LA COMITIVA DI SINISTRA ALLA SAGRA ATENIESE DELLA RIVOLUZIONE

Andare all’estero a combattere, persino a morire, per nobili cause altrui è una bella tradizione che ha vivificato e fatta più amabile la storia contemporanea. Lasciando stare Giuseppe Garibaldi e altri sommi, ricordiamo il nostro impavido conte Santorre di Santarosa: scrisse “Delle speranze degli Italiani”; falliti i moti piemontesi del 1821 visse poveramente in esilio; nel 1824 si imbarcò per la Grecia in lotta ; dette la vita l’anno dopo in uno scontro a Sfacteria. L’anno prima era morto a Missolungi Lord Byron: il suo slancio era di procombere per gli Elleni, però si spense di malattia. Aveva 36 anni, ed essere malati a Missolungi, allora, era da eroi veri.

Infiammati dall’esempio di questi martiri, alla vigilia del referendum del 5 luglio accorse all’Acropoli una comitiva di ‘foreign fighters’ nostri connazionali, alcuni coll’arme in pugno altri meno. Prevalevano i dissidenti e i fuorusciti del Pd, ma non mancava il capofila Sel, Vendola (non sappiamo se col suo promesso sposo canadese), più altri lottatori , p.es. salviniani e M5S- molto meno esangui degli opliti del governatore pugliese. Accorsero, non tanto per prestare il braccio alla difesa dei debitori insolventi del mondo, quanto per partecipare alla Sagra della Rivoluzione indetta dal demoniaco YanisVaroufakis.

Fotografi e paparazzi hanno immortalato per i posteri i volti festanti e, idealmente, i fiaschi di vino celebrativo dei gitanti di piazza Syntagma. Un tripudio smisurato: generazioni di sconfitte, cancellate dalle urne del 5 luglio. Giungeva finalmente l’ora del riscatto da amarezze e da cachinni: chi non usava deridere i gruppuscoli di sinistra? Invece eccoli vendicati dalle Parche nell’ora stessa che il Blair italiano, un ex-borgomastro di scarne letture di classe, si credeva dominus del governo e del Pd. I giorni ateniesi sono stati vivificanti per i nuovi Byron e i nuovi Santarosa calati in Grecia per ululare la loro fame di sinistra, per inneggiare al piccolo paese che il potere spettante ai pacchetti azionari li trasferisce ai cittadini. La Grecia è il Davide che fronteggia Golia. Che alle regole del mercato ha lo stomaco di opporre la legge delle urne. Basta con le imposizioni del capitale e della partita doppia. D’ora in poi la legittimità la definiscono le mani coi calli. Banchieri e cassieri si inchinino.

Altrettanto inebriante fu, poco meno di un secolo fa, il gioioso happening dannunziano della Reggenza del Carnaro. Meglio ancora che dalle alate orazioni del Comandante, l’avventura fiumana fu cantata dalle testimonianze minori quali “La quinta stagione” di Leo Kochnitzky, l’intellettuale russo che per qualche mese fece il “ministro” del Comandante. “La quinta stagione” attestò che l’esperienza fiumana, al di là dei trastulli e dei ludi trasgressivi, fu anche un serio tentativo di asserzione anticonservatrice, sia pure insidiata dall’estetismo, inguaribile malattia del secolo: “La Carta del Carnaro è l’invenzione suprema di due generazioni di parnassiani, di simbolisti, di seguaci di Ruskin, di seguaci di Wilde. Il naturale sbocco di 60 anni di biblioteche, collezioni, musei”. In realtà il legionario intellettuale slavo confermò che il d’Annunzio fiumano era essenzialmente antiborghese: “La sua Città del Sole, il suo progetto utopico, era l’antitesi di ogni tipo conosciuto di ideologia democratico-borghese”.

Ecco, l’Atene del 5 luglio 2015 è stata dall’alba al tramonto la Fiume di Fassina, Civati e Vendola: coronata da travolgente successo all’apertura delle urne, ma già il dì dopo pugnalata dall’assassinio sacrificale di Varoufakis, satanico capovolgitore della scienza delle finanze. Per qualche ora la comitiva dei contestatori dell’ordine Bundesbank sentì che la storia virava dalla sua parte; vendicava le perenni disfatte dell’ipersinistra dei quasi nessuno, abbonata a Libération e al Manifesto. Finalmente un paese stordito dall’appartenenza plutocratica si ergeva solo e vindice contro il Sistema. Si sarebbe fatto guida e punta di diamante di un movimento mondiale liberato dai ceppi confindustriali.

Non è durata molto la letizia di sinistra. Nulla di somigliante alla gloria dell’occupazione delle fabbriche (1920), quando il Lenin sardo Antonio Gramsci poté brevemente annunciare che il proletariato aveva conseguito l’egemonia e avviato la Rivoluzione; quando le bandiere rosse garrivano; quando l’arcisabaudo Giolitti sfotteva Giovanni Agnelli offrendogli di debellare coll’artiglieria l’occupazione operaia della Fiat. Quelli furono giorni irripetibili: benché la predicazione gramsciana non apparisse molto credibile come lievito dell’insurrezione di popolo. E’ il destino delle minoranze dei quasi-nessuno.

Tuttavia i nuovi Santorre di Santarosa, i neo-fiumani del 5 luglio, non devono disperare. Se da loro il trionfo della democrazia greca, balneare-velica, non ha ricevuto supporti né puntelli; se la presenza a fianco degli Elleni di Civati con Fassina conta ancora poco rispetto ai bonifici bancari di Dijsselbloem, Lagarde e Draghi, la comitiva accorsa da Roma e da Bari ne ha ancora di frecce ai suoi archi!

La più infallibile, pari ai dardi di Odisseo contro i Proci a banchetto, è la mobilitazione antifascista delle brigate internazionali, come nel 1936 spagnolo. Accorsero combattenti sdegnati dal mondo intero. La Gran Bretagna, che mangiava cinque volte al giorno e possedeva colonie in tutti i continenti, mandò in Spagna pattuglioni di futuri letterati marxisti. Persino gli Stati Uniti fornirono drappelli di comunisti yankee, carezzati dalle simpatie di Anna Eleanor Roosevelt, quinta cugina e consorte di Franklin Delano, nata e sposata nei miliardi ma convintamente radical-chic. E’ in questa direzione -le brigate internazionali- che gli arditi della sinistra-che-non-perdona devono guardare per abbattere il Reich finanziario. Contro l’indignazione dei pensionati salonicchesi, cosa potranno, sulla distanza, i banchieri di Francoforte se alla testa di detti pensionati si metteranno i Nuovi Byron?

Stalin sbagliò a chiedere quante erano le divisioni del Papa. Voi cinici e scettici blu, non chiedete il numero delle divisioni di Varoufakis: egli ha di meglio, ha le brigate di Fassina & Vendola.

Porfirio

GIUSEPPE PRESTIA: POSSIAMO DIRCI VERAMENTE “SVILUPPATI”?

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’EUROPA  ALLA LUCE DELLA RECENTE CRISI ECONOMICA

Da ormai troppo tempo il nostro paese e con esso altri stati dell’Unione Europea si dibattono nella cosiddetta “crisi”. In Italia, in particolare, si è venuto a creare un circolo vizioso per cui l’eccessiva imposizione fiscale, superiore al 50%, ha da un lato compresso i consumi, inducendo al fallimento migliaia di imprese, e dall’altra impoverito vasti strati della popolazione, che rasentano la miseria o quasi. A tale situazione si aggiunge la paralisi totale della classe dirigente, aggravata dall’esito incerto delle elezioni del febbraio 2013.

Di fronte a questo quadro desolante, viene da chiedersi come sia stato possibile giungere ad un simile disastro e soprattutto come se ne possa uscire. Per quanto riguarda l’Italia non v’è dubbio che molte colpe ricadano sull’inerzia della classe politica, ma bisogna aggiungere che tale inerzia riflette inevitabilmente le contraddizioni insite nella società italiana e gli interessi corporativi di molte categorie che intendono preservare le loro posizioni di privilegio a discapito del benessere comune. Il discorso è troppo complesso per essere sviluppato in questa sede. Qui mi vorrei limitare ad alcune brevi considerazioni in campo economico.

E’ bene innanzitutto chiarire che la crisi che sta attraversando l’Italia e più in generale l’Eurozona, ha assunto connotati del tutto peculiari rispetto a quella manifestatasi nel 2007 dapprima negli Stati Uniti e poi in altre nazioni del mondo. Il problema europeo deriva direttamente dal fatto che l’unione economica e monetaria, per intenderci l’adozione dell’euro, non è stata seguita da una corrispondente unione politica. I meccanismi decisionali, a livello politico, sono rimasti troppo frammentati e farraginosi e gli interessi dei singoli stati finiscono per prevalere sull’interesse generale.

Nella letteratura economica molti lavori hanno chiarito i meccanismi che sono alla base della recessione dell’Eurozona. In particolare l’economista belga Paul De Grauwe, in una serie di studi pubblicati a partire dal 2011[1], ha messo in luce la fragilità delle istituzioni su cui si regge l’unione monetaria e ha dimostrato che le misure di austerità adottate soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale, tra cui il nostro, sono state prese sull’onda del panico e dei timori manifestatisi sui mercati, che hanno gonfiato artificialmente lo spread, non certo perché vi fosse un reale pericolo di default. La goffa gestione dei problemi economici a livello europeo ha poi ulteriormente peggiorato la situazione.

Da tutto ciò si ricava un’altra considerazione: l’approccio prevalente in sede europea (ma il discorso riguarda più in generale l’economia mondiale) è prettamente “economicistico”. Nelle interminabili trattative che si succedono a Bruxelles ogni qual volta ci si trova di fronte ad un’emergenza, ciò che conta sono il PIL, il deficit, lo spread, il rapporto debito/PIL e così via dicendo. Il vero punto centrale, cioè il destino e il benessere dei milioni di cittadini che subiscono le misure di austerità imposte dalla cosiddetta troika (FMI, BCE e UE), non viene neanche sfiorato. L’obiettivo primario è avere i conti a posto. Non importa se per raggiungere questo risultato viene compromessa la dignità della persona umana. Tra l’altro occorre osservare che l’approccio “economicistico” finisce per condurre a risultati insoddisfacenti non solo dal punto di vista del benessere dell’uomo ma anche sul fronte più prettamente economico – finanziario. A cosa potrà mai servire avere i bilanci a posto, se poi ci si ritrova con gran parte della popolazione immiserita?

Il che ci porta al fulcro del problema: il fatto incontestabile che emerge dalla situazione attuale è che non è più l’uomo ad essere al centro della scienza economica, ma gli interessi egoistici dei mercati finanziari. L’economia deve essere al servizio dell’uomo. Se non si recupera questa dimensione non vi potrà essere via d’uscita dalla crisi e soprattutto non vi potrà essere vero sviluppo.

Quest’ultimo infatti non riguarda solo i cosiddetti paesi “arretrati”, ma anche noi che ci autocollochiamo nel mondo “sviluppato”. Anzi forse è vero il contrario e cioè che siamo noi appartenenti ai paesi “avanzati” ad essere veramente “sottosviluppati”. La nostra visione è ormai troppo distorta, rivolta esclusivamente al guadagno e al profitto a qualunque costo, e non abbiamo l’umiltà di riconoscere che certi valori che abbiamo smarrito sono invece ancora vivi e presenti in quello che chiamiamo Terzo o Quarto Mondo.

In effetti basterebbe davvero poco per rendersene conto, sarebbe sufficiente affacciarsi dall’altra parte del Mediterraneo, in Africa. Nella cultura di questo continente, uno degli elementi più importanti è costituito dal ruolo centrale che è accordato ai valori relazionali, alla coesione sociale e ai beni non materiali. Per gli africani il successo individuale o l’esito di un’azione sono subordinati al loro contenuto in termini di legame sociale, ciò che conta sono le relazioni tra le persone.  Anche la considerazione della ricchezza è molto diversa da quella che abbiamo noi. La ricchezza, infatti, ha come scopo l’arricchimento sociale. Essa è utile nella misura in cui può essere condivisa con il gruppo. Majid Rahnema in proposito scrive: “La povertà sarebbe così un modo di vita, una condizione essenzialmente fondata sui principi di semplicità, di frugalità e di considerazione per i propri prossimi.[…] Rappresenterebbe un’etica e una volontà di vivere insieme, secondo dei criteri culturalmente definiti, di giustizia, di solidarietà e di coesione sociale, che sono qualità necessarie a ogni forma culturalmente concepita per affrontare la necessità. La miseria rappresenterebbe al contrario tutta un’altra condizione. Essa esprimerebbe la caduta in un mondo senza riferimenti dove il soggetto si sente improvvisamente spossessato di tutte le sue forze vitali, individuali e sociali, che gli sono necessarie per prendere in mano il suo destino”[2].

A noi europei simili concetti non sono sconosciuti. La filosofia cristiana, ad esempio, ne parla a più riprese. Il filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) scriveva “ciò che sarebbe conforme alla natura e che dobbiamo chiedere nell’ordine sociale alle nuove forme di civiltà, è che la povertà di ciascuno (non penuria, né miseria, ma sufficienza e libertà, rinunzia allo spirito di ricchezza, gioia dei gigli del campo); è che una certa povertà privata, crei l’abbondanza comune, la sovrabbondanza, il lusso, la gloria per tutti”[3]. Paolo VI, nell’enciclica Populorum Progressio (1967), affermava: “nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”[4] e riprendendo le idee sviluppate da Maritain aggiungeva: “lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”[5]. L’economista domenicano Louis-Joseph Lebret (1897-1966) dal canto suo sosteneva con forza: “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera”[6].

Quella che si osserva oggi nell’Unione Europea è una situazione ben diversa. Lungi dal perseguire politiche che portino ad uno sviluppo nel senso “umanistico” di cui si diceva prima, le istituzioni europee stanno progressivamente scavando un fossato tra un gruppo di paesi detti virtuosi (la Germania e i paesi del Nord Europa), le cui condizioni economiche sono migliori, e quelli in difficoltà dell’Europa mediterranea (ma non solo), che invece non riescono a risollevarsi e che sono costretti ad adottare provvedimenti con altissimi costi sociali. In altre parole non esiste solidarietà tra i membri dell’Unione e vengono così messe in discussione le radici stesse di essa. Non era certo questo il modello di Europa che avevano concepito i padri fondatori della CEE nel ’57.

Se le cose stanno così, non possiamo ovviamente fregiarci del titolo di “sviluppati”. Nell’UE le disuguaglianze economiche e sociali diventano sempre più marcate e ci si allontana progressivamente dal tracciato dello sviluppo autentico. Non si comprende che attraverso il sacrificio (per altro limitato) di alcuni si otterrebbe il benessere di tutti. Il persistente rifiuto da parte della Germania di adottare gli eurobond, i limitati poteri e le esitazioni della BCE e le contraddizioni di carattere politico stanno alimentando il circolo vizioso della recessione. Come hanno scritto Paul De Grauwe e Yumei Ji “la storia dell’Eurozona è anche una storia di crisi del debito annunciate (…). I paesi che sono colpiti da una crisi di liquidità sono costretti ad applicare stringenti misure di austerità che li fanno entrare a forza nella recessione, riducendo così l’efficacia dei programmi di austerità”[7].

Il grande economista italiano Federico Caffè (1914-87) scriveva che la politica economica dovrebbe svolgere come compito essenziale quello di essere una guida per l’azione[8]. Ebbene è ora che nell’ambito dell’Europa ci si indirizzi verso un’azione che ponga le esigenze dell’uomo al centro dei propri interventi. Sempre Paolo VI nella Populorum Progressio diceva “ogni programma, elaborato per aumentare la produzione, non ha in definitiva altra ragione d’essere che il servizio della persona. La sua funzione è di ridurre le disuguaglianze, combattere le discriminazioni, liberare l’uomo dalle sue servitù, renderlo capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello svolgimento pieno del suo destino spirituale”[9]. Simili concetti si ritrovano anche negli scritti dell’economista anglo-australiano Colin Clark (1905-89) [10], esplicitamente richiamato nell’enciclica di Paolo VI, oppure in quelli di Francesco Vito (1902-68) che, come ricorda Luigi Pasinetti, “pensava che l’economia non potesse fare a meno dell’etica, nel senso che per fare bene il mestiere dell’economista bisognasse – prima di occuparsi dei mezzi – occuparsi (e con cura) dei fini”[11] e questi avevano come punto di riferimento l’uomo. E’ quindi chiaro che occorre agire in tale direzione se si vuole spezzare il circolo vizioso della recessione. Non esistono alternative.

Se verrà mantenuta l’attuale impostazione, i governi dei paesi più in difficoltà saranno costretti a distrarre una sempre maggiore quantità di ricchezza dalla popolazione a favore di un utopico riassetto di bilancio, innescando la spirale del sottosviluppo.  Al contrario l’UE dovrebbe adottare meccanismi in grado di bloccare i potenziali rischi e timori di default, assegnando un ruolo più incisivo alla BCE, quale prestatore di ultima istanza, e spronando nello stesso tempo gli stati con maggiori problemi a intervenire efficacemente per rimuovere gli ostacoli interni che impediscono un reale progresso economico e sociale. Allora potremo dire di essere più vicini alla soluzione della crisi.

Giuseppe Prestia


[1] Paul De Grauwe, The governance of a fragile Eurozone, CEPS working document n. 346, CEPS, Bruxelles, 2011,  http://www.ceps.eu/book/governance-fragile-eurozone; Id., The ECB as a Lender of Last Resort, VoxEU, 2011; Paul De Grauwe, Yumei Ji, “Self-fulfilling crises in the Eurozone: An empirical test”, in Journal of International Money and Finance, 34, 2013, pp. 15-36; Paul De Grauwe, Yumei Ji, More evicence that financial markets imposed excessive austerity in the eurozone, CEPS Commentary, 5 february 2013, CEPS, Bruxelles.

[2] Majid Rahnema, “La povertà”, articolo pubblicato il 12 giugno 2007 disponibile sul sito http://www.ishtarvr.org/leggi_articolo_ultimo.php?id=24 consultato il 20 aprile 2010.

[3] Jacques Maritain, Umanesimo integrale, Borla, Roma, 2009, p. 220 (ed. originale Humanisme intégral, Fernand Aubier, Paris, 1936).

[4] Paolo VI, Populorum progressio, n. 23, Ed. Paoline, Milano, 2009, p. 18.

[5] Paolo VI, cit., n. 14, p. 12.

[6] Louis- Jospeh Lebret, Dynamique concréte du développement, Economie et Humanisme, Les Editions Ouvrières, Paris, 1961, p. 28.

[7]  P. De Grauwe, Yumei Ji, “Self-fulfilling crises in the Eurozone: An empirical test”, cit., p.33.

[8] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1978.

[9]  Paolo VI, cit., n. 34, p. 24.

[10] Colin Clark, The conditions of economic progress, St. Martin’s Press, London – New York, 1960

[11]  Luigi Pasinetti, “Una teoria per un’economia al servizio dell’uomo”, in Daniela Parisi, Claudia Rotondi (a cura di), Francesco Vito: attualità di un economista politico, Vita e Pensiero, Milano, 2003, p. 229.

A MEDITERRANEAN RESURRECTION

Are the countries on the southern shores of the vast sea the Romans called Mare Nostrum going to rise again? For centuries those countries have stayed demoted to semicolonial status, subjected to Turkey first, to Spain France Britain Italy later. Today portents of revival are multiplying. Tunisia’s and Morocco’s economies are developing in a way resembling the Italian one in the wonder years of the ’50s, when Italy started growing at a relentless speed. The performance of the Maghreb agro-industry is seriously menacing the market positions of the southern regions of Italy, France, Spain and Greece. A few years ago, a leading exponent of the Sicilian fruit industry remarked recently, a man who owned a 4-hectare (10-acre) citrus orchard was a prosperous farmer. Today, because of the Moroccon (and Spanish) competition, he is struggling and may go bankrupt.

In the eastern reaches of the Mediterranean Sea Turkey is going back to the giant status of three centuries ago. Over a quinquennium she has been developing 6% a year. An omen of a strong future is the fact that the Ankara government opened 30 new embassies in Africa and Latin America over a dozen months.

It’s the phenomenon of a neo-Ottomanism which does not rely on military conquests but on economic, diplomatic, cultural, religious ones. A few months ago a pact was signed by Turkey, Syria and Lebanon to create a free-trade zone. The nation that was the brain, heart and powerful arm of an empire stretching from the outskirts of Vienna to the Atlantic Ocean and to the Persian Gulf is now conscious as never was in the last two centuries that the imperial heritage of the Ottomans is a large asset in modern geopolitical terms.

Possibly the lines of expansionist assertion are not predominantly oriented toward the Maghreb; rather to the East and beyond the Black Sea, toward the regions whose populations share a Turki, or Turkic, language- the Osmanlis in Europe, the Seljuks, Uzbeks, Turkomans, Tatars and Uigurs in Asia. Central Asia is the ancestral homeland of the Turks. But the southern, formerly Ottoman shores of Mare Nostrum, too have important prospects. They are nearer to and more connected with Europe, so possibly will play an increasing role in the dilatation of Ankara’s sphere, even should Turkey miss admission to the European Union.
I have mentioned the present growth of Tunisia and Morocco, but no reason exists why Algeria and Egypt should not acquire additional weight. Syria, bordering Turkey to the south, adds to her own national potential the outlook of reclaiming the vocation as the maritime component of a Mediterranean-Mesopotamian-Persian context.

Once upon a time Turkey was ‘the sick man of Europe’ and Anatolia was backward. Today the country which Kemal Ataturk modernized is a powerhouse. It’s not totally sure that the future of Turkey will look much better than today if or when she will be accepted into Europe. Other, perhaps more gratifying, options and horizons are open to the heirs of the Ottomans. The Mediterranean promises are richer than those of the comparatively irrelevant Baltic or North Seas. It’s not without significance the astonishing success of the Islamist-religious-cultural Gulen movement started a few years ago by Fethullah Gulen, a Turkish imam. The Gulen-affiliated schools are approximately one thousand in 100 countries, offering a mix of faith, Western education and Turkish pride.

A.M.C., Daily Babel

L’IMPORTANZA E LA CENTRALITÁ DEL MEDITERRANEO NEL MONDO DI OGGI

Una premessa.

Il mondo di oggi si trova conteso tra due civiltà molto diverse e quasi ignare l’una dell’altra. Con buona pace di chi ritiene di essere al corrente di come stiano veramente le cose grazie all’opera vasta e continua dei moderni mezzi di disinformazione di massa, in Occidente ignoriamo i valori quotidianamente e inconsapevolmente vissuti da chi si è formato in Estasia, l’area geoculturale che ha al proprio centro la Cina e che comprende a Nord l’arcipelago giapponese e la penisola coreana, e a Sud la penisola indocinese, Thailandia, Malaysia con Singapore e Indonesia.

Questa parte del mondo, per noi cresciuti nell’ambito della civiltà Occidentale, rimane in buona parte misteriosa e anche se ce ne interessiamo quando la percorriamo o vi soggiorniamo per brevi o lunghi periodi, poco apprendiamo e alla fine nulla o quasi sappiamo veramente. Qualche raro individuo, attraverso grandi sforzi personali, può riuscire a dotarsi degli strumenti (in primo luogo quello linguistico) che possano permettergli di penetrare quel mondo dove regna una civiltà distinta e sconosciuta. Disgraziatamente però questa conoscenza servirà a poco perché non potrà essere comunicata agli altri, a noi che apparteniamo alla civiltà Occidentale e siamo quindi privi dei mezzi culturali (anzi, di civiltà) necessari a comprenderla. Quindi, se possiamo essere informati su molti dettagli di fatti ed eventi che riguardano l’Estasia, ce ne sfuggirà la comprensione profonda perché non riusciremo a cogliere la concezione del mondo che caratterizza i suoi figli. D’altra parte chi è immerso in un certo tipo di civiltà non può estraniarsi da essa e guardarla per così dire dal di fuori. Non possiamo quindi contare neppure sull’aiuto, in termini di mediazione tra civiltà diverse, degli “altri”, dei diversi da noi, di coloro che appartengono a un altro ambito di civiltà.

Anche la testimonianza resa da Marco Polo sulla Cina con “Il Milione” nel XIII secolo, non ebbe alcuna influenza (anche se fu determinante, come testimonia la copia del Milione preservata alla Biblioteca Colombina di Siviglia e annotata a mano da Cristoforo Colombo, nello spingere il navigatore a voler raggiungere via mare, ma viaggiando in senso contrario, la fonte delle spezie, delle porcellane e della seta). Il libro di Marco Polo, ritenuto per sei secoli frutto di fantasia, cominciò ad essere creduto un vero resoconto di viaggio quando la Cina, ormai in decadenza, stava per divenire una facile preda dell’Occidente colonialista.

Il concetto di civiltà non è facile da comprendere, ma per i nostri modesti scopi questa parola verrà usata per definire quel complesso di valori la cui vissuta eziologia finisce per dare origine a una concezione del mondo peculiare e distinta da quella di altre civiltà, coeve o scomparse che siano.

All’interno di ogni civiltà vi sono poi delle culture distinte condivise da gruppi umani che si rifanno a credenze, stili di vita, lingue, religioni che sono peculiari di un certo gruppo sociale e che perciò lo caratterizzano e lo differenziano dagli altri. Talvolta queste differenze sono minime, al punto che un osservatore esterno non sarebbe quasi in grado di coglierle, oppure le differenze sono semplicemente immaginate, ma ciò nondimeno ritenute reali dagli interessati coinvolti. La sfera religiosa, nell’ambito della civiltà Occidentale (ma non in quella dell’Estasia), è una fonte infinita di incomprensioni e tensioni che altri elementi, che sembrerebbero avere un ben maggior peso, come per esempio la comunanza di lingua, non riescono a neutralizzare e neppure a mitigare. Si pensi ai serbo-croati accomunati dall’identica omonima lingua, cristiani, ma divisi dal fatto che i croati sono cattolici – e vogliono quindi scrivere la loro lingua, il serbo-croato, facendo uso dei caratteri latini – mentre i serbi sono ortodossi e vogliono quindi scrivere la loro lingua, il serbo-croato, facendo uso dei caratteri cirillici, inventati (adattati sarebbe più appropriato) dai santi Cirillo e Metodio quando hanno cristianizzato gli slavi una decina di secoli fa. Sembra di leggere “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift, e invece si tratta di una realtà che ha provocato lutti nella terza guerra europea del secolo XX. Un esempio analogo potrebbe essere fatto relativamente all’India, separatasi nel 1947 su una base puramente religiosa per dividere i praticanti dell’Induismo (una religione monoteistica ritenuta a torto politeistica) dai praticanti dell’Islam. Questa separazione ha dato origine a una guerra civile che ha causato alcuni milioni di morti e che ha continuato a causarne, per tacere dei conflitti avvenuti e latenti tra i diversi tronconi del sub-continente indiano. Il Pakistan si è dotato di una lingua ufficiale, l’Urdu, scritta con i caratteri arabo-persiani, mentre l’India ha adottato come lingua ufficiale lo Hindi, scritta con i caratteri devanagari in uso per il Sanskrito, lingua antica che ha influenzato tutte le lingue europee che non a caso si chiamano lingue indo-europee (in tedesco: indo-germanische sprache). In verità Hindi e Urdu erano e sono la stessa lingua, l’Indostano dell’India settentrionale, e sono andate differenziandosi negli usi lessicali nel corso degli ultimi 60 anni. La parte più orientale della penisola indiana, staccatasi dall’India per unirsi al Pakistan come East Pakistan, si è poi definitivamente staccata dal Pakistan con il quale non condivideva altro che la religione islamica, divenendo il Bangladesh un Paese la cui lingua ufficiale, il bengalese o bengali, è parlato anche dai bengalesi che vivono in India e che sono in maggioranza induisti.

Tuttavia, sebbene la religione possa giocare un ruolo importante nel sottolineare le differenze, e rendere ciechi nei confronti dei tratti che accomunano anziché dividere, non si può in alcun modo ritenere la religione come il solo elemento determinante nel caratterizzare le culture né, a maggior ragione, le civiltà.

Per ragioni che oggi chiameremmo puramente propagandistiche lo scontro tra religioni è stato in passato, per esempio nel Medioevo, spacciato per scontro tra civiltà (anzi: tra civiltà e barbarie) mentre si svolgeva sempre nello stesso ambito di civiltà (quella Occidentale) e spesso addirittura nell’ambito della stessa cultura, come è accaduto per esempio nella Reconquista dei territori spagnoli sotto il dominio dei Mori. Territori dove la tolleranza religiosa dei dominatori permetteva la pacifica convivenza di credi religiosi diversi in un ambito culturale comune pienamente condiviso dai praticanti di tutte le fedi rappresentate in quella comunità. Ma la comunanza della lingua, della religione e degli stili di vita non sono elementi sufficienti a evitare fratture e divisioni dalle conseguenze nefaste all’interno di popoli che condividono “quasi” tutto. Inutile scomodare la storia, i Guelfi e i Ghibellini, le ideologie, basterà il tifo calcistico a farci capire la stupidità della natura umana quando vogliamo sentirci divisi e nemici.

Ma sarebbe ora di parlare di Mediterraneo, anzi dei Paesi che vi si affacciano, dato che le genti che popolano questi Paesi, salvo rare eccezioni di ogni epoca, poco hanno a che fare con il mare e molto con le terre che da esso sono bagnate …

Gianni Fodella