LA SPAGNA, DAI DESTINI TRAGICI AL DISDEGNO PER I CONFLITTI E LE VENDETTE

Fanno quarant’anni dalla morte di Franco e, in pratica, dalla fine del suo regime. Da allora la Spagna ha dimostrato ad abundantiam di avere adottato la ‘via italiana’ alla pluto-democrazia, fatta di partiti prevaricatori e corrotti, di mezzadria tra capitale e sindacati, di alta spesa pubblica e dunque di molte tangenti. Invece ha respinto il magistero italiano quanto a regolamento dei conti tra vincitori e sconfitti. Da noi nel 1945 i primi usarono le armi della lotta partigiana per una breve e feroce mattanza dei vinti; in più, improntarono al loro settarismo la nuova Costituzione e addossarono allo spirito pubblico i loro valori e canoni retorici.

In Spagna, poco di tutto ciò e molta volontà di riconciliazione. Per cominciare, non si è tentato di abbattere l’istituzione monarchica, imposta da Franco a un paese che aveva scelto la repubblica. Dal canto suo la monarchia ha in vari modi assecondato la defranchizzazione pacifica preferita dal popolo ai metodi dei nostri partigiani e dei loro mandanti politici. Si fossero trovati ad agire in Spagna, morto il Caudillo, i capi della nostra Resistenza è verosimile avrebbero provato a imporre -coi mitra- i metodi e le rappresaglie del Maquis.

Gli spagnoli non permisero questo. Non lo permisero in particolare le sinistre, comunisti compresi. Infatti nell’ottobre 1944, vigilia del trionfo bellico delle potenze antifasciste, il proletariato e la borghesia progressista di Spagna non dettero alcun consenso al tentativo di un segmento comunista riparato in Francia di riaprire il conflitto civile con la penetrazione di un piccolo esercito nella valle di Aran ( Pirenei). Le truppe di montagna di Franco schiacciarono prontamente gli “invasori” guerriglieri, poi ebbero facilmente ragione delle bande partigiane che avevano provato ad agire in aree poco presidiate del territorio iberico.

I lavoratori e i ceti medi politicizzati di Spagna non si sollevarono contro il regime, nonostante l’imminenza della vittoria alleata. Non dettero alcun appoggio alla velleitaria ‘Resistencia’, che ebbe qualche altra manifestazione. Da quel momento il partito comunista clandestino e quello dell’esilio in Francia e in Messico rinunciarono a ogni conato antifranchista. Quanto ai contadini, essi appoggiarono fattivamente con le cosiddette contrapartidas i reparti governativi che snidavano i ribelli sopravvissuti qua e là come nuclei banditeschi, che per mangiare e rifornirsi non potevano che compiere crimini contro le popolazioni rurali che dicevano di rappresentare. Cessò ogni opposizione organizzata, e nel 1956 il Pce proclamò la “Reconciliaciòn nacional”.

Morto Franco si constatò che la transizione dal regime ‘alla libertà’ si era già un po’ delineata negli anni Cinquanta; si era accelerata, oltre che con le aperture all’Occidente e al mercato, coll’ingresso nel governo di Manuel Fraga Iribarne, nel 1962. Che cioè sin d’allora Francisco Franco aveva accettato la logica del futuro (se non addirittura da quando aveva detto no a Hitler nell’incontro a Hendaye, il 23 ottobre 1940).

spagnaRisalendo nel tempo, all’agonia del parlamentarismo e del potere dei notabili liberal-conservatori, il 13 settembre 1923 l’incruento colpo di Stato del generale Miguel Primo de Rivera avviò l’esperimento di una dittatura non fascista, al contrario filo-proletaria, appoggiata in pieno dal partito socialista. Durò fino al volontario ritiro del Dictador (gennaio 1930), sei anni nei quali il paese vide, oltre alla cancellazione della vecchia politica conservatrice, vasti piani di edificazione economica e di modernizzazione autoritaria, non accompagnati da fatti di repressione. Il governo del generale cadde per gli squilibri tra le risorse disponibili, alquanto scemate per la Grande Depressione, e per l’alto costo dei programmi di modernizzazione e di ridistribuzione della ricchezza a vantaggio dei ceti umili. Cadde di fronte alla netta ostilità dei banchieri e del patriziato latifondista (cui il generale, marchese e Grande di Spagna, apparteneva). La Dittatura aveva fatto nascere il primo, limitato Welfare della storia spagnola: assicurazioni sociali, pensioni, case popolari, ospedali, opere irrigue, ferrovie, canali.

Ma il vanto imperituro della classe dirigente spagnola fu, nel 1914 e nel 1940, l’aver saputo rifiutare la partecipazione ai due conflitti mondiali. La prima volta fu merito soprattutto di un primo ministro conservatore, Eduardo Dato, che sventò i tentativi delle élites sinistriste di intervenire a favore dell’Intesa. Nella drammatica agonia del parlamentarismo il presidente Dato sarà assassinato (1921) da un anarchico. Tutti sanno le crisi di sistema che nel 1931 portarono alla caduta della monarchia, alla Repubblica sventurata e, cinque anni dopo, alla Guerra civile.

Abbiamo richiamato alcuni momenti del Novecento per evidenziare che gli spagnoli, pur con una storia di turbolenze e di odii, sono stati capaci di più saggezza e più misericordia di altre stirpi. Della nostra, per esempio. Gli spagnoli si sono sgozzati nella Guerra civile, ma quando essa si è chiusa hanno respinto le tentazioni e le occasioni di riaprirla. Si sono salvati dai crimini dei regolamenti dei conti.

Hanno smentito, con una nettezza che non era prevedibile, il tragico pessimismo nazionale del 1898, quando la disfatta per mano americana, con la perdita dell’impero e dell’autostima, era sembrata spegnere l’anima della Spagna. In quegli anni il grande pensiero del ‘Rigenerazionismo’ fiorì su un dolore inconsolabile. Joaquin Costa invocò che si sprangasse il sepolcro del Cid Campeador e che un ‘chirurgo di ferro’ amputasse le cancrene nazionali (per molti quel chirurgo fu Primo de Rivera). Il disperato scrittore e

diplomatico Angel Ganivet, prossimo a suicidarsi, aveva negato che i suoi connazionali potessero mai aspirare a un umile benessere. Miguel de Unamuno, rettore a vita dell’università di Salamanca, aveva incatenato la Spagna ai suoi aspri miti nazionali, al punto che il filosofo razionale Ortega y Gasset lo censurava come ‘energumeno’. Quante volte Ortega ed altri grandi intellettuali del tempo avevano fatto tristi vaticinii di saldatura della loro nazione all’Africa invece che all’Europa?

Un secolo dopo la Spagna appare, è, il contrario dei vaticinii. Ha persino una ripresa produttiva meno anemica di quella italiana: con tutto il nostro dinamismo da Expo. Povero Ganivet, figlio della luminosa Granada, che aveva scritto “Uno spagnolo ricco disgusta”!

A.M.Calderazzi

MACELLAI DI POPOLI: NON SOLO QUELLI DEL 1914 MA ANCHE I MANDANTI DELLA ‘RESISTENCIA’ SPAGNOLA

E’ l’anno, a un secolo dalla Grande Guerra, che il mondo esecra come mai in passato i bellicisti che vollero il massacro. E’ sacrosanto così, naturalmente. Non è giusta, tuttavia, l’amnistia che il pensiero unico assegna alle iniziative belliche minori, quelle da alcune migliaia -invece che alcuni milioni- di morti e di drammi: magari nel nome di ideologie piuttosto che di patrie. Per esempio le Resistenze partigiane contro l’occupatore nazista, dopo il rovesciamento delle sorti belliche, uccisero più civili innocenti che militari germanici: data la certezza di rappresaglie inesorabili sulle popolazioni (non potevano mettersi in salvo come di solito i guerriglieri). Queste Resistenze cessarono col trionfo degli Alleati, non delle bande partigiane. Ma almeno queste ultime poterono vantarsi compartecipi della vittoria.

Non così la fallimentare “Resistencia armada”  che i comunisti di Spagna vollero lanciare, specialmente a partire dall’ottobre 1944, contro il regime vittorioso. La Guerra Civile era finita nel marzo 1939 con la totale disfatta della Repubblica. Il grosso dei reparti  sfuggiti all’ annientamento o alla cattura erano riparati in Francia e lì internati senza troppi  riguardi nei campi di concentramento allestiti da Parigi per  gli ex-amici repubblicani. Nel porto di Alicante, ultimo lembo di Spagna non ancora raggiunto dai vincitori, molti di quanti avevano sperato di imbarcarsi su navi britanniche si erano tolti la vita. Gli altri erano stati catturati, con prospettive di clemenza infime.

Nelle settimane precedenti gli ultimi reparti comunisti si erano scontrati in armi con tutte le altre forze repubblicane, capeggiate dal colonnello Casado. Esse volevano la resa immediata, i comunisti esigevano la guerra ad oltranza, sul principio assurdo che “resistir es vencer”. Juan Negrin, capo dell’ultimo governo della Repubblica, condivideva il principio: nel marzo 1939 mancavano cinque mesi allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Se la Repubblica, ridotta allo stremo, avesse potuto reggere cinque mesi gli avversari dell’Asse, amici di tutti i democratici, avrebbero salvato la Repubblica. La storia ha dimostrato che il ragionamento era campato per aria. La Francia stava per subire la peggiore sconfitta della sua storia. La Gran Bretagna correva pericolo d’invasione. Gli Stati Uniti ancora isolazionisti non avrebbero in alcun caso salvato un governo a controllo comunista, per di più già irrimediabilmente sconfitto. Infatti pochi anni dopo Washington prenderà Franco per alleato.

Consumatasi la tragedia della Guerra Civile e dello scontro tra antifranchisti, il Partito comunista mandò in volo nell’Urss i suoi dirigenti principali e si impegnò subito nella riorganizzazione dei militanti finiti nei campi di concentramento di Francia. Caduta quest’ultima, i nuclei comunisti si unirono al Maquis, aiutati/sobillati dal Pcf clandestino. Un dirigente comunista minore, Jesus Monzon Reparaz, che nella Repubblica era stato un pubblico ministero, riuscì a radunare nel Midi una banda guerrigliera che raggiunse una ragguardevole consistenza: sei “brigate” che, dopo lo sbarco alleato in Normandia, molestarono con qualche successo le unità tedesche in ritirata.

In questa fase l’esercito di Monzon si dà una struttura militare classica, con ‘ufficiali’, qualche ‘generale’ e paghe regolari. Ai primi dell’ottobre 1944 Monzon, che ora si considera capo dei comunisti spagnoli, lancia la sua ‘invasione’ della Navarra, naturalmente sgominata in pochi giorni. La penetrazione in un’altra valle pirenaica dura qualche giorno di più, ma l’esito è uguale e le perdite pesantissime. I guerriglieri di Monzon sarebbero stati trucidati fino all’ultimo se  il Partito comunista ufficiale non avesse mandato Santiago Carrillo a ordinare la fine dell’avventura che voleva ‘liberare’ la Spagna con bande partigiane trasformate in esercito di conquista. Jesus Monzon viene degradato e  successivamente dichiarato traditore. Il ‘monzonismo’ diventa un’altra delle deviazioni dalla linea.

Se l’invasione della Navarra fu un disastro, il Partito comunista condusse operazioni guerrigliere nelle regioni montagnose della Spagna fin verso il 1949; una minuscola banda riuscì a sopravvivere come nucleo di fuorilegge fino al 1955. Comunque i resistenti  ce la misero tutta,  pagarono fino in fondo, offrendo la vita e normalmente perdendola, per una causa senza speranza. La Spagna era stanca di guerre, preferiva Franco, detestava la guerriglia, i cui eroismi erano inevitabilmente crimini.

Secondo dati probabilmente attendibili, i bandoleros comunisti (a volte anarchici) uccisero oltre 900 persone, compirono almeno 8000 tra sabotaggi, sequestri, rapine a mano armata, altri delitti. Privi dei rifornimenti e sostegni esterni che erano andati ad altre guerriglie, le bande, per sopravvivere, non potevano che rubare, rapinare, catturare e all’occorrenza ammazzare ostaggi. Furono uccisi cacciatori e pastori per i loro fucili. Avvnnero tutte le ferocie del banditismo politico e delle rappresaglie del potere. Gli scontri a fuoco con Guardia Civil e reparti dell’esercito furono probabilmente oltre 1800. Più di 2000 partigiani furono uccisi. La maggior parte di quelli caduti prigionieri furono successivamente messi a morte da una giustizia militare che non conosceva la clemenza.

Le popolazioni delle zone di attività partigiana non insorsero affatto in appoggio alla guerriglia, ma collaborarono sul campo con la repressione. Gli spagnoli avversarono duramente la Resistencia; cioè difesero lo Stato franchista. Dunque la plancia comando comunista condannò a morte quasi certa i resistenti di Spagna. Il regime non fu mai in pericolo e negli anni Cinquanta, coll’avvio dello sviluppo, poi del miracolo economico, si potenziò definitivamente.  E’ provato al di là di ogni dubbio: Dolores Ibarruri, la Pasionaria, e gli altri capi comunisti non ebbero a cuore la vita umana più dei macellai di popoli del 1914.

A.M.Calderazzi

L’ABBAGLIO DI CREDERE CHE IL POPOLO AMASSE LA REPUBBLICA EROICA DI HEMINGWAY

Tra il 1936 e il 1939 il fratricidio spagnolo distorse il mestiere del corrispondente di guerra. Nel passato egli riferiva sugli eventi nella loro oggettività, ossia nei fatti. Informava,  rinunciando di solito a discriminare in funzione delle ragioni e dei valori dei contendenti. Il conflitto di Spagna trasformò i corrispondenti in fautori e in avversari. 78 anni fa gli inviati italiani, tedeschi e portoghesi -questi ultimi grazie a Salazar- condivisero la causa franchista. La maggior parte dei giornalisti del resto del mondo, in testa quelli sovietici e messicani, parteggiarono per la Repubblica progressista, antifascista, anticlericale. Dati i termini fortemente ideologici del conflitto, fu logico così: ma non è detto che i proletari di Spagna consonassero veramente coi giornalisti ‘impegnati’.

Non va passato sotto silenzio il forte dislivello intellettuale tra i due schieramenti di giornalisti. In quello di destra i soli che godevano di una reputazione importante furono gli spagnoli Ramiro de Maeztu e, un po’ meno, José Maria Peman; più qualche anglosassone di modica fama. Invece avvamparono anzi procombettero per il ‘No Pasaran’ scrittori e intellettuali di cui sappiamo tutto, a volte sappiamo più del giusto: Ernest Hemingway, Ilia Ehrenburg, André Malraux, Arthur Koestler, W.H.Auden, Antoine de Saint Exupéry, John Dos Passos, George Orwell, Langston Hughes. Coll’aggiunta di giornalisti di meno gloria ma abbastanza lanciati, quali Martha Gellhorn (sposerà, a tempo, Hemingway). Non furono molti i giornalisti ‘puri’, poi destinati a primeggiare in patria: vedasi Montanelli. Come che sia, c’è chi ha chiamato la Guerra civile “la edad de oro de los corresponsales en el extranjero”.

Joe Allen del Chicago Daily Tribune, uno dei giornalisti più provetti, riuscì ad intervistare José Antonio Primo de Rivera, l’eroe buono e quasi il Lohengrin del falangismo, nel carcere di Alicante il 3 ottobre 1936, cinque settimane prima della fucilazione; anzi José Antonio era già stato dato per ucciso. Per poter accedere al condannato,  Allen dové convincere in due tese riunioni gli anarchici che dominavano il locale Comitato d’ordine pubblico: non permettendo l’intervista avrebbero confermato che la Repubblica non controllava gli anarchici, e nemmeno Alicante. Quando il giornalista venne in contatto con José Antonio, questi gli apparve furibondo per un’accusa di cui aveva avuto sentore: quella d’avere tradito, per compiacere ai generali golpisti, la vocazione sua e della Falange a lottare per una conversione sociale della destra spagnola. “Ritirerò i miei falangisti dalla ‘Causa’. Ho sempre maledetto l’egoismo dei privilegiati e dei ricchi. Mi hanno chiamato eretico. Mi hanno chiamato bolscevico!”. Nel suo reportage Allen, aperto filo-repubblicano e antifascista, insinuò che forse José Antonio, marchese e Grande di Spagna, dilatava il suo profilo ‘sociale’ per mitigare l’ostilità dei carcerieri. Il fondatore della Falange fu fucilato a trentatre anni l’11 novembre.

Pochi anni prima si era buttato in una mischia politica già drammatica per riscattare l’opera

storica di suo padre Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 si era fatto dittatore della Spagna con un colpo di stato militare concepito e attuato così bene da vincere senza usare le armi, senza sangue. Il paese approvò, tanto grave era la situazione. Il sistema dei notabili liberal-conservatori crollò di colpo. Le sole riserve, inefficaci, furono quelle degli intellettuali. Il regime ottenne immediatamente la collaborazione dell’unica grande forza di sinistra, il Partito socialista, allora non controllato da personaggi corrotti quali quelli che Felipe Gonzales porterà al potere nel 1982.

L’intervista di Allen al morituro che rivendicava la propria coerenza di fascista sociale e si confermava nemico dell’ottuso egoismo delle destre franchiste, resta uno dei momenti più alti dell’impegno morale del giornalismo, nonché uno scoop eccezionale. La storia della Spagna sarebbe stata meno tragica se il padre di José Antonio non fosse stato abbattuto nel 1930 dalla finanza e dai grandi agrari: non dall’opposizione intellettuale/studentesca.

 

Resta il fatto che nella Guerra Civile quasi tutti i giornalisti famosi fecero il tifo per la repubblica, antagonizzando in genere i direttori e gli editori, mettendocela tutta per guadagnare i lettori alla loro scelta. Per quanto grandi fossero il talento e l’antifascismo dei maggiori corrispondenti, il giornalismo occidentale -degli Stati Uniti e dei paesi che cinque mesi dopo il trionfo di Franco si sarebbero trovati in guerra col Reich- fallì alla prova.

Fu anzitutto un fallimento professionale. Se compito del giornalismo politico è capire la realtà profonda prima di descriverla, i grandi inviati lo mancarono. Presi dall’eccitazione dei dispacci dal fronte, e più ancora dalla galvanizzazione ideologica, non si accorsero che nel quinquennio prima d’essere assaltata la Repubblica non aveva prodotto quasi nulla di sostanziale: non la terra ai contadini, non la cogestione delle imprese agli operai, non le provvidenze alla gente minuta che viveva di stenti ai margini dei processi produttivi. Sul piano delle misure concrete -case, più lavoro, un inizio di sanità pubblica, la fondazione del Welfare- i proletari avevano ricevuto molto più dal Generale dittatore.

Risultato: dal giorno che la guerra civile finì, il popolo accettò Franco. E quando, negli anni Quaranta, il vertice comunista riparato all’estero credette di riaprire il conflitto con una “Resistencia armada” -nell’illusione che l’Occidente si proponesse di detronizzare Franco dopo il trionfo sull’Asse-; quando dunque fu tentata la Resistencia, gli ex repubblicani, soprattutto i proletari, non si sollevarono affatto in appoggio alla bande antifranchiste. Al contrario collaborarono sul campo con la Guardia Civil e con le altre forze di repressione che sterminavano senza pietà i partigiani/bandoleros  cioè banditi (per mangiare questi ultimi non potevano non rapinare, qualche volta uccidere, i contadini;  e i contadini si vendicavano).

Spenti del tutto gli ultimi conati comunisti (la Resistencia fu solo rossa), il regime riuscì gradualmente a cancellare le ferite della guerra. Con gli anni Cinquanta cominciarono gli investimenti e il turismo. I primi modesti passi della prosperità guadagnarono di colpo alla Pax di Franco quella classe lavoratrice che i giornalisti-letterati avevano mitizzato come  protagonista della più strenua delle epopee.

Niente di tutto questo seppero presagire le grandi firme, stordite dall’epopea. Non presagirono perché si ingannarono sul reale significato della Repubblica. Essa fece fremere i Machado i Malraux i Picasso gli Hemingway; alle classi povere dette una messe stragrande di slogan settari, dette incitamenti a lottare e a morire. Verso la fine, nel 1938, quando con la disfatta dell’Ebro tutto era già perduto, la Pasionaria garantì persino che “resistere vuol dire vincere”.  Invece volle dire moltissime vittime in più e la fine. La Repubblica dette, è vero, anche molte delle scuole elementari che la Dittatura, ferita dalla crisi finanziaria, non era riuscita a costruire. Però la Repubblica dette le scuole invece del pane; e le dette soprattutto perché gli analfabeti potessero compitare gli slogan e la glorificazione della lotta.

Nelle ultime settimane di guerra i repubblicani si combatterono ferocemente tra loro: i comunisti contro tutti gli altri. Si morì a migliaia. Per capire la Spagna i romanzieri di troppo successo quali il bardo di Per chi suona la campana avrebbero fatto bene ad avvicinarsi ai padri di famiglia, invece che agli intellettuali sulla Senna e a Hollywood.

A.M.C.

DUE SFORTUNATE REPUBBLICHE DI SPAGNA UNA TERZA SAREBBE LOGICA, PERO’ OPPOSTA ALLA NOSTRA

Nei giorni che le piazze spagnole, dopo l’abdicazione di Juan Carlos, si movimentano di manifestazioni repubblicane -per quello che valgono le manifestazioni- vale la pena di ricordare che la repubblica più famosa, quella radical-progressista poi sinistrista nata nel 1931, cominciò a morire ottant’anni fa precisi, giugno 1934: sciopero generale politico dei braccianti e contadini poveri, poi ribellione della Catalogna anarcosindacalista, infine nell’ottobre, sempre 1934, la rivoluzione degli operai e dei minatori delle Asturie, spenta dall’artiglieria. Alcune migliaia di morti, migliaia di corti marziali, una repressione feroce come aspre erano state  le vendette dei proletari e temerari i propositi di edificazione libertaria rivoluzionaria.

Insorgendo, i braccianti, i minatori, i manovali urbani  proclamarono una dura verità: la Repubblica sinistrista non aveva dato nulla al popolo, a parte le parole d’ordine anticlericali e barricadiere, la tolleranza degli incendi di chiese e monasteri e delle violenze classiste; a parte un po’  di scuole più che in passato.  Tra il 1923 e il 1930 il dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera, benché generale e Grande di Spagna, aveva beneficato assai più i proletari. Fu per questo che i lavoratori  dettero chiari segni di avversare la Repubblica degli intellettuali laicisti e massoni, molto più protesi ad asserire se stessi e i loro valori che le rivendicazioni delle plebi.

L’insurrezione delle Asturie e di una parte della Catalogna, più alcuni focolai a Madrid e altrove,  fecero  sorgere delle effimere dittature proletarie e anarchiche, poi le soverchianti unità repubblicane,  comandate da un generale Franco allora leale allo Stato, stroncarono la rivolta. L’ottobre 1934 allargò un groviglio di conflitti secolari, cominciati nel 1808, in coincidenza con la ribellione antifrancese. Nel 1834 si era aperta una successione di guerre carliste, più sanguinose di quel che oggi si creda, finché nel 1898 la disfatta nel conflitto con gli Stati Uniti, con la perdita di Cuba, di Puerto Rico e delle Filippine fece cadere la Spagna in una cupa depressione morale. L’esercito che tornò dalle colonie perse trovò un paese costernato e immiserito, e lo aggravò delle proprie frustrazioni e pulsioni.

Seguirono anni sempre più agitati. Nel 1909 l’odio di classe scatenò a Barcellona una sanguinosa “Semana Tragica” in cui la Chiesa soffrì l’anticipazione degli assalti del 1936 . Nel 1917 uno sciopero generale rivoluzionario dovette essere schiacciato dall’esercito. “La dittatura militare instaurata nel 1923 da Primo de Rivera -scrive Hugh Thomas nella sua Storia della guerra civile spagnola- fu il solo regime che dall’inizio del secolo desse al paese un periodo di relativa calma. L’opposizione liberale riuscì ad espellere il dittatore (1930) e il re (1931) ma non dette alla Spagna un assetto democratico capace di soddisfare le aspirazioni della classe operaia”.

L’insurrezione del 1934 fu dunque l’annuncio e il primo atto della Guerra civile di due anni dopo. Dopo il 1934 -notava l’ambasciatore L.Incisa di Camerana, uno degli italiani che meglio conoscono la Spagna- “le sinistre giungeranno a un diapason di verbosità rivoluzionaria che neppure la vittoria elettorale del ’36 riuscirà a contenere. Miguel de Unamuno affermò che la Repubblica del 1931 era diventata ‘una pozzanghera infetta’. José Ortega y Gasset, uno dei triumviri che avevano lanciato il programma repubblicano, si ritirerà disgustato”.

Non tutti i giovani spagnoli che in questi giorni invocano la fine della monarchia -senza dubbio un’istituzione del passato- sanno o ricordano che la repubblica del 1931 fu la seconda esperienza non monarchica del paese. La prima sorse nel 1873, dopo i decenni delle guerre carliste, le disavventure del regno di Isabella II e la fuga in Francia di quest’ultima. Dopo l’insuccesso di altri tentativi di trovare all’estero un sovrano per la Spagna, nel 1870 fu messo sul trono madrileno il duca Amedeo d’Aosta, secondogenito di Vittorio Emanuele II. Abdicò meno di tre anni dopo. La Prima Repubblica che gli seguì si spense in pochi mesi, “incastrata tra la Vandea carlista e l’insurrezione cantonalista delle province meridionali e orientali”. La Seconda Repubblica, quella della leggenda antifranchista, anarchica e comunista, ebbe la sorte della Prima: “Pochi mesi sono passati dalla sua proclamazione e nelle caserme già si congiura, già bruciano nelle città le chiese e i conventi;  nelle campagne gli anarchici già attaccano i municipi e i posti della Guardia Civil” (Incisa di Camerana).

Tutto ciò, per dire cosa? Che se la monarchia riesumata dal Caudillo ebbe un senso per sovrintendere alla liquidazione del franchismo, un quarantennio dopo il suo ruolo appare finito. Ma anche che una riesumazione della repubblica, dopo due precedenti sfortunati e dopo la massiccia importazione dall’Italia del costume corruttivo, non avverrebbe sotto auspici benevoli.

A.M.C.