SULLE DUE SPONDE DEL TEVERE PARALLELISMI, AFFINITA’ E RINUNCE

Un anno di Renzi, più o meno come un biennio di Bergoglio. Ininterrotti ribadimenti; volitività senza confini; realizzazioni e opere che deviano la storia, poche. In molti ci attendevamo dal Papa una mezza rivoluzione, quella svolta per cui nulla o poco di importante restasse come prima. Nessuna montagna si è mossa. Dal Premier forse era realistico aspettarci di meno: la politica è l’arte del possibile, possibile nel quale non c’è posto per l’ideale e il top del massimalismo è aspirare al meno peggio.

I conati di riforma di Renzi sono il meno peggio, confrontati alle alternative esistenti. La prima di esse è il berlusconismo. Nel quotidiano della politica come nell’anima della nazione il berlusconismo è la dipendenza di una parte del popolo e di una masnada della Casta da un personaggio ormai insopportabilmente simile nell’aspetto fisico all’Al Capone di prima di Alcatraz, o di Sing Sing o di altro sacrosanto penitenziario. Nella sfera spirituale la dipendenza di troppi nostri compaesani è dal più lubrico dei personaggi del genere fescennino. Che avrebbe pagato, secoli dopo, il poeta Decimo Giunio Giovenale per averlo creato lui come incarnazione di corruttela, licenziosità e sostanziale negazione ad essere statista! Eppure egli Cav ancora impartisce direttive, resta fuori dalle Case Circondariali, vince battaglie giudiziarie, arricchisce smisuratamente principi del foro, cocotte e semplici olgettine, mantiene lo ‘affetto’ di plotoni di deputati.

Le altre alternative: 1) il grillismo, ossia la strumentalizzazione un po’ scervellata degli istinti giovanili di rinnovamento; si è materializzata in conati di parlamentarismo fuori tempo massimo, dunque deteriore. Ripudiata, inevitabilmente, la santa utopia della democrazia diretta; 2) Matteo Salvini o l’ingentilimento del bossismo da bar-tabacchi; 3) il nulla integrale della Gauche degli intellettuali (sort of ) da terrazza romana o da trattoria pugliese specialità orecchiette. A nome della Gauche del Nulla, Stefano Rodotà e altre prèfiche della democrazia effondono lacrime sulla deriva autoritaria rappresentata da Renzi.

E invece Renzi fa benissimo a far rigare il parlamento e le camere. L’uno e le altre meriterebbero ben altra frusta e ben altra ramazza. Le prèfiche si aggrappano alla Costituzione che vuole il parlamento bicamerale spinto. E’ uno dei molti motivi per detestare deridere cestinare la Costituzione.

In presenza delle suddette alternative, è umano che molti nella Penisola abbiano sperato in Renzi: per essere ripagati soprattutto da enunciazioni, promesse, formule. Un anno dopo il ciclone Matteo, il paesaggio italiano presenta poche devastazioni: gli sconquassi, tutti da venire. Come avesse governato un anno Giovanni Goria, il compianto politico astigiano la cui memoria resta imperitura solo grazie all’abnegazione degli storici volontari di Wikipedia.

Questo Matteo, che si era presentato come emulo di Eracle (il figlio di Zeus & Alcmena) come operatore di fatiche più che umane e come generatore di almeno 70 figli, questo Matteo non deve temere alcun impeachment come perturbatore effettivo dei costumi e degli andazzi della Cleptocrazia. E’ vero, per la dira Camussa (la quarta Erinni dopo Aletto, Tisifone e Megera), il premier ha violato l’ordine naturale di cui esse Furie sono severe e vindici protettrici. Ma Camussa esagera. La Casta è in buona salute, e così pure quel suo comparto che sono i sindacati.

Il milione di persone che vivono di sola politica, cioè di sola rapina del denaro pubblico, resteranno al loro posto, quali che siano le smanie riformatrici del Fiorentino. Se questi brandirà l’arma delle elezioni anticipate, arriverà il veto/usbergo del Colle, la vetta più alta della Casta. Se le Province saranno davvero abolite, il nostro Pubblico Impiego non perderà il suo posto, così onorevole, nella classifica dei paesi industriali più burocratizzati. Gli alti papaveri che affittano a bassa pigione appartamenti di proprietà pubblica se li compreranno a poco. Dovesse il parlamento perdere la bicameralità piena dopo la parentesi similducesca (secondo le lagne di Rodotà, beninteso) di Matteo, risulterebbe sesquicamerale (una camera e mezza), con costi invariati. Inappagata resterà l’aspirazione degli ingenui a un Paese rovesciato sottosopra.

Delusi resteranno coloro che, passati 72 anni dall’armistizio di Cassibile (Siracusa) dove i generali G.Castellano e W.Bedell Smith stipularono la nostra resa incondizionata, credevano che lo Stivale potesse aspirare all’indipendenza dagli USA, quindi non essere più coartato a comprare F35, sommergibili d’attacco e missili così sofisticati che se il nemico non esisterà lo creeranno by default.

Direte, ma Bergoglio è un’altra cosa. Sarà. Ciascuno a modo suo ha rinunciato all’occasione assoluta di spezzare la continuità e rifiutare le logiche istituzionali.

Porfirio

UN MODELLO FOSCO EROICO PER UN DIVO RENZI FORSE SCONFITTO SULLA DISTANZA

Il giorno dopo l’apoteosi del 25 maggio non sarebbe il momento per chiederci che lavoro farà il Capo del governo dopo che l’ala parruccona, dalemiana/finocchiariana, del suo partito lo abbatterà  col solo fatto di nanizzare le grandi riforme. Però chiediamoci  lo stesso: finirà nel nulla, come un semplice Goria Monti Casini, dopo avere giganteggiato per una sola primavera-estate?

Forse no, se agli stivalioti disperati era apparso un dono degli Dei. D’altronde fare opposizione rancorosa, vendicarsi alla men peggio, come magari medita Enrico Letta, delle Salme storiche guidate da Bersani, Rodotà e Camusso, non sarebbe degno di Renzi.  Capeggiare un 25 aprile “portoghese”, un golpe di ufficiali giustizialisti -come gli propose Internauta giorni fa-  lo spaventerà. Troppo irriguardoso verso le Istituzioni.

Gli proponiamo un’ardita prospettiva di combattimento: fare il rottamatore molto molto lontano da qui. Qui è proprio difficile. Noi fervidi calvinisti siamo troppo affezionati alla legalità, come il popolano britannico lo è alla Royal Befana. Siamo ammaliati dalla Più Bella, idealmente scritta da Napolitano su libretto del pagliaccio Benigni. Renzi cerchi fortuna altrove sul pianeta, al riparo da noi spietati fondamentalisti del diritto. La Mongolia (nome ufficiale Bugd Najramdab Mongol Ard Uls) è a sufficienza lontana? Ha nostalgia di un condottiero straordinariamente in gamba, che ritrovi le glorie di Gengis Khan (m.1227) e di Timur/Tamerlano (m.1405)? Se sì, Renzi provi la Mongolia.

A questo punto gli ricordiamo la vicenda di un non mongolo, il barone Roman Ungern von Sternberg, che poco meno di un secolo fa si fece signore di quel paese, in un sogno di gloria degno di Alessandro il Macedone, anzi meglio. Ungern Khan fu lo sfortunato emulo dei sommi Gengis e Timur. Era un militare zarista, di antica stirpe tedesco-ungarica, cresciuto a Tallin (Estonia). Eroe cavalleggero nella Grande Guerra, prese una sciabolata in Galizia; gli uccisero la moglie. Dopo la Rivoluzione menscevica di febbraio fu mandato nell’Estremo Oriente russo, dove acquistò fama di sanguinario e si fece affascinare dalla vita dei nomadi mongoli e buriati. Prese a sentirsi asiatico, tentò di creare una monarchia lamaista in Mongolia e a est del lago Baikal. Non fece la strada degli altri controrivoluzionari Bianchi (Wrangel, Kolciak, Kornilov, Denikin) che come lui combattevano i bolscevichi. Invece si fece aiutare dai nipponici che nell’Estremo Oriente russo volevano creare uno Stato fantoccio.

Nel 1920 Ungern è anche uno dei signori della guerra che agiscono nel contesto cinese; tenta di restaurare la passata dinastia Qing. Arriva a dominare con un esercito di avventurieri l’immenso paese dei Mongoli. Progetta di guidare una grandiosa cavalcata asiatica per punire l’Occidente fatto marcio dalla modernità, oltre che degli altri suoi vizi. Prova a strappare il Tibet alla Cina. Il Dalai Lama lo consacra reincarnazione di Gengis Khan.

La fine di Ungern arriva nell’agosto 1921. Ospite di un predone calmucco, viene tradito e consegnato alle truppe del futuro maresciallo Bljucher, che nelle purghe del 1938 sarà torturato e ucciso da Stalin. Bljucher non riesce a convincerlo a passare nei ranghi sovietici. Prima d’essere fucilato Ungern Khan compie l’ultima prodezza: ingoia la sua medaglia di San Giorgio, perché non cada in mani bolsceviche.

Coll’occasione ricordiamo che nei territori russi conquistati dai giapponesi sorse in quegli anni un’effimera Repubblica Ucraina (!), parte lontanissima della Stato creato a Kiev dagli occupatori austro germanici.

Perchè abbiamo raccontato questo personaggio, che come un po’ magiaro si credeva discendente di Attila e che rinnegò il retaggio baltico-germanico in quanto posseduto di dottrine messianiche e di tantrismo? Per ricordare al Condottiero fiorentino, nell’ora del trionfo, che se la volubile Fortuna lo tradirà a beneficio dei passatisti che avevano mummificato il Pd, Egli potrà risorgere in un contesto barbaro e grandioso quale l’Impero mongolo, breve ma il più vasto della storia. Renzi è un personaggio come lo fu Roman Ungern von Sternberg, l’uomo-mito che eccitò la fantasia di Julius Evola, vivido pensatore esoterico e spiritualista, teorico di razzismo e di alchimia.

Come Renzi, il Barone Nero fu anche un fattivo riformatore: nella sua capitale Ulan Bator portò elettricità, telefono, un giornale e più di un ambulatorio medico senza sciamani.

Porfirio

Facebook, ovvero metafora di un nuovo modello politico

Non occorre affidarsi a chissà quale agenzia di rilevazioni dati per rendersi conto che sempre più spesso in politica – e mai come in questa ultima campagna elettorale – l’espressione più usata dai politici  è “ci metto la faccia”.

E non occorre essere un linguista per accorgersi che questa espressione  altro non è che la traduzione, più o meno letterale, di un neologismo, Facebook,  coniato nel 2004 da Mark Zuckerberg, studente di Harvard,  che aveva preso  lo spunto da un elenco con nome e fotografia degli studenti, che alcune università statunitensi distribuivano all’inizio dell’anno accademico per aiutare gli iscritti a socializzare tra loro.

Un neologismo, oggi,  che corrisponde non solo a una realtà economica quotata  in Borsa ma soprattutto a un nuovo modello di  comportamento sociale e dunque “pubblico”, utilizzato sempre più spesso dalla politica.  Da  coloro che si candidano sperando di essere votati,  dalle trasmissioni televisive che affrontano il dibattito politico e perfino, senza saperlo, dagli elettori che decidono di astenersi dalle votazioni.

Per   Facebook  l’importante è rivelarsi, dato che il punto di partenza è il profilo che ogni partecipante si deve costruire per appartenere, da subito, alla comunità e cominciare ad interagire. Una comunità che non ti pone nessuna condizione di appartenenza se non quello di piacere a qualcuno e di essere scelto. Una scelta, però, che non si basa su quello che realmente sei,  non dovendo necessariamente corrispondere alla realtà tutte le informazioni del profilo, ma a quello che vuoi sembrare essere.

Una comunità senza gerarchie dove il linguaggio non è mito, non è prosopopea, ma corrisponde al linguaggio del quotidiano.  Una comunità dove conta l’idea di potersi mettere in relazione con gli altri, non necessariamente il farlo.

E’ una comunità, infatti,  quella di Facebook  che non ti obbliga ad agire.  Puoi farne parte anche solo guardando e vedendo e quello che postano gli altri: una foto, un link, un blog, insomma qualsiasi cosa che ti arrivi  attraverso la Rete. Non è necessario esporsi o fare commenti: solo una minima parte commenta  i post che vengono degli altri. Si commenta, in generale,  rispondendo con un altro post. Apparentemente una comunità liquida, senza confini.

Apparentemente,  perché  Facebook per essere Facebook, per far sì, cioè,  che ogni “faccia” possa incontrarsi e vedere quello che l’altro fa, si basa su un aggregatore, cioè su un software o applicazione web, in grado  di ricercare informazioni e riproporli in “forma aggregata” per un obiettivo di fruizione che può essere di qualunque tipo: di business, sociale, culturale, consenso politico etc.

E la forza di Facebook in Italia è  stata così dirompente- 24 milioni sono i suoi iscritti, contro i 4 milioni a  Twitter e i 3  a Linkedin – che la politica ha scelto, o è stata costretta a scegliere, il modello Facebook per interagire in ogni ambito.

Nelle trasmissioni televisive dove ognuno mette il proprio post – basta osservare il format de  La Gabbia- senza  sentirsi obbligato a rimettere al centro della discussione il dialogo.

Nel  modello di comportamento politico  del Movimento 5stelle che per esistere deve postare sempre una proposta nuova: dalla designazione del presidente della Repubblica e  dal suo impeachment,  fino all’idea di un nuovo Tribunale di Norimberga per giornalisti e politici, senza, peraltro,  sentirsi costretto ad  intavolare  una discussione o un progetto con gli altri. Importante è postare, sempre una nuova proposta, una nuova idea.

Nel fenomeno dell’astensionismo,  in quanto gli elettori che non andranno a votare – e sembra che in futuro siano destinati a crescere in modo esponenziale –  praticano il modello Facebook, sentendosi  partecipi di una vita collettiva,  semplicemente  assistendo ai dibattiti politici.

Nel continuo sforzo dei leader politici di trovare proposte che abbiano la funzione di svolgere la funzione di aggregatori in grado   creare comunità di elettori, con buona pace delle tradizionali strutture partitiche .

Il modello Facebook applicato alla politica significa, dunque,  che se fino ad ieri le  figure chiavi della  politica moderna sono state lo Stato e l’individuo,  in eterno e continuo conflitto, l’uno specchio e nutrimento dell’altro, oggi le figure chiavi sembrano essere, anche, la Rete e gli amministratori pubblici che devono e governare in nome e per conto dell’intera comunità.

“Amministratore”, peraltro, è anche il nome che viene dato a colui che detta le regole di accesso di Facebook e di qualsiasi pagina  che viene creata  su Facebook.

Inevitabile  ed inquietante dedurre che ormai dalle reciproche relazioni  etiche, politiche, culturali, economiche, giuridiche  tra le rete e gli amministratori pubblici, prenderà forma il modello della  politica contemporanea   con tutti gli inevitabili rischi di “imperialismo” che qualsiasi forma di modello politico è destinato, sempre e  comunque, ad assumere.

Ma la Rete, e dunque il modello proposto da Facebook, non fa che ribadire, una qualità acquisita dalla politica moderna: la volontà/necessità  di convivenza insieme all’accettazione del pluralismo. Non è  poco.

 Monica Amari

DIALOGO SU GRILLO E SULL’ANTIPOLITICA

QUASI NULLA SARA’ COME PRIMA QUANDO L’ANTIPOLITICA TRIONFERA’

Valga la confessione di uno tra i giornalisti più fradici di vecchia politica legittimista, persino capo di una lista elettorale, cioè aspirante gerarca. Curzio Maltese ha asseverato la realtà in modo impeccabile: “La professione politica ha fallito”. Bravo Maltese che non ricorre ai consueti giochi di mano, tre o più carte, per nascondere la sconfitta  propria e dell’intellettualame intero. E che ammette la fondamentale falsità di un settantennio di vanti del pensiero democratico unico.

Le cose stanno veramente come dice il Nostro.  L’esplosione antipolitica degli ultimi anni è il fatto storico più importante dalla caduta delle dittature nazista, fascista e comunista. I popoli si affrancano, insorgono, e i padroni cui si rivoltano sono i professionals dei partiti, gestori della frode elettorale  a mezzadria col denaro e con la corruzione. Settant’anni troppo tardi, Curzio Maltese scopre che la democrazia rappresentativa e la Carta costituzionale sono il nemico. Constata che nell’assetto postfascista/postcomunista il Demos non conta nulla, si è spossessato a favore dei Proci usurpatori e saccheggiatori.

Occorrerebbe -si rassegna ad ammettere il capolista ‘Tsipras’- tornare a un assetto ‘ateniese’, nel quale tutti i cittadini (quelli qualificati, degni del nome -NdR) fanno le loro normali occupazioni; si trasformano a turno (soprattutto attraverso il sorteggio/sortition -NdR) in legislatori e governanti pro tempore; poi tornano alle loro occupazioni. Un po’ come il servizio militare degli svizzeri.  L’esperienza dei parlamentarismi partitocratici, specialmente in Italia Francia Spagna Portogallo Grecia, ha dimostrato al di là di ogni dubbio che la delega elettorale esprime una classe di potere immancabilmente deteriore e ladra.

Ecco perché l’Antipolitica è la svolta più epocale dal 1945 in Italia, da un quarto di secolo nell’ex campo socialista. Onore e riconoscenza a tutto ciò che ha mosso la frana antipolitica. Da noi il grillismo, sgradevole o equivoco quanto si vuole, ha fatto da grimaldello, da maglio, da indispensabile ostetrica di una nascita gioiosa. Ha articolato in schiamazzi, sbraiti e vaffa un sentimento di fondo che era inespresso in quasi tutti. Oggi che è un movimento temibile gli si imputa che ‘non costruisce’. Forse è così. La lunatica strategia di vincere per la via parlamentare potrà fallire. Dovesse un giorno trionfare, c’è il pericolo che degeneri in partito, solo momentaneamente meno putrido degli altri segmenti della Casta. Ora come ora il movimento è un pesante martello demolitore, indispensabile per abbattere l’abusivo ecomostro; un piede di porco senza il quale non si schioda il sistema.

Questo invoca -di fatto- il sunnominato giornalista della cleptocrazia. Questa è la logica dell’insurrezione antipolitica. Oggi un tot di tizi qualsiasi, più o meno individuati dalla Rete, si sono trovati parlamentari, aspiranti guastatori, pedine di un gioco troppo grande per loro in quanto dominato da croupiers farabutti. Oggi possono solo intralciare, sabotare, fare cagnara. Un giorno, forse non troppo lontano, i tizi qualsiasi reclutati dal Web saranno -se qualificati, se veramente cittadini- sorteggiati per esercitare brevemente la sovranità al posto dei lenoni e degli spacciatori della delega elettorale. Spesso, ogni volta che sarà necessario, saranno giudicati dal referendum telematico: i pochi, quasi nessuno, che non possiederanno un computer, un tablet, un telefonino riceveranno gratis una monocellula elettronica, valore un euro, capace di registrare e trasmettere solo Sì/No.

Questo è, al fondo di tutto, il senso del vincere dei populismi antipatici e contraddittori ma sacrosanti. Sono l’avanguardia dell’insurrezione antipolitica generale e della democrazia diretta, parzialmente elettronica, alternativa obbligata allo sfascio in grande.

Antonio Massimo Calderazzi
GRILLO E LA SUA ANTI-POLITICA NON DEVONO PASSARE

A dispetto di quanto sostiene l’amico Calderazzi qui sopra, non mi sembra ragionevole ritenere che dal grillismo dilagante possa mai nascere niente di buono. La democrazia diretta, internet, la partecipazione dei cittadini e via dicendo sono drammaticamente e semplicemente i fronzoli piacioni di un movimento che altrimenti apparirebbe per quel che è: leaderista quanto il peggior stalinismo, sfascista e cripto-fascista, plutocratico e promotore dei più beceri rigurgiti di ignoranza e anti-intellettualismo.

Le votazioni sul blog di Grillo riguardano un numero ridicolo di persone (decine di migliaia, a fronte di quasi dieci milioni di elettori), la loro regolarità non è accertata da alcun ente terzo e manca – ma questa è una battaglia propria di Internauta – un qualsiasi criterio di selezione e di merito per i contributi e le eventuali cariche. Già anni fa Isaac Asimov metteva in guardia «dall’idea sbagliata che in democrazia la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza». Un insegnamento a cui gli scherani del comico genovese sembrano immuni.

Il danno che questa masnada di aspiranti sudditi di due aspiranti dittatori (che più inquietante di Grillo è il suo sodale Casaleggio) stanno facendo all’idea di democrazia diretta neo-ateniese, o random-crazia, è incalcolabile. Per gli anni a venire le pur buone proposte che potrebbero nascere in questo ambito saranno squalificate agli occhi delle persone non attirate nella trappola dell’anti-politica grillina. La reazione del sistema a Grillo – che per il principio azione/reazione ci sarà di sicuro – travolgerà anche quei buoni concetti, usati dal M5S come orpelli, che avrebbero meritato miglior fortuna. Prendere le distanze dall’antipolitica e dal grillismo mi pare doveroso per chiunque non voglia veder morire con le fortune del comico-urlatore anche le speranze di un miglioramento della nostra forma democratica. Perché se lo scontro si polarizzasse tra la “casta” e questi sedicenti movimentardi, lunga vita alla casta. Meglio i corrotti dei pazzi.

Tommaso Canetta

PIUTTOSTO CHE GRILLO, MEGLIO LA CASTA

Dopo 20 anni di Berlusconismo, di politica peggio che miope, di irrazionalità economica e legislativa, di sfascio di ogni tentativo di approfondimento e reale conoscenza dei problemi, di mancate riforme, di promesse mai mantenute, di figuracce internazionali, dopo 20 anni di schifo insomma, prendersela con Berlusconi prima e con la casta politica poi è molto comodo ma scorretto. Come sempre, se si cerca un colpevole basta guardarsi allo specchio. Chi ha qualche anno di più forse dovrebbe guardarsi con cipiglio più severo. Perché chi ebbe le colpe di consentire quel degrado, in molti casi ora ha la colpa di aver individuato una toppa peggiore del buco.

Prima degli ultimi avvenimenti politici, diciamo fino ancora a poco più di due anni fa, sembrava legittimo voler cambiare alla radice il funzionamento del sistema, aumentare il tasso di democrazia diretta, accompagnandolo ad una miglior selezione meritocratica anche della rappresentanza politica, sembrava che la distruzione dell’esistente fosse auspicabile per poter finalmente tornare a respirare, senza il peso soffocante sul petto delle incrostazioni accumulatesi negli anni passati.

Poi è cambiato tutto. Quelle bandiere, che ad alcuni sembrava giusto impugnare e sventolare in nome di un ritorno ad una politica più illuminata, lungimirante, razionale, “migliore” diciamo, sono state raccolte dalla più becera e diffusa forma di populismo che l’Italia abbia conosciuto dai tempi del fascismo: il Movimento 5 Stelle. Tale e tanto è stato l’orrore che l’ignoranza, il qualunquismo e l’aggressività di questa accozzaglia di persone per bene, ignoranti in buona fede e imbecilli patentati (tutti accomunati dall’essere niente senza il loro capopopolo che insuffla il verbo e il consenso dentro di loro) da rendere giustificata una reazione opposta a quella immaginata in principio.

Addio progetti di riforma del sistema democratico, addio vento del cambiamento rivoluzionario. Se le mani che si immergeranno nella cosa pubblica per sconvolgerla e riformarla saranno quelle di Grillo, Casaleggio e dei suoi scherani, preferiamo tenerci l’esistente: ai pazzi vanno preferiti i corrotti. Alle forche in piazza vanno preferite le mazzette, con buona pace dei moralisti e dei tribuni che affollano televisioni e giornali.

Piuttosto che i barbari, che sfruttando idee sulla carta valide, pensano di trasformare la Repubblica in una dittatura del popolo bue, la democrazia in un sistema in cui la mia opinione di profano ha lo stesso peso di quella di un esperto – “tanto gli esperti sono tutti prezzolati” -, piuttosto che questa deriva protofascista e neo-luddista, tanto vale tenersi la casta e le sue nefandezze.

Certo, sarebbe auspicabile che una via di mezzo venisse trovata. Ma nell’impossibilità di affidarsi a persone che hanno già ampiamente dimostrato la propria pochezza politica, e la potenziale pericolosità della loro cieca obbedienza al capo (liste di proscrizione, censura del dissenso, culto del leader, infallibilità del suddetto, squadrismo verbale contro l’avversario etc), la via che si intravede come più probabile è che siano proprio i corrotti epigoni della casta a fare qualcosa di buono, pungolati da questi barbari (che almeno in negativo sembrano avere un qualche ruolo utile).

Insomma, l’ultima speranza per l’Italia non risiede certo nel grillismo, ma nel fatto che il resto del sistema politico – che per contrasto sembra ora meno indecente -, spaventato dal mostro, faccia finalmente qualcosa di utile.

Muscardins

COMMINERA’ SOLO LAVORI FORZATI LA MITE NORIMBERGA DI CASA NOSTRA

Sarebbe giusto che il tribunale dei vincitori, nella logica se non nelle imputazioni del 1945-46, giudicasse i governanti, i politici, i mandarini e i boiardi che in 68 anni hanno portato lo Stivale sull’orlo della bancarotta, forse della guerra civile. Nemmeno nella grande crisi dell’economia i futuri imputati di Norimberga hanno accettato di tagliare i costi e i furti della politica. Meno che mai gli sprechi per lo sfarzo, tipo Quirinale. La Norimberga di allora inflisse pene capitali, ergastoli e lunghe detenzioni. Quella del nostro futuro non remoto chiuderebbe nei campi di lavoro alcune migliaia di malfattori.

A Norimberga la giustizia dei vincitori condannò con asprezza non solo i capi del nazismo, anche i più alti militari del Reich: colpevoli soprattutto di avere conseguito troppe vittorie. Il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, che al momento della sentenza aveva invocato di morire fucilato, fu impiccato. Così pure il suo secondo immediato, il generale Alfred Jodl pianificatore di quasi tutte le conquiste. Il maresciallo Ewald v.Kleist morì prigioniero in Urss. Il collega Kesselring, sentenziato (a Venezia non a Norimberga) alla pena capitale, poi commutata, fu liberato dopo otto anni di carcere in quanto pareva in fin di vita. I marescialli v.Rundstedt e v.Manstein, quest’ultimo nipote di Hindenburg, furono graziati dopo lunghi anni di carcere.

Condannati anche i due ‘grandi ammiragli’ della Kriegsmarine, Erich Raeder (ergastolo) e Karl Doenitz (10 anni), nessuno dei quali poteva essere direttamente implicato nell’Olocausto o nelle spietate rappresaglie seguite alle operazioni partigiane nelle terre conquistate dal Reich. I marescialli Rommel, Kluge e Model si suicidarono in tempo.

Qui non è luogo a discutere sui delitti sanzionati a Norimberga e nei processi di minore rango -ma non con minore durezza: le impiccagioni abbondarono- celebrati nei vari paesi coinvolti nel secondo conflitto mondiale. P.es. gli americani giustiziarono il primo ministro nipponico (1941-44), gen. Hideki Tojo. Il colpo di pistola che si era sparato non lo aveva ucciso. Il suo predecessore, principe Konoye (si era pronunciato contro l’attacco a Pearl Harbor) si suicidò nell’imminenza dell’arresto. Giustiziato anche  Yamashita Tomoyoku, trionfatore sui britannici in Malesia, poi comandante di un gruppo d’armate in Cina.

Sarebbe lungo l’elenco dei politici filotedeschi e filonipponici colpiti dalla vendetta dei vincitori, da Vidkun Quisling, primo ministro collaborazionista della Norvegia, messo a morte a Oslo, a Josef Tiso, presidente della Slovacchia, giustiziato a Bratislava, al maresciallo Pétain (de Gaulle commutò la condanna capitale nella detenzione perpetua. Morì in prigionia, novantacinquenne).

Perché ci sia vendetta sugli sconfitti occorrono dei vincitori: si sosterrà perciò che in Italia nessuno potrà riaprire Norimberga. Forse andrà così, però non è detto. Il Regime-canaglia potrà essere abbattuto sia da un colpo di stato militare-politico, come in Portogallo, sia da una forte dilatazione della collera popolare che il recente 25 febbraio ha dato otto milioni di voti al movimento 5Stelle. Si aggiunsero gli astenuti, le schede bianche e quelle nulle.

Al momento non ci sono avvisaglie di Putsch né di sollevazione spontanea, anche se l’odio antisistema monta. Il M5S sembra caduto nella trappola micidiale del parlamentarismo e della manomorta costituzionale. Appare anche insidiato dalla cupidigia di casta. Tuttavia l’avvenire del Regime non è sereno. Se prevarranno, i nemici di quest’ultimo porteranno nelle gabbie degli imputati di Norimberga, poi nei campi di lavoro forzato, migliaia di gerarchi, di arricchiti di regime e dei loro eredi familiari e non. Inclusi quelli del rango supremo.

A.M.C.

LA MORALE GRILLINA CI INGANNA SULLE VERE PRIORITA’

Arrotondiamo per eccesso: ci sono 1000 parlamentari che guadagnano 15.000 euro al mese. Quindi, contando tredicesime e quattordicesime, lo Stato spende per loro 210 milioni di euro all’anno. Se dimezzassimo i parlamentari e gli riducessimo a un quarto dell’attuale lo stipendio, otterremmo un risparmio di oltre 180 milioni di euro. A prima una vista una cifra ragguardevole, specie se consideriamo che il budget attuale serve a sfamare gente come Scilipoti. Ma il gravissimo danno che la morale grillina sta causando al Paese, è la mistificazione sistematica sugli ordini di grandezza del problema.

Uno Stato che spende ogni anno per la Sanità una cifra intorno ai 110 miliardi di euro, e che di quei 110 miliardi potrebbe risparmiarne 10 solo portando ad uno standard medio di efficienza le Regioni dove invece lo spreco e la bassa qualità del servizio sono la regola, non può illudere i cittadini che la soluzione dei problemi passi dalla lotta ai privilegi della casta. C’è una sproporzione di quasi 50 a 1 tra i risparmi che si ottengono accanendosi sugli stipendi degli onorevoli e quelli che si otterrebbero accanendosi sugli sprechi della Sanità.

Si dirà che i due problemi non sono scindibili, che il motivo per cui la sanità spreca tutti quei soldi è che è collusa col potere politico. Questa affermazione purtroppo non è strettamente vera, ed è dimostrato dal fatto che la Lombardia è una delle Regioni con il sistema sanitario al contempo più efficiente e più colluso con la politica. Ovvio che si debba intervenire sul tema della nomina dei primari, dei dirigenti, delle clientele etc. Ed è una priorità “etica”. Ma non si può pensare che basti questo a risolvere il problema macroeconomico dello Stato.

Un’altra questione che viene sbandierata come discriminante per l’attuale fase politica è quella dei rimborsi elettorali. Nessuno nega che i politici che impongono misure lacrime e sangue al Paese dovrebbero essere i primi a dare l’esempio ed imporsi una cura dimagrante. Ma ancora una volta si ingannano i cittadini sulle proporzioni della questione: 250 milioni di euro (in cinque anni) che vanno ai partiti (di nuovo arrotondiamo per eccesso) non sono rilevanti per uno Stato che deve pagare 80 miliardi di euro all’anno di interessi sul proprio debito pubblico. Abbattere quel debito sì che è una priorità. E proporre l’uscita dall’euro o un non meglio precisato reddito di cittadinanza (da tenere ben distinto dal reddito minimo garantito, provvedimento di assoluto buonsenso ed equità) non sono misure che vadano nella giusta direzione.

Insomma la casa sta crollando. Invece di ascoltare gli ingegneri che chiedono preoccupati di risistemare le fondamenta, rafforzare i pilastri portanti  e riparare il tetto, ci stiamo lasciando abbindolare dall’arredatore che la priorità sia sbarazzarci degli arazzi polverosi (oggettivamente orribili) che infestano tutta la casa, piantare le margherite nel giardino e ridipingere la facciata di uno spensierato color pistacchio. E che questo dovrebbe bastare ad impedire il crollo…

Tommaso Canetta

M5S PDL ASTENSIONE: TUTTO TRANNE IL PARTITO DEMOGERIATRICO

Comunque andranno le cose, da noi si chiude il secolo della sinistra bacchettona, protesa un tempo a sovvertire, oggi a difendere l’esistente. Lo prova lo sgomento dei cappellani intellettuali, e più ancora dei burocrati, del postcomunismo di fronte alle novità: tutte le novità, non solo quella delle Cinque Stelle. Oltre metà del Paese, tra astenuti e voti per Grillo e altri, non ne può più del perbenismo riciclato Bersani D’Alema Napolitano Finocchiaro (come del destrismo volgare). Non ne può più delle superstizioni: democrazia rappresentativa, fedeltà alla Costituzione oligarchica, glorie resistenziali e sindacali, diritti, fedeltà europea (in realtà atlantica), patriottismo di partito, obbedienza al mercato. Oltre metà del Paese ha capito che i mantelli, le stole e i paramenti rosso-stinto addobbano una realtà Ancien Régime.

Provò il sindaco di Firenze con la sua geniale rottamazione a trasformare il Pd nel partito delle novità, dunque potenzialmente della maggior parte degli italiani. Gerarchi, pensionati, sagrestani e bizzochi serrarono i ranghi a difesa e il Vecchiume vinse. Il trionfatore delle primarie credette di garantirsi l’apoteosi prendendo al suo fianco un vezzoso governatore similbolscevico da Terlizzi (Bari): al partito degli sperimentati e dei responsabili avrebbe apportato estro e spirito cor cordium.

Il Vezzoso apportò solo il tre per cento dei voti, facendo fuggire un multiplo dell’apporto. Il rimmel sinistrista non  fece maliosi, bensì cisposi gli occhidei candidati Pd. Ancora una volta è confermata una verità sancita già nel 1948 (per non parlare dell’Ottocento e del  primo  Novecento): il grosso degli italiani non vuol sentir parlare sinistrese. Consigliò ‘Internauta’: se vogliono bene al popolo le sinistre cambino connotati, si diano altre bandiere, oppure si sciolgano. E’ quel che faranno, abbastanza presto.

Il 25 febbraio 2013 è venuto il Dies irae. Lo Stivale ha espresso una collera che nessun sondaggio aveva previsto. Per odio al sinistrismo ha persino imposto un immorale ritorno di Silvio, ritorno impensabile quando la premiata Casa di riposo di largo Nazzareno appariva destinata a ereditare la Repubblica. Un tot non piccolo di elettori ha stranamente valutato i peccati della Destra meno gravi di quelli del duo Bersani-Vendola. Il Muro di Berlino è già caduto da un quarto di secolo ma molti -esagerando- non vogliono sdoganare gli innocui ex-comunisti.

Oggi Grillo è sospettato di affari in Costarica. Ma il Movimento non è solo Grillo. Le 5 Stelle vittoriose sono accusate di lavorare per il tanto peggio. Ma come negare al loro disegno una coerenza vantaggiosa per tutti? Hanno saputo compiere l’exploit prodigioso di avvicinare il 25 luglio dei partiti. Perché non dovrebbero andare fino in fondo, puntare al potere? La furibonda sobillazione del Genovese ha felicemente osato l’inosabile, convincere le moltitudini che lo Stato è loro, non dei partiti e dei loro furfanti; che i Proci possono essere sterminati da un Ulisse che impersona il Popolo e lo vendica.

Più di un punto programmatico del M5S appare delirante: far abortire l’Europa, per dirne uno. Potrà essere lasciato cadere senza danno. Peraltro, quanto al fronte internazionale, non si può del tutto escludere che questo o quell’esperimento del laboratorio Italia (v. il presente Internauta) possa riprodursi altrove, dentro o fuori l’Unione. Esperimento audacissimo sarà, se sarà, ridurre i partiti a club di discussione, da bande di oligarchia e rapina che sono.

Ancora più audace sarà, se sarà, velocizzare l’ineluttabile passaggio alla Democrazia Diretta, come i Fati esigono.

A.M.C. 

PER PUNTELLARE LA LORO REPUBBLICA I GRANDI MEDIA SOSTENGANO GRILLO

Con un plumbeo editoriale di P.L.Battista (“Un monarca nelle piazze”) Il Corriere della Sera si dice costernato per il possibile successo elettorale del Movimento 5 Stelle. Il noto columnist mostra di rivolgere l’indignazione più verso i partiti che contro lo stesso Pericolo Pubblico. Li accusa di rassegnarsi al ‘quasi certo exploit di  Grillo’ e, peggio, di ‘lavorare per lui’: “In un anno e mezzo di inattività, affidata a un governo tecnico la missione di far uscire l’Italia dai guai, non hanno nemmeno cominciato a ridurre sul serio i costi esorbitanti della politica, regalando fertile terreno all’antagonismo polemico del Mov.5 Stelle. Non potranno lamentarsi quando, a urne aperte, si scoprirà l’effettiva dimensione del consenso grillino e dovranno sperare, per il dopo, che Grillo commetta molti errori per permettere loro di tirare un po’ il fiato”.

E lui, il columnist legittimista, è sicuro di non avere lavorato, assieme all’arciconfraternita degli opinionisti di palazzo, a favore dell’Antagonismo polemico? All’inizio dell’ascesa di Grillo  l’arciconfraternita  reagì coll’espediente di liquidarlo come ‘un comico’, invece di spiegare perché solo da un comico venivano proposte nuove. Tacendo per decenni sui crimini della casta (prima di emozionarsi nel 2012) i pensatori cesarei hanno semplicemente coonestato il saccheggio e il lungo scempio del Paese da parte della politica. Una Banca centrale che omette di controllare gli istituti bancari viene crocifissa se manca al suo dovere di ispezionare. La stampa di prestigio dovrebbe essere una centrale di controllo della vita pubblica. Oltre a informare, dovrebbe guidare l’opinione.

Quando gli opinionisti come Battista, dopo avere tardivamente denunciato, hanno anche additato le soluzioni? Milioni di parole sul disgusto degli italiani per la loro politica. Ma mai l’arciconfraternita delle grandi firme si è spinta fino a scrivere le parole di verità che non potevano non essere spietatamente propositive: che le istituzioni e le prassi sorte nel 1945 non sono riformabili, dunque vanno abbattute; non sono riformabili perché possono farlo solo i loro appaltatori/usurpatori, i quali mai sopprimeranno se stessi; che la Costituzione è la blindatura che protegge l’impunità del cartello dei politici; che i discorsi sul cambiamento sono bugiardi by default; che la sovranità di popolo è un’impostura; che semplicemente la politica dei partiti è un monopolio assegnato ai peggiori, e va cancellata.

Invece i grandi media hanno sempre sparato a salve. Mai  un vero colpo in canna. Di fatto tutte le loro requisitorie hanno proposto l’assoluzione: i capi-cloaca dei partiti non l’avevano mai fatta abbastanza turpe (infatti il 25 febbraio si reinsedieranno tali e quali come prima). I grandi media avevano dato ad intendere che a valle dei loro rimproveri la cloaca si sarebbe nettata, le malefatte sarebbero scemate. Tra l’altro i politici di più lungo corso sarebbero spariti, non insediati in una greppia quale, p.es. il CNEL: e gli enti di Stato.

Siamo alla battuta di caccia del 24 febbraio 2013 e nessuno dei ras uscirà di scena. Peraltro: perché il Corriere della Sera si rattrista dell’avanzata di Grillo? E’ un segno di vita. Non ci fosse, la morte della  Repubblica del malaugurio sarebbe certa. Nella sostanza le svolte invocate da Grillo sono prudenti. Solo demolizioni marginali, più numerose misure razionalizzatrici e non estremistiche. Il Parlamento non rappresenta i cittadini ma i partiti, va soppiantato dai referendum anche propositivi (senza quorum) e dalla partecipazione della gente via Web. Abolire le province, i rimborsi elettorali e i vitalizi per i politici, abbassarne le retribuzioni, limitarne la carriera a due mandati, proibire loro il cumulo delle cariche e l’esercizio di altre attività. Istituire il ‘politometro’ per monitorare la ricchezza di politici, alti burocrati e boiardi di Stato. Accorpare i Comuni sotto i 5000 abitanti. La pretesa incompetenza dei grillini è smentita da un certo numero di idee settoriali che essi enunciano in dettaglio.

Al di là della sua vistosa esagitazione, Grillo impersona il buonsenso della gente, contrapposto alla nequizia dei Proci usurpatori. I media di sistema avrebbero dovuto appoggiare, non irridere o ignorare. Se un miracolo realizzasse le circospette svolte delle 5 Stelle, è innegabile che le oscenità  si attenuerebbero e avrebbe un po’ meno senso il nostro invocare il sisma distruttore della Repubblica. I philosophes dei grandi media hanno mai provato a pensare con meno inibizioni, come fa l’Eversore temperato da Genova?

A.M.C.

SI VEDA IL BLUFF DI GRILLO

Mai governi coi partiti, si sgolava fino a ieri. Mai fiducia a governi tecnici, strilla oggi. Beppe Grillo, sempre più calato nei panni del politico navigato, sta giocando la sua partita e la sta giocando abbastanza bene. Manda in giro (poco, a dire il vero) i suoi a sproloquiare sui 20 punti del programma, gli fa eleggere i capigruppo per alzata di mano in puro stile okkupazione del liceo, si diverte – probabilmente – a vedere quanta attenzione mediatica si crei intorno alle uscite infelici dei suoi neoparlamentari (l’ultima sul fascismo è degna di Berlusconi). Intanto lui gioca la partita vera, l’unica che in fondo gli interessa: quella per il potere.

Beppe Grillo ha capito che lo straordinario successo del suo movimento rischia di essere spazzato via in un battito di ciglia perché per i consensi, così come per i soldi, vale il detto “presto vinti presto persi”. Ha accumulato un grande capitale su presupposti effimeri e se i cittadini italiani dovessero avere il sentore che tutti quei “vaffa” e tutte le promesse roboanti della campagna elettorale altro non sono che una variante del solito spettacolo, lo punirebbero immediatamente. Non potendo Grillo ancora attuare il suo programma (posto che ne abbia uno), non può in alcun caso partecipare alla politica attiva dei prossimi mesi. Non può pretendere che i suoi elettori gli perdonino quello che non hanno perdonato agli altri politici: la trattativa, il compromesso, “l’inciucio”.

Non potendo quindi intervenire nella politica per evitare un crollo dei consensi, sono due le mosse del suo gioco immediatamente evidenti: evitare da un lato il logoramento della sua truppa parlamentare (Grillo già mette le mani avanti su un 15% di Giuda) per evitare un effetto “scilipoti” sull’elettorato, dall’altro evitare il logoramento della sua base elettorale. Questo secondo fronte è particolarmente insidioso, e chi ha giocato col fuoco del qualunquismo per anni lo sa di sicuro. Ed ecco la mossa cinica del politico scafato: rendere inevitabile (o quasi) l’accordo Pd-Pdl, così da poter monopolizzare l’opposizione, urlare all’ennesimo inciucio della casta che difende se stessa dal nuovo e lucrare consenso su una situazione di crisi economica e sociale destinata a durare ancora per mesi.

Alle elezioni successive, scacco matto. Con ogni probabilità il Movimento 5 stelle sarebbe in grado di aggiudicarsi il premio di maggioranza alla Camera e forse di conquistare il Senato (sempre che non si sia cambiata la legge elettorale nel frattempo). E Grillo avrebbe vinto la sua partita, ovvero avrebbe finalmente conquistato il potere.

Ma tutta questa strategia si regge su un colossale bluff: convincere i partiti che tornare al voto sarebbe peggio per loro (e incidentalmente per il Paese). Ma questo non è necessariamente vero. “Meglio” e “peggio” sono termini relativi, non assoluti. E non c’è verso che un governo di un populista dal linguaggio violento, dagli intenti semisconosciuti e dal programma economico catastrofico sia “meglio” di altri mesi di instabilità politica e recessione economica durante la (nuova) campagna elettorale. I partiti, e in particolar modo il Pd, abbiano il coraggio di andare a vedere quel bluff. Osino sfidare Grillo sul terreno dei contenuti, invece di scimmiottarlo o trattarlo con sufficienza, e dimostrino di aver imparato la lezione. Una nuova strategia e una nuova coerenza sarebbero il miglior viatico possibile per un differente risultato elettorale.

Tommaso Canetta

GRILLO, I GIOVANI E UN PAESE DA RIGENERARE

Mi concedo una piccola nota autobiografica; è per mettermi alla berlina, non per pavoneggiarmi. Una trentina abbondante di anni fa scrissi un fondo di quotidiano in cui spiegavo come e perché Ronald Reagan non poteva diventare presidente degli Stati Uniti anche se il suo rivale, Jimmy Carter, non mi sembrava un genio. E che se per caso, invece, lo fosse diventato sarebbe stata una disastrosa pagliacciata (un’ “americanata”, come si soleva dire una volta) per il suo paese e per l’orbe terracqueo. Devo confessare che delle prestazioni dell’uomo come governatore della California, mica del Molise, non sapevo moltissimo, cosicché dal mio punto di vista si trattava essenzialmente di un attore di Hollywood, e neppure di un grande della categoria.

Probabilmente non riusciva a farmisi luce nel cervello l’idea che almeno nella Repubblica stellata, con le sue peculiarità socio-culturali e del sistema politico, chiunque potesse ascendere al vertice del potere, e in qualche modo cavarsela, indipendentemente dal suo curriculum. Come tutti sanno, non solo Reagan stracciò Carter, andò alla Casa bianca e ci rimase per otto anni, ma operò in modo da farsi generalmente giudicare uno dei migliori presidenti americani. Una valutazione, questa, che in verità stento non poco a condividere, ma per motivi diversi dalla difficoltà di ammettere di avere preso a suo tempo un bel granchio.

La nota mi serve comunque come premessa per un paio di considerazioni sull’attualità, profondamente dolorosa ma improvvisamente un po’ illuminata, almeno ai miei occhi, della nostra più o meno cara ma inguaiatissima patria. Fino a qualche settimana fa progettavo di scrivere due righe sul fenomeno Grillo, più che altro per paragonarlo a quello a prima vista analogo di Poujade, l’agricoltore francese che negli anni ’50, sullo sfondo di un’acuta crisi economica, sconvolse la scena parigina irrompendo a Palazzo Borbone alla testa di varie diecine di deputati e all’insegna di motti antipolitici ovvero qualunquisti. E contribuendo così ad aggravare una crisi anche politica superata alla fine solo con il ritorno al potere del generale de Gaulle, la “riserva della repubblica” ovvero l’ “uomo forte” che qualcuno invoca oggi anche per salvare l’Italia dalla perdizione.

Poi mi sono reso conto che le analogie tra il poujadismo e il movimento Cinque stelle sono meno sostanziose delle diversità, compresa quella derivante dalla superiore capacità di presa del secondo sull’elettorato. Sulla base dei sondaggi non si esclude infatti che possa arrivare addirittura al 20%, lasciandosi alle spalle formazioni più grosse o più accreditate, e prestandosi quindi al paragone, semmai, con un altro recente mattatore sulla scena transalpina, quel partito lepenista uscito un po’ ridimensionato solo dalle ultime elezioni.

Va tuttavia precisato che il poujadismo e il lepenismo godevano o godono in Francia solo del favore dei loro rispettivi affiliati, sostenitori o simpatizzanti dichiarati, mentre per le altre formazioni politiche più o meno tradizionali costituivano o costituiscono uno spauracchio, una minaccia più o meno temibile e allarmante, comunque qualcosa di decisamente negativo. Del grillismo in Italia non si può dire lo stesso. Anche chi non apprezza l’oratoria, il frasario, insomma lo stile del suo creatore e animatore, e/o rimprovera al suo movimento le carenze agli effetti costruttivi, spesso se non sempre conviene almeno sul fatto che la sua comparsa non debba suscitare brividi di terrore bensì vada accolta come qualcosa persino di salutare per ciò che significa e per i positivi contraccolpi che, a rigore di logica, dovrebbe provocare.

Per quanto qualunquistico e demagogico, “antipolitico” o nichilistico, culturalmente sprovveduto e programmaticamente inconsistente possa apparire, e magari sia davvero, un simile movimento, anche tutte le sue pecche vanno pur sempre rapportate al contesto in cui è nato e si muove. Ovvero, in primo luogo, alla situazione in cui versa il paese interessato nonché al bilancio, alle credenziali e ai comportamenti delle forze politiche che l’hanno finora governato. Se c’era bisogno di una conferma, l’attuale campagna elettorale, francamente desolante  e non di rado indecorosa, ha confermato che tutti questi indici difficilmente potrebbero essere peggiori. Una situazione, insomma, tale da rendere sacrosanta, benemerita e indispensabile un’energica reazione anche di sola protesta ovvero puramente distruttiva.

La reazione del Cinque stelle, del resto, non lo è, benchè alcune sue proposte e iniziative sicuramente valide e meritorie (come la rinuncia esemplare a beneficiare di stipendi assurdamente lauti elargiti da regioni e altri enti di governo ai rappresentanti del popolo) siano controbilanciate e magari sopraffatte da altre insensate e potenzialmente deleterie (come il referendum per sbarazzarsi dell’euro o la soppressione di Equitalia). Il movimento, comunque, sta già avendo modo di svelare eventuali capacità costruttive grazie ai clamorosi successi ottenuti a livello locale e a quelli che si appresta a cogliere in sede centrale. E poiché esso sta altresì acquistando dimensioni di massa, si direbbe che le maggiori attese dovrebbero concentrarsi non sul suo capo carismatico o sull’eminenza grigia che lo affianca ma piuttosto sul personale più o meno anonimo che opera sul campo e che nei singoli casi già potuti osservare non sembra assomigliare molto al modello di vertice.

Ammettiamo pure, tuttavia, che non sia proprio il caso di aspettarsi troppo, che sarebbe una straordinaria sorpresa se il comico genovese o chi per lui rivelasse insospettabili doti di statista, se smentisse clamorosamente le previsioni di osservatori incauti come già Ronald Reagan. O se, addirittura, dimostrasse di saper adempiere lui ad una missione salvifica simile a quella di Gaulle nella Francia destabilizzata anche da Poujade, oltre che dalle guerre coloniali, anziché limitarsi a spianare indirettamente la strada all’avvento di un emulo italiano del generale con la croce di Lorena sul petto e la grandeur nel cuore. L’Italia odierna è una malata molto più grave della “sorella” transalpina di allora e il suo salvataggio da parte di un outsider tra i più inopinati costituirebbe un autentico miracolo, che non si può mai escludere ma sul quale non può seriamente contare neppure chi magari crede ancor oggi nel mitico “stellone”.

Occorre già una buona dose di ottimismo per confidare che Grillo e i suoi riescano a dare almeno la sveglia al paese, a smuovere quella che è o dovrebbe esserne la classe dirigente dalla sua incredibile cecità, insensibilità e inerzia. A provocare, soprattutto, quella mobilitazione della società civile tanto evocata e invocata da varie parti, ma finora più che altro nella retorica elettoralistica di ogni parte, e indispensabile tuttavia per qualsiasi soluzione duratura, non improvvisata né superficiale, dei mali nazionali.

Che una simile funzione il movimento Cinque stelle la possa svolgere sembra comunque legittimo quanto meno augurarselo, e a sperare che questo mezzo miracolo si avveri incoraggia un dato tra i pochi non deprimenti offerti dalla contabilità politica di questi giorni. Dai conti firmati Mannheimer apprendiamo che la creatura di Beppe Grillo raccoglie quasi il 19% dei consensi tra i giovani di età tra i 24 e i 25 anni, superata soltanto,ancorché largamente, dal PD (31%). E che sale addirittura al primo posto, col 30% e rotti, nelle preferenze degli ancora più giovani (18-23 anni), distaccando sia pure di poco lo stesso PD.

Che dire? Ammesso che il tutto venga all’incirca confermato dal responso delle urne, è doveroso ipotizzare che le risorse istrioniche e la carica vitalistica del comico-nuotatore-arruffapopolo pesino in una certa misura (evito di proposito l’ormai dilagante “in qualche modo”) sulle valutazioni delle due classi più giovani di elettori. Ma anche altri dati alimentano la fiducia che non sia questa l’unica né la principale spiegazione. Vitalismo e istrionismo, come sappiamo, non fanno difetto, quanto meno al vertice, neanche al PDL, che però entrambe le graduatorie citate danno irrimediabilmente relegato al terzo posto. Un partito ruspante come la Lega Nord, che coltiva per sua natura il populismo e non disdegna il turpiloquio, langue appena al di sopra del 2% tra i più giovani e dell’1% dei meno giovani in questione.

Se il centro-destra nel suo insieme, dunque, gode soprattutto del favore dei più attempati, quasi soltanto questi ultimi risultano abbacinati dal miraggio della Padania indipendente. Se è vero poi che i giovani sono tradizionalmente più attratti degli anziani dagli opposti estremismi, ora non appaiono sedotti più di tanto né da quello di destra né da quello di sinistra. A meno che non si consideri senz’altro di sinistra, come si tende generalmente a fare, lo stesso M5S, che però delle varie sinistre in campo sarebbe sicuramente la meno tradizionale e tutto sommato la più sovversiva, se l’abusata qualifica di “antipolitico” che gli si assegna significa qualcosa.

Un’altra possibile obbiezione alla valenza degli orientamenti giovanili è che, invecchiando, i giovani perdono via via le pulsioni rivoluzionarie e palingenetiche trasformandosi spesso in conservatori tutti d’un pezzo quando non ferventi reazionari. E’ altrettanto vero, però, che tutte le generazioni si rinnovano comprese le ultime arrivate, i cui orientamenti possono mutare anche di molto rispetto alle precedenti come sembra stia accadendo attualmente in Italia, sotto la spinta di situazioni oggettive a loro volta così mutevoli, incidendo inevitabilmente sia sugli orientamenti delle generazioni più anziane sia sul complessivo impatto di entrambi.

Il rischio di riesumare involontariamente il “largo ai giovani” caro alla dottrina fascista esiste, come pure quello di passare per corifei del rottamazionismo renzista. Varrebbe tuttavia la pena di correre entrambi se diventasse definitivamente chiaro che soltanto i giovani, non tutti bamboccioni o fiaccati dalla disoccupazione forzata, avvertono l’esigenza pressante di cambiare davvero il paese. O quanto meno la avvertono in misura largamente superiore ai meno giovani, sia pure dimostrandolo attraverso una discutibile adesione al grillismo in mancanza di diverse alternative.

“E’ ora di rigenerare l’Italia”, ci dice un sacrosanto appello recente degli architetti ai politici che non vale solo per la problematica urbanistico-ambientale, anche perché neppure questo settore sarebbe rigenerabile al di fuori del suo contesto generale. E poiché si tratta di un compito di lunga lena oltre che di ampio respiro la sua attuazione è impensabile senza la mobilitazione e il contributo dei giovani, più portati per natura a guardare al futuro e a lavorare per costruirlo. Tanto più quando la fiducia con cui lo guardano i meno giovani viene dimostrata mettendo al mondo sempre meno figli, col rischio in questo caso di far scomparire a lungo andare la materia stessa di cui ci si occupa, spesso senza accorgersene..

Nemesio Morlacchi

L’EUROPA STRITOLA LA DEMOCRAZIA? IL CONTRARIO

Rischiamo di trovarci senza democrazia, pare. O, secondo una versione più “light”, con una democrazia menomata. Se – è questo il ragionamento – l’Italia sarà costretta a chiedere l’intervento del fondo salva-Stati, la campagna elettorale primavera 2013 risulterà castrata, con i maggiori partiti politici costretti a convergere su un programma di riforme imposto dall’Unione europea. Il rischio è che i partiti populisti e antieuropei facciano il pieno di voti.

L’unica forma di democrazia che pare castrata o compressa da un quadro come questo è la sua versione italica del “facciamo il cazzo che ci pare”, tanto ben rappresentata dall’ultimo governo eletto. Che alla fantasia della partitocrazia italiana provveda a mettere un freno l’Unione europea è quello che qualsiasi persona di buon senso dovrebbe auspicare. L’Europa ci impone degli obiettivi, e vieta di intraprendere percorsi che vadano in direzione diametralmente opposta. Ma non impone – se non entro blandi limiti – il “come” si debbano raggiungere quegli stessi obiettivi. Quindi ai partiti è lasciato uno spazio di manovra sufficiente per differenziarsi, senza strabordare dai confini delle forze responsabili ed europeiste.

Quanto al rischio che proprio gli irresponsabili e gli antieuropeisti prevalgano, questo è esattamente l’apice della democrazia: quando il popolo è chiamato a scegliere tra due alternative radicali. Se – ed è bene sottolineare che siamo ancora di fronte ad un’eventualità – l’Italia dovesse chiedere l’intervento del fondo, venisse stilato un memorandum d’intesa, e la maggioranza degli italiani decidesse che all’affrontare 10 anni di riforme dure, impopolari, che sbriciolano moltissime rendite di posizione e cricche di interessi (non per forza di ricchi speculatori, ma magari di onesti camionisti, avvocati o dipendenti pubblici), preferisce uscire dall’euro e affrontare un default, quello sarebbe il giusto esito di un processo democratico.

La speranza è che un rischio del genere non sussista. Che, per quanto arrabbiati, gli italiani alla fine non si affiderebbero a un comico o a qualche tribuno, ma sceglierebbero la stabilità, magari pagata a caro prezzo, ma preferibile al salto nel buio. Anche perchè, e lo si sapeva ben prima della crisi e ben prima che le riforme impopolari venissero imposte, governare con lo sguardo rivolto al medio-lungo periodo forse non paga in termini di consenso da parte degli elettori, ma salva il futuro dei loro stessi figli.

Tommaso Canetta