud avrebbe dovuto riflettere prima di assumere le posizioni estreme. Per qualche giorno egli tentò di fare il Churchill francese: annunciò che avrebbe trasferito il governo in Africa per continuare la guerra dall’impero coloniale. Nessuno lo prese sul serio, dovette dimettersi; il maresciallo Petain ottenne i pieni poteri, chiese l’armistizio al vincitore e cancellò la Terza Repubblica. Gli irriducibili parigini mancarono di realismo.

 

Winston Churchill è stato consegnato alla storia come il più glorioso dei lottatori. In effetti nessuno è stato più combattivo di lui, che non aveva mai rinunciato a sperare che il presidente F.D. Roosevelt costringesse il popolo degli Stati Uniti -in maggioranza isolazionista- a entrare nel conflitto per salvare la Gran Bretagna (e per passare l’impero mondiale agli USA). Churchill credette di dover perseguire la vittoria finale senza curarsi dei costi. Costi che furono terribili.

I fatti sono quelli che sono. Churchill fu l’inglese che più di ogni altro volle e condusse il secondo conflitto mondiale. Però nel 1939 il Regno Unito era la maggiore potenza imperiale al mondo. Nel 1945, a guerra vinta, la leadership era sparita -anche dagli oceani-, l’economia era dissanguata, la struttura industriale in pericolo;  la Germania, il Giappone, persino l’Italia si sarebbero rialzati prima e meglio che la superba ex superpotenza. In più si apriva il rapido smantellamento dell’Impero. La fine della grandezza non avrebbe potuto essere più brutale. Si può sostenere che la patria britannica sarebbe stata sommamente fortunata se non fosse stata guidata dal belluino Winston Churchill, assetato di grandi spedizioni aeronavali. Nel 1915 volle quella disastrosa dei Dardanelli, da lui ideata contro il parere degli ammiragli suoi dipendenti. Tentò anche di organizzare una spedizione contro i sovietici, ma questa non gliela permisero, tanto sangue erano costati i gloriosi Dardanelli. Era tale la sua voluttà guerriera che provò a partecipare in persona allo sbarco in Normandia, in divisa di tenente colonnello. Volle comunque, non sappiamo dove, sparare personalmente alcuni colpi di cannone.

Questo vuol dire che non l’epico duello col Reich, bensì una transazione semi-amichevole avrebbe salvato la grandezza britannica. Si è accertato che Hitler non voleva lo scontro frontale con la Gran Bretagna. Nei giorni della trionfale conquista della Francia il Führer spiegò così ai suoi generali la propria decisione di non annientare l’armata britannica a Dunkerque: “Ammiro l’Impero britannico. La sua esistenza è utile al mondo tanto quanto la sua opera di civiltà. Io domanderò alla Gran Bretagna di riconoscere la preminenza della Germania in Europa.  La restituzione delle nostre colonie sarebbe desiderabile, non essenziale…Sono pronto ad offrire all’Inghilterra, se si trovasse in difficoltà, il sostegno del mio esercito. Desidero una pace con la Gran Bretagna su basi compatibili col suo onore”.

Dunque il Führer non mirava ad umiliare il Regno Unito. Voleva mano libera nell’Europa orientale e, senza insistere troppo, voleva una grossa colonia. Da come sono andate le cose, è oggettivo che a Londra sarebbe convenuto addomesticare o placare la belva germanica e quella nipponica, piuttosto che affrontare una guerra disastrosa, piuttosto che accettare la perdita del primato mondiale e del più grande degli imperi.

Anche la Francia del 1939 possedeva un grande impero: e anche alla Francia sarebbe ampiamente convenuto cedere parte di un dominio intercontinentale inutilmente vasto, che Parigi non aveva saputo valorizzare, piuttosto che subire dal Terzo Reich la più grave disfatta militare della storia. Oltre a tutto Parigi si fece imporre la seconda guerra mondiale da un fatto artificioso all’estremo quale un dubbio trattato diplomatico con Varsavia. Versailles aveva innalzato una Polonia gigantesca perchè molestasse da est la Germania. Negli Anni Venti Parigi aveva scopertamente gestito, con un generale francese, il sorgere di un apparato militare satellite polacco, sempre in odio alla Germania. Però la garanzia militare che Francia e Gran Bretagna vollero dare a questa Polonia intesa come ausiliare e sicaria antigermanica era irrealistica. Infatti la Polonia fu annientata in pochi giorni, in totale assenza di soccorsi occidentali; il suo mandante parigino avrebbe avuto un destino terribile pochi mesi dopo. Quasi nessun francese e nessun inglese fu disposto a “morire per Danzica”.

Meglio avrebbe fatto Parigi, già nel momento che Berlino si sottometteva (novembre 1918) a moderare il proprio trionfo, a non infierire sull’avversario sconfitto. Meglio avrebbe fatto Parigi a imboccare la strada dell’intesa duratura con la Germania. La Francia aveva avuto nel 1911 un primo ministro, Joseph Caillaux, che incarnava quella strada. Quell’anno Caillaux aveva scongiurato un conflitto con Berlino a proposito del Marocco (crisi di Agadir); la formula trovata era consistita in uno scambio territoriale nel Congo francese inteso a normalizzare possibilmente per sempre il rapporto col “nemico ereditario”. Ma quello stesso anno un capriccio del catastrofico parlamentarismo Terza Repubblica scalzò dal potere Caillaux e insediò il suo perfetto contrario: Raymond Poincaré, massimo esponente del revanscismo francese, presto elevato a capo dello Stato e a sommo tra i guerrafondai del 1914.

La linea Caillaux -l’intesa di fondo con la Germania guglielmina- fu stroncata duramente. Venne la Grande Guerra. Verso la fine del 1917, col grosso della strage già consumato, con varie divisioni francesi e con alcune unità germaniche prossime all’ammutinamento, e con le Potenze Centrali disposte a cercare con qualche anticipo le vie della pace, l’ex-presidente del Consiglio Caillaux fece qualche passo in Germania in vista di un negoziato che avvicinasse la fine del massacro. Lo scoprì il capo del governo Georges Clemenceau, il “Tigre”, divenuto il terribile demiurgo della guerra ad oltranza. Caillaux fu arrestato coll’accusa d’alto tradimento.

Tenuto in carcere, benché ex-presidente del Consiglio e figlio di un ministro particolarmente autorevole, Caillaux rischiò seriamente la condanna capitale: tale era l’accanimento di Clemenceau contro i “disfattisti” cioè tutti coloro che invocavano o suggerivano la fine dell’eccidio. Nel 1920 l’Alta Corte condannò l’ex primo ministro per  ‘corrispondenza col nemico’  ma non per alto tradimento. Cinque anni dopo il Nostro fu amnistiato. Ma aveva rasentato la fucilazione, o magari la ghigliottina. Fu dunque il martire di una causa -l’amicizia con la Germania- che trionferà quando     Charles De Gaulle e Konrad Adenauer decideranno di capovolgere la storia.

 

In conclusione. Winston Churchill figura ancora ammantato di gloria guerriera. Ma è una gloria non solo sinistra, anche oggettivamente falsa: la guerra di Churchill distrusse la grandezza britannica. Non andò molto meglio dell’impresa dei Dardanelli.  Una gloria ben più vera, voluta dal futuro, spetta a Joseph Caillaux, che anticipò nel concreto l’asse franco-tedesco e, come tale, fu premessa di Europa.

Antonio Massimo Calderazzi

GLI ERRORI TOTALI SU EBREI E URSS NON I CRIMINI PERDETTERO ADOLF HITLER

Non sembra  richiedere dimostrazione l’asserire che non furono i crimini atroci ad abbattere il Führer, furono alcuni errori di fondo. Il primo e, sulla distanza, il più catastrofico, fu di odiare gli ebrei. Dal punto di vista di Hitler l’ebraismo non avrebbe dovuto essere il male assoluto da spegnere, bensì l’avversario da aggiogare al carro del trionfo germanico, poi da utilizzare. Il Faraone, i sovrani assiri e babilonesi, Ciro il fondatore dell’impero persiano, Alessandro Magno, la Roma degli imperatori Tito e Adriano, l’Islam, tutti -salvo Ciro-. oppressero e massacrarono gli israeliti; ma non valutarono di doverli far scomparire. Li assoggettarono e sfruttarono.

I regni antichi della Bibbia, comprese le ‘gloriose’ sovranità di Davide e di Salomone, nonché quella di Erode, furono vassalli di dominatori stranieri. Troppo piccola e debole la nazione degli ebrei. Nei due millenni che seguirono alla dispersione finale per mano di Tito e di Adriano, tutte le aggregazioni di ebrei nel mondo accettarono la sottomissione ai sovrani che le sovrastavano, da quelli orientali a quelli di Spagna, Francia e di ogni altro regno cristiano.

Gli ebrei non furono solo oppressi: anche valorizzati come una delle stirpi più dotate,  creative e ricattabili. Al Andalus, cioè la Spagna maomettana, accordò grande favore a tutti quegli ebrei -erano tanti- che avevano più intelligenza e denaro di altre etnie. Nella Russia meridionale l’intero regno dei Cazari si convertì nel VII secolo alla religione dei giudei. Tutta la storia dell’Occidente è stata segnata dall’oppressione e al tempo stesso dalla valorizzazione e sfruttamento della stirpe ebraica. Quest’ultima, troppo esigua per l’indipendenza, accettava il servaggio e prosperava: nonostante le vessazioni, i pogrom, persino i parziali stermini.

Se Hitler avesse fatto come tutti indistintamente i dominatori della storia, il Terzo Reich sarebbe stato rafforzato e fatto più efficiente dal vassallo ebraico: un vassallo volenteroso, assuefatto a servire. L’ elemento ebraico ai vertici della finanza della Gran Bretagna e degli Stati Uniti (qui molto influente anche in politica) avrebbe persino ostacolato, se il Führer non fosse stato accecato dall’antisemitismo, la crociata antigermanica degli angloamericani. Soprattutto nella Washington di Franklin Delano Roosevelt, tutti i Baruch e i Morgenthau e tutti i tanti intellettuali d’ingegno passati negli USA non avrebbero fomentato il bellicismo antitedesco di Woodrow Wilson e del suo discepolo demoplutocratico, l’impresario del bugiardo New Deal.

Gli ebrei di qualità avrebbero fatto come tutti i loro predecessori della storia: sarebbero stati una delle strutture portanti del Terzo Reich, e avrebbero risparmiato a Hitler l’infamia dei Lager di sterminio.

Il secondo errore assurdo di Hitler è stato, naturalmente, far guerra all’Urss. L’assalto a Cecoslovacchia, Polonia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Francia aveva senso, prometteva d’essere vittorioso. La Francia, unico osso duro, era stata già umiliata dai germanici nel 1870 e agli inizi della Grande Guerra. Gli altri paesi europei erano prede facili del lupo hitleriano. Invece il fango, il gelo e la vastità della Russia avevano abbattuto Napoleone. Qui Hitler sbagliò tutte le valutazioni. Tanto più in quanto sembra accertato che Stalin, mentre disprezzava i suoi futuri, implausibili alleati Churchill e Roosevelt (“Non sono che dei democratici”), ammirava con poche riserve Adolf Hitler. Dicono i libri di storia che il dittatore sovietico riluttasse a credere all’assalto germanico ancora negli ultimi giorni della pace con Berlino. Se l’ammirazione di Stalin era vera, l’Urss avrebbe dovuto essere l’alleata, non la vittima del Reich. Il patto Molotov-Ribbentrop era tutt’altro che insensato per entrambi i dittatori che lo stipularono.

La Russia rovinò il Führer come aveva rovinato Napoleone e il Primo Impero. Se il III Reich non fosse stato tramortito in Russia, è dubbio che Gran Bretagna e Stati Uniti sarebbero riusciti a battere la Germania e i suoi scadenti alleati. La guerra d’Indocina e le imprese belliche americane che ad essa sono seguite hanno distrutto la presunzione di superiorità militare degli USA, e hanno seppellito per sempre il prestigio guerresco del Regno Unito. Senza le vittorie dell’Armata Rossa e quelle del generale Inverno, non è probabile che la Seconda Guerra mondiale sarebbe finita in Europa con la disfatta e il suicidio di Hitler. Logica avrebbe voluto che i due dittatori si saldassero in vera alleanza. Nemmeno è certo che Londra avrebbe voluto la guerra ad oltranza a un Reich amico dell’Urss, ipoteticamente rafforzato dalla cooperazione del giudaismo germanico e dalla non ostilità del giudaismo del mondo.

I quadrimotori angloamericani seppero certo radere al suolo le città e le industrie del Reich. Ma se il Reich non si fosse automutilato in Russia, è dubbio che i quadrimotori l’avrebbero avuta vinta sulla Luftwaffe e sulla contraerea di Hitler.
E’ dubbio persino che la volontà di combattere di Londra sarebbe stata dell’acciaio vantato a guerra vinta. Un compromesso tra la voracità tedesca di conquista e il pragmatismo britannico sarebbe stato nell’ordine delle cose: tanto più in quanto Hitler, già nei giorni trionfali del giugno 1940, aveva dato segni di non mirare all’umiliazione della Gran Bretagna. Infine i vertici britannici non potevano ignorare che nemmeno la rovina dello sfidante germanico avrebbe scongiurato la fine della grandezza e dell’impero britannico.  Dunque una composizione con Berlino non era assurda.

Conclusione. Adolf Hitler firmò la propria condanna quando, fallito il Putsch del 1923, scrisse dalla prigione bavarese il “Mein Kampf”, mettendo l’odio agli ebrei e al comunismo al centro della sua opera. Fu allora che sbagliò le decisioni programmatiche fondamentali. Vendicare l’umiliazione di Versailles, sì. Insignorirsi del continente europeo, sì. Strappare alcune colonie alla Gran Bretagna, magari con un negoziato, sì. Invece lo sterminio degli ebrei, i quali lo avrebbero aiutato a vincere, fu illogico. Altrettanto lo fu la guerra totale all’Urss.

Antonio Massimo Calderazzi

Senza la pazzia della guerra, secolare longevità del Regime e dell’Impero

Il 13 giugno 1940 capovolse la Storia. In quel terzo giorno dal nostro ingresso nel Secondo conflitto mondiale un Putsch a palazzo Venezia risultò nella cattura del Duce e nel suo momentaneo internamento in un istituto psichiatrico segreto. Il colpo fu compiuto da ufficiali dei corpi d’élite -paracadutisti, assaltatori dei ‘maiali’, piloti da caccia – capeggiati da Luigi Durand de la Penne e da Junio Valerio Borghese. In un breve ma violento scontro con pugnali e altre armi bianche caddero la maggior parte dei Moschettieri del Duce. Il vuoto di potere fu provvisoriamente riempito, sotto la nominale presidenza di Donna Rachele Mussolini, da un energico maresciallo Pietro Badoglio, allora non investito da accuse per la rotta di Caporetto.

La maggiore decisione fu la revoca immediata dello stato di guerra con Francia e Gran Bretagna, seguito da un trattato d’amicizia perpetua. Il Reich minacciò di invadere la Valle Padana, ma subito prevalse il sollievo per la rinuncia italiana a combattere. L’Alto Comando germanico convinse il Führer che l’Italia era più utile come fornitrice di vettovaglie d’eccellenza: anche se le partite sarebbero andate anche agli Alleati.

La terapia psichiatrica al Duce, diretta dal magiaro Pal Attila Haitx-Equord, massimo frenologo d’Ungheria, fece miracoli: venti giorni dopo Benito Mussolini lasciò la clinica segreta completamente guarito dalle pulsioni belliciste e invece deciso a imitare l’accorta e proficua ‘non belligeranza’ del Caudillo spagnolo, Francisco Franco.

Ripreso il suo posto a palazzo Venezia il Duce espresse il suo vivo elogio (“Avete guarito me e fatto felice l’Italia”) ai congiurati del maresciallo Badoglio (dietro il quale era stato in realtà il Re e Imperatore, Vittorio Emanuele III). Solo allora la Nazione apprese l’accaduto, perciò l’ammirazione e il caldo affetto per il Duce, intensissimi dal tempo della conquista dell’Etiopia, superarono ogni livello immaginabile. Gli osservatori e gli statisti furono pressoché unanimi nel prevedere che, avendo scelto la pace, il Regime avrebbe raggiunto e agevolmente superato il secolo. L’ingresso nel secondo conflitto mondiale era -ed è- la sola colpa grave addossata dagli italiani al Fascismo.

Questo spiega che il Regime abbia già oltrepassato i novantacinque anni e che giorni fa abbia annunciato l’istituzione del ministero Millenario. Missione, celebrare nel 2022 il primo secolo dalla Marcia su Roma.

La peculiare diarchia italiana -coesistenza Dittatura del Littorio/Monarchia- vige più che mai, peraltro avendo acquistato caratteristiche innovative. Lo smisurato merito acquistato da Sua Maestà il Re Imperatore nel rovesciare il 13 giugno 1940 la storia dello Stivale si è tradotto nell’attribuzione alla Dinastia di Umberto Biancamano della facoltà di revocare lo Statuto Albertino, octroyé nel 1848 da Carlo Alberto. Inoltre tutti i maschi di Casa Savoia hanno acquisito il diritto di sposare una Mussolini di Predappio, quello di sedere nel Gran Consiglio del Fascismo; quello di capeggiare, se desiderato, i ranghi previdenziali e ricreativi del PNF. Dal canto loro i massimi gerarchi del regime sono autorizzati a istituire ordini cavallereschi parificati a quello di Malta. Altri aggiornamenti sono intervenuti nella diarchia Corona-Fasci. Saranno prossimamente passati in rassegna da Internauta.

L’uscita fulminea dell’Italia dal secondo conflitto mondiale produsse effetti portentosi. Le nostre città non furono distrutte. Mantenemmo l’Impero, Dodecanneso compreso, e lo allargammo al Kenya (lo comprammo a comode rate dal Regno Unito, ormai rassegnato a perderlo nonostante la prode resistenza della Raf contro la Luftwaffe). La nostra flotta e la nostra Aeronautica risultarono talmente superflue che ne mettemmo all’asta i tre quarti (in larga misura prenotati dalla Catalogna che intendeva fermamente dominare il Mare Nostrum), mantenendo il restante per le parate nei genetliaci dei principi del sangue e del podestà di Predappio. Il petrolio, il gas e l’uranio scoperti nelle colonie fecero dell’Italia un colosso degli idrocarburi e d’ altro. I nostri giovani trovarono eccellenti jobs permanenti nelle colonie di proprietà nazionale. Infine dopo il 13 giugno 1940 facemmo affari lucrosissimi con gli scervellati belligeranti, tutti condannati a destini infausti per non avere imitato l’Italia.

Soprattutto stupefacente il destino politico della Nazione littoria. Cessato, per la metempsicosi pacifista del Duce, il pericolo di coinvolgimenti in altri conflitti, il fascismo si confermò il credo imperituro di tutti gli italiani. Una sparuta minoranza di antifascisti -alcune dozzine di individui- si organizzò in una compagnia di comici che batté le piazze internazionali, con premi Oscar e straordinari successi di pubblico e di critica. Parte degli incassi delle tournées furono devolute ad opere irrigue nell’Acrocoro etiopico.

Gli italiani, che già avevano dato l’oro alla Patria e avevano praticato la fede fascista nel primo diciottennio del regime, decretarono l’apoteosi a Mussolini, cioè lo divinizzarono. Per la fase aperta dalla miracolosa guarigione pacifista del collega di Jupiter, i filosofi della storia hanno adattato la formula, cara a Friedrich Nietzsche, della “trasfigurazione del Nous creatore”.

Quasi tutti gli intellettuali, che fuori dell’Impero littorio sono prevalentemente di sinistra, nello Stivale & Colonie fanno propria la felice sintesi tra totalitarismo e liberalismo demoplutocratico: il tutto a valle del ripudio definitivo della guerra, anticaglia novecentesca. Gli arbori bellicisti del primo quarantennio del secolo XX si sono placati. Dal 13 giugno 1940 i Fasci non si chiamano più “di combattimento”, bensì “di intrattenimento”.

Porfirio

Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

La Frontiera e il West, sole vittorie degli USA    

L’America che in un tempo lontano fu la Fidanzata del mondo, oggi ripugna per molti suoi lineamenti: cominciando dal bellicismo, al tempo stesso permanente e frustrato. Ambirebbe a impiegare una forza che nella storia non fu mai data altrettanto smisurata. Non può perché precipiterebbe nell’abiezione, si confermerebbe il più canagliesco degli imperi. Ha il pugno proibito, come un pugile professionale.

Peraltro, da qualche anno, si dubita addirittura sia ancora un impero, con tanti fallimenti più o meno gravi. Trionfarono nel 1945; da allora non hanno più vinto un confronto militare. Nel Vietnam, in Cambogia, nel Laos non avrebbero potuto farsi sconfiggere più ignominiosamente. In più pareggiarono spesso la ferocia delle SS e dei boia di Stalin.

Tuttavia chiudere così il bilancio di un’esperienza nazionale che fu grande è una perdita netta per l’umanità. Dallo sbarco dei Pilgrim Fathers l’America visse tre secoli di avanzamenti e conquiste. Poi l’intervento nella Grande Guerra –imposto dal catastrofico Woodrow Wilson a un popolo che voleva restare coerente con se stesso e col retaggio di G. Washington e di Jefferson – dilaniò la giovinezza dell’America. Un ventennio dopo il guerrafondaio F.D.Roosevelt completò la costruzione dell’impero planetario, al tempo stesso ponendo le premesse per l’ignominia e i fallimenti in Cina, in Corea, in Indocina. Non si dimentichi che lo scontro frontale coll’espansionismo nipponico fu giustificato da FDR coll’intento di estendere l’impero alla Cina. Però l’impresa portata a termine a Hiroshima risultò inutile: la Cina passò a Mao. Hanno aggravato la disfatta le spedizioni coloniali in Somalia, Irak, Afghanistan, altrove.

Uno come me che sbarcò la prima volta a New York da uno degli ultimi transatlantici, deve cercare nella memoria lontana per trovare i bei momenti dell’America: il viaggio del Mayflower, la ribellione a Giorgio III, la conquista della Frontiera e del West. Quest’ultima certo implicò lo sterminio dei nativi. Ma non esistono nazioni che siano diventate grandi senza spargere il sangue dei vinti e quello proprio. In più le stirpi più bellicose degli Indiani furono corresponsabili con gli invasori del genocidio che subirono.

La colonizzazione bianca non era incompatibile con la sopravvivenza dei nativi. Quando potettero, le tribù indiane esercitarono ferocie estreme, che attirarono rappresaglie spietate. Le ferocie non erano obbligate; era fatale che popolazioni tanto esigue e arretrate fossero costrette a consegnare il continente agli invasori. In quel passato lontano il Nord America aveva posto anche per i conquistatori bianchi. Le stragi compiute dai pionieri, dai cowboys e dai reggimenti di cavalleria furono all’incirca come quelle delle SS, della Wehrmacht, dei russi nel Caucaso, dei turchi in Armenia: le quali sarebbero state meno atroci se non avessero agito i partigiani, i guerriglieri, gli estremisti del patriottismo. Se questi ultimi non avessero ucciso non ci sarebbero state le rappresaglie odiose, le Oradour, le Fosse Ardeatine, le Sant’Anna di Stazzema. Meglio avrebbero fatto i Sioux, gli Apache, i Comanchi ad essere pacifici.

Nonostante tutto, la conquista del West resta una pagina grandiosa.  Alla ricerca delle fasi ‘buone’ della vicenda americana, scavo nella mia memoria di farmer dodicennale di una contea ontariese confinante coll’Upstate New York – anche per la suggestione degli insegnamenti di Thomas Jefferson faceva il libero ‘yeoman – e trovo un mese da me passato a Austin, capitale del Texas, quando un rodeo era un evento ben più sentito che un’Olimpiade o che un’assemblea generale dell’ONU. Il rodeo celebrava la bravura e il coraggio del cowboy, e il cowboy era un eroe americano assai più autentico che un equipaggio di astronauti.

Nel Nord America, Canada compreso, è archeologia accademica anche lo scavo nel basement di una capanna di minatore dell’Ottocento. All’università di Austin la punta di diamante delle investigazioni storiche più originali e più convinte, è la riflessione sul grande allevamento bovino, sui ranch, sulle cavalcature degli Apache, sui pozzi per abbeverare il bestiame e gli uomini, sul filo spinato, sulle ferrovie, su tematiche affini. Gli storici “western” ancora oggi rievocano il tentativo fatto da Jefferson Davis segretario alla Guerra (il futuro presidente della Confederazione sudista), di introdurre il cammello nel Sud per i trasporti dell’Esercito.

Nel 1931 un cattedratico dell’università del Texas, Walter Prescott Webb, pubblicò un libro di 472 pagine per descrivere nel concreto più dettagliato e quotidiano “la svolta che prese la civiltà americana quando nella sua avanzata verso Ovest essa, civiltà, uscì dalla foresta e popolò le pianure”. Aveva ragione: gli Stati Uniti nacquero dai boschi come Afrodite dal mare di Cipro. Presero ad adulterarsi, a perdere innocenza, quando divennero una nazione di città, inevitabilmente corrotte. Si rigenerarono quando sboccarono nel West.

Per il nostro storico indagare su quella svolta volle dire ripensare la scure, il fucile, il cavallo, la barca, gli altri mezzi coi quali il pioniere e il cowboy conquistarono la Frontiera. Anzi, era essenziale accertare che fu il six-shooter (il revolver Colt) a trionfare nei pascoli del West.

Uno dei molti duri condizionamenti cui i pionieri dovettero adattarsi per sopravvivere furono i venti caldi: almeno una volta i treni della Southern Pacific furono fermati perché il “chinook” aveva distorto le rotaie.

Un detto comune da quelle parti recita che un jackrabbit mangia quanto un cavallo. Questo roditore faceva tanti danni alle colture che ad una delle battute contro esso parteciparono 700 persone, che uccisero o catturarono 20.000 bestie. Tra il 1888 e il 1897 le battute uccisero mezzo milione di grandi lepri. Impressionante il numero dei bisonti. Una mandria particolarmente grossa poteva contare mezzo milione di capi. Nel 1880 gli USA vantavano 40 milioni di bovini. All’Ovest un grande ranch copriva l’area di un migliaio di fattorie contadine.

Nel 1874 fu venduto il primo rotolo di filo spinato. Il filo spinato chiuse l’era della libertà assoluta: pascolare ovunque, non riconoscere diritti altrui, non rispettare leggi, non permettere l’insediamento di contadini stanziali. Condizioni dure ma seducenti, che non potevano durare. I cowboys e i ranchmen erano una genia rozza e affascinante, il cui vigore e spirito d’avventura stregava gli abitanti dell’Est.

In dieci anni una mandria di 100 vacche poteva raggiungere 1428 capi, senza contare i maschi destinati a rifornire di carne le città dell’Est. Si vendettero mandrie e diritti di pascolo a speculatori di buona parte del mondo. Un trafficante si fece ricco collocando diritti di pascolo nel New Mexico sulle sponde del Pecos River. Arrivò a sostenere che sul fiume facevano servizio regolare cinque vapori, e non era vero.

Nel 1885 venne una crisi drammatica: esaurimento dei pascoli, ondate di freddo terribile. Un solo grande ranch del Texas perdette 15 mila capi su 25 mila. Segui un decennio di sciagure, poi i tempi tornarono euforici. Il cowboy divenne una figura leggendaria: coraggio, forza, somma maestria nel cavalcare.

Sono pochi gli storici accademici del West che non abbiano dovuto indagare sugli aspetti più materiali e tecnici dell’espansione verso Occidente: da come cavalcare e come stendere recinzioni, a come costruire mulini a vento per attingere acqua, a come gestire gli ‘stampedes’ (le fughe improvvise di grandi mandrie).

Il West fu l’affermazione dell’Americano primigenio: inglese, scozzese, irlandese. I tedeschi dell’Illinois e dell’Iowa non raggiunsero le Grandi Pianure occidentali, cioè non fecero i cowboys e i ranchmen. Soprattutto nel Sud-Ovest arido si impose il primo ceppo americano – i Jones, i James, gli Smith, i McDonald. I neri non si spinsero oltre il 98° meridiano, gli esteuropei non vollero andare dove non pioveva, i cinesi restarono sulla costa del Pacifico. Gli immigrati di fine Ottocento-primo Novecento si addensarono negli slum sull’Atlantico, dunque non conobbero il West. Messa così non furono veri americani gli italiani, gli esteuropei, i neri, altri.

Theodore Roosevelt fu l’ultimo leader nazionale che, oltre a impersonare la Frontiera vera nell’immaginazione letteraria e politica – pur essendo nato in una famiglia patrizia del New York – si sforzò di difendere la vocazione Western dell’America come l’autentico e il più nobile destino nazionale. Gli succedette Woodrow Wilson, il quale rappresentò un’America catturata dall’Europa, dal suo urbanesimo, dalle sue guerre e trame diplomatiche: tutto ciò che George Washington e Thomas Jefferson avevano respinto nel nome dell’autenticità e dell’innocenza americane. L’intervento nella Grande Guerra, imposto da Wilson e dai circoli guerrafondai, snaturò la logica della Prima America, tutta vocata all’emisfero occidentale.

Wilson, antagonista simbolico di Theodore Wilson e insulso rettore di un college per ragazze ricche, fu anche il liquidatore morale dell’avventura Western, nonché dei suoi valori più alti. Con Franklin Delano Roosevelt, un protetto di Wilson, si aprì l’equivoca era imperiale dell’America, diametralmente opposta ai modelli dei Padri Pellegrini, della Frontiera e del West.

I successori di Wilson, incluso John Fitzgerald Kennedy finto campione di democrazia, in realtà condottiero della plutocrazia, del militarismo, della degenerazione dello Spirito americano, non hanno più conseguito vittorie. Hanno invece aperto l’età del disonore, non solo avviando la turpe guerra d’Indocina ma anche perdendola nella vergogna. Con Kennedy si aprì il declino americano, che mezzo secolo dopo non accenna a chiudersi.

Niente di ciò che l’America consegue oggi è paragonabile alle gesta dei pionieri e dei conquistatori del West. Quella che fu la più giovane, la più vigorosa e “morale” delle nazioni è oggi il più gigantesco degli Stati-canaglia.  Più nessuna gloria e invece odii o malanimi dal pianeta intero.

A.M. Calderazzi

LA BOLDRINI HA DIFETTI, NON QUELLO D’ESSER FIGLIA DI ARRIGO BOLDRINI

Fece bene Laura Boldrini, tempo fa, a respingere d’impeto la bufala secondo cui era figlia dell’omonimo Arrigo. Meritò la solidarietà di tutti. ‘Figlia di un mito della Resistenza’, nome di battaglia Bulow, era troppo anche per una deputata di Vendola. Tutti hanno diritto a non essere associati al capo di quel gappismo che tra l’aprile e il giugno 1945, dopo la ritirata dei tedeschi e la resa degli ultimi fascisti, passò per le armi nella sola località di Cavenigo (Padova) 136 persone: non tutti militi o brigatisti neri, anche civili e parenti.  Cavenigo è una delle pagine più infami della ferocia partigiana, e si inserì in un panorama di atrocità che non sfigura nel confronto con le stragi SS. Nell’intero padovano le esecuzioni successive alla “vittoria” dei killer di Stalin furono molte centinaia.

Il principale capo guerrigliero locale era Arrigo Boldrini: logico che nel contesto di allora venisse assolto dai tribunali. Si usava così. Non lo sappiamo che la nostra Repubblica – un settantennio dopo  riconosciuta in genere come la peggiore d’Occidente – nacque dai mitra gappisti? Allora, nella gloriosa Fase Costituente, agli autori o coordinatori dei fatti antifascisti più crudeli spettavano larghe immunità. In più ricompense, decorazioni, cariche e prove monetarie della riconoscenza di noi contribuenti. Così i responsabili di Dongo e di via Rasella (cioè delle Fosse Ardeatine) sedettero a lungo in parlamento. Così Boldrini\Bulow fu deputato, poi senatore – senza interruzioni – per undici legislature (1945-94, mezzo secolo). Il PCI esercitava i suoi diritti.

E l’interminabile opera legislativa di Nilde Iotti, consorte di Togliatti (eletta 13 volte, complessivi 51 anni), come negare che ad essa dovemmo il Miracolo economico e l’ingresso tra i Grandi del pianeta? L’ex partigiana Nilde fu acclamata tre volte presidente della Camera, un record (per me uno scandalo). Per non far mancare la sua figura all’Assemblea e alla Nazione, si dimise pochi giorni prima di morire alla clinica Luana. Di fatto agonizzava già sull’arcipoltrona presidenziale. Quando Nilde firmò le dimissioni, Giorgio Napolitano si inebriò d’ammirazione: la proclamò “splendida figura”. Anche se il popolo del PCI si era turbato quando Togliatti, per unirsi a lei, lasciò moglie legittima e un figlio. Ma Giorgio, futuro atlantista, futuro estimatore della guerra di Afghanistan pensava sub specie aeternitatis, pensava a come sarebbe stato peggiore il nostro futuro senza le tre presidenze successive e senza il tacito ripudio dello stalinismo.

Ad Arrigo Boldrini riuscì di diventare poco meno che uno statista e un ricostruttore della Patria: per esempio fu vicepresidente della Camera e incarnazione a vita della gloria guerrigliera. Tra pochi giorni nella superba Aula della Regina a Montecitorio celebreranno il centenario della sua nascita le tre somme cariche dello Stato più, per l’antica milizia comune nel nome di Stalin, Giorgio Napolitano. Il centenario, come per Garibaldi, Torquato Tasso e Tazio Nuvolari!

Non solo: decorarono Boldrini con la medaglia d’oro (!) al valor militare. Solo lui avrebbe potuto fare il conto preciso delle raffiche, proprie e altrui, che aveva sulla coscienza. Inutile dire una volta di più che l’idea e il movimento del comunismo sono stati uccisi soprattutto dalla ferocia ‘bolscevica’ del retaggio rosso.

Nell’agiografia di Arrigo Boldrini c’è anche uno spunto di comicità irresistibile. Si enfatizza infatti che il nome di battaglia Bulow se lo dette, o gli fu assegnato, per avere teorizzato la “pianurizzazione”. Che vuol dire? Vuol dire che mise a punto la strategia politico-partigiana della “pianurizzazione”: la guerriglia  poteva|doveva scendere dalle montagne alle campagne e alle città di pianura. Dunque il Nostro divenne Bulow – occorrerebbe un’Umlaut’ o metafonesi, ma la mia tastiera ne manca, oppure sono ciuccio io – e non so se Boldrini usava umlaut – con riferimento ai meriti di stratega del conte Friedrich von Bulow, dalla parte prussiana vincitore sotto Bluecher di Napoleone Bonaparte. Ha scritto il riverente storico Guido Crainz: “La pianurizzazione fu una scelta vincente. Ebbe il merito storico di dare fiducia al mondo contadino”. Ne conseguì che i contadini-assassini di Boldrini abbatterono il Terzo Reich e forzarono il Fuehrer a inghiottìre  il cianuro.

Chissà se invece Boldrini, col suo doppio diploma, di scuola media e di perito agrario, non abbia preso a modello un altro dei von Bulow: il principe Bernhard, cancelliere del Secondo Reich, marito di una principessa italiana e genero di Laura Minghetti; il barone Dietrich, teorico dell’arte tattica; il barone Hans, musicista e marito di Cosima Liszt, successivamente risposata a Richard Wagner; il diplomatico Heinrich, ministro degli Esteri di Prussia; il feldmaresciallo Karl, comandante d’armata nella Grande Guerra; oppure il conte Ludwig, fatto presidente della Slesia nel 1825. Ci avreste mai pensato: un trionfo stalinista in pianura ispirato da una dinastia di grandi prussiani, magari Junker oppure no?

Forse anche per questo Laura, pacifista/progressista intensa, si dissociò dall’Omonimo: non solo medaglia d’oro per meriti di mitra ma anche emulo del pensiero strategico prussiano.

A.M.Calderazzi

 

TERRORISMO: L’UTOPIA DEI PROFETI MEGLIO CHE IL REALISMO DEGLI STATISTI-NULLITA’

Forse non sarebbe questo il momento per fare il Misogallo. Per chi non ha fatto il classico bensì lo scientifico o l’informatico: si intitolò Misogallo lo scritto con cui Vittorio Alfieri esplicitò il suo sdegno per quel che facevano i giacobini francesi nei pochi anni che la Rivoluzione borghese degenerò in quotidianità della ghigliottina. E sì che nelle famiglie piemontesi del suo ceto la Francia era quasi patria. I nobili, se non usavano il dialetto, erano francoparlanti. E lui, il nostro sommo tragico, andò a Firenze non solo per ‘lavare in Arno’ il suo scrivere, anche per prendere assidue lezioni di lingua italiana.

Il qui sottoscritto non è disgustato come l’Alfieri. Però certi recenti casi d’oltralpe gli sembrano rotondamente ridicoli. L’aggressione del terrorismo è cosa troppo seria per legittimare le trasferte patriottiche dei politicanti a Versailles, con obbligate allusioni alle grandi vittorie del Re Sole. Lì la nomenclatura, facce compunte e labbra modellate dai melismi della Marsigliese, ha recitato un copione eroico (con venature comiche): siamo in guerra, nessun compromesso, saremo spietati, orgoglio nazionale, valori laici, République, Liberté, diritti ai concerti rock e alle nozze gay, altri emozionanti gridi di battaglia. La Francia magari si rialzerà, come scrivono gli editorialisti cesarei. Ma è in grado di vincere solo un modico di vittorie di consolazione.

Gli arcicomandi di Hollande hanno fatto salpare la portaerei De Gaulle, e il gesto piace ancora agli épiciers che, a stare al Generale che dà il nome alla superba ammiraglia, fanno il grosso della nazione vittoriosa a Valmy e a Jemappes. Una portaerei fa effetto, avvicina un po’ chi ce l’ha alla Home Fleet e alla U.S.Navy. Però nell’ultima guerra mondiale il compianto guerrafondaio F.D.Roosevelt ne aveva un centinaio di portaerei (di varia stazza). Vinse, e dopo di lui i successori hanno perso tutte le guerre che hanno intrapreso. Non bastano le portaerei.

Per parlar chiaro: il fiammeggiare a Versailles dello spirito militare -quello della Francia ufficiale come quello degli épiciers- ricorda i nostri Otto milioni di baionette e le nostre Otto corazzate. E il presidente Hollande non dimentichi che molti statisti compaesani sono caduti nei trabocchetti della Storia. Per sprovvedutezza.

1870: Emile Ollivier, capo dell’ultimo governo del Second Empire, e l’Alto Comando assicurano Napoleone III che sbaraglierà la Prussia di Bismarck. 1914: il presidente Poincaré, giunto a Pietroburgo sulla maestosa corazzata “France”, accompagnato dall’innocuo primo ministro Viviani, convince lo Zar a dare il via alla Grande Guerra (distruggerà lo Zar, la sua larga famiglia e molti milioni di uomini; darà la Russia ai bolscevichi). 1918: Georges Clemenceau è certo d’avere meritato l’Eliseo in quanto il Tigre de la Victoire; e invece no. 1919: il trattato di Versailles, troppo punitivo per la Germania, crea le premesse per il trionfo di Hitler. 1939. Edouard Daladier entra in guerra per onorare un impegno con Varsavia (che non onorò). L’impegno era stato assunto per comprare la sudditanza di una Polonia fatta artificialmente grande a Versailles. 1940: Paul Reynaud, capofila dei pochi che vogliono la guerra ad oltranza da una colonia africana, deve umiliarsi a guidare in chiesa una delegazione di ministri, tutti atei o ultra-laici, che fingono di implorare Santa Genoveffa perché salvi Parigi dalla Wehrmacht così come la salvò da Attila. 1957: il premier socialista Guy Mollet crede di schiacciare con le armi la rivolta d’Algeria e partecipa alla ‘vittoriosa’ spedizione di Suez.

Insomma Hollande è montato a cavallo, ma è difficile che torni vincitore. Con gli altri condottieri della Francia ha dato al tremendo problema del terrorismo la risposta più banale di tutte; quasi certamente la più inutile, avendo a che fare con un avversario che sembra non scarseggiare mai di kamikaze volontari. Le armi e le coalizioni potrebbero persino sconfiggere momentaneamente l’Isis territoriale. E dopo? L’estremismo esasperato è diffuso nei continenti. Si possono bombardare e conquistare tutti i continenti?

Se la soluzione militare non esiste, meno che mai esiste quella diplomatica. Non resta che l’utopia, ancora una volta più realista del realismo dei generali e degli statisti. L’utopia che sorga un pugno di uomini veramente grandi, grandi come il Nazareno e come Maometto, i quali sciolgano le rispettive Chiese ed eserciti di clero, e fondino l’Ecumene dei credenti. L’utopia, inoltre, che il mondo dei ricchi accetti di impoverirsi, di cambiare stili di vita e di consumi, per condividere ciò che hanno con le masse che oggi sperano nell’Isis.

Questo avvento della Più Grande Pace profetizzò Isaia (19, 18-24): “Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani, ma poi li risanerà. In quel giorno l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria e gli Egiziani renderanno culto insieme con l’Assiria. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra”. Cose troppo immense per i semplici inconcludenti Bergoglio e per una turba di imam, muftì e capirabbini.

Eppure invocare che avvengano promette assai più che confidare negli Hollande e nei Cameron, nei loro marescialli, diplomatici e altri co-protagonisti del Nulla.

Jone

1921: IL GRANDE GIOLITTI BATTUTO DAI LILLIPUZIANI. ACCADRA’ A RENZI, PER L’IDENTICO ERRORE

Quasi opposte come sono le figure politiche e umane di Giovanni Giolitti e di Matteo Renzi, probabilmente le loro parabole storiche risulteranno pressoché uguali. Il secondo è, tra i politici delle due/tre repubbliche dello Stivale unito, il più brillante, il più assertivo, il più rinascimentale; in ogni caso, il solo che abbia provato ad innovare. Giolitti fu il maggiore dei primi ministri del Regno tra Cavour e Mussolini. Aggiornò il sistema liberal-capitalista, scongiurando che restasse un’oligarchia di notabili reazionari e che fosse abbattuto, come altre monarchie, dalla Grande Guerra e dalle ondate rivoluzionarie che seguirono.

Tuttavia, dopo avere imperato sulla politica italiana del primo quindicennio del secolo, lo statista piemontese subì la sua più grave disfatta nel maggio 1915, quando fu soverchiato dall’infatuazione guerresca della piccola borghesia interventista stordita dai lirismi di d’Annunzio, dalle suggestioni progressiste, dal denaro della propaganda franco-britannica. Il ‘dittatore parlamentare’ della Terza Roma non riuscì a difendere la nostra sacrosanta neutralità. Risultato, seicentomila morti, tragedie smisurate, i conati di bolscevismo, dunque il fascismo; poi le sciagure del secondo conflitto mondiale, la caduta del Paese ai partiti rapinatori: masnade dei peggiori professionisti dell’impostura elettorale sulla scala dell’intero Occidente.

Giolitti sembrò rialzarsi e rifulgere con le luminose, dure verità del ‘discorso di Dronero’, il 12 ottobre 1919. Umiliato nel 1915, tornò al potere nel giugno 1920, alla caduta di F.S.Nitti. A Dronero, il suo collegio elettorale, aveva ripreso il suo ruolo di primo tra i governanti italiani pronunciando una dura requisitoria contro i responsabili della tragedia bellica, nonché contro l’aggravamento delle storture del nostro sistema. Così la riassumono gli storici francesi Pierre Milza e Serge Berstein, autori di ‘Le fascisme italien’: “Denunciando i vizi del sistema oligarchico che aveva gettato l’Italia in guerra contro la volontà del popolo, Giolitti formulò a Dronero un programma neo-liberale adatto alla situazione. Bisognava che in futuro, con una modifica dello Statuto albertino, il Parlamento potesse pronunciarsi sui trattati e sulle dichiarazioni di guerra. Bisognava liquidare il passato, aprire una ‘inchiesta solenne’ sulla guerra, sulla condotta delle operazioni, sui grandi contratti di forniture, per far sapere al Paese come erano stati sprecati miliardi. Giolitti proponeva forti tagli alle spese militari, un’imposta progressiva sui redditi e sulle successioni, un prelievo eccezionale sui patrimoni e sui profitti di guerra. Le classi privilegiate che avevano condotto l’umanità al disastro non potevano essere più sole a dirigere il mondo, i cui destini sarebbero stati ormai nelle mani del popolo”.

A destra si levò contro il Nostro l’accusa di sinistrismo: qualcuno parlò di ‘bolscevico dell’Annunziata’ (pedestre riferimento all’Ordine cavalleresco dell’Annunziata che innalzava i pochi insigniti a ‘cugini del Re’). Le elezioni del 16 novembre 1919 dettero ragione a Giolitti: vittoria incontestabile per le forze di sinistra e per gli avversari della guerra. Giolitti sembrò aver salvato la democrazia liberale. Invece fu presto abbattuto dalla vecchia politica: da quel parlamentarismo e partitismo che in passato aveva padroneggiato e fatto docile. Le elezioni del maggio 1921 tradirono in pieno le sue attese: si dimise il 1° luglio. Le divisioni tra le consorterie di notabili menomarono per sempre la fiducia del popolo nelle istituzioni. Inevitabilmente trionfò il fascismo.

Il parallelismo con la parabola di Renzi è impressionante. La logica del sistema generato dal settarismo della Resistenza e della Costituzione partitocratica farà fallire la maggior parte dei grandi progetti del Rottamatore; così come quasi un secolo fa il parlamentarismo disfece lo statista di Mondovì. Giolitti aveva sopravanzato tutti; le sue proposte erano le più idonee ad affrontare la grave crisi sociale, a sventare le minacce del bolscevismo velleitario di Gramsci e dei socialisti massimalisti, a contenere le ben più concrete violenze del fascismo. Ma fece l’errore di continuare a credere nella via legale nelle virtù delle urne, laddove i Parlamenti e il liberalismo erano morenti: non solo in Italia. Poco dopo l’avvento di Mussolini ci furono quello di Salazar in Portogallo, quello di Miguel Primo de Rivera in Spagna, entrambi accolti entusiasticamente dai cittadini. Giolitti non si era accorto di quanto cambiavano i tempi. Cominciava l’agonia di Weimar. Le soluzioni più o meno autoritarie si profilavano o prevalevano altrove: Pilsudski in Polonia, Horthy e il conte Bethlen in Ungheria, Avarescu in Romania, monsignor Seipel a Vienna.

Dunque la fase aperta dalla Grande Guerra era congeniale alle soluzioni anti-demoplutocratiche, antiparlamentari e giustizialiste. Giolitti voleva conciliarle in Italia coi giochi di un parlamentarismo che boccheggiava tra le occupazioni delle fabbriche e delle terre e le sopraffazioni squadristiche. Avrebbe dovuto puntare non su don Sturzo e su Turati, bensì sui metodi spicci dei capi militari, in quel momento circonfusi di prestigio per aver finito col vincere la guerra. Per esempio sul ruvido ligure Enrico Caviglia, che aveva comandato l’Ottava Armata e a cui Giolitti affiderà di liquidare in poche ore la sedizione di d’Annunzio a Fiume. Scelse invece, forse per una precoce senilità di settantottenne, il vecchio strumento del notabilato oligarchico: elezioni anticipate per rafforzare l’esecutivo. Invece le urne frantumarono lo schieramento rinnovatore che vagheggiava. Il ‘Dittatore parlamentare’ che non si fece Dictator vero -quello della Roma repubblicana nei momenti duri- fu annientato da un parlamentarismo che nell’emergenza del 1920-21 egli avrebbe dovuto spazzare via.

Uguale sarà il destino di Matteo Renzi. Ha creduto di poter rottamare la vecchia politica in alleanza con quest’ultima: con Montecitorio, con palazzo Madama, con la Corte costituzionale bastione del partitismo, col Quirinale pinnacolo e vertice della Casta, con le bande della cleptocrazia. Il gattamelatesco Fiorentino sta facendo a 39 anni lo stesso sbaglio del vegliardo che a Dronero era apparso un gigante (e che Georges Sorel, il teorico dello sciopero rivoluzionario, aveva immaginato volesse instaurare e capeggiare una Repubblica).

Matteo Renzi ci fece credere che volesse raddrizzare la vecchia politica. Governando ci ha chiarito che intende fare l’eversore perbene col consenso delle Istituzioni. E’ certo che si illude. Farebbe ancora in tempo a ibernare for good dette istituzioni. Come? Motivando e guidando un pugno di giovani ufficiali giustizialisti: le occasioni non mancheranno perchè, emuli dei capitani portoghesi che nel 1974 rovesciarono senza sparare il regime salazarista, ci liberino della partitocrazia ladra. Poche ore fa i furfanti del parlamento hanno votato per riprendersi un finanziamento pubblico che speravamo abolito. Il sistema non punisce quei ladri di Stato. Lo facciano i centurioni di un Renzi che apra gli occhi. Magari svegliato dalle Afroditi che illegiadriscono il governo.

A.M.C.

GLI AMARI PRESAGI DI A.M.SCHLESINGER JR SUI DESTINI DELL’AMERICA

“Prima che il mio mandato alla Casa Bianca finisca, dovremo fare nuove prove per dimostrare se una nazione organizzata e governata come la nostra potrà durare. Il risultato non è affatto certo”.

John Fitzgerald Kennedy disse queste parole piene di fato nel 1961; e Arthur M. Schlesinger Jr le mise a epigrafe della propria intensa opera “The crisis of confidence -Ideas, power and violence in America” (1967). Questo Schlesinger, figlio di un altro Arthur M. che insegnava storia a Harvard, fu uno dei grandi nomi dell’Amministrazione Kennedy, astro del ‘circolo degli Scipioni’ che attorniava il presidente. Successore nella cattedra del padre a Harvard, consigliere speciale del presidente Kennedy, influenzò la temperie culturale della Nuova Frontiera più o meno come Paolo Diacono monaco longobardo segnò un po’ il regno di Carlo Magno. Qui vogliamo evocare alcuni pensieri di Schlesinger Jr, tratti dall’ edizione italiana (Rizzoli), per mostrare come un intellettuale di vertice presentiva mezzo secolo fa il degenerare delle prospettive anche spirituali dell’America, l’antica ‘fidanzata del mondo’.

“Siamo molto meno ottimisti riguardo a noi e al nostro futuro. Sembra che ormai gli eventi sfuggano al nostro controllo, che non possiamo più difenderci dal corso ineluttabile della storia. Cè motivo di credere che il pessimismo sia radicato come non mai. Le nostre città sono travagliate e in rivolta, c’è una crescente sfiducia e amarezza da parte delle minoranze, c’è un disfacimento dei legami di urbanità sociale, c’è una violenza contagiosa, c’è un moltiplicarsi del fanatismo di destra e di sinistra, c’è la generale tendenza, specie tra gli intellettuali, i giovani e i neri, a ripudiare l’assetto del paese. In cinque anni abbiamo avuto l’assassinio di tre uomini (John e Robert Kennedy, M.Luther King) che con la forza trascinante dei loro ideali avrebbero potuto tenere unita la nazione.

“All’estero l’America suscita sempre maggiore scetticismo e antipatia, i suoi intenti sono fraintesi e calunniati, i suoi sforzi inutili. Il fatto che mezzo milione di soldati americani, coadiuvati da un milione di soldati alleati, impiegando i mezzi della più moderna tecnologia militare, non sono riusciti a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri in pigiama nero ha scosso la nostra fiducia nella potenza dell’America. E le devastazioni che abbiamo compiuto nel perseguire fini da noi ritenuti nobili ha scosso la nostra fiducia nella rettitudine americana. E’ giunto il momento di riesaminare le istituzioni e i valori del nostro paese. I Padri Fondatori concepivano gli Stati Uniti non come un risultato compiuto, ma come un esperimento. Sarà il popolo a rispondere all’interrogativo che si poneva John F.Kennedy quando si chiedeva se una nazione come la nostra potrà durare.

“Alla maggioranza dell’umanità dobbiamo sembrare un popolo orribile, visto che non abbiamo fatto nulla per impedire che l’omicidio divenisse un’importante tecnica di politica interna. Visto che abbiamo assalito un piccolo paese all’altro capo del mondo con una guerra assolutamente sproporzionata ai fini della sicurezza e dell’interesse nazionali. Ma soprattutto visto che le atrocità che commettiamo non hanno scalfito la nostra prosopopea ufficiale, la nostra sicumera di infallibilità morale. Lo zelo con cui ci siamo lanciati in una guerra irrazionale fa pensare che profonde spinte di odio e di violenza improntino tutta la nostra politica estera.

“Non c’è niente di più scoraggiante del vedere che alcuni intellettuali rifiutano gli strumenti della ragione, anzi cominciano essi stessi ad aggredirla. Stanno intensificando l’assalto alla civiltà, affrettano la disgregazione in atto nella società americana. Cosa ha spinto gli intellettuali a rivoltarsi contro la ragione? Buona parte della colpa è da attribuirsi alla guerra nel Vietnam, una guerra che ha indotto il nostro governo a seguire una linea di spaventosa e insensata distruzione. Ma la causa va oltre il Vietnam. Fa presentire una più vasta assurdità, persino una vera malvagità della nostra società ufficiale. Ad alcuni appare addirittura come il risultato fatale di un’irrimediabile corruzione del sistema americano.

“Non posso condividere la convinzione che ci fosse qualcosa di ineluttabile nella guerra nel Vietnam, che la natura della società americana avrebbe costretto qualunque governante a seguire la stessa linea folle. Si capisce però come le contraddizioni della nostra società possano pesare tanto sulle persone sensibili. Hanno prodotto un’ondata di disperazione sulla democrazia. Da quando abbiamo cominciato a bombardare il Nord Vietnam (febbraio 1965) il nostro governo è stato insensibile alle critiche più ponderate. Ha cominciato a farsi strada l’opinione che il sistema stesso della democrazia sia impotente nel nuovo assetto segnato dall’industrialismo economico, militare e intellettuale.

Cresce la convinzione che le politiche di partito siano solo una facciata e una finzione, si rafforza il cinismo nei riguardi delle istituzioni democratiche. Alla fine il senso d’impotenza della democrazia ha dato vita a un credo che si oppone in modo sistematico e violento alla democrazia stessa.

“Con il discorso al paese sul Vietnam, il 31 marzo 1968, il presidente Johnson ha fatto qualcosa di più che fermare l’escalation militare, intensificare i tentativi di negoziato e rinunciare alla rielezione. Ha annunciato il fallimento di una politica, forse anche la fine di un’epoca. La follia del Vietnam, se adeguatamente compresa, forse può salvarci da follie future. Con l’universalismo che ci ha portati nel Vietnam si è andato formando un gruppo di potere insolito per la società americana: una classe di militari interessati a termini di legge a istituzionalizzare e ampliare indefinitamente le politiche di interventi nel mondo intero. Con questa classe guerriera sono nate nuove forme di imperialismo. E’ qui certamente che va cercato uno dei moventi principali della nostra tendenza imperiale: l’incessante pressione dei militari di professione. Il blocco guerriero domanda costantemente più denaro, armamenti sempre più avanzati, sempre più impegni e interventi bellici. “La storia e le nostre conquiste -disse il presidente Johnson il 12 febbraio 1965- hanno imposto a noi la principale responsabilità di proteggere la libertà su tutta la terra”.

“Questo messianismo ci ha fatto perdere il senso dei rapporti tra mezzi e fini. Non penso che il nostro impegno originario nel Vietnam fosse di per sé immorale. Immorale è stato l’impiego di mezzi distruttivi assolutamente sproporzionati a fini razionali.

Il peso totale delle bombe sganciate sui due Vietnam era nell’ottobre 1968 di 2.948.O57 tonnellate. Il peso totale delle bombe sganciate durante la seconda guerra mondiale, sia nel teatro europeo sia in quello del Pacifico è stato di 2.057.244 tonnellate.

“Liberandoci dalle pastoie militariste della nostra politica estera, possiamo cominciare ad opporci. Solo riducendo la nostra presenza militare nel mondo potremo restaurare la nostra influenza. L’esperienza del Vietnam ha mostrato anche che non possiamo condurre due crociate simultanee: gestire una guerra anche piccola contro un paese sottosviluppato e contemporaneamente far fronte ai problemi interni degli USA. La politica di impegno totale nel mondo è incompatibile con la ricostruzione sociale in patria. In futuro il mondo terrà conto dell’America non per la sua forza militare, quanto per la capacità di sanare le divisioni interne e di realizzare le possibilità della società elettronica.

“Quanto alla Vecchia Politica, essa è un mito tenuto in vita dai politici professionisti che sono personalmente interessati a preservarla, e dai giornalisti che passano la maggior parte del loro tempo a intervistare i politici professionisti”.

Profirio

OBAMA E WILSON DUE STRANI PREMI NOBEL

Tutti sanno che l’invenzione del Regno degli Slavi del Sud -primo nome della Jugoslavia, nazione mai esistita prima e condannata ad esplodere- fu, nel 1918-20, uno degli infortuni gravi del presidente Woodrow Wilson, male imboccato dal Quai d’Orsay. Wilson fece a lungo l’astratto accademico (nel 1902 divenne rettore di Princeton) prima di diventare governatore del New Jersey e poi (1912-20) presidente degli Stati Uniti. Volle l’intervento statunitense nella Grande Guerra: e questo gli andò benissimo. Impostò la trasformazione degli USA nella prima potenza del pianeta.

Molti, tra cui l’arguto e sapiente professore Vittorio Mathieu, sostennero che quando intraprese a riformare l’Europa e il mondo Wilson fosse già sull’orlo della pazzia. Ma non era diventato pazzo: aveva sofferto un duro colpo apoplettico nel settembre 1920, quando tentava di piazzare agli americani un trattato di Versailles e una Lega delle Nazioni perfettamente contrari alla tradizione della Dottrina Monroe (=l’emisfero occidentale ai suoi popoli e gli americani a casa loro). Soprattutto gli stati del West erano accanitamente isolazionisti; le tensioni cui il presidente si sottopose nello sforzo di guadagnarli all’internazionalismo gli furono fatali. Wilson portò a termine il suo secondo mandato, ma da invalido. Di fatto governarono la seconda moglie, sposata di recente, e il colonnello Edward House, il più fidato dei confidenti presidenziali.

Parliamo di Wilson perché grazie alla sua guerra ammantata di idealismo sorse l’impero americano, e sorse sotto le apparenze di una gigantesca missione di pace. Apparenze irresistibili: quando la Germania guglielmina decise di arrendersi, nella tarda estate 1918, invocò i Quattordici Punti di Wilson. Il premio Nobel per la pace assegnato al presidente nel l919 fu indubbiamente meno bizzarro di quello elargito (pochi ricordano perché) a un Barack Obama da poco insediato alla Casa Bianca. Predicando incessantemente la fratellanza delle nazioni, in realtà mandando a combattere in Europa 29 divisioni, oltre due milioni di uomini, il celebrato rettore di Princeton avviò l’opera che ventotto anni dopo dette il trionfo al bellicismo di F.D.Roosevelt. Questo sarà ripreso da altri due presidenti democratici, Kennedy e Johnson, infine dai guerrafondai repubblicani di nome Bush.

Gli altri scacchi di Wilson furono il fiasco della Lega delle Nazioni -in seguito corroborato da quello, più grave, delle Nazioni Unite- e, oltre alla frantumazione della Jugoslavia, il naufragio della Cecoslovacchia e l’eccessivo ingrossamento della Polonia 1919. Infine, e soprattutto, fallì Weimar, che non fu una creazione di Wilson ma si raccordò all’assetto wilsoniano dell’Europa.

Si può sostenere che gli insuccessi del Nobel oggi a capo del sistema occidentale sono stati meno eclatanti di quelli di Wilson; e che il politico professionale portato sugli scudi dai neri di Chicago si è dimostrato molto più realista del professore consacrato dalle glorie di Princeton. Tuttavia resta il profondo iato tra i propositi idealistici dei due presidenti progressisti e le loro pratiche di governo.

Il presidente semi-nero dei nostri giorni ha ancora più di un anno per cercare di aggiungere qualche vittoria al suo palmarès. I limiti di Woodrow Wilson furono messi a nudo proprio da quella cessazione della Grande Guerra per la quale si era adoperato. Nel primo dopoguerra gli Stati Uniti si impadronirono del primato mondiale in contemporanea con la dimostrazione della loro immaturità o inanità a esercitare l’egemonia. Le contingenze storiche di un mondo che si fa multipolare stanno negando a Washington le opportunità che le si offrirono invano nel 1919. Le sfide dell’impero sono più ardue per Obama che per Wilson.

Tuttavia gli sbagli di Barack sono stati meno fatali. Egli sta cavandosela, nonostante non abbia saputo far fruttare i talenti a lui affidati. Woodrow Wilson stroncato dall’apoplessia

(e per questo crudamente deriso da d’Annunzio, che a Fiume sfidò l’infatuazione jugoslava del presidente) non poté compiere la sua opera: però il suo paese accelerò la corsa e sotto il guerrafondaio F.D.Roosevelt, discepolo e continuatore dell’uomo di Princeton, la portò al traguardo diciamo così in bellezza.

A.M.Calderazzi

LA GUERRA OBBLIGATORIA NON ESISTE PIU’

A cento anni esatti dai negoziati che ci fecero precipitare nel carnaio del primo conflitto mondiale, abbiamo avuto tre dei quattro governanti teoricamente preposti alla pace e alla guerra -presidente del consiglio, ministro della Difesa, ministro degli Esteri; (il capo dello Stato taceva)- i quali annunciavano che serviva una nostra spedizione in Libia, e che eravamo “pronti a combattere”. I polli rideranno molto a lungo di questo annuncio, presto sconfessato da Renzi. Combattere è una prospettiva su cui finora avevano farneticato solo bislacchi colonnelli in pensione, i piazzisti di Finmeccanica e quelli delle industrie d’armi bresciane, più gli sparuti nostalgici di quando lo Stivale dichiarava lo stato di guerra a intervalli regolari.

Fin qui la cronaca di una ridicola sesta settimana del 2015. Ora potrà seguire sia un immediato rinsavimento dell’opinione pubblica (per un attimo essa era sembrata, grazie ad alcuni giornalisti pagliacci, bisognosa di sangue); sia, in teoria, l’esatto contrario. Non ci sono parole abbastanza sprezzanti per descrivere le enormità cui il paese potrebbe arrivare se gli toccasse quanto capitò ai nostri nonni, cento anni fa. Le città dell’Europa intera impazzirono. Non solo gli studenti e i poeti, anche tutte le altre risme di interventisti reclamarono di procombere per questa o quella causa. Molti milioni di uomini furono accontentati, e un multiplo di loro si trovarono orfani, vedove, madri e padri in pianto.

Tutto ciò, questa follia collettiva, avvenne da noi assai meno che nelle città europee più protagoniste delle nostre del delirio patriottico. Berlinesi e parigini, più controllati i londinesi, più angosciati i viennesi, più rassegnati i pietroburghesi, più pazzoidi e animaleschi i belgradesi, tutti inneggiarono a gloriose vittorie, a superlative asserzioni delle rispettive virtù guerriere. Sappiamo come andò a finire nelle mattanze di Verdun, dell’Ost-Front, del Carso. Chi voleva morire in bellezza, qualche volta riuscì. Tutti gli altri morirono come bestie da macello. E dovettero farlo for King and Country: non solo per la patria, anche per fare contenti sovrani e principessine. Le guerre giuste non esistono, non sono mai esistite: E’ esistito il feticcio King and Country. Sul Carso, nella più tragica delle guerre dello Stivale, vigeva l’insultante obbligo di gridare “Savoia!” nell’andare all’assalto. “W il Duce”, almeno questo, non fu mai obbligatorio per il grosso dei combattenti.

Alla Trimurti bellicista di cui al nostro incipit si sono aggiunti un Berlusconi fuori di testa e un tot di oligarchi ladri e di pennivendoli più patriottici degli altri. Se si cercheranno di imporre gridi di battaglia quali “Costituzione!”, “Diritti”, oppure “Nozze gay and lesbian” è certo che i nostri assalti leonini avverranno in desolato silenzio. Nessuno si avventerà sul nemico inneggiando all’uguaglianza dei sessi, alla modernità, ad altri idola tribus. E se praticamente nessuno vorrà morire a beneficio dei vignettisti blasfemi, ancora meno si vorrà morire per i supermarket kosher o per gli imperativi di Netanyau. Occorre farla finita con le faide assassine. Lo stralunato e tragico 1914 vide un intero continente, allora il continente del dominio sul pianeta, abbandonarsi all’irrazionale. Morirono per primi coloro che si dicevano innamorati della morte. Fu la più grande e la più vera delle tragedie sofferte dall’uomo.

Tuttavia la guerra non si limita a falciare i combattenti. Arriva a farli morire nel ridicolo.

Centoquarantacinque anni fa i ristretti circoli che contavano nel Secondo Impero francese si concessero il lusso di imporre la più fatua delle guerre contro la Prussia, cioè contro la Germania che andava ergendosi unita e possente. Si trattava del trono di Spagna e il candidato prussiano, Leopoldo di Hohenzollern, rinunciò a concorrere di fronte alla veemente opposizione di Parigi (non un sovrano germanico anche a sud dei Pirenei). Ma quando l’ambasciatore francese reiterò la richiesta di una rinuncia diretta del sovrano Guglielmo I°, il cancelliere Bismarck lo fece cadere nella trappola: “Sua Maestà non ha niente da aggiungere agli affidamenti già forniti”. Fu il momento che la Francia cartesiana ma chauviniste perdette il senno: esigette la guerra per difendere il prestigio di grande potenza.

Bastarono due battaglie estive per annientare la Grande Potenza. Parigi assediata soffrì la sanguinosa rivoluzione della Comune. L’imperatore fu deposto e il trattato di pace tolse alla Grande Potenza l’Alsazia e parte della Lorena, stabilendo le premesse per i due peggiori conflitti mondiali della storia dell’uomo. La Francia ha pagato fino in fondo per essersi affidata alle armi nel 1870, nel 1914 e nel 1939. Quanto agli Stati Uniti, dalla guerra di Corea non fanno che pentirsi dello stesso errore: fare guerre per perderle tutte. Oggi la sfida islamista è senza confronti più estesa e più minacciosa che prima delle irresistibili spedizioni di G W Bush.

Per questa sfida esiste una sola soluzione definitiva: se si destineranno ad aiuti per lo sviluppo buona parte delle spese militari occidentali i popoli poveri ripudieranno l’estremismo e ameranno gli americani e i loro scudieri, crociati compresi.

A.M.C.

PARIGI: LA FIERA DELLE VELLEITA’

La manifestazione monstre -un paio di milioni di parigini, capeggiati da una cinquantina di statisti- è stato un evento storico? Sì, ove si faccia finta di non aver sentito e letto un alto numero di insulsaggini. Che la Francia, colpita  al cuore, s’é desta. Che siamo in guerra e combatteremo. Che la redazione di una testata satirica era un tempio della libertà e che questo tempio è stato profanato. Che i cinquanta statisti rappresentavano un’umanità che vuole lottare per l’ideale: come se obiettivo prioritario dei liberticidi di al Qaeda e di Boko Aram fosse dare una lezione a Diderot e a Condorcet,  non di regolare i conti con il colonialismo e con le crociate. Non è facile immaginare che i tagliagole del Califfato si curino davvero di istituire processi a tesi filosofiche affiorate quasi tre secoli fa.

Doveva accadere ed è accaduto: patrioti senza numero e senza paura hanno giurato in place de la Concorde a Marianne, graziosa deità laico-repubblicana in berretto frigio, che non arretreranno,  non tradiranno le conquiste della presa della Bastiglia. Però la Bastiglia non c’entra. In un certo senso non c’entra  la Francia.

Coll’attacco alle Twin Towers, il terrorismo dichiarò guerra all’egemonia planetaria degli USA, non alla Francia. Sono passati anni e la contrapposizione di valori e di civiltà è solo apparente. Lo sgozzamento di ostaggi e di prigionieri non è più ripugnante della noncuranza americana di fronte alla morte dei civili (collateral damages). C’è un’alleanza di plebi africane ed asiatiche che tentano di scalzare l’egemonia occidentale. Che esse lo facciano nel nome di Allah è quasi irrilevante. Quello che conta è la vastità geografica della sollevazione di genti prima sottomesse, oggi prigioniere della povertà, soprattutto quando vivono nelle banlieus francesi. G.W.Bush credette di poter rispondere all’ammutinamento coi metodi tradizionali dell’imperialismo: muovendo una guerra nell’Irak, poi in Afghanistan, entrambe perdute in un disonore  che prolunga quello delle spedizioni coloniali d’Indocina, prima francesi, poi americane. Preso atto delle sconfitte, oggi gli USA si arroccano nella Fortress America, e finora sono riusciti a scongiurare l’umiliazione di altre Twin Towers. Quanto al “socialista” che governa la Francia, egli è caduto nella trappola di credere di poter ereditare impunemente una parte dell’eredità americana: conduce spedizioni in Africa, capeggia operazioni convenzionali nel Vicino Oriente. Lo scontro di civiltà coll’Islam c’è ma è marginale.

Quando i milioni di manifestanti di place de la Concorde fanno mostra di volere affrontare i nemici della libertà, dei valori francesi, di Diderot, fanno del velleitarismo. La Francia potrà riuscire a proteggersi meglio contro gli assalti del terrorismo  ma sarà impotente ad agire fuori casa. Dunque i propositi bellicosi di quanti maledicono chi respinge le avventure militari, in realtà coprono la loro impotenza. Non saranno in grado  di compiere spedizioni importanti.

La Francia e l’Europa (a parte l’appendice britannica degli Stati Uniti) hanno in realtà una sola grande opzione: staccarsi dall’America,  destinare ad aiuti economici ( con occhiuti controlli, perchè non finanzino i tagliagole) le risorse finora assorbite dalle spese militari, e rispettare il diritto delle società islamiche ad evolversi in autonomia dal pensiero unico occidentale. Non è scritto che la modernità arrogante debba trionfare dovunque sull’orbe terracqueo. Dove Washington ha tentato di imporla, ha fallito. Fallirebbero la Francia e l’Europa.

I propositi manifestati a Parigi sono velleitari. E più che mai velleitari sono i piani di riscossa dell’Illuminismo: si lasci perdere Voltaire. I  gridi di battaglia levati  sotto il monumento a Marianna -fermeremo, debelleremo, i nostri valori sono più forti delle loro minacce-sono esibizioni da Luna Park. Per dirla con più delicatezza, fanno pensare a Vanity Fair. Nel Pilgrim Progress, geniale allegoria seicentesca di John Bunyan (“What Shakespeare is to English dramatists, what Milton is to English epic poets, that Bunyan is to writers of English allegory” c’è una città che si chiama Vanity. Vi si tiene una fiera che non chiude mai e dove “vanity and ostentation obtain” (si veda la sfilata degli statisti quasi tutti bugiardi). Alla fiera di Vanity si compra e si vende di tutto, tutto l’anno: le cose serie e utili come i capricci della moda (infatti oggi un’importante testata di moda si chiama Vanity Fair). A Vanity si vendono anche piani strategici per il sicuro successo della riscossa illuminista. Per il Trionfo di Marianna. Per i grandi destini dei valori républicains.

Valori necessariamente superiori : sperando che pochi ricordino. L’8 maggio 1945, mentre le piazze e le balere di Francia festeggiavano perdutamente la vittoria “francese” su Hitler, i cacciabombardieri e i cannoni francesi fecero oltre 15.000 vittime, soprattutto morti, tra gli algerini di Costantina e dintorni, che cominciavano a chiedere l’indipendenza. Anche allora, da una parte sola, si inneggiò a Marianna.

A.M.C.

FALLIRANNO LE CROCIATE CONTRO L’ISLAM, VINCERA’ IL RIPUDIO DEL BELLICISMO USA

Si levano di nuovo gli annunci di mobilitazione contro l’Infedele. Mille anni fa i capostipiti dei banditori crociati furono Pietro di Amiens e papa Urbano II; la loro Prima crociata andò discretamente, e le atrocità non furono eccessive. Seguirono altre sei crociate ufficiali, più alcuni conati minori. Andò tutto abbastanza male.

Da qualche settimana ogni paese occidentale, o simpatizzante, o satellite di Washington, viene esortato a prendere le armi: anche se è certo che esse massacreranno più bambini che tagliagole. I bandi di mobilitazione riguardano prevalentemente il fronte della lotta all’Isis. Però, se obbedissero alla logica, i banditori crociati dovrebbero additare vari altri scacchieri. Non agiscono terroristi un po’ dovunque, dai Boko Haram ai talebani, ai sacrileghi che tentano di prendere le terre del petrolio, agli altri che sobillano i quartieri etnici in Gran Bretagna, in Francia e non solo? Bei tempi quando il nemico era solo in Terrasanta. Oggi è dappertutto; stanarlo imporrà costi schiaccianti: non poche spedizioni  saranno sciolte prima ancora di partire.

A casa nostra l’appello alle armi più recente, 17 novembre 2014, è di Angelo Panebianco. Il suo corrusco editoriale ruota attorno all’intimazione: la minaccia del Califfato ‘isseremo la bandiera nera a Roma’ non è una sbruffonata, non va presa sottogamba. Che fare? Per Panebianco, serve la risposta bellica, con tutto l’arsenale che occorre. Panebianco lo sa, ma non lo dice: il nemico è dovunque sul pianeta, la crociata fallirà.

La soluzione è un’altra. Gli amici degli Stati Uniti, nonché quegli americani che sono dotati di raziocinio invece che devastati dalla ferocia patriottica, costringano la Casa Bianca a ripudiare il bellicismo. Le spedizioni militari, dalla Corea e dall’Indocina ad oggi, i superbombardieri e il napalm, hanno fatto degli USA la nazione più odiata della storia. Forse furono odiati ancora di più Vandali e Unni, però nelle terre dove sterminarono e devastarono. Invece gli USA  sono detestati sul pianeta intero, con intensità variabili.

Il giorno che alla Casa Bianca andrà un presidente dalla mente e dal cuore all’opposto di Roosevelt e di Kennedy, di Johnson e di Obama, egli riconoscerà le colpe e gli errori degli USA e il mondo deporrà gradualmente il sentimento antiamericano. Specialmente se i bilanci ridicolmente mostruosi del Pentagono e della Cia saranno tagliati, onde dare pane alle immense plebi che oggi si aspettano redenzione dal fondamentalismo, e da esso  ricevono provvidenze materiali e la forza di ritrovare l’orgoglio. Prima delle imprese yankee nel Golfo, nell’Irak, nell’Afghanistan  l’antiamericanismo nell’Islam era poca cosa rispetto a oggi. Il ravvedimento e la svolta antimilitarista sono le sole armi dell’Occidente.

L’Ottava crociata bandita da Panebianco e da altri, se partirà, finirà come la Settima.  Mossa da Aigues Mortes nel 1270, la Settima si fermò a Tunisi, perché il condottiero supremo, Luigi IX re di Francia, morì di peste; l’impresa finì. Quel sovrano fatto santo da un papa efferato (Bonifacio VIII) aveva capeggiato la crociata precedente, la Sesta. Sconfitto ad al-Mansura, il re era caduto prigioniero. Liberato dietro riscatto, restò altri quattro anni in Terrasanta a tentare di riorganizzare i resti dell’esercito crociato. Risultato, a suo tempo gli Ottomani espugneranno Costantinopoli e assedieranno Vienna.

Oggi, un sessantennio dalla mezza sconfitta in Corea, dopo l’immensa tragedia del Vietnam e dell’anima americana, dopo gli insuccessi disonorevoli che seguirono, non è verosimile che l’eventuale crociata di Obama e Panebianco abbia un esito migliore. Un tempo gli Stati Uniti si credevano invitti, dunque invincibili. Invece dopo la vittoria del 1945, conseguita non da soli e contro nemici sfiniti dall’inferiorità materiale, gli americani non hanno collezionato che umiliazioni. Anche perché la loro efficienza guerriera è infima: quante bombe sganciarono sul Vietnam, per finire sconfitti nella vergogna?

Avrebbero trionfato -come il capitalismo trionfò sul comunismo- se avessero investito una parte dei loro forsennati bilanci militari nella lotta alla povertà dei popoli che invocano Allah.

E’ ciò cheWashington dovrà fare in un avvenire non troppo lontano: ma costerà molto di più. E il disonore non si cancellerà; il passato non si cancella. L’America era la fidanzata del mondo. Con le sue crociate, tutte scadenti, è diventata un paese accanitamente militarista, il più odiato di tutti.

A.M.C.

DIALOGO SULLA GUERRA E SULLA PACE

Le tre persone che qui conversano, Candido, Cinico, Celestina, pensano, come quasi tutti i viventi, che un conflitto armato fra popoli e nazioni sia un avvenimento eccezionale. E pensano questo malgrado nei libri di storia che hanno letti i periodi di pace vengano inquadrati come poco più che intervalli fra una guerra e l’altra. C’è una storia nera e una storia bianca. E la prima, che occupa tanti anni meno, è tanto più narrata e tanto più estesa della seconda. Anche la storia bianca è zeppa di avvenimenti significativi e determinanti, e sarebbe anche possibile ricondurre ad essi le truci vicende della storia nera. Dovendo stabilire delle dipendenze si potrebbe concludere che la nera dipende dalla bianca assai più che questa da quella. Si fanno le guerre in conseguenza della pace che c’era assai più che non si faccia la pace in base alla guerra che l’ha preceduta.

“Candido”. Delle guerre si parla tanto, nella storia come nei romanzi, perché una guerra la si deve giustificare; e la giustificazione si fa in parole, che si sentono, si vedono, e non possono restare nel privato. Le guerre non si giustificano da sole. Chi va in giro con elmo e corazza ha da dire perché, diversamente dal civile che, straccione o elegante, non è tenuto a dir niente a nessuno. E se anche è un guerriero dei tempi moderni, con le sue tute a macchia e quei bizzarri segnetti, o patacche, dovunque, ha un bel dire che servono a mimetizzarlo; lo si nota molto di più.
“Celestina”. Quei tipi alteri, quel vestire insolito, alle donne fanno impressione. C’è anche, o forse c’era, più di oggi, un’eleganza militare. Quelli alti in grado dovevano far impressione, con bandoliere, coccarde, pennacchi. Dai marescialli di Napoleone a oggi, è stato tutto un semplificare.

“Cinico”. Ma non sarà stato per far impressione alle donne che ci si vestiva in quel modo. Bisognava farsi riconoscere dai sottoposti, dai soldati, i quali in battaglia potevano sbandarsi se non vedevano il superiore. C’era sempre un problema di visibilità. Il diplomatico può anche nascondersi, ma il guerriero deve farsi vedere. Lo si vede oggi anche in certe divise di certi corpi speciali. La divisa ha sempre fatto eleganza.

“Celestina”. Se però non la usi. Se sei stato in battaglia e torni a casa tutto sporco e magari anche di sangue, magari anche non del tuo sangue, non mi direte che fa un bel vedere. Ma così conciati non si fanno vedere mai. Li vedono soltanto le crocerossine.

“Candido”. Il sangue, il sangue, è proprio questo che eccita! È il “segno rosso del coraggio”, così si è detto. Ma noi sappiamo anche che è il segno rosso della morte, del dolore, della sfortuna.
“Cinico”. Sangue, sangue, sangue! E violenze, e distruzioni, e crudeltà! Tutto questo eccita, e fa sentire al centro di quello che è successo. “Una notte di Parigi rimedierà a tutto questo”, sembra abbia detto Napoleone per un momento esitante. E anche il cinico Mussolini ebbe a dire che aveva bisogno di cinquantamila morti per contare qualcosa al tavolo della pace. Dunque i morti si rimediano, o rendono, per certi tipi!

“Celestina”. Che le guerre siano violenza e crudeltà, che distruggano e impoveriscano anche i vincitori lo sanno tutti. Ma io, donna, mi chiedo “perché non se lo dicono”, i signori maschi che fanno le guerre.

“Candido”. Non se lo dicono perché molte volte non sanno immaginarsi qualcosa di diverso. E d’altra parte, quando compare uno come Hitler, che cosa vuoi fare?

“Celestina”. Se un popolo si sente superiore non troverà qualcuno che gli spiega che questa superiorità se davvero esiste, finisce per affermarsi? Furono i Greci vinti che conquistarono i Romani! Le guerre sono una scorciatoia, uno di quei sentieri che ti fanno scivolare nel fosso. La pace, la pace, è la strada maestra. Ascoltate noi donne, che non siamo gente di guerra.

“Cinico”. In questo mi piace dire che noi italiani siamo stati maestri. Passato il medio evo, passato il quattrocento, abbiamo esportato la nostra civiltà senza farla precedere da armati. Gli italiani sanno far tante cose, ma non la guerra! Così la pensava anche Churchill!

“Celestina”. Hai ragione. Anche i nostri condottieri erano più bravi a trattare che a vincere. Andrea Doria, grande ammiraglio genovese, faceva capire che avrebbe potuto vincere, ma poi trattava. Non aveva, come Napoleone, la passione della vittoria. E quando hai ben ben vinto, che fai? Ti trovi con il vinto da mantenere!

“Candido”. A molti piace fare la faccia feroce. E dopo non son più capaci di tornare quello che erano prima.

“Cinico”. E invece proprio di aver fatto la faccia feroce dovrebbero vergognarsi. Ma c’è questo culto della cattiveria, che io non comprendo. I cattivi diventano eroi. Del troiano Ettore, eroe degli eroi, non si dice che prima di sacrificarsi al suo destino ne aveva accoppati tanti, soldati e forse anche non. Se poi è stato ucciso lui pure, sarebbe da dire che ha avuto in fondo quel che si meritava. La stessa cosa io direi per Achille.

“Celestina”. Tutti maschiacci, non son questi che piacciono a noi.

“Cinico”. Gente che la guerra, prima di farla, se la inventa. Io non sono uno che ama la violenza perché la violenza sarebbe sincera. Non esiste una violenza sincera. C’è sempre la menzogna che viaggia con lei. Ho scoperto che già i re assiri giustificavano la guerra. La presentavano come un comando di Dio. Al quale poi rendevano conto con delle lettere, che erano cosa molto simile ai bollettini ufficiali delle guerre moderne, redatti per informare il popolo. Al quale veramente quel che era davvero accaduto non si poteva dire, o andava travisato; le famose “ritirate strategiche” dei bollettini tedeschi. Bisognava figurar bene con il dio che ti aveva mandato ad uccidere, non diversamente che ai popoli, sedicenti che ti hanno mandato.

“Celestina”. Già “menteur comme un bullettin” si diceva in Francia. E anche reticente; la reticenza è menzogna?

“Cinico”. Io direi di sì, se taci qualcosa che avresti il dovere di dire. Chi ha deciso una guerra non lo può certo dire. Deve presentarsi come uno che fa qualcosa che non potrebbe non fare. Ma poiché son decisioni che non si possono tenere nascoste, perché una guerra segreta non è possibile, una ragione ci vuole. I re, forse, non ne avevano bisogno, come quel Federico II di Prussia: “quando muovo i miei eserciti, il popolo non se ne deve accorgere”. Già, ma ne avrà pur subito le conseguenze! Perché la prima menzogna è quella sui costi, e quelli li pagano tutti.

“Celestina”. Si racconta della prima guerra mondiale italiana la presa di Gorizia, sottratta agli austriaci dopo lunghi e sanguinosi combattimenti. Ma non si racconta di quell’ufficiale italiano che vide un’anziana donna piangente e si prese l’iniziativa di redarguirla:

– Ma come, lei non partecipa al generale contento?
– Vede quel mucchio di mattoni e di pietre? Era la mia casa.
– Ma signora, ne faremo una di più nuova e più bella.
– E’ che sotto a quei mattoni, a quelle pietre, c’è sepolto mio figlio; e io dovrei gioire che siete arrivati voi?

Non si sa che cosa abbia risposto l’ufficiale, ma c’è da augurarsi abbia avuto la dignità di non farsi più vedere.

“Candido”. Il punto è che di una guerra non si dice mai tutto.

“Cinico”. Reticenza e menzogna. Reticenza su quello che accade, menzogna sui propositi che l’hanno fatto accadere. E tanta censura, per noi e sugli altri. La censura segue la menzogna, naturalmente, perché poi bisogna essere coerenti. Oppure è la menzogna che rende necessaria la censura.

“Candido”. L’una cosa e anche l’altra. E’ a cominciare dalle intenzioni che bisogna mentire. C’è sempre qualcuno che tira il primo colpo. Ma non vorrà mai dire che è stato lui. Fu l’artiglieria austriaca, tirando su Belgrado, che diede inizio alla prima guerra mondiale. Ma a quell’iniziativa ci si disse costretti, per difendere la dignità dell’impero dalle provocazioni di un piccolo popolo. Provocazioni che non furono mai dimostrate, come si dovette riconoscere che di armi non riconosciute non ne furono trovate in Iraq.

“Cinico”. Si inventa qualcosa che ha preceduto la tua decisione.

“Candido”. Bisogna rispondere alla domanda “perché”? Le risposte son di due tipi: Uno: “è successo qualcosa che mi ha ‘costretto’ a sparare”. Due: “se l’ho fatto avevo le mie buone ragioni”. Cause e ragioni si alternano, ma sono diverse, molto diverse l’una dall’altra.

“Cinico e Celestina”. ??? spiegati meglio.

“Candido”. Quando invoca una causa , uno si presenta come passivo. Se proprio non è come il lampo, che succede al tuono perché sono la stessa cosa, è un poco come bagnarsi quando piove e non si ha l’ombrello. La pioggia è la causa e tu con i tuoi vestiti bagnati siete l’effetto. L’azione compiuta diventa un fatto naturale, necessario.

“Cinico e Celestina”. Continua.

“Candido”. Quando presentarsi come determinati non è possibile, allora si invoca una ragione: “perdevo la faccia, non sarei più stato io se non avessi deciso di sparare”.

“Cinico e Celestina”. Che cosa significa “non sono più io”?

“Candido”. Significa che io mi sono fatto corrispondere a talune regole, o valori, non rispettando i quali non esisto nemmeno più; non sono più riconoscibile, non sono più io; io stesso non mi riconosco più. E ognuno ha bisogno di riconoscersi.

“Cinico”. Ma qui bisogna stare attenti, perché uno queste cose se le può anche inventare.

“Candido”. Ma poi se ne dimentica, e ci rimane attaccato come fossero sempre esistite prima di lui.

“Celestina”. Ma ci sarà ben qualcosa.

“Cinico”. Il guaio è che non lo sappiamo. Il sacro si traveste, è sempre un’altra cosa che ti viene incontro. E’ sempre un’altra cosa che si presenta al tuo animo.

“Celestina”. Proprio sempre sempre? Io non dispero.

“Cinico”. C’è anche una violenza individuale, fra persone singole, e questa riesce a nascondersi. Ma quando diventa pubblica, collettiva, la violenza non si può nascondere. Allora si deve giustificare. O anche, e questa è la situazione più difficile, travestire. Per esempio si traveste da eroismo, che è già qualcosa di cui ci si può vantare. Ma io vorrei sapere che eroismo c’è a montare su di un aereo carico di bombe e lasciarle cadere su di un villaggio pieno di supposti guerriglieri; semmai son quelli gli eroi. Dopo che è venuta fuori l’artiglieria era questa che faceva più danni; ma gli artiglieri eran quelli che rischiavano di meno, perché restavano indietro. Un altro bel travestimento è il sacrificio, altra parola positiva. Poi c’è il rischio. Chi rischia e si sacrifica diventa un eroe, a spese di altri, quasi sempre. Avevano ragione i fantaccini della prima guerra mondiale, che non amavano quelli che gli arrivava la medaglia; loro morivano e il capitano si prendeva la medaglia. Aggiungiamoci anche il dovere, la solidarietà e altre cose. Tutti travestimenti.

“Celestina”. Queste belle cose, e altre ancora, son fatte per quelli che non combattono, per le donne ad esempio. E se quelli che combattono avessero il coraggio di disertare farebbero un servizio a tutti. Potrà sembrare una provocazione, ma io darei un premio ai disertori. O comunque li lascerei in pace, come accade a quelli che si chiamano “obiettori”.

“Candido”. Questa sì che è un’idea brillante. Ma come la si concilia con tutto il discorso “la Patria chiama”, “il dovere impone” e cose simili?

“Cinico”. E’ appunto sul clima guerrafondaio, così penso si possa dire, che vorrei soffermarmi. A tutti quelli che in guerra non andavano, ma si chiedeva che fossero d’accordo, si rendeva più omaggio qualche guerra fa, che non nelle recentissime. Sono spariti i bollettini di guerra. Perché non ci vien detto niente di ufficiale su ciò che accade in Afghanistan, in Libia e in tanti altri luoghi?

“Celestina”. Ah! Questa sarebbe bella!

“Candido”. Le guerre di oggi son camuffate da operazioni di polizia. E la polizia non dà bollettini, semmai riferisce alla magistratura, secondo certe regole; perlopiù a cose fatte. Ma il poliziotto che insegue un malfattore non può accopparlo lui direttamente; è soltanto autorizzato ad acciuffarlo. Ma queste di oggi son guerre senza prigionieri! Si ammazza e basta.

“Cinico”. Fra le spiegazioni-giustificazioni delle quali abbiamo detto mi viene alla mente un caso particolare, che conseguenze gravissime. E’ quando si invoca una causa che non è accaduta ma si dà per certo, per scontato, che accadrà. E’ una causa possibile, data per necessaria e inevitabile. Questo atteggiamento è all’origine delle “corse al riarmo”, come vengono chiamate. Il mio vicino costruisce navi corazzate, si arricchisce di mitragliatrici e cannoni. Finirà con l’usarle, e contro di me. Allora devo essere pronto, con più corazzate, più canoni ecc. Così si è arrivati a primo conflitto mondiale, fra Germania e Inghilterra. Invece con la “guerra fredda” fra URSS e Stati Uniti uno dei due ha mollato. E così siamo tornati alla guerre locali.

“Candido”. Ma questa mania del riarmo alcune guerre, guerre locali, le ha fatte succedere. Dove si provano queste armi? Non possiamo con il grosso? Proviamo sul piccolo, vedi Vietnam, Corea, Etiopia e tante altre. Così si fanno anche soldi, perché naturalmente ai minori, ai poveri, le armi si vendono.

“Cinico”. E’ così che nascono le cosiddette “guerre legali”. Son quelle guerre che si dice di fare a vantaggio di coloro che le subiscono. Ad esempio la repressione del brigantaggio dopo l’unità d’Italia, che fu più sanguinosa delle guerre che l’avevano preceduta; ma era sangue “impuro”, sangue di fuorilegge.

“Celestina”. Le armi, gli aerei da combattimento e simili invecchiano, più rapidamente di ogni altro prodotto industriale. Però non si possono buttare, sono costati molto. E allora contro chi usarli, se non chi ne ha altri ancora più vecchi? I fucili dei briganti sparavano male, al confronto con quelli dell’esercito regolare.

“Candido”. E’ certa una cosa, che se questa storia della corsa alle armi venisse a cessare si risparmierebbero tanti soldi, da usare per l’umanità. Ci deve essere qualcosa di sbagliato in queste guerre di polizia. A proposito, il famigerato Pol Pot l’ha acchiappato qualcuno?

“Cinico”. Più che acchiapparli, isolarli si dovrebbe, fargli il vuoto attorno. Far capire alla gente che nessuna causa, anche buona, può servirsi di mezzi cattivi. Un’umanità civile è quella che sostiene le proprie cause con mezzi che consentono il rifiuto, che sono la parola, il denaro, il confronto, la persuasione. La violenza è una scorciatoia che squalifica e fa danni subito, rimandando i risultati; quando hanno capito questo anche le Chiese sono diventate non violente; non è bruciando gli eretici che si combattono le eresie.

“Candido”. La corsa agli armamenti è micidiale perché fa sentire costretti quando invece si ha scelto. L’altro ha un cannone più di te? Lascia che sua lui a tenerselo pulito. A che cosa ha servito la famosa Grosse Berte (il cannone tedesco che arrivava fino a Parigi nella prima guerra mondiale)?

Che cosa c’era nel suo passato? E’ spesso così, nelle cose germaniche; non si sa mai che passato abbiano. Non basta l’artiglieria a vincere le guerre; ci vuole la volontà degli artiglieri. A Caporetto i cannoni italiani c’erano, ma non hanno sparato; e la spiegazione c’è, ma si dovrebbe avere il coraggio di andare a cercarla nel posto giusto, nell’animo dei comandanti e degli artiglieri.

“Celestina”. Avere più armi può essere utile a far ammazzare più gente. Ma quando la mattanza è finita, restano le baionette; e su queste non ti puoi sedere. E alla fine il vincitore è quello che ti ha messo un cuscino sotto il sedere.

“Cinico”. E’ così che nascono le cosiddette “guerre contro l’altro, ma ad uso interno”. Servono a militarizzare la nazione, e la nuova disciplina militare si rimangia tutti i diritti civili faticosamente conquistati e dolorosamente concessi. L’operaio in divisa non sciopera più. Il soldato deve soltanto “krepieren”, come fa dire il soldato Sc’veik al maresciallo austriaco Conrad. Ecco un bel tema per la prossima volta.

Paolo Facchi

UNE GUERRE, POURQUOI?

Toutes les guerres qui occupent nos livres d’histoire n’ont pas empêché qu’on réagisse à un conflit armé entre peuples et Etats comme à un événement exceptionnel. Si “Guerre et paix” est le titre d’un roman célèbre, c’est “guerre et monde” qui exprimerait la véritable contraposition, la véritable antithèse. Car on peut bien penser un monde sans guerre, – et la guerre comme un refus du monde, un refus de la vie. Pourtant, si la guerre enrichit les cimetières, elle n’est pas on ne dit pas qu’elle est “un cimetière” ; on dit même souvent qu’elle “enrichit la vie”. Et c’est plutôt la paix qu’on compare à un cimetière, quand on parle de “la paix des cimetières”. Mais, bien sûr, ce n’est pas à cela qu’on pense quand on parle de la paix comme d’une manière de vivre. Une vie, en tant que vie, contient en soi la conflictualité. Mais la conflictualité n’est pas nécessairement la guerre.

C’est là le point qu’on en vient trop souvent à perdre de vue.

La conflictualité entre humains alterne avec la collaboration. C’est bien grâce à cette alternance que l’humanité a pu bâtir depuis ses origines ce progrès qui nous étonne de jour en jour. Mais collaboration et conflictualité ont chacune leur forme propre de dégénération. On pourrait appeler “omertà” la dégénération de la collaboration, et on pourrait appeler “guerre” la dégénération de la conflictualité.

Toute collaboration devient redoutable et même dangereuse quand elle s’exerce sans aucune considération du “bien commun” de la collectivité, de ses problèmes, de ses difficultés. On peut alors la désigner du mot italien “omertà” (accord tacite et solidaire). Sous cette forme, elle peut aller jusqu’à devenir destructive de l’ensemble de la collectivité “ou : de l’“ensemble” du vivre ensemble”. On peut en dire autant de la conflictualité quand elle devient “aveugle”, quand il n’y a plus de sélection portant sur les moyens, car c’est la victoire, rien d’autre que la victoire, qu’on poursuit.

Que la guerre soit une dégénération de la vie conflictuelle, on peut l’affirmer facilement du seul fait qu’on se pose à chaque fois la question de sa cause : “encore une guerre, pourquoi?” – c’est la question qui accompagne chaque début de guerre et que se posent les populations et les combattants eux-mêmes.

Il y a toujours quelqu’un qui tire le premier coup. C’est donc à lui qu’on demande “pourquoi?”. Ses réponses sont de deux types:
– J’ai été déterminé,
– Je me sentais obligé.

Quand on parle de contrainte déterminante, on se réfère à une cause, externe et déterminante nécessitante ; quand on parle de justification, on se réfère à une norme à laquelle on aurait bien pu se soustraire, mais à laquelle on a décidé d’obéir. Dans le premier cas, la contrainte, on remonte à une cause, dans le deuxième cas, la justification, on remonte à une décision.

Mais dans les deux cas, l’origine est un acte unilatéral. Et un acte unilatéral n’est jamais sans alternatives possibles. Il s’ensuit que la différence même entre cause et obligation présente une possibilité d’alternative, car elle est subjective et se réfère à la personne qui agit et non à l’action en soi. C’est le sujet qui doit expliciter s’il se sent déterminé ou obligé. Les autres, ceux qui observent sans être responsables, doivent seulement comprendre : écouter ce qu’il en dit, mais aussi faire parler ce qu’ils observent de lui, – mais écouter et observer, il arrive que ce ne soit pas suffisant. Toute détermination peut être vue comme une décision : la décision de se soumettre à une loi de la nature. Mais alors, la “loi de nature” devient une norme, dont on peut chercher l’origine historique. Et on comprend que, si on oublie cette origine historique, on ne peut subir la norme que comme une nécessité : ainsi la défense de la terre des anciens ou sa reconquête si elle a été perdue ; l’honneur de la nation qui en fait tradition. La conséquence est que les individus qui se refusent à obéir se trouvent aussitôt hors de la communié, ils en sont exclus, ils deviennent des isolés, des suspects, ils perdent tout droit à la solidarité personnelle. Un individu n’est rien s’il n’est pas dans une collectivité reconnue, quelles que soient ses décisions collectives : “right or wrong, my country”.

Une guerre est toujours cruelle et destructrice de richesse. Une guerre n’est pas une guerre s’il n’y a pas des morts, des blessés, des destructions. Les guerres sont toujours sales. Pour que la guerre soit acceptée, il faut donc mettre en œuvre un processus de nettoyage. Et les procédés de nettoyage sont en nombre infini, comme infinie est l’intelligence des hommes, surtout quand elle s’exerce dans l’art de mentir.

La plus grossière, la plus simple, des justifications est de dire qu’“on fait la guerre pour avoir la paix”. Bien sûr, “une autre paix”, car on pourrait, sinon, se dire “si tu veux la paix, préserve la paix que tu as”. Bien sûr “une autre paix”, c’est-à-dire “une paix plus juste”, elle-même le plus souvent résultat d’une “guerre juste”.

Mais pourquoi “plus juste”? Parce qu’elle correspond mieux, d’après certaines croyances et certaines valeurs, à ce que mérite son “peuple” et qu’on est en droit de réclamer pour lui ; ce peut être un port, une montagne, un territoire qui sont habités par des gens “comme nous”. Une guerre est appelée “juste” parce qu’on la commence pour se venger d’un tort.

Autres techniques de justification plus subtiles : celui qui a tiré le premier coup se présente comme l’agressé, il a simplement prévenu l’autre, qui aurait tiré le premier. “Mais il n’a pas tiré” – “Oui, mais il avait menacé de le faire”. Ici, la fantaisie est vraiment à son aise dans l’art de voir une menace dans toute parole, dans toute action de l’autre, même dans sa simple présence. Qu’on se souvienne de la fable du loup et de l’agneau : “tu bois de mon eau”.

Un troisième genre de techniques consiste à se fabriquer un idéal, un but final et suprême. Alors “le but justifie les moyens”. Dans les idéologies nationalistes, cet idéal regarde exclusivement son propre peuple, par exemple “les Serbes”. Alors, je suis serbe (italien, français…), – les problèmes des autres ne me regardent et ne m’intéressent pas. Mais on finit par en arriver à comprendre qu’une guerre unilatérale conduit nécessairement à une paix unilatérale, et donc provisoire, qui, dès son commencement, est déjà destinée à mourir. Alors surgit l’exigence d’une paix internationale, qui concerne plusieurs peuples mais est imposée par un seul. C’est la “pax romana” de l’Antiquité, c’est la “pax americana” de notre temps ; mais il y a eu aussi, en Occident, une paix espagnole, une paix anglaise, etc. Un cas original est la “paix de l’Eglise” au Moyen-âge, à laquelle les “princes chrétiens” étaient obligés de consentir sous la menace d’être exclus de la communauté chrétienne et catholique (universelle). Dans tous les cas, il y a quelqu’un qui se fait policier des autres, et le problème se pose alors de savoir s’il agit vraiment au service de la collectivité, ou de lui-même. Ses interventions perdent la qualité de guerres nationales, du moins en apparence.

Une autre justification, souvent cachée, mais pas trop tout de même, est l’unité de la nation, la cohésion interne, l’élimination des subversifs, la résolution de la lutte de classes. Il faut lui montrer un ennemi, et la nation sera compacte. Ici, l’identité de “nous” se constitue à partir de l’existence d’un autre. Si l’autre n’est pas là, il faut se le poser le poser “pour se l’opposer” : je suis occidental, je dois m’opposer à ceux qui viennent de l’Est ; je suis serbe, je ne peux pas (je ne dois pas…) être croate…; je serai toujours plus serbe en étouffant en moi ce qu’il y a de croate. L’exaspération des différences crée l’identité. Une autre justification encore, souvent cachée, est l’unité de son peuple. On se bat contre un autre peuple pour ne pas se battre entre soi. L’armée nationale pourrait être tentée de s’imposer à l’intérieur si elle n’était pas envoyée contre un ennemi extérieur ; l’armée devient une grande école, qui éduque à la discipline sociale, aux vertus du patriotisme. On observe facilement que les pays autoritaires et militaristes sont souvent les moins totalitaires, les plus libéraux à l’intérieur. Mais là, on touche à la différence entre guerre externe et guerre civile. Une opinion courante est que seules les guerres externes ont le droit d’être appelées “guerres” ; les guerres entre citoyens qui avaient un Etat en commun sont difficiles “faciles ?” à confondre avec une “révolution”. “Et, de fait,” Toute révolution aboutit à une guerre civile, ou à des guerres externes, s’il arrive un “Hercule qui sait étrangler le monstre” (Napoléon par Chateaubriand). Mais, parvenu là, le discours tend à devenir trop large…

Paolo Facchi

BASTA MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO? NON SONO TUTTE UGUALI

Per capirci meglio

L’immaginazione al potere. Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, era uno degli slogan dei ragazzi del  mitico ’68. I quali, poveretti, non ebbero modo di dare prova di sé perché al potere non ci andarono, salvo quelli di loro che, piegatisi sotto il peso degli anni che passano per tutti, si accodarono a Silvio Berlusconi. Ad un nuovo uomo della Provvidenza, cioè, che per la verità, quanto ad immaginazione, non aveva bisogno di grandi aiuti. Fu lui, per dire, il primo capo di governo in assoluto, crediamo, ad accusare l’opposizione di avere vinto le elezioni mediante brogli, suscitando il doloroso stupore e qualche debole protesta da parte dell’onesto Beppe Pisanu, suo ministro dell’Interno implicitamente accusato a sua volta di inettitudine.

In quello stesso anno, tuttavia, era balzato alla ribalta un altro personaggio eccezionalmente dotato in fatto di immaginazione benché espresso da una dinastia di dentisti bergamaschi: Roberto Calderoli, inventore della celeberrima legge elettorale denunciata dall’opposizione come truffaldina ma che permise a Prodi, vincitore per poche migliaia di voti, di governare almeno per un annetto. Sconfessato in termini crudi dal suo stesso autore, il cosiddetto Porcellum è da tempo bersagliato da innumerevoli cervelloni come causa di tutti i mali della politica nazionale compreso lo scilipotismo; però nessuno lo tocca.

Calderoli, naturalmente, era già idoneo a diventare emulo e in qualche modo erede dei sessantottini in quanto esponente di un partito giovane e naif come la Lega, votata a sua volta a diventare il nuovo partito di lotta e di governo come il defunto PCI. E proprio nei giorni scorsi gli uomini della Lega hanno confermato la loro congenita creatività con un’altra primizia assoluta: la proposta di dotare il paese di eserciti regionali, atti a fronteggiare l’invasione dei fuggiaschi dall’ex “quarta sponda”. Un’idea doppiamente spregiudicata, in quanto un po’ incoerente con una certa vocazione pacifista di Bossi e compagni e perché non si conoscono precedenti di eserciti regionali neppure in Stati federali e persino confederali.

Della farina di tale proposta, che sembrerebbe poi rientrata, non sappiamo quanta provenisse dal sacco personale di Calderoli. Il quale, ad ogni buon conto, si è subito rifatto provvedendo ad arricchire il proprio palmarès, rimasto per troppo tempo fermo a quando la sua esibizione di una maglietta con scritte antimaomettane provocò l’assalto e la devastazione del consolato italiano a Bengasi; una premonizione, volendo, dello sfascio della politica italiana in Libia.

Lasciamo perdere almeno per ora il federalismo militare, ha detto in sostanza il Nostro, e richiamiamo invece in patria (o meglio, pardon, sul nostro territorio e tra la nostra gente), allo stesso scopo e comunque per risparmiare soldi, le nostre missioni armate all’estero, cominciando da quella operante in Libano.

La questione, intendiamoci, è seria sotto molti aspetti, e certamente non tabù come si tende a considerarla da qualche parte. Dipende però da come la si abborda. Vogliamo escludere per principio che il leghista orobico abbia posto l’accento sul Libano perché lì i nostri soldati furono mandati da un governo di centro-sinistra; molti ricorderanno la discussa immagine di D’Alema che ispezionava la zona interessata a braccetto di un dirigente degli Hezbollah. Sta invece di fatto che quella è la sola missione veramente di pace cui l’Italia partecipa, nel senso che l’ha intrapresa con il consenso di tutte e due, o tre, le parti già belligeranti e per mantenere la pace o almeno l’armistizio tra di loro.

Una classica missione di peacekeeping, insomma, sotto gli auspici e per mandato dell’ONU, a differenza di quelle svolte in Irak e in Afghanistan in appoggio ad interventi militari esterni che avranno anche avuto qualche giustificazione (almeno nel caso afgano) ma erano chiaramente diretti contro un potere locale  non privo di sostegno popolare e dall’ONU hanno ricevuto solo una sorta di legittimazione a posteriori del fatto irreversibilmente compiuto per renderne più accettabili i seguiti; con quali esiti finali, resta da vedere. Due missioni, insomma, per le quali, come del resto per quelle nel Kosovo, la qualifica di peacekeeping può essere disinvoltamente usata solo per ragioni di comodo ovvero per esigenze di politica interna, come Berlusconi per primo ha cominciato a fare in Italia incontrando anche, per complicità, pigrizia mentale o rassegnazione, un certo successo. Il discorso aperto da Calderoli, dunque, questa volta è sicuramente ammissibile, ma a patto di chiarirne preliminarmente le premesse.

Nemesio Morlacchi

Ragionamento su Waterloo

Io non saprei dire se sia corretto considerare una campagna militare, una guerra combattuta fra eserciti che si muovono su di un vasto territorio come una somma di alcuni scontri chiamati “battaglie”. Di certo una battaglia è anche più facile da raccontare di una guerra, ed è anche più facile attribuire ad un evento singolo, facilmente delimitabile nello spazio e nel tempo (quasi tutte le battaglie tradizionali vanno dall’alba al tramonto, hanno un luogo e una data), un carattere decisivo per avvenimenti e vicende storiche che possono andare anche, e molto, al di là.

Se ho scelto anch’io di ragionare su una battaglia, e una fra le più celebri nella storia d’Europa, quella del 18 giugno 1815 detta di Waterloo, è perché mi sembra che in essa più che in altre si evidenzi il punto di vista opposto: una altisonante e tragica inutilità, come si potrebbe dire anche di quasi tutte le altre battaglie napoleoniche. Ma c’è in Waterloo una cosa in più, ed è che in quelle giornate, perché a mio avviso la si dovrebbe far cominciare il 16 e finire il 19, gli avvenimenti ebbero una loro autonomia, andarono per conto loro, in maniera quasi del tutto indipendente dai piani, dalle attese, dai desideri, dalle speranze dei comandanti e dei soldati. Scrivendo delle ore centrali del 18 giugno Victor Hugo affermò “ci vorrebbe uno di quei pittori che hanno il caos nel pennello” per dipingere quello che accadde; poi non so se questo sia possibile in pittura ma è indubbio che a servirsi della parola non si può metterci dentro il caos più di tanto”. Né io stesso, dopo tanto tempo e dopo tante diversità accadute, cercherò di farlo. Ma una certa ambizione a ricostruire la contingenza non la posso negare.

La mia ricostruzione della battaglia fa riferimento a quattro protagonisti: Napoleone, Wellington, che comandava le truppe inglesi e fiamminghe (belgi, olandesi), Blücher, capo dei prussiani e il maresciallo francese Grouchy, che comandava l’ala destra dello schieramento disposto da Napoleone; quest’ultimo si può chiamare protagonista per quello che non fece, ma che avrebbe potuto, o dovuto fare, se le cose fossero andate diversamente. L’inserzione dei primi tre è dovuta e necessaria, perché appunto l’incrociarsi delle loro decisioni più eventi occasionali, ritardi, errori e altro hanno fatto accadere quello che è accaduto. Il quarto, Grouchy, è un protagonista assente, è l’enigma di quegli avvenimenti. Provocò la sconfitta di Napoleone perché la sera del 18 non si presentò sul campo di battaglia; cioè con la sua assenza o, per dir meglio, mancata presenza. L’evento determinante fu qualcosa che non accadde, ma che si sperava sarebbe accaduto. Era giustificata questa speranza? È di questo che si ragiona.

E’ attraverso questo Grouchy, poco noto agli storici venuti dopo e allo stesso Napoleone, che lo aveva nominato maresciallo poco prima (il 17 aprile 1815), che il caso si insinua nella ragione napoleonica, nella tenacia e prudenza dell’inglese, nella focosa aggressività del prussiano. L’assenza di Grouchy dal campo di battaglia in quella mezz’ora decisiva fu pura contingenza? Quelli che vogliono tenacemente ricostruire una ragione storica possono sostenere che Grouchy “non poteva non essere assente”, per tutte le circostanze che esporrò; ma sarebbero a loro volta discutibili. Se c’è una ragione degli avvenimenti che si possa distinguere dalla ragione delle idee è certo che quella sera si rivelò di gran lunga la più agguerrita.

Non si potrà fare a meno, nel ricostruire questo scontro fra la ragione individuale e quella degli avvenimenti, fra le cose pensate e quello che accadde, di dare un certo posto alla fortuna. La fortuna non è altro che il caso quando ci aiuta, quindi in definitiva c’è sempre da risalire a chi ne è toccato, perché è sempre lui che giudica se la tal contingenza gli ha giovato o non gli ha giovato. Ma in un caso e nell’altro ne deve tener conto. Una ragione cui la fortuna rimanga indifferente Napoleone stesso non l’avrebbe fatta propria, e in questo era davvero l’erede di quel modo di pensare del rinascimento italiano che giudicava necessario il legame tra “virtù” (nel senso di capacità) e fortuna: “virtù e fortuna”. Era arrivata la ragione, ma una ragione cui la fortuna rimanga indifferente lo stesso Napoleone non l’avrebbe fatta propria. Aveva imparato a liberarsi dei comandanti non fortunati; perdonava più facilmente l’infedeltà che la mala sorte.

Grouchy aveva voluto non essere presente quel pomeriggio, e quindi non fu propriamente sfortuna quella di Napoleone. L’assenza fatale di quel maresciallo esige ben più solide spiegazioni. E noi dobbiamo chiederci “perché” non volle essere presente.

Se per destino si intende una contingenza che si ripete sempre in una stessa direzione, Napoleone poteva ancora credere in un proprio destino favorevole. Le precipitose sconfitte dopo le quali aveva dovuto abbandonare prima la Spagna e poi la Russia, infine il resto d’Europa e la Francia stessa e ridursi all’isola d’Elba; tutto questo li poteva giudicare come eccezioni, compensate dal suo trionfale rientro. Poteva di nuovo farsi chiamare imperatore, poteva fare assegnamento sulla sua popolarità, fra i francesi e in Europa. Si sa che Wellington temeva la popolarità di Napoleone fra i suoi stessi soldati inglesi e soprattutto fra i suoi alleati olandesi.

Questa volta il caso, le contingenze, il destino, presero una strada diversa. Passarono per la testa di Grouchy, facendogli decidere di non presentarsi sul campo di battaglia. Sembra proprio che Grouchy, quando decise di continuare a marciare dietro ai prussiani malgrado sentisse alla sua sinistra i cannoni dello scontro in atto fosse convinto che Napoleone se la sarebbe cavata da solo, che ne sarebbe venuto fuori vincente. Non era questo Wellington un mediocre generale, non erano questi inglesi gente che non sapeva combattere fuori dalle loro navi, come aveva ben spiegato l’imperatore all’ultimo incontro, per dare fiducia ai suoi, per darla a se stesso? Certo, il suo destino, lui stesso e la Francia, se lo dovevano guadagnare; ma c’era da pensare che non sarebbe stato tanto difficile, con questi signori. La lontana fortuna di Marengo era stata proprio soltanto fortuna?

Si sa che Grouchy aveva ben ricevuto i suoi ordini prima dello scontro. Ma riguardavano soprattutto l’inseguimento dell’esercito prussiano, che era stato costretto alla ritirata la sera del giorno prima; c ‘era da impedire che si unisse all’esercito anglo-olandese. Per il giorno dopo, il 18 giugno appunto, era previsto l’assalto alle truppe di Wellington, che sulla collina di Saint Jean, quella che ancora oggi si mostra ai turisti, impedivano di arrivare a Bruxelles, pochi chilometri più in là. E Napoleone aveva già pronto in tasca il suo proclama da vincitore. Ma, come vedremo , non risulta in alcun modo che Grouchy dovesse tener lontani i prussiani dal campo di battaglia e dopo arrivarci lui. Doveva tenerli lontani e basta. Come tutti sanno, i prussiano arrivarono e lui no.

E’ rimasto celebre – c’è addirittura un dipinto – lo scontro che Grouchy ebbe con i suoi generali, soprattutto con l’eroico Gérard, che sarebbe morto il giorno seguente; era il mattino di quel fatale 18 e i generali insistevano perché si dovesse correre “aux canons”, cioè là da dove si sentiva il cannone; la collina di Saint Jean. Sarebbe stata, indipendentemente da ordini e interpretazioni, la decisione ragionevole, addirittura evidente. Ma Grouchy non ne volle sapere e rimase fermo al dovere di tallonare quella parte dell’esercito prussiano che si vedeva davanti, e che egli credeva fosse il tutto. Così, insisteva, gli era stato ordinato.

Lo storico inglese Hamilton-Williams (1) riferisce che il conte di Flahault (uno dello staff napoleonico) disse di aver udito con le sue orecchie, e di poterlo riferire sul suo onore, che Napoleone disse a Grouchy, nel famoso incontro preparatorio di tutti i comandanti : “Coraggio Grouchy, tenete dietro ai prussiani, con la spada alle reni; ma comunicate sempre con me con la vostra sinistra”. Non si preoccupò che ci fossero strade laterali per questi contatti, e in effetti non ce n’erano. Ma anche se una strada e un modo di comunicare rapidamente ci fossero stati era chiaro che più i prussiani si allontanavano meno il far le due cose sarebbe diventato facile.

Comunque Grouchy non fece né una cosa né l’altra. Infatti non seguì i prussiani “con la spada alle reni” e non mantenne le comunicazioni con Napoleone. Trovandosi in una situazione contraddittoria, scelse di non scegliere. Si mosse sì, ma come un corpo si muove per inerzia, cioè linearmente davanti a sé e sempre più adagio. Continuò a seguire i prussiani tenendosi ad una certa distanza. Nella discussione con i suoi generali l’argomento di Grouchy era che lui si sentiva tranquillo soltanto se poteva riferirsi ad un comando. Così è negli eserciti, almeno in quelli centralizzati e ben tessuti, come era quello napoleonico.

Non aveva torto, perché così lo stesso Napoleone gli aveva ordinato di fare. Infatti, continua lo storico, “Grouchy non si era di molto allontanato per prendere il suo nuovo comando che Napoleone fu preso da un certo timore per queste istruzioni. … Non aveva insistito abbastanza sulla necessità di essere prudenti. Quanto era accaduto nel 1813 e nel 1814 gli aveva insegnato che i prussiani in ritirata avrebbero potuto molto abilmente girarsi all’improvviso su Grouchy, specialmente di notte, e annientarlo. Perciò Grouchy avrebbe dovuto far attenzione ai prussiani, ma sempre in condizione di non farsi coinvolgere”. Gli inviò frettolosamente un altro messaggio scritto, nel quale ripeteva quello che aveva detto, ma anche “per ogni evenienza tenete i vostri due corpi di fanteria sempre assieme; e ogni sera cercate di occupare una posizione militare favorevole, con buone vie di ritirata”. Afferma lo stesso Hamilton-Williams, in una nota, che questo documento venne fatto sparire sotto Napoleone III; lo si riporta in opere scritte prima del 1850.

Si parla anche di un altro messaggio, che avrebbe ordinato di fare quello che non fu fatto, e che probabilmente nemmeno arrivò. E il povero Grouchy, fra ordini e raccomandazioni, proseguì per inerzia, cioè rallentando, come rallenta, appunto, una biglia per l’attrito del suolo.

Una domanda che è lecito porsi è che cosa abbia portato Napoleone, proprio alla vigilia di una campagna che si annunciava difficile, a nominare maresciallo (quindi in posizione di avere un comando autonomo) un uomo che sembrava non avesse alcuna delle caratteristiche che di solito si attribuiscono a quelli che facevano carriera nella Grande Armée. Anzitutto era un aristocratico dell’Ancien Régime e figurava fra i comandanti dell’esercito del re per nascita. Era poi passato con la rivoluzione, aveva anche combattuto in Vandea per la repubblica; aveva avuto comandi con Napoleone; era stato ferito ben quattordici volte in Italia, così diceva; alla battaglia di Eylau gli avevano ucciso il cavallo e si era di nuovo fatto del male, cadendone. All’inizio dei cento giorni aveva condotto una campagna militare piuttosto fiacca contro i monarchici del duca di Angoulême (così gli aveva detto lo stesso Napoleone, si racconta, perché quel duca si era preso i gioielli della corona, utilissimi per pagare i soldati, e con lui bisognava trattare per riaverli). Era stato un valoroso, certamente, ma anche malconcio (delle sue ferite si lamenta in molti documenti) e che comunque non aveva mai compiuto azioni da protagonista. Napoleone, nel comunicargli la decisione di nominarlo maresciallo, scrive di “belle manovre, capacità e coraggio di cui aveva dato prova in altre circostanze, e particolarmente a Friedland, a Wagram e nelle pianure della Champagne”. Ma sostanzialmente Grouchy era un militare di carriera, di routine, evidentemente stanco (come lo erano tanti degli altri marescialli) e molto bravo a far domande di congedo e a chieder favori alle autorità del momento, re, regine, imperatori che fossero. E Napoleone, che non aveva più voluto Murat, che soltanto il 15 giugno aveva dato un comando a Ney, l’uno e l’altro certamente più audaci, si fidò di questo timido che non aveva ambizioni. E così lo fece divenire famoso, ma di una mala fama che lo costrinse ad emigrare in America, alla fine di quegli avvenimenti.

Una battaglia faceva parte di una campagna militare. La campagna iniziava quando gli eserciti uscivano dalle loro sedi permanenti per occupare un territorio che non era quello abituale. Benché carte topografiche ben fatte non mancassero di certo, tuttavia l’insicurezza era forte quanto alle strade, alle loro condizioni che dipendevano dal tempo e alla possibilità di varcare i corsi d’acqua; per non parlare degli umori degli abitanti, perlopiù contadini che dovevano nutrir loro questi eserciti; e poi c’era l’altro esercito, esso pure in movimento. Si sa che Napoleone, occupato un villaggio, ordinava di farsi dare la corrispondenza appena arrivata, perché se ne poteva cavare qualche indicazione sui movimenti delle altre truppe. Quando si “misero in campagna”, ciascuno dei nostri tre comandanti sapeva ben poco delle intenzioni degli altri due, alleati o nemici che fossero. Si sa che Wellington aveva ordini riservati di badare soprattutto a tenersi il porto di Anversa, perché già Nelson aveva ammonito che in condizioni di tempo favorevoli una copiosa flottiglia di piccole navi avrebbe potuto da quel porto sbarcare molti uomini sul suolo inglese; la flotta inglese era fatta di navi grandi e non sarebbe arrivata a fermarle tutte. I prussiani avevano compreso che c’era sotto qualcosa e non si fidavano molto dei loro alleati; più volte furono tentati di tornarsene in terra tedesca per farsi raggiungere da austriaci e russi. Napoleone sembrava diretto verso Bruxelles e così era. Ma Wellington, che si era studiato le sue battaglie e ne aveva cavato l’insegnamento che sovente c’era da aspettarsi qualcosa di nuovo, sospettava di una finta e che il grosso dell’esercito francese dirigesse proprio su Anversa. Si seppe più tardi che qualche anno prima, passando davanti alla fatal collina di Saint Jean, aveva detto: “se dovessi difendere Bruxelles mi metterei proprio lì”; ed è quello che fece. Ma non era certo che avrebbe dovuto difendere Bruxelles. E forse fu proprio per farsi vedere da tutti ben presente sul posto che la sera del 17 decise di partecipare con i suoi ufficiali al grande ballo della duchessa di Richmond, dal quale si allontanò a notte alta quando si cominciò a sentire il rombo dei cannoni francesi. E ci fu anche la scena, alquanto oleografica, della figlia della duchessa, una bambina di sei anni, che fu tirata fuori dal letto a mezzanotte perché baciasse la spada del generale che stava per montare a cavallo.

Lo scontro di Waterloo ebbe questo di originale, che fu la riproduzione in piccolo, cioè su di un piccolo territorio, dell’intera campagna, come l’aveva ragionata Napoleone. Hamilton-Williams1 espone così il piano di Napoleone per l’intera campagna: “Napoleone decise di assalire Wellington e Blücher mentre attendevano l’arrivo degli eserciti austriaco e russo per raggiungere insieme il confine francese. Egli sperava di sconfiggere ciascuno dei due in maniera completa, ma era pronto, come sempre, ad adattare i suoi piani alle circostanze. Egli voleva anzitutto buttare Wellington in acqua, così che l’Inghilterra si trovasse fuori dalla guerra sul continente. Se Blücher fosse stato battuto i prussiani si sarebbero tirati indietro, per raggiungere le loro comunicazioni verso oriente. Wellington, in questo caso, si sarebbe a sua volta tirato indietro a occidente, per non perdere il contatto con le coste sul Mare del Nord. A questo punto, tenendo a bada Wellington e costringendo Luigi XVIII ( il re Borbone) ad andarsene da Gand e Guglielmo d’Orange ad uscire da Bruxelles, e avendo così conseguito un enorme successo politico, egli si sarebbe ancora una volta girato sull’altro lato e occupato di Blücher (vien da pensare al batacchio di una campana) … Li avrebbe costretti l’uno e l’altro a tirarsi continuamente indietro, per evitare il rischio di non poter comunicare. Con un po’ di fortuna gli sarebbe riuscito di chiudere gli eserciti alleati tra sé e i 54.000 uomini che Suchet stava portando avanti (dalla valle del Reno; Suchet, come Grouchy, quello che arriva e decide) … Napoleone sperava che il governo inglese di lord Liverpool, messo di fronte ad un’altra guerra che andava per le lunghe e alle conseguenti difficoltà finanziarie, dal momento che gli inglesi erano quelli che sostenevano le spese per gli alleati, avrebbe rinunciato. Senza il denaro inglese gli alleati non avrebbero potuto continuare la guerra. A questo punto Napoleone era certo che si sarebbe arrivati ad un accordo”.

Conviene ora spostarsi sull’altro lato della scena europea, nelle grandi pianure orientali, per ricordarsi di quanto aveva setto Kutùzov, nella versione posteriore di Tolstoi in “Guerra e pace”: “in guerra i piani troppo complicati non riescono”. E’ difficile dire a qual punto risultino “troppo complicati”; ma è certo che, aumentando il numero delle relazioni, delle dipendenze, tra un avvenimento e l’altro, basta che una di queste non si realizzi perché tutto il sistema ne venga compromesso; e quando i legami sono numerosi e interdipendenti e più facile che se ne rompa qualcuno.

Un progetto come quello napoleonico esigeva sicurezza di informazioni e di comunicazioni, cose che il Bonaparte era ben lungi dal possedere. La trasmissione degli i ordini si faceva a quel tempo con messaggeri a cavallo, ai quali poteva succedere di dover attraversare il nemico, e quindi girargli attorno; quelle campagne non erano mai quelle di casa loro, e se incontravano qualche contadino non parlava come loro, ammesso che volesse fargli il favore di mostrargli la strada giusta. Il destinatario spesso se lo dovevano cercare, perché le truppe si spostavano. In queste condizioni non deve stupire che il fatale ordine che Napoleone avrebbe mandato a Grouchy la sera del 17, che era di convergere al centro, non sia mai arrivato. Ma Napoleone stesso dovette pensare che ci sarebbe anche arrivato da solo a questa manovra, che era poi quella consigliata dai suoi generali; non si preoccupò tanto quando la sera del 18 vide arrivare Blücher alla sua destra. “Tanto dietro di lui ci sarà Grouchy”, deve aver pensato; sembra addirittura che abbia detto: “voilà Grouchy qui arrive”, scambiando i prussiani per francesi. A questo punto si ritorna al quesito: “perché Grouchy non corresse il suo cammino”?.

Dall’altro lato Blücher, il focoso capo in testa prussiano, aveva fatto il contrario di Grouchy. Dopo la parziale sconfitta del 17 i suoi comandanti gli consigliavano di ritirarsi, di tornare a casa e di lasciar perdere quei testoni degli inglesi, che tanto loro non si sarebbero mai mossi per aiutare i loro alleati prussiani ( Wellington aveva promesso a Blücher che si sarebbe spostato per aiutarlo se non fosse stato a sua volta attaccato; in effetti era stato attaccato contemporaneamente a Blücher, lo stesso giorno 17, e non si era mosso). Invece Blücher, che nutriva per i francesi un odio primitivo, benché anziano e ferito nello scontro del giorno prima, quel giorno 18 agì di propria iniziativa; senza trasmettere ordini si mescolò ai soldati, incitandoli a trascinare i loro cannoni anche nel fango, ad andare comunque dove lui aveva deciso si dovesse andare. La comunicazione tra uomo e uomo, tra padre e figlio potremmo dire, funzionò meglio degli incerti messaggi napoleonici, anche perché lì si era certi che il messaggio arrivava. Ma possiamo noi immaginare l’aristocratico, l’elegante maresciallo Grouchy, il quale proprio la mattina del 18 si sarebbe attardato a farsi dare dai contadini fragole appena colte, rivolgersi direttamente ai soldati per portarli là dove i loro stessi comandanti avessero detto che non si doveva andare?

Nel campo inglese le disposizioni avanti lo scontro erano più semplici; sul campo Wellington i suoi ordini li dava a voce, ed erano ordini urlati, ripetuti da un reparto all’altro. Ma anche lì non mancarono incomprensioni. La complicata macchina francese esigeva invece che Napoleone si rivolgesse ad un capo di stato maggiore, il quale trascriveva e spediva; quando non c’era il capo era lo stesso imperatore che dettava, come per la lettera a Grouchy che è sparita. Nelle precedenti campagne a prendere gli ordini c’era stato Berthier, uno che trascriveva con chiarezza, redigeva in più copie e affidava a più corrieri; anche quindici. Di Berthier, considerato un mediocre dagli storici militari, fu detto che era stato lui il vero artefice di tante vittorie; ma era morto di una morte poco chiara poco prima del rientro di Napoleone. Invece a Waterloo c’era Soult, che era un comandante di truppa; trascriveva male, a quanto si disse, e soprattutto spediva un solo uomo.

Anche in altri casi le disposizioni napoleoniche non furono molto funzionali. Si sa che D’Erlon, che comandava la fanteria francese situata alla destra di Ney e alla sinistra di Napoleone, aveva ricevuto ordine di obbedire a Ney, salvo ordini contrari dello stesso Napoleone. Risulta che Napoleone non si fidasse molto di Ney – colui che l’aveva convinto ad abdicare a Fontainbleau e che aveva promesso al re borbone Luigi XVIII di portarglielo in una gabbia – e si può pensare si riservasse il diritto di intervenire personalmente sui suoi ordini. Avvenne così che la sera del 17 Ney, che fronteggiava gli inglesi sulla loro sinistra, chiese a D’Erlon di mettersi al suo fianco, cioè di spostare le sue fanterie a sinistra. Nelle stesse ore Napoleone, che aveva aggredito i prussiani e li aveva costretti a tirarsi indietro, mandò a dire a D’Erlon che corresse a dargli una mano, verso destra, perché bisognava prendere i prussiani sul loro retro, prima che fossero sgusciati via. Ma D’Erlon, che nel frattempo si era spostato a sinistra, ci mise più tempo del previsto ad arrivare sui prussiani e li prese di fianco, che ormai si erano ricompattati. La sua azione fu ugualmente efficace, ma non decisiva. Blücher poté ritirarsi e tenersi pronto per il giorno dopo.

Ci furono anche le manovre finte, di comunicazione. L’astuto Wellington aveva disposto la sua fanteria su due file una dietro l’altra, in cima a quella collina che bisognava tenere per impedire ai francesi di marciare su Bruxelles. D’un tratto diede loro l’ordine di ritirarsi, ma soltanto per qualche decina di metri, fino ad arrivare sul versante interno e lì ridisporsi nei famosi quadrati. Un ordine che apparve poco motivato agli stessi comandanti di quelle fanterie. Invece ottenne i suoi effetti. Il focoso Ney, che stava ai piedi della collina con tutta la sua terrificante cavalleria, pensò : “questi si ritirano, saltiamogli addosso”. C’era sì l’ordine di attaccare, ma quando fosse arrivata la fanteria, perché prendere una posizione con i cavalieri quando non c’erano i fanti per mantenerla lo sapevano tutti che non serve. Invece Ney attaccò ugualmente, pensando di trovare gli inglesi con le spalle girate; se li trovò davanti ben posizionati in difesa e pronti a sparare con i fucili e fu un quasi totale disastro. Non aveva chiesto al capo, e si prese del cretino. Ma c’è anche chi dice che sia stato lo stesso capo a dare quell’ordine precipitoso.

La situazione era ancora favorevole ai francesi. Sapevano usare l’artiglieria molto meglio dei loro avversari, e facevano stragi. Lo stesso Wellington, che se ne stava ben in vista a cavallo sulla cima della collina, circondato dai suoi ufficiali, pure a cavallo, se ne vide cadere alcuni al suo fianco. E quando gli chiesero “comandante, che cosa facciamo se lei dovesse morire?”, la risposta fu “crepate anche voi”. Invece se la cavò, anche se lo sentirono che invocava, shakesperianamente, “give me the night”. In quella lenta serata di giugno la sua presenza ben visibile era un costante riferimento per i soldati; significava più che una presenza: “se il capo è ancor lì, può ancora andar bene”.

I francesi attaccavano ora con la loro potente fanteria. Molti ritengono che ce l’avrebbero fatta a sloggiare quegli inglesi se avessero avuto un paio d’ore di chiaro in più. Napoleone aveva previsto che tutto l’avanzamento dell’esercito francese dovesse aver inizio alle nove di mattina. Ma la notte precedente sera piovuto e non si poteva avanzare nel fango né tirarsi dietro mi cannoni. Perciò la partenza fu rinviata alle undici, quando il terreno fu giudicato asciutto; e tutto avvenne due ore dopo. Così molti dicono che fu la pioggia a sconfiggere Napoleone. A me sembra una conferma di quanto aveva detto Kutùzov, che in guerra i piani troppo complicati non riescono. Basta che arrivi la pioggia, personificazione della sorte cieca, del caos nella natura. Ma lo fu veramente, in quelle piovose contrade?

Napoleone fece tutto come aveva previsto, soltanto due ore dopo. Non aveva più quella capacità di improvvisare che lo aveva fatto vincere da giovane; sembrava diventato un generale austriaco. La fanteria francese saliva dunque sul colle guidata da D’erlon, il quale questa volta sapeva dove aveva da portare i suoi uomini. Qui si vide qualcosa che sul momento non si capì. Si vide la fanteria francese salire disposta in colonne, con il risultato che soltanto quelli che stavano davanti potevano arrestarsi e sparare ; invece gli inglesi erano disposti in file sottili e parallele, e così sparavano tutti. Le ragioni di questa disposizione francese furono comprese soltanto quando si fece il film e si dovette ricostruire quella salita: per i soldati, se disposti in colonna, sarebbe stato più facile arrivare tutti assieme fin sulla cima. Ma allora non si sarebbe dovuto ordinargli di fermarsi e sparare! E in cima a quella collina non arrivarono perché il fuoco della fanteria inglese, ben più efficace perché gli inglesi tiravano tutti e tiravano da fermi, li disperse.

A questo punto Napoleone decise che si doveva impiegare la guardia imperiale. Era come giocare la preziosa carta tenuta in riserva. Avevano la fama di soldati terribili, questi della guardia imperiale, tanto che alcuni prussiani arrivati in anticipo si erano spontaneamente tirati da parte. Nel riferire delle gesta napoleoniche sul suolo russo, Tolstoi nota come a Borodino la guardia non sia stata impiegata; avevano questa nomea di terribiloni ma veramente la conferma non si era mai vista, almeno nella campagna di Russia; e non la si ebbe nemmeno quel pomeriggio, a Waterloo. Anzi la loro fama agì, per così dire, all’incontrario. Quando gli altri soldati francesi e gli stessi comandanti cominciarono a dirsi “la garde récule” (e in effetti si era fermata) tutti ebbero al sensazione che a questo punto non ci fosse più niente da fare. Si poteva soltanto disporsi in difesa e sperare, o aspettare, che arrivasse Grouchy.

Wellington seppe cogliere molto bene il momento. Agitando con le mani il suo berrettone alato scese dal suo punto d’osservazione e si mise a cavalcare fra i suoi per tutta la larghezza della collina. I soldati compresero “stiamo vincendo” e si buttarono sui francesi, così da impedire che si organizzassero. Dopo ci furono gli inutili quadrati della guardia, che era stata pietosamente invitata ad arrendersi. E ci fu la non riferibile “ m….” del generale Cambronne, che tutti udirono ma che egli sempre negò di aver detto. E la cosa si spiega: riavutosi dalle ferite si maritò con una inglese e non poteva di certo vantarsi, al di là della Manica, di quella parola così poco “british”. E poi ci fu l’arrivo dei prussiani, come si è detto.

Si attribuisce a Wellington di aver detto “abbiamo vinto per un pelo, ma per un pelo così piccolo che non si arriverebbe nemmeno a vederlo”. A ricostruire il pelo della vittoria ci si sono messi gli storici, numerosi e pazienti e con tante informazioni più delle nostre. Ma così si è portati a ignorare la contingenza, ad ignorare che in talune situazioni tutto si può aspettarsi che succeda; raccontano gli avvenimenti ma non sono capaci di dimenticare che sanno come sono andati a finire. E’ certamente difficilissimo, per non dire contraddittorio, narrare una serie di fatti senza farsi condizionare da un finale noto; e senza che la narrazione sia costruita per rendere necessario questo finale. Poi ci sono sempre delle ipotesi ed è quasi impossibile, inumano si potrebbe dire, non farsene condizionare; cioè raccontare quello che è accaduto pensando a quello che, secondo la propria testa, avrebbe potuto accadere.

Più bravi a portare il lettore in mezzo agli avvenimenti sono scrittori e romanzieri, certamente meno informati. In quelle sette o otto ore la frequenza dei combattimenti ravvicinati, il fango e la polvere della terra e dei proiettili, il frastuono delle cariche di cavalleria (ce ne furono molte, anche da parte inglese), il lamento dei feriti, i cavalli senza più guida che giravano da tutte le parti, intorno ad una modestissima altura che è ancora lì da vedere, impedivano a chiunque di avere una visione chiara di che cosa stesse accadendo. . Gli stessi comandanti non ne capivano molto più dei loro soldati. Stendhal descrisse l’avventura di un volontario a Waterloo nella sua “Chartreuse de Parme”; e il povero giovane che cosa vide? Una gran confusione, pochi cavalleggeri ulani che gli passano davanti, tutti che cercano di fare qualcosa (anche nascondersi), tira un colpo anche lui e gli sembra di aver accoppato qualcuno; nessuno sa se dieci minuti dopo sarà ancora al mondo. Dopo un po’ ci sono quelli che se ne vanno e quelli che restano e sono i vinti e i vincitori. Con Victor Hugo sembra di essere al cinema; la sua descrizione è più ampia, ma tutto vi succede così rapidamente che non c’è tempo di fermarsi a considerare qualcosa. Tolstoi è allo stesso tempo cinematografico e frastornato, quando narra di Austerlitze e di Borodino.

C’è da far credito al vecchio Kutùzov quando, in dissenso con lo zar ed i suoi generali pianificatori, sosteneva che in questi avvenimenti la ragione non serve tanto. Tocca ai generali farsi soldati, percepire gli avvenimenti come loro li percepiscono. Chi ha un piano nella testa finisce con il trovarsi più impacciato di chi non l’ha. Si potrebbe azzardare che se Napoleone avesse detto Grouchy: “stai attento a non farti incastrare dai prussiani e ceca di andare dove ti sembra che sarai più utile” qualche possibilità di trovarselo lì dove serviva in quel fatale pomeriggio l’avrebbe avuta.

I soldati di Napoleone, abituati alla vittoria, devoti e fedeli fino al fanatismo, appiattiti sulla personalità del loro capo, convinti della sua superiorità su qualunque altro comandante e della loro stessa superiorità sul terreno, vedendosi nel giro di poche ore da vincitori certi trasformati in vinti ebbero la più naturale delle reazioni: siamo stati traditi. Salivano dal basso, questi mormorii di tradimento, e diventavano più consistenti man mano che toccavano i gradi più alti. Di certo gli errori, i ritardi, le incertezze da parte francese furono molti, come hanno ricostruito gli storici. Ma ce ne furono tante altre fra gli stessi inglesi, fra i loro alleati scozzesi, belgi, fiamminghi, e perfino nel campo prussiano. Si insiste di più sulle deficienze francesi perché bisogna in qualche modo spiegare come hanno perduto. Ma nel campo inglese interi reparti si nascosero tra i boschi e la cavalleria scozzese si fece massacrare stupidamente esponendosi all’artiglieria; poi c’erano i belgo-fiamminghi che marciavano un passo avanti e due indietro e i prussiani che avevano una gran voglia di tornarsene a casa. Ci furono anche gli eroi, è certo, e quelli che si sacrificarono. Ma ai morti non si può credere se sono morti per vocazione o perché è loro accaduto di morire.

Ragionando in senso più ampio possiamo dire che Napoleone era ormai un uomo dal destino segnato. Le sue capacità militari, la sua stessa “grande armée”, non interessavano più. La ragione storica, la ragione degli avvenimenti, se si possono usare questi concetti, era contro di lui. Egli aveva una sua pur possente ragione umana; “ragione degli avvenimenti è una metafora”, ad uso di storici e narratori; possiamo dire che la metafora ebbe la meglio? Sempre lo Hamilton-Williams nelle ultima pagine del suo libro insiste sul fatto che Waterloo, in se stessa, avrebbe potuto essere niente di più che una battaglia perduta in una guerra che si poteva ancora continuare. Così infatti la intendeva Napoleone quando, precipitosamente ritirandosi da quel campo di battaglia, chiese il comando di altri robusti eserciti per organizzare la difesa sul suolo patrio. Questo era stato, del resto, il suo piano iniziale, poi scartato in favore di quello offensivo. Ma non trovò consensi fra i politici né fra gli stessi militari del suo Paese.

Era tornato il momento della trattativa e della diplomazia. La diplomazia di Napoleone era stata particolarmente semplice: vinco io e dopo gli dico quello che deve fare. Ma il suo decisionismo non era stato decisamente risolutore, perché lui stesso si mostrava incapace di rispettare gli accordi conclusi, e dopo una battaglia, anche vinta, si doveva sempre farne un’altra. Si stava formando dovunque, in Europa, una borghesia che aveva filtrato le forme utopiche della rivoluzione così come le certezze degli assolutismi. Ci volevano pace, commerci, rapporti liberi e sicuri, un proletariato capace di lavorare e di produrre piuttosto che di combattere e fare lunghe marce. Napoleone, che prendeva tutti nei suoi eserciti, cominciava ad ingombrare. Lo seguivano ancora i semplici soldati, onesti proletari che militando nella Grande Armée speravano in un’ascesa sociale, in condizioni di vita più facili; rischiose, certamente, ma forse non più che un lavoro in miniera o nei campi, dove per giunta c’era la fame.

Sarebbero stati loro la base d’opinione di quel conturbante fenomeno che fu il bonapartismo, in Francia e in Europa. Una malattia dello spirito europeo. Quanto a lui, poveretto, se si affidava così tenacemente alla sua ragione umana era forse perché, lui per primo, aveva perso fiducia nella fortuna e nella storia.

La sua fama rimase immensa e oscurò quella dei vincitori. Tolstoi, che considerava Napoleone poco diverso da un condottiero del rinascimento italiano (ma non sapeva che quei condottieri le battaglie molto spesso se le inventavano) e che aveva per lui il sano disprezzo di un intellettuale con principi morali, si stupiva che se ne continuasse tanto a parlare. Fu certamente la vulgata francese degli avvenimenti che fece di Wellington “quel cretino che ha vinto Napoleone”. Ma dietro c’era ben altro. Piaceva all’emergente spirito romantico l’idea che la solare razionalità mediterranea del Bonaparte fosse stata sconfitta da virtù più semplici: la tenacia inglese, la pazienza russa, l’irruenza prussiana; anche il fanatismo ispanico veniva in qualche modo recuperato e perfino il papa, in armonia con la recuperata sacralità del medio evo. E ciò malgrado fosse ben chiaro che la solida capacità di resistenza del soldato inglese aveva trovato in Wellington chi l’aveva saputa impiegare. E la bella domanda di Kutùzov “che ne sapete voi di quello che pensa Napoleone?” a Waterloo si sarebbe potuta rovesciare: “che ne sapeva quel genio dei suoi avversari?”.

Fra i vinti si venne formando il mito dell’eroe che aveva in sé un destino di caduta, perché soltanto i mediocri galleggiano in ogni situazione. C’era in quel mito niente di meno che l’idea che l’incarnazione di un dio, Apollo: Napoleone = Néoapollon. Fra tanti fratelli battezzati Giuseppe, Luigi e simili lui soltanto “Napoleone”; era stato per indicargli il suo destino. E poi c’era quel “Buonaparte” , che faceva pensare a “colui che viene dalla parte buona”, cioè dalla parte del sole, che sorge ad oriente e illumina tutto il Mezzogiorno; e poi tramonta ad occidente, dietro l’oceano, come di fatto era accaduto. Ma il sole ritorna, basta aspettare.
Per i greci di Omero Apollo era stato un dio sterminatore di soldati, come è narrato nell’Iliade. E che cosa era stato Napoleone se non il più grande sterminatore di soldati? La brillante immaginazione dei poeti greci aveva visto i raggi del sole come frecce del dio Apollo irritato. E il nuovo Apollo entrò nella mitologia solare, del resto già ricca di re e imperatori. E ne venne arricchito il bonapartismo.

Il sole è indifferente alle sciagure umane. Si sa che Napoleone era del tutto indifferente alle idee rivoluzionarie che i suoi eserciti esportavano e anche imponevano; così come era indifferente alle situazioni che trovava nei vari Paesi. Considerava il vecchio re francese come uno che aveva perso il trono perché non aveva piazzato due cannoni davanti alla folla e di ogni popolo gli interessava soltanto quanti soldati poteva fornire e che fossero bravi e pronti a morire per lui. Diceva che Dio sta sempre dalla parte di chi ha più grossi battaglioni e si racconta che alla vista di tanti morti dopo una delle sue vittorie abbia avuto un sospiro di rammarico ma poi abbia esclamato: “una notte di Parigi rimedierà a tutto questo”.

Ma proprio questa sua indifferenza favoriva il credere in lui. Tutti coloro che soffrivano e speravano, o semplicemente sognavano, uomini o popoli che fossero (polacchi, ungheresi, italiani) non faticavano a pensare che un simile “genio dell’azione”, come fu chiamato, sarebbe arrivato a cambiare qualcosa anche per loro; tanto più che dall’altra parte si predicava il puro ritorno al prima. Quanto ai privilegiati, pensavano che agisse per loro, o anche contro di loro. Lui non si pronunciava; i suoi proclami alle truppe o ai popoli erano come i raggi del sole, che non si pronunciano; il sole non sa niente di ciò che i suoi raggi illuminano o riscaldano.
Il povero generale Buonaparte (per i francesi de Bonnepart), così rapidamente diventato Napoleone I imperatore, sapeva bene di non essere il sole; e per questo si affidava tanto alla sua ragione. Ma a Waterloo la sua fu una ragione stanca, come era stanco lui stesso e quasi tutti di lui.

Paolo Facchi

Nota
1. David Hamilton-Williams, Waterloo, new prospective, Arms and Armour Press, 1993, Wellington House, 125 Strand, London WC2R

TIME: OBAMA COME BUSH

Il titolo-calembour dell’articolo di Stephen L. Carter (TIME Jan.10, 2011) è “Man of war”. Com’è noto,”man of war” è anche lo strano nome di una fregata d’altri tempi. Recita il catenaccio: How does Barack Obama differ as a commander in chief from his swaggering predecessor? A lot less than you might think. A questo punto s’è capito quasi tutto, leggere l’articolo sarebbe quasi un di più. Invece no, leggiamo alcuni stralci. Nel frenocomio che è il Nord Europa radical-chic non c’è chi ha assegnato al presidente degli Stati Uniti il premio Nobel per la pace? E non siamo attorniati in ogni tram, in ogni bar, più ancora in ogni libreria, da belle anime per le quali il binomio nero e progressista è sicura garanzia di umanitarismo?

L’elezione di Obama, può darsi abbia aperto un’era nuova nella politica estera degli USA: Non però nella condotta delle nostre guerre. Le facciamo sotto Obama all’incirca come le facevamo sotto il suo predecessore. Forse nel 2008 Obama si è proposto come il presidente della pace, ma la prossima volta correrà come presidente della guerra. Le presidenziali del 2012 saranno anche un referendum sul capo delle forze armate più possenti della terra. Semplicemente, abbiamo eletto un presidente nella tradizione delle nostre guerre: un uomo che in ultima analisi sacrificherà l’idealismo nel nome della sicurezza.

Obama ha portato avanti nell’Irak l’approccio di Bush, e lo stesso fa nell’Afghanistan. Ha pienamente applicato la dottrina Bush: siamo decisi ad andare oltremare a combattere i nostri nemici, eliminandoli dovunque possibile, piuttosto che aspettare d’essere attaccati. E’ vero, Obama evita di parlare di vittoria: e questo è sbagliato. Se credi in ciò che fai, meglio vincere che perdere. Se ci sono guerre sbagliate, Obama dovrebbe porvi fine immediatamente, non in qualche data futura. Se sono giuste, dovrebbe dire chiaro che è obbligato a vincere. Anche continuando a torturare i prigionieri. Il modo più veloce per smettere di farlo è vincere la guerra. Se il presidente mettesse tutta la passione di cui è capace nel galvanizzare il paese in appoggio delle sue guerre -oggi sono le guerre sue e di nessun altro- sosterrebbe i suoi combattenti come nessun altro al mondo.

Obama è arrivato a rivendicare la liceità di metodi quali Bush non aveva reclamato -per esempio l’assassinio di cittadini americani, e sembra avere molto allargato le operazioni militari segrete, gli attacchi missilistici a grande distanza e simili. Forse gli avversari più feroci di Bush gli dovrebbero delle scuse.

Gli stralci dall’articolo di Carter -del quale è appena uscito il libro The violence of Peace: America’s Wars in the Age of Obama, Beast Books, 2011- finiscono qui. Una settimana dopo, 17 gennaio, la copertina del successivo numero di TIME reca la foto di un bambino afghano dilaniato (“by coalition aircraft“ dice la didascalia). E’ la regressione a ciò che tormentò il mondo negli anni del Vietnam. Ma anche gli occhi del Marine che porta in braccio gli stracci insanguinati racchiudenti il bambino dicono la tragedia dell’America: l,America ha ucciso la sua leggenda di fidanzata del mondo.. Per le sue dimensioni è diventata la nazione più militarista della storia, incapace di perseguire i suoi fini senza sparare alla cieca. Sta riabilitando Hitler. Riflettano i personaggi ‘democratici’ per i quali l’Irak e il Vietnam no, ma l’Afghanistan è una guerra giusta.

A.M.C.

Una nuova guerra, perché?

Tutte le guerre che occupano le pagine dei nostri libri di storia e che fanno giudicare i periodi di pace niente più che intervalli fra una guerra e l’altra non hanno impedito che la gente continui a pensare che un conflitto armato fra popoli o stati sia un avvenimento eccezionale. “Guerra e Pace” è il titolo di un romanzo famoso. Ma la vera contrapposizione sarebbe – così pensano i più – “Guerra e Mondo”, perché un mondo senza guerre è nei nostri pensieri più che non sia un mondo sempre in guerra; la guerra è l’eccezione, mondo è tutto il resto.

Il mondo, la vita, contengono in sé la conflittualità. Ma il mondo come dovrebbe essere e si vorrebbe che fosse è naturale pensarlo senza crudeltà, violenze e distruzioni. E’ per questo modo di pensare che ogni volta che “scoppia” una guerra le reazioni sono due: 1. Ci si chiede che cosa l’ha fatta succedere; 2. Come si giustificano quelli che l’hanno provocata?

La prima domanda porta alla ricerca di una causa, come si fa con avvenimenti che si ritengono fuori dal comune: ci si chiede perché la superficie del pianeta, normalmente stabile, di tanto in tanto tremi (non ci si chiede perché sta ferma); ci si chiede perché i fiumi “esondano”, come ci si chiede il perché della follia e non della salute mentale; La risposta a queste domande si dice “spiegazione causale” ed è l’indicazione di una causa; se la si rimuove, quando è possibile, sparirà anche l’effetto. Se invece l’avvenimento di cui si tratta è attribuito alla decisione di qualcuno, di uno che se lo può permettere, allora si chiede a questo qualcuno di spiegarci perché ha deciso quello che ha deciso. Si parla anche questa volta di “ spiegazione” e anche di “ perché”; ma il secondo “perché” è legato ad un “affinché”, cioè ad uno scopo, che giustifichi una decisione tanto grave; si chiede una spiegazione che è una “giustificazione” e il “perché” della giustificazione è diverso dal “perché” della spiegazione; è un ricondurre ciò che si fatto a delle ragioni, non a delle cause. Le ragioni sono una faccenda personale, di chi ha deciso, le cause sono una cosa esterna, che si subisce; spiegazione causale e giustificazione razionale son due cose diverse, che quando c’è l’una diventa inutile l’altra. E se vengono attribuite allo stesso avvenimento provocano l’accusa di ridondanza e di ipocrisia. Diciamo che è un ipocrita, un impostore, chi fa passare per causa una sua decisione; si sottrae così al bisogno di dar spiegazioni. Una causa non si giustifica.

Quando ne combina qualcuna di storta, che non saprebbe giustificare, il Buon Dio cambia nome, si fa chiamare “caso”; così sembra abbia detto niente di meno che Voltaire. Non può, questo Dio, presentarsi insieme come buono e come onnipotente. Gli umani, che invece sono sempre benevoli con Lui, hanno escogitato tante soluzioni per questa convivenza impossibile. La più onesta è quella del mistero, la più radicale è il dar ogni volta la colpa a se stessi: “chissà di che cosa l’avremo offeso, e Lui ce lo fa capire con le disgrazie che ci manda, che sono delle punizioni”; ci sono anche quelli che parlano di un Dio che “permette” che certe cose accadano; ma questa volta dovrebbe essere Lui a giustificarsi. Ma poiché questo a Dio non si può chiedere, ci pensa la bonomia popolare: “in quel momento il Signore dormiva, ne ha ben diritto anche Lui”.

Per gli umani si hanno altre esigenze: se subiscono, devono dire che cosa hanno subito, se decidono, per quali ragioni hanno deciso. Fra l’enorme mucchio di guerre che la nostra memoria storica ci permette di recuperare in ogni tempo e in ogni luogo ne abbiamo estratte due che ci sembrano rappresentative della guerra decisa e della guerra subita: le crociate e la prima guerra mondiale.

Le crociate noi le potremmo mettere in relazione con la famosa “jihad” di Maometto. O perfino con le guerre sante dei re assiri. Le più antiche guerre sante, guerre giustificate, di cui si ha notizia si rintracciano nelle iscrizioni assire (1): il re è responsabile delle sue azioni verso gli dèi piuttosto che verso il popolo; “il re è addirittura tenuto ad informare gli dèi degli avvenimenti di guerra e delle loro conclusioni”. Si scrivevano addirittura “lettere agli dèi; missive che avevano lo scopo di riferire agli dèi dell’adempimento della divina missione che era imposta al re” (p. 20)”. E’ difficile non vedervi un precedente dei moderni bollettini di guerra, con i quali si informa il popolo sovrano; ed è anche difficile non chiedersi se qualche volta il re assiro non avrà condito le sue lettere con qualche menzogna o vanteria.

Poi sono venute le “guerre sante” dell’Occidente cristiano. Esse furono “bandite”, decise, dai papi i quali trovavano indecente che i luoghi sacri della cristianità fossero governati da conquistatori di un’altra religione pur essa monoteistica; tanto più che i sovrani di quelle terre si mostravano poco accoglienti e ospitali, sottoponevano i pellegrini che avevano fatto sì lungo viaggio a vessazioni, estorsioni e balzelli. Dapprima i papi si rivolsero ai loro popoli, fra i quali predicavano la necessità di partire spontaneamente; successivamente ai sovrani, con il comando e il ricatto diplomatico. Furono insomma guerre e spedizioni decise e le decisioni erano esplicite e giustificate pubblicamente; quelli che partivano erano capaci di spiegare a stessi e a chiunque “perché” partivano.

Ben al contrario, il conflitto del l915-18 fu iniziato da sovrani e ministri sotto la pressione dei comandi militari dell’Austria-Ungheria e della Germana imperiale. Si basavano sui precedenti di interventi militari poco sanguinosi e distruttivi. Quando ne venne fuori il conflitto più sanguinoso della storia cominciò il palleggio delle responsabilità. Tanto che i vinti, per avere la pace, si videro imporre di assumersi la responsabilità di tutti quei morti ammazzati.

In ogni Paese vi erano state minoranze, perlopiù di intellettuali, che avevano addotto ragioni poco comprensibili ai più: che bisognava far valere la Kultur germanica sulla civilisation francese, che bisognava proteggere gli slavi del sud, i serbi, dalla prepotenza austriaca, più in generale le piccole nazioni, come la Serbia, appunto, o il Belgio, dalle prepotenze degli Imperi centrali; nel caso dell’Italia che bisognava completare il risorgimento, facendo coincidere i confini dello stato italiano con quelli geografici della penisola. Ma queste ragioni sarebbe azzardato dire che ebbero l’efficacia che viene attribuita alle cause; esse non penetrarono mai fra le masse dei combattenti, che si massacrarono senza odiarsi, che combatterono per un dovere che era accompagnato dalla paura; e anche per un orgoglio provocato in loro; non certamente per una fede religiosa, per la voce di un dio. Se ci chiediamo un perché di tanto conflitto dobbiamo indicare della cause, non delle giustificazioni; con l’eccezione dell’intervento degli Stati Uniti d’America.

Cause e giustificazioni sono due cose diverse, come si è detto. Una causa la si subisce; una giustificazione viene da noi stessi. E’ però anch’essa il richiamo ad una forza esterna superiore. Ma accade che ci si giustifichi dicendo che si vuol anticipare una causa, un avvenimento che però è del futuro, di un futuro che si decide di non subire. Così fu per l’intervento militare germanico sul Belgio neutrale, e neutrale per accordi comuni; la giustificazione era che si temevano gli effetti dell’alleanza franco-russa; e quando l’Inghilterra decise di uscire dal proprio tradizionale isolamento la giustificazione fu che si temevano gli effetti dell’occupazione tedesca del Belgio. La miscela che ne esce, in questi casi, è micidiale, perché si compiono azioni scelte sentendosene costretti. E costretti da qualcosa che non si vede, perché non è ancora accaduto. I precedenti sono numerosi nella storia.

Una guerra non è una guerra se non provoca morti, feriti, distruzioni. Chi la decide lo sa bene e molto spesso si può dire che proprio lo voglia. Ma non può dire che lo vuole, che se lo augura e aspetta, e allora dice che ne è costretto; ma da un avvenimento che deve ancora arrivare.

In certe battaglie del rinascimento, soprattutto in Italia, armate mercenarie mostravano l’una all’altra quanti cannoni, quanti cavalli, quanti soldati e come armati ciascuna poteva mostrare, poi su questa base trattavano o si combattevano. Andrea Doria, il famoso ammiraglio genovese del cinquecento, non portò a termine nessuno degli scontri navali che ebbe con turchi, francesi, corsari; interrompeva la battaglia per trattare, e di questo fu rimproverato. Anche Machiavelli rimproverava alle truppe mercenarie di non impegnarsi veramente nel combattimento.

Anche quelli che decisero il conflitto 14-18 volevano vincere ma non distruggere i loro nemici; gli spostamenti di confine furono modesti. L’intenzione era di distruggerne la potenza militare, indebolirli di armamenti e di truppe. Ma la situazione sfuggì al loro controllo, molte di quelle sanguinosissime battaglie furono di puro sterminio.

Ma sterminio di chi? Proprio soltanto delle masse di soldati nemici? Il sospetto viene che anche le proprie masse si volesse sterminare. In tempo di guerra ci si ritiene autorizzati a mentire, molto di più che in tempo di pace. Si mente sui morti e sui vivi, sulle risorse, sulle armi e così via; ma soprattutto si mente sulle intenzioni. Nessuno dice “perché” ha iniziato una guerra e proprio per questo coloro che desiderano sapere qualcosa si sentono autorizzati a ragionare con la loro testa. E il ragionamento è molto semplice: se non mi dici “perché” hai deciso, o se mi dai risposte reticenti, evasive, pretestuose, è che quelle vere non le vuoi dire; forse nemmeno puoi dirmele, tanto ti sembrano sproporzionate alla gravità delle conseguenze; e ne sei spaventato tu stesso.

La prima guerra mondiale interruppe un periodo di pace e di prosperità nei Paesi avanzati. Le testimonianze elogiative della “belle époque” sono infinite. Ricordo soltanto lo scrittore e filosofo russo Vladimir Soloviev (2). In uno scritto “I tre dialoghi” uscito nel 1903, fa discutere fra di loro varie persone su temi di attualità. Fra di essi un politico, il quale magnifica ed esalta la qualità e la fortuna dei tempi in cui è loro toccato di vivere. Fra queste fortune c’è che non si fanno più guerre; almeno in Europa, e quelle che si combattono su altri continenti non sono poi gran che devastanti. La guerra sembra proprio una cosa dei tempi passati, o di luoghi lontani.

Quel politico non poteva immaginare, neanche appena immaginare, quanto sarebbe apparso fuori luogo tanto suo compiacimento. Nel giro di qualche settimana estiva (e viene la tentazione di dar la colpa proprio all’estate) sette Paesi d’Europa (Serbia, Austria-Ungheria, Russia, Germania, Belgio, Francia, Inghilterra) si trovarono ad affrontarsi in sanguinosissime battaglie di distruzione. Il succedersi degli avvenimenti è noto a sufficienza. Lo stupore non è finito ancor oggi. Le spiegazioni che ne diedero allora i singoli governi furono un elenco di “atti dovuti”, come conseguenza di impegni diplomatici e morali non disattendibili. Soltanto i serbi, aggrediti per primi, non diedero spiegazioni. Erano atti dovuti presentati e sentiti come irreversibili. Quindi riconosciuti come cause determinanti.

“L’irreversibilità delle mosse crea nei decisori un senso di costrizione”; così ha scritto lo storico e politologo Gian Enrico Rusconi (3). Ma dopo tanti anni che sono passati, e dopo tante letture di testi molto spesso banali, anche se complicati, noi una risposta ce la dobbiamo ancor dare. E siamo portati a pensare che dietro a questa insufficienza ci sia una insufficienza nel descrivere la situazione in cui la guerra è “scoppiata”. Ci si limitava alle cause politiche, alle rivalità fra gli stati.
Si dimentica che la prestigiosa Europa della “belle époque” poggiava su di un cuscino di paura. Era la paura delle masse che ospitava in sé: contadini, che continuavano il lavoro e la vita delle precedenti società feudali, operai delle grandi fabbriche che vivevano emarginati nelle periferie, così visibilmente diverse dai quartieri borghesi delle grandi città, lavoratori del mare, mendicanti, gente emarginata. Tutti costoro bollivano al confronto delle loro condizioni, di cui li rendevano consapevoli intellettuali socialisti, comunisti, anarchici. E la borghesia, che di loro aveva bisogno, che con loro doveva vivere, non aveva altro discorso che quello dell’attesa; attesa che il benessere proprio arrivasse anche a loro, per naturale espansione secondo le tendenze del mercato, la cui natura era di allargarsi. Che fosse un discorso in buona parte ipocrita lo si vedeva dal fatto che questo mercato tendeva sì ad allargarsi, ma per lo più all’interno delle classi che stavano bene; mentre ogni stato gonfiava il proprio bisogno di sicurezza, che conviveva con l’esigenza, ritenuta legittima, di estendere al resto del mondo la propria efficienza e prosperità. Quando la diplomazia dei partiti interni al sistema si mostrò incapace di risolvere i singoli contrasti che di volta in volta nascevano venne sostituita con le armi dei militari, cresciute in quegli anni di denaro disponibile, forse fuori dal controllo dei militari stessi. E tutto esplose con l’episodio di Sarajevo, ricostruito “sul tempo” come pochi sanno fare da Emil Ludwig (4).
Conviene ricordare che l’uccisione dell’erede al trono dell’Austria-Ungheria avvenne in territorio imperiale, sotto il controllo della polizia imperiale; che non fu mai dimostrata, né al momento, né poi, alcuna responsabilità o coinvolgimento della vicina Serbia; che gli attentatori erano serbi, questo è vero, ma erano serbi cittadini dell’impero; che l’ultimatum austriaco alla Serbia venne accolto quasi per intero; che la risposta serba non venne neppur letta dall’ambasciatore austriaco. Vicende esposte con grande capacità di ricostruire la contingenza da Emil Ludwig nel suo utilissimo libro “Luglio ‘14” (n). In perfetta malafede la Serbia venne invasa militarmente e scattarono gli obblighi internazionali di Russia, Germania, Francia, Inghilterra; era quanto bastava per scatenare un conflitto che si sarebbe esteso.

Sorprendono le somiglianze con quanto accadde dopo la distruzione delle torri gemelle di New York, poco meno di un secolo più tardi. Anche in questo caso si pensò di punire un atto offensivo compiuto su un territorio di propria competenza aggredendo uno stato indipendente, in questo caso lontano, ritenuto corresponsabile. I motivi di questa asserita corresponsabilità sono di natura etnica, religiosa, morale, non giuridica e anche questi nemmeno dichiarati in modo pubblico. Si veda l’interessante piccolo scritto di Giulietto Chiesa “La guerra come menzogna“ (5). Nell’un caso come nell’altro è stato sostenuto, con argomenti molto convincenti, che le aggressioni a questi stati di fuori erano state pensate e preparate già da prima e che si aspettasse l’episodio scatenante. E furono presentate come doverose guerre di rappresaglia aggressioni che avevano ben altre origini e motivazioni.
E’ il caso di recuperare la differenza iniziale fra guerre decise e guerre subite. La prima guerra europea del 15-18 venne presentata da tutti, anche da coloro che spararono i primi colpi di cannone, come guerra necessaria, inevitabile, subita. Senza voler escludere che ci sia qualcosa di vero in questa presentazione, perché anche gli obblighi internazionali hanno una loro forza, rimane tuttavia più che lecito pensare che si trattasse di “atti dovuti” costruiti in anticipo; ovvero, di decisioni nascoste tenute in sospeso. Un bel lavoro per storici, psicologi, economisti, sociologi e quanti altri hanno già cercato di occuparsene creando addirittura una disciplina riservata, la polemologia.

Riflettendo su questa ipotesi delle decisioni nascoste, la prima cosa da pensare è che se questa decisione si appoggiava a qualcosa che non si poteva dire bisognava costruirsi un qualcosa che si potesse dire, che fosse in linea con il pensare comune e facile da spiegare alle masse. Erano di questo tipo l’indipendenza del popolo polacco, diviso fra russi, tedeschi e austriaci e anche gli attriti linguistici e territoriali tra Francia e Germania e pure l’irredentismo italiano; c’era poi l’insoddisfazione degli slavi cui il regime di Francesco Giuseppe si era mostrato incapace di far fronte.

Dietro c’era qualcosa che proprio non si sapeva riconoscere, né all’interno dei circoli di potere né sulle piazze; era la speranza, ahinoi non consapevole, che mobilitando le masse in una guerra fra nazioni si sarebbe potuto evitare quella rivoluzione che incombeva su tutte.

In tutte le nazioni la disciplina e l’autoritarismo dei militari si sovrapposero alle differenze di regime; repressioni interne crudeli che erano pensate per terrorizzare la truppa e raramente corrispondevano ad insubordinazioni o rifiuti di combattere. I comandi militari avevano più a cuore le scorte di carburante, di munizioni, di automezzi che la vita dei loro stessi soldati.

La vita del soldato era considerata una risorsa a costo zero; era di persone senza diritti, o quei facilmente aggirabili; avevano soltanto il dovere dell’obbedienza passiva, di farsi automi (n Gemelli) al richiamo della Patria o dell’Imperatore. Era un dovere senza compensi o rivendicazioni, quindi un passo indietro ai doveri del bracciante, del contadino, dell’operaio, quello che pure erano stati quando non erano militari. Il soldato doveva soltanto “krepieren” come fa dire al maresciallo austriaco Conrad quel tragico burlone dello scrittore ceco Jaroslav Hašek al suo soldato Sc’veik (6).

La morte in battaglia era anonima e non aveva compensi. La guerra individuale, quella degli antichi eroi o cavalieri, era riservata agli assi dell’aviazione, a qualche poeta eroe scomodo o a qualche altro eroe da propaganda; gente che era meglio non tornasse a casa per fare il reduce ribelle o contestatore. Le stesse autorità religiose se c’era un sacerdote un poco riottoso e tormentato da dubbi lo preferivano come cappellano dell’esercito.

La morte in battaglia del soldato conferiva alla gloria dei comandanti e alle speranze di pace sociale ai padroni del futuro. “Sacrificio della borghesia” fu detta la prima guerra mondiale. Fu piuttosto un sacrificio dei popoli ai quali la borghesia non fu capace di sottrarsi. Più ci si allontana da quegli anni e più cadono gli ostacoli al faticoso lavoro di ricostruire la contingenza. Ed emerge l’immagine di una gran confusione della quale si avvidero scrittori come Gadda, Barbusse, Hašek, certamente altri che non conosco; una confusione delle menti penetrata dalla paura per un sommovimento sociale che si temeva più di una sconfitta. E di certo in quella contingenza non erano prevedibili i milioni di morti, di mutilati, di ammalati e l’impoverimento generale. L’Europa perse il suo primato nel mondo. Ma un rimprovero si può fare a chi prese quelle decisioni, di non aver fatto niente per evitarle, di averle vissute come cause determinanti.

Paolo Facchi

Note
1. “War, peace and empire”, justification of war in Assirian Royal Inscriptions, by Bustenny Oded, Wiesbaden, dr. Ludwig Reichert Verlag, 1992.
2. Vladimir Soloviev, “I tre dialoghi”, Marietti 1975.
3. Gian Enrico Rusconi, “Rischio 1914”, Bologna, Il Mulino 1987.
4. Emil Ludwig, “Luglio ‘14”, Milano Mondadori 1930.
5. Giulietto Chiesa, “La guerra come menzogna”, Roma Nottetempo, 2003.
6. Jaroslav Hašek, “Il buon soldato Sc’veik”, Milano Feltrinelli 2010. Si veda anche il mio racconto “Intelligenza con il nemico” in “Racconti filosofici”, Milano, Moretti Honegger, 2005.

AFGHANISTAN: When sepoys die

Every time a non-American Nato warrior is killed in Afghanistan some politicians and/or gurus in the country of the dead rinse their throats with the syllogism (sort of): casualties must be accepted so the crusade for democracy and human rights will triumph. Is it so?

Apart that most crusades in history failed, the truth is that the Nato coalition is not fighting for noble goals. It is waging another colonial conquest war of the United States, a one similar to the wars against Mexico, Spain or Iraq. All empires on Earth were more or less built through colonial wars; but in the past justifications for conquests were not needed. Today it’s different -so Obama and his advisors are in trouble.

It’s a lie, a delusion anyway, that Islamic fundamentalism will be deleted if the West quells Afghanistan. A few thousand caves can be obliterated there by drones, missiles and flamethrowers (with children killed as collateral damages), but a great many more caves exist on the planet. Terrorist can also operate where caves are lacking. Is the Nato coalition going to wage wars in each continent?

If terrorism cannot be cancelled with the tools of the Pentagon, just two justifications remain for the Afghan crusade: a) saving the face of a Nobel prizewinner (for peace!) who is also the supreme warlord on the planet; b) expanding the American possessions in Central Asia. From the colonialist viewpoint, the above justifications are perfectly legitimate. But they involve only the U.S. and those mercenary governments that have been promised tangible gains in payment of their war efforts, casualties and crimes included. Such governments supply, among other things, the sepoys general Petreus needs. The sepoy was a native East Indian employed as a soldier by Britain. Today native Britons are Obama’s best sepoys.

Rome will possibly send additional sepoys (in Italian: ascari) to serve under Petreus. What gains has been assured if Afghanistan is conquered with the help of carabinieri? A share in the government of the world? Of course not. Pentagon contracts and deals are the real prizes for Italy. So highly incongrous are the efforts to throw Italy into mourning when three-color coffins arrive from Afghanistan. The victims of that war were not heroes, as their fatherland was not imperiled. They were professionals seeking career and money. They also died for the sake of jobs and dividends for the national economy.

Italy should drastically cut her military budget, and the same should do all countries of the world, US included. As to Rome, her armed forces should be miniaturized to the size of auxiliaries of the civilian police. Armed forces are immorally expensive and evil.

Recently a traditionalist Italian reader asked former ambassador Sergio Romano, a foremost commentator on international affairs, the following question: the new government of Britain will significantly lower its military budget. Insn’t this going to damage London’s international role? The ambassador’s answer: Britain’s budget deficit is twice the Italian one. Now that the British might has practically disappeared, Premier David Cameron is right in cancelling 20 to 30 per cent of the military expense, and even more right in abandoning the conventional diplomatic strategy of the last 65 years. “The special partnership with Washington forced Britain into two wars which were mistaken”.

An additional appraisal of the former ambassador: “The U.S. have misused their planetary leadership and are responsible for the major crisis, especially the financial ones, of the last decade. The Afghan war has infected Pakistan and the Caucasus. So the American leadership is on the wane.”

The logical inference is that the allies of Washington should stop behaving as Sepoy States.

Jone
da Daily Babel

ROOSEVELT ED ALTRI MACELLAI DI POPOLI

L’impostura della guerra democratica

E’ abbastanza corta la lista comunemente accettata dei guerrafondai “immediati”, cioè che presero le decisioni finali e irreparabili, nel Novecento. Guglielmo II; gli austriaci Berchtold e Conrad von Hoetzendorff, qualche altro ministro o maresciallo; i governanti giapponesi dalle guerre a Corea e Cina a Pearl Harbor; Adolf Hitler; Mussolini. Venti, trenta persone. Cento anni di conflitti fecero forse cento milioni di morti, devastazioni anche spirituali e politiche senza numero, ma gli altri responsabili, quelli non compresi nel breve catalogo di cui sopra, tutti assolti. Amnistiati. “Collocati nelle circostanze”. Legittimati dall’amor di patria che li travolgeva, dai doveri di monarchi o reggitori, dai meriti soverchianti di altre loro opere, dalla ragion di Stato. Chi coronò l’edificazione nazionale, chi respinse l’aggressore, chi costruì il socialismo, chi cercò di tenere insieme un impero, chi abbattè regimi totalitari per far trionfare la democrazia e il capitalismo, chi liquidò il colonialismo. Tutti perdonati. Guerrafondai, secondo la consuetudine, solo i Venti o Trenta: con uno smisurato sovrappiù di biasimo per coloro che vennero sconfitti.

Invece le cose non stanno così. E’ vero, quasi tutti gli statisti della storia fecero guerre, e quelli che conseguirono la gloria ne fecero più degli altri. Non possiamo considerarli tutti macellai di popoli. Solo coloro che misero tutto l’impegno di cui erano capaci, tutta l’intelligenza e l’energia, nel convogliare le masse nella mattanza dei conflitti.

Quando credevamo esistere le “guerre giuste” , esoneravamo da colpe coloro che le muovevano: per difendere la patria, per vendicare torti, per conquistare o riconquistare territori, per espandere commerci e industrie. Addirittura esaltavamo quanti bandivano crociate ideologiche: rivoluzione, conservazione, libertà, fascismo, antifascismo, i sacri destini nazionali, le conquiste proletarie, il resto.

Oggi dobbiamo rinnegare tutto ciò, senza alcuna eccezione. L’uomo individuo deve esercitare come mai in passato il diritto di vivere e di non uccidere. Deve rifiutare non solo di morire, anche di soffrire nelle trincee, per la Patria, per la Libertà, per il Socialismo, per l’Antisocialismo. Se la minaccia delle corti marziali e dei plotoni d’esecuzione continuerà a costringere l’individuo a combattere, sarà criminale sopraffazione dello Stato Moloch, non il nobile esercizio di civismo di cui si parlava in passato. La figura dell’eroe spontaneo resterà entro certi limiti ammirevole. Ma l’eroismo non dovrà più imporlo la bandiera, l’allineamento ideale, la solidarietà di classe, ogni altra impostura. Mandare in guerra chi non sia militare professionale, cioè mercenario, non è più un diritto dei governanti. Chi muoverà guerra ipso facto si macchierà facto di crimini contro l’uomo.

In queste pagine parleremo solo di alcuni tra i tanti guerrafondai inspiegabilmente assolti, nonostante il sangue che fecero scorrere. Raymond Poincaré, nel 1914 presidente della Repubblica ma in realtà dominatore della politica estera della Francia. Sergei Dimitrovic Sazonov, al momento di Sarajevo ministro degli Esteri dello Zar e anch’egli egemone, come Poincaré, delle tragiche decisioni che -nel campo dell’Intesa- fecero esplodere la Grande Guerra (senza di quella, il secondo conflitto mondiale non sarebbe venuto, o sarebbe stato un’altra cosa. Forse la Russia non sarebbe diventata bolscevica, forse l’Italia non sarebbe diventata fascista. Certo senza la sconfitta e senza Versailles mai i tedeschi si sarebbero dati a Hitler, perché Hitler non sarebbe sorto).

Parleremo anche di Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, il quale volle la sua nazione in guerra benché nessun nemico la minacciasse. In realtà volle lanciare l’America come la superpotenza che ancora non era, e in ciò precorse i suoi successori più scopertamente imperialisti, F.D.Roosevelt e Bush junior.

Prima di raccontare il guerrafondaio peggiore e più fortunato di tutti, F.D.Roosevelt appunto, segnaleremo la malazione finale dei capi del comunismo spagnolo. A Franco saldamente insediato al potere coll’irresistibile vittoria del 1939, ritennero di lanciare una “Resistencia armada”, che come movimento guerrigliero non aveva alcuna prospettiva, e infatti non agì, ma fece alcune migliaia di morti nel nome della Rivoluzione. Man mano che lo Stato franchista si dimostrava imbattibile, i contadini e altri proletari aiutarono a sterminare i partigiani.


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