A CERTE NAZIONI ANDO’ INSOLITAMENTE MALE

Anche i popoli, non solo gli individui, hanno il Destino: favorisce alcuni, perseguita altri. Senza uscire dall’Europa, che c’è di simile tra la vicenda nazionale della Svezia e quella, per esempio, della Polonia? La prima è andata avanti senza drammi gravi. A partire dal secondo millennio a.C. commercia già coi paesi mediterranei. In epoca storica prende forma un regno incentrato a Uppsala. Verso l’800 dell’era cristiana cominciano le spedizioni vichinghe che portano gli “svedesi”, lì chiamati Vareghi, fino a Bisanzio. Nel secolo XII nasce la capitale attuale. Nel XIV la Svezia si unisce alla Norvegia e si salda anche alla Danimarca.

Quando diventa re, Gustavo Vasa caccia i danesi (1523) e avvia l’egemonia nel Baltico. Nella guerra dei Trenta Anni, Gustavo II Adolfo campeggia e solo alcuni insuccessi del carismatico Carlo XII fermano l’espansione svedese. In seguito un sovrano viene assassinato, un altro deposto, finché la corona passa a Jean Bernadotte, un maresciallo di Napoleone. Da allora il regno di Svezia si fa sempre più prospero e soprattutto saggio: il capolavoro svedese fu una neutralità monolitica.

Quasi diametralmente opposta è la sorte della Polonia: si direbbe una vicenda di soli spasmi e di sole lacerazioni. Tribù slave cominciarono a installarsi nei bacini della Vistola e dell’Oder un sedici secoli fa e nel 1023 un Boleslas diventa re, ma presto le aggressive campagne dell’Ordine Teutonico disgregano un regno che appariva promettente. I sovrani polacchi fanno grandi progressi unendosi alla Lituania degli Jagelloni e raggiungono il Mar Nero. Alla fine del Seicento la successione di conflitti e di dissesti conduce il regno sull’orlo del baratro. Una nobiltà anarchizzante paralizza la nazione: la monarchia, elettiva, è impotente. Le guerre di successione e la rivalità tra le Potenze- Francia Svezia Russia Austria- sono la norma. Alla prima (1772) delle spartizioni della Polonia partecipa anche la Prussia. Nel 1795 la Polonia sparisce. Il napoleonico ducato di Varsavia è effimero, la Galizia torna all’Austria, la Posnania si germanizza, il grosso della Polonia è degli Zar. Tutti i tentativi di sollevazione vengono schiacciati. Il dominio russo dura fino al 1914, seguito dall’occupazione tedesca.

I soprusi e gli errori del trattato di Versaglia (Versailles), con la congiunzione della Revanche imperialistica della Francia, con le stoltaggini dell’ “idealismo” di Woodrow Wilson -improvvisamente trovatosi egemone della pace- producono un momentaneo risorgere della nazione polacca. Parigi sceglie Varsavia come principale alleata dell’Est europeo, artificialmente ingrandita a spese della Germania. Insieme alla Cecoslovacchia, altra repubblica inventata a Versailles, la nuova Polonia, fatta importante al di là della logica, serve alla Francia per minacciare il Reich.

L’assalto di Hitler nel 1939 apre la Seconda guerra mondiale: ma anche Stalin invade la Polonia. Le sciagure che seguono alla doppia aggressione suggellano una millenaria storia fatta soprattutto di tribolazioni e di occasionali eroismi. Si arrivò a spiegare nel lunare modo che segue le cariche, ovviamente disperate, della cavalleria polacca contro i Panzer germanici: tenendo le briglie tra i denti i cavalleggeri potevano indirizzare i loro moschetti contro le feritoie dei carristi nemici. Varsavia aveva orgogliosamente rifiutato le richieste di Berlino, che inizialmente non andavano molto oltre Danzica, nonché un passaggio attraverso il Corridoio polacco.

Ma se sono prevalentemente funeste le cronache della nazione polacca, ci sono alcuni grandi paesi, onusti di gloriosi conseguimenti, i cui ultimi due secoli hanno collezionato sventure e rovesci che governanti più saggi avrebbero scongiurato. Il caso più impressionante è la Francia. I vanti rivoluzionari e napoleonici non contrappesarono le infamie delle ghigliottine e i massacri del bellicismo sistematico. La nazione non si rialzò dalla disfatta in Russia della Grande Armée. I pronostici dell’azzardo finale a Waterloo erano tutti luttuosi. La guerra che Parigi volle alla Prussia nel 1870 fu una catastrofe, foriera di due conflitti mondiali. L’insurrezione comunarda nella capitale (1871) costò decine di migliaia di morti e, peggio, generò una leggenda che riaffiorerà, ancora a Parigi, in guise eroicomiche nel Maggio 1968.

La fissazione antigermanica costò alla Francia quasi un milione e mezzo di morti nella sola Grande Guerra. Nel 1940 condannò il paese a subire la più grande e ingloriosa disfatta militare della storia: laddove nel futuro della Francia e della Germania non c’era che un esito obbligato, l’alleanza per sempre. A Versaglia la supposta nazione dell’intelligenza cartesiana credette di dover incoronare di gloria quel Georges Clemenceau, del quale si poté dire che addossò soprattutto a sé le superflue carneficine dell’ultima fase della Grande Guerra (quando le Potenze centrali già inclinavano a una pace di compromesso). Clemenceau fu il bellicista estremo che incarcerò e considerò di far fucilare il solo statista nazionale, l’ex presidente del Consiglio Joseph Caillaux, il quale aveva fatto passi politici concreti per mettere fine all’eterno odio franco-tedesco; nel 1917 aveva tentato di favorire la cessazione della carneficina.

Alla Conferenza della pace Clemenceau e i governanti parigini della sua risma attuarono il coacervo di tutti i possibili errori antitedeschi: le conseguenze furono la Seconda guerra mondiale e, nelle Ardenne, la disfatta assoluta della Francia. I mali che seguirono, a Dien Bien Phu e in Algeria, furono poca cosa rispetto al bellicismo revanchiste. Tenuto conto di tutto, alla Francia non sarebbe andata peggio se negli ultimi due secoli fossero tornati a regnare i sovrani ‘buoni a niente’ (Rois fainéants) della casa merovingia.

A.M. Calderazzi

La guerra, delitto e castigo della Terza Repubblica di Francia

Giorni fa Internauta  (“De Gaulle insegnò: le Costituzioni scritte dai partiti si stracciano”) segnalava le conturbanti affinità tra i dissesti della repubblica di De Gasperi e Benigni e quelli della Quatrième francese (1946-58); e rilevava che se quest’ultima meritò d’essere spenta dall’asserzione ‘monarchica’ di un generale de Gaulle povero di vittorie militari ma ricco di acume, oggi lo Stivale dovrebbe incoraggiare, lungi dal combattere, un leader capace di farsi, a modo suo, de Gaulle. La nostra repubblica è stata finora una specie di Quatrième: e lo Stivale meriterebbe di meglio.

Va tuttavia precisato che se la Quatrième spirò bambina, essa morì dei mali inguaribili della Troisième: parlamentarismo, partitismo, ipertrofia delle prassi rappresentative, onnipotenza delle oligarchie tradizionali, corruzione. Fu un regime abbastanza longevo -dal 1875 all’inferno del 1940; cioè visse il quintuplo della Quatrième- ma in sostanza nei suoi ultimi vent’anni aveva sofferto, anzi rantolato: nonostante le sontuose apparenze della coda della Belle Epoque.

La Terza sorse sulla disfatta di Sédan, che nel 1870 cancellò il Secondo Impero del Napoleone minore. Conseguì rapidamente l’opulenza finanziaria e in più si fece un vasto impero coloniale. Però si suicidò con due guerre mondiali, la seconda ancora più dissennata della prima. In ogni caso, si consegnò a una classe politica tra le più rovinose. All’aprirsi del secolo XX la Francia era un colosso finanziario, ma nel 1914 scelse di puntare tutto su una Revanche e su una dilatazione del prestigio che più non potevano costarle: nel maggio 1940 fu annientata dalla più grave disfatta della storia.

Nei 65 anni della sua esistenza, la Troisième contò 107 governi, quasi due all’anno: fu il parossismo del parlamentarismo. Dell’ultimo dei governi anteriori alla sfida al III Reich, presieduto da Gaston Doumergue ex capo dello Stato, fecero parte sette ex-presidenti del consiglio. Vuol dire che le crisi e gli intrighi di consorteria, dovuti soprattutto all’onnipotenza della Camera dei deputati, furono persino peggiori che nel nostro settantennio repubblicano. Del resto l’instaurazione della Terza repubblica fu approvata (30 gennaio 1875) con la maggioranza di un voto: 353 a 352. Quando il successivo 14 luglio 1886, alla festa della presa della Bastiglia, risultò che il brillante ministro della Guerra il Gen. Georges Boulanger era veramente amato dai francesi, si temette per gli equilibri, i contrappesi e le anchilosi ‘républicains‘.  Il Senato fu sul punto di processarlo costituendosi in Alta Corte; Boulanger riparò in Belgio (dove si suicidò sulla tomba dell’amante, morta di tbc).

Seguirono negli anni i conflitti con la Chiesa, l’affare Dreyfus e una sequela di scandali di ogni genere. Quando (il 16 febbraio 1899) un capo dello Stato morì improvvisamente per attacco cardiaco, si divulgò che ore prima era stato visitato nel suo ufficio dalla giovane e bella moglie di un pittore. Una vicenda personale; però un giornale accusò di omicidio ‘gli ebrei’ (erano i tempi dell’affare Dreyfus). Qualcuno richiese la deportazione di tutti i residenti ebrei. Fu una delle numerose volte che la repubblica apparve in pericolo. Il Senato costituito in corte di giustizia esiliò per dieci anni Paul Déroulède, micidiale oppositore del sistema.

Dalla nascita della Troisième la Francia visse -senza troppi traumi, va detto-  una crisi politica permanente. All’inizio della Grande Guerra c’erano già stati una cinquantina di governi, che erano durati mediamente un anno. Dopo la “vittoria” del 1918 la durata si dimezzò. Le crisi divennero più frequenti; ma i ministri non sparivano quasi mai. Aristide Briand fu membro di 25 gabinetti. Vari altri personaggi furono ministri una ventina di volte. Dall’aprile 1925, quando cadde il Cartel des Gauches di Edouard Herriot, al luglio 1926 il Parlamento rovesciò sette gabinetti (durarono 3 mesi ciascuno).

Se la Francia fu annientata dal Secondo conflitto mondiale, dal Primo restò prostrata. Quasi un milione e mezzo di morti, oltre due milioni di nati in meno, distruzioni di ricchezza per 134 miliardi di franchi oro. Alla conferenza della pace la Francia mancò in pieno di saggezza; col risultato che la pace durò meno di vent’anni. Il dominio di Parigi a Versailles ebbe come risultati diretti l’avvento di Adolf  Hitler e il secondo conflitto mondiale.

La decadenza finale della Terza Repubblica iniziò poco dopo la proclamazione della Victoire. Varie distorsioni strutturali logorarono la Troisième specialmente nel suo ultimo quindicennio. Sempre più numerosi furono i francesi per i quali le istituzioni parlamentari non erano più idonee a governare il paese. Alla caduta (luglio 1926) dell’ottavo governo di Aristide Briand il Tesoro era vuoto. Il Parlamento si affidò a Raymond Poincaré, lo statista che più di ogni altro aveva voluto la Grande Guerra. Da capo dello Stato, nonostante l’esiguità dei suoi poteri costituzionali, era riuscito a realizzare quell’olocausto. Aveva un talento tale che la sua gestione finanziaria, tornato primo ministro, fece miracoli. Si aprì una  ‘prospérité Poincaré’ che ricordava  i fasti della Belle Epoque. Ma era un inganno: la Grande Guerra aveva dissanguato la Francia al di là dei troppi morti e dell’immenso indebitamento.

La Troisième segnò lo zenit delle Duecento Famiglie che “possedevano”  l’economia. Le oligarchie controllarono ‘tutto’. Le politiche pubbliche apparvero concepite per arricchire ulteriormente i ricchi. I panneggi democratico-liberali occultarono i lineamenti reali di una società dominata in politica dai conservatori fino al 1936 (vittoria del Front Populaire). Se questo valeva per tutto l’Occidente, specifico della Francia era il giacobinismo ‘républicain’, guerrafondaio ed espansionistico, che si ispirava a Valmy, alle vittorie militari del 1793 e, beninteso, ai folgoranti trionfi napoleonici. Si aggiungevano le residue spinte Ancien Régime. Così la Troisième controllata dai conservatori volle, subito dopo la disfatta del 1870, la rinascita di un apparato militare molto potente. Poi, con Poincaré, esigette la Grande Guerra. Ma la République del Fronte popolare arrivò a destinare al riarmo l’85% del bilancio 1937.

La Terza repubblica fu anche una successione di scandali: canale di Suez, canale di Panama, Stavisky, Hanau e molti altri, sessuali compresi. Il denaro, pressocché sempre protagonista. Il 6 febbraio 1934, quando il paese apparve sul punto di cadere alle Leghe semifasciste, gli attivisti di destra che tentavano di espugnare le istituzioni lottavano su parole d’ordine quali “abbasso i ladri”. Ottantaquattro anni dopo, noi sappiamo che i politici italiani 1945-2018 sono stati più ladri di quelli francesi.

Altro fallimento della Troisième: possedeva il secondo più grande impero del mondo ma rinunciò a valorizzarne in grande le risorse, sempre per votarsi alla preparazione di una nuova guerra contro la Germania. Parigi dedicò un decennio alla costruzione di una linea Maginot – 7 piani di caverne! – talmente costosa da non essere propriamente alla sua portata. Tutti sanno che l’opera titanica risultò militarmente inutile. Dal momento stesso del trionfo a Versailles, la Francia fu prigioniera dell’ossessione di respingere la prevedibile vendetta germanica. Parigi accettò di farsi docile ausiliaria della diplomazia britannica, pur di poter contare sull’alleanza londinese. Fu un sacrificio inutile.

L’alternativa Caillaux

Un paese meno posseduto dagli imperativi sciovinistici avrebbe colto qualcuna delle opportunità -che esistevano- di arrivare a una composizione duratura del secolare scontro con la Germania. Nel 1911 il breve governo a Parigi di Joseph Caillaux (in precedenza importante leader radicale, di tendenza progressista) dimostrò nel concreto -con un trattato diplomatico e con la cessione a Berlino di una parte del Congo francese, in cambio del riconoscimento tedesco dell’egemonia francese sul Marocco- che le possibilità di pace vera col secondo Reich erano vaste e serie. Per il presidente Caillaux quello doveva essere solo l’inizio di una partnership franco-tedesca anticipatrice di quella che sarà fondata per sempre da de Gaulle e Adenauer.

La Troisième sconfessò nettamente Caillaux per scegliere Poincaré, cioè lo sciovinismo. Seguirono due conflagrazioni mondiali. Se nel 1870 la Francia fu duramente sconfitta, non fu solo perché i suoi governanti e generali furono surclassati dal genio di Bismarck e di Moltke. Fu anche in quanto l’opinione pubblica soccombette alla malattia del patriottismo sciovinista. I patrioti smaniarono per avere la guerra alla Prussia, in un delirio tale che si consentì loro di cantare la Marsigliese (vietata da vari decenni) nelle vaste manifestazioni antitedesche che le autorità parigine favorirono. Si credeva che il glorioso esercito fatto invincibile dal generale Bonaparte fosse non solo possente ma anche pronto a combattere. “Tutto a posto fino all’ultimo bottone delle ghette” aveva assicurato il maresciallo Leboeuf, ministro della guerra. Il duca deGramont, ministro degli esteri, indicò il Lussemburgo come prezzo minimo di evitare il conflitto. Il primo ministro Emile Ollivier dichiarò che affrontava la guerra “a cuore leggero”.

Invece la mobilitazione andò male e lo scontro sul campo assai peggio. Risultato, la guerra, scoppiata il 19 luglio, era già perduta pochi giorni dopo – a Wissenburg, a Fröschwiller e a Metz – prima ancora che a Sédan l’imperatore in persona fosse costretto a capitolare, fosse fatto prigioniero e, il 4 settembre, deposto. Seguirono i terribili due mesi della Comune parigina: centomila morti di cui ventimila passati per le armi. 35 mila processati, 13 mila condannati, di cui 3 mila deportati. Il primo capo provvisorio dello Stato repubblicano, Adolphe Thiers, era stato solo nel parlamento a chiedere ‘un istante di riflessione’ a quanti invocavano il conflitto.

La Troisième, che arricchì largamente la grossa borghesia, dette al paese vaste colonie e una lunga serie di scandali. Quello riferito al canale di Panama -vide 104 imputati che avevano pagato o ricevuto tangenti e rovinò innumerevoli risparmiatori-  non fu che una delle tante manifestazioni del malaffare. E all’occorrenza le conquiste coloniali esigettero l’impiego di mezzi spietati.  Scrive lo storico Marc Ferro (‘Storia della Francia da Vercingetorice a Chirac’): “Intere popolazioni passate a fil di spada o arse vive (Bugeaud in Algeria e anche Gallieni… Nel 1845 il generale Pelissier affumicò un migliaio di arabi nella grotta di Dahra. Il pantheon dei generali conquistatori -Joffre in Sudan, Gallieni in Madagascar, Gouraud in Dahomey, Lyautey in Marocco- compensò i fallimenti politici del sistema.”Fu grottesco che i maggiorenti parigini credettero di poter perpetuare, finita la Seconda guerra mondiale, quel parlamentarismo che aveva fatto degenerare la storia di Francia a partire dal 1870.

La Terza modernizzò il paese e soprattutto lo fece ricco. Tuttavia perdette le grandi sfide, cominciando da quella di rinnegare i foschi retaggi del patriottismo bellicista. Perdette soprattutto la sfida di fare quella pace definitiva con la Germania che era stata la proposta del solitario Joseph Caillaux. La catastrofe che venne nel 1914 fu prevalentemente il crimine del revanscismo ipernazionalista: prostrò la nazione irrimediabilmente e rese certa la ripresa del conflitto mondiale nel 1939.

Messa così, i peccati che nel 1958 uccisero la Quarta repubblica furono quasi veniali rispetto a quelli di una Troisième che non aveva imparato nulla dai fallimenti dei due Napoleoni. La Quarta repubblica trovò in de Gaulle il giustiziere che la abbatté senza sforzo. La repubblica precedente era apparsa trionfare con la vittoria del 1918 e con le sopraffazioni e gli errori di Versaglia: ma trovò il proprio giustiziere atroce in Adolf Hitler settantotto anni fa.

Antonio Massimo Calderazzi

LA RESISTENZA COME LA GRANDE GUERRA GLORIE PER SOLI PATRIOTTARDI E SETTARI

Non poteva che andare così: le azioni partigiane che provocarono rappresaglie appaiono gloriose ai fautori della Resistenza; sono giudicate spietate e infami dalle popolazioni che subirono le vendette, nonché dagli avversari della Resistenza (sono assai più numerosi di quel che ci eravamo abituati a pensare). Tutto ciò è addirittura banale; merita solo qua e là dei distinguo. Per esempio non è stato detto abbastanza chiaro che a volte i capi comunisti non approvarono l’assassinio quale strumento principe della resistenza: anche per l’esiguità degli apporti di tutti i Maquis alla sconfitta del Reich. Vedremo un eccidio ‘proletario’ che Palmiro Togliatti disapprovò.

Forse, non sempre, le ricerche degli storici stranieri sono alquanto meno segnate dalle posizioni ideologiche. Uno di essi, Michael Foot docente all’University College di Londra, pubblicò nel 2009 un libro Divided Country (“Fratture d’Italia” nella traduzione italiana) specificamente concentrato sulla memoria divisa, cioè sulle contrapposizioni della memoria “da Caporetto al G8 di Genova”. Una delle idee-forza del libro è: “Molti di quanti per le rappresaglie persero parenti o amici accusano i partigiani di avere provocato i massacri, di non essere stati in grado di proteggere le popolazioni, di non essersi consegnati per risparmiare queste ultime. Pertanto la responsabilità delle stragi, benché perpetrate da truppe tedesche, era dei partigiani che avevano compiuto attacchi inutili e scriteriati, lasciando i civili indifesi e scatenando la ferocia dei tedeschi. Queste ‘scandalose’ narrazioni si scagliano contro i tradizionali discorsi di sinistra sulla resistenza”.

Così, quanto all’eccidio alle Fosse Ardeatine, “molti romani restano convinti che i partigiani, i cui attacchi provocarono la ritorsione nazista, avrebbero potuto e dovuto consegnarsi”. Invece secondo Foot “un’intera generazione fu contaminata dalla memoria antipartigiana, nonostante i partigiani non avrebbero potuto evitare la rappresaglia consegnandosi”.

Questo “nonostante non avrebbero potuto” è fondato in quanto le SS abbiano fatto la rappresaglia immediatamente dopo l’attentato. E’ perfettamente falso ove in realtà i sicari abbiano avuto il tempo di sacrificarsi al posto degli ostaggi. La giustificazione degli attentatori è che i germanici non fecero un bando minatorio, bensì scelsero i condannati a morire, li trasportarono alle Fosse Ardeatine e li uccisero. Una giustificazione grottesca: gli attentatori erano certi che la rappresaglia ci sarebbe stata, per gli spietati precedenti nell’intera Europa occupata. Anzi avevano fatto l’attentato nella speranza che Roma, colpita da una reazione germanica molto crudele, si sollevasse. Non si sollevò.

Dunque c’è solo una differenza quantitativa tra le “spallate di Cadorna”, che produssero il grosso dei morti della Grande Guerra, e le glorie partigiane. Le une come le altre furono supreme ferocie contro l’uomo. Oggi è quasi unanime l’odio per i Grandi Criminali che condannarono a morire tanti uomini che non si curavano di Trento, di Trieste, della grandezza diplomatico-militare del Regno. Perché non dovremmo odiare coloro che imposero la loro volontà assassina, immolando tanti civili che volevano vivere, non scacciare l’invasore né i suoi alleati?

Va detto che a proposito delle Fosse Ardeatine l’autore britannico accantona scopertamente lo sforzo di imparzialità che mette a proposito di altre rappresaglie. Arriva a scrivere: “La storia della mancata consegna degli attentatori faceva parte della propaganda del Vaticano, che accusava gli antifascisti delle ritorsioni tedesche”. Ammette però: “Queste falsificazioni della storia sono legate in parte anche ai dubbi sul ruolo dei partigiani stessi, dubbi ricorrenti persino nella sinistra.” Questi dubbi sono spesso conclamati dallo stesso Foot: “Come in Spagna, i comunisti non erano restii all’eliminazione fisica degli avversari (…) La storia della resistenza diventa reale quando viene raccontata nella sua interezza, con tutti i suoi vizi”.

Il capitolo ‘Resa dei conti e Memoria’ di “Fratture d’Italia” reca come epigrafe, a pag.353, il paragrafo di uno spregevole celebratore delle ferocie partigiane, Beppe Fenoglio: “Tutti, tutti li dovete ammazzare, non uno di essi merita di meno (…) Chi quel giorno non sarà sporco di sangue fino alle ascelle, non venitemi a dire che è un buon patriota”. Foot ha dedicato la sua opera a tratti settaria “a mio zio Michael Foot”: è possibile che lo zio fosse il Foot che negli anni Sessanta fu a lungo il capo della sinistra del Labour. Il Nostro rievoca alcuni fatti del regolamento dei conti tra vincitori e vinti, dopo il 25 aprile, che dovettero entusiasmare il mite Fenoglio.

Il 28 aprile quarantatre soldati della Repubblica Sociale che si erano già arresi, sventolando bandiera bianca, furono fucilati contro il muro del cimitero di Rovetta (val Seriana). Foot descrive così la modalità di un altro fatto, a Schio, anch’esso a guerra terminata: “I partigiani trovarono in un bar il direttore del carcere dov’erano rinchiusi i prigionieri. Aveva con sé le chiavi della prigione. Fucilarono una settantina di repubblichini, che stavano per essere liberati. La strage fu criticata da Togliatti e da altri comunisti. (…) Nel settembre 1945 un processo contro gli stessi uccisori si concluse con due ergastoli e tre condanne capitali (queste ultime mai eseguite). Alcuni degli accusati erano già fuggiti in Cecoslovacchia o in Jugoslavia. Un nuovo processo si tenne a Milano nel 1952, con un ergastolo e sette condanne in contumacia. Sulla scia dell’eccidio la ‘Unità’ attaccò una parte degli assassini come ‘falsi partigiani e trotzkisti’.

Ecco la nostra conclusione: è arrivato il tempo di rifiutare l’obbligo di contestualizzare la ferocia. Basta: settanta anni di verità di regime, di verità addomesticate e di verità taciute sono troppi. Nazisti e fascisti furono spietati; spietati, in nulla migliori, furono i partigiani, soprattutto quelli che condividevano principi e metodi prima leninisti-bolscevichi, poi stalinisti. E, magari volendo contestualizzare ancora, diciamo oggi ciò che un tempo era blasfemo: la Resistenza non é stata più umana e più nobile della Grande Guerra. Entrambe furono articoli di fede per gli invasati della patria e per i settari; furono una sventura, cioè un crimine, per tutti gli altri.

A.M.C.

24 MAGGIO 1915: IL CRIMINE SI RIPETERA’ SE NON RIPUDIEREMO LE PATRIE

Cento anni fa, di questi giorni, un paio di governanti sostenuti da un monarca di retaggio militarista, sobillati dal maggiore dei nostri poeti, adulati dai patrioti e pennivendoli del Palazzo, si macchiarono del delitto assoluto: l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra. Guerra altrui: della Serbia, dell’Austria-Ungheria, del Secondo Reich, del bellicista Sazonov che seppe plagiare lo Zar, di Poincaré il presidente francese (il più guerrafondaio di tutti), della Gran Bretagna straricca di corazzate e di colonie. Guerra di tutti, fuorché dei fanti mandati a uccidere e a morire sul Carso. Propagandisti e pennivendoli del Palazzo levarono cori assordanti: coroniamo il Risorgimento! liberiamo Trento irredenta e Trieste pazza per il Tricolore! la pace è neghittosa e molle! soprattutto: dimostriamoci stirpe guerriera, cingiamo l’elmo di Scipio!

L’anno prima molti giovani e molti intellettuali dell’Europa intera si erano inebriati della guerra, madre di eroi, vivaio di anime forti. Non il solo Gabriele d’Annunzio; innumerevoli altri spiriti invocarono il conflitto rigeneratore.

Nella Roma dell’età ferrea della Chiesa le fazioni che si contendevano il papato disseppellirono più di un pontefice defunto per processarne il cadavere, bruciarlo o farne altro scempio. Una barbarie, però non priva di moralità. Anche le spoglie di Antonio Salandra e Sidney Sonnino andrebbero riesumate e bruciate. Essi piazzarono a Londra e a Parigi i nostri morti a un prezzo (teorico) più alto di quello che il principe von Buelow, ex cancelliere germanico, era riuscito ad ottenerci da Vienna perché non entrassimo in guerra. Sarebbe giusto ci vendicassimo così anche dell’uomo del Quirinale e di Gabriele d’Annunzio (ma per quest’ultimo si può capire il perdono).

La colpa dei due ministri è invece tanto più imperdonabile in quanto dieci mesi prima il capo del governo di Madrid, Eduardo Dato, si era coperto di gloria decidendo la neutralità della Spagna. Manuel Azagna, futuro presidente della repubblica rossastra, e altri figuri del radicalismo progressista avevano tentato di compromettere il loro paese a fianco dell’Intesa: sulla menzogna che le plutodemocrazie occidentali meritassero che i fanti asturiani o andalusi morissero per loro. I conservatori di Eduardo Dato sventarono la loro trama. Col governo di Roma i truffatori anglo-francesi ebbero più fortuna. A differenza dei ministri spagnoli, sul cui impero il sole non era tramontato per secoli, i gestori del regno sabaudo erano parvenus smaniosi di ingrandimenti territoriali e di comparsate nella storia.

La guerra di Vienna e di Belgrado non avrebbe meritato di coinvolgere il mondo, Ma dietro alcune scrivanie romane si valutò che la Grande Proletaria doveva ad ogni costo farsi Potenza: guadagnando altre Alpi, conquistando sponde adriatiche di italianità inventata, più qualche scampolo di colonia in Africa, più persino un acquisto territoriale in Anatolia. Giovanni Giolitti, dominatore della politica , fece quello che poté per opporsi alla guerra, ma fu sconfitto dal Poeta soldato e mitografo, oltre che da Salandra, un Avv.Prof. nativo di Troia (Foggia), che le enciclopedie liquidano come autore di pregevoli pubblicazioni di diritto amministrativo.

Questo Carneade, prodotto di bassi giochi parlamentari, sentì di dover esaltare con una guerra gloriosa l’orgoglio dell’Italia ; cadde l’anno dopo, al primo dei rovesci militari di Cadorna (all’epoca correntemente indicato come “stratego geniale”). Quando scrisse le Memorie, Antonio Salandra non mancò di lamentare che le sue fatiche di statista non gli avessero guadagnato un titolo nobiliare. Mettetevi nei suoi panni: non vi sareste ripromessi anche voi, se aveste vinto una guerra mondiale, di disegnarvi un blasone? Fu anche per le aspirazioni nobiliari del notabile di Troia che morirono seicentomila italiani, più i corrispettivi austro-ungheresi e croati. A guerra finita le facili promesse anglo-francesi furono mantenute solo in parte. In compenso avemmo il fascismo, dunque un secondo conflitto mondiale, le città distrutte e le ferocie partigiane.

Sappiamo che gli spagnoli -con svizzeri, svedesi e norvegesi- furono pressocché soli in Europa a scampare alla Grande Guerra. Le altre nazioni, grandi o piccole, non si salvarono dall’uragano irrazionalista che uccise la pace. Alcune trovarono pretesti quasi plausibili per combattere.

Non così i grandi protagonisti, i quali furono puniti con durezza estrema. Gli imperi russo, austriaco, germanico e turco crollarono miseramente. La Gran Bretagna entrò nel conflitto come prima tra le potenze; ne uscì come seconda, destinata ad arretrare. La Francia, nel 1914 accreditata del più grosso esercito terrrestre al mondo, apparve trionfare alla Conferenza della pace; in realtà pagò con 1,5 milioni di morti (compresi africani ed asiatici), subì distruzioni gravissime e, sfinita, fu condizionata ad imporre alla Germania una pace punitiva, fatta per non durare; infatti nel maggio 1940 fu annientata dal Reich. La Francia non ritroverà più il rango di prima del 1914.

La Russia fu dilaniata dalla rivoluzione e dovè affrontare le terribili prove della WW2. Nel 1919 gli USA si trovarono primi al mondo, però inetti sia a esercitare il primato, sia a tradurre in realtà gli elementi nuovi che avrebbero potuto seguire al loro irrompere sulla scena mondiale.

Alla Grande Guerra seguì non la pace ma un malsano armistizio ventennale. Il cataclisma che verrà dopo l’armistizio porterà alle conseguenze estreme tutte le negatività scatenate nel 1914, quando il mondo egemonizzato dall’Occidente rovinò irresistibilmente. Le cause della conflagrazione sono state elencate a centinaia. Ma non si insisterà abbastanza sul prorompere degli irrazionalismi, sul tedio della pace, sulle suggestioni romantiche, sullo scontro dei patriottismi assassini. E non si insisterà abbastanza sulla rassegnazione dei popoli: accettano che i destini e le vite stesse degli uomini appartengano non agli individui ma ai governi e ad altri poteri.

Ci saranno guerre finché non sarà abbattuto l’assioma che questo o quel tipo di collettività detenga ipoteca sulla vita dei cittadini, dei seguaci, di altri ostaggi. Ci saranno guerre fino a quando gli individui non si proclameranno superiori alle patrie, alle cause, alle fedi. Nel 1914 e nel secolo che è seguito la non-sovranità degli uomini sulla propria vita ha consentito a innumerevoli Salandra, Sonnino e teste coronate di esercitare il loro miserabile potere, tra le adulazioni dei giornalisti e dei pennivendoli di palazzo. Cento anni fa, da noi, si chiamarono soprattutto Luigi Albertini, Luigi Barzini, Ugo Oietti. Oggi sono le Grandi Firme che inneggiano ai Consigli supremi di difesa, che esaltano le glorie e gli Altari della patria, che vorrebbero spedizioni contro Putin e l’Islam, che vaticinano sul campo dell’atlantismo e della modernità le smaglianti fortune che additarono i loro omologhi del 1915.

Sento il dovere di precisare che venero la memoria dei combattenti sacrificati allora: cominciando da un padre capitano dei mitraglieri, tre volte ferito sul Carso. Più ancora, ammiro senza riserve il nonno di mia moglie, i cui ideali erano opposti ai miei: per coerenza di avversario del pacifismo giolittiano si dimise da prefetto e quando la guerra arrivò partì soldato semplice volontario (egli che era stato ufficiale dei bersaglieri), senza salutare moglie e figli. Morì giorni dopo in trincea.

A.M.Calderazzi

DALLA CRISI FRANCESE DI OTTANT’ANNI FA ALLA NOSTRA ATTESA DI LIBERARCI DEI LADRI

Nel 1934 la Francia apparve per un po’ in una crisi tale da farla tentare dal fascismo. In realtà il paese la dette vinta a chi difendeva le istituzioni, perché le gestiva: due anni dopo le sinistre si unirono nel Front Populaire e sul breve termine, per pochi mesi, vinsero.

Le condizioni dell’economia erano meno serie delle nostre d’oggi. Tuttavia si delineava la minaccia di un’altra guerra, per l’indomabile volontà di rivincita della Germania umiliata a Versailles. In più l’Europa era attraversata da pulsioni autoritarie che oggi appaiono inverosimili, e anche questo differenzia il nostro contesto attuale da quello francese di allora.

Il tessuto sociale della République reca ancora i segni della Grande Guerra. Poco meno di un milione e mezzo di francesi hanno perso la vita; un altro milione è fatto dei mutilati, dei gassati, degli storpi. Metà degli altri reduci hanno riportato traumi e patimenti. La popolazione invecchia: a partire dal 1935 le morti supereranno le nascite. Eppure l’economia regge, in contrasto coi drammi della Depressione altrove. Alla fine del 1929 il governo Tardieu addita ancora ai francesi un tempo di prosperità.

Invece agli inizi dei Trenta si aprono varie sofferenze. Passata la successione di bilanci statali in  attivo, il 1933 segna un disavanzo. Tardieu crede d’avere imboccato la via giusta -opere pubbliche, pensioni agli ex-combattenti, altre misure per incoraggiare i consumi- ma le entrate si prosciugano. I disoccupati vanno a manifestare a Parigi. Si contano due milioni senza lavoro, e non esistono sussidi né casse integrazione. Le riparazioni di guerra tedesche non affluiscono come sperato, mentre gli USA chiedono la restituzione dei prestiti bellici. La destra guidata da André Tardieu perde le elezioni (1932) e imposta un’opposizione sempre più aggressiva, in qualche coordinazione coll’Action française, con le Croci di Fuoco (movimento dei decorati al valore), con altre leghe e gruppi antiparlamentari e antisemiti. Non mancano i simpatizzanti col fascismo.

Arrivò il 6 febbraio 1934, giorno in cui secondo i libri di storia la democrazia repubblicana fu sul punto di cadere di fronte all’assalto delle destre antisistema. In realtà fu solo una marcia su Parigi più importante delle altre. Gli scontri con le forze dell’ordine e tra opposti manifestanti fecero 15 morti e 1435 feriti. Le ripercussioni  immediate furono appariscenti ma abbastanza innocue: una crisi ministeriale in più (quale il parlamentarismo francese conosceva da sempre); il gabinetto Daladier sostituito da una grande coalizione  sinistra-destra capeggiata da Gaston Doumergue, ex capo dello Stato; più il tradizionale corollario di destituzioni e di avvicendamenti.

La politica francese non colse l’occasione per la presa di coscienza grave che i tempi richiedevano. La democrazia elettorale restò malata di malaffare. Il grido di battaglia urlato dai manifestanti del 6 febbraio, “A bas les voleurs!”, abbasso i ladri, anticipò come meglio non si sarebbe potuto il sentimento antipolitico degli italiani d’oggi. La congiuntura economica ebbe una normalizzazione, ma il Paese non trovò la risposta giusta alla sfida mortale presentata dall’avvento di Hitler, campione  della vendetta contro Versailles, in primis contro Parigi.

Nell’imminenza della Grande Guerra era sorto in Francia un politico importante, Joseph Caillaux, presidente del Consiglio nel 1911, capo dei radicali di sinistra e il ministro che istituì l’imposta sul reddito, a proporre una linea di riconciliazione di fondo con la Germania, al costo di alcune concessioni coloniali. Esploso il conflitto, aveva avuto la coerenza e il coraggio di esplorare una via per fermare la strage, ma il terribile Clemenceau lo fece arrestare, processare e (nel 1920) condannare per intese col nemico. Un’amnistia lo riabilitò cinque anni dopo.

Nella crisi francese degli anni Trenta nessun francese si alzò a cercare di scongiurare un altro conflitto col Reich. Le sinistre ubriacate di vigilanza antifascista si coalizzarono nel Front Populaire, imitando il Frente popular spagnolo. Vincendo le elezioni generali del 1936, credettero d’avere aperto l’era dell’asserzione progressista: dunque niente riconciliazione con Berlino, e invece tanta militanza. Contro una media di una cinquantina di scioperi al mese, nel giugno 1936 gli scioperi furono dodicimila. Gli iscritti alla centrale sindacale CGT passarono da 1 a 5 milioni.

Tre anni dopo,  2 settembre 1939, Parigi al seguito della Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania. Nel maggio successivo l’esercito francese, ancora il maggiore d’Europa, fu sbaragliato. La Troisième République morì in giugno,  dopo un settantennio di potenza e di prosperità. Aveva sbagliato tutti i calcoli a medio termine. Risorse nel 1947 come Quarta Repubblica, con tutti i difetti della Terza: nel 1953 l’elezione all’Eliseo di René Coty richiese tredici scrutini. Le crisi ministeriali si succedettero patologicamente fino al ritorno nel 1958, con pieni poteri, del ‘più illustre dei francesi’. In un settantennio la Terza Repubblica aveva avuto un centinaio di primi ministri. La nuova Costituzione dettata da Charles de Gaulle liquidò il peggio del sistema parlamentare-partitico.

Al di là delle somiglianze tra la République des voleurs, uccisa dai suoi errori, e la nostra cleptocrazia d’oggi -sempre più conclamata come malata terminale- non stiamo suggerendo che lo Stivale avrà la parabola della Troisième, la quale fece la fine peggiore in assoluto. Invece sì prevediamo che forse Francia e Italia arriveranno prima di altri paesi a ripudiare la democrazia elettorale. E’ certo al di là di ogni dubbio che essa non può non essere corrotta, e alla lunga fallimentare. Forse Francia e Italia troveranno le vie per passare dalle imposture e dalle rapine della delega elettorale a qualche formula di democrazia semidiretta e selettiva, probabilmente basata sul sorteggio tra cittadini più qualificati della media, nonché sugli avanzamenti della tecnologia.

Ciascuna a suo modo, Francia e Italia sono state scaturigini di grandi innovazioni. La prima creò il gotico e l’Illuminismo, poi uccise l’Ancien Régime e, 169 anni dopo, umiliò il parlamento e i partiti. Il nostro Stivale sta uccidendo nel disprezzo il regime-gozzoviglia dei Proci, ma nei secoli anzi millenni fu assai più creativo. Noi inventammo di tutto, dal latino e dall’impero romano al papato a lungo gestito dai nemici di Cristo, dal Rinascimento alla mafia, dai Comuni possenti all’opera lirica. Lo stesso fascismo  fu imitato o ammirato abbastanza a lungo qua e là.

Al momento giusto sapremo tornare estrosi. Forse prima di francesi, spagnoli, portoghesi, greci, o chissà chi.

A.M.C.

CADORNA SILURO’ 217 GENERALI MENO ‘VITTORIOSI’/EFFERATI DI LUI

Si tende a pensare che i fatti più atroci della nostra Grande Guerra -le decimazioni- siano avvenute a Caporetto (ottobre 1917). Invece tra maggio e giugno 1916, quando la Strafexpedition  austriaca minacciò da tergo il fronte dell’Isonzo e il nostro Comando  considerò la possibilità di una ritirata al Piave- cominciarono i cedimenti del morale, cui seguirono le fucilazioni senza processo e il fuoco delle a rtiglierie e mitragliatrici italiane su alcuni nostri reparti che cercavano di arrendersi al nemico.

Il ministro della Guerra, generale Morrone, tornato il 29 maggio dal fronte, riferì ai colleghi del governo che un generale aveva freddato personalmente 8 militari che fuggivano. Un comandante di corpo d’armata aveva ordinato a un drappello di carabinieri di sparare  su una “ondata di nostri fuggenti”. Piombato sul comando dell’altopiano di Asiago il generalissimo Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, fu sentito urlare dai piantoni “fucilate senza processo, mi assumo la responsabilità!”. Il giorno dopo una sua lettera ufficiale a tutti i comandi intimò: “L’E.V. faccia passare per le armi immediatamente e senza alcuna procedura. Sull’Altopiano si deve resistere e morire sul posto”.

La fucilazione il 28 maggio di un sottotenente, tre sergenti e otto uomini di truppa del 141° reggimento di fanteria fu la prima decimazione del nostro esercito; Cadorna emise un ordine del giorno per elogiare in grande il colonnello che aveva dato l’ordine (in un anno di aspra guerra mai un encomio solenne era andato a un nostro ufficiale). Giorni dopo, 11 giugno, il comandante del XIV corpo d’armata fu destituito per non avere messo a morte, ma solo deferito al tribunale di guerra, alcuni ufficiali. Al fronte e nel paese si diffuse la diceria che fossero stati passati per le armi, sommariamente, persino dei generali.

Ai primi di luglio, sempre 1916, reparti dell’89° reggimento della brigata Salerno sul fronte Monte Nero-Merzly (Trentino) furono cannoneggiati e mitragliati per ordine dei nostri comandi. Questo perché alcuni feriti, dopo due giorni e due notti nella terra di nessuno sotto il fuoco sia nemico sia amico, si erano dati prigionieri. Vari militari dell’89° reggimento furono fucilati: uno dichiarato ‘reo’, tre indiziati, quattro estratti a sorte.

Cadorna lodò: “Sui  passati vilmente al nemico, tutti appartenenti al III battaglione dell’89° reggimento di fanteria, si dirigeva, implacabile giustiziere, il fuoco delle nostre artiglierie e mitragliatrici. Il provvedimento ha incontrato la mia incondizionata approvazione, convinto come sono della necessità di una ferrea disciplina di guerra”. Il comandante supremo esigeva che le misure estreme fossero immediate, anche perché per lui le corti

marziali erano “affette dallo stesso morboso sentimentalismo che dominava il paese, e raramente pronunciavano sentenze capitali”. In proseguo Cadorna, agli inizi della guerra correntemente dichiarato “geniale” da giornalisti e memorialisti suoi dipendenti -p.es. dal colonnello di Stato Maggiore Angelo Gatti, futuro celebrato storico militare- si compiacque che il 31 ottobre 1916 il duca d’Aosta, comandante della III armata, avesse ordinato una decimazione di propria iniziativa.

Nessun comandante poteva sottrarsi all’obbligo “assoluto e inderogabile” di applicare la pena di morte o di ordinare le decimazioni. Del resto Cadorna sosteneva che tutti gli eserciti moderni, non solo il suo, meritassero le punizioni draconiane, in quanto “accolte improvvisate di grandi masse, ineducate ai sentimenti militari, anzi educate dai partiti sovversivi all’antimilitarismo”.

Ripetiamo: tutto ciò non nei giorni di Caporetto, ma nel 1916. Tecnicamente Luigi Cadorna poteva imporre la durezza implacabile. Ma probabilmente a Norimberga sarebbe stato impiccato come Wilhelm Keitel, suo pari grado di una guerra dopo, chissà se ‘geniale’ come il conte Cadorna. Il quale dopo Caporetto fu sostituito da Armando Diaz. Ma per le carneficine delle XI battaglie dell’Isonzo, da lui fermissimamente volute nella fede nella superiorità dell’attacco frontale, fu premiato col dono di un palazzo a Pallanza, già avito;  nel 1925 fu elevato con Diaz a maresciallo d’Italia. L’anno dopo divennero marescialli  ‘d’esercito’ i generali Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, Pecori Giraldi, Caviglia, Giardino e Badoglio. Per Carlo Porro,  numero Due del Generalissimo, si ripiegò sulla strana nomina a ministro di Stato.

A Milano nessuna amministrazione di sinistra ha tolto il nome di Cadorna da una delle piazze più importanti della metropoli. Le vittorie di sinistra resteranno sempre inutili se, tra l’altro, non affermeranno il diritto dell’uomo individuo di non uccidere/farsi uccidere per la Patria. L’infanticida Patria, secondo Cadorna, era padrona delle vite dei seicentomila caduti di quella guerra. Un secolo dopo, la sinistra delle Istituzioni, da Napolitano a D’Alema, persino a Matteo Renzi, pensano in ultima analisi come Cadorna. Infatti comprano F35 e partecipano ubbidienti alle spedizioni del Pentagono. L’uomo del Colle è addirittura infatuato di panoplie guerresche: non perde occasione per additare i valori,  i meriti e gli elmi delle FF.AA. Dunque aveva ragione il casalingo Wilhelm Keitel della nostra disdetta.

A.M.C.

MACELLAI DI POPOLI: NON SOLO QUELLI DEL 1914 MA ANCHE I MANDANTI DELLA ‘RESISTENCIA’ SPAGNOLA

E’ l’anno, a un secolo dalla Grande Guerra, che il mondo esecra come mai in passato i bellicisti che vollero il massacro. E’ sacrosanto così, naturalmente. Non è giusta, tuttavia, l’amnistia che il pensiero unico assegna alle iniziative belliche minori, quelle da alcune migliaia -invece che alcuni milioni- di morti e di drammi: magari nel nome di ideologie piuttosto che di patrie. Per esempio le Resistenze partigiane contro l’occupatore nazista, dopo il rovesciamento delle sorti belliche, uccisero più civili innocenti che militari germanici: data la certezza di rappresaglie inesorabili sulle popolazioni (non potevano mettersi in salvo come di solito i guerriglieri). Queste Resistenze cessarono col trionfo degli Alleati, non delle bande partigiane. Ma almeno queste ultime poterono vantarsi compartecipi della vittoria.

Non così la fallimentare “Resistencia armada”  che i comunisti di Spagna vollero lanciare, specialmente a partire dall’ottobre 1944, contro il regime vittorioso. La Guerra Civile era finita nel marzo 1939 con la totale disfatta della Repubblica. Il grosso dei reparti  sfuggiti all’ annientamento o alla cattura erano riparati in Francia e lì internati senza troppi  riguardi nei campi di concentramento allestiti da Parigi per  gli ex-amici repubblicani. Nel porto di Alicante, ultimo lembo di Spagna non ancora raggiunto dai vincitori, molti di quanti avevano sperato di imbarcarsi su navi britanniche si erano tolti la vita. Gli altri erano stati catturati, con prospettive di clemenza infime.

Nelle settimane precedenti gli ultimi reparti comunisti si erano scontrati in armi con tutte le altre forze repubblicane, capeggiate dal colonnello Casado. Esse volevano la resa immediata, i comunisti esigevano la guerra ad oltranza, sul principio assurdo che “resistir es vencer”. Juan Negrin, capo dell’ultimo governo della Repubblica, condivideva il principio: nel marzo 1939 mancavano cinque mesi allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Se la Repubblica, ridotta allo stremo, avesse potuto reggere cinque mesi gli avversari dell’Asse, amici di tutti i democratici, avrebbero salvato la Repubblica. La storia ha dimostrato che il ragionamento era campato per aria. La Francia stava per subire la peggiore sconfitta della sua storia. La Gran Bretagna correva pericolo d’invasione. Gli Stati Uniti ancora isolazionisti non avrebbero in alcun caso salvato un governo a controllo comunista, per di più già irrimediabilmente sconfitto. Infatti pochi anni dopo Washington prenderà Franco per alleato.

Consumatasi la tragedia della Guerra Civile e dello scontro tra antifranchisti, il Partito comunista mandò in volo nell’Urss i suoi dirigenti principali e si impegnò subito nella riorganizzazione dei militanti finiti nei campi di concentramento di Francia. Caduta quest’ultima, i nuclei comunisti si unirono al Maquis, aiutati/sobillati dal Pcf clandestino. Un dirigente comunista minore, Jesus Monzon Reparaz, che nella Repubblica era stato un pubblico ministero, riuscì a radunare nel Midi una banda guerrigliera che raggiunse una ragguardevole consistenza: sei “brigate” che, dopo lo sbarco alleato in Normandia, molestarono con qualche successo le unità tedesche in ritirata.

In questa fase l’esercito di Monzon si dà una struttura militare classica, con ‘ufficiali’, qualche ‘generale’ e paghe regolari. Ai primi dell’ottobre 1944 Monzon, che ora si considera capo dei comunisti spagnoli, lancia la sua ‘invasione’ della Navarra, naturalmente sgominata in pochi giorni. La penetrazione in un’altra valle pirenaica dura qualche giorno di più, ma l’esito è uguale e le perdite pesantissime. I guerriglieri di Monzon sarebbero stati trucidati fino all’ultimo se  il Partito comunista ufficiale non avesse mandato Santiago Carrillo a ordinare la fine dell’avventura che voleva ‘liberare’ la Spagna con bande partigiane trasformate in esercito di conquista. Jesus Monzon viene degradato e  successivamente dichiarato traditore. Il ‘monzonismo’ diventa un’altra delle deviazioni dalla linea.

Se l’invasione della Navarra fu un disastro, il Partito comunista condusse operazioni guerrigliere nelle regioni montagnose della Spagna fin verso il 1949; una minuscola banda riuscì a sopravvivere come nucleo di fuorilegge fino al 1955. Comunque i resistenti  ce la misero tutta,  pagarono fino in fondo, offrendo la vita e normalmente perdendola, per una causa senza speranza. La Spagna era stanca di guerre, preferiva Franco, detestava la guerriglia, i cui eroismi erano inevitabilmente crimini.

Secondo dati probabilmente attendibili, i bandoleros comunisti (a volte anarchici) uccisero oltre 900 persone, compirono almeno 8000 tra sabotaggi, sequestri, rapine a mano armata, altri delitti. Privi dei rifornimenti e sostegni esterni che erano andati ad altre guerriglie, le bande, per sopravvivere, non potevano che rubare, rapinare, catturare e all’occorrenza ammazzare ostaggi. Furono uccisi cacciatori e pastori per i loro fucili. Avvnnero tutte le ferocie del banditismo politico e delle rappresaglie del potere. Gli scontri a fuoco con Guardia Civil e reparti dell’esercito furono probabilmente oltre 1800. Più di 2000 partigiani furono uccisi. La maggior parte di quelli caduti prigionieri furono successivamente messi a morte da una giustizia militare che non conosceva la clemenza.

Le popolazioni delle zone di attività partigiana non insorsero affatto in appoggio alla guerriglia, ma collaborarono sul campo con la repressione. Gli spagnoli avversarono duramente la Resistencia; cioè difesero lo Stato franchista. Dunque la plancia comando comunista condannò a morte quasi certa i resistenti di Spagna. Il regime non fu mai in pericolo e negli anni Cinquanta, coll’avvio dello sviluppo, poi del miracolo economico, si potenziò definitivamente.  E’ provato al di là di ogni dubbio: Dolores Ibarruri, la Pasionaria, e gli altri capi comunisti non ebbero a cuore la vita umana più dei macellai di popoli del 1914.

A.M.Calderazzi

ALMENO IL DELIRANTE MAGGIO 1915 ANTICIPO’ LA SANTA RIVOLTA ANTIPOLITICA

Rileggere, cento anni dopo la Grande Guerra, le pagine di Gioacchino Volpe sull’interventismo di casa nostra (Il popolo italiano tra la pace e la guerra. 1914-15, Milano, ISPI, 1940)  ha un’utilità sinistra: “Vedere -avverte Volpe- il buono di quella specie di romantica scapigliatura, di quel calor vivo che ardeva  nelle anime, di quelle certezze che occupavano le menti, di quel travaglio torbido ma non sterile, di quella specie di verginità di cuore con cui il popolo italiano, o chi se ne assunse la rappresentanza ideale, si gettò nella mischia prima, nella guerra dopo. Era un fervore quasi da neofiti”.

Pessima, anzi tragica cosa quel “vedere il buono” dei deliri di patriottismo che coprirono di rispettabilità le trame belliciste di governanti, diplomatici e militari. Tanto più in quanto quel vedere il buono fu scritto nel maggio 1940, vigilia immediata del nostro salto in un altro conflitto, quando Volpe stese una prefazione al libro di cui parliamo, scritto invece nel 1928. Una prefazione tutt’altro che innocente. Giustificava la suicida decisione mussoliniana di accodarsi ai momentanei trionfi del Terzo Reich: “Oggi (1940)  non sono più in vista Trento, Trieste e la libertà e sicurezza nell’Adriatico; ma un mare più grande e non meno necessario; e frammenti d’Italia (Nizza? La Savoia? Tunisi persino?- NdR)  che sono ancora da rivendicare, non solo per compiere l’unità, ma anche per trasformarli da altrui mezzi di offesa all’Italia a nostro mezzo di difesa; e l’Impero da assicurare attraverso una via non troppo minacciata; e terra da dare al lavoro degli Italiani”.

Se il Volpe prefatore del maggio 1940 è l’incauto propalatore del Megalomane predappiese (sognava di replicare la brillante conquista dell’Etiopia), il Volpe che nel 1928 raccontava il nostro interventismo è credibile, non foss’altro in quanto esponeva abbastanza obiettivamente anche le ragioni dei neutralisti. Per questo “Il popolo italiano 1914-15” è da rivisitare.

Col senno di poi, un secolo dopo Serajevo, a valle di tanti altri conflitti minori e nei giorni di nuovi fratricidii, anche a Volpe -come a gran parte degli storici più o meno accademici-

va imputato di elevare a movente irresistibile e nobile un fattore millenario di massacri, oggi in declino assoluto: il patriottismo. Sia chiaro:  oggi sono molti ma non abbastanza gli assertori che la patria e la sudditanza al potere sono nemici dell’uomo, quando precettano a uccidere e a farsi uccidere per il volere dei governanti.  Gli assertori appaiono ancora, a volte, iperpacifisti anarcoidi: come se il massacro fosse un imperativo categorico. E invece dovrà trionfare il principio che solo i mercenari, professionisti delle armi, hanno il dovere di combattere; tutti gli altri, no. Le patrie, al diavolo. Le maggioranze immense  hanno il diritto/dovere di rovesciare i governanti che tentano di arruolarle al fronte.

A valle di Verdun, di Hiroshima, dell’Olocausto, degli stermini di Hitler, Stalin, Churchill e F.D.Roosevelt, non esistono più le guerre giuste. Meno che mai sono concepibili le guerre vestite di ideologia: libertà, democrazia, progresso, socialismo, diritti, emancipazioni, questo o quel credo religioso. Risultano grotteschi o ripugnanti coloro che le guerre ideologiche le muovono. I G.W. Bush e i Tony Blair sono detestati quasi universalmente. Però meritano ludibrio anche i loro predecessori, che tanto più di loro hanno martirizzato l’umanità: gli Hitler,  Stalin, FD Roosevelt, Churchill, in piccolo Benito Mussolini.

Per la carneficina di un secolo fa, va detto che l’impostura ideologica fu meno sfrontata. Salandra e Sonnino non tentarono nemmeno di spacciarsi per combattenti dell’ideale. Mossero guerre all’antica, per acquistare territori, mari, mercati, dominii d’altro genere. Il lavoro ignobile di inventare superiorità ideali lo lasciarono ai giornalisti grandi firme e agli intellettuali traditori della verità. Ai Grandi del potere, ai guerrafondai di vertice, bastava l’assioma supremo, quello da non dimostrare: la Patria.

Nel libro di Gioacchino Volpe campeggia, logicamente, il piccolo Poincaré di casa nostra, Antonio Salandra da Troia, provincia di Foggia. Finì coll’assurgere, egli modesto gregario giolittiano,  a vittorioso antagonista del grande Giolitti. Se il dittatore parlamentare fosse tornato al governo nel 1915 invece che nel 1920, forse avremmo ottenuto Trento e Trieste senza perdere 600 mila vite, senza martirizzare i feriti sotto i ferri degli ospedali da campo, le vedove e gli orfani nelle povere case, senza soffrire le condizioni che produssero il fascismo. Salandra- il quale oserà lamentare in un libro che le sue fatiche di guerrafondaio (e la sua invenzione del “sacro egoismo”) non gli avessero fruttato “nemmeno un titolo nobiliare”-è piccolo personaggio rispetto all’orrenda figura negativa di Serghiei Sazonov, egemone della politica estera della Russia. Nel 1914 plagiò Nicola II e i suoi consiglieri a ordinare la mobilitazione generale,  cioè un’avventura bellica che si concluse coll’Apocalisse: disfatta, Rivoluzione, sterminio della famiglia imperiale, della classe dirigente e di ogni avversario dei bolscevichi. E pensare che gli obiettivi di conquista di Pietroburgo non si limitavano a Costantinopoli, ma si allargavano alla riva sinistra del Bosforo, al Mar di Marmara, ai Dardanelli, alla Tracia del Sud, alle isole egee di Imbro e di Taso. In più la Russia mirava a signoreggiare l’Adriatico attraverso una Balcania slava, o meglio attraverso una Grande Serbia.

Se lo Zar è un personaggio sinistramente doloroso, appaiono i diplomatici ottusi, mondani, pomposi. Si veda il marchese Di San Giuliano, predecessore di Sonnino agli Esteri. Per superstite triplicismo o per la difficoltà psicologica a cambiare fronte diplomatico, dedicò gli ultimi mesi di vita a tentare a Vienna e a Berlino di ottenere promesse di compensi territoriali in caso di trionfi austro-germanici.

Con tutte le riserve che merita, il libro di Gioacchino Volpe aiuta, nelle sue mezze verità persino più che nelle verità intere, a riflettere su quell’impazzamento di patriottismo che travolse ogni trincea della ragione. Dell’istinto di sopravvivenza, persino: ondate di giovani della piccola borghesia, pure dei ceti alti, che tumultuarono nelle piazze d’Europa per esigere la guerra, per invocare di morire per le Patrie  infanticide. Furono accontentati in molti.

In Italia però il trionfo dell’Irrazionale ebbe una ricaduta benefica. Con l’aspra, se pur folle, contestazione del parlamentarismo giolittiano -in quel  momento ultimo argine contro il massacro- esso anticipò di un secolo la santa insurrezione antipolitica di oggi: il maggiore evento  dell’epoca che viviamo.

l’Ussita

LA GRANDE GUERRA FU DECISA DA POCHI STATISTI-NULLITA’

Nella sua Storia della Germania moderna, stesa negli anni che seguirono da vicino l’Apocalisse del 1945, Golo Mann, figlio del grande Thomas, non perde occasione per gettare una luce cruda sulle carenze umane degli uomini che reggevano l’Europa nei mesi che generarono il primo conflitto mondiale. Furono ancora più determinanti altri fattori, dalla rivalità tra potenze e tra economie al delirio patriottico e alle pulsioni irrazionali che si impadronirono degli interventisti, specie intellettuali, d’ogni nazione. Tuttavia Golo Mann privilegia la miseria mentale del manipolo di sovrani, governanti, diplomatici aristocratici e marescialli, che volle il conflitto.

Tipicpoil conte Leopold Berchthold che, ministro degli esteri dell’impero asburgico ed ex ambasciatore, contò in quell’occasione più dei due primi ministri di Vienna e di Budapest. Spalleggiato dal generale Franz Conrad von Hotzendorf, anche lui conte e capo dello Stato Maggiore, Berchthold riuscì a convincere il vecchio imperatore Franz Joseph e i vertici austro-ungarici che il momento era arrivato per dare la lezione alla Serbia, verosimile istigatrice dell’assassino a Serajevo dell’erede al trono imperiale Ferdinando e della sua consorte. La Serbia si attribuiva il ruolo svolto nel secolo precedente dal Piemonte: unì gli italiani e costruì una nazione. Il fatto era che le genti slave del Sud non tendevano ad unirsi, al contrario: la Slovenia stretta all’Austria, la Croazia avvezza al lungo legame coll’Ungheria, la Macedonia attratta dai macedoni di Grecia,  che si immaginavano eredi di Alessandro Magno. Nulla era sembrato fermare il turbolento attivismo di Belgrado.

Nel 1914 circoli di potere viennesi credettero in una spedizione punitiva su Belgrado il migliore dei mezzi per rafforzare l’impero.  Valutarono male, perché lo distrussero. Naturalmente lo storico Mann non è solo nel mettere a fuoco gli errori umani che portarono alla più tremenda delle guerre fino a quel momento.

Il conte Berchthold non fu che il caso limite di un’insipienza diffusa in tutte le capitali. Karl Kraus, uno dei principali intellettuali viennesi del tempo e forse il maggiore scrittore satirico in lingua tedesca, scrisse del “vuoto abissale del volto azzimato e charmant di Poldi Berchthold” (v.Internauta) . G. Mall, scrivendo quarant’anni dopo, non riesce a trattenere il disdegno per la mediocrità di questo e altri protagonisti. “Berchthold, un imbrattacarte elegante e superficiale come gli altri aristocratici della diplomazia, era alla ricerca di un trionfo diplomatico: un’altra delle fantasie degli aridi cervelli degli ambasciatori. Dichiarò guerra alla Serbia precipitosamente, imperturbabilmente (disse proprio così), per mettere l’Europa di fronte al fatto compiuto”.

Aspro se un po’ meno irridente il giudizio del nostro storico sul cancelliere germanico  Theobald von Bethmann-Hollweg. “Un burocrate benintenzionato, zelante, ragionevole, pessimista, incline a rimuginare, incerto dei propri talenti, non interamente libero da abitudini servili. Il fatto che si presentasse alla nazione tedesca come il suo unico ministro responsabile fu una dichiarazione di bancarotta (…) un cancelliere maldestro dal tetro passato”.  Ancora: “Si sarebbe volentieri accordato con gli inglesi sulla competizione navale, ma l’ammiraglio Tirpitz non permise (…) Scoppiata la guerra il suo predecessore, principe von Buelov, gli chiese: ‘Come tutto questo ha potuto accadere?’ Bethmann alzò al cielo le lunghe braccia e rispose con voce sorda ‘chi può saperlo!’. Uno dei maggiori decisori ‘non sapeva’. Il brav’uomo non si è mai liberato dai rimorsi. Ammise che ‘la storia ha marciato con passo di bronzo. Non c’è più ritorno”.

Il tedesco Golo Mann concentra lo sdegno sugli uomini che a Vienna e Berlino aiutarono i Fati a condannare l’Europa ai drammi chiusi solo con il crollo dell’Urss. Senza la Grande Guerra non avrebbe vinto la rivoluzione dei Soviet, non sarebbero sorti Stalin Mussolini e Hitler e i guerrafondai non avrebbero trionfato a Londra, a Washington, a Tokyo.

Il nostro storico non menziona nemmeno Sazonov, capo della diplomazia russa, che personalmente plagiò lo Zar fino a fargli ordinare la fatale mobilitazione generale, cioè la guerra che avrebbe ucciso non solo milioni di russi e la monarchia ma anche lo zar e tutta la sua famiglia (e in più fece strage dell’aristocrazia che aveva dominato San Pietroburgo e l’immenso impero). La guerra voluta della Russia fu forse la più insensata di tutte.

Quasi indulgente il giudizio sul maggiore protagonista britannico, il ministro degli esteri Sir Edward Grey, anche se tanti gli addebitano di non aver fatto di più per scongiurare la catastrofe. Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese, che volle come nessuno la conflagrazione, è citato solo per l’asprezza dell’atteggiamento verso la Germania schiacciata da Versailles.

Gli storici sanno che le responsabilità  dell’assassinio della pace furono divise abbastanza equamente. Però le decisioni del ’14 sconvolsero più atrocemente il futuro lontano di Germania e Austria-Ungheria, oltre a quello immediato dell’impero zarista. Si può comprendere che il figlio del maggiore scrittore moderno di lingua tedesca non si dia pace: la storia del mondo sarebbe stata diversa, forse opposta, se quell’anno i sovrani di alcune monarchie, più l’uomo dell’Eliseo, avessero avuto consiglieri, diplomatici e generali -in tutto una cinquantina di persone- meno somiglianti all’aristocratica nullità di nome Berchthold.

Questa secondo noi la lezione del 1914, un secolo dopo: i popoli, nessuno escluso, non dovranno più permettere ai governanti di decidere la guerra. I suoi decisori sono il male assoluto e la guerra ‘giusta’, se mai c’è stata, non esiste più.

A.M.C.

C’ERA DEL BUONO NELLE PANZANE DI FILIPPO TOMMASO MARINETTI

In aggiunta alla fertilità d’invenzione ideologica che quasi tutti gli riconoscono, il fondatore del Futurismo italiano aveva un’insuperabile capacità di suscitare il riso. Ovviamente le risate azzeravano il valore di varie sue tesi. Ma l’effetto restava. Si vedano le proposte avanzate tra il dicembre 1911 e il giugno 1918, a Grande Guerra non ancora finita, per “l’unica soluzione del problema finanziario”.

“Si dice, esordiva FT, che siamo un popolo a tutti superiore per genio elastico e creatore e per giovane resistenza muscolare, ma disgraziatamente povero. No. Non è povero il popolo italiano. Noi Futuristi affermiamo che il popolo italiano è il più ricco della terra, poiché possiede un incalcolabile capitale inutilizzato: l’enorme patrimonio delle opere d’arte antiche ammucchiate nei suoi musei. Di questo patrimonio artistico, noi proponiamo senz’altro la vendita graduale e sapiente. L’Italia sarà in pochi anni abbastanza ricca per:

1. avere la più poderosa flotta militare del mondo;

2. avere un esercito quattro volte più forte dell’attuale;

3. avere la prima marina mercantile del mondo;

4. avere una grande navigazione fluviale;

5. Intensificare decisamente tutte le industrie esistenti, e creare immediatamente le mancanti;

6. sviluppare fino al rendimento massimo l’agricoltura e sanare tutte le   zone malariche;

7. vincere completamente l’analfabetismo;

8. abolire totalmente ogni imposta per venti anni almeno.

La vendita del nostro patrimonio artistico, ben lungi dal diminuire il nostro prestigio, dimostrerà al mondo che un popolo giovane e sicuro del proprio avvenire ne sa affrontare tutti i problemi, trasformando in forze vive le sue ricchezze morte”.

“Si obietterà che questa vendita allontanerà dall’Italia il fiume remunerativo dei visitatori stranieri. Non vogliamo discutere qui sull’utilità dell’industria dei forestieri, che pur regalando all’Italia molti milioni è tanto aleatoria da poter cessare per un caso isolato di colera o per una scossa di terremoto; ed è sempre dannosa perché snazionalizza e umilia il nostro paese, lo riempie di spie e trasforma un terzo degli italiani in albergatori, in ciceroni e in boys d’hotel. Dichiariamo soltanto che i forestieri verranno sempre, purtroppo, in gran numero in Italia poiché la nostra penisola è il riassunto meraviglioso di tutte le bellezze della Terra. Siccome la vendita delle nostre opere d’arte antiche sarà necessariamente graduale, i forestieri per molto tempo se ne accorgeranno appena”.

“Un’altra obiezione: non si devono privare gli italiani del piacere di godere in casa loro le opere dei grandi antenati. Rispondiamo: è assurdo che su 36 milioni d’italiani, i 34 milioni che sono incapaci, o  non hanno tempo, di amare le opere d’arte antiche continuino ad essere esasperati sino alla rivolta da sempre più gravose imposte, mentre il paese possiede un colossale capitale artistico praticamente trasformabile in oro.

Noi proponiamo che una piccola parte del prodotto della vendita sia consacrata a nuovi e più profondi scavi archeologici, i quali riempiranno certo, in pochi anni, i vuoti dei nostri musei e delle nostre piazze con innumerevoli altre opere d’arte antiche. Mentre gli altri paesi posseggono miniere di carbome e di ferro, il nostro possiede le più inesauribili miniere archeologiche. Il sottosuolo di Roma, dell’Umbria, della Campania e della Sicilia possono diventare le nostre Cardiff e le nostre Westfalie. Non esito ad affermare che a tre o a quattrocento metri sotto la mia Casa Rossa, a Milano, dorme un prezioso, elegante e nostalgico tempio di Venere.

Mentre si prevedono, dopo l’attuale conflagrazione, molte altre guerre, attraverso le quali l’Italia dovrà diventare la prima Potenza del mondo, la vendita delle nostre opere d’arte antiche è l’unica soluzione razionale del problema finanziario italiano”.

L’elenco delle cose che Marinetti diceva fattibili con gli smisurati ricavi della vendita delle opere d’arte è esilarante. Tuttavia, come possiamo riconoscere oggi che ci schiaccia un debito iperbolico, c’era del vero nelle rodomontate futuriste.

Marinetti  sapeva ridere, e far ridere, anche descrivendo da par suo l’accoglienza che queste e altre sue proposte ricevevano. Si veda il resoconto del discorso pronunciato alla ‘serata futurista’ al fiorentino teatro Verdi il 12 dicembre 1913, e soprattutto, in corsivo, la reazione del pubblico:

“La vostra frenetica allegria mi dà piacere, segna un nuovo trionfo per il nostro movimento eroico. Non s’era vista mai tanta esuberanza di vita giovanile in questa vecchia fortezza del passatismo! (Urla selvagge, trombe, fischi).

La vostra energia, la vostra ferocia sono sintomi meravigliosi del prossimo risveglio di questa razza fiorentina non ancora del tutto soffocata dalle biblioteche e dai professori (Urla, pioggia di maccheroni, carote, pomidoro, patate, cipolle).

Noi rappresentiamo idee che voi non conoscete (Urli: sì! sì! sì!…Fiale puzzolenti ammorbano il palcoscenico. Un signore sviene tra un agitarsi di carabinieri, guardie e commissari). Questi proiettili asfissianti e puzzolenti dimostrano che il passatismo si difende come può (Applausi entusiastici, insulti, battibecchi, risate). Uscirete di qui domati, portando in voi un’ammirazione involontaria, che non saprete reprimere. Ci sapete instancabili nello sforzo di svecchiare l’arte italiana e di favorire il genio creatore della nostra razza (Baccano infernale, proiettili d’ogni specie). Siete seimila mediocrità contro otto artisti dei quali non potete negare il formidabile ingegno! (Si grida: Manicomio! Manicomio!!) Preferisco il nostro manicomio al vostro Pantheon! (Applausi, fischi, trombette, insulti, colluttazioni e proiettili).

Tutti gli sforzi dunque e tutte le violenze, tutto il denaro e tutto il  sangue per il compimento dell’impresa libica. Viva la Libia!”

E’ passato un secolo intero. I tempi sfidano la nostra capacità inventiva assai più che l’effimera impresa libica. E’ statisticamente probabile che nascano uno dieci cento Marinetti (uno dei quali si chiama Beppe Grillo?); che in parecchi dei nostri figli sorgano impulsi beffardi o assurdi alla Filippo Tommaso. Se così andrà. riaprirà il laboratorio Italia. Oppure ci convinceremo che mentono allegramente, come Filippo Tommaso, i tanti che cianciano di estro degli italiani.

A.M.C.

UN SECOLO FA LA GRANDE GUERRA. BRUCIARE LE OSSA DI CHI LA DECISE

Di questi giorni cento anni fa, pochi mesi prima del regicidio di Serajevo, una dozzina tra i massimi statisti, ciascuno coi propri diplomatici e marescialli, preparavano un conflitto da dieci milioni di morti. I guerrafondai sommi Hitler, Stalin, Churchill, Roosevelt di un secolo fa si chiamavano Poincaré e Clemenceau francesi, Asquith inglese, lo zar Nicola II, un Kaiser tedesco e uno austriaco, un pugno di governanti-terroristi serbi. In un secondo tempo si sarebbero aggiunti alcuni guerrafondai di contorno, tipo Woodrow Wilson, gli italiani Salandra, Sonnino e V.E. di Savoia, o tipo i governanti romeni (nel loro piccolo questi ultimi fecero morire un buon trecentomila connazionali, ovviamente senza contare le vittime dei romeni).

Dal punto di vista dell’uomo individuo erano abiette le motivazioni patriottiche di tutti i grandi criminali menzionati e non. Poincarè, presidente della repubblica francese, intendeva riscattare la vergogna del 1870, quando Parigi invidiosa aveva voluto lo scontro con la Prussia e l’aveva perduto nell’ignominia; intendeva riconquistare l’Alsazia, terra di abitanti germanici che erano state aggiunte alla Francia dalle guerre del Re Sole. La WW1 uccise un milione e mezzo di francesi. Londra progettava il conflitto mondiale perché l’ascesa del Secondo Reich, unificato e fatto possente da Bismarck, minacciava i propri primati imperiali, navali, economici. Lo Zar, plagiato dai diplomatici Sazonov e Izvolski, da granduchesse e generali che i bolscevichi avrebbero sterminato, accettava l’olocausto per l’eterna cupidigia di sboccare sul Mediterraneo e di egemonizzare i Balcani. Per la verità, all’ultimo Nicola II intuì il baratro che si apriva per milioni di sudditi, per la monarchia, per se stesso e per un bel po’ di congiunti; ma non osò decapitare Sazonov e compagni, come avrebbero fatto i suoi padri. I bellicisti pietroburghesi ambivano alla futile estensione di un impero talmente immenso che si è sfasciato.

Il Kaiser di Berlino faceva l’espansionismo di tutti i tempi. Quello di Vienna tentava di dilazionare quella finis Austriae  che i suoi romanzieri e artisti presentivano da decenni. I mandanti del terrorismo serbo  si lusingavano di scimmiottare su scala microbalcanica le annessioni del Piemonte e i trionfi della Prussia. I sogni conquistatori del ‘sacro egoismo’ di Salandra & Sonnino ci sono familiari (nuovi possedimenti in Dalmazia, in  Africa, persino in Anatolia). A cose fatte l’inqualificabile Salandra si sarebbe lamentato di non avere ricevuto il premio di un titolo nobiliare.

Se le Nazioni Unite, inventate dal bellicista F.D.Roosevelt, non fossero inutili da sempre, dichiarerebbero criminali di guerra e nemici dell’umanità tutti gli statisti della vigilia di Serajevo. Dopo, le ossa degli sterminatori andrebbero disseppellite e bruciate, come nel Medioevo capitò a vari papi e antipapi, nonché a tanti eretici. Allora  l’infierire sui cadaveri obbediva a logiche di fazione. Bruciare le ossa dei grandi bellicisti di un secolo fa sanzionerebbe un principio nuovo: i governanti non hanno più il diritto di decidere la guerra. Al più possono ordinare le spedizioni tardo-coloniali fatte dai soli guerrieri di professione, sempre che i contribuenti concedano i fondi. Nei millenni si è ordinato ai popoli di morire e di uccidere per la Patria, per l’ideologia, per la religione. I roghi di ossa della Grande Vendetta farebbero ricordare il dovere di odiare i patriottismi da guerra. Odiarli  più fattivamente delle esclamazioni dei pacifisti.

A.M.C.