LO SBIGOTTIMENTO DI ANTONIO GRAMSCI

Noi diversamente giovani ci ricordiamo di com’era il Pci. Era più male che bene quando Togliatti e luogotenenti lo mantenevano stalinista. Poi si aprì una lunga presa di coscienza, un revisionismo troppo guardingo ma orientato nella direzione giusta. Si rifiutavano le ubbie rivoluzionarie e operaiste, però si era attenti a non rinnegare proprio tutto: per esempio un anticolonialismo moderato, per esempio la vigilanza contro la degenerazione bellicista che andava facendo degli Stati Uniti la società più militarista della storia, la più condizionata dall’ossessione dell’overkill  (la capacità di distruggere il nemico N volte, quando una sola volta basterebbe). Il Pci commetteva errori, però otteneva rispetto.

Stringe il cuore, oggi, ascoltare gli ex del Pci. La Lega, che non è una falange di idealisti, e parecchi altri  tentano di proporre il ritiro dalle nostre missioni all’estero, imposte da un Pentagono potentissimo ma poi incapace di fare da solo le sue spedizioni. Chi risponde il no più netto? Gli ex-maggiorenti dell’ex-Pci, ex-Pds: Napolitano, Bersani, i gerarchi in sottordine come la Finocchiaro, i D’Alema non in sottordine ma anch’egli un pasdaran del Patto Atlantico, un transfuga della buona causa.

Quando torneranno a palazzo Chigi, che potranno attendersi gli ingenui che avranno sperato nel cambiamento? Il posto internazionale dell’Italia resterà quello dell’armistizio di Cassibile: legato al carro del vincitore. Eppure il mondo è diventato multipolare, potremmo stringerci all’Europa, non a Rasmussen. Che deprimente in questi giorni la giaculatoria dei pentiti dell’opposizione a Foster Dulles e a Lyndon Johnson: “Siamo legati all’Alleanza”.

Chi dice che non potremmo slegarci? Lo sbarco delle divisioni USA non sarebbe il caso di temerlo: l’ultimo decennio di guerre ha dimostrato la loro inefficienza. L’Italia non è un osso duro come, metti, la Somalia; i brandelli di una Wehrmacht quasi senza carburante ci soggiogarono in pochi giorni. Ma agli Stati Uniti, per punirci, servirebbero i milioni di guerrieri e i trilioni di dollari che non hanno. Idem quanto alla capacità di castigarci con le rappresaglie economiche: i mercati si sono allargati troppo perché Wall Street resti egemone. Non sarebbe una catastrofe se il nostro settore del lusso e alcuni comparti marginali perdessero i clienti che obbediscono a Michelle. Perderemmo sì l’ombrello atomico del Pentagono, ma sono decenni che l’ombrello non serve. Nemmeno per sogno dovremmo spendere di più, come blatera la destra irascibile, per proteggerci da soli: mancando il terribile aggressore dovremmo  invece ridurre ai minimi termini, in ogni caso, il bilancio della Difesa.

Ricapitolando. Il ministro Frattini, la Lega, l’Avvenire e molti altri invocano una tregua in Libia, e chi si erge contro? Napolitano e i rimasugli della schiera un tempo capeggiata da Antonio Gramsci.  Costui fondò L’Ordine Nuovo novantadue anni fa. Che commenti farà con Giovanni Giolitti, Mussolini, Luigi Sturzo e altri pensionati del Regno dei Cieli? 

A.M.C.

MAL FRANZESE: IL PATRIOTTISMO BELLICISTA

Dicono sia stata Parigi a trascinare Londra, più una Washington perplessa, e persino il marziale Consiglio supremo di difesa al Quirinale, nella semicrociata contro la Libia. E da mesi ci chiediamo il perché di questa avventura strampalata, priva persino delle motivazioni imperialistiche accertate per le imprese nell’Irak e nell’Afghanistan. Che è venuto in mente ai generali dell’Eliseo, troppo buro-manager per aver vinto vere battaglie ma ambiziosi di glorie mediterranee quanto il loro Principe?

Le analisi sugli idrocarburi di Gheddafi e sugli scenari della geopolitica seriosa le lascio ad altri. Io sono convinto che i francesi non sono pienamente guariti dalla malattia ereditaria che li portò più volte vicino alla tomba: la variante guerrafondaia del patriottismo. Charles de Gaulle, grande clinico più che generale, riuscì quasi  a guarire i suoi compatrioti col placebo della Grandeur (=falso farmaco che copriva una terapia affatto diversa: liquidazione dell’Empire, Algeria compresa; conciliazione definitiva col ‘nemico ereditario’ al di là del Reno; ruolo comprimario nel solo ambito brussellese). Il professor de Gaulle sconfisse la malattia, senza poterne eliminare le ultime, quasi innocue, cellule maligne. Rimaste quiescenti, di tanto in tanto si attivano, ma è naturale non preoccupino troppo.

La malattia essendo una mutazione del patriottismo, non cominciò con le glorie militari di Luigi XIV. A quell’epoca non si era patriottici, contava la casa regnante non la patria; e poi le troppe vittorie spossarono il primo sovrano d’Europa al punto di dover implorare per anni, restituendo quasi tutto il conquistato, la pace di Utrecht.

No, la malattia del patriottismo di guerra cominciò con la smagliante vittoria della Repubblica a Valmy, seguita da Jemappes, le quali poi generarono i trionfi dell’irresistibile Corso. Valmy è il sinistro batterio che ogni tanto si risveglia;  oggi ‘arma’ gli implausibili missili di Sarkosy. Quanta storia sarebbe diversa (=migliore) se a Valmy avesse vinto il duca di Brunswick invece che i francesi Kellermann e Dumouriez. L’anno orribile per la Francia fu il 1870: quel che contava della nazione e in più la borghesia bottegaia credettero ciecamente ai marescialli e ai ciambellani i quali millantarono che l’armata francese era tornata invincibile. Un dubbioso Napoleone III fu costretto alla guerra contro Bismarck, conseguendo la disfatta quasi immediata a Sedan e la fine del proprio impero.

La perdita di Alsazia e Lorena fu la ganascia che imprigionò la Francia nel patriottismo revanscista. Esso si impose nel 1914-18 con una strage da un milione e mezzo di morti solo francesi -di fatto un plurimo genocidio- più la concatenazione a un secondo conflitto mondiale.  Gli storici militari considerano la sconfitta francese del maggio 1940 la più grave in assoluto. Il tribunale di Norimberga avrebbe dovuto sentenziare anche sui responsabili del 1914, i quali non erano solo a Vienna e a Berlino: anche, forse soprattutto a Parigi, in subordine a Pietroburgo e a Londra, seguite dalle capitali satelliti Roma, Belgrado, Bucarest, Lisbona, altre.

Alla Libération del 1944 seguì il diciottennio delle illusioni riesumate: che i carri armati (americani) di Leclerc avessero preso Parigi; che le armi potessero tenere il Levante -Churchill intimò a de Gaulle, allora debolissimo, “se insisti te la vedrai con la potenza dell’VIII Armata”-, più ancora che potessero conservare il Nord Africa (l’Algeria!) e l’Indocina; che il duo Mollet-Eden vincesse a Suez (1956). Oggi il duo Sarko-Cameron tenta Suez Due, ma è certo che l’eventuale ‘vittoria’ su Tripoli avrà molti padri, anche più virili dei piloti Nato.

Le belluine missioni che stanno uccidendo i libici perché i superstiti si ritrovino democratici e progressisti risalgono, al di là della falsa vittoria del ’56 sull’Egitto, all’ebbrezza di Valmy, ai voli delle aquile napoleoniche, all’aritmetica sbagliata dei fatui marescialli del 1870, al delirio sciovinista del 1914, al rassegnato patriottismo di massa del 1939.

Chissà se il successore di Sarko il Tripolino ucciderà le cellule bellicistiche che sfuggirono al chirurgo de Gaulle, di cui i francesi fecero male a sbarazzarsi nel 1969.

Anthony Cobeinsy

LIBIA: CAPORETTO DELLE DIPLOMAZIE

E’ giusta l’abitudine di irridere alle risoluzioni dell’ONU, la scadente organizzazione planetaria in origine voluta, col nome Società delle Nazioni, dal cervellotico presidente Woodrow Wilson, e successivamente ingigantita da Franklin Delano Roosevelt, ben più furbo discepolo del Cervellotico. L’Onu non ne ha fatta, in proprio, una di buona. Le volte che ha agito è stato per l’impulso, gli interessi, i bombardieri e i tanks dei suoi azionisti più potenti, anzi prepotenti. Era stata architettata per mettere fuori gioco gli egoismi degli Stati e introdurre nella vicenda internazionale elementi, o almeno vaticini, di governo mondiale. L’ambizione, almeno a chiacchiere, era di sostituire le diplomazie tradizionali con una multilaterale, mossa da afflati universalistici.

Nulla di tutto ciò è accaduto a partire dal 1919, poi dal ’45. Le feluche multilaterali si sono dimostrate persino più inette di quelle delle cancellerie nazionali. Nel passato accadeva a qualche ambasciatore di fare colpi grossi, come scatenare conflitti immani che momentaneamente dilatavano il suo miserabile ego. Nel 1914 Maurice Paleologue, intimo del bellicista presidente francese Poincaré, contribuì da capo missione a Pietroburgo, col ministro russo Sazonov e col granduca Nicola a convincere lo zar a ordinare la mobilitazione generale, ossia ad aprire la Grande Guerra, dunque a rendere inevitabili la disfatta, la Rivoluzione, la fine dell’impero, lo sterminio della famiglia imperiale, zar naturalmente compreso.

Altro successo ‘magistrale’ fu, nel 1915, il comprare l’intervento in guerra dell’Italia con un futile patto di Londra invece che cash. Gli ambasciatori francese e britannico fecero la loro parte nell’indurre Roma a passare dalla parte di chi, a parole, offriva molto: più colonie, più Dalmazia, persino un po’ di Turchia. Quelli erano ambasciatori! Gli inviati dell’ONU non fanno mai colpi grossi, non foss’altro che per essere servitori di più padroni.

Quanto accade in Libia conclama sì la nullità della diplomazia multilaterale, ma anche l’inutilità degli apparati diplomatici nazionali più prestigiosi (=pretenziosi). Nelle particolari circostanze del Nord Africa 2011 far cadere, oppure domare, Gheddafi avrebbe potuto essere conseguito senza missili e cacciabombardieri ma con le mosse, le trame e gli chèques della diplomazia. Invece il Dipartimento di Stato, il Quai d’Orsay, il Foreign Office, l’impomatata Farnesina, magari i Talleyrand di Mosca e di Berlino, si sono conclamati una confraternita di negoziatori buoni a niente. Migliaia di morti, distruzione fisica di quanto aveva modernizzato la Libia. Che si tengono a fare le diplomazie, gli apparati pubblici più costosi ed improduttivi di tutti?

I tempi sono cambiati, le feluche sono superflue e persino ridicole nell’età della telematica, di Skype, di dozzine di altre tecnologie prodigiose. I veri decisori non sono nemmeno i ministri degli esteri, sono i capi di governo, ed essi si intendono o litigano direttamente. I diplomatici prenotano alberghi, consigliano cravatte e al più corteggiano mogli di grandi industriali.

E’ vero, oggi la diplomazia è fatta un po’ meno di cerimoniale, protocollo e ricevimenti, un po’ più di contratti, forniture eccetera. Allora le feluche andrebbero sostituite da piazzisti, commercialisti e veri esperti. Per gli eventi mondani ci sono le PR e i catering, per intrattenere madame non occorrono plenipotenziari e consiglieri di legazione con la brillantina. Licenziandoli i risparmi sarebbero immensi; in più la vanagloria si rattrappirebbe.

Anthony Cobeinsy